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sabato 31 ottobre 2015

Intervista a Sara Menetti del collettivo Mammaiuto in occasione del Lucca Comics 2015! Progetti, libri per ragazzi e carnet de voyage per scoprire un'autrice e un modo alternativo e indipendente di produrre e concepire il fumetto.

 Finalmente torno su questi schermi (finalmente per me che dopo un po' di giorni che non scrivo mi prende la smania). Volevo ricominciare prima, anche per arrivare in tempo con qualche post di Halloween, ma ho un dente del giudizio che mi sta facendo impazzire e sono in ritardo. Recupererò i prossimi giorni!
Sara Menetti: il suo sito è http://www.saramenetti.it/
Oggi, visto che il Lucca Comics non attende certo i miei malanni ed ormai è in corso da qualche giorno, posto la seconda intervista fatta per l'occasione.
 In questo caso la gentilissima intervistata è Sara Menetti fumettista e illustratrice bolognese la cui specialità sono bellissimi carnet de voyage e splendide illustrazioni per l'infanzia.
 Personalmente l'ho conosciute grazie alla sua striscia "Cose stupide che succedono a chi cerca lavoro" che pubblica ormai regolarmente su "Aspirina" e narra in poche battute le disavventure di chi cerca di sopravvivere con un lavoro creativo in un mondo che la creatività non è che abbia molta voglia di retribuirla.
 Ho pensato fosse una buona idea intervistarla per il Lucca Comics per due motivi:
1) E' brava e dovete conoscerla anche voi.
2) Fa parte di un collettivo indipendente che raccoglie dodici fumettisti che ha ha nome Mammaiuto.
 Nell'ambiente del fumetto inizia ad essere molto conosciuto e trovo sia giusto, necessario e interessante dare visibilità ad un progetto che non nasce in una realtà editoriale consolidata. Come vedrete nel corso dell'intervista. far parte di un collettivo indipendente è una scelta che consente e prevede percorsi e intenti completamente diversi che hanno ovviamente un obiettivo economico, ma non solo.
 Perciò vi consiglio di leggere questa intervista per scoprire un'autrice e un modo alternativo di produrre fumetti. Buona lettura!

Tu fai parte del collettivo Mammaiuto. Potresti spiegare a grandi linee di cosa si tratta?

Mammaiuto è un'associazione culturale composta da dodici autori.
 I soci fondatori sono sei, io mi sono unita al gruppo in un secondo momento portando in dote "Fototessere", una collezione di ritratti e discorsi rappresentati in un formato di quattro vignette verticali. Oltre a essere un ambiente creativo straordinario composto da autori bravissimi e (non a caso) già affermati, Mammaiuto è un progetto libero e generoso: gli autori pubblicano i propri contenuti sul sito con cadenza regolare, quindi i fumetti e le storie targate Mammaiuto sono tutte in lettura online, gratis. Tutti possono leggerci e il nostro scopo è proprio quello di far leggere a tutti le nostre storie.
Di tanto in tanto Mammaiuto stampa copie cartacee dei libri in lettura gratuita sul sito: chi ama il nostro lavoro e vuole sostenere sia l'Associazione che il singolo autore, ha la possibilità di farlo mediante l'acquisto di un volume (stampato in ottima qualità e con edizioni molto curate) in vendita sullo shop online e alle varie fiere.

C'è stata una polemica, recentemente, tra autori che criticavano la scelta di mettere online lavori fruibile gratuitamente e altri che invece difendevano questa scelta. Molti tuoi lavori si trovano gratis sul web, cosa ne pensi al riguardo?

Se molti dei miei lavori si trovano gratis in rete è perché ce li ho messi io: il percorso che ho fatto finora (e sto continuando a fare) ha come parte integrante questo aspetto di libera condivisione e non ho intenzione di voltargli le spalle. 
 Da diversi anni posto strisce e vignette online e l'ingresso in Mammaiuto è stato il naturale proseguimento di una tendenza che già avevo, con in più l'ottima conseguenza dell'ampliamento del bacino di lettori e il miglioramento del livello dei miei lavori. Questo non vuole dire che tutti debbano seguire l'esempio e considerare la pubblicazione in rete come sola strada per arrivare a diventare autori affermati: dev'essere ogni aspirante fumettista a decidere cosa è meglio per sé e per il suo lavoro, prendendo la posizione che rispecchia meglio la sua concezione.

Molte autrici, anche affermate, lamentano un forte sessismo nel mondo del fumetto. Cosa ne pensi? Ritieni di essere stata trattata diversamente in quanto autrice donna in qualche occasione o da altri colleghi?

Il sessismo c'è nel mondo lavorativo in generale e l'ambiente del fumetto, facendone parte, non ne è di certo esonerato. 
Nel mio piccolo, posso raccontare un episodio accaduto di recente a una fiera: una persona ha commentato la mia presenza dietro al banco facendo i complimenti agli amici e colleghi di Mammaiuto per "la nuova assistente" (con un'osservazione rivolta a loro ma diretta chiaramente a me). 
 Voleva essere un commento piacione, ma ha suscitato solo diverse riflessioni sull'episodio, dal motivo della necessità di farmi sapere il suo giudizio sul mio aspetto fisico al fatto ben più grave che, nella sua valutazione, una ragazza dietro al banco non potesse essere una delle autrici in dedica ma fosse lì solo in qualità di "assistente".

Progetti prossimi venturi?

Sicuramente fare altri viaggi e altri diari di viaggio. 
 A volte mi domando se i lettori non si stanchino di vedermi imperversare per pagine e pagine con i miei racconti sui luoghi che visito, ma finché ho voglia di disegnarli e raccontarli vado avanti e mi scuso con chi dovesse annoiarsi!
 A parte questo, ho in mente due storie lunghe a fumetti da scrivere e disegnare ma sto ancora combattendo con la mia paura atavica dello "scrivere". 
 Con il supporto morale e tecnico di Mammaiuto sto facendo passi in avanti, spero di riuscire a sbloccarmi presto perché ho davvero molta voglia di lavorare sui disegni e vedere queste storie venire alla luce.

Tra le tue strisce c'è la serie “Cose stupide che succedono a chi cerca lavoro” nel quale si evince un problema di antica data: fare il fumettista non è percepito come un lavoro vero, perché secondo te?

E' un lavoro estremamente precario ed è un dato di fatto che, almeno in Italia, non si possa vivere di soli fumetti pur essendo autori già affermati. A questo aggiungiamo il fatto che i fumetti vengono visti come qualcosa di poco serio, delle strisce che appaiono su riviste e quotidiani per strappare quella risata in più -e non come un mezzo per raccontare storie in maniera straordinaria…ed ecco qua, quella del/della fumettista sarà sempre dipinta come una figura che fa disegnini per passione.

Tu hai lavorato come illustratrice di alcuni libri per ragazzi. Come si articola un lavoro del genere, non completamente originale e per un pubblico così peculiare al tempo stesso?

Ill. per "Il giornalino di Gian Burrasca" ed. La Spiga
Per me è sempre una bella prova da superare. 
 Non mi sento mai all'altezza come illustratrice, quindi passo giorni a studiare uno stile adatto, che rimanga riconoscibile e riconducibile a me ma che sappia adattarsi alla storia che i miei disegni andranno ad affiancare, facendo molta ricerca sul periodo storico al quale devo fare riferimento o sull'atmosfera che voglio ricreare. 
 Per arrivare a questo leggo a fondo il testo che mi è stato consegnato, apro moltissimi libri di illustrazioni, manifesti, pubblicità e me li studio per trovare riferimenti che mi siano d'ispirazione, poi comincio a riempire fogli e fogli di prove con svariate tecniche.; sono giorni parecchio travagliati (i peggiori, quelli della "ricerca dello stile"!), che culminano con i suddetti fogli scagliati brutalmente giù dalla scrivania e grossi dubbi sulle mie capacità. 
 Dopo la sfuriata, normalmente, seleziono le prove che passano i miei controlli qualità e ci lavoro nuovamente sopra, infine le propongo all'editor e trascorro i giorni (o le ore) tra l'invio e la ricezione di una risposta sollazzandomi con i soliti pensieri e dubbi sulle mie capacità d'illustratrice.

Cosa leggevi da bambina?

Grazie ai miei cugini, a mio fratello e alle mie sorelle (tutti più grandi di me), avevo una grossa scorta di Topolini degli anni '70 e '80, conservati alla mia portata nel ripiano più basso dell'armadio. 
Io e i Topolini eravamo inseparabili, li leggevo a ogni ora del giorno e della notte, in ogni stanza della casa: in bagno, a tavola durante colazione-pranzo-cena (per la disperazione di mia mamma che quando leggevo non riusciva in nessun modo a comunicare con me) e a letto, con la torcia sotto le coperte.
 Di narrativa apprezzavo moltissimo (e apprezzo tuttora) autori come Bianca Pitzorno, Roald Dahl, Rodari e Vamba, dei quali ho conservato i libri che tuttora rileggo volentieri. Mi piacevano anche i classici come "Pollyanna" e "Il giardino segreto", i libri fantasy come "La Storia Infinita" e "Narnia", o ancora quelli sulle storie mitologiche di tutto il mondo ("Storie di bambini molto antichi" è stato in cima alla mia lista per molto tempo, sono stata felicissima di sapere della nuova edizione illustrata da Rita Petruccioli!) .

Un fumetto che vorresti assolutamente consigliare?

"Come prima" di Alfred, un lavoro impeccabile e bellissimo, estremamente coinvolgente dal punto di vista emotivo.

Quando hai deciso che saresti diventata una fumettista?

Alle elementari, come quasi tutti i colleghi! Tra le medie e le superiori però ho ricevuto il veto genitoriale perché pensavano che questa velleità fosse una "cavata di testa", quindi sono finita a fare una scuola da gente coi piedi per terra. Finita quella e fatto un anno di università, però, sono tornata al mio primo vero interesse.

I tuoi autori preferiti?

Vado con l'elenco dei primi che mi vengono in mente: Joann Sfar per le sue storie oniriche intrecciate con mitologie e leggende, Watterson, Schulz, Liniers per le strisce sintetiche ma cariche di poesia e sempre capaci di strappare un sorriso, Craig Thompson per la sua narrazione delicata.

Un collega da tenere d'occhio?

Francesco Guarnaccia, già arruolato nelle file Mammaiuto, che l'anno scorso ha esordito con il suo volume "From Here to Eternity" (ora esaurito): giovane, con un sacco di idee e molto eclettico, una qualità che mi colpisce sempre.

Sarete al Lucca Comics?

Sì, ci trovate alla Self Area, padiglione San Romano (Piazza San Romano) in mezzo alle migliori realtà dell'autoproduzione italiana a fumetti: uno stand che vale la pena visitare!

Ringraziando nuovamente Sara, lancio un grido: se siete tra i fortunati o fortunate a Lucca, fateci un salto!!




venerdì 23 ottobre 2015

Reality e programmi tv che hanno saccheggiato i grandi classici!Parallelismi inquietanti tra agoni, Sanremo, Isola dei Famosi, Boccaccio, Stilnovo, Fedez. Coincidenze? Io non credo.

Le idee migliori o più folli per i post mi vengono sempre quando sono costretta a fare rifornimento per troppo tempo di seguito. 
Credo che sia il motivo per cui i monaci buddisti e l'allenatore di Mila Azuki insistono tanto sulla necessità di pulire con degli addannati: impegnarsi in un'attività fisica ripetitiva o distrugge la concentrazione o la fortifica. 
 La mia mente ormai viaggia in mondi degni di David Icke, il folle dei rettiliani.
 Detto questo, mentre sistemavo l'ennesima copia del "Decamerone" mi sono resa conto che la storia parlava di un gruppo di giovani isolati e rinchiusi in un luogo isolato senza collegamenti col mondo esterno. 
 Ho pensato vagamente che fosse pericolosamente simile a "IL grande fratello" e da lì è partito il trip: quali altri parallelismi si potevano ravvisare tra i programmi tv e i classici della letteratura?
 Questo è il delirante risultato!

AGONI MUSICALI GRECI vs FESTIVAL DI SANREMO:
Anche le maschere sono rimaste uguali
Anche gli antichi greci avevano i loro festival canori a cui i partecipanti tenevano moltissimo: gli agoni. Sofocle era un vero patito di queste competizioni, una sorta di Al Bano dell'agone, probabilmente fomentato anche dal fatto di aver vinto la sua prima gara nientepopodimeno che contro Eschilo.
 Dopo una vita lunga e felice, ebbe, vecchissimo, la sventura di vedersi intentata da uno dei figli una causa sostanzialmente per ormai manifesta capacità di intendere e volere.
 Molte, come per tutti i poeti greci, le leggende favolose sulla sua morte, c'è chi lo vuole strozzato da un chicco d'uva e chi invece stroncato dalla gioia per aver vinto inaspettatamente un agone.
 A Sanremo ormai manca solo questo.

LE GARE DI FREESTYLE vs LE TENZONI DEGLI STILNOVISTI: 
Lo avevo già accennato in un altro post. 
 Fedez se la tira come se stesse producendo proclami biblici, ragazzetti della periferia milanese cercano "il riscatto" danzando per le strade e prendendosela un po' con tutto, provando però le loro doti e il loro talento in una serie di composizioni in rima.
Fedez e co. potete paralocciare quanto vi pare ma voi in
battaglia coi guelfi e i ghibellini non ci siete stati mai
 Se ci si pensa è un filino folle, gran parte dei ragazzetti e ragazzette che ascolta il rap considera la poesia e Dante una palla mortale da gettare su una pira infuocata, poi però je danno de respect perché uno riesce a comporre una quartina in rima baciata.
  Probabilmente dà loro l'illusione di trasgressione perché ci infilano dentro parolacce a profusione, riferimenti sessuali e frasi sessiste a gògò (tra l'altro ragazzi, un consiglio, se continuate a imbattervi solo in una manica di stronze le cose sono due: o lo stronzo siete voi o cercate male). 
 Mtv ha inventato Mtv Spit condotto da Marracash. 
 Si saranno sentiti fighi, ma lo erano già parecchio nel '300, quando gli stilnovisti si rimbeccavano letteralmente per le rime, in tenzoni a base di sonetti osceni in cui si accusavano a vicenda di ogni nefandezza sessuale, di furti, di tradimenti e senza lesinare colpi bassi. 
Molto più serio dell'osannato Fedez era Cecco Angiolieri e non perché fosse un poeta da camera con la penna puntuta che non conosce la strada e la ggggente, ma proprio perché visse una vita dissoluta, provocatoria e ribelle. Ok, la tenzone con Dante (a cui attribuì una serie di vizi da cui egli stesso non si riteneva esente), ma insomma dileggiava padre, madre, Papa e imperatore. Provatece un po', poi ne riparliamo.

DECAMERONE vs GRANDE FRATELLO:

L'unica puntata che abbia mai visto de "Il grande fratello" fu la prima dell'edizione del 2009: mi ero appena cappottata da una delle carrozzelle che si possono affittare a villa Borghese. Non funzionavano i freni, io e la dolce metà ne perdemmo il controllo: lei si infranse contro un albero e io mi volai dall'abitacolo riempiendomi una gamba di lividi enormi. Quella sera ero perciò immobilizzata e in balia delle mie allora coinquiline che non volevano perdersi a nessun costo la puntata. Ne conservo un ricordo straniante.
 Attualmente, mi par di capire, è diventato una specie di coacervo di casi umani, storie lacrimevoli, donne pettorute e non so che altro, la prima edizione però era assai più umana: dieci persone ficcate in una casa e vediamo che fanno. Potevano legittimamente anche mettersi a raccontare delle vicendevoli storie invece di fare spinning o rotolarsi sul divano.
 Il plot iniziale del Decamerone, del resto, è simile. Scoppia la peste e alcuni giovani sono costretti a recludersi in campagna per sfuggirne. Ci staranno i dieci giorni del titolo dimostrandosi molto creativi nei loro intrattenimenti. Sette donne e tre uomini, non  si lamenteranno tutto il tempo cercando di accoppiarsi con gente a caso o parlando male gli uni degli altri, bensì canteranno, danzeranno e saranno costretti a inventare una novella ciascuno al giorno. C'è pure il privilegio immunità per il più giovane e la nominesciòn del re che deciderà il tema dei racconti della giornata.
 Nessuno li riprendeva, ma a distanza di settecento anni ancora sappiamo cosa avvenne in quei dieci giorni.

#PECHINO EXPRESS vs IL GIRO DEL MONDO IN 80 GIORNI:

In #PechinoExpress, uno dei pochi programmi tv guardabili perché uno dei pochi programmi tv ironici in cui fare la divah o il divoh è molto difficile, una serie di coppie corre alla disperata per circa due mesi, percorrendo distanze lunghissime per interi continenti.
  I viaggiatori non possono usare denaro e devono vedersi offrire cibo e ricetto per la notte, oltre che i passaggi. Certo considerando che hanno con loro una telecamera tutto è molto più semplice.
 Infiniti possono essere i riferimenti, visto il tema del viaggio, ma forza quello che più calza è "Il giro del mondo in 80 giorni" di J. Verne in cui il bel Phileas Fogg, scommette che riuscirà grazie ai nuovi incredibili mezzi di locomozione mondiale (tra cui mongolfiere e splendide ferrovie), a compiere il giro del mondo in 80 giorni. 
 Partirà con 20.000 sterline, tornerà senza un soldo e con una moglie. Il ritmo convulso, le sfighe e le prove rendono bene i sincopati ritmi televisivi.

C'E' POSTA PER TE vs OVIDIO:

Suggerita con disprezzo dalla sorella Young Adult quando cercavo in lei una sponda per questo post, "C'è posta per te" risponde all'atavico desiderio degli esseri umani di dirsi le cose più importanti per lettera.
 Ti sto lasciando, ti odio, perdonami, ti amo, voglio divorziare, sono gay, aspetto un bambino ecc. tutte frasi che, nonostante gli smartphone gente verga ancora con penna e, in certi casi, si fa aiutare nella consegna da santa Maria De Filippi.
 Prima di lei però, già altri usavano drammatiche epistole definitive in grado di smuovere le lacrime del pubblico. Si potrebbero citare le "Ultime lettere di Jacopo Ortis" o "I dolori del giovane Werther", ma in effetti esiste un'opera classica che calza alla perfezione: le "Heroides", 21 lettere d'amore scritte da eroine o donne famose realmente esistite, by Ovidio.
 Le lessi alle superiori e ricordo che trassi profondo sgomento e una certa confusione, dalla lettera di Saffo e Faone. Per il resto, fermo restando il valore letterario, sembra una cosa degna dei giornali femminili che in estate riscrivono in prima persona le storie d'ammore degli attori famosi. Anche Ovidio fangirlava.

ISOLA DEI FAMOSI vs ROBINSON CRUSOE:

Parallelismo ovvio anche perché in questo caso  è l'unica citazione veramente consapevole, l'unico reality effettivamente sopravvissuto nel palinsesto italiano, alias "L'isola dei famosi" è per sempre debitrice del format depositato decenni e decenni fa da Daniel Defoe: "Robinson Crusoe".
 L'uomo civilizzato, sbattuto su un'isola deserta e impegnato a sopravvivere con le sue sole forze nella segreta speranza dell'avvistamento di una nave.
 Mi ricordo che da bambina la "Piccola Flo" mi aveva convinto che dopotutto, superato lo shock iniziale, si poteva tranquillamente sopravvivere su un'isoletta, felici e beati. Nessuno si ammalava, nessuno cresceva e il paradiso terrestre era a portata di mano.
 Robinson sapeva benissimo che non era così e, non pago, sfruttava anche la sua vocazione colonialista. Attualmente, a "L'isola dei famosi, fanno una cura dimagrante di due mesi e, misteriosamente, nessuno ha mai bisogno di depilarsi. 
Come cambia il senso della sopravvivenza moderna.

 E voi avete altri parallelismi da proporre? Non siate timid*! Rendetemi edotta!

(Si ringraziano per la collaboration le mie sorelle).

giovedì 22 ottobre 2015

Cartoline dalla libreria! "Come si chiamerebbero le sezioni in libreria se dipendesse dai librai", la verità dietro le etichette tra felicità, soldi facili, vampiri e troppa fuffologia.

 Immagino che tutte le persone dopo anni che lavorano nello stesso posto con le stesse mansioni, tendano a dare nomignoli alle cose con cui hanno più a che fare, inventino alla  lunga un gergo comprensibile solo a loro e ai colleghi con cui condividono le sventure e le venture di ogni giorno. Gergo segretissimo o incomprensibile all'eventuale pubblico che passa solo casualmente. Immagino che avvenga nelle anagrafi, nelle officine, nelle redazioni, nelle fabbriche, in qualsiasi negozio e negli uffici.Le librerie non sono esenti. Alla lunga, per fare l'esempio del post, si finisce per dare soprannomi alle sezioni. 
Quelli fumettati di seguito non sono comprovati né certo universali, ma quelli che secondo me sentiamo di poter attribuire dal profondo.
Cartoline dalla libreria! "Come si chiamerebbero le sezioni in libreria se dipendesse dai librai"!








Ps. Tali soprannomi sono una sintesi della maggior parte delle definizioni/commenti/richieste/scelte date dai clienti. Lo specifico perché non penso assolutamente per esempio che lo sport sia solo calcio e Agassi (ma i clienti chiedono quasi solo quei due), o che il fantasy sia roba da ragazzini.

martedì 20 ottobre 2015

La vituperata nebbia: perfido fenomeno atmosferico nordico o favolosa ambientazione per ottimi libri? Tra pregiudizi, Lodi, finestre che ridono, Borda e donne in nero, elogio di un fenomeno che cela il noto e favorisce l'ignoto

 Quando vivi al centro sud generalmente il tuo rapporto con la nebbia si limita agli sfottò verso i nordici, che forse avranno fabbriche e ricchezza, ma in compenso devono vedersela con questo riprovevole fenomeno atmosferico.

 Il migliore amico di mio padre, spedito dalla sua banca per qualche mese in quel di Lodi, tornò, un fine settimana, in preda allo sconcerto più totale: uscito a bere una birra coi colleghi, di ritorno si erano trovati in una nebbia così fitta che uno di loro si era perso. Una cosa che impediva di vedere oltre i cinque centimetri, assolutamente strabiliante, ai limiti del sovrannaturale.

 Ora, a chi ha sempre vagato per la pianura padana farà sorridere, ma per una persona di Roma la rara nebbia che si scorge ogni tanto al mattino o alla sera è una roba all'acqua di rose, una foschia appena più pesante.

 Nel mio paese, probabilmente a causa dei boschi e non solo, in realtà la nebbia in inverno calava abbastanza spesso.

 La sera, in macchina, di ritorno tra un paese e l'altro era un attimo perdersi per quelle assurde scorciatoie che ci sono tra paeselli limitrofi e tagliano per campi dove, se vai fuori strada, stai tranquillo che non ti trova nessuno. Raramente essa si aggirava fittamente per le strade, ma, ogni morte di papa, poteva accadere. 

Ovviamente accadde l'unica volta che mi venne a trovare una mia amica di Pavia: scese sul paese una nebbia talmente densa che sembrava potesse avere un corpo, essere quasi solida (e lei si fece l'errata idea che anche al centro possiamo perderci per le strade dopo un cicchetto al pub).

 Paradossalmente da quando vivo al nord io i paventati nebbioni non li ho mai visti. In the city la famosa nebbiona che i milanesi chiamavano "scighera" non esiste più, con, non ci crederete, grandissimo rammarico di molti.

 Perché in effetti, si capisce l'odio profondo di chi è costretto a prendere la macchina quando non vedi oltre il tuo naso (la mia dolce metà che ha vissuto nella bassa mi racconta storie di incidenti agghiaccianti e fossi pieni d'acqua lungo le strade dove la gente puntualmente finisce), ma l'avversione verso questo affascinante fenomeno atmosferico che si ha per principio non l'ho mai capita.

 Questo grosso cappello iniziale è per introdurre alcuni libri che ho casualmente letto di seguito e avevano come protagonista centrale la perfida nebbia 

I fenomeni atmosferici nei libri e film horror sono sempre estremamente importanti, raramente un evento accade quando la temperatura è mite e tutto è tranquillo, se sta accadendo qualcosa di orribile stai pur certo che anche il pianeta lo sa e reagisce di conseguenze. Ed è così che vengono giù piogge incessanti, temporali terribili, geli innominabili, un sole che spacca le pietre e rende difficile la concentrazione, un vento che stordisce e, appunto, una nebbia che rende tutto incredibilmente silenzioso e irreale.

 Ciò che rende perturbante la realtà è l'incapacità di dedurre il noto dall'ignoto.

 Una strada che conosciamo come le nostre tasche diventa sospetta quando non possiamo più scorgerne i contorni. A scout ci dicevano che le stesse distanze, percorse la notte, sembrano lunghe il doppio, la stessa cosa accade nella nebbia, come si vede bene ne "La donna in nero" un romanzo breve di Susan Hill, che si pregia di ricostruire l'atmosfera dei romanzi gotici pur essendo stato scritto negli anni '80. 

La storia è quella del vecchio avvocato Arthur Kipps, che una sera decide di mettere per iscritto una terribile storia di fantasmi che molti anni prima stroncò l'innocenza della sua gioventù e tutte le sue speranze. 

 Mandato dal suo capo in un paesello del Galles a controllare le  carte di un'anziana e appena defunta cliente, Drablow si ritrova in un tipico paese di campagna dove tutti sembrano essere stranamente reticenti sulla morta.

 La mattina del funerale, Kipps scorge nella chiesa, unica altra presente alla funzione, una donna dal viso consumato dalla malattia, costretta in un abito nero e fuori moda. Tutti sembrano voler  celare l'identità della donna e lasciano che Kipps attraversi la palude nebbiosa per giungere alla magione dell'anziana.

  Lì scoprirà che la nebbia è un facile ponte tra i vivi e i morti, tra il passato e il presente e tra l'inferno e la terra. 
Nei miasmi opachi che salgono dalla palude tutto diventa possibile, anche perché una volta vista la donna in nero si è toccati dalla sua maledizione per sempre. 

Il libro è grazioso, molto da Halloween, ma troppo breve per la bella idea di fondo. Il film che ne è stato tratto con protagonista l'ex Harry Potter, Daniel Radcliffe, rende bene le atmosfere e sviluppa molto di più le pieghe horror della trama. Mi sento fortemente di consigliarne la visione, specie in questi giorni pre-zucche.

 Cercando un libro simile, dopo anche la visione casuale de "La casa dalle finestre che ridono" (film che ha scatenato in me un assurdo trip di gialli all'italiana) trovavo continuamente suggerito Eraldo Baldini, scrittore dell'Emilia-Romagna a cui non avevo mai concesso un'opportunità.

   Nel gelo autunnale mi sono recata in biblioteca e ne ho estratto due raccolte di racconti "Gotico rurale" e "Bambini ragni e altri predatori".

 Nonostante recensioni che tentavano di distogliermi dalla lettura ("Lo Stephen King italiano", insomma, anche no) li ho letteralmente divorati. Sono tanti piccoli racconti di ordinario orrore, dove il perturbante appartiene ora alla follia degli esseri umani, ora alla follia umana mista al sovrannaturale, spesso nascosto nello spettro che si aggira per la val padana: la nebbia.

 Tra le maglie di questo fantasma atmosferico, si aggira, meritevole persino di un nome a parte, la "Borda", una sorta di personificazione della nebbia e dei miasmi paludosi che uccide tutti gli incauti che si aggirano tra i canali quando essa cala fittissima e invincibile.

 Essa offre rifugio alle gesta di nonne omicide, genitori vendicativi, interi paesi in preda a voglie ovaiole e sanguinarie che catturano gli sfortunati che perdono la strada per strade dritte e sempre uguali.

  I bambini spariscono con la facilità delle fiabe, finendo nel piatto di qualche vecchiarella malvagia o inghiottiti da sciamani dei boschi, qualche volta sono colpevoli e la pagano, altre volte sono innocenti, ma la morte e la nebbia non per questo ne hanno pietà.

 Un vecchio assioma della fantascienza italiana, esposto da Carlo Fruttero, storico curatore Urania, asseriva che non si può far atterrare un'astronave a Lucca. ossia, quando si parla di narrativa di genere viene considerato un handicap l'ambientazione nostrana, qualcosa che in fondo non la rende davvero credibile e affascinante.

 Baldini dimostra che non c'è bisogno di affidarsi all'esotico per trovare il gotico. L'orrore è proprio sotto casa nostra, basta vederlo.

venerdì 16 ottobre 2015

Piccole recensioni tra amici di metà Ottobre! Una riflessione gotica tra regine boschive, vite felici, metamorfosi, raccolte molto promettenti ed operette secondarie.

Questi ultimi post sono stati poveri di recensioni, perciò è ora di rimediare!
 In questo ottobre che è diventato di colpo gelido, mi trastullo tra sempre nuove zucche ornamentali, una milionata di cose da scrivere e un improvviso trip gotico che dovrebbe passare dopo il due novembre riportandomi a più miti consigli e a letture diversificate.
Foto by me
 L'horror in attesa di Ognissanti, mi affascina sempre, purtroppo quello contemporaneo è ormai concentrato troppo sullo splatter o strane rivisitazioni di creature mostruose del passato (leggesi "vampiri adolescenti che si sposano").
 Non che ci sia niente di male a rivisitare, ma anche creare fascinazioni nuove non ha mai fatto male a nessuno.
 Perciò, dovendo scegliere tra quintalate di libri sugli Zombie (che non mi hanno mai affascinato) e storie piene di sangue, morti e descrizioni stomachevoli invariabilmente ambientate nella sordida provincia americana (un posto a quanto pare agghiacciante), mi rifugio nelle mie certezze: l'horror romantico/gotico.
 Nulla è più sicuro di un sano horror dei bei tempi andati, quando scrivere di vampiri era davvero una cosa d'avanguardia, ammantata da una vera patina di spavento. Probabilmente è perché chi li scriveva provava un serio timore dell'argomento che stava andando a trattare, come dimostra il fatto che Shelley ebbe una vera e propria crisi di nervi ascoltando la storia della prima vampira della storia, la splendida e corrotta "Christabel" di Coleridge.
 Non so francamente se chi scrive gli horror attuali ha davvero paura mentre lascia volare le sue mani sulla tastiera. 
 Vabbeh, dopo questa profonda riflessione vi lascio con tre piccole recensioni tra amici! Buona lettura!

"METAMORFOSI" di MARY SHELLEY ed. La Vita felice:
 Mary Shelley è conosciuta per "Frankestein" opera talmente definitiva che nessuno ha né la necessità nè la voglia di chiedersi se costei abbia mai scritto altro, (anche perché, se avesse prodotto altri libri all'altezza ne avremmo avuto giusta notizia).
 Tuttavia io sono sempre curiosa di dare un'occhiata alle opere meno conosciute degli scrittori famosi. Si rischiano enormi delusioni, come Sheridan Le Fanu, che ha prodotto lo straordinario "Carmilla" e una lunga serie di perdibilissimi racconti di fantasmi affatto all'altezza del suo capolavoro, ma si scoprono anche cose gustose, come un Jack London dalle utopie socialiste, uno Swift cannibale, persino un Wilde meno dandy e più politico.
 In biblioteca ho scovato una raccolta di tre storie gotiche della Shelley "Metamorfosi" (trovato nell'edizione de La Tartaruga, ora fallita, e attualmente in commercio per La vita felice), tre bozzetti molto graziosi, benissimo scritti che mescolano molti temi tipici del romanzo gotico.
 Ci sono innominabili creature che stipulano patti con sventati nobili italiani, una penisola italiana al limite dell'esotico, amatissima dagli scrittori romantici, una tragedia dell'agnizione in una Grecia popolata da albanesi pirateschi, isole battute dal vento, rapimenti ed onore ed un filtro dell'immortalità che diventa la maledizione di chi incidentalmente lo beve.
 I racconti non hanno né il fuoco né la sordida tragedia del suo capolavoro, ma sono assai piacevoli da leggere e restano deliziosi bozzetti minori, da gustare in questo Ottobre in attesa di Ognissanti.
 Ps.
 Nella stessa collana, Il piacere di leggere, La vita felice ha pubblicato altre chicche horror romantiche interessanti, tra cui: "Saggio sul diavolo" di Percy Bysshe Shelley, "Angeline o La casa degli spettri" di Zola o "La dama di Urtubi" di Pio Baroja.

"LE SOLITUDINI DELL'ANIMA" di Maurizio De Giovanni ed. Centoautori: 
La grande esca di questa raccolta di racconti di Maurizio De Giovanni, uscita da pochissimo, è l'episodio in cui scopriamo come il commissario Ricciardi ha deciso di iscriversi a Giurisprudenza  (e quindi di diventare poliziotto) invece che ad una materia a lui più confacente: filosofia. Un racconto che non tradisce le aspettative e anzi, fa sperare in un futuro di storie proiettate indietro nel tempo, che ci mostrino un commissario giovanissimo, inesperto e più emotivo. 
 Si inizia a leggere questo libro per lui, si finisce di leggerlo per De Giovanni. 
 Perché, se a prima vista, questa raccolta sembra (e in parte assai probabilmente è), un insieme di esercizi letterari che l'autore ha accumulato negli anni, ad una seconda occhiata ci si rende conto che questi esercizi sono già meritevoli di attenzione. Non hanno ancora la potenza del racconto, la forza dell'intuizione datagli finalmente dal commissario che vede i morti, ma la scrittura e i temi ci sono tutti. 
 C'è una Napoli letteralmente obesa, una città capace di una profonda umanità, ma anche di grandi abissi di perfidia, c'è il tocco sovrannaturale di mogli che tornano dal regno dei morti, suicidi, misteriosi ometti che compiono omicidi di consenzienti ignari, ci sono già omicidi compiuti da donne labili di mente e pericolosissime e c'è il dolore che qui diventa anche e spesso grandissimo rimpianto.
 De Giovanni è uno di quegli scrittori che è un piacere leggere perché si vede che hanno gusto nello scrivere, che gli piace, che scrivono non per stupire, per un'aspirazione letteraria di grandezza o per dimostrare la propria bravura, ma perché piace loro farlo. Sembra una banalità, ma secondo me, scrittori del genere, sono assai pochi. L'ansia di dimostrare qualcosa, sia da parte di chi è incapace (e si loda e sbroda), sia da parte di scrittori e scrittrici bravissimi, ma troppo concentrati su loro stessi, inquina spesso libri potenzialmente belli o almeno piacevoli.
 Con De Giovanni questo non succede, con lui sembra prenda vita quella frase misteriosa che molti scrittori ogni tanto dicono, ma non mantengono: "Scrivo i libri che vorrei leggere." 
 Straconsigliato, come tutto quello che scrive (ormai ha monopolizzato le mie letture).

LA REGINA NEL BOSCO" di Neil Gaiman e Chris Riddel ed. Mondadori:
Attendevo molto questo albo con storia di Neil Gaiman illustrato da Chris Riddell a causa di una delle immagini che ne giravano già da mesi: quella che vedeva una bella principessa addormentata, risvegliata dal bacio di un'altra principessa cavaliere. Non mi ero informata abbastanza bene però.
 La storia di Gaiman è perfettamente nelle sue corde e modella una fiaba non classica usando tutti i mezzi narrativi di un fratello Grimm, tuttavia nonostante tratti temi anche molto importanti, rimane molto una storia per babini.
 C'è una bella regina che sta per sposarsi, ma, per qualche motivo che non riesce a comprendere non ne ha un grande desiderio, così quando le si presenta la scusa per allontanarsi, non si fa pregare due volte. C'è infatti una principessa che dorme da anni innumerevoli nel bosco, bellissima e sotto custodia di una perfida strega. Chi la libererà?
 Baci tra principesse, colpone di scena finale, nani amorevoli e grandissime illustrazioni non rendono però questa storia appetitosa per gli over dodici anni. Da collezione o grandioso regalo di compleanno per under 14.

 E lunedì vi aspetta una puntata tutta nebbia e terrore!

giovedì 15 ottobre 2015

Il grande tabù della maternità. Quando porsi delle domande su una questione di fondamentale importanza è considerato scabroso da tutti, (filosofi compresi) con una grande fantascientifica eccezione fatta di stelle, futuro, simbiosi, scelte e punti di vista radicali.

Quando ero bambina continuavano a regalarmi Barbie e per un certo periodo bambolotti.
Riguardando le foto delle Barbie anni '80 sono morta dalle
risate, fatelo anche voi, aiuterà la vostra serata
 Li detestavo cordialmente. Le Barbie perché non capivo il senso del travestire una bambola, e i bambolotti perché, in certo senso mi inquietavano. Perché dovevo accudire una specie di piccolo essere umano che distava da me solo qualche anno d'età? 
 Complice una schiera di amichette totalmente disinteressate a matrimoni e maternità (alcune di loro, eterissime, rimangono disinteressate alla maternità anche ora e con convinzione),  fino alla fine del liceo di bambini non se ne è più parlato, anche perché tra le mie conoscenze  nessuno ha incidentalmente spupato prima del tempo, cosa che mi fa ben pensare dell'educazione sessuale dei genitori del Lazio. Poi ecco arrivare la soglia dei venticinque anni d'età. Se prima tutti scalpitavano per sapere quando ti saresti laureata o avresti trovato lavoro ecco che la domanda vira pericolosamente verso la fertilità delle masse: quand'è che ti sposi/fai un figlio? 
Pedagoghe che mi leggete, ho delle rimembranze sull'importanza
degli oggetti transazionali per i bambini, però direi che cambiare
il pannolino al proprio oggetto transazionale o stirare per esso, sia
un po' eccessivo.
Il trauma di dover spiegare urbi et orbi se e come e quando una vuole o non vuole fare un figlio,
non è niente in confronto all'innominabile pressione sociale che pretende tu ti riproduca. Non è importante o meno avere ragioni che ti spingono a procreare, l'importante è farlo.
   Se non lo fai o dici che insomma, non è che tu sia molto interessata, vieni accusata più o meno subdolamente di: essere egoista, essere immatura, non aver ancora capito il vero significato della vita, non essere empatica (solo quando diventi genitore, per dire, puoi commuoverti davanti ad un bambino che soffre, pare), non puoi capire niente che rientri nella sfera dell'educazione (i preti però a quanto pare possono, pur essendo uomini e celibi), ti devi dare una mossa, morirai sola, non sai cosa ti sei persa.
 La pressione sociale verso una riproduzione a tutti i costi  passa per parenti, amici e insopportabili meme sui social, accompagnati da interviste a starlette che scoprono la meraviglia dell'allattamento al seno ad oltranza (e se tu donna non lo fai non ami tuo figlio o crescerà male) nonostante fino al giorno prima abbiano dimostrato l'integrità morale di una capra morta.
 Perché, bisogna dirlo, un'altra banalità spaventosa sulla maternità è lo spaventoso assioma: i figli sono una forma di riscatto. Io ho sempre ingenuamente pensato che i figli fossero esseri umani, degni di tale nome e con una loro vita e indipendenza che nulla dovrebbero avere a che spartire con quella dei genitori. Lo diceva bene Gibran (scusatemi se lo cito, magari a molti non piacerà, ma a me, alle superiori, colpì molto):

I vostri figli non sono i vostri figli. 
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di sé. 
Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro, 
E benché stiano con voi non vi appartengono, 
Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri, 
Perché essi hanno i propri pensieri. 
Potete alloggiare i loro corpi ma non le loro anime, 
Perché le loro anime abitano nella casa del domani, 
che voi non potete visitare, neppure in sogno. 
Potete sforzarvi d'essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi. 
Perché la vita non procede a ritroso e non perde tempo con il giorno già trascorso. 
Voi siete gli archi dai quali i vostri figli sono lanciati come frecce viventi.


 Io non ho mai avuto francamente un personale desiderio di diventare madre, tuttavia, come immagino tutte le donne, mi pongo delle domande al riguardo. E scopro che non c'è nessuna libertà nel porsele. 
 Qualsiasi ragionamento sul significato di questa scelta viene osteggiato in modo inquietante. Come puoi avere dei dubbi su una cosa così naturale? Diventare madre è SOLO meraviglioso, chi dopo esserlo diventato non è proprio convinta è una madre cattiva da condannare. Punto.
 Se si pensa che in effetti poche cose al mondo sono più potenti quanto la riproduzione umana, trovo assrdo che così poco la filosofia se ne sia occupata (sarà un caso che i filosofi siano quasi tutti uomini) e che una serie di dubbi, domande, questioni etiche e morali vengano soffocate e demandate alla sfera della pura emotività, peggio ancora dell'arbitrio religioso.Come si può semplificare in modo tanto manicheo un dilemma morale tanto forte?
Octavia Butler
 Si dice che solo guardare la stessa cosa da un punto di vista completamente differente, consenta di vederne le infinite contraddizioni. Ebbene, l'unico genere letterario che finora si è adeguatamente posto delle domande morali di un certo livello sulla maternità è, secondo me, la bistrattata fantascienza. Una delle tematiche maggiori di molte autrici riguarda appunto la riproduzione umana e, visto che rientriamo nel campo della fantascienza, ossia nell'arte di immaginare mondi possibili e (in)verosimili, costoro hanno sviscerato finalmente la questione senza il terrore dell'altrui giudizio. 
Ricordo una bellissima storia di Octavia Butler una delle primissime donne a scrivere di fantascienza con successo e una delle pochissime donne di colore (direte, che c'entra, vi dirò che appartenere ad una minoranza non è indifferente, hai sempre la sensazione di vivere in una specie di distopia), si intitolava "Bloodchild" e parlava di una sorta di agghiacciante simbiosi venutasi a creare tra gli esseri umani e una razza dominante simile agli scorpioni, i Tlic. Essi hanno bisogno di usare gli umani come sorta di incubatrici viventi per le loro uova.
 Sembra "Alien", ma non lo è, perché la storia racconta il momento in cui l'aliena chiede il permesso al ragazzO umano prescelto di ospitare il suo uovo. Lui non vorrebbe e teoricamente non avrebbe scelta, perché su quel pianeta sono gli esseri umani la specie dominata e non dominante. L'aliena gli pone la questione come mutuo scambio: benessere e privilegi in cambio di prole. Vi ricorda qualcosa? 
 In questi giorni ho finito di leggere un libro bellissimo, "Memorie di un'astronauta donna" di Naomi Mitchison (in Italia ed. Castelvecchi), una sorta di diario dell'astronauta Mary (nome non casuale) che vive in un futuro dove l'universo è vasto, popolatissimo, assai esplorato e i rapporti tra terrestri e specie aliene non sono bellicosi, ma piuttosto di reciproca comprensione (almeno nella maggior parte dei casi).
 Mary è una "comunicatrice" una sorta di incrocio tra un'interprete e un'antropologa degli alieni: viene mandata sui pianeti dove le difficoltà di interazione con le specie e le razze locali sono maggiori, cosa che accade abbastanza di frequente. La vediamo perciò comprendere il mondo a più dimensioni di una sorta di creatura caleidoscopica incapace di difendersi da giganteschi insetti volanti che non riescono a mettere a fuoco e fermarsi per anni a contatto con dei pasciuti bruchi perseguitati apparentemente senza motivo da gigantesche malvagie farfalle.
 La non intromissione negli affari interni dei singoli pianeti è un punto fermo degli astronauti  anche davanti a genocidi agghiaccianti come quelli operati da una razza intelligente con cui gli umani collaborano fruttuosamente nonostante essi abbiano la tendenza a sventrare intere popolazioni per nutrirsene sadicamente.
 Mentre Mary vaga tra i mondi, in una vita dilatata all'infinito (agli astronauti è concessa una cosa chiamata "sospensione temporale" che impedisce loro di invecchiare) partorisce numerosi figli con padri diversi, una, Viola, addirittura senza un padre (almeno a livello genetico). 
Gli astronauti, esseri che vagano tra i mondi, eternamente giovani, attratti come calamite dallo spazio profondo (una volta provato a viaggiare non se ne può più fare a meno, tanto che una delle pene maggiori per un astronauta che si macchia di qualche reato è la costrizione eterna sulla terra), non concepiscono più famiglie come le immaginiamo noi, hanno ideato modelli diversi, anche in funzione della prole avuta con specie aliene.
 E la maternità viene sviscerata dalla Mitchson nelle sue molteplici forme e nell'incredibile quantità di riflessioni che essa comporta quando è scevra dall'immagina sacra da cui è avvolta, nascosta da stereotipi, leggende, pregiudizi e miti. 

Mary sperimenta diverse modalità di essere madre: si unisce con un marziano (specie umanoide, ermafrodita, più piccola di noi che comunica congiungendosi carnalmente) che "attiva" un suo ovulo senza però dare apporto genetico e dando vita ad una sorta di creatura clone di sua madre, decide di avere due bambini con lo stesso uomo di cui si innamora, rimpiange di non aver compreso il suo desiderio di averne uno con un compagno di viaggio amatissimo (la sua mente è troppo occupata da un recente contatto con una specie complessa). Ci sono le belle farfalle costrette a riprodursi perdendo la loro potenza e morendo tristemente, esperimenti simbiotici dall'esito sconcertante.
 La riproduzione è un punto focale delle opere di molte altre autrici del periodo, dalla Bradley che ne fa una domanda esistenziale delle sue libere amazzoni di Darkover (che dovrebbero avere un figlio solo quando lo desiderano davvero, per poi scoprire che non è per niente facile capirlo) a Ursula LeGuin, creatrice dello straziante mondo de "La mano sinistra delle tenebre", dove alieni ermafroditi acquisiscono il sesso di appartenenza solo durante il rapporto sessuale stesso (ossia il sesso non è predeterminato a priori ed entrambi possono rimanere incinti).
 Sono ovviamente scenari fantascientifici che però forse consentono di guardare il problema nella sua forma più pura, alla radice: cosa ci dice davvero la maternità? Cosa significa per le donne, per gli uomini, per i bambini, per le società? Perché non siamo abbastanza onesti da farla diventare una delle grandi domande? Perché continuiamo ad ignorarla, come se fosse un grande gigantesco tabù?

sabato 10 ottobre 2015

"I libri che odio cercare", una serie di cartoline dalla libreria sui tomi che mi rendono la vita più difficile e noiosa, maledetti loro.

In questi giorni autunnali moltissime persone si stanno iscrivendo a corsi di lingua (generalmente inglese) di vario genere
I libri per gli infiniti concorsi alle agenzie delle entrate hanno
tutto il mio livore
Molti di loro arrivano con lenzuolate di libri di testo da trovare le cui caratteristiche sono imprecise e precisissime al tempo stesso: assolutamente ignari di ciò che serve davvero per cercare un libro di questo genere (ossia l'amico ISBN), tutti vanno cercando una terza edizione pre-intermediate, senza sapere che esistono 18 libri con queste caratteristiche.
  Infatti essi cercano quella con le soluzioni o senza? Col cd o il dvd? Con allegati gli esercizi o con gli esercizi slegati? Dell'edizione curata da x o da y?
E lì parte una faticosa e noiosissima ricerca del libro giusto (sperando alla fine di azzeccarci). Ci sono dei libri che nonostante l'utilizzo del catalogo (o proprio a causa di esso) sono davvero contorti da cercare e certe volte, quando vedo arrivare qualcuno alla desperada ricerca di un libro di questo genere, mi verrebbe voglia di nascondermi sotto il bancone.
 Sono tutti quei libri il cui titolo è ambiguo, i cui fratelli di tipologia creano equivoci (posso capire quanta gente viene assunta ogni anno tramite concorso all'agenzia delle entrate??) o quelle stramaledette saghe di cui è impossibile capire l'ordine (e si ringraziano tutti gli editori che non lo inseriscono all'interno dei libri). I  clienti generalmente girano il coltello nella piaga: oh, una cosa devi fare, cercare nel catalogo come un automa, e manco quello sai fare??
 Cari miei la vita è assai più complicata.
 Attendo testimonianze di librai/bibliotecari desperadi che elenchino i libri che odiano rintracciare a catalogo!
 "I libri che odio cercare"! Tutti per voi.




Ps. Ho appena scoperto che secondo la Crusca ecc ecc l'acca non si scrive hacca. Pietà.

giovedì 8 ottobre 2015

Chi ha rinchiuso davvero la strega nel bosco? Il topos dell'essere solitario e strano tra gattare, drammi odierni, Shirley Jackson ed Harper Lee. E' il diverso ad isolarsi o siamo noi che ne abbiamo bisogno?

Non molto tempo fa, a Roma i carabinieri hanno trovato morta una ex professoressa nella casa dove viveva da sola. Era deceduta da due anni.
 Nessuno l'aveva cercata, nessun parente l'aveva reclamata. I vicini, sentendo l'odore provenire dall'appartamento avevano chiamato pare l'amministratore, ma non avevano risolto nulla, così, nel dubbio avevano imbottito la porta per fermare almeno in parte l'afrore. Il padrone di casa, ad un certo punto, finalmente decide di sfrattare l'anziana che, a quanto pare, non paga l'affitto da un bel po'. Si reca lì coi carabinieri e niente, l'anziana era cadavere da anni, caduta a terra e mai più rialzatasi. 
 Sembrerebbe una storia di solitudine come ce ne sono altre, ma, in questo caso, c'è una variante: la signora in questione non era solo sola, era, a detta di tutti gli inquilini del palazzo e degli ex colleghi di scuola, una persona molto strana. 
Era, questa signora, stando alle parole dei giornali e dei pochi che la conoscevano anche solo di vista, un personaggio da romanzo: solitaria, religiosissima, inseriva eserciti di santini nelle buche delle lettere e sui parabrezza, lanciava oggetti dalla finestra. molto fragile, senza parenti stretti, proveniva da un sud Italia che non l'ha mai più reclamata ed era stata mandata in pensione anticipata a causa di un suo problema alle gambe. Questo ovviamente è il racconto dei vicini, non necessariamente la realtà, ma spesso i ricordi che riguardano una persona possono dirci molto non tanto della persona quanto su chi ricorda, sulla sua percezione degli eventi.
L'archetipo dello strano solitario è così forte che esiste persino
un personaggio dei Simpson che, tra l'altro, si scopre, ha una
storia triste e complessa
 Mi ha fatto tornare alla memoria questa signora, la vicina di casa di cui mi raccontava un mio collega: una donna che lasciava le finestre spalancate per far entrare orde di piccioni, non puliva mai e viveva con una dozzina di gatti in un bilocale, lasciando che il pianerottolo brulicasse di animali disgustosi. Il collega aveva dovuto cambiare appartamento.
 E mi ha ricordato quando, alle scuole medie, (età infelice durante la quale dovremmo essere tutti presi per la collottola e sgrullati), dopo gli scrutini andammo con altri della mia classe a scampanellare insistentemente a casa della professoressa di educazione tecnica, una donna che mal sopportavamo e trovavamo stranissima.
 Anni dopo seppi che non era strana, aveva solo un marito in casa che le stava morendo sotto gli occhi.
 La vita e i libri sono pieni di questo personaggio ricorrente, una sorta di archetipo fiabesco: l'essere solitario di cui nessuno sa nulla e che si rintana tra quattro mura, (o nel bosco) inseguito da dicerie e pettegolezzi sempre crescenti che crea una sorta di leggenda nera senza fonti. 
 Un topos che risponde a quello della strega solitaria nel bosco, ricettacolo di molti nostri timori, che infatti ha sempre avuto grande fortuna nei film e nei libri a tema horror  (ricordate "Il mistero della strega di Blair" o la strega di Hansel e Gretel?).
 Oppure, una sua interessante variante sul tema trova  la sua più completa realizzazione in uno dei più bei romanzi americani che affrontano il tema del diverso, del pregiudizio e dell'emarginazione con una maestria difficilmente replicabile: "Il buio oltre la siepe" di Harper Lee.
 Questo libro bellissimo presenta una serie di personaggi peculiari, accumunati da una serie di varianti dalla realtà comunemente accettata a partire da Atticus, rispettabile avvocato bianco certo, ma padre single di due bambini scalmanati, soprattutto la femmina, non certo signorina come la morale comune vorrebbe. 
 Poi c'è il diverso per eccellenza, il cattivo predestinato dalla società: Tom Robinson, uomo di colore, accusato di stupro da una ragazza bianca, e automaticamente colpevole. Tom non è neanche un essere umano, è un pregiudizio che cammina, qualcuno che non ha dignità di persona o possibilità di dimostrare davvero chi sia, lui è presignificato dal suo colore di pelle.
 E infine c'è lui Boo Radley, un uomo solitario che vive chiuso in casa e che i ragazzini dileggiano convinti che sia pazzo o strano o cattivo. Non hanno un motivo preciso per crederlo, se non una serie di considerazioni che li portano a quella conclusione: perché Radley si comporta in un modo così poco socialmente accettato? 
 Una persona che non si adegua ha per forza qualcosa che non va. Del resto, il modo in cui non tutti comunemente viviamo è talmente bello, così imperdibile e favoloso che chiunque non accetti di farne parte non può che avere qualche rotella fuori posto. O no?
 Boo Radley e l'anziana morta a Roma sono accomunati da una stranezza inaccettabile: non vivono come noi. 
E questo è qualcosa che si paga in qualche modo nella nostra società così crudele, così rigida, così bisognosa di contenere tutti in un ruolo preciso per sentirsi in qualche modo rassicurata. A nessuno interessa cosa abbia spinto queste persone a prendere una decisione del genere, se un evento drammatico, una fragilità interiore, una volontà precisa e inaccessibile. 
 Per questo diventa doppiamente interessante un libro come "Abbiamo sempre vissuto nel castello" di Shirley Jackson, un horror che non meriterebbe questa classificazione perché, dal mio punto di vista, nella sezione horror andrebbero messi i libri in cui la crudeltà appartiene al sovrannaturale non agli esseri umani.
 Non è un libro che dà risposte semplici quello della Jackson, nessuno dei personaggi coinvolti è innocente, però descrive bene in che modo possono crearsi leggende nere, superstizioni, crudeltà di branco che i singoli non ritengono tali perché parte di un sentire comune. Se tutti sono crudeli infatti distinguere il bene dal male diventa doppiamente difficile. Lo abbiamo visto nella storia, lo vediamo nella società, lo vedono doppiamente i discriminati dalla società.
 Cosa crea un odio profondo e di massa?
La prima traduzione italiana del titolo
"Così dolce, così innocente" dava una
chiara misura del fatto che non si era
capito di cosa parlava davvero il libro
 Il libro della Jackson si apre con un'esca narrativa fenomenale: un'intera famiglia, pochi anni prima, è morta avvelenata mentre cenava. Unici sopravvissuti: uno zio da allora invalido e due sorelle, Constance, bellissima e all'epoca accusata del delitto, e Mary Katherine, una creatura stranissima, vaga e poco presente a sé stessa, non si capisce se per sua natura o per il trauma subito anni prima.
 Il paese, nonostante non abbia subito alcun danno da quella che fu una tragedia familiare, le odia e le dileggia, le copre di insulti e vorrebbe che si allontanassero dalla cittadina. Le due rispondono all'odio rintanandosi in una vita idilliaca composta da cibo delizioso, rituali sempre identici e un forte affetto reciproco. L'atmosfera del libro è quella di un'attesa cattiva, un silenzio carico di odio.
SPOILER
 L'equilibrio, fragile, si rompe quando irrompe un cugino arrivista, avido e perfido a sua volta, Charles, interessato ai beni di famiglia e al denaro che le due nascondono.
 E poi ecco un grande incendio, un linciaggio di massa, un paese che impazzisce in preda ad un odio senza motivo, verso qualcosa che percepiscono come sbagliato, una frattura nella tranquillità cittadina che non possono tollerare, e accade l'irreparabile.
 Le due ragazze si sbarrano letteralmente in casa, sbalzate con violenza fuori da una società in cui si sentivano in grandissima difficoltà già prima di viverne l'odio. Resistono ai vaghi accenni di pentimento di alcuni, agli amici dei genitori che tentano, per dovere, di aiutarle e pian piano il loro silenzio parla agli abitanti. Se si sono rinchiuse lì dentro hanno qualcosa da nascondere: segreti, denaro, riti magici.
 Il male compiuto su di loro viene dimenticato e da vittime diventano di nuovo invisibili carnefici. 
FINE SPOILER
 Chiunque non si adegui, ha qualcosa da nascondere, chiunque devii dalla normalità è una mina nelle nostre certezze, chiunque ci ponga un interrogativo su noi stessi è un pericoloso sovvertitore di quella che altrimenti sarebbe una vita tanto tranquilla.
 Una vita tranquilla, in un palazzo tanto tranquillo, con persone che preferiscono bloccare porte che sanno di cadavere invece di spalancarle, con segreti che devono rimanere sigillati , dolori che non bisogna lasciar trapelare dietro una facciata di tranquillità.
 Altrimenti, se gli altri si accorgono che qualcosa non va, che non siamo come loro, la strega nel bosco, Boo Radley, Constance e Mary Katherine rischiamo di diventarlo noi. 
 E forse anche per questo ci fa comodo caricare queste persone di una serie di significati spaventosi, inenarrabili stranezze: sono lo spettro di quel che temiamo, un nostro fantasma, da prendere a sassate, dimenticare, bruciare, sperando che in qualche modo svanisca.

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