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martedì 22 novembre 2016

Lo scrittore che fa sangue. Quando gli scrittori hanno rubato il cuore di schiere di lettrici (e lettori), ammiratrici, groupie e fangirl. Da Socrate a Byron, fino al nostro moderno pantheon italico.

 In questo periodo concitato, mi sto appassionando, come mai mi è accaduto prima, ad Harry Potter.


Complici malanni vari e stanchezza da fine, io e la mia dolce metà stiamo passando praticamente tutti i sabato sera a casa e, fortunatamente per noi, in tv hanno deciso di passare l'intera serie di film (tra l'altro io ho una sorta di firewall che mi impedisce di andare oltre il quinto film, motivi vari mi hanno sempre precluso la visione dei successivi, vediamo se sfato la maledizione).


 Oltre a notare che Hogwarts ha un turn over di insegnanti e supplenti che nulla hanno da invidiare alla scuola pubblica italiana, nel secondo film faceva la sua comparsa Kenneth Branagh nei panni di Gilderoy Allock (nella nuova traduzione non so come l'hanno chiamato, ma, con tutto il rispetto per Bartezzaghi ho trovato l'idea di cambiare in modo purista tutti i nomi, assolutamente senza senso).

 Se vi ricordate, la madre di Ron ed Hermione rimangono completamente estasiate dal biondo capello e dal sicuro cipiglio del bellimbusto intento a presentare i suoi appassionanti libri di avventure.

 Ebbene, l'autore belloccio o comunque incanta-lettrici, è un archetipo molto vivo nell'immaginario femminile (etero) attuale.

 Esattamente come il libraio che fa sangue, anche lo scrittore ha ottime probabilità di riuscirci, sia nelle trame di romanzi vari ed eventuali, sia dal vivo.
 Di certo, numerosi fattori cospirano affinché ciò avvenga: un uomo piacente e/o affascinante, dedito alla scrittura, promette una profondità e sensibilità che si tende a non attribuire (anche per pregiudizio) al villoso uomo dedito ad a lavori normale come il tipografo o il fornaio (se ben ricordate, anche il buon de Gregori, per descrivere una donna poco sensibile usava la temibile perifrasi "ha un cuore da fornaio").

 Inoltre c'è sempre l'effetto groupie, che in genere non esiste nel mondo delle donne di successo.

 Se un uomo dimostra del genio, non si sa se c'entri la famosa faccenda dello scremare l'ideale padre dei figli, non si sa se bisogna tirare in ballo l'idea millenaria (e difficile da distruggere anche in parte del genere femminile) che noi donne si arrivi al successo sposando qualcuno di successo, fatto sta che in genere ha un nutritissimo seguito.

 E gli scrittori non sfuggono al teorema.

 Questo lungo preambolo è per giustificare questo post a cui penso da tempo: gli scrittori che nei secoli hanno fatto più strage di cuori sul loro cammino.

 Ovviamente si fa per scherzare, ma chissà che non scopriate libri, scrittori o cose realmente avvenute che vi sono sfuggiti!


SOCRATE IN MODALITA' GATTAMORTA:

Socrate
 Ok, tecnicamente Socrate non andrebbe inserito qui perché non ha lasciato nulla di scritto, ma lo inserisco ugualmente perché è grazie ad un altro suo avvenente allievo, Platone,( il cui vero nome era in realtà Aristocle, ma avendo "spalle larghe" i greci buongustai trovarono giusto cambiarglielo) che conosciamo il suo pensiero e le sue numerose conquiste.

 Ciò che si sa, è che Socrate aveva una moglie, Santippe, passata alla storia come una rompiscatole di prima categoria.

  In realtà, povera donna, doveva vedersela con un esercito di amanti, donne e uomini, incantati dall'intelletto di un uomo che la storia non vuole proprio uno splendore. 

 Un esempio si trova in quel capolavoro che è "Il Simposio".

 Socrate se ne sta pacifico sul suo triclinio a discutere della vera natura dell'amore, Aristofane (il commediografo proprio lui) disserta creando il celebre mito che vede gli uomini alla perenne ricerca della propria metà, un tempo attaccata alla propria schiena e poi perduta a causa degli dei invidiosi e gli altri a turno intervengono.

Poi, ad un certo punto, una vera scena da applausi.

 Arriva Alcibiade, generale ateniese, conosciuto per la sua avvenenza (e in seguito per una serie di eventi all'interno Atene vs Sparta tra cui "Lo scandalo delle erme", assurdo scandalo che vide la mutilazione dei genitali maschili delle "erme" cittadine, delle statue sacre che erano sostanzialmente dei pilastri sormontati da una testa ben scolpita e con i genitali), allievo di Socrate, che fa una pubblica piazzata perché, nonostante tutti i suoi tentativi, non riusciva a diventarne l'amante. 

 Il pezzo è favoloso, Alcibiade racconta tutti i suoi vani tentativi per farsi notare, dagli esercizi di ginnastica assieme, alla lotta da soli, loro che dormono vicini e Alcibiade lo invita a dargli una possibilità, mentre Socrate replica gattamorteggiando "Guarda, sei bellissimo fuori e se permetti io sono bellissimo dentro".

 Vi sembra surreale? Eccovi un pezzo (poi leggetevi il Simposio, capolavoro assoluto, greci popolo fantastico, altro che occidente progredito degli anni 2000):

"[Alcibiade sta parlando a tutti dei suoi infruttuosi tentativi di seduzione del buon Socrate]Quando dunque, o amici, si spense il lume e i servi furono usciti, mi parve che non fosse il caso di fare il sottile con lui, ma di dirgli liberamente quello che pensavo. Cosí lo scossi e dissi: “Socrate, dormi?”. “No” mi rispose. “Sai cos’ho pensato?”. 

“Che cosa mai?” disse. “Ho pensato – risposi – che tu se l’unico amante degno che io abbia e vedo che esiti a dichiararti. Ora, io la sento cosí: ritengo che sarebbe del tutto stupido se non ti compiacessi anche in questo come in tutto quello di cui tu avessi bisogno, dei miei beni e dei miei amici.  
Per me nulla è piú importante che divenire quanto è possibile migliore, e io credo che per questo nessuno mi può essere di piú valido aiuto che te. E certo di fronte alla gente che sa mi vergognerei di non concedermi a un uomo come te, molto di piú che di fronte al volgo ignorante, se ti compiacessi”.  
Egli mi stava a sentire e poi, con quella solita aria innocente ed ironica, tutta sua: “Mio caro Alcibiade – disse – rischi di non essere affatto sciocco se per caso son vere le cose che dici di me e se c’è dio sa quale potere in me che ti potrebbe rendere migliore. Ecco tu vedresti in me una irresistibile bellezza del tutto incomparabile pure alla grazia delle tue forme: se avendola scoperta cerchi di appropriartene barattando bellezza con bellezza, miri a guadagnarci non poco alle mie spalle! Via, in cambio di una bellezza apparente tenti di guadagnarci una bellezza vera e calcoli, alla lettera, di scambiare “oro con rame”.


D'ANNUNZIO SIRENETTO:

 Quinta superiore. 

La professoressa di italiano fa girare per la classe un libro di non ricordo quale argomento, ma che genera in noi alquanto sgomento: nelle fotografie al centro ecco che appare lui, sdraiato come un sirenetto con tutte le grazie al vento, il vate D'Annunzio.

 Non era un belvedere, in nessun senso, ma una di noi conosceva la celebre diceria per cui il poeta, al colmo della perversione, si era fatto estrarre due costole per diciamo soddisfarsi in solitaria. Non ho mai approfondito e non lo farò adesso.

 Quello che ci colpiva, in ogni caso, era l'impressionante stuolo di conquiste del buon Gabriele tutte nobildonne altolocatissime che gli morivano dietro. 

 Sorta di fanclub aristocratico a cui attingeva con poca discrezione e molto gusto, immagino farebbe impazzire le sciure bene anche della nostra epoca. 

 Si sa che Eleonora Duse fu uno dei suoi grandi amori e instaurò con lui uno di quelle deliranti relazioni che alla lunga logorano chi ce l'ha.

 Altresì, celebre fu il rifiuto della pittrice Tamara de Lempicka che lui tentò inutilmente di arpionare.
  Non era più un avvenente e irriverente giovane abruzzese e i denti marci non aiutarono l'impresa.


SCANDALOSO BYRON:

 Quando si pensa a un poeta maledetto ecco che la prima immagine è la sua: Byron.

 Il poeta romantico per eccellenza (NB. Se vi chiedono di immaginare una poetessa maledetta cos'è che sale alla vostra mente? Cose non lusinghiere immagino), morto giovane, sempre in viaggio per l'Europa, alla disperata ricerca di un'avventura e di nuove passioni, preso nel gorgo di amori ambosessi tempestosi e mai definitivi.

 Nell'ingessatissima società inglese, Byron si guadagnò una pessima fama, ebbe una storia con la sua sorellastra (e anche una figlia), mieteva gentiluomini col suo fascino (e anche accuse di immoralità varia) e si accasò insensatamente con una nobildonna appassionata di matematica.

 Dalla loro infelice e breve unione nacque Ada Lovelace, una delle madri dell'informatica, (sua madre la condusse disperatamente sulla strada delle scienze, terrorizzata che seguisse l'esempio paterno).
 Sempre in viaggio, destò la passione, fortissima e disperata, della sorellastra di Mary Shelley, Claire Clairmont, da cui ebbe la sua terza figlia e che mai si rassegnò alla fine della loro storia.

 In Italia, conquistò il cuore di una giovane contessina che però non poteva frenare la sete di vita e di conquista del poeta che ebbe il tempo, prima di morire, di andare in Grecia e far strage di cuori locali (generalmente maschili).

 Personalmente ho i miei seri dubbi che una personalità tanto eclettica sarebbe ben vista anche nel nostro mondo attuale, pericolosamente volto a una moralizzazione dei costumi sempre più soffocante.
 Intanto, te la sei goduta, Byron!


SARTRE E IL MIELE ADDOSSO:

 Sartre è la  prova provata che l'avvenenza non necessita necessariamente un viso accattivante.

 Leggendo l'autobiografia di Simone de Beauvoir che fu sua compagna di vita dall'università fino alla morte in un rarissimo esempio di coppia aperta riuscita, si evince che monsieur Jean Paul aveva, come si suol dire dalle mie parti "il miele addosso".

 Voi direte, vabbeh, il fascino dell'esistenzialista famoso, macché Jean-Paul rimorchiava ben prima di dare alle stampe "La nausea" e con una facilità che aveva dello sconcertante.

 Si trattava, immagino, dello stesso fascino che si attribuisce a Zelda Fitzgerald che dalle foto sembra una donna graziosa, ma senza particolare charme, ma che invece, dal vivo, aveva quel certo non so che, che la rendeva irresistibile e la pellicola non riusciva in alcun modo a catturare.

 Com'era e come non era, se da giovanissimo le donne stentavano a resistergli, la processione di donzelle continuò fino alla morte, come descritto da una Simone de Beauvoir in modalità "che mi tocca fare" ne "La cerimonia degli addii".

 L'esistenzialista, ben lungi dal riguardarsi, sbevazzava e si intratteneva con donzelle in adorazione, nonostante le rimostranze di Simone.
Sex symbol alternativi.


IL MAGICO PANTHEON ITALICO CONTEMPORANEO:

Alessandro D'Avenia in modalità principe delle fiabe
 Spremetevi le meningi e ditemi se vi viene in mente il volto di una scrittrice italiana. Forse, immagino, Michela Murgia e Susanna Tamaro. Fine.

 Se vi nomino: Andrea De Carlo, Marco Cubeddu, Alessandro D'Avenia, Niccolò Ammaniti e Paolo Giordano, scommetto che improvvisamente si accenderanno molti campanelli e non casualmente.

  Essi rappresentano tutti, a modo loro, l'archetipo dello scrittore italiano giovane/di mezza età che tanto attecchisce nell'immaginario di quell'essere mitologico e avido lettore che abbiamo imparato a conoscere in questi anni sul blog: la sciura.

 De Carlo (assieme ad Alessandro Baricco, non dimentichiamolo) è stato un po' il precursore delle sciure in modalità fangirl.

Andrea de Carlo
 Maglione a collo alto o maglietta della salute nera d'ordinanza, sguardo che promette mondi interiori sconosciuti, pose plastiche col viso sfuggente e lo sguardo perso di chi sa.

 La storia d'amore con Eleonora Giorgi, dev'essere stato il tocco da maestro nell'immaginario di molte: la donna di spettacolo e lo scrittore ombroso, proprio come un film, o un libro.

 I suoi degni epigoni sono il boccoluto professore Alessandro D'Avenia, il giovane vincitore di premio Strega Paolo Giordano e il wannabe dandy Marco Cubeddu.

Cubeddu by Eva Poison
Se i primi due era difficile ignorarli, il terzo mi è stato disvelato da Pechino Express ed è interessante avendo un papabile bacino di fangirlanza completamente diverso. D'Avenia e Giordano rientrano sempre nel magico mondo della sciura e delle loro figlie, così perbene, così biondi, così profondi.

 Cubeddu si propone invece in modo pop: barba incolta, iban sulla maglia, scrive libri pulp, ma dirige (ebbene sì tenetevi forte) la rivista "Nuovi argomenti".

 Tocca quindi il cuore delle lettrici sensibili al fascino indie, da nicchia, da fuori classifica, ma con stile e menzione speciale.
 NB Avendo un passato da pompiere precario, ho scoperto che ha anche un suo nutrito gruppo di fan nella comunità gay.

 La variabile psicologo.
Non esattamente scrittori, ma anche loro dotati della bacchetta magica della conoscenza dell'animo umano, gli psicologi, se dotati di un presente adeguatamente fascinoso, possono avere un seguito che non ha nulla da invidiare agli scrittori.

Massimo Recalcati
 Precursore assoluto fu Raffaele Morelli che in uno dei suoi ultimi libri ha commesso l'errore di mettere in quarta di copertina una sua foto allo stato attuale, ossia assai invecchiato. 
 Non c'è nulla di male a farlo, ma assicuro che lo stacco dalle foto precedenti era tale da far rimanere basita più di una sciura. 
 Ora ha recuperato e ha messo foto più capisco non capisco.

 Attualmente una stella brilla fulgida nei cuori delle sciure più sensibili: Massimo Recalcati. 

 Le sue presentazioni sono affollate da queste sue coetanee tirate a lucido, col capello fluente e l'aria grave di chi cerca il Lacan dentro di sé e pensa di aver qualcosa di profondissimo da offrire.
 Altro che rockstar.

Ovviamente si fa per ridere. Se anche voi avete sex symbol da proporre nel pantheon degli scrittori passati, presenti e futuri, testimoniate pure!

venerdì 29 luglio 2016

Storia di una rubrica che fu e che ogni tanto è ancora (e tre sugosi suggerimenti). Piccoli libri per piccoli tragitti: debuttanti fresche di campagna by Alcott, inquietanti paesi di soli ciechi by Wells e cortigiane molto moderne by Luciano di Samosata.

 All'inizio della mia vita da blogger, quando avevo una mezza idea di dover rendere tutto più coerente e sensato, avevo deciso di seguire parte dei consigli che si danno a qualsiasi novello digitatore di tastiere. 
  
Il primo consiglio, che era precedente al mantra "Content is the King" era una specie di anatema da cui sembrava che neanche Gandalf potesse salvarti: qualsiasi cosa tu avessi intenzione di fare dovevi assolutamente ricordare che mai e poi mai un post avrebbe dovuto superare una determinata lunghezza.
 Il motivo era insito addirittura nella natura stessa dell'internet: la gente che naviga ha una capacità di concentrazione degna di un criceto e in ogni caso legge a spizzichi e bocconi quando ha tempo.

  Quindi, baby, datti una regolata.

 Il secondo consiglio,  da cui sembrava proprio non si potesse sfuggire era la periodicità.
 Non la costanza (cosa effettivamente fondamentale), ma l'idea che si dovessero per forza impostare i contenuti in modo da "fidelizzare" il lettore. Il venerdì fai questa rubrica, la domenica fanne un'altra, riposa il giovedì eccetera.

 Così insomma, la gente si sente rassicurata e il mercoledì verrà proprio a cercare quel ghiotto articolo che ha atteso per tutta la settimana.

  (i miei primi post infatti sono corterrimi rispetto agli ultimi), per il secondo ci ho provato, ma immediatamente ho dovuto vedermela con un enorme scoglio: io non mi ricordo mai che giorno è.
Ho cercato di seguire il primo consiglio per qualche mese

 Già di mio non sono stata una grande amica del calendario, ma come saprà chi lavora su turni, quando il concetto di fine settimana è morto e lavori pure di domenica, è un attimo che non sai più che anno è che giorno è. 

 Priva di una periodicità nella vita reale, pretenderla da quella virtuale era abbastanza impossibile.

 Eppure all'inizio avevo tentato di cadenzare qualche rubrica, tra cui Rieduchescional Libraia (sulle follie della storia del libro) e "Piccoli libri per piccoli tragitti", che era anche una cosa sensata: consigliavo libri piccolini e leggeri da leggere e trasportare agilmente in caso di brevi viaggi.

 Sono ormai secoli che si sono perse le tracce di entrambe le rubriche, ma in quest'ultimo mese mi è capitato di adocchiare alcuni libri adattissimi ai Piccoli libri per Piccoli tragitti e anche se sono conscia (e spero per voi) che Agosto is coming e farete viaggi di ore per raggiungere gli amati luoghi vacanzieri, ho deciso di proporvi un triplete per tutti i gusti.
 E insomma, eccovelo, tutto per voi!

DIALOGHI DELLE CORTIGIANE di Luciano di Samosata:

 Sono giorni che la gente non fa che commentare "Temptation Island" un reality show trash fuori tempo massimo che, se ho ben capito, mette delle coppiette su un'isola e boh tenta di farle lasciare innescando delle tentazioni endogamiche. 

Esso è Gordo
 Non che abbia amici che seguono 'sta roba, ma qualche mese fa trovai carino un video di uno youtuber ora molto di moda, tale Gordon, che prende per i fondelli le ragazzette odierne e ho iniziato a guardicchiarne uno ogni tanto.

 Ha un certo gusto del ridicolo e alcuni sketch sono graziosi (oltre all'encomiabile fatto che non ha tema di vestirsi da donna in ogni dove), ma ha sviluppato una passione per questo programma che ha portato alla luce, nei commenti, l'odio per le donne insito in molte donne.

 Diciamocelo, spesso molte appartenenti al genere femminile riescono ad essere più cattive e piene di pregiudizi verso le loro simili di quanto non lo siano gli uomini. 
 Diceva un antico adagio che "le donne sono le più grandi custodi del patriarcato" e senza volerlo scomodare per direttissima, diciamo che la sequela di insulti in stile "E' una cagna, è una tr*ia, è una donna di facili costumi in tutte le sue declinazioni" fa parte di questo magico mondo. 

Quello in cui un uomo che tradisce la fidanzata al massimo è un imbecille, mentre una donna, bene che le va, è una poco di buono.

 Farebbe bene alle masse leggere questo graziosissimo libro, i "Dialoghi delle cortigiane" proveniente direttamente dall'antica Grecia e che dimostra tuttora una freschezza e una modernità incredibile. 

 Come molti ben sanno, nell'antica Grecia generalmente le donne erano ficcate dentro al gineceo vita natural durante e uscivano in ben poche occasioni (poi con le dovute differenze di luogo, ceto e ruolo), alcune tra di loro però avevano un campo d'azione ben più vasto: le cosiddette cortigiane.

 Un po' diverse dalle prostitute, erano un incrocio tra quello che definiremmo una escort e una mantenuta. Donne quindi che avevano un rapporto duraturo (di varia natura) con uomini che le pagavano e di tanto in tanto promettevano persino di sposarle.

 Le circostanze da cui scaturivano tali rapporti erano molto articolate (e quasi mai esclusiavamente faccende di denaro) e somigliano di dialogo in dialogo ad una sorta di "Sex and the city" ante litteram.

  Si scopre infatti che queste cortigiane avevano gli stessi problemi delle ragazze di adesso: amanti che giuravano amore eterno e poi sparivano, amanti che promettevano di lasciare le fidanzate e non lo facevano, gelosie, ansie, tentativi vari di tenersi strette il proprio uomo, relazioni un po' troppo manesche, persino relazioni lesbiche!

 Vivevano, molto più libere delle "donne perbene", una vita all'insegna dello stigma sociale eppure affatto triste, anzi, avventurosa, piena di passione, di dubbi, di amori e di vita.
  E la cosa interessante è che prima di mettere la testa a posto, volenti o nolenti, gli uomini le preferivano di gran lunga alle recluse ragazze dei ginecei, pure e silenziose, lontane dal mondo e accondiscendenti, pallidi fantasmi senza voce, come la maggior parte delle donne nella storia.

 Cosa insegna tutto ciò? A leggere i classici, a smetterla di insultare il prossimo e a sospendere il giudizio morale sulla vita amorosa e sessuale altrui, che, diciamoci la verità non ci dovrebbe riguardare né ora né mai.


NEL PAESE DEI CIECHI di H. G. WELLS:

 In un mondo pre-radar, pre-aeroplani, pre-esplorazioni spaziali, in cui insomma un po' di mistero geografico aveva ancora ragion d'esistere, fiorivano libri, generalmente utopie, su luoghi sperduti e inaccessibili, generalmente incastonati tra le montagne.

 "Erewhon" di Butler,il mondo senza tecnologia, aveva tale  collocazione, come anche "Terradilei"di Charlotte Perkins Gilman, un luogo dove gli uomini erano scomparsi e le donne avevano messo in piedi un matriarcato virtuoso e si riproducevano per partenogenesi.

 Assai simile dal punto di vista naturalistico, ossia, clima mite, ampie e verdi vallate, assenza di bestie feroci e fertilità della terra, è il paese dei ciechi perso sulla Cordigliera delle Ande in cui Wells ambienta questa novella.

  Un uomo, Nunez, riesce a ritrovare questa popolazione separata dal resto dell'Ecuador e caratterizzata dalla cecità: tutti gli abitanti sono non vedenti da generazioni e questo ha condizionato il loro stile di vita in tutto e per tutto.
 Convinto, grazie a quello che Nunez considera il vantaggio della vista, di riuscire a dominarli in una sola rapida mossa, si renderà presto conto che in un paese in cui la maggioranza ha costruito un sistema sociale, organizzativo e persino religioso tarato sulle proprie esigenze, vedere è un malus è non un plus.
 Ciechi, ma con un udito sviluppatissimo, la popolazione tratta Nunez come un idiota che crede in luoghi, dei e cose che non esistono, come la vista appunto. Tentano di indottrinarlo, ma si convincono di avere a che fare con una causa persa, almeno finché egli non si innamora di una bella ragazza locale.

 Racconto straordinario per gli innumerevoli livelli di interpretazione.
 I ciechi credono pazzo chiunque tenti di dar loro spiegazioni alternative perché non prendono neanche in considerazione l'idea di un'alternativa.
 Esiste solo una via, retta, giusta e innegabile, chiunque non la segua è pazzo o idiota. Un'idea che hanno in molti in questo triste mondo malato.

 Altra peculiarità, l'idea malsana che questo mondo sia organizzato a misura di essere umano. Errore.
 Il nostro mondo è organizzato a misura dell'essere umano finora dominante nella storia: maschio, in buona salute e mediamente giovane.
 Un pensiero che faccio spesso quando vado all'Ikea e non riesco ad alzare i pacchi dei mobili.
 Mi chiedo sempre: se il mondo fosse abitato solo da donne, non avremmo trovato da tempo un modo per rendere le cose più leggere, non le avremmo progettate per rendere tutto più funzionale per persone più piccole e meno in forze?
 Tutto ciò che esiste è funzionale certo, ma non per tutti, è funzionale per la maggioranza che esercita il potere (o lo ha esercitato per lungo tempo).

 Nunez pensa che la sua vista sia un immane vantaggio e invece in un mondo in cui tutto è basato sull'assenza di tale senso, si ritrova presto schiavo, fisicamente e psicologicamente. Gli occhi, arriva a pensare, valgono davvero? Ha senso vedere? Non rappresentano solo un intralcio alla vita "normale"?
 Favoloso, da leggere per rimuginare tutto il pomeriggio passeggiando sulla spiaggia. 

IL DEBUTTO DI DEBBY di Louise May Alcott:

  Louise May Alcott autrice che ogni ragazzina da qui a non so quante generazioni precedenti ha avuto come rito di passaggio, per quanto ci possa apparire straordinario, non ha prodotto solo i quattro libri della saga di "Piccole donne".

 Come si vede nel film in cui una Winona Ryder non ancora caduta in disgrazia impersona Jo (alter ego per molti versi della Alcott), prima di dedicarsi alle sorelle March aveva tentato la strada del romanzo gotico e un po' torbido (di cui trovai traccia in biblioteca riesumando "La donna di marmo").

 In generale Louise meriterebbe di essere riscoperta in toto perché fu una scrittrice sagace e ironica, per certi versi molto simile alla Austen.
 La somiglianza diventa straordinaria in questo grazioso racconto che vede protagonista una deliziosa ragazza di campagna non ancora intaccata dal demone della leziosità. Invitata dalla zia arricchita a passare un'estate al mare con lo scopo di procurarle un ottimo partito, si ritroverà precipitata in un mondo che trova da un lato folle e un po' falso, dall'altro indubbiamente attraente: quello dell'alta società in annoiata vacanza.

 In un gruppo di persone che si conosce dalla più tenera età e si frequenta in continuazione tutto l'anno, microscopico circolo parecchio stantio, lei spicca per freschezza e genuinità. Tutto quello che potrebbe maleducata è fonte di salutare  e i pretendenti, incantati dalla novità fioccano come neve a gennaio.
 La zia è ovviamente compiaciuta, la nipote sotto sotto anche, ma non è che si trovi proprio a suo agio circondata da damerini.
 Un bozzetto per chi ama crinoline, corteggiamenti di altri tempi, romanticismo, sano protofemministo con molte balze e ovviamente la buona, buonissima scrittura.

martedì 3 maggio 2016

E se la storia fosse un grande racconto sospeso tra il fantastico e il reale? "ll libro delle meraviglie" di Flegonte di Tralle, storico antico sospeso tra Quentin Tarantino, i fantasmi, Gesù Cristo e molti mondi.

 Mio padre ama da impazzire DMax, una di quelle tv sorte dal digitale terrestre che fanno programma apposta per uomini tipo robe sul barbecue, macchine, reality su gente che confisca macchine in sosta vietata e, a parte Chef Rubio, non so che altro.

Volevo postarne molte altre, ma mi facevano tutte troppa paura
'ste foto vintage strane sono peggio del video di "The ring"
 Una delle ultime volte che sono andata a casa, siamo stati mezz'ora a vedere un'orrenda top ten dei video più visitati su youtube, una sorta di coacervo di casi umani che si spaccavano uova in testa procurandosi ferite, cretine che cercano di fare le make up artists e si danno fuoco ai capelli e una tipa (poi risultato un fake) che, nel tentativo di fare una verticale spaccava un tavolo e si dava fuoco a una gamba.
 Capirete da queste descrizioni che youtube è praticamente il circo degli anni 2000, anche se noi facciamo finta di indignarci per il circo vero e ci riteniamo ormai sociologicamente superiori ai nostri avi che, orrore, accorrevano all'esposizione di rreaks di ogni genere: gemelle siamesi, donne ipertricotiche, uomini e donne, poveretti, di etnie lontane e perciò, per noi favolosi.

 Questo insegna una cosa sola: la passione e la fascinazione per quel che consideriamo "mostruoso" e il perturbante, accompagna il genere umano da sempre e probabilmente non ce ne libereremo mai.
 A conferma di questo vi propongo questo piccolo meraviglioso libro che non a caso si chiama "Il libro delle meraviglie" di Flegonte di Tralle, uno storico greco proveniente dall'attuale Turchia che visse in età imperiale, nel II sec. d.C. e che è rimasto famoso e stracitato da chiunque per una sua meraviglia di cui purtroppo non conserviamo il frammento originale.
 Parlò infatti di alcuni incredibili avvenimenti occorsi durante un olimpiade e che molti storici successivi collegarono al momento della morte di Gesù Cristo.


 Parlò infatti di un'eclisse completa e ci fu anche un terremoto contemporaneo esattamente come descritto dai vangeli sinottici. 
  Una trama che neanche il Dan Brown più rocambolesco avrebbe mai osato azzardare.

 Ma la citazione è solo il finale di una cavalcata straordinaria che procede come una sorta di film dell'orrore a cui "American horror story", Lovecraft e Diane Arbus fanno letteralmente un baffo.
 Tanto per non sbagliare si comincia con un paio di storie dell'orrore, di cui una ai limiti del pulp, roba che Quentin Tarantino dopo una maratona di sedici ore di gialli all'italiana di serie C2 non avrebbe saputo fare qualcosa di meglio.

 La storia narra infatti di un uomo che prende moglie, fa in tempo a metterla incinta e muore.
 Nove mesi dopo nasce un bimb* ermafrodita e le masse non sanno che farne: dovremo ucciderlo? Dovremo consacrarlo agli dei? E' un buon segno? E' un cattivo segno?
 (Ah, i bei tempi mitologici in cui le madri si facevano furbe e travestivano i bambini di un sesso a scelta, tanto poi il problema arrivava al momento del matrimonio e arrivava qualche dio fattucchiere a mettere a posto tutto)!
 Mentre stanno lì che decidono cosa fare del povero neonato ecco che zak! Arriva il fantasma del padre con una richiesta peculiare: "Datemi il bambino e nessuno si farà male".
 Le masse, non si capisce bene perché, visto che così avrebbero risolto un problema (peraltro non loro), rifiutano e il risultato e un dramma splatter.
  Il fantasma prende il bambino e lo divora, lasciandone solo la testa insanguinata al suolo (questo mentre la gente tenta di ucciderlo, ma, essendo un fantasma, non ci riesce). A quel punto la piccola testa si anima e inizia a predire un futuro di sventure, disgrazie e guerre.

Quella delle teste parlanti, come detto nell'intensa prefazione, è un topos del mondo fantastico antico (passato poi per le misteriose e affascinanti vie della storia alla robotica).
 Si ritiene provenga da alcuni culti antichi che prevedevano, sanguinolenti, la venerazione di teschi (talvolta di vittime sacrificali) o la mitica esistenza di teste preveggenti come quella di Orfeo nel triste mito che lo vede, dopo aver perso la sua amata Euridice, divorato dalle menadi che poi ne abbandonano la capoccia parlante e cassandrante in giro.
 Se vi interessa tale mito inquietante e in generale, il rapporto tra esseri umani e capocce altrui nella storia, sappiate che è appena uscito un assurdo, ma interessante libro: "Teste mozze" di Frances Larson ed. Utet.
 Comunque, è la primissima storia lunga ad essere rimasta nell'immaginario di intere generazioni di letterati e scrittori perché, ebbene sì, si tratta del primo revenant/vampiro della storia (più o meno). 
 Purtroppo lacunosa, la storia racconta di una giovane morta prima di poter, diciamo assaggiare l'amore in tutte le sue forme. Smaniosa di congiugersi con un giovane torna dall'oltretomba, ma viene beccata dalla madre che ne causa quindi la sparizione.

 Come nei migliori racconti di vampiri, la voce dell'inopportuna resurrezione a scopo sessuale si diffonde e le genti forcaiole vanno a controllare la tomba della ragazza trovandola vuota! Una volta recuperato il corpo della defunta ecco che lo seppelliscono fuori dalla città dopo aver provveduto ad accettarsi con buone e cattive che fosse nuovamente defunta.
 Ora è una storia che non ci fa molta impressione, ma ha viaggiato nei secoli, finendo, indovinate un po', nella biblioteca personale di quel primo cacciatore di vampiri che èil barone Vordenburg di "Carmilla" di Sheridan Le Fanu.

 Tutte le storie di Flagonte sono in bilico tra due mondi: quello dei morti e dei vivi, il maschile e il femminile, il fantasmagorico (dà notizia anche di centauri catturati e inviati all'imperatore Claudio, ma purtroppo arrivato morto) e il reale. 
 Mondi che non sono così lontani, ma finiscono per fondersi e diventare inestricabili in più parti, e la controprova è il beneficio del dubbio che, dopotutto, siamo tentati di concedergli in molti punti: quando parla di uomini centenari, donne dai parti plurimi, neonati dotati di parola, uomini incinti e non ultima quell'eclisse di sole e quel terremoto che avrebbero accompagnato la morte di Gesù Cristo.
   Perché dovremmo pensare che quella sia vera e il resto no?
 La storia in generale, viaggia sempre sul filo del fantastico: la studiamo e la leggiamo spesso come se fosse un gigantesco romanzo ed è forse questo il motivo principale per cui noi esseri umani, tristemente, non apprendiamo nulla dal passato.
 Il passato è davvero esistito o è solo una raccolta di meraviglie, come quelle raccontate da Flagonte?
Ai posteri l'ardua sentenza.

Postilla.

Sul finale c'è un delizioso elenco di donne valorose e udite udite non stiamo parlando delle solite, per carità, rispettabili madri e mogli dell'antichità, la cui principale virtù era sfornare figli, essere virtuose e rispettare il marito, ma di regine guerriere e volitive.
Tomiri
 C'è l'Artemisia interpretata da Eva Green nel secondo "300", regina di Caria che guerreggiò contro i greci al fianco dell'impero persiano.  Per guerreggiare si intende che andò personalmente a bordo delle sue triremi, combattè e poi, alle brutte, scappò dopo aver abilmente ingannato i greci.
 Meno famosa ma non meno riottosa Rodogine, regina persiana che, informata di un attacco all'impero mentre le venivano acconciati i capelli, abbandonò l'ancella parrucchiera e decise di lasciare i capelli mezzi acconciati e mezzi no fino alla fine (ovviamente vittoriosa) del conflitto. A riprova di tale testardaggine, venne eretta una statua in suo onore con i capelli mezzi sciolti e mezzi acconciati.
 E Tomiri, regina dei Massageti che, vistosi uccidere il figlio con l'inganno da Ciro il grande e dal suo esercito, mosse guerra ai persiani, li sconfisse, uccise Ciro stesso e si fece una bella coppa con la sua testa (avevano un po' la fissazione delle capocce nell'antichità).
 Regine così mysteriose che persino gooooogle ne dà scarsissime notizie. I libri battono ancora il web, molto a zero.

Credetemi, cercate questo libro, ne vale la pena!

mercoledì 3 febbraio 2016

Piccole recensioni tra amici (ormai medie in realtà)! Un abuso di credulità popolare in età classica e un giallo che rispetta il test di Bechdel: Luciano di Samosata e Giulia M. Ciarpaglini su questi schermi.

 In questo periodo sto avendo una fatica immane a organizzarmi con gli orari e anche per leggere faccio i salti mortali.
 Ormai sono diventata una specialista dello sfruttare pure il singolo minuto di attesa sulla banchina della metro o i trenta secondi in ascensore (o altri luoghi discutibili, tempo fa avevo scritto un post sui "posti più strani dove avessi mai letto").
 Vabbeh, passerà pure questo. Nel frattempo ecco a voi un "piccole recensioni tra amici" che ormai è diventato un "Medie recensioni tra amici".
 Oggi si va di classici e di gialli. Non so perché, ma ultimamente fatico a leggere gli autori contemporanei e sto riscoprendo il mio vecchio amore per gli autori classici (greci, che anche alle superiori preferivo di gran lunga Greco a Latino).
 Smetto di cianciare e vi lascio ai libri. Ah, sono stellette piene al primo e tre stellette su cinque al secondo. E coi voti è andata.


ALESSANDRO o IL FALSO PROFETA di Luciano di Samosata ed. Adelphi:
 Questo libriccino piccino picciò proviene da un tempo assai lontano ed è interessante e avvilente per vari motivi.
 Luciano fa infatti un resoconto di un caso di credulità popolare identico in modo inquietante a ciò che avviene quotidianamente in un mondo in cui ci siamo tutti scoperti medici e scienziati senza laurea e spesso preferiamo seguire come pecore enormi cialtronate (o medici miracolosi ovviamente osteggiati da qualche komplotto!1!) che ascoltare qualcuno che ha studiato una scienza esatta.
 Il protagonista di questa vicenda è tale Alessandro, un intelligente truffatore e, diremmo ora, sfruttatore della credulità popolare. Dopo un inizio in salita come prostituto bisessuale, trova una certa stabilità economica diventando l'amante di una donna dell'Epiro, compaesana della madre di Alessandro Magno, Olimpiade. 
 Il fatto non è irrilevante perché pare che nell'Epiro le persone avessero una certa dimistichezza con i serpenti e li trattassero un po' alla stregua di animali domestici (Luciano suggerisce che questo fosse il motivo della leggenda per la quale Alessandro Magno sarebbe stato concepito dalla madre assieme a Zeus in forma di serpente). Imparò quindi a maneggiare queste bestie con familiarità e, sviluppando un po' di tecniche da ciarlatano e finto mago apprese da un suo precedente amante, mise su, assieme ad un complice, il suo ambizioso piano: fingersi una divinità minore, un unto degli dei diciamo.
 Innanzitutto scelse con cura il luogo dei suo misfatti: una città dell'attuale Turchia, Abonutico, che Luciano ci dice non essere famosa per l'intelligenza dei suoi abitanti, particolarmente ottusi e creduloni. Poi, escogitò uno stratagemma che imitava i grandi misteri, con un falso uovo manomesso per contenere un serpente a mostrare la benevolenza del dio che si pregiava di rappresentare: Glicone. Tale dio parlava attraverso un finto serpente che Alessandro maneggiava nell'oscurità rendendolo plausibile.
In breve tempo conquistò un favore sempre crescente e i soldi iniziarono a scorrere copiosi:  si sparse la voce che poteva curare qualsiasi malattia, che i suoi auspici si avveravano sempre, il futuro per lui non aveva segreti ed era capace di grandissime magie in grado di guarire gli infermi e vincere battaglie.
 Convinse un ricco romano assai credulone, Rutiliano, a sposare sua figlia dicendo non solo che era un ordine degli dei, ma che era indubbiamente un onore grandissimo, essendo costei nientemeno che la figlia della dea Selene. In un crescendo di isteria collettiva, venne assurto ad un grado divino, senza che nessuno, o quasi riuscisse ad arginare tale delirio.
Statuetta del dio Glicone
 Il quasi appartiene agli epicurei. Luciano ci dice che se c'era qualcuno che Alessandro odiava era proprio Epicuro e i suoi seguaci che cercavano costantemente di smascherare le sue menzogne (e quando uno quasi ci riuscì rischiò di essere linciato dalla folla nonostante l'evidenza).
 E ora potete capire perché questo piccolo, prezioso, pungente libro sia avvilente: non ci restituisce nessuna speranza nel genere umano. Un genere pronto a diventare massa senza razionalità davanti a chi fa due trucchi di primo acchito plausibili, ma ad un'osservazione più attenta senza sostanza. 
 Purtroppo gli epicurei sono sempre minoranza, le maggioranze preferiscono soluzioni più semplici, l'intervento del trascendente, spiegazioni oracolari nascoste dietro calcoli e medicine inesistenti a secoli di ricerche scientifiche.
 A lavoro vedo libri che propongono di guarire le malattie recitando stringhe numeriche come mantra. Capite bene che se in duemila anni non ci siamo evoluti nonostante la scuola dell'obbligo, forse è il caso di iniziare a pensare che il genere umano non sarà mai epicureo, ma sempre schiavo di nuovi alessandri, pronti a sfruttare le nostre debolezze, la nostra ignoranza e, soprattutto, la nostra infinita presunzione.

ASSASSINIO ALLA CASA DELLE DONNE di Giulia M. Ciarpaglini, Luciana Tufani editrice:
 Non molti credono, conoscono quello che è conosciuto come "il test di Bechdel".
 Alison Bechdel che, in una tavola del suo storico "Dykes to Watch Out for" osservava come quasi nessun film era in grado di rispettare tre regole:
Fu inventato senza, credo, poterne immaginare la diffusione dalla fumettista americana
1) La presenza di almeno due personaggi femminili di cui si conosca il nome.
2) Il fatto che le due donne debbano anche interagire tra loro e non solo con gli altri personaggi maschi.
3) L'argomento delle conversazioni delle due donne non devono essere gli uomini.
 Pensateci, quanti film conoscete che rispettano questa regola? Pochetti eh.
 Voi direte che sono molto limitanti.
  E allora come mai se ci pensate, ne esistono a bizzeffe in cui gli uomini sono la quasi totalità dei personaggi intenti a salvare il mondo, risolvere gialli, vincere gare sportive e fare altro in cui le donne in genere appaiono solo di striscio, giusto per una storia d'amore al volo?
 Nei libri le cose vanno ovviamente meglio, ma rimane comunque stupefacente leggere un romanzo, un giallo nello specifico, in cui ci siano praticamente solo donne e scarsi uomini di contorno nominati come comparse. Donne sono le vittime, donna l'assassino (non è spoiler assicuro), donna è l'ispettrice, tutte donne le amiche.

All'inizio della storia c'è una minaccia plateale in un ristorante ad una donna che viene trovata morta pochi giorni dopo vicino al centro di documentazione femminile di Ferrara. Abitava lì vicino, i tre quarti della cittadina aveva motivi per detestarla, i moventi quindi innumerevoli.
 Nel giro di poco si scopre che una delle donne del Centro è introvabile: ha visto qualcosa? E' lei l'assassina? E' stata rapita? L'ispettrice Mara Valdambrini cerca di dissipare le nebbie in un gruppo di amiche per la pelle, senza disdegnare Livia, collaboratrice del centro con un rapporto talvolta troppo stretto col vino.
 Il giallo è un (quasi) esordio ben scritto, con una storia non farraginosa che tiene fino alla fine. 
 Ha un solo problema che però può essere facilmente risolto in un eventuale (e francamente spero ci sia) seguito: i personaggi sono troppi e/o troppo poco caratterizzati, col risultato che si entra in confusione coi nomi.
 La mia impressione è che l'autrice, probabilmente volendo ricalcare in parte le sue amicizie (è lei stessa una collaboratrice del centro di documentazione di Ferrara) abbia infilato troppi personaggi di contorno non necessari che rubano spazio alla protagonista, Livia, molto ben delineata.
 Ecco, io attendo il seguito, con meno personaggi e più particolari gustosi, più descrizioni, più ciccia da romanzo e meno dalla realtà insomma.
 Una variazione del giallo molto graziosa.
 E se vi stizzisce il fatto che siano tutti personaggi femminili, provate a fare il test di Bechdel ai vostri libri e scoprirete che ne avete letti una caterva che non lo passano, solo che non ci avete mai fatto caso.

E se avete letto o leggerete fatemi sapere!

venerdì 23 ottobre 2015

Reality e programmi tv che hanno saccheggiato i grandi classici!Parallelismi inquietanti tra agoni, Sanremo, Isola dei Famosi, Boccaccio, Stilnovo, Fedez. Coincidenze? Io non credo.

Le idee migliori o più folli per i post mi vengono sempre quando sono costretta a fare rifornimento per troppo tempo di seguito. 
Credo che sia il motivo per cui i monaci buddisti e l'allenatore di Mila Azuki insistono tanto sulla necessità di pulire con degli addannati: impegnarsi in un'attività fisica ripetitiva o distrugge la concentrazione o la fortifica. 
 La mia mente ormai viaggia in mondi degni di David Icke, il folle dei rettiliani.
 Detto questo, mentre sistemavo l'ennesima copia del "Decamerone" mi sono resa conto che la storia parlava di un gruppo di giovani isolati e rinchiusi in un luogo isolato senza collegamenti col mondo esterno. 
 Ho pensato vagamente che fosse pericolosamente simile a "IL grande fratello" e da lì è partito il trip: quali altri parallelismi si potevano ravvisare tra i programmi tv e i classici della letteratura?
 Questo è il delirante risultato!

AGONI MUSICALI GRECI vs FESTIVAL DI SANREMO:
Anche le maschere sono rimaste uguali
Anche gli antichi greci avevano i loro festival canori a cui i partecipanti tenevano moltissimo: gli agoni. Sofocle era un vero patito di queste competizioni, una sorta di Al Bano dell'agone, probabilmente fomentato anche dal fatto di aver vinto la sua prima gara nientepopodimeno che contro Eschilo.
 Dopo una vita lunga e felice, ebbe, vecchissimo, la sventura di vedersi intentata da uno dei figli una causa sostanzialmente per ormai manifesta capacità di intendere e volere.
 Molte, come per tutti i poeti greci, le leggende favolose sulla sua morte, c'è chi lo vuole strozzato da un chicco d'uva e chi invece stroncato dalla gioia per aver vinto inaspettatamente un agone.
 A Sanremo ormai manca solo questo.

LE GARE DI FREESTYLE vs LE TENZONI DEGLI STILNOVISTI: 
Lo avevo già accennato in un altro post. 
 Fedez se la tira come se stesse producendo proclami biblici, ragazzetti della periferia milanese cercano "il riscatto" danzando per le strade e prendendosela un po' con tutto, provando però le loro doti e il loro talento in una serie di composizioni in rima.
Fedez e co. potete paralocciare quanto vi pare ma voi in
battaglia coi guelfi e i ghibellini non ci siete stati mai
 Se ci si pensa è un filino folle, gran parte dei ragazzetti e ragazzette che ascolta il rap considera la poesia e Dante una palla mortale da gettare su una pira infuocata, poi però je danno de respect perché uno riesce a comporre una quartina in rima baciata.
  Probabilmente dà loro l'illusione di trasgressione perché ci infilano dentro parolacce a profusione, riferimenti sessuali e frasi sessiste a gògò (tra l'altro ragazzi, un consiglio, se continuate a imbattervi solo in una manica di stronze le cose sono due: o lo stronzo siete voi o cercate male). 
 Mtv ha inventato Mtv Spit condotto da Marracash. 
 Si saranno sentiti fighi, ma lo erano già parecchio nel '300, quando gli stilnovisti si rimbeccavano letteralmente per le rime, in tenzoni a base di sonetti osceni in cui si accusavano a vicenda di ogni nefandezza sessuale, di furti, di tradimenti e senza lesinare colpi bassi. 
Molto più serio dell'osannato Fedez era Cecco Angiolieri e non perché fosse un poeta da camera con la penna puntuta che non conosce la strada e la ggggente, ma proprio perché visse una vita dissoluta, provocatoria e ribelle. Ok, la tenzone con Dante (a cui attribuì una serie di vizi da cui egli stesso non si riteneva esente), ma insomma dileggiava padre, madre, Papa e imperatore. Provatece un po', poi ne riparliamo.

DECAMERONE vs GRANDE FRATELLO:

L'unica puntata che abbia mai visto de "Il grande fratello" fu la prima dell'edizione del 2009: mi ero appena cappottata da una delle carrozzelle che si possono affittare a villa Borghese. Non funzionavano i freni, io e la dolce metà ne perdemmo il controllo: lei si infranse contro un albero e io mi volai dall'abitacolo riempiendomi una gamba di lividi enormi. Quella sera ero perciò immobilizzata e in balia delle mie allora coinquiline che non volevano perdersi a nessun costo la puntata. Ne conservo un ricordo straniante.
 Attualmente, mi par di capire, è diventato una specie di coacervo di casi umani, storie lacrimevoli, donne pettorute e non so che altro, la prima edizione però era assai più umana: dieci persone ficcate in una casa e vediamo che fanno. Potevano legittimamente anche mettersi a raccontare delle vicendevoli storie invece di fare spinning o rotolarsi sul divano.
 Il plot iniziale del Decamerone, del resto, è simile. Scoppia la peste e alcuni giovani sono costretti a recludersi in campagna per sfuggirne. Ci staranno i dieci giorni del titolo dimostrandosi molto creativi nei loro intrattenimenti. Sette donne e tre uomini, non  si lamenteranno tutto il tempo cercando di accoppiarsi con gente a caso o parlando male gli uni degli altri, bensì canteranno, danzeranno e saranno costretti a inventare una novella ciascuno al giorno. C'è pure il privilegio immunità per il più giovane e la nominesciòn del re che deciderà il tema dei racconti della giornata.
 Nessuno li riprendeva, ma a distanza di settecento anni ancora sappiamo cosa avvenne in quei dieci giorni.

#PECHINO EXPRESS vs IL GIRO DEL MONDO IN 80 GIORNI:

In #PechinoExpress, uno dei pochi programmi tv guardabili perché uno dei pochi programmi tv ironici in cui fare la divah o il divoh è molto difficile, una serie di coppie corre alla disperata per circa due mesi, percorrendo distanze lunghissime per interi continenti.
  I viaggiatori non possono usare denaro e devono vedersi offrire cibo e ricetto per la notte, oltre che i passaggi. Certo considerando che hanno con loro una telecamera tutto è molto più semplice.
 Infiniti possono essere i riferimenti, visto il tema del viaggio, ma forza quello che più calza è "Il giro del mondo in 80 giorni" di J. Verne in cui il bel Phileas Fogg, scommette che riuscirà grazie ai nuovi incredibili mezzi di locomozione mondiale (tra cui mongolfiere e splendide ferrovie), a compiere il giro del mondo in 80 giorni. 
 Partirà con 20.000 sterline, tornerà senza un soldo e con una moglie. Il ritmo convulso, le sfighe e le prove rendono bene i sincopati ritmi televisivi.

C'E' POSTA PER TE vs OVIDIO:

Suggerita con disprezzo dalla sorella Young Adult quando cercavo in lei una sponda per questo post, "C'è posta per te" risponde all'atavico desiderio degli esseri umani di dirsi le cose più importanti per lettera.
 Ti sto lasciando, ti odio, perdonami, ti amo, voglio divorziare, sono gay, aspetto un bambino ecc. tutte frasi che, nonostante gli smartphone gente verga ancora con penna e, in certi casi, si fa aiutare nella consegna da santa Maria De Filippi.
 Prima di lei però, già altri usavano drammatiche epistole definitive in grado di smuovere le lacrime del pubblico. Si potrebbero citare le "Ultime lettere di Jacopo Ortis" o "I dolori del giovane Werther", ma in effetti esiste un'opera classica che calza alla perfezione: le "Heroides", 21 lettere d'amore scritte da eroine o donne famose realmente esistite, by Ovidio.
 Le lessi alle superiori e ricordo che trassi profondo sgomento e una certa confusione, dalla lettera di Saffo e Faone. Per il resto, fermo restando il valore letterario, sembra una cosa degna dei giornali femminili che in estate riscrivono in prima persona le storie d'ammore degli attori famosi. Anche Ovidio fangirlava.

ISOLA DEI FAMOSI vs ROBINSON CRUSOE:

Parallelismo ovvio anche perché in questo caso  è l'unica citazione veramente consapevole, l'unico reality effettivamente sopravvissuto nel palinsesto italiano, alias "L'isola dei famosi" è per sempre debitrice del format depositato decenni e decenni fa da Daniel Defoe: "Robinson Crusoe".
 L'uomo civilizzato, sbattuto su un'isola deserta e impegnato a sopravvivere con le sue sole forze nella segreta speranza dell'avvistamento di una nave.
 Mi ricordo che da bambina la "Piccola Flo" mi aveva convinto che dopotutto, superato lo shock iniziale, si poteva tranquillamente sopravvivere su un'isoletta, felici e beati. Nessuno si ammalava, nessuno cresceva e il paradiso terrestre era a portata di mano.
 Robinson sapeva benissimo che non era così e, non pago, sfruttava anche la sua vocazione colonialista. Attualmente, a "L'isola dei famosi, fanno una cura dimagrante di due mesi e, misteriosamente, nessuno ha mai bisogno di depilarsi. 
Come cambia il senso della sopravvivenza moderna.

 E voi avete altri parallelismi da proporre? Non siate timid*! Rendetemi edotta!

(Si ringraziano per la collaboration le mie sorelle).

giovedì 24 settembre 2015

A cosa servono gli amori infelici? A scrivere libri e poesie bellissimi (e incidentalmente a rendere eterni alcuni uomini e alcune donne) tra tentativi di rimorchio, ali per volare, friendzone eterne, ballerine e corvi

Francisco Goldman e la moglie Aura
 Una delle cose belle dei clienti in libreria è che, in modi perlopiù misteriosi, vengono a conoscenza di libri particolarissimi che si perdono nel marasma delle troppe, risparmiabili, uscite praticamente quotidiane.   
 Ogni tanto vengono lì, con dei papiri cicciuti e ti viene un colpo. Poi scopri che su quel papiro c'è una meravigliosa bibliografia di libri distopici rari (un ragazzo due settimane fa mi ha fatto avere l'improvvisa necessità di tre o quattro nuovi libri sul tema) o titoli che non sai quando ti sei persa.
Qualche tempo fa una ragazza andava cercando "Chiamala per nome" ed. Il Saggiatore in cui lo scrittore americano Francisco Goldman racconta la storia della sua giovanissima moglie morta in un incidente in mare ad appena trent'anni.
  La ragazza, Aura Estrada, era una dottoranda in letteratura di origine messicana e pare fosse anche una promettente scrittrice. Nonostante la morte fosse avvenuta accidentalmente la famiglia non perdonò Goldman e lo accusò di essere parte in causa nel decesso (come non ho ben capito visto che era cascata dalla tavola da surf). Allo scrittore non rimase che scrivere un libro in sua memoria, "Chiamala per nome", in cui con dolore si riappropriava della vita della moglie attraverso la scrittura.

 Rievocare grandi amori rendendoli eterni grazie ai libri è un antichissimo topos letterario, usato per mille motivi: dal rimpianto, alla nostaglia, dallo sfogo al rimorso, dalla disperazione al rimorchio.
 Di seguito una serie di casi di amori desperadi (e realmente avvenuti) resi eterni dai loro autori.

ORFEO E TEOGNIDE:
 Capostipite assoluto della disperazione amorosa occidentale per la perdita della donna amata è stato sicuramente il prode Orfeo, poeta che, sposato da poco alla bella Euridice, se la vide portar via dalla morte. 
All'epoca con gli dei che decidevano le sorti degli uomini ancora si poteva parlare, così Orfeo si trascinò negli inferi e supplicò cantando talmente bene il signore dell'oltretomba e consorte, Ade e Persefone, che essi gli permisero di riportare la moglie tra i vivi. 
 C'era da scarpinare però per riemergere dal sottosuolo e costoro misero una clausola: se Orfeo si fosse voltato a guardare la moglie essa non sarebbe mai più uscita di lì. Orfeo, come in molti sapranno, si voltò, stoltamente all'ultimo secondo, quando ormai sembrava fatta. Il finale fu terribile: la moglie non risorse, lui smise di cantare e le baccanti lo uccisero qualche tempo dopo.
 Ma greci e romani per quanto poetici conoscevano anche il magico potere del rimorchio che poteva dare la poesia. 
 Meraviglioso esempio è l'unico frammento del poeta Teognide (VI-V sec. a.C.) giunto fino a noi. Costui, nel tentativo di ingraziarsi un giovinetto da lui molto amato, Cirno, non solo gli dedica poesie, ma scrive anche una poesia per ricordarglielo, fargli notare che grazie a lui in fondo vivrà una vita eterna e che, nonostante tutto, il ragazzetto neanche lo fila. E' una critica pessima lo so, ma la poesia rimane splendida:
"Ti ho dato ali per volare sul mare sconfinato
e su tutta la terra, in alto librandoti
facilmente. Nei conviti e in tutti i banchetti sarai presente,
adagiato sulla bocca di molti.
Accompagnati da flauti dal suono acuto, uomini giovani
e decorosamente amabili canteranno te, con voce bella
e chiara. E quando, nei recessi dell'oscura terra,
verrai alle case molto lacrimate dell'Ade,
mai - neppure morto - perderai la fama
, ma sarai a cuore
agli uomini, avendo sempre un nome indistruttibile,
Cirno, per la terra dell'Ellade e per le isole
aggirandoti, varcando lo sterile mare pescoso;
e non seduto sul dorso di cavalli, ma ti condurranno
gli splendidi doni delle Muse dalla corona di viole.
E per tutti quelli cui sta a cuore, anche tra i posteri,
tu sarai ugualmente motivo di canto, finché ci saranno la terra e il sole.

Ma io da te non ottengo rispetto, neppure poco;
con le parole tu mi inganni, come s'io fossi un bambino"

CATULLO:
Fosse vissuto all'epoca nostra Catullo sarebbe diventato uno di quei giornalisti o scrittori con la penna sempre avvelenata e puntuta.
 I carmi che non fanno leggere a scuola sono pieni di livore e invettive verso una serie di nemici politici e scrittori o nemici in generale.
 Come accade quando si va un po' troppo cercando la propria nemesi, Catullo incappò in una donna bella, libera, volitiva e piuttosto capricciosa (o almeno è così che ce la consegna alla storia): Clodia da lui ribattezzata poeticamente Lesbia.
 Questa matrona apparteneva alla classe alta di Roma (suo fratello, Clodio, era tribuno) e aveva una decina di anni in più del poeta che trattava, stando almeno a Catullo, come un giocarello senza cuore. Lo prendeva, lo lasciava, lo lasciava lo prendeva, aveva relazioni coi suoi amici, si faceva implicare in scandali politici di vario genere. Ricca e indipendente, una volta vedova fece fruttare il suo patrimonio, cosa che le permise, nonostante fosse una donna di godersi la vita e gestirla come meglio voleva.
 Catullo la ama, la odia, si excrucia, si odia, le manda mille baci e poi cento e insomma rimane vittima di una delle prime femme fatali della storia. A cosa servono gli amori infelici? A scrivere poesie bellissime.

CESARE PAVESE: 
Constance Dowling. Pavese puntava alto
 Se nella storia è esistito un poeta che si possa definire sfigatissimo con le donne, ebbene, quello è stato Cesare Pavese.
 La sua tristissima storia affonda le radici in una presa in giro primigenia, talmente famosa tra gli studenti di liceo, che De Gregori lo cita persino in "Alice": "E Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina". Nel 1925, liceale, aveva atteso per ore sotto un diluvio una ballerina di cui si era innamorato, beccandosi un cosmico malanno.
 Da lì fu una serie di delusioni amorose che manco Emma Marrone.
 Prima si innamorò di Tina Pizzardo, antifascista che lo ammirava moltissimo che lo respinse più volte, nonostante le numerose proposte di un Pavese che non se ne faceva una ragione. Poi venne una giovanissima Fernanda Pivano: tentò la proposta di matrimonio anche con lei, ma niet.
 Ci fu dunque Bianca Garufi, partigiana con cui tentò di scrivere un libro a quattro mani (fallendo), anche con lei, che divenne poi una delle prime persone (non donne, persone) in Italia ad interessarsi accademicamente di psicologia, fallì.
 Infine venne la volta di Constance Dowling, bellissima attrice che pare lo illuse mentre nel frattempo aveva una relazione con un collega. A lei è dedicato "La luna e i falò". Non bastò, ormai quarantenne una relazione con un'aristocratica diciottenne per risollevargli il morale.
 Ricordo che già diciottenne rimanevo perplessa dall'incredibile dicotomia: grandissimo scrittore e poeta, ma incapacissimo a relazionarsi. Non riuscivo a comprendere se fosse Pavese ad avere qualcosa di strano o fosse semplicemente sfiga, ai posteri l'ardua sentenza.

WILLIAM BUTLER YEATS:
 Come Catullo e Pavese, anche Yeats subiva il fascino di donne volitive  o meglio subì quello della stessa donna che con convinzione lo respinse per tutta la vita: Maud Gonne.
 Maud Gonne fu un'instancabile sostenitrice dell'indipendenza irlandese, finì in carcere, ebbe due matrimoni e due figli, Iseult, dal primo marito, un politico irlandese, e Sean MacBride a cui venne conferito il premio nobel per la pace nel 1974 e partecipò come i genitori (il padre fu anche giustiziato) alla causa irlandese.
 Yeats la incontrò nel 1889 e se ne innamorò immediatamente, ma lei come si dice ora nel linguaggio ggggiovanile lo friendzonò subito, a vita e senza rimedio.
  Lui infatti le fece ben cinque proposte di matrimonio durante il corso della vita e, non pago, cercò di impalmare almeno la di lei figlia una volta ventenne (essa, imitando la madre, si negò). 
 I due ebbero comunque un rapporto strettissimo e Yeats ne fece la musa principale delle sue passionali poesie. Quando, cinquantenne, il poeta si arrese e sposò una giovane appassionata di occultismo, i loro rapporti non mutarono tanto che si videro fino a pochi giorni prima la morte del poeta le cui spoglie sarebbero rimaste in Francia se Maud non si fosse prodigata per riportarle in Irlanda.
 Certe volte dietro i grandi rifiuti e i grandi amori si celano misteri. Il rifiuto ostinato di Maud è uno di questi.

EDGAR ALLAN POE:
Nevermore craaaa nevermore craaa
 Nell'iconografia del caro Edgar non può mancare il tristerrimo corvo che gli ricorda, ineluttabile: "Mai più".
Virginia Clemm
Lui, solo e triste in una notte invernale, pensa alla sua dolce Lenora morta, apre la porta e sente il suo nome nel vento. Chiude la porta e un corvo comincia a gracchiare "Nevermore". Insomma, una tragedia.
 Tragedia ispirata alla morte dell'unica giovanissima moglie di Poe. A 26 anni il nostro decideva di compiere un atto fortunatamente oggi illegale: sposò la sua cugina carnale e tredicenne, Virginia Clemm.
 Costei che fu ampiamente cornificata in vita con scrittrici e potesse varie, nel 1842 mentre cantava gioiosa ebbe la rottura di una vena e le fu diagnosticata la tubercolosi di cui morì quattro anni dopo lasciando Poe nella desperazione.
 Nonostante i bagordi amorosi avuti mentre la moglie era in vita, Poe non si riprese mai più dalla perdita e le dedicò la disperata poesia "Il corvo" ed alcuni racconti, tra cui l'angoscioso Eleonora.
 Romantic tragedy.
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