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mercoledì 3 febbraio 2016

Piccole recensioni tra amici (ormai medie in realtà)! Un abuso di credulità popolare in età classica e un giallo che rispetta il test di Bechdel: Luciano di Samosata e Giulia M. Ciarpaglini su questi schermi.

 In questo periodo sto avendo una fatica immane a organizzarmi con gli orari e anche per leggere faccio i salti mortali.
 Ormai sono diventata una specialista dello sfruttare pure il singolo minuto di attesa sulla banchina della metro o i trenta secondi in ascensore (o altri luoghi discutibili, tempo fa avevo scritto un post sui "posti più strani dove avessi mai letto").
 Vabbeh, passerà pure questo. Nel frattempo ecco a voi un "piccole recensioni tra amici" che ormai è diventato un "Medie recensioni tra amici".
 Oggi si va di classici e di gialli. Non so perché, ma ultimamente fatico a leggere gli autori contemporanei e sto riscoprendo il mio vecchio amore per gli autori classici (greci, che anche alle superiori preferivo di gran lunga Greco a Latino).
 Smetto di cianciare e vi lascio ai libri. Ah, sono stellette piene al primo e tre stellette su cinque al secondo. E coi voti è andata.


ALESSANDRO o IL FALSO PROFETA di Luciano di Samosata ed. Adelphi:
 Questo libriccino piccino picciò proviene da un tempo assai lontano ed è interessante e avvilente per vari motivi.
 Luciano fa infatti un resoconto di un caso di credulità popolare identico in modo inquietante a ciò che avviene quotidianamente in un mondo in cui ci siamo tutti scoperti medici e scienziati senza laurea e spesso preferiamo seguire come pecore enormi cialtronate (o medici miracolosi ovviamente osteggiati da qualche komplotto!1!) che ascoltare qualcuno che ha studiato una scienza esatta.
 Il protagonista di questa vicenda è tale Alessandro, un intelligente truffatore e, diremmo ora, sfruttatore della credulità popolare. Dopo un inizio in salita come prostituto bisessuale, trova una certa stabilità economica diventando l'amante di una donna dell'Epiro, compaesana della madre di Alessandro Magno, Olimpiade. 
 Il fatto non è irrilevante perché pare che nell'Epiro le persone avessero una certa dimistichezza con i serpenti e li trattassero un po' alla stregua di animali domestici (Luciano suggerisce che questo fosse il motivo della leggenda per la quale Alessandro Magno sarebbe stato concepito dalla madre assieme a Zeus in forma di serpente). Imparò quindi a maneggiare queste bestie con familiarità e, sviluppando un po' di tecniche da ciarlatano e finto mago apprese da un suo precedente amante, mise su, assieme ad un complice, il suo ambizioso piano: fingersi una divinità minore, un unto degli dei diciamo.
 Innanzitutto scelse con cura il luogo dei suo misfatti: una città dell'attuale Turchia, Abonutico, che Luciano ci dice non essere famosa per l'intelligenza dei suoi abitanti, particolarmente ottusi e creduloni. Poi, escogitò uno stratagemma che imitava i grandi misteri, con un falso uovo manomesso per contenere un serpente a mostrare la benevolenza del dio che si pregiava di rappresentare: Glicone. Tale dio parlava attraverso un finto serpente che Alessandro maneggiava nell'oscurità rendendolo plausibile.
In breve tempo conquistò un favore sempre crescente e i soldi iniziarono a scorrere copiosi:  si sparse la voce che poteva curare qualsiasi malattia, che i suoi auspici si avveravano sempre, il futuro per lui non aveva segreti ed era capace di grandissime magie in grado di guarire gli infermi e vincere battaglie.
 Convinse un ricco romano assai credulone, Rutiliano, a sposare sua figlia dicendo non solo che era un ordine degli dei, ma che era indubbiamente un onore grandissimo, essendo costei nientemeno che la figlia della dea Selene. In un crescendo di isteria collettiva, venne assurto ad un grado divino, senza che nessuno, o quasi riuscisse ad arginare tale delirio.
Statuetta del dio Glicone
 Il quasi appartiene agli epicurei. Luciano ci dice che se c'era qualcuno che Alessandro odiava era proprio Epicuro e i suoi seguaci che cercavano costantemente di smascherare le sue menzogne (e quando uno quasi ci riuscì rischiò di essere linciato dalla folla nonostante l'evidenza).
 E ora potete capire perché questo piccolo, prezioso, pungente libro sia avvilente: non ci restituisce nessuna speranza nel genere umano. Un genere pronto a diventare massa senza razionalità davanti a chi fa due trucchi di primo acchito plausibili, ma ad un'osservazione più attenta senza sostanza. 
 Purtroppo gli epicurei sono sempre minoranza, le maggioranze preferiscono soluzioni più semplici, l'intervento del trascendente, spiegazioni oracolari nascoste dietro calcoli e medicine inesistenti a secoli di ricerche scientifiche.
 A lavoro vedo libri che propongono di guarire le malattie recitando stringhe numeriche come mantra. Capite bene che se in duemila anni non ci siamo evoluti nonostante la scuola dell'obbligo, forse è il caso di iniziare a pensare che il genere umano non sarà mai epicureo, ma sempre schiavo di nuovi alessandri, pronti a sfruttare le nostre debolezze, la nostra ignoranza e, soprattutto, la nostra infinita presunzione.

ASSASSINIO ALLA CASA DELLE DONNE di Giulia M. Ciarpaglini, Luciana Tufani editrice:
 Non molti credono, conoscono quello che è conosciuto come "il test di Bechdel".
 Alison Bechdel che, in una tavola del suo storico "Dykes to Watch Out for" osservava come quasi nessun film era in grado di rispettare tre regole:
Fu inventato senza, credo, poterne immaginare la diffusione dalla fumettista americana
1) La presenza di almeno due personaggi femminili di cui si conosca il nome.
2) Il fatto che le due donne debbano anche interagire tra loro e non solo con gli altri personaggi maschi.
3) L'argomento delle conversazioni delle due donne non devono essere gli uomini.
 Pensateci, quanti film conoscete che rispettano questa regola? Pochetti eh.
 Voi direte che sono molto limitanti.
  E allora come mai se ci pensate, ne esistono a bizzeffe in cui gli uomini sono la quasi totalità dei personaggi intenti a salvare il mondo, risolvere gialli, vincere gare sportive e fare altro in cui le donne in genere appaiono solo di striscio, giusto per una storia d'amore al volo?
 Nei libri le cose vanno ovviamente meglio, ma rimane comunque stupefacente leggere un romanzo, un giallo nello specifico, in cui ci siano praticamente solo donne e scarsi uomini di contorno nominati come comparse. Donne sono le vittime, donna l'assassino (non è spoiler assicuro), donna è l'ispettrice, tutte donne le amiche.

All'inizio della storia c'è una minaccia plateale in un ristorante ad una donna che viene trovata morta pochi giorni dopo vicino al centro di documentazione femminile di Ferrara. Abitava lì vicino, i tre quarti della cittadina aveva motivi per detestarla, i moventi quindi innumerevoli.
 Nel giro di poco si scopre che una delle donne del Centro è introvabile: ha visto qualcosa? E' lei l'assassina? E' stata rapita? L'ispettrice Mara Valdambrini cerca di dissipare le nebbie in un gruppo di amiche per la pelle, senza disdegnare Livia, collaboratrice del centro con un rapporto talvolta troppo stretto col vino.
 Il giallo è un (quasi) esordio ben scritto, con una storia non farraginosa che tiene fino alla fine. 
 Ha un solo problema che però può essere facilmente risolto in un eventuale (e francamente spero ci sia) seguito: i personaggi sono troppi e/o troppo poco caratterizzati, col risultato che si entra in confusione coi nomi.
 La mia impressione è che l'autrice, probabilmente volendo ricalcare in parte le sue amicizie (è lei stessa una collaboratrice del centro di documentazione di Ferrara) abbia infilato troppi personaggi di contorno non necessari che rubano spazio alla protagonista, Livia, molto ben delineata.
 Ecco, io attendo il seguito, con meno personaggi e più particolari gustosi, più descrizioni, più ciccia da romanzo e meno dalla realtà insomma.
 Una variazione del giallo molto graziosa.
 E se vi stizzisce il fatto che siano tutti personaggi femminili, provate a fare il test di Bechdel ai vostri libri e scoprirete che ne avete letti una caterva che non lo passano, solo che non ci avete mai fatto caso.

E se avete letto o leggerete fatemi sapere!

martedì 22 settembre 2015

Signora mia, questi giovani non studiano più. Ma è proprio vero?Sul serio studiare è rimasta una "Passione ribelle" per pochi? Non lo è sempre stata? Una critica ragionata al nuovo pamphlet della Mastrocola.

 E' l'argomento della settimana: la novella miss Italia in carica, diciottenne e per questo, teoricamente fresca di studi, ha dichiarato che le sarebbe piaciuto tanto vivere nel 1942, un periodo su cui molto si è scritto.
 
 Ok, c'era una guerra che ha fatto una cinquantina di milioni di morti, ma in fondo lei era una donna e in guerra non ci sarebbe andata (forse pensa che si sia svolta come nel medioevo con la castellana che filava a casa, mentre il prode cavaliere pugnava sugli Urali).
 Mettere alla berlina una diciottenne che non sa quello che dice, quando il mondo è pieno di persone che credono alle scie chimiche e alla teoria del gender, è un po' assurdo, soprattutto perché non credo le miss Italia precedenti pozzi di scienza. Se non altro, direte voi, avevano il buongusto di dichiarare che volevano la pace nel mondo senza avventurarsi in improbabili nostalgie storiche.
 Questa gaffe megagalattica si ricollega ad una sorta di instant book di Paola Mastrocola appena uscito per Laterza: "La passione ribelle".
 In questo pamphlet, l'autrice, che ha notoriamente insegnato in scuole pubbliche (ma non lo fa più da 16 anni) punta il dito contro la scomparsa dello studio.
 Si studia davvero a scuola? E come si studia? I genitori di adesso vogliono davvero che i figli studino o vogliono principalmente che si trovino un buon lavoro?
 Vista anche la gaffe della nuova più bella d'Italia, si capisce bene che il tema è pressante, vivo ed effettivamente calzante: studiamo tutti o quasi più a lungo, ma la qualità è scesa. Che ne sarà di noi? Lo studio e la riflessione svaniranno?
 Peccato che questo libercolo pur dicendo delle cose innegabilmente giuste, sembri frutto più che di uno studio, di un sentito dire.
 Andiam con ordine. Cose molto azzeccate, secondo me, del libro:
1) I genitori sono diventati dei grandi nemici dello studio dei figli. Non tutti ovviamente, ma è vero, per molti genitori lo studio è secondario rispetto a tutto il resto. Ho dato per due anni ripetizioni alle bambine di una famiglia alto-borghese con madre sciura insopportabile che mi costringeva a far fare loro tutti i compiti del fine settimana in un pomeriggio perché le pargole dovevano andare in montagna, a sciare, in barca, dai nonni, e in altri posti ben più interessanti. Pargole che già studiavano in modo ridicolo in una scuola privata ridicola.
 Non è un metro di giudizio, ma forse lo sono le decinaia di madri che si lamentano coi librai della lunghezza dei libri che gli insegnanti osano propinare ai figli.
2) Il tempo per lo studio è aggredito da altro. E' innegabile che avendo la perenne possibilità di stare connessi, diventa molto più difficile fare un pomeriggio di studio filato senza interruzioni. Non  è che secondo me, per questo, la gente non studi, ma la concentrazione di certo ne risente.

Cose che il libro toppa completamente.

Il buon Tiziano Treu
1) Il mito della formazione eterna.
 Forse l'ha scritto male, forse non conosce il mondo del lavoro dopo il pacchetto Treu, forse non sa cosa dice, ma ad un certo punto la Mastrocola punta il dito sulla "formazione eterna", una sorta di mitica entità in cui si crogiolerebbe una generazione pur di non lavorare. Per fare l'esempio dice: diploma, laurea, dottorato, post-doc, uno stage, due stage ecc.
 Peccato che lo stage non sia formazione, ma un forzato periodo di lavoro, spesso a tempo pieno, spesso non pagato o pagato male, che nel nostro pazzo mondo a base di precariato è diventato una regola a cui non puoi sfuggire. Non so, forse immagina orde di ragazzi che dicono "Che palle lavorare con uno stipendio, meglio fare uno stage gratis, così posso continuare a formarmi!".

2) I ragazzi non sanno/vogliono studiare.
  Tutte le generazioni precedenti, pensano che le successive studino male. Penso anche io, in effetti, che la preparazione che avevano i nostri nonni all'uscita dalle superiori fosse infinitamente maggiore della nostra, ma non credo che la colpa sia per forza degli studenti.
Il buon Alfieri
 Meno pretendi da una persona, meno quella persona si sentirà autorizzata a darti. La Mastrocola lo dice, ed è, secondo me, vero.
 Se uno studente si sente preso per scemo o trattato coi guanti con risibili riduzioni scolastiche dei classici, se i genitori mimano infarti al pensiero di un'analisi logica, mi pare evidente che si finisce per percepisce una cosa sola: posso pure non farlo.
 Poi, ovviamente, ci sono quelli che lo fanno a prescindere perché gli piace, quelli, di solito non in agiate condizioni economiche che lo fanno con una speranza (studenti non considerati dalla Mastrocola), quelli che non lo farebbero mai manco se fossimo all'epoca di De Amicis.
  E' la media generale che si è abbassata, ma non penso sia perché abbiano di meglio da fare (c'è sempre stato di meglio da fare, mi sbaglio o Alfieri si legava a una sedia gridando "Volli sempre volli fortissimamente volli"?), accade perché c'è una giustificazione sociale al non studio molto più forte.
 Mi farei sfiorare dal dubbio che ci si voglia più capre e conformi, mediamente mediocri, mediamente incapaci di pensare ad un mondo diverso (eppur affascinati, come dimostra il perenne successo di libri come "Nelle terre estreme" di Krakauer o "Walden, Vita nei boschi", letti principalmente dai giovani che a quanto pare non leggono e non studiano).

3) Finiremo tutti molto male.
Le consiglierei la lettura di
"Galassia Gutenberg" così vede che un
certo impatto sociale l'invenzione della
stampa ce l'ha avuto, e non leggero.
 C'è un lungo pezzo sul fatto che essere ottimisti per forza forse sia un errore. Dopo aver glissato sul fatto che l'invenzione della stampa non è stata impattante per la società quanto quella di internet (ma dice anche di non amare molto la storia quindi viene il dubbio che non abbia mai avuto interesse ad approfondire una questione del genere), sostanzialmente la Mastrocola dice che abbiamo tutti bisogno di sentirci rassicurati e nessuno fa più predizioni fino in fondo. Se una cosa deve andar male, bisogna dire che ci andrà. Condivido. Però. 
 La palla di vetro non ce l'ha nessuno. Keynes, dice lei, affermava che i suoi nipoti avrebbero lavorato tre ore perché la tecnologia ci avrebbe liberato dal giogo lavorativo, ciò non è successo. Vero. Ma non sono successe tante altre cose che potevano a priori finir male, come una pessima risoluzione della guerra fredda, per dire.
 Il compito dei sociologi non credo sia cassandrare per forza. Penso che un ragionevole raggio di speranza possa sussistere senza diventare gente che non vuole affrontare la realtà.

Cosa manca di fondo a questo libro.
C'è una cosa che manca in questo libro, enorme, gigantesca: una anche solo vaga analisi socioeconomica del nostro tempo. La Mastrocola si sfoga verso genitori e nuove generazioni, ma la sua, alla fine, sembra la sterile polemica di una nonna che non comprende più i giovani. Molto strano per una che ha scritto un libro, "Non so niente di te" che puntava esattamente al problema: l'invadenza del denaro nelle nostre vite.
 Non farò nessun discorso pauperistico, non credo per forza che il denaro non dia la felicità ed essere poveri e poco ambiziosi sì (e viceversa). Penso che però in un'età fortemente capitalista come la nostra, in cui il denaro ha un posto così centrale in termini di possibilità di vita, scrivere un libro in cui la scomparsa dello studio e il dominio del denaro non siano messi in correlazione sia un errore enorme.
 Il punto non è che si studia di meno, perché si vogliono studiare solo le materie che ci danno un lavoro danaroso.
 Il punto è che questa società non consente a chi vuole studiare materie poco danarose di sopravvivere.
 Chiunque volesse dedicarsi solo allo studio o a materie poco redditizie dovrebbe scontrarsi contro una forte pressione sociale, un'impossibilità di fondo se non si dispone di denaro precedente (alias genitori, rendite, eredità o boh) e alla consapevolezza che i propri figli pagheranno cara questa scelta.
 Come analizzava benissimo il professor Giovanni Solimine in un suo, sì, riuscitissimo pamphlet al riguardo "Senza Sapere", in Italia si studia meno anche perché leggere e studiare non sono più ascensori sociali.
 Pretendere di dedicarsi ad una vita di studio è impossibile per la maggior parte delle persone che appartengono a strati sociali medio-bassi. Il discorso della Mastrocola infatti ha il grande difetto di rivolgersi ad un pubblico medio-alto senza prendere in considerazione il fatto che è sempre stato così! La storia della letteratura, diciamocelo, non è fatta di indigenti.
 L'esempio che lei fa del suo protagonista di "Non so niente di te", che rinuncia ad una vita di successo per pascolare le pecore è studiare è calzante nel momento in cui il punto focale non è lo studio, ma il coraggio di imporre un modo di vivere diverso, non conforme, in un panorama sociale che ti spinge sempre in avanti, puntando all'ego di alcuni e al bisogno di altri. Ma in questo caso, lo studio, in una società immobile, non è salvifico. 

4. Il problema sembrerebbe solo dei ragazzi.

Pare che siano gli studenti e i ragazzi a non leggere e studiare.
  Direi che questa mancanza di pensiero critico vada in giro da almeno una trentina d'anni. Sento parlare del vuoto pneumatico dell'Italietta berlusconiana da quando vado alle elementari. Un mix micidiale di gente senza arte né parte (o con arti e parti poco raccomandabili) che si ritrova al potere grazie a seni prorompenti e adulazione del capo, modelli di vita passati da una tv indecente (non indecente per le veline, ma per tutto il resto), signori nessuno che fanno migliaia di euro solo per aver fatto mezza puntata del Grande Fratello, edonismo al massimo, le tre I ecc.
 Ora del vuoto berlusconiano non si parla più. Di colpo è colpa dei cattivi social network che ci costringono ad una vita connessa. Non penso. O non penso che il problema sia solo quello. Rispolveriamo la vecchia teoria e magari un'analisi più profonda del "I ragazzini di oggi leggono poco perché l'introversione viene condannata socialmente" ci scappa.
 Pasolini scriveva che "E' la falsa tolleranza a rendere i giovani nevrotici". Io un pensierino al riguardo ce lo farei.

Un ultimo appunto, se posso sull'adagio: "All'università ORA non si studia, non come ai miei tempi."
 La Mastrocola lancia un lamento a nome dei prof universitari costretti a corsi innumerevoli che non consentono loro di studiare come vogliono. 

Io ho frequentato La Sapienza (posso dirlo, l'hanno fatta altre centinaia di migliaia di persone), ci mettevo quasi due ore ad arrivare e due ore a tornare a casa, ossia 4 ore della mia vita sui mezzi, perché non potevo permettermi una stanza in città.
 Spesso e volentieri giungevo e lezione non c'era, era stata spostata, ricordo un esame il 27 luglio a cui il prof non si presentò (ce ne furono altri annullati, ma quello in particolare mi rovinò le vacanze), esoneri mai visti né conosciuti (visto che pare ci sia abbondanza di esoneri secondo lei), professori che iniziavano lezione e sparivano a metà dimenticandosi di avere una classe in attesa (successo), libri che si pretendeva comprassimo perché frutto degli studi meravigliosi del prof (peccato che uscissero dopo la sessione e lui pretendesse che saltassimo la sessione per aspettare i tempi della casa editrice) ecc. ecc. Potrei continuare all'infinito.
 Non ho mai visto i miei prof oberati da mille corsi, non ho mai fatto esami da 100 pagine e basta (e ne ho fatti 52, quindi forse erano mediamente meno cicciuti di quelli fatti da lei, ma sono almeno il doppio).
 Non solo, ho anche avuto la sventura di viverci per un anno con una prof universitaria.
 Una che si alzava la mattina, studiava quel tanto, non andava quasi mai a lezione (annullandola all'ultimo of course), si scocciava se doveva andarci e passava il suo tempo a fare i suoi comodi.
 Un caso probabilmente non è indicativo, ma sono finita proprio a coabitare con questo insopportabile esemplare che molti dubbi ti fa venire sullo studio universitario, e non per la quantità di opprimente lavoro degli insegnanti.
 Perciò prima di lanciare il peana dell'insegnante oppresso, io lancerei anche il peana dello studente universitario oppresso, che da questo libro, pare venga coccolato e studi 100 pagine per sbaglio e pure male. Per onestà intellettuale, direi che non è che è proprio così.

venerdì 17 luglio 2015

Due libri meno conosciuti sul gruppo più famoso della storia: i Beatles! Tra componenti perduti in Germania, tagli di capelli alla francese, leggende metropolitane, amori finiti male e messaggi dall'aldilà due consigli di cui non vi pentirete!

Quando ero bambina, alcune mie amiche avevano dei genitori, padri in genere, appassionati di musica seria.
 Questi genitori coscienziosi allevavano la prole a base di Pink Floyd, Deep Purple, Rolling Stones, Beatles, Queen e altri gruppi che hanno fatto la storia della musica.

 Mio padre aveva altri gusti, più nostrani. Così, ricordo queste estati a base di musicassette degli Alunni del sole, Alberto Fortis, Homo Sapiens e Mattia Bazar.

 Qualcuno che gorgheggiasse in inglese non era previsto neanche di striscio, magari è per anche per questo che sono tanto incapace nelle lingue straniere, chi lo sa (padre non prendertela se leggi questo post).

 Comunque, ovviamente sapevo chi fossero i Beatles, ma ascoltai distrattamente i loro cd (tra l'altro avevo una curiosa edizione con scritte in giapponese sul retro), fino al primo anno delle superiori, quando avvennero due cose.

Innanzitutto mia madre pensò bene di portarmi a far tagliare i capelli da un parrucchiere di un minuscolo paese vicino al nostro, conosciuto tra il volgo col significativo soprannome de "er bigamo", malgrado fosse accertato che di moglie ne avesse avuta effettivamente sempre e solo una.

 Lei lo considerava una sorta di mago del taglio perché riusciva a riprodurre il suo, sempre identico, da almeno vent'anni. A me, pensò bene di fare un taglio identico a quello di Alessandra Martinez in "Fantaghirò".

 Ovviamente, poichè dovevo subito distinguere come una delle sfigate della classe, questo avvenne pochi giorni prima dell'inizio del quarto ginnasio. Nella vergogna e dileggio generali tentai di mimetizzarmi col banco per giorni.

 Poi, avvenne la seconda cosa, imprevedibile: tra le mie compagne di classe c'era una very appassionata degli scarafaggi di Liverpool che, un giorno, esordì sconcertata dicendo, "Posso dirtelo? Con questi capelli sei identica a Paul McCartney! Io ho sempre pensato di somigliare a Lennon, per i capelli rossi, capisci?"

 Mi si aprì un mondo, quello stupido caschetto bombato poteva non essere solo fonte di risa, ma anche di orgoglio musicale!

 Così cercai di documentarmi come potevo e la mia compagna di classe, (poi diventata una delle mie migliori amiche, ma dopo quest'opera di carità non poteva essere il contrario), produsse alcune tra le ultime musicassette in commercio perché potessi ascoltarle.

  In realtà ormai il danno degli alunni del sole era fatto e l'unica canzone dei Beatles che effettivamente significa qualcosa è quella canzoncina inquietantissima che è "Norwegian wood" (tizio indispettito dal fatto che una tipa non gliel'ha data dopo avercelo fatto credere, le dà a fuoco casa).

Tuttavia questa, comprendo per voi, completamente inutile questione dei capelli, mi è tornata alla mente leggendo una graphic novel pescata per caso alle bancarelle: "Baby in Black", la vera storia di Astrid Kirchherr e Stuart Sutcliffe ed. Blackvelvet di Arne Bellstorf autore amburghese.

 Come molti sapranno, in principio, quando i "Beatles" erano dei ruspanti ragazzotti di provincia inglese che speravano di sfondare, avevano un quinto componente, un compagno di scuola di John Lennon tirato dentro al gruppo a suonare il basso.

 Era un ragazzetto particolarmente avvenente, con un viso delicato e quel certo non so che da attore francese della nouvelle vague. Si chiamava Stuart Sutcliffe e la sua vera aspirazione era diventare un pittore di livello.

Rosicare per la bellezza di entrambi è comprensibile
 Durante i lunghi mesi che il gruppo di Liverpool passò ad Amburgo con la viva speranza di incappare in un produttore discografico, alle loro esibizioni iniziò a andare sempre più spesso una bionda e graziosa ragazza tedesca, Astrid, che, ben lungi dall'essere una vezzosa groupie della prima ora, era in realtà una promettente fotografa.

 Iniziò così la loro amicizia, le prime fotografie in cui, ingelatinati e avvolti in giubotti di pelle da veri teppisti i cinque posavano per lei che, sin da subito aveva sentito qualcosa per Stuart.

 Ve la faccio breve perché pare un romanzo, ma è tutto vero. 

 Stuart e Astrid si innamorano, lui lascia il gruppo e si ferma ad Amburgo.
 Qui studia e dipinge come un forsennato, ha molto talento e inizia ad essere notato, questo, nonostante sia continuamente tormentato da epici mal di testa che gli impediscono talvolta di alzarsi dal letto. I medici dicono che è la stanchezza, i, nervosismo, il fumo e il vino.

Sta di fatto che (non c'è molto spoiler al riguardo), Stuart muore a 22 anni per aneurisma.

 Astrid continuò la sua strada e, nonostante un'onorevole carriera di fotografa professionista, ho scoperto che viene ricordata per essere "colei che inventò il taglio di capelli dei Beatles".

  In un'epoca in cui i consulenti estetici non esistevano, lei, che portava i capelli biondissimi e cortissimi, convinse prima Stuart e poi gli altri a privarsi dell'amata gelatina, consegnando alla storia quel taglio alla paggio Fernando che sfoggiano durante i loro primi gorgheggi di successo.

 Il libro è condotto in modo semplice ed esauriente e i disegni sono davvero particolari. 

Arne Bellstorf non usa molti particolari, ma con pochi tratti riesce a consegnare dei personaggi straordinariamente somiglianti agli originali.

 Il perenne fumo della sigaretta di Astrid, la mancanza di parole nel finale, come a indicare un silenzio mortale che sommerge ogni cosa, un Paul McCartney minorenne e squattrinato e un Lennon che stuzzica i tedeschi gridando a fine concerto che "La guerra comunque l'abbiamo vinta noi!", restituiscono uno spaccato del periodo amburghese dei Beatles davvero notevole senza essere pesante, didascalico o agiografico.

 Già che ci sono voglio segnalare un'altra perla sui Beatles, precisamente su Paul, anche questo frutto di una bancarella di tanti anni fa. Da brava ignorante di musica, ignoravo anche che esistesse una leggenda metropolitana a proposito del buon Paul che molti affermano non essere il Paul originale, ma un sosia perfetto arruolato da Beatles e staff dopo un mortale incidente incorso al Paul primigenio, denominato in quanto fake "Faul".

Il libro dovrebbe essere ancora in
commercio, ma col titolo "Paul is dead?"
 Leggenda vuole che una notte del 1969, Paul, uscito dalla sala prove, desse un passaggio a una ragazza che faceva autostop, talmente disperata per una contorta questione di aborto da non accorgersi di avere proprio lui accanto.

 La sventurata ebbe la sfortuna di riconoscerlo e fangirlare forsennatamente all'altezza di un incrocio, Paul si distrasse e pam venne coinvolto in un incidente mortale.

 Ma Paul non poteva morire e così ecco saltare fuori lui: Faul!

 Il folle komplottismo a tema canterino ebbe un suo complesso seguito per chi ovviamente credeva a questo scambio di persona e ci fu il solito delirante ricercare indizi su questo fantomatico evento in ogni dichiarazione dei Fab Four, sulle copertine (alcune si prestavano) dei loro lp, sulle dichiarazioni dei loro amici e anche sulla fisiognomica del baronetto Paul.

 La mole di tali inconfutabili prove è stata tale da dar vita ad una serie di libri tra cui "Il caso del doppio Beatle" di Glauco Cartocci Robin Edizioni, appunto il dettagliatissimo libro che recuperammo su una bancarella di una (mi pare) festa dell'Unità e io e la mia amica leggemmo per non so quante ore in macchina fuori da casa mia.

 La cosa interessante (e inquietante) fu che alla fine, quando accendemmo la radio per farci un po' di sottofondo, le frequenze ci restituirono "I'm the Warlus".

 Giacobbo direbbe che il vero Paul ci stava mandando un messaggio dall'aldilà.


venerdì 16 gennaio 2015

4 letture obbligate delle superiori che ho trovato noioserrime (e sensate solo una decina di anni dopo). Quando il grande classico non è adatto all'età e risulta un'epica palla, i miei traumi personali.

 Come ripeto spesso io sono strafavorevole alle letture scolastiche obbligatorie. 
La gente che a cinquant'anni ancora piange dicendo che non legge niente perché all'alba dei tempi fu traumatizzata da imprudenti insegnanti che li costrinsero a sorbirsi noiosissime pagine mi pare, devo dire, un po' ridicola. 
 Dopo una certa età si può anche capire che la Divina Commedia e la biografia di Zanetti sono entrambi i libri, ma con le dovute differenze, quindi se ti ha traumatizzato la prima non si capisce cosa ti impedisca di leggere la seconda (se sei un frignante traumatizzato dell'inter si intende).
 Tuttavia riconosco che alcuni libri dati da leggere durante la carriera scolastica siano stati delle pesantate che potevano tranquillamente essere risparmiate in favore di classici magari più adatti all'età contingente. All'epoca, siccome ero diligente e leggevo comunque tutto, mi sforzavo di arginare la rottura di scatole, riducendomi all'ultimo, ossia gli ultimi due giorni mi facevo coraggio e mi chiudevo per ore e ore e ore. Successivamente rileggendoli mi sono resa conto che quelle che all'epoca mi erano sembrate delle palle inumane e punizioni divine, erano invece libri che parlavano anche di me.
 Solo che parlavano della me di almeno una decina di anni dopo.
 Per farvi capire meglio, ecco di cui sotto i romanzi che mi hanno lasciato un pessimo ricordo scolastico di sfrangimento totale.

MASTRO DON GESUALDO/I MALAVOGLIA:
Lo lessi in questa esatta edizione presa
dalla biblioteca
 Verga. Ok, io lo ammetto, di tutti gli autori che ho davvero detestato leggere alle superiori, tra questi c'era il buon Verga. Probabilmente c'entra il fatto che i suoi protagonisti sono persone annichilite da una vita ingiusta. Voi mi direte, per forza, era un verista. Se è per questo era verista pure Zola, però lui mi piaceva, i suoi protagonisti qualcosa tentavano, pure se finiva male.
 Verga no. Lessi all'epoca sia "I Malavoglia" per me, sia "Mastro don Gesualdo" per fare un riassunto ad un'amica che in cambio mi faceva i compiti di matematica.
 Del secondo non voglio neanche parlare, l'unica cosa che mi è rimasta impressa nella noia generale è che don Gesualdo aveva una pancia invincibile, nonostante lavorasse come un mulo tutto il giorno e mangiasse un tozzo di pane e un pezzo di formaggio che lui doveva risparmiare pure il centesimo, la panzetta gli rimaneva. Questo per dirvi quanto mi colpì nel vivo.
 "I Malavoglia" che lessi in due pomeriggi alla disperata, me li ricordo ovviamente molto meglio. Saga familiare di gente che se non è sfigata lo diventa per interposta persona. 
 Indimenticabili i due momenti topici: la barca di lupini che affonda e la Santagata e nonostante abbia già fatto la partizione delle trecce non può sposarsi. Il primo evento ci lasciava perplessi: chi mai potrebbe affidare le proprie sorti ad una barca che porta LUPINI?? Il secondo non era di facile comprensione: una povera crista, ingenua, buona, che sopporta tutte le disgrazie del mondo, infine non può sposarsi perché la sorella è considerata una poco di buono. Il fratello Alessi, di cui mi piaceva molto il nome, aveva fatto la cosa migliore: si era trovato una cugina orfana e via.
 Capisco il verismo, ma se vogliamo ammazzare la voglia di lettura in uno studente proponiamogli Verga.

LA COSCIENZA DI ZENO: 
Ok, è un capolavoro, serve per capire Svevo, ma, pure qui, permettetemi di dire che darlo ad un diciottenne (o peggio anche meno) non è proprio il top.
 Zeno Cosini è, ancora me lo ricordo dopo anni, come uno che ha lanciato una freccia e ha fatto centro nel bersaglio di qualcun'altro. Non ha nessun pregio specifico, non ha nessuna volontà specifica e non si impegna neanche particolarmente. Ha però, quel che si dice, una gran fortuna. Perciò sposa la donna giusta (per lui) dopo aver corteggiato quella sbagliata (che però amava), fa un lavoro che non si è scelto, ma gli riesce, ha un'amante che vede regolarmente e una vita tutto sommato benestante. 
La storia è ovviamente importante per tutta una serie di motivi, non ultima la costruzione come documento psicanalitico che per l'epoca era un'assoluta novità e sperimentazione letteraria.
 Il conflitto profondo tra l'anima di Zeno e la società in cui vive, il fumo come metafora e via dicendo sono cose comprensibili solo DOPO che uno con la società ci si è scontrato. A sedici anni, mediamente, non sai ancora cosa ti aspetta fuori, nella grande giungla. Sei ancora pieno di ideali, bambagia e aspettative ed è giusto che sia così. perciò non arrivi a pensare al profondo conflitto interiore del buon Zeno (che una quindicina di anni dopo ti accorgerai invece di sentire magari come tuo), ma pensi che un tabagista che ha sposato una donna praticamente a caso ("Scusa ci ho provato con le altre tue due sorelle e mi è andata male, mi prendi tu?" "Certo amore, sono racchia, ma tanto dolce, sposami") non sappia far altro che lamentarsi invece di prendere in mano la sua vita.
 Capisco Svevo e di sicuro è meglio Zeno di "Senilità", ma almeno si comprenda che un liceale potrebbe trovarlo una mazzata sulle ginocchia.

IL DESERTO DEI TARTARI:
 Appena iniziato a leggere, non so perché, ma avevo capito SUBITO come sarebbe finito: questo tizio, Drogo, si sarebbe sfrangiato i cosiddetti e poi sul più bello non sarebbe stato presente. Me lo sentivo. Perciò per tuuuuuutto il libro, oltre alla noia dell'attesa di questi poveri soldati su questo fronte inutile a scrutare all'orizzonte i movimenti di un nemico che non si vede da tempo immemore, mi ha accompagnato l'ansia empatica per questo poveraccio che avrebbe inutilmente consumato la sua vita nel niente cosmico.
Ok, lo so, capolavoro capolavoro, ma io lo ricordo davvero come una palla epica.
 Ora, col senno del poi mi rendo conto che è un grande libro, una metafora enorme sull'esistenza umana, che pare iniziare col botto e invece si risolve in una routine da cui non riusciamo a fuggire, un po' per paura, un po' perchè, fondamentalmente ne siamo anche conquistati, affascinati e irretiti. Le persone a cui la routine per vari motivi è preclusa del resto non fanno altro che anelarla come se fosse il più grande dei desideri, perciò quando ci siamo dentro può assumere i contorni di un incubo senza fine, ma ha anche un suo irresistibile fascino.
 Ora lo capisco però. A 15 anni come si pretende che un ragazzino possa immedesimarsi nello stato d'animo di un uomo che parte col botto e finisce inghiottito dal niente? Il ragazzino neanche è ancora partito, sta lì che lucida il suo cavallo interiore, ansioso di lanciarsi al trotto, e tu gli parli di uno che invece di scappare dal deserto si ferma a oltranza, affascinato dai grandi spazi e dall'attesa. 
 Lo straboccio come libro da rifilare alle superiori, non è l'età e si rischia di rovinarne il gusto che merita successivamente (come è accaduto a me che ancora ho questo retrogusto di "Che palle").

Ps. Moltissimi altri classici delle superiori, invece, mi sono piaciuti. Ricordo che in classe rimanemmo entusiaste di "Cronache di poveri amanti" di Vasco Pratolini. Non gli avremmo dato un soldo e un mese dopo ne parlavamo come se fosse stata la telenovela più appassionante della storia.

 E voi avete dei classici che alle superiori avete letteralmente detestato? Non abbiate tema! Confessate!

martedì 18 novembre 2014

In un mondo dominato dall'economia e dai suoi diktat, serve ancora il liceo classico? E a cosa? Apologia di un baluardo di un differente modo di pensare, concepire, sperare e interpretare il mondo.

In questi giorni, in quel di Torino, c'è stato un finto processo al liceo classico. 
 Attaccato da più parti con l'accusa di essere obsoleto e inutile per l'attuale mercato del lavoro (se leggi mercato delle vacche stai solo avendo un serio misunderstanding freudiano), poco "cool" e poco sensato nel nostro globalizzato mondo dove o conosci sei lingue e sai usare il computer come un hacker o non sei nessuno, ha visto quest'anno un tracollo delle iscrizioni.
 Con mio sommo sbalordimento pare che solo il 6% dei neoiscritti alle superiori abbia scelto quella che la generazione del mio non troppo vecchio padre considerava la scuola in grado di sfornare "la nuova classe dirigente".
Credo di averlo detto più di una volte: io ho frequentato il liceo classico.
  Non l'ho fatto perché speravo di dirigere qualcuno o perché lo consideravo un liceo d'elite o per volontà dei miei genitori (i quali anzi, avevano ampiamente caldeggiato lo scientifico) o perché, poeticamente, credevo che mi avrebbe aperto sterminati orizzonti.
 L'ho fatto, molto più prosaicamente, perché ero una fan sfegatata di Indiana Jones e sognavo, un giorno, di girare il mondo alla ricerca di anfore maledette, oggetti introvabili e specificatamente la tomba di Alessandro Magno. I miei, che non navigavano certo nell'oro, avrebbero potuto fare ciò che fanno con molta più solerzia molti genitori (soprattutto quelli che nell'oro ci navigano e ci tengono a che i loro figli continuino il loro aureo percorso) ossia persuadermi che con materie più scientifiche alla mano mi sarei arricchita con soverchia facilità.
Non lo fecero. Si fidarono, in linea di massima, di quell'ormai nebuloso principio che è lo studiare ciò che piace e ciò per cui si è portati. Io ero sempre stata una capra in matematica e bravissima a scrivere (e facevo giù inutili furori in latino in terza media, durante le ore che il professore di italiano ci propinava di rapina) così, non videro motivazioni per costringermi a capreggiare al liceo tradendo le mie naturali inclinazioni.
 Da quel che leggo e da quel che sento da svariati anni , con più forza da quando mi sono laureata in una materia assolutamente non spendibile nel mercato (anche perché si tratta di una materia che non ha mercato, ma rientra nell'ambito dei servizi al cittadino e quindi non è per sua natura in grado di produrre denaro), le materie umanistiche sarebbero ormai carrozzoni del passato completamente inutili.
 In realtà trovo l'odio verso il liceo classico non solo miope, ma anche abbastanza cretino. Studiare in un liceo del genere non preclude certo la possibilità di iscriversi a materie scientifiche. Non parlo di rarità, ma di numerosi studenti che scelgono medicina e non ultimo il migliore, documentato e reale, amico di mia sorella, che ha appena vinto un dottorato in Fisica in un'assai importante università pubblica.  Liceo classico alle spalle e nessunissimo pentimento al riguardo.
 Collegare perciò la frequentazione del liceo classico all'automatica iscrizione a Lettere e Filosofia è perciò, a mio parere, la prima delle cretinate.
 La seconda è credere che il problema si annidi in quello che non solo è un ottimo liceo, ma farebbe benissimo alla stragrande maggioranza degli italiani. 
 Quando, prima dell'avvento dei social network, le statistiche dipingevano un popolo di analfabeti, io strabiliavo assolutamente convinta di un macroscopico errore di valutazione.
   Certo, i casi disperati alle scuole medie ce li avevo anche io, ma erano, sembrava, uno o due pecore nere di cui tutti dopo la licenza media persero le tracce (ok, avevo anche una compagna di classe che durante gli esami confuse l'Africa con l'America del Sud, ma era appunto una su 25). 
 Ora, il meraviglioso mondo di internet, mi ha permesso di vedere coi miei occhi e toccare con la mia tastiera l'abissale ignoranza linguistica di un popolo che se Dante potesse vedere precipiterebbe all'inferno seduta stante.
L'ho pescata da internet e faccio notare come il tizio che si è
occupato di fondellare la ragazza, abbia sottolineato il verbo,
completamente dimentico del fatto che "Un'altra vita" chiede
l'apostrofo, anzi, direi che lo implora.
 Gente che non ha ancora compreso che l'italiano non è il francese e infila accenti non richiesti in ogni dove "stà invece di sta, sò invece di so", la totale incomprensione di quello strambo fenomeno linguistico che è il troncamento (innumerevoli gli italiani che nei tatuaggi sognanti si fanno scrivere "Ho bisogno di un pò di vita"), e questo senza infilare il dito nella sintassi, questa sconosciuta.
Com'era possibile che dopo innumerevoli anni di scuola dell'obbligo si potesse arrivare a non mettere due parole in fila e quattro in croce?
Tale ignoranza pervicace di italiani che, stando alle statistiche non hanno abbandonato certo la grammatica in favore della fisica (statistiche internazioniali ci danno zappe in entrambi i campi), genera plotoni estremisti altrettanto folli: i grammarnazi che stanno lì con la penna da errore blu a carpire l'errore certo in cui incorrerai, il congiuntivo che dimenticherai, la virgola che metterai tra soggetto e verbo.
 La penna blu aiuterà il loro ego, ma certo non consente loro di vedere il vero fulcro del problema che non è quello di riuscire a portare a casa un dieci e lode sul tema.
 Il punto è che si incolpa il liceo classico di un innumerevole serie di nefandezze di cui è completamente esente.
1) Chiunque imbocchi il liceo, anche scientifico, anche linguistico, sa con cognizione di causa che dovrà necessariamente iscriversi ad un'università per completare la sua formazione. 
2) Se c'è un istituto che viene trattato in modo obsoleto, ebbene, quella è l'università.
 Ho studiato come una pazza materie di cui non solo mi domando tanto l'esistenza, ma soprattutto il motivo di esistenza nel piano di studi. Cattedre tenute in piedi per professori che dovevano andare in pensione da tremila anni, crediti sparsi in ogni dove come bollini del latte in materie che post-riforma Moratti non si sapeva dove infilare. Il problema di abolire robe come "Storia degli ordinamenti degli stati italiani" in corsi di laurea che beneficerebbero assai di più di corsi specifici su programmi informatici inerenti alle materie di studio (ce ne sono a pacchi anche per gli umanisti, non crediate che a loro non serva conoscere il codice html o xml), è dell'università, non del liceo classico.
La protagonista della seconda serie de "I liceali", una rarissima
serie tv italiana a mio parere fatta bene. Nella seconda serie il tema
del "A cosa serve studiare ora? A cosa serve studiare una materia
umanistica a ora? A cosa serve studiarla se sei una persona con
pochi mezzi economici?", viene trattato benissimo.
 Il liceo classico, per l'età particolare dei suoi studenti, rientra nel campo della formazione non solo culturale della persona, ma della persona stessa. 
 Si studia filosofia non per diventare filosofi, ma per comprendere che il mondo non è quello che ci danno per certo.
 La storia, la letteratura greca, quell'assurdo popolo folle che erano gli antichi greci, in grado dalle loro microscopiche città stato di creare le basi di una civiltà che esiste tutt'ora, sono le chiavi che uno studente ha per sempre nelle sue tasche per interpretare liberamente il mondo.
 La tristezza del vedere persone laureate fidarsi della prima bufala web che passa, del primo linciaggio mediatico, dedicarsi all'indignazione cieca davanti ad un servizio di denuncia in tv, ad un articolo, senza porsi delle domande, sentire il bisogno di una ricerca, provare la sensazione di non sentirsi trattato come una pecora, ma come un essere pensante che pone domande, ebbene la tristezza è ormai all'ordine del giorno.
 La camera mortuaria che si sta preparando al liceo classico, in favore di materie "cool", economia in particolare, fa parte di un più ampio disegno, per niente complottista, ma estremamente rapace, della modellazione del mondo secondo nuovi (e in un certo senso anche antichi) criteri. Criteri che non hanno basi solidali, non hanno basi sostenibili, non hanno a cuore i desideri e i bisogni di tutti, di coloro che hanno meno possibilità, sia materiali che mentali, che non hanno in mente una società equa. 
 Il mondo, ci insegnano i nuovi rampanti che inneggiano alla morte delle materie inutili perché non produttive, è di chi guadagna, di chi produce denaro, di chi si appropria del maggior quantitativo di moneta sonante.
 Ed è estremamente necessario a chi questa moneta sonante ce l'ha effettivamente in  mano, che non solo tutti diventino il più individualisti e competitivi possibile, ma che costoro non si pongano mai domande, non si chiedano mai se c'è qualcosa di errato nell'interpretazione della realtà che viene loro offerta.
 Inoltre deve ormai passare chiaro un concetto:
 Se non ce la fai non è il mondo che sta prendendo una chiara piega, sei tu che, evidentemente, non ti sei impegnato abbastanza. Perché non hai superato tutti gli ostacoli? Perché non hai lavorato sodo? Perché non hai studiato? Tutto era per te possibile, sei solo tu che non l'hai voluto. Certo avevi meno soldi di altri, eppure persone più povere di te ce l'hanno fatta, la tua è tutta una scusa. 
 Il tuo destino è quello che ti meriti, non prendertela con la società, non cercare altre interpretazioni
 Il messaggio è già passato, il senso di colpa per non essere diventati abbastanza già instillato. L'attacco al pensiero, al metodo, a quella scintilla che può accendere ancora le menti è già iniziato. Ovviamente non dico che non si possa avere capacità di pensiero e interpretazione studiando materie scientifiche, anzi. Ma provate a pensare all'assurdo contrario: studiare le materie scientifiche non è cool, le materie umanistiche sono l'unica vera via. E' un'imposizione orrenda, insensata, ingiusta e soprattutto folle.

In tempi in cui di denaro non ce n'era, in un'Italia devastata, veniva scritto nella costituzione,
"Art.4: La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società." 

Ora, opulenti e bramosi di ulteriore opulenza, in troppi rincorrono con assai più foga quelle figure imparruccate che infestano la sezione di economia, Donald Trump che manda tutti al diavolo, Kiyosaki che consiglia, nei suoi saggi sul produrre denaro come ragione di vita, a non leggere libri se non quelli di economia.
 Sirene che rendono folli i marinai sciocchi che tra le tempeste ascoltano canti dolcissimi e mortali infrangendosi sui marosi.
 E' questa solo una sciocca citazione omerica, eppure chissà perché e chissà per come, anche i più sfegatati sostenitori delle materie economiche non potranno non vederci la più esatta delle fotografie della realtà.

Ps. E comunque, sottolineo, se fossi stata brava nelle materie scientifiche mi sarei iscritta più che volentieri a Chimica, solo che, ahimè, non era nelle mie naturali inclinazioni.


giovedì 6 novembre 2014

Sul misterioso successo de "Il comunismo spiegato ai bambini capitalisti" di Gerard Thomas. Cosa rende un bignami di storia per ragazzini uno dei successi dell'anno? Forse una risposta sensata c'è, tra feste dell'Unità, nuove lotte di classe, vergogna e una certa pulce.

 Nonostante la mia sia sempre stata una famiglia molto politicizzata, mio padre ha sempre perseguito con forza l'intento di non parlare di politica a me e le mie sorelle infanti.
In tal modo le feste dell'Unità a cui andavo erano qualcosa di estremamente fumoso nella loro finalità (percepivo solo che era un luogo dove potevo fare una grande pesca e mangiare salsicce e carbonara) e l'unico accenno che abbia mai avuto sul comunismo durante l'infanzia, fu una sbrigativa e imbarazzata spiegazione sul ruolo di Fidel Castro a Cuba da parte di mio nonno.
 Avevo visto il barbuto signore in tv e avevo chiesto lumi. Mi pare che la spiegazione fu: un signore che governa un posto al di là del mare, (che poi tecnicamente non è neanche sbagliata).
 Crescendo, appresi che la festa dell'Unità era collegata alla sinistra, ma il Pci era morto durante la mia infanzia quindi eravamo già in epoca, Pds. poi Ds e tutti le sue diramazioni, da Rifondazione comunista ai Comunisti italiani, che una decina di anni fa i partiti di sinistra si riproducevano praticamente per mitosi.
 Alle superiori il mio insegnante di filosofia, un eccentrico psicologo che un giorno ci gridò la celebre frase: "Basta non voglio più essere madre, adesso voglio essere padre! Smettete di bere latte dal mio seno!", lasciò che un quarto del programma dell'ultimo anno fosse occupato dal pensiero di Marx.
 Non fu un indottrinamento, semplicemente segammo qui e lì spazio a Kant e Hegel e nessuno ne ebbe a che protestare. 
Leggemmo perciò tutte "Il manifesto del partito comunista" e ci facemmo una cultura sulla sovrastruttura, il materialismo storico e la teoria del plusvalore. Io, che bazzicavo luoghi sinistrorsi col perenne spettro di mio padre, preoccupato che mi infilassi in qualche casino epico, mi aspettavo a dire il vero che Marx si rivelasse in toto una fuffa di epiche dimensioni. 
 Rimasi quasi sconcertata nell'apprendere che non solo non era fuffa, non solo non era estremo, ma mi ritrovavo d'accordo con lui al 90% (il 10% riguarda principalmente i metodi violenti della rivoluzione del proletariato).
 Mi infilai quindi in una serie di letture che allarmarono ulteriormente il mio genitore, che già mi vedeva coi rasta e una canna in bocca pronta a rotolarmi nella terra battuta di un centro sociale: mi buttai su un compendio de "Il capitale" di Cafiero (la mole dell'originale mi atterrì già all'epoca) "Stato e anarchia" di Bakunin, "L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato" di Engels (che ve lo dico è attualmente incredibilmente fuori commercio), le lettere di Rosa Luxemburg e quelle dal carcere di Gramsci (le prime bellissime, quelle del secondo un'estrema delusione).
 Leggevo, apprendevo, ingerivo, digerivo, ma non riuscivo a trovare un'applicazione pratica a quelle somme verità. nel senso che non riuscivo proprio a capire in quale modo si potesse anche volendo deviare dalla traiettoria politico-economica degli eventi e mettere in pratica quel buono che esisteva nella teoria. Anche perché era tecnicamente difficile anche solo sollevare il problema visto che qualsiasi risposta finiva con l'anatema: guarda cosa è successo ai paesi comunisti.
 Che per carità, storia l'ho studiata anche io, ma una sorta di perplessità pesante davanti anche agli effetti non completamente benefici (ed in divenire) del capitalismo, mi pareva stupido non farsela venire.
Attribuisco a questo desiderio di trovare un pensiero alternativo, uno spiraglio di possibilità e un sollievo collettivo che autorizzi a pensare che forse la nostra società non si fonda su basi aprioristicamente buone, il successo di un piccolo libro pubblicato ormai da un bel po' di mesetti dalla Clichy: "Il comunismo spiegato ai bambini capitalisti" di Gèrard Thomas.
 Era da parecchio tempo che desideravo leggerlo, ma rimandavo sempre, convinta che, nonostante il titolo bambineggiante, necessitasse di una certa concentrazione per essere assimilato. Quando infine l'ho avuto tra le mani, sono rimasta molto perplessa.
 L'ho letto in poche ore (distribuite in più giorni, ma per ragioni di tempo mio, altrimenti andava giù in un pomeriggio), e ho scoperto che non tradisce il titolo: è davvero la storia dell'idea comunista a partire dai sumeri per finire ai giorni nostri, raccontata come se fosse un bignami per undicenni.
 Dopo aver quindi riletto, per carità con piacere, cose che avendo fatto decentemente le superiori ricordavo ancora in scioltezza (l'ascesa del comunismo in Russia, i comuni medievali in Italia, Proudhon, Fourier, il povero Tommaso Campanella e via dicendo) mi sono chiesta seriamente che cosa avesse decretato il così grande successo di questo libretto.
 Dopo un po' di riflessione mi sono data una risposta: questo libro mostra una possibilità. Precisamente la possibilità di trovare del buono in un'idea o in un'aspirazione o in un sistema economico e sociale che ha avuto per la maggior parte delle pessime applicazioni (anche per degli errori di fondo che l'autore non nega, come non nega le violenze dei vari regimi). L'ho detto già nel post sul femminismo: la frase che dice "Tutti gli ismi sono uguali" è una grande idiozia.
 Un suffisso grammaticale non può avere un tale aprioristico valore dispregiativo, anche perché a guardar bene, anche capitalismo allora finisce in -ismo.
 Già il solo fatto che un titolo in cui viene citato il comunismo venga salutato con una selva di orrore e di "Eh ma Stalin in Russia" rende il successo di questo libro ancora più sensato. Anche solo pensare di trovare del buono in una teoria, in cui l'autore, infila tra i suoi fautori anche Gesù Cristo. sembra  essere  qualcosa da nascondere a tutti i costi.
 I tempi sono ormai un po' confusi, in nome di disastri lontani sembra ormai che noi si possa passare sopra a tutto, accettare tutto, trovare aprioristicamente buono un sistema che alla fine vediamo solo nel contingente e di cui non abbiamo nessuna visione d'insieme.
  Questo libro, semplice semplice, ha accentuato in me quella strana sensazione di trovarmi già all'interno di un libro di fantascienza dove la realtà è solo uno specchio di cui non vediamo il fondo. Non mi riferisco a nessun club Bilderberg e a nessun complotto, ma alla stoltezza con cui si prende per naturale e ineluttabile un sistema economico che di naturale non ha proprio niente. Noi potremmo opporci, ma semplicemente pensiamo, da bambini capitalisti, che qualsiasi alternativa ci porterà alla catastrofe.
 E allora come dice il libro:
 
"Qual è la conseguenza  di questo processo nei paesi industriali avanzati? Ovviamente il fatto che è aumentata la disoccupazione, e che pur di lavorare si è disposti a rinunciare ai diritti che i nonni e i padri avevano conquistato. Quando si è in difficoltà e senza lavoro, si abbassano le pretese e si è disposti ad accettare quasi tutto. La televisione e altre fonti di opinione cominciano a spiegarci che non c'è lavoro perché il lavoro costa troppo e che quindi occorrono flessibilità e poche pretese per lavorare e così si fanno leggi che diminuiscono o addirittura eliminano i diritti conquistati dai nonni e dai padri. E si torna al punto di partenza. Al dominio assoluto,  anche se non apparente come lo era prima del capitalismo,
 Un sociologo italiano che si chiama Luciano Gallino lo ha spiegato molto bene, chiamando questo capitalismo "turbocapitalismo" e dimostrando che la lotta di classe si è invertita. Adesso è la lotta di classe del capitalismo contro i lavoratori che non sono più un uniforme e solidale proletariato, ma una massa disomogenea di disoccupati o potenziali disoccupati disposti a qualsiasi flessibilità pur di avere uno stipendio almeno decente. I capitalisti, anzi, i turbocapitalisti hanno vinto"

 Il fatto che abbia scritto questo post con le pinze e che paventi commenti in salsa di "E allora i morti del comunismo?", mi rende alquanto inquieta.
 Non ho mai amato il soviet e non sono una di quelle che vorrebbe essere vissuta per sventolare le bandiere rosse, ma se un libretto semplice semplice dilaga in tal modo mettendo pulci in tante orecchie alla disperata ricerca di una pulce che le faccia pensare, allora beh, che vengano altri 1000 Gèrard Thomas.
 E davvero, su questo post chi se la sente (e/o ha letto il libro), commenti commenti commenti che è argomento piuttosto spinoso.

lunedì 22 settembre 2014

I clienti come una classe del liceo. Quando le dinamiche e tipologie liceali finiscono per calzare a pennello ai clienti, e ai colleghi di lavoro, e alle dinamiche sociali in generale. Un fumetto su una grande verità.

Ho sempre pensato che dopo una certa età, tutta una serie di dinamiche sociali proprie degli anni scolastici, si sarebbero dissolte, assorbite miracolosamente dal grande mondo della maturità.Ebbene, l'esperienza personale e il meraviglioso e quotidiano rapporto col pubblico mi hanno costretto a ricredermi. 
Noi non usciamo mai da quelle labirintiche connessioni sociali di livello scolastico. Non solo siamo fatalmente costretti a ripeterle in tutti i luoghi, lavoro in primis, dove ci ritroviamo ad avere a che fare con un certo numero di esseri umani, ma continuerà a succedere anche privatamente, tra amici o in tutti i gruppi che giustifichino un minimo di rapporto interpersonale.                                         Fantozzi" per dire, è un maestoso esempio di tale verità e probabilmente è uno dei motivi del suo stratosferico successo.                                   Poiché col passare dei mesi ho continuato ad avere la fastidiosa e pervicace idea che anche le tipologie di clienti possano rientrare tranquillamente negli stereotipi dei nostri compagni e compagne di liceo, ecco il fumetto del giorno "I clienti come classe di liceo".
 E' la prima parte. Se manca qualcuno di evidentissimo, non mancate di suggerirlo nei commenti a questo delirio del lunedì.



lunedì 23 giugno 2014

Dimmi cosa leggi e ti dirò che facoltà farai. Parte II. Leggere il futuro universitario nei fondi della vostra libreria è possibile: filosofi, storici, artisti, medievisti e mooolti altri.

 Maturandi siete pronti a sapere che finaccia farete? Post universitari siete pronti a confermare che finaccia avete fatto?
 Ecco la seconda infornata di lettori facoltà per facoltà. Grazie al sistema italiano, peraltro, potrei andare avanti all'infinito.
 Let's go!

FILOSOFIA:
Essi si vedono così. Pensierosi, tormentati
possibilmente fascinosi
 Non ho frequentato Filosofia (che si sappia e si divulghi nella steppa), ma per vari motivi ho stanziato per un lungo anno in una facoltà di codesta nobile materia. Tale prolungato contatto mi ha permesso comunque di sviluppare una pervicace allergia ai laureati in codesta materia. I filosofi si ritengono gli ingegneri delle materie umanistiche. Essi, soprattutto nel periodo universitario, ritengono di possedere non solo una conoscenza superiore, ma di avere le chiavi del sapere e tutte le risposte ai problemi del mondo. In alternativa ritengono di sapere tutte le domande, che per loro è più o meno la stessa cosa, visto che sanno di non sapere.
Essi leggono moltissimo, ovunque, e pensano. Si appollaiano su qualsiasi finestra, cortile, scalino, davanzale e aula vuota a studiare e leggere i propri filosofi preferiti e pensano, pensano, pensano o discutono stile Parnaso. Heidegger era davvero un nazista? Le donne possono essere davvero delle filosofe? Chi sono? Dove vado? Dove andiamo? Grande hit degli ultimi anni è l'estetica, basta la parola per fare di te un fico (in alternativa l'epistemologia va sempre bene). Mai conosciuto uno studente di filosofia che dia le sue migliori energie a Parmenide, in compenso si stracciano i capelli davanti a Benjamin, Derrida e Foucault. Mode filosofiche, prossimamente sui nostri schermi.

LINGUE E LETTERATURE STRANIERE:
 Le studentesse (perché esistono anche studenti maschi, ma sono tipo la particella di sodio della Lete, soli e introvabili) di Lingue si dividono in due fazioni avverse e in perenne lotta tra loro.
 Le linguiste vere: costoro leggono come delle pazze, qualsiasi cosa. Non solo ma lo leggono SOLO in lingua originale e ci tengono a sottolinearlo. Per loro leggere qualsiasi autore in lingua originale vale doppio, che la traduzione perde, trasforma, inquina e via dicendo. Inutile spiegar loro che va bene tutto, ma non possiamo sapere correntemente il tedesco, il francese e l'inglese in contemporanea solo per avere il piacere di gustare il vero verbo della letteratura originale. Generalmente e paradossalmente leggono poco in italiano o autori italiani. Mai capito se per snobismo o perché se è troppo facile non c'è gusto.
La studentessa tipo di "economia del turismo":
 E' vero, esiste questa fiorente categoria di studentesse che vuole generalmente lavorare nel turismo, sposarsi e figliare like coniglio appena dopo la laurea. Esse studiano tantissimo e in modo diligente (esse provengono anche quasi tutte dallo psicopedagogico), e hanno anche medie più che rispettabili, tuttavia, chiusi i libri universitari si spalancano le porte del nulla. Può darsi siano dedite a Fabio Volo o saltuariamente a qualche romanzetto Newton o Garzanti che prestano loro altre amiche e colleghe, ma si tratta di frequentazioni sporadiche. Perché anelino specificatamente lavorare nel turismo non l'ho mai capito.

SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE/SCIENZE POLITICHE:
Essi si sognano un po' tutto, giornalisti e politici, assistenti
di politici e esperti di radio e tv. Mah
Due facoltà accomunate dallo stesso destino: tutti hanno pensato almeno una volta di farle, nessuno sa precisamente cosa caspita si studi, cosa si faccia dopo e soprattutto a cosa ti preparino. 
 Nel gran mescolone dei loro esami, gli scienziati della comunicazione trovano delle affinità, che non riconosceranno mai, con i sociologi, visto che ormai i mass media sono il mezzo principale per comprendere le masse. 
 Amano morbosamente McLuhan e "La società dello spettacolo" di Debord, non ho mai capito in che modo sperino di diventare dei giornalisti, ma molti covano questa palese ambizione e nel frattanto scartabellano le vite dei giornalisti celebri. 
 Più fumosi gli studenti di scienze politiche il cui ruolo mi sfugge da sempre. Chi è che non ha avuto l'amico indeciso su cosa fare del proprio futuro che, nel dubbio, è stato inghiottito dal gorgo di scienze politiche per poi riemergene con una laurea dalle dubbie connotazioni? Se il loro interesse per la materia è sincero e premeditato essi saranno dei grandi appassionati di geopolitica e ciuccieranno libri di Kissinger, storia della Cina e dell'India, tomi sui rapporti internazionali (must: "Storia delle relazioni internazionali" di Di Nolfo) e la sempre amata Europa (sogno poco velato dello studente di scienze politiche: lavorare al parlamento europeo).

STORIA DELL'ARTE/ACCADEMIA D'ARTE:
L'amabile rapporto tra le due categorie è ben visibile nel film
"Colpo d'occhio" con Rubini critico d'arte e Scamarcio artista.
Dico solo che ci scappa il morto.
Precisando che essi sono come la mangusta e il formichiere, in perenne lotta tra loro e convinti vicendevolmente che l'altro sia il male, sono almeno accomunati da un unico amore: l'arte. 
 Entrambi leggono libri di storia dell'arte, biografie d'artisti, collezionano monografie e cataloghi in modo ossessivo e hanno un pantheon di artisti che venerano e di cui cercano con cura saggi da collezionare e rileggere nei momenti bui. Se gli aspiranti artisti cercano nei loro idoli ispirazione per sconfinare quasi sempre nell'emulazione molesta, gli storici dell'arte si buttano a pesce in qualsiasi libro di critica d'arte. 
 Dimentichi di aver intrapreso la facoltà perché appassionati di Michelangelo e Raffaello, si scoprono critici d'arte aspiranti filosofi e iniziano a ingollare qualsiasi testo di critica d'arte per sconfinare nel parnaso dei colleghi di filosofia, che li considerano con sufficienza (e con altrettanta sufficienza sono ricambiati). Il must assoluto è "L'opera d'arte nell'epoca della riproducibilità della tecnica", per il resto, qualsiasi cosa mostri oggetti incomprensibilmente piantati in una sala o abbia la parola estetica dentro va bene.
Postilla: esiste un filone di storiche dell'arte praticamente gemello delle linguiste del turismo. Studiano diligenti la loro materia, prendono voti alti, non leggono, si laureano e si sposano. Punto.

STORIA:
 Numerosi e afflitti dalla medesima domanda che macigna tutti gli iscritti ad una materia umanistica di non facile impiego commerciale (ossia "Ma poi che lavoro fai?"), gli studenti di storia leggono molto, generalmente nell'ambito del periodo storico di loro interesse. Se gli studenti di storia romana, greca e antica in generale sopiscono, nascosti come mummie, iperattivi sono quelli del periodo medievale, ma soprattutto contemporaneo. 
I primi, generalmente appassionati di fantasy sognano da una vita di poter studiare la fonte delle loro passioni: il medioevo. Castelli, dame, cavalieri e templari fino a quel momento rinchiusi in saghe come "Il signore degli anelli", prendono vita nelle appassionanti e interminabili monografie sulla vita nel medioevo. La loro libreria è in genere un cortocircuito che mixa Le Goff con Martin, Duby con Terry Brooks, tutti uniti sotto la grande egida di un mondo forse senza magie, sicuramente senza tecnologie.
 I secondi, sono in genere molto molesti.
 Gli studenti di storia contemporanea sono i peggiori infestatori dei collettivi universitari, i più attivi volantinatori di Lotta Comunista, i più ferventi richiedenti il tuo numero di cellulare per renderti partecipe della prossima riunione per fomentare le folle proletarie contro il capitalismo. Hanno una conoscenza enciclopedica degli anni '70 che rimpiangono a posteriori e che tentano di assorbire in ogni modo tramite la lettura continua di libri sull'epoca. Sanno tutto sul sequestro Moro, brigate rosse, stragi rosse e stragi nere, depistaggi di stato e ristampe anastatiche. Casa editrici favorite in assoluto: la Derive Approdi, Manifesto Libri, Editori Riuniti (per i classici).
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