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sabato 4 agosto 2018

"La libreria in estate" le accaldate cartoline dalla libreria summer edition tra bagni, sepolti in casa e diritti.

Ed ecco a voi la serie di cartoline dalla libreria summer edition che volevo fare da almeno un mese e mezzo!!
 Potrebbe esserci la seconda parte, intanto godetevi questa prima infornata!

 "La libreria in estate", le accaldate cartoline dalla libreria!







venerdì 4 settembre 2015

Il viaggio non è una diapositiva. I libri e le vite di cinque appassionate esploratrici del secolo scorso tra stati nascenti, navi in balia delle onde, città proibite e scommesse sessiste (vinte).

 La narrativa di viaggio non gode delle mie particolari simpatie ed è uno dei motivi per cui raramente recensisco qualcosa del settore.
 La sensazione di guardare le diapositive del viaggio in Thailandia del mio vicino di casa, per quanto appassionante e rivelatore esso possa essere stato, non mi abbandona mai.
So che ha i suoi appassionati estimatori, ma io trovo difficile appassionarmi alle avventure vere di qualcun'altro.
 Sicuramente è un mio limite, di certo non ho ancora trovato il libro che mi aiuterà a superarlo. Gli unici libri che mi ispirano vaghe eccezioni, sono quelli che contengono, volenti o nolenti una storia particolare a monte.
 Per carità è particolare anche attraversare l'Asia in motocicletta, ma rimane secondo me, sempre un racconto con un carattere eccessivamente personale e assai poco universale.
 I racconti di viaggio che mi appassionano, i rari, sono quelli che fotografano qualcosa che travalica l'esperienza del singolo e si estendono volenti o nolenti verso qualcosa di più grande. Raccontare un viaggio per capire un continente (come ad esempio erano anche "I diari della motocicletta" di Che Guevara), descrivere un luogo per capire la storia (la Storia vera non la nostra). 
 Non so se mi sono spiegata perciò bando alle ciance, ho selezionato una serie di libri di esploratrici donne, vissute quasi tutte tra la metà dell'800 e l'inizio del '900 epoca in cui viaggiare era assai più complicato e per le appartenenti al gentil sesso, un'impresa doppia!

FREYA STARK:
 Esploratrice inglese, cresciuta (e morta) in Italia, ad Asolo, fu una viaggiatrice instancabile del medio oriente, i cui scritti, soprattutto il cicciuto "Lettere dalla Siria" (ed. La Vita Felice) sono assai interessanti per comprendere un po' meglio i travagli, i problemi, gli scontri di religione e civiltà, ma anche le meraviglie e la diversa imponente cultura, di una regione attualmente così sconvolta dalla guerra. 
 Nacque in Francia nel 1893 e durante la sua infanzia, trascorsa in Liguria si appassionò all'Oriente grazie a "Le mille e una notte" che una zia le regalò per i nove anni e ad un vicino di casa siriano che rinfocolò la sua fantasia. A sedici anni ebbe un brutto incidente che le deturpò parte del viso, i mesi d'infermità la convinsero che la sua vita non sarebbe mai stata tra quattro mura, perciò, dopo gli studi in Inghilterra, imparò l'arabo e iniziò a viaggiare per il nordafrica, attraversando la valle degli assassini, visitando approfonditamente la Siria e giungendo in luoghi impervi e pericolosi anche per corpulenti esploratori uomini (era un metro e sessanta la nostra Freya). 
 Durante la seconda guerra mondiale contribuì, su ordine dell'impero britannico, a costruire in Oriente quella che veniva chiamata "fratellanza", una rete di persone che contribuivano in loco a diffondere propaganda filobritannica. I suoi libri, reportage appassionati delle sue imprese, la resero celebre in patria e non solo ed ebbero il merito di gettare una luce più chiara sulla cultura dei paesi che visitò (specialmente sulla molto oscura condizione femminile). E' morta ad Asolo nel 1993, il suo ultimo viaggio era stato ad 88 anni, in Tibet.

ALEXANDRA DAVID-NEEL:
 Figura discretamente folle, ma davvero incredibile, Alexandra David-Neel è stata l'emblema estremo del volere è potere. Nata in Francia da una famiglia benestante, sin da piccola mostrò segni di chiara inquietudine migratoria: da ragazza scappò dall'Olanda all'Inghilterra e ne fece ritorno quando si presentò quello che fu il suo problema più pressante, i denari.
  Scappava e tornava non appena essi finivano, appassionandosi nel frattempo a pratiche e discipline teosofiche ed esoteriche e cercando di mantenersi tramite la sua voce che la portò in a vagare per l'Oriente come cantante lirica. Irresistibilmente attratta dall'Oriente fu la prima donna occidentale ad entrare nella città proibita a Lhasa, travestita da pellegrina. Si sposò con un sant'uomo che la sostenne sempre, spiritualmente ed economicamente, un ingegnere ferroviario che forse non poteva essere la persona più adatta ad un'anima inquieta come la sua.
 Non persero mai i rapporti, ma si persero di vista a lungo in giro per il mondo, finché Alexandra non conobbe il monaco tibetano Aphur Yongden che la aiutò nell'impresa di Lhasa e divenne suo compagno (e figlio adottivo). Tra un viaggio e l'altro e dopo, una volta che con Yongden si stabili a Digne, scrisse numerosi libri su buddhismo, testi sacri tibetani e memorie di viaggio. Morì a 101 anni nel 1969, Yongden, più giovane di lei, se n'era andato nel 1955.
 Per conoscere i retroscena della sua impresa più famosa potete rivolgervi a "Viaggio di una parigina a Lhasa" di Alexandra David-Neel ed, Voland.

EMILY CAROLINE CREAGHE:
 Si potrebbe dire che la Creaghe fu una predestinata del viaggio.
 Figlia di un ufficiale inglese, nacque nel 1860 a bordo di una nave nel golfo del Bengala. Cresciuta in Inghilterra, si trasferì a 16 anni con la famiglia in Australia dove sposò l'irlandese Harry Creaghe col quale ad appena 22 anni compì l'impresa di visitare una lunga, misteriosa e impervia zona della parte nord del continente, in gran parte abitata da aborigeni alquanto comprensibilmente incattiviti dalla loro presenza (e dalle violenze subite). Fu l'unica donna a partecipare alla spedizione, durante la quale, oltre a rimanere incinta, scrisse un diario personale nel quale descrisse con dovizia di particolari i paesaggi, i luoghi, ma soprattutto le relazioni con gli aborigeni, non sempre, appunto, amichevoli.
  Pochi anni dopo la spedizione il marito morì in un incidente e si risposò con tale Joseph Barnett da cui ebbe altri sei figli. Curiosamente, anni dopo visse una perigliosa involontaria avventura: la nave su cui si era imbarcata con alcuni dei suoi figli per la Nuova Zelanda ebbe un guasto e vagò in balia dei flutti per ben sette settimane, finché non venne recuperata. Morì nel 1944 in quel di Sidney, la Vita Felice ha pubblicato il diario della sua prima spedizione.

GERTRUDE BELL:
Tutti ricordano Lawrence d'Arabia (principalmente con le fattezze di Peter O'Toole, quasi nessuno sa che una donna giocò nella creazione dell'Iraq contemporaneo e nella creazione geopolitica del medio oriente, un ruolo altrettanto importante.
 Si trattava dell'archeologa, orientalista, diplomatica e spia britannica, Gertrude Bell. 
 Figlia di industriali inglesi, si diplomò ad Oxford mostrando una spiccata propensione per le lingue e un grande interesse per le materie storiche e l'oriente. La sua ostinazione, ai frequenti viaggi in medio oriente e alla sua profonda conoscenza delle lingue e della cultura locali le valsero un ruolo strategico nella creazione dello stato iracheno, ottenuto dalla fusione di tre ex provincie ottomane. 
 Grazie alla sua influenza contribuì a delimitare i confini dell'Iraq, a insediare sul trono iracheno re Faysal (che ne ebbe sempre grandissima considerazione) e a stendere la costituzione dello stato nascente.
 La sua storia diverge ampiamente dalle altre esploratrici dell'elenco per il peso non solo culturale, ma politico che ebbe la sua figura indubbiamente eccezionale e meritevole di ben altra considerazione. Morì, probabilmente suicida, tormentata da problemi di salute e circondata da una profonda solitudine.
 Molti i suoi scritti, si consiglia di iniziare da "Ritratti persiani" ed. Elliot lungo reportage sociale, antropologico e politico della sua permanenza in Persia.

ANNIE KOPCHOSKY:
 Un tempo c'erano primati che andavano abbattuti per molti motivi, e quello sportivo era solo l'ultimo di essi.
Annie Kopchosky, americana di origine lettone è stata un'eroina dell'emancipazione femminile e la prima donna a fare il giro del mondo in bicicletta, fatto notevole oltre che dal punto di vista atletico, soprattutto da quello sociale: era il 1894 e per le donne erano considerate sconvenienti e proibite molte cose, bicicletta inclusa.
 Tutto iniziò quando due gentiluomini danarosi di Boston non avendo evidentemente molto da fare se non sparare divertissement sessisti, dichiararono che nessuna donna sarebbe riuscita ad eguagliare Thomas Stevens, il primo uomo a percorrere il globo in bicicletta una decina di anni prima. 
 Misero a disposizione una somma di denaro per la signora che avesse compiuto l'impresa (immaginando che nessuna avrebbe neanche raccolto la sfida) e si fece avanti questa ragazza ebrea, già madre di tre figli. Partì leggera, con una pistola, un solo cambio di biancheria e una bicicletta da uomo. Attraversò Europa, medio oriente e oriente usando vestiario considerato sconvenientissimo per l'epoca (mutande e persino pantaloni a sbuffo), si guadagnò da mangiare e da dormire per l'intera durata del viaggio (come previsto dai termini della sfida) e al suo ritorno, 15 mesi dopo, venne festeggiata come un'eroina. Per qualche anno il suo mito crebbe procurandole notorietà e denaro, poi l'oblio. 
 Suo nipote, Peter Zheutlin, ha scritto una bella biografia su di lei e sulla sua incredibile impresa: "Il giro del mondo in bicicletta" Elliot editore.
 Ps. Consiglio aggiuntivo. Se siete appassionate di donne cicliste, sempre della Elliot esiste un romanzo basato sulla storia vera di due missionarie che percorsero la Cina e l'Asia centrale interamente in bicicletta tra il 1900 e il 1940: "Guida per signore in bicicletta sulla via della seta" by Suzanne Joinson.

Ne avete già letto qualcuno? Conoscete altre esploratrici degne di nota (immagino di sì, la sezione dei viaggi ne è colma!)? Testimoniate!


giovedì 23 ottobre 2014

Lo strano caso delle misteriose traduzioni italiane dei titoli stranieri. Ragazzi che entrano dalle finestre, svastiche solari, attimi fuggenti, diari e confessioni di una discutibile abitudine editoriale.

Alla quasi soglia delle 400.000 visualizzazioni mi pare giunta l'ora di scrivere il post che avevo promesso in onore non mi ricordo se delle 350.000 o 300.000. 
Nessuna immagine di inizio può essere migliore di "Lost in translation"
 Avevo infatti indetto su fb un contest a costo zero (che la legge non mi concede di indirne uno con oggetti di valore in palio), per suggerire un post per il blog. Quello che ha avuto più voti è stato il sugoso "I titoli peggio tradotti che passeggiano per la libreria" che è potenzialmente fantastico, ma anche complicatissimo perché ci sono scatervate di titoli rivisitati, stravolti, scorretti, ma talvolta, talvoltissima anche migliori dell'originale.
 Tuttavia una promessa è una promessa perciò mi cimento nell'impresa.
 Questa fissazione di criticare i titoli tradotti male, mi ricordo che era motivo di gran vanto intellettuale durante gli anni delle superiori, quando ci si ritrovava davanti a titoli di film ,insensati, la cui principale ragion d'essere non era quella di diventare magari più esplicativi in italiano (non tutti i titoli in effetti hanno lo stesso effetto nella nostra dolce lingua madre), ma semplicemente infarcirli di doppi sensi a gogò, rendendo la maggior parte di essi inutilmente ridicoli.
 Ricordo anche che non si poteva però non notare con sconcerto che uno dei film più in voga, ossia, "L'attimo fuggente" (era datato anche per l'epoca mia, ma rimane un film stupendo da vedere quando si è adolescenti), in inglese fosse un ben più sciapo "La setta dei poeti estinti" che non solo non rende il senso del film, ma a noi adesso può suonare persino come un titolo Newton X.
 Ciò ci imponeva di pensare che non tutti i cambiamenti di titolo vengono per nuocere
 Lo dico perché, in linea di massima, io non sono completamente contraria a mutare l'originale se c'è un motivo sensato (ci sono invece i puristi che vorrebbero i titoli mai tradotti e allora voglio vedere come capisci come si chiama un'opera tibetana o cinese o hindi), tuttavia questa mia fiducia è da sempre brutalmente tradita, non tanto dagli incolpevoli traduttori, quanto, ormai lo sappiamo, dall'ufficio marketing.
 Per impedire che questo diventi un inutile elenco di titoli tradotti insensatamente ho deciso di raggruppare gli stessi in alcuni macrosettori che ovviamente non hanno l'aspirazione di essere onnicomprensivi, ma oh ce provo, è un po' come raccogliere sabbia con una conchiglia.

 DIARI E CONFESSIONI: 
Se provate a inserire la parola "Diari" o "Confessioni" su Anobii vi uscirà una lista così assurda e sterminata da meritare un libro a sé. Praticamente nell'editoria chiunque si è sentito in bisogno di confessarsi da sant'Agostino in poi.
 Se inoltre molti libri diventano lussureggianti confessioni per forza di traduzioni errate, allora la lista diventa ancora più gigantesca. Caso recente, da una casa editrice che potrebbe risparmiarsi tali mezzucci, la Sellerio, è "Confessioni di una vittima dello shopping", grazioso e inquietante libro di Rhadika Jha il cui titolo originale era l'assai più poetico e azzeccato "La mia bellissima ombra" (di cui farò una recensione appena possibile) e che avrà scoraggiato più di una persona in grado di apprezzarlo, convincendola che un'epigona della Kinsella ci stesse raccontando il suo dramma del possedere solo quattro tipo di calze rosse differenti. Capisco titillare lo spirito voyeuristico del prossimo, ma le assurdità aumentano esponenzialmente quando si tirano in ballo personaggi storici o immaginari, come "Il diario segreto del Conte di Montecristo" di Tom Reiss (vero titolo: "Dumas, il conte nero") o il "Diario proibito di Maria Antonietta" (in originale "Becoming Marie Antoniette", sappiate che di diari della regina francese ce ne saranno millanta).
  Rimane però lo sconcerto nell'apprendere che alcuni dei titoli che sembrano farlocchi, in realtà corrispondono all'originale. Fino all'ultimo ho sperato che "Il mio diario segreto dell'olocausto" fosse l'invenzione di qualche fantasioso stagista del settore marketing, invece era il tremendissimo titolo originale.

CIBO CIBOSO-SEGRETI SEGRETOSI-AMORE-AMOROSO: 
Parlo sempre di titoli con dolcetti, cioccolato, cupcake e praline varie, ma in effetti bisognerebbe distribuire bene le colpe: chi è il colpevole di questa pasticceria imperante? Siamo sicuri che pure all'estero siano ossessionati dal glucosio come noi? NI. 
Ci sono casi in cui l'ossessione per il cibo è tale da far vedere odori e sapori dove non ce ne sono, come il celebre "Il profumo delle foglie di limone" di Clara Sanchez, nel quale 'sto limone non ha nessunissimo ruolo, tanto che l'originale è completamente diverso e ben più attinente ad una trama di anziani nazisti: "Quello che nasconde il tuo nome". Ma se si va a ben guardare, purtroppo, anche gli originali istigano al saccarosio, magari in forme lievemente diverse. 
 Generalmente se vengono citati i cupcake in italiano li troverete anche in inglese, oppure entrate nel campo della parafrasi, come "Gli ingredienti della felicità" in luogo di "Amore, bugie e torte al limone" (ok, il titolo è diverso, ma se non è zuppa è pan bagnato). Anche l'ammmore e il segreto imperano tra alterne vicende. Vi è adesso "Il libro delle verità segrete", un titolo x che potrebbe andar bene per il 50% delle trame in commercio che in originale era un più particolare "The butterfly sister", o "L'inganno delle pagine segrete" il cui originale "La ragazza che non sapeva leggere" poteva in effetti essere più particolare, ma anche creare confusione in chi non distingue la narrativa dalla didattica.
  Incomprensibili rimangono rimaneggiamenti di titoli già belli in originale, quello che mi ha più colpito è senza dubbio il banalissimo "Come aggiustare un cuore innamorato" invece dell'originale molto poetico, "L'estate che mi innamorai di tutto". La domanda in questo caso sorge spontaneissima: perché fare la fatica di trovare un titolo nuovo se l'originale va già bene così?

LO STRANO CASO DEI LIBRI CHE PARAFRASANO GLI ANZIANI CHE SALTANO DALLE FINESTRE:
Giusto oggi mi si è parato davanti l'ennesimo
caso, "La misteriosa scomparsa del piccione
migratore" in realtà è "Dov'è Martha?"
Una cosa diffusissima è l'ambiguità che portano i lunghi titoli. Statisticamente se il titolo originale era lungo e particolareggiato, a scanso di follie o incomprensioni, ha buonissime probabilità di rimanere uguale in italiano. A quanto pare, infatti, il trend del momento è mettere titoli più lunghi possibili. "Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve", ha lanciato una nuova moda: anziani che fanno cose, gente che gira indiscriminatamente. 
 Caso di delirio totale è, secondo me, "Il ragazzo che entrò dalla finestra e si infilò nel mio letto", titolo originale "The boy who sneaks in my bedroom window", ossia ok, il ragazzo entra, ma non si infila proprio da nessuna parte. La presenza in copertina della ragazza col calzino in testa e l'aria sognante scongiura l'ipotesi di un libro drammatico su uno stalker psicopatico, ma io eviterei di dare titoli del genere a libri romantici.
  Allungamento anche nel caso di "Le ragazze cattive portano i tacchi alti", al posto di "Bad girls", segnale che all'estero avere la passione per Louboutin non è sintomo di malvagità. Variante di questa mania dei titoli lunghi è la disperata emulazione di titoli lunghi di successo. "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte" ha dato vita a svariati strani casi, ultimo in ordine di tempo "Lo strano caso dell'apprendista libraia", in originale, semplicemente, "The bookstore", in cui viene descritta l'effettiva stranissima storia di una libraia incinta assunta in tempo di crisi dell'editoria da una libreria indipendente piena di dipendenti. Potremmo poi continuare in eterno, c'è gente che in italiano ha problemi come "Mi sono scordata di fidanzarmi con te", mentre in inglese era solo "La miglior cosa", mentre l'ultimo anziano eroe in ordine di tempo è indubbiamente, "La fantastica storia dell'ottantunenne investito dal camioncino del latte", in originale "La vita straordinaria di Frank Derrick, anni 81". Vediamo quanti ottuagenari arzilli continueranno a compiere gesti inconsulti nei titoli dei prossimi cinque anni.

TRADUZIONI RIUSCITE (secondo me): 
Tra le traduzioni di titoli più riuscite ce ne sono alcune che non possono essere ignorate e sono a mio parere dei capolavori. Celeberrimo è il caso de "Il giovane Holden", il cui originale "Catcher in the Rye", letteralmente "L'acchiappatore nella segale" non solo risultava cacofonico, ma in italiano rimaneva discretamente misterioso poiché si perdevano completamente i riferimenti letterari e colloquiali dell'originale. Si optò quindi per "Il giovane Holden" e personalmente lo trovo una scelta sensata.
 Altro caso è "La svastica sul sole" di Philip Dick, titolo decisamente più evocativo dell'originale, "L'uomo nell'alto castello". Si tratta di un caso che dovrebbe fare scuola perché la grandissima traduttrice Roberta Rambelli ,anche apprezzata autrice di fantascienza, lo concordò con l'autore Philip Dick e, a mio parere, si adatta molto meglio all'ucronia raccontata dallo scrittore.
 Un ultimo, recente, è invece "Noi siamo infinito" di Stephen Chbosky il cui titolo originale è "The Perks of being a wallflower", che se ho ben interpretato vorrebbe dire letteralmente "Il vantaggio di fare (o di essere) una tappezzeria". So che "Noi siamo infinito" non è stata una traduzione apprezzata da tutti, eppure sarà che il libro mi è piaciuto, sarà che il film mi è piaciuto, io l'ho trovata particolarmente azzeccata. C'è un solo periodo della vita in cui, se siamo molto fortunati, una serie di eventi e di persone possono portarci a provare qualcosa di immenso, di così indescrivibile che si può definire solo come "infinito". Poiché il libro fotografa alla perfezione quell'attimo incredibile, trovo il titolo davvero perfetto.

 Mi scuso se il pezzo non è particolarmente soddisfacente, sono sicura che potrete citarmi migliaia di titoli le cui traduzioni sono ben più gravi e assassine, tuttavia non avevo mai scritto un post del genere per il semplice fatto che è impossibile scriverlo. Non basterebbe un trattato per elencare le millanta motivazioni e le decinaia di abomini usciti dalla traduzione.
 Inoltre, rimarco, sarebbe più corretto distribuire le colpe che i traduttori hanno limitatamente, viste le pesanti decisioni prese a tavolino da altri.
 Se nei commenti vorrete citare altri casi famosi ve ne sarò grata. Scrivete e testimoniate!
Ps. Sì lo so manca il fantasy, mi riservo di dedicargli un post tutto suo!

giovedì 31 luglio 2014

"Il cliente svizzero", un pomeriggio in compagnia di questa simpatica creatura elvetica.

Tempo fa feci un post sui clienti stranieri. 
 Alcune nazioni hanno simpatiche peculiarità, altre non sono pervenute, altre rimangono anonime. I clienti svizzeri in genere si palesano sempre. Provengono ovviamente in larghissima parte dal Canton Ticino e parlano un italiano colmo di vocaboli un po' strani (un mio ex coinquilino che andava spesso in Svizzera per lavoro era sconcertato dal loro italiano e citava sempre il sacro ammonimento stradale: "Moderare la sveltezza"). 
Oltre a ciò, le loro qualità più significative sono: 
1) Pretendere di trovare un'infinita lista di libri prima di tornare in mezzo alle alpi in tipo due giorni e conseguentemente arrabbiarsi se ciò non accade. 
2) Avere quella strana aria di sufficienza da "So che sei italiana e perciò imprecisa perciò sarò diffidente nei tuoi confronti". 
 Lo ammetto, può essere che la seconda istanza sia una mia suggestione dovuta alla non proverbiale simpatia che provo per questo amabile popolo, ma andiamo avanti.
 Ieri un cliente particolarmente molesto e svizzero ha hackerato il mio pomeriggio con una serie di illazioni, domande e domandone finale. Volevo semplicemente trascrivere le nostre infinite conversazioni su fb, ma era davvero troppo lungo, così ho pensato di fumettare l'evento.
 Ecco perciò a voi "Il cliente svizzero". Colleghi elvetici vi sono vicina.




lunedì 23 giugno 2014

Dimmi cosa leggi e ti dirò che facoltà farai. Parte II. Leggere il futuro universitario nei fondi della vostra libreria è possibile: filosofi, storici, artisti, medievisti e mooolti altri.

 Maturandi siete pronti a sapere che finaccia farete? Post universitari siete pronti a confermare che finaccia avete fatto?
 Ecco la seconda infornata di lettori facoltà per facoltà. Grazie al sistema italiano, peraltro, potrei andare avanti all'infinito.
 Let's go!

FILOSOFIA:
Essi si vedono così. Pensierosi, tormentati
possibilmente fascinosi
 Non ho frequentato Filosofia (che si sappia e si divulghi nella steppa), ma per vari motivi ho stanziato per un lungo anno in una facoltà di codesta nobile materia. Tale prolungato contatto mi ha permesso comunque di sviluppare una pervicace allergia ai laureati in codesta materia. I filosofi si ritengono gli ingegneri delle materie umanistiche. Essi, soprattutto nel periodo universitario, ritengono di possedere non solo una conoscenza superiore, ma di avere le chiavi del sapere e tutte le risposte ai problemi del mondo. In alternativa ritengono di sapere tutte le domande, che per loro è più o meno la stessa cosa, visto che sanno di non sapere.
Essi leggono moltissimo, ovunque, e pensano. Si appollaiano su qualsiasi finestra, cortile, scalino, davanzale e aula vuota a studiare e leggere i propri filosofi preferiti e pensano, pensano, pensano o discutono stile Parnaso. Heidegger era davvero un nazista? Le donne possono essere davvero delle filosofe? Chi sono? Dove vado? Dove andiamo? Grande hit degli ultimi anni è l'estetica, basta la parola per fare di te un fico (in alternativa l'epistemologia va sempre bene). Mai conosciuto uno studente di filosofia che dia le sue migliori energie a Parmenide, in compenso si stracciano i capelli davanti a Benjamin, Derrida e Foucault. Mode filosofiche, prossimamente sui nostri schermi.

LINGUE E LETTERATURE STRANIERE:
 Le studentesse (perché esistono anche studenti maschi, ma sono tipo la particella di sodio della Lete, soli e introvabili) di Lingue si dividono in due fazioni avverse e in perenne lotta tra loro.
 Le linguiste vere: costoro leggono come delle pazze, qualsiasi cosa. Non solo ma lo leggono SOLO in lingua originale e ci tengono a sottolinearlo. Per loro leggere qualsiasi autore in lingua originale vale doppio, che la traduzione perde, trasforma, inquina e via dicendo. Inutile spiegar loro che va bene tutto, ma non possiamo sapere correntemente il tedesco, il francese e l'inglese in contemporanea solo per avere il piacere di gustare il vero verbo della letteratura originale. Generalmente e paradossalmente leggono poco in italiano o autori italiani. Mai capito se per snobismo o perché se è troppo facile non c'è gusto.
La studentessa tipo di "economia del turismo":
 E' vero, esiste questa fiorente categoria di studentesse che vuole generalmente lavorare nel turismo, sposarsi e figliare like coniglio appena dopo la laurea. Esse studiano tantissimo e in modo diligente (esse provengono anche quasi tutte dallo psicopedagogico), e hanno anche medie più che rispettabili, tuttavia, chiusi i libri universitari si spalancano le porte del nulla. Può darsi siano dedite a Fabio Volo o saltuariamente a qualche romanzetto Newton o Garzanti che prestano loro altre amiche e colleghe, ma si tratta di frequentazioni sporadiche. Perché anelino specificatamente lavorare nel turismo non l'ho mai capito.

SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE/SCIENZE POLITICHE:
Essi si sognano un po' tutto, giornalisti e politici, assistenti
di politici e esperti di radio e tv. Mah
Due facoltà accomunate dallo stesso destino: tutti hanno pensato almeno una volta di farle, nessuno sa precisamente cosa caspita si studi, cosa si faccia dopo e soprattutto a cosa ti preparino. 
 Nel gran mescolone dei loro esami, gli scienziati della comunicazione trovano delle affinità, che non riconosceranno mai, con i sociologi, visto che ormai i mass media sono il mezzo principale per comprendere le masse. 
 Amano morbosamente McLuhan e "La società dello spettacolo" di Debord, non ho mai capito in che modo sperino di diventare dei giornalisti, ma molti covano questa palese ambizione e nel frattanto scartabellano le vite dei giornalisti celebri. 
 Più fumosi gli studenti di scienze politiche il cui ruolo mi sfugge da sempre. Chi è che non ha avuto l'amico indeciso su cosa fare del proprio futuro che, nel dubbio, è stato inghiottito dal gorgo di scienze politiche per poi riemergene con una laurea dalle dubbie connotazioni? Se il loro interesse per la materia è sincero e premeditato essi saranno dei grandi appassionati di geopolitica e ciuccieranno libri di Kissinger, storia della Cina e dell'India, tomi sui rapporti internazionali (must: "Storia delle relazioni internazionali" di Di Nolfo) e la sempre amata Europa (sogno poco velato dello studente di scienze politiche: lavorare al parlamento europeo).

STORIA DELL'ARTE/ACCADEMIA D'ARTE:
L'amabile rapporto tra le due categorie è ben visibile nel film
"Colpo d'occhio" con Rubini critico d'arte e Scamarcio artista.
Dico solo che ci scappa il morto.
Precisando che essi sono come la mangusta e il formichiere, in perenne lotta tra loro e convinti vicendevolmente che l'altro sia il male, sono almeno accomunati da un unico amore: l'arte. 
 Entrambi leggono libri di storia dell'arte, biografie d'artisti, collezionano monografie e cataloghi in modo ossessivo e hanno un pantheon di artisti che venerano e di cui cercano con cura saggi da collezionare e rileggere nei momenti bui. Se gli aspiranti artisti cercano nei loro idoli ispirazione per sconfinare quasi sempre nell'emulazione molesta, gli storici dell'arte si buttano a pesce in qualsiasi libro di critica d'arte. 
 Dimentichi di aver intrapreso la facoltà perché appassionati di Michelangelo e Raffaello, si scoprono critici d'arte aspiranti filosofi e iniziano a ingollare qualsiasi testo di critica d'arte per sconfinare nel parnaso dei colleghi di filosofia, che li considerano con sufficienza (e con altrettanta sufficienza sono ricambiati). Il must assoluto è "L'opera d'arte nell'epoca della riproducibilità della tecnica", per il resto, qualsiasi cosa mostri oggetti incomprensibilmente piantati in una sala o abbia la parola estetica dentro va bene.
Postilla: esiste un filone di storiche dell'arte praticamente gemello delle linguiste del turismo. Studiano diligenti la loro materia, prendono voti alti, non leggono, si laureano e si sposano. Punto.

STORIA:
 Numerosi e afflitti dalla medesima domanda che macigna tutti gli iscritti ad una materia umanistica di non facile impiego commerciale (ossia "Ma poi che lavoro fai?"), gli studenti di storia leggono molto, generalmente nell'ambito del periodo storico di loro interesse. Se gli studenti di storia romana, greca e antica in generale sopiscono, nascosti come mummie, iperattivi sono quelli del periodo medievale, ma soprattutto contemporaneo. 
I primi, generalmente appassionati di fantasy sognano da una vita di poter studiare la fonte delle loro passioni: il medioevo. Castelli, dame, cavalieri e templari fino a quel momento rinchiusi in saghe come "Il signore degli anelli", prendono vita nelle appassionanti e interminabili monografie sulla vita nel medioevo. La loro libreria è in genere un cortocircuito che mixa Le Goff con Martin, Duby con Terry Brooks, tutti uniti sotto la grande egida di un mondo forse senza magie, sicuramente senza tecnologie.
 I secondi, sono in genere molto molesti.
 Gli studenti di storia contemporanea sono i peggiori infestatori dei collettivi universitari, i più attivi volantinatori di Lotta Comunista, i più ferventi richiedenti il tuo numero di cellulare per renderti partecipe della prossima riunione per fomentare le folle proletarie contro il capitalismo. Hanno una conoscenza enciclopedica degli anni '70 che rimpiangono a posteriori e che tentano di assorbire in ogni modo tramite la lettura continua di libri sull'epoca. Sanno tutto sul sequestro Moro, brigate rosse, stragi rosse e stragi nere, depistaggi di stato e ristampe anastatiche. Casa editrici favorite in assoluto: la Derive Approdi, Manifesto Libri, Editori Riuniti (per i classici).

mercoledì 13 novembre 2013

Intervista a Hugues Barthe, autore delle bellissime graphic novel "L'estate ''79" e "L'autunno '79"! (Nonché la mia prima intervista ad un autore straniero)!

Qualche tempo fa, ho recensito due graphic novel di Hugues Barthe, "L'estate '79" e "L'autunno '79".
 Questo autore francese, raccontava con durezza e un'insolita poesia che mi era capitato di trovare solo nel secondo me a lui molto affine Craig Thompson, la storia della sua infanzia/adolescenza. Cresciuto in una di quelle famiglie che al giorno d'oggi si direbbero disfunzionali, era vittima di un clima di violenza creato dal padre alcolista e da una madre che, incapace di reagire, cercava aiuto, sostegno e vendetta nei tre figli. Descritta così, questa graphic novel sembra la porta dell'inferno e invece Barthe è riuscito a raccontare questi fatti con distacco e persino dolcezza verso il ragazzino che era e il ragazzo che riuscì a ribellarsi a un destino già scritto e abbandonare il suo paese di provincia.

 Il primo lavoro che trovò per scappare dalla casa natia fu....il libraio. Anche per lui, come per tanti, i libri erano stati un rifugio e un porto sicuro in anni terribili.

Hugues Barthe
Dunque, perché questa infinita introduzione?Perché in un attimo di follia ho contattato Barthe per chiedergli se fosse disponibile ad un'intervista per il mio blog. Ebbene lui si è dichiarato addirittura onorato e ha risposto con estrema velocità e precisione, cosa che mi ha lasciato stupefatta e felicissima. 
 Quella di seguito è l'intervista che mi ha concesso!

Quando ha deciso che sarebbe diventato un fumettista?


Ho cominciato molto presto, disegnavo storie ancor prima di imparare a scrivere. Era il mio mezzo d'espressione. Ero molto timido e parlavo pochissimo, mi esprimevo soprattutto con i fumetti. Non è cambiato molto da allora, anche se ora parlo un po' di più. Ho l'impressione di avere sempre disegnato. Non potevo fare altro.

Qual è il suo metodo di lavoro?

Lavoro a casa mia: alla mattina scrivo le sceneggiature e al pomeriggio le disegno. Ho degli orari molto cadenzati, come in un ufficio. Lavoro tutti i giorni. E' l'unico modo per proseguire dato che un libro a fumetti è molto lungo da realizzare. Ogni volta che finisco 50 pagine le mando al mio correttore di bozze, che mi fa dei commenti. Al di là di questo lavoro in completa autonomia, devo gestire bene il mio tempo. Tengo anche alcuni corsi di scrittura nelle scuole, che mi permettono di mantenere un contatto sociale.


Cosa leggeva da bambino? E c'è un libro che ha cambiato la sua vita?

Leggevo la contessa di Ségur, un'autrice forse non famosa in Italia. 
Oggigiorno viene considerata come una scrittrice rivoluzionaria, eppure sapeva raccontare delle storie molto avvincenti per i bambini. 
 Altrimenti avevo una passione per Pinocchio che rileggevo molto spesso. Inoltre leggevo di frequente anche Tin Tin. Penso che la mia vocazione per i fumetti venga da là.

Lei è stato anche un libraio, quali erano gli aspetti più positivi e quali i più negativi del suo lavoro?


Prima di lavorare in libreria pensavo che i librai passassero le loro giornate a legger i libri. Nella realtà, fanno molta manutenzione, trasportano tonnellate di scatoloni, è molto fisico. E' un bel mestiere grazie al contatto con la gente, ma io non ero tagliato. Non sopportavo di vedere dei libri mediocri essere in cima alle classifiche e altri, di qualità superiore, rimanere nell'angolo.

Uno scrittore e/o un libro che vuole assolutamente consigliare?

Uno scrittore austriaco: Thomas Bernhard, tutti i suoi libri in particolare l'ultimo “Extinction”. Dostoevskij soprattutto “L'idiota” e “Delitto e castigo”. E Proust. 
Per i fumetti "Jimmy Corrigan" di Chris Ware è IL gran capolavoro degli ultimi anni. Ogni volta che lo rileggo mi commuovo fino alle lacrime. E' stato tradotto in italiano?
(ndcs. Sì, è stato tradotto da Mondadori, Strade blu).


Ne "L'estate '79" e "Autunno '79" lei parla della storia della sua famiglia, molto dura. Quali sono state le reazioni dei suoi lettori?

Molti lettori si sono identificati nel mio personaggio, anche se non hanno vissuto lo stesso tipo di storia. Credo che questi due libri parlino dell'adolescenza in generale e vadano oltre la mia storia personale, ma è ugualmente vero che altri lettori sono stati disturbati dal mio racconto definendolo impudico, cosa in cui io non mi ritrovo affatto. Ho cercato di mantenere una certa distanza nel mio modo di narrare.

Cosa l'ha spinta a raccontare una storia così personale?

E' il progetto che mi ha scelto. Quando mi è venuta quest'idea, mi è stato impossibile scrivere d'altro. Dovevo sbarazzarmi di questa storia per riuscire ad andare oltre. Era necessario. Da quel momento, in quanto lettore, amo i libri-confessione, gli autori che non si nascondono e liberano la loro verità.

Ha un autore italiano preferito?

Ho letto Dino Buzzati. Più recentemente “Caos calmo” di Veronesi, che mi è piaciuto molto. E “Il romanzo di Ferrara” di Bassani. Ho anche una grande passione per il cinema italiano. 

E-reader o carta stampata?

Sono molto affezionato al libro tradizionale. Amo sentire l'odore della carta, l'e-reader non ha odore! 

Verrà prossimamente in Italia a presentare la sua graphic novel?

Non ho in previsione un viaggio in Italia prossimamente, ma può darsi che venga tra qualche mese. E' un paese che adoro e che conosco molto bene, soprattutto Firenze e Roma.

Ringrazio ancora tantissimo il signor Barthe per la sua intervista e la disponibilità, le sue due graphic novel citate sono edite in Italia dalla casa editrice Clichy.
 Inoltre, poiché questa intervista si è svolta completamente in francese (lingua da me studiata solo alle medie), ringrazio Giulia per aver tradotto con velocità e precisione le mail e Federica per aver tradotto l'intervista di Barthe.
So che pare una cosa da serata degli Oscar, ma senza di loro quest'intervista non sarebbe mai stata possibile!

martedì 5 novembre 2013

Il cliente straniero. Peculiarità, fissazioni, richieste e assurdità dei clienti dell'Europa e del mondo. Dal giapponese timido al russo minaccioso fino al tedesco legalitario.

Al contrario di molti negozi, il 98% dei clienti di una libreria normale non sono stranieri (escludo ovviamente dal computo le specializzate come la Herder di Roma e le Feltrinelli Internationl) perciò, escludendo l'inglese e qualche punta di francese tra i colleghi più old, nessuno parla particolari idiomi non italici.
 Questa cosa sconcerta il 2% di turisti stranieri che di tanto in tanto varcano la soglia in cerca solitamente di cartine, libri turistici, giornali, souvenir, un bagno e altre disparatissime cose che non si rassegnano non vengano vendute (davvero non teniamo un set di cucito vicino a Tolstoj? E come mai?).
 La cosa divertente è che ogni nazionalità ha le sue fissazioni. La storia che noi italiani all'estero saremmo chissà quanto ridicoli mentre gli altri son campioni di lingue e buone maniere è un'idiozia. Tutto il mondo è paese e con l'elenco comprovato di seguito ve lo dimostrerò:

IL CLIENTE SPAGNOLO:
Può essere un turista o uno che vive in Italia e parla un mix di italiano-spagnolo inestricabile. Convinti che dopotutto siano la stessa lingua, il cliente spagnolo non si sforza neanche di translare quello che dice, parte come una fiumana impazzita a chiederti tutto quello che vuole, anche cose complessissime, che in genere sono quelli che più generosamente appozzano regali dalla sezione dei ragazzi. Ma lo fa SOLO in spagnolo.
 Il risultato è "gdhagfahygfhagfhag por favor" e quando sgrani gli occhi cercando di farli andare più piano, loro non capiscono proprio che cosa ci sia che non va e ripetono la medesima iberica cosa "hgdjgdhagdaghdjagh por favor?"
 In genere comprensivi, ti portano per mano fino a quello che desiderano e non capisci perché non se lo siano presi da soli.

IL CLIENTE RUSSO:
So bene che non è più così, ma google immagini si
 è rifiutato di trovarmi foto di turisti evidentemente russi
Sarà che il modo di fare dell'est a noi europei sembra sgarbato in ogni circostanza, ma ogni volta che un cliente russo ti chiede RIGOROSAMENTE IN RUSSO quello che desidera, sembra sempre che sia lì lì per menarti. Hanno un piglio minaccioso che non ti rende particolarmente propenso ad essere amichevole né a comprendere ciò che desiderano nella loro frase tipica che è: "hjhfkjahfkh parola inglese pronunciata in modo arbitrario ahjjahjahjahj". 
Da quell'unica parola che sanno devi risalire alla loro richiesta. Dopo attenti studi ho capito che cercano solo due cose: cartine e giornali. Una volta un cliente russo mi ha fatto una scenata continuando a ripetere con crescente rossore e rabbia la parola "CASETTA" che non comprendeva come io potessi ignorare. Dopo 10 minuti di sfuriata esce gridandomi credo insulti nella sua lingua. Una successiva discussione coi miei colleghi ha svelato l'arcano: probabilmente cercava una "Gazeta". L'ho aggiunto alla mia lista del lessico di altre lingue.

IL CLIENTE ORIENTALE: Qui c'è bisogno del distinguo perchè Cinesi e Giapponesi hanno due modi di fare molto diversi.
  Il cliente cinese non sa l'inglese, se lo sa è talmente fantascientifico che ricavare la vera radice dalla pronuncia è impossibile e gesticola tantissimo nel tentativo di aiutarti. Siccome tra tutti i clienti è quello che cerca le cose più strambe, non si può prevedere a priori cosa costui desideri. Un loro grande amico è google translator che come tutti sappiamo traduce frasi in modo casuale.
 Il top rimase la coppia cinese che si presentò col cellulare alla mano con scritta sopra la seguente frase:
 "Avete questa vettura?"
 Oltre a non vendere evidentemente vetture tra i libri, rimaneva un mistero a quale costoro si riferissero. Mille gesticolamenti dopo, sfoderano nuovamente il cellulare con scritto:
 "Lancia"
 Cosa fare di fronte a questo? Portarli davanti all'unico scaffale con attinenza alle vetture in libreria: i libri illustrati di macchine. Non so se cercassero proprio una cosa del genere, dopo aver confabulato un po' se ne sono comprati uno piuttosto grosso uscendo poi vagamente confusi.
Il cliente giapponese invece sembra vergognarsi di vivere.
Malgrado parli un inglese buonissimo e talvolta persino un italiano scolastico decente, ci mette mille anni e altrettanti sgranamenti di occhi a chiederti ciò che desidera. 
Le quali cose sono sempre: libri di design, architettura, moda e costosissime riviste specializzate negli stessi settori (non mi capacito che esistano riviste che costano 20 euro). Silenti e vestiti a dir poco benissimo scompaiono con spese stratosferiche.

IL CLIENTE INGLESE:

La sua lingua è quella giusta e lui lo sa, quindi non si sforza minimamente di parlar piano, anzi è un fiume in piena. Tuttavia nella sua magnanimità è pronto a capire il tuo inglese impreciso e a farsi grasse risate con te, come se stesse per sfoderare una birra e poggiartela sul balcone. Generalmente se non vuole cartine, cerca libri in italiano da regalare a qualche amico locale o perchè si sente desideroso di imparare l'italiano, e ti chiede consiglio. Ovviamente lì partono infinite circonvoluzioni soprattutto linguistiche per capire quale potrebbe essere il libro adatto. Generalmente io punto su Ammaniti: se lo devono regalare non fanno una brutta figura, non ha un linguaggio complesso, è abbastanza mainstream da essere apprezzato e le copertine in genere li agganciano. Penso che Ammaniti dovrebbe rimpinguare il mio mesto conto corrente di svariate centinaia di euro.


I CLIENTI FRANCESI/TEDESCHI:
Il tedesco non chiede, lui sa. Vuole solo cartine o romanzi in lingua, paga sicuro, si lamenta del servizio e ti fissa con sospetto finché non ha lo scontrino in mano che tu strambo italico di sicuro non vuoi dargli (immagino guide tedesche con su scritto: state attenti a farvi dare lo scontrino, l'italiano spesso ama truffare).
Una volta abbiamo dovuto spiegare in 3 la procedura per emettere una fattura perché un cliente era convintissimo che lo stessimo gabbando. E posso assicurarvi che se non avete un C2 d'Inglese non è proprio facilissimo.
 Il cliente francese invece corre veloce fissandoti di sbieco, non ti chiede niente, in genere si muove in branchi di almeno tre persone che parlano tra di loro fittissimo e velocissimo. Se proprio devono piegarsi all'aiuto si esprimono in un anglofrancese rapidissimo, pieno di r mosce e con una cadenza che offusca completamente la richiesta. Viene quasi da dirgli di fare come gli spagnoli: esprimersi solo nella loro lingua madre che magari avendo in comune la radice latina si capisce qualcosa.

Gli altri paesi europei, gli americani, indiani e altre nazionalità non sono praticamente pervenute. 
 Spero che nessuno di varia nazionalità si sia offeso, è la pura verità e del resto me ne fanno pagare abbondantemente il fio quando mi esprimo nel mio ignobile inglese. E poi insomma, volemose bene, tarallucci e vino, funiculì funiculà.
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