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sabato 6 aprile 2019

La scrittrice, il ragazzo e il grande equivoco. Una riflessione sull'insensato intervento di Elena Stancanelli a proposito di Simone di Torre Maura

 In occasione della mia comunione, implorai un amico di una delle mie zie di non regalarmi il solito monile d'oro che mai avrei messo (per mai intendo che non li metterò proprio mai) o qualche altro ammenicolo perfettamente inutile alla vita di una undicenne media.

 A lui chiesi, se proprio doveva spendere dei soldi, dei fumetti di Mafalda.

 Fui esaudita. Mi regalò un'opera omnia di Mafalda che tuttora posseggo semidistrutta e rabberciata con scotch e che lessi ardentemente per anni. 

 Mi rivedevo molto in Mafalda, un po' per il carattere, un po', soprattutto, per il fisico: ero anche io bassa, non una silfide e avevo una massa di capelli che detestavo con tutte le mie forze (e infatti a 16 anni mi sono rasata a zero).   Avevo persino un amico identico a Felipe nel corpo e nello spirito: secco, denti di fuori, pauroso pure della propria ombra.

 Non afferravo tutto quello che diceva, devo dire che particolarmente oscuro mi era il personaggio di Libertà e anche Miguelito non lo capivo del tutto.

 Detestavo cordialmente Susanita, l'amichetta perfettina di Mafalda la cui aspirazione principale era un giorno sposarsi, avere dei bebè e diventare ricca. 

 Mi ricordo che però proprio lei mi diede una grandissima lezione di vita.

 C'era una striscia in cui Susanita diceva di voler organizzare, una volta grande, una festa di quelle a cui sarebbero andate tutti i ricchi mangiando robe raffinate (vado a spanne) per raccogliere soldi con i quali avrebbero potuto comprare farina e altre robe proletarie ai poveri.

Me l'hanno chiesta in molti, quindi ho vinto la pigrizia e ho ritrovato la striscia sul mio "Tutta Mafalda"











La domanda sorgeva spontanea: per quale motivo i ricchi non avrebbero dovuto donare direttamente quei soldi ai poveri? Perché buttare denaro in cene che venivano più della donazione?

 Poi capii che i poveri erano parte dell'intrattenimento di una certa parte dell'umanità.

 La striscia mi è venuta in mente a proposito della polemica della scrittrice Elena Stancanelli a proposito del coraggioso ragazzino di Torre Maura, Simone.

  Il quindicenne, come ormai sanno anche i sassi, invece di stare zitto a testa bassa è andato a chiedere a un gruppo di fasci di Casapound che stavano aizzando una cagnara allucinante contro un gruppo di Rom, con tanto di razioni di cibo calpestate e via discorrendo, il motivo di tanto odio.

 In quattro battute ha rimesso a posto un tizio grande e grosso di cinquanta e passa anni e i suoi amichetti (che si sa, il fascio è talmente coraggioso che senza almeno dieci amichetti non si muove).

 La scrittrice Elena Stancanelli ha notato quello che proprio non sembrava il primissimo dettaglio di tutta la questione: il ragazzo parlava in dialetto.


 Le risposte a tale riflessione sarebbero molte:

1) Perché dovrebbe farci impressione? Io personalmente parlo ovviamente un italiano corretto, ma so parlare anche dialetto e anzi, ci parlo più che volentieri.
  Inoltre come credo capiti a molti, più sono nervosa, stanca o arrabbiata più parlo dialetto, inoltre mi regolo pure a seconda del contesto: a lavoro a Milano parlo italiano, a Bracciano con le mie sorelle parlo braccianese (che posso assicurarvi è abbastanza identico al romano), se litigo con qualcuno a Bracciano o a Milano ci sono buone possibilità che parli dialetto in entrambi i casi.
 Immagino ci siano millemila studi linguistici su questo doppio registro, ma io ho abbandonato il corso di dialettologia (non sto scherzando, avevo iniziato a seguirlo davvero) alla terza lezione e non li so. 
Questo ci porta però alla seconda domanda.

2) Come sappiamo che Simone non sa l'italiano? 
 Come ce doveva parlà Simone con dei fasci durante uno sgombero a Torre Maura? In fiorentino antico? Con l'eloquio forbito riservato alla gran soirè del premio Nobel? Cioè, non è difficile comprendere che si cambia registro linguistico a seconda dell'interlocutore.

3) La pezza COME SEMPRE è stata peggio del buco. 
Poiché la Stancanelli è stata attaccata su questa minuscola gaffe, ha risposto dicendo che "Ma quale piedistallo, ma quale spocchia, cosa c’entro io? Non lo capite che quel ragazzo verrà schiacciato dal mondo se non trova parole vere, comprensibili fuori dal suo quartiere? La spocchia è di chi crede che l’ignoranza sia fica, potente, gagliarda"

Ve lo giuro ha risposto così.
Tipo che Susanita si è materializzata davanti ai miei occhi chiedendomi se volevo essere invitata al Gran Ballo della Rosa.
Sostanzialmente siamo nel campo vittoriano del giovane di periferia, di istruzione bassa, incapace di esprimersi in un modo non barbaro ergo ignorante (il dialetto in fondo chi lo parla? Solo quelli che non hanno studiato, no?).
Una sorta di fantasia che certe volte per carità corrisponde a realtà, ma non in modo sillogistico: può capitare che corrisponda, come può capitare sia un incredibile abbaglio.

Non avendo noi altra informazione su Simone mi pare sia azzardato prefigurargli un futuro di povertà solo perché ha risposto in romanesco a un fascio.

Il nesso logico con la spocchia dell'ignoranza fica però denota, a mio avviso, la vera chiave di lettura di questa polemica delirante.

Mi piace provare a pensare che la Stancanelli abbia preso una cantonata mostruosa dettata dalla serie di nevrotici eventi che hanno portato la cultura in Italia ad essere additata come la radice di ogni male.

Ho perso il conto delle volte in cui ho litigato con ggggente che mi additava quale radical chic perché avevo una laurea o perché osavo scrivere in italiano commenti su fb.

Litigate che io placo sempre con:

1) La laurea me la sono pagata lavorando.

2) Mi dai della radical chic solo previa visione del CUD perché mi sono sfrangiata le ovaie di sentirmi dire che non capisco i problemi della genteblablabla perché sono ricca blablabla. Prego confrontiamo i CUD poi ne parliamo.

3) Mia nonna ha la quinta elementare scrive un italiano perfetto, quindi se tu non sei in grado il problema non è della società crudele, ma di te che non hai seguito cristianamente le scuole dell'obbligo (poi possiamo parlare della qualità della scuola in Italia, come possiamo anche parlare della voglia di impegnarsi individualmente verso piccoli traguardi personali raggiunta l'età della ragione).

Quindi voglio immaginare la Stancanelli in una specie di trappola mortale in cui si vede accerchiata in un mondo in bianco e nero in cui se parli dialetto sei un ignorante che va fiero della sua ignoranza e grida morte ai radical chic.

C'è da dire che se la prima cosa che ti viene in mente guardando il video di Simone è "Parbleu! Codesto giovine non favella gagliardo nell'italico idioma!", un problema c'è.
E si chiama problema di comunicazione/percezione della realtà che rende l'effetto Susanita lampante.

Vedi qualcosa che succede nelle periferie romane e pensi che il problema sia per forza e comunque la cultura e la mancanza di essa e non il fatto che OGGETTIVAMENTE si possa campare male.
Certo, il motivo è anche quello, e portare la cultura, come ho letto che la Stancanelli fa in prima persona con l'associazione "piccoli maestri" è importante, ma ci sono altre cose che sono importanti: è importante dare l'idea alle persone che non sono sole, non sono abbandonate a loro stesse, che magari se crei qualche involontario esperimento sociale devi farlo in modo sensato e soprattutto seguito e strutturato, non "vabbeh poi ci pensiamo", che è necessario far passare l'idea che la cultura è importante perché serve a qualcosa.

Sembra una bestemmia ma qualcuno deve dirla: non basta dire "la cultura è importante" perché la gente la percepisca come tale.

Non basta neanche portare esempi logici sul fatto che "se studi, migliorerai la tua vita" perché diciamocelo non è più vero.

L'ascensore sociale è bloccato, studi, ma poi a meno che tu non sia un genietto (e non possiamo confidare nel fatto che tutti abbiano l'intelletto superiore per essere ammessi con borsa di studio a Cambridge), andare avanti è esponenzialmente difficile.
Se vieni da una famiglia in cui non si legge e in cui nessuno ha studiato, farti venire l'idea di fare l'una o l'altra cosa è assai difficile e se non hai un buon motivo per interessarti beh, arrivederci e grazie.

C'è stato un momento, evidentemente, in cui la cultura ha smesso di essere comunicativa: non solo non riesce a raccontare bene la società, ma non riesce proprio a entusiasmarla.

Non è più neanche una questione di cultura alta e cultura bassa, è proprio una questione che la cultura per come è comunicata e vissuta al momento è una questione per pochi intimi o per iniziative in stile Susanita.

Bene, che ci siano, ma non sono quelle che, a piccolissimi passi cambieranno giganteschi problemi (li miglioreranno e faranno molto, ma non sono la soluzione, sono un analgesico).

Il tweet della Stancanelli sembrano dimostrare in toto la teoria: un mondo alto che vive una sorta di assedio da parte del mondo basso. "Ci vogliono far diventare come loro mentre loro devono diventare come noi!"

Grazie tante, non credo che nessuno di loro sia così stupido da non desiderarla una vita migliore, ma quando quella vita ti appare irraggiungibile allora ti dici che dopotutto ti fa schifo e non la vuoi veramente.

Il punto è fare in modo che sia di nuovo raggiungibile, dare una speranza che tutto ciò possa succedere.

La cultura non può risolvere questo problema, non ce n'è. L'idea che basti una laurea per avere una vita migliore è letteralmente trapassata. Ci sono tanti di quei mestieri che uno vorrebbe fare, ma poi anche se ti laurei o passi anni e anni a fare stage, lavoretti, tirocini, stage, contrattini mentre qualcuno ti mantiene, oppure rinunci e il lavoro va a chi sta meglio di te e può stringere la cinghia quella decina di anni mantenuto da qualcuno.

Oh, non è la regola eh, io stessa ne sono la dimostrazione e non è manco una scusa per non alzare una paglia perché "Tanto è tutto inutile" (certo che a non fare niente non solo non si sbaglia, ma manco succede niente).
Ma io so che l'eccezione non può essere presa quale esempio e chi lo fa è in malafede.

Quello che la cultura (parlo della Cultura con la C maiuscola, quella che crea e forgia l'immaginario popolare) può fare però è tanto ed è un'altra cosa: la cultura può e DEVE entusiasmare.

Non parlo dell'entusiasmo alla Gardaland fine a sé stesso, parlo dell'entusiasmo fattivo: quello che ti fa bruciare le mani dalla voglia di tentare, di sperare, quello che per ora, a quanto sembra, hanno conservato, per pietà dell'età i quindicenni.

Deve farti venire la voglia di farci qualcosa a Torre Maura, deve farti fare il click che ti porta a capire che se ci metti tre cazzarola di ore ad andare a lavoro il problema non sono i rom e forse manco l'atac, il problema è che forse una città come Roma va ripensata alla base e TU puoi ripensarla (la mia personale idea, ad esempio, è che una città non può essere grossa come un quarto di regione, c'è proprio qualcosa che non può funzionare mai).

Deve farti venire la voglia di avere una passione, una qualunque, deve farti sentire una parte di un qualcosa, deve salvarti dalla solitudine e dalla miseria del quotidiano, e dall'idea che l'unica cosa che tu possa fare di concreto per sfuggirle sia prendertela con qualcuno che sta messo esattamente come te e che, in qualsiasi caso, non c'entra NIENTE con la specifica questione.

Deve farti tornare la voglia di passare le serate come nel finale di "C'eravamo tanto amati", quando dopo una lunga giornata di lavoro si piantonava per un posto all'asilo nido TUTTI insieme e non si elemosinava frignando qualche concessione.
Tutti sono sempre stati stanchi, non è che prima non si lavorava, la differenza è che prima si teneva conto che combattere per una vita migliore poteva far parte della giornata come tutto il resto.

Ecco, se la cultura riuscisse a far passare questo piccolo messaggio, magari avremmo meno incaxxature random facilmente manipolabili e meno gente che si dedica a problemi inesistenti mentre la vita gli passa davanti.
Comunque, per la cronaca, pare che Simone poi se ne sia andato a Romics e anche questo particolare, alla luce della discussione sulla cultura alta, immaginario e pregiudizi, potrebbe insegnare tanto a molti.

venerdì 4 settembre 2015

Il viaggio non è una diapositiva. I libri e le vite di cinque appassionate esploratrici del secolo scorso tra stati nascenti, navi in balia delle onde, città proibite e scommesse sessiste (vinte).

 La narrativa di viaggio non gode delle mie particolari simpatie ed è uno dei motivi per cui raramente recensisco qualcosa del settore.
 La sensazione di guardare le diapositive del viaggio in Thailandia del mio vicino di casa, per quanto appassionante e rivelatore esso possa essere stato, non mi abbandona mai.
So che ha i suoi appassionati estimatori, ma io trovo difficile appassionarmi alle avventure vere di qualcun'altro.
 Sicuramente è un mio limite, di certo non ho ancora trovato il libro che mi aiuterà a superarlo. Gli unici libri che mi ispirano vaghe eccezioni, sono quelli che contengono, volenti o nolenti una storia particolare a monte.
 Per carità è particolare anche attraversare l'Asia in motocicletta, ma rimane secondo me, sempre un racconto con un carattere eccessivamente personale e assai poco universale.
 I racconti di viaggio che mi appassionano, i rari, sono quelli che fotografano qualcosa che travalica l'esperienza del singolo e si estendono volenti o nolenti verso qualcosa di più grande. Raccontare un viaggio per capire un continente (come ad esempio erano anche "I diari della motocicletta" di Che Guevara), descrivere un luogo per capire la storia (la Storia vera non la nostra). 
 Non so se mi sono spiegata perciò bando alle ciance, ho selezionato una serie di libri di esploratrici donne, vissute quasi tutte tra la metà dell'800 e l'inizio del '900 epoca in cui viaggiare era assai più complicato e per le appartenenti al gentil sesso, un'impresa doppia!

FREYA STARK:
 Esploratrice inglese, cresciuta (e morta) in Italia, ad Asolo, fu una viaggiatrice instancabile del medio oriente, i cui scritti, soprattutto il cicciuto "Lettere dalla Siria" (ed. La Vita Felice) sono assai interessanti per comprendere un po' meglio i travagli, i problemi, gli scontri di religione e civiltà, ma anche le meraviglie e la diversa imponente cultura, di una regione attualmente così sconvolta dalla guerra. 
 Nacque in Francia nel 1893 e durante la sua infanzia, trascorsa in Liguria si appassionò all'Oriente grazie a "Le mille e una notte" che una zia le regalò per i nove anni e ad un vicino di casa siriano che rinfocolò la sua fantasia. A sedici anni ebbe un brutto incidente che le deturpò parte del viso, i mesi d'infermità la convinsero che la sua vita non sarebbe mai stata tra quattro mura, perciò, dopo gli studi in Inghilterra, imparò l'arabo e iniziò a viaggiare per il nordafrica, attraversando la valle degli assassini, visitando approfonditamente la Siria e giungendo in luoghi impervi e pericolosi anche per corpulenti esploratori uomini (era un metro e sessanta la nostra Freya). 
 Durante la seconda guerra mondiale contribuì, su ordine dell'impero britannico, a costruire in Oriente quella che veniva chiamata "fratellanza", una rete di persone che contribuivano in loco a diffondere propaganda filobritannica. I suoi libri, reportage appassionati delle sue imprese, la resero celebre in patria e non solo ed ebbero il merito di gettare una luce più chiara sulla cultura dei paesi che visitò (specialmente sulla molto oscura condizione femminile). E' morta ad Asolo nel 1993, il suo ultimo viaggio era stato ad 88 anni, in Tibet.

ALEXANDRA DAVID-NEEL:
 Figura discretamente folle, ma davvero incredibile, Alexandra David-Neel è stata l'emblema estremo del volere è potere. Nata in Francia da una famiglia benestante, sin da piccola mostrò segni di chiara inquietudine migratoria: da ragazza scappò dall'Olanda all'Inghilterra e ne fece ritorno quando si presentò quello che fu il suo problema più pressante, i denari.
  Scappava e tornava non appena essi finivano, appassionandosi nel frattempo a pratiche e discipline teosofiche ed esoteriche e cercando di mantenersi tramite la sua voce che la portò in a vagare per l'Oriente come cantante lirica. Irresistibilmente attratta dall'Oriente fu la prima donna occidentale ad entrare nella città proibita a Lhasa, travestita da pellegrina. Si sposò con un sant'uomo che la sostenne sempre, spiritualmente ed economicamente, un ingegnere ferroviario che forse non poteva essere la persona più adatta ad un'anima inquieta come la sua.
 Non persero mai i rapporti, ma si persero di vista a lungo in giro per il mondo, finché Alexandra non conobbe il monaco tibetano Aphur Yongden che la aiutò nell'impresa di Lhasa e divenne suo compagno (e figlio adottivo). Tra un viaggio e l'altro e dopo, una volta che con Yongden si stabili a Digne, scrisse numerosi libri su buddhismo, testi sacri tibetani e memorie di viaggio. Morì a 101 anni nel 1969, Yongden, più giovane di lei, se n'era andato nel 1955.
 Per conoscere i retroscena della sua impresa più famosa potete rivolgervi a "Viaggio di una parigina a Lhasa" di Alexandra David-Neel ed, Voland.

EMILY CAROLINE CREAGHE:
 Si potrebbe dire che la Creaghe fu una predestinata del viaggio.
 Figlia di un ufficiale inglese, nacque nel 1860 a bordo di una nave nel golfo del Bengala. Cresciuta in Inghilterra, si trasferì a 16 anni con la famiglia in Australia dove sposò l'irlandese Harry Creaghe col quale ad appena 22 anni compì l'impresa di visitare una lunga, misteriosa e impervia zona della parte nord del continente, in gran parte abitata da aborigeni alquanto comprensibilmente incattiviti dalla loro presenza (e dalle violenze subite). Fu l'unica donna a partecipare alla spedizione, durante la quale, oltre a rimanere incinta, scrisse un diario personale nel quale descrisse con dovizia di particolari i paesaggi, i luoghi, ma soprattutto le relazioni con gli aborigeni, non sempre, appunto, amichevoli.
  Pochi anni dopo la spedizione il marito morì in un incidente e si risposò con tale Joseph Barnett da cui ebbe altri sei figli. Curiosamente, anni dopo visse una perigliosa involontaria avventura: la nave su cui si era imbarcata con alcuni dei suoi figli per la Nuova Zelanda ebbe un guasto e vagò in balia dei flutti per ben sette settimane, finché non venne recuperata. Morì nel 1944 in quel di Sidney, la Vita Felice ha pubblicato il diario della sua prima spedizione.

GERTRUDE BELL:
Tutti ricordano Lawrence d'Arabia (principalmente con le fattezze di Peter O'Toole, quasi nessuno sa che una donna giocò nella creazione dell'Iraq contemporaneo e nella creazione geopolitica del medio oriente, un ruolo altrettanto importante.
 Si trattava dell'archeologa, orientalista, diplomatica e spia britannica, Gertrude Bell. 
 Figlia di industriali inglesi, si diplomò ad Oxford mostrando una spiccata propensione per le lingue e un grande interesse per le materie storiche e l'oriente. La sua ostinazione, ai frequenti viaggi in medio oriente e alla sua profonda conoscenza delle lingue e della cultura locali le valsero un ruolo strategico nella creazione dello stato iracheno, ottenuto dalla fusione di tre ex provincie ottomane. 
 Grazie alla sua influenza contribuì a delimitare i confini dell'Iraq, a insediare sul trono iracheno re Faysal (che ne ebbe sempre grandissima considerazione) e a stendere la costituzione dello stato nascente.
 La sua storia diverge ampiamente dalle altre esploratrici dell'elenco per il peso non solo culturale, ma politico che ebbe la sua figura indubbiamente eccezionale e meritevole di ben altra considerazione. Morì, probabilmente suicida, tormentata da problemi di salute e circondata da una profonda solitudine.
 Molti i suoi scritti, si consiglia di iniziare da "Ritratti persiani" ed. Elliot lungo reportage sociale, antropologico e politico della sua permanenza in Persia.

ANNIE KOPCHOSKY:
 Un tempo c'erano primati che andavano abbattuti per molti motivi, e quello sportivo era solo l'ultimo di essi.
Annie Kopchosky, americana di origine lettone è stata un'eroina dell'emancipazione femminile e la prima donna a fare il giro del mondo in bicicletta, fatto notevole oltre che dal punto di vista atletico, soprattutto da quello sociale: era il 1894 e per le donne erano considerate sconvenienti e proibite molte cose, bicicletta inclusa.
 Tutto iniziò quando due gentiluomini danarosi di Boston non avendo evidentemente molto da fare se non sparare divertissement sessisti, dichiararono che nessuna donna sarebbe riuscita ad eguagliare Thomas Stevens, il primo uomo a percorrere il globo in bicicletta una decina di anni prima. 
 Misero a disposizione una somma di denaro per la signora che avesse compiuto l'impresa (immaginando che nessuna avrebbe neanche raccolto la sfida) e si fece avanti questa ragazza ebrea, già madre di tre figli. Partì leggera, con una pistola, un solo cambio di biancheria e una bicicletta da uomo. Attraversò Europa, medio oriente e oriente usando vestiario considerato sconvenientissimo per l'epoca (mutande e persino pantaloni a sbuffo), si guadagnò da mangiare e da dormire per l'intera durata del viaggio (come previsto dai termini della sfida) e al suo ritorno, 15 mesi dopo, venne festeggiata come un'eroina. Per qualche anno il suo mito crebbe procurandole notorietà e denaro, poi l'oblio. 
 Suo nipote, Peter Zheutlin, ha scritto una bella biografia su di lei e sulla sua incredibile impresa: "Il giro del mondo in bicicletta" Elliot editore.
 Ps. Consiglio aggiuntivo. Se siete appassionate di donne cicliste, sempre della Elliot esiste un romanzo basato sulla storia vera di due missionarie che percorsero la Cina e l'Asia centrale interamente in bicicletta tra il 1900 e il 1940: "Guida per signore in bicicletta sulla via della seta" by Suzanne Joinson.

Ne avete già letto qualcuno? Conoscete altre esploratrici degne di nota (immagino di sì, la sezione dei viaggi ne è colma!)? Testimoniate!


lunedì 17 marzo 2014

Una modesta riflessione generazionale dopo una fiera del fumetto e un convegno nazionale per biblioteconomi. Perché la rete si sta sostituendo alle biblioteche? E chi è che fa davvero cultura adesso?

Sono stata circondata da vari Brunetta dormienti in queste
giornate.
Questa settimana, in un raptus di iperattività fortunatamente sostenuto dall'alta pressione e dal bel tempo, sono andata a due eventi potenzialmente diversi eppure uniti da un comune denominatore. 
 Ossia mi sono trascinata ad un convegno nazionale per biblioteconomi/bibliotecari/altre cose che ci girano attorno dal titolo "La biblioteca connessa", e subito dopo al Cartoomics, la fiera del fumetto di Milano.
 Devo dire che la concomitanza straordinaria tra le due cose mi ha reso molto chiaro perché in Italia i ragazzini leggano poco, perché in biblioteca ci vanno quasi solo gli studenti a cercare pace e requie, e perché non siamo in grado di creare un circolo culturale virtuoso.
Premessa doverosa: è OVVIO che ci siano dei bibliotecari superavanzati, realtà davvero d'eccellenza e percorsi di ricerca d'avanguardia, il mio discorso si riferisce alla condizione GENERALE delle biblioteche in Italia.

 PARTE I: il convegno la Biblioteca Connessa.

Le prove che sono stata al convegno
Premettendo che un convegno del genere farebbe venire il latte alle ginocchia a qualsiasi persona non del settore, i temi che si prometteva di sviscerare sembravano epici: il ruolo della biblioteca nella società dell'informazione, e-book, biblioteche in rete, le biblioteche e i social network, le responsabilità morali contro la tecnoapartheid, insomma il mondo.
 Mi presento il primo giorno e mi sorbisco 1 ora e mezza di saluti delle autorità.
 Allora, i saluti delle autorità o durano due secondi o devono avere un senso compiuto. Ovviamente in Italia dove la pompa magna e il comizio elettorale regnano, codesti saluti non hanno né l'uno né l'altro. Ergo siamo finiti in un coacervo di discorsi palesemente preparati dagli "esperti" e messi in bocca alle autorità che non hanno fatto nessuno sforzo se non leggere in modo atono e anche perplesso (del tipo "Ma che palle che è 'sta roba, cos'è?"). Aggiungo che gli esperti non dovevano neanche essere troppo tali visto che consideravano il 15% della popolazione in biblioteca un traguardo d'eccellenza e il sistema bibliotecario cittadino milanese una punta di diamante (fateci un giro e mi direte se non ci troviamo praticamente agli anni '60 ma con i computer per consultare il catalogo). Dopo aver annunciato ben 100.000 euro di denaro regionale per TUTTE le biblioteche lombarde come chissà quale finanziamento, molti dei presenti che già stavano dormendo hanno smesso di ascoltare, riaccendendo il cervello solo dopo, quando finalmente abbiamo cominciato a parlare di questa famosa biblioteca connessa.
 E qui viene il bello. In un convegno sulle biblioteche dell'unità d'Italia potevi anche mascherare il dramma, in uno sui dati bibliometrici anche, ma quando ti proponi di sviscerare il rapporto tra le biblioteche e la società dell'informazione allora ti vuoi male. Ecco che tutto l'apparato mostra la corda e si piazza una sirena scintillante addosso con scritto: IL PROBLEMA STA QUI.
 Stiamo parlando di lui: il gigantesco sul gap generazionale che intercorre tra le persone che lavora in biblioteca (età media credo 50 anni con picchi ben oltre) e i cosiddetti "nativi digitali". 
 Non si tratta di capacità di usare il pc, ma di concepire il mondo.
 Escludendo un'interessante intervento sull'etica bibliografica (di cui parlerò assicuro non è una palla anzi) abbiamo parlato per tre ore dell'aria fritta. Che cos'è facebook? Perché i ragazzi vanno su facebook? Come fa la biblioteca a usare twitter? E' giusto postare le foto su flickr? Addirittura ho assistito ad una lezione sull'uso della privacy in facebook: state attenti a chi taggate perché poi non vedete solo voi la foto, ma anche gli amici di amici.
Sempre ammesso che il bibliotecario decodifichi quello che
dice un quindicenne.
 Voi immaginate un convegno del genere ad un pubblico di 20-30enni, ma anche quindicenni, partirebbero i carciofi e i pomodori verso il palco e l'abbandono della sala due secondi dopo. Questo invece era il tono generale di TUTTA la manifestazione.
 Mi sono resa conto che un vero problema delle biblioteche italiane è il fatto che intere culture e modi di fare cultura (un tempo forse sottoculture, ma ormai quasi maggioritarie) sono invisibili ai radar di chi detiene i centri culturali del nostro paese. Il punto è che ciò non avviene per discriminazione o sottovalutazione, ma per ignoranza. Mai come in quest'epoca due generazioni si sono trovate separate da un gap tecnico così grande.
 Inizi un discorso che credi sensato e ti accorgi di parlare un'altra lingua. Loro si sconvolgono che tu ignori fatti per loro fondamentali della storia italiana, tu rimani sconcertato quando devi tradurre termini informatici base come se stessi parafrasando una lingua straniera. 
Sconcertante.

PARTE II: la fiera del fumetto.

Dopo aver insistito nell'impresa ed essermi sorbita un altro inutile giorno su "che cos'è wikipedia" e "le biblioteche scolastiche non esistono" (grande scoperta lo sa chiunque abbia fatto anche solo le medie), ho deciso di premiarmi e andare al Cartoomics.
 E' sbagliato dire che alle fiere del fumetto ci vanno solo i ragazzini, anzi, probabilmente traumatizzata (in positivo) da un quantitativo di cartoni animati giapponesi in grado di creare un immaginario generazionale, buona parte del pubblico ha almeno trent'anni e svariate persone molti di più. 
 Il delirio è degno di un gay pride. Gente che fa cosplay con vestiti meravigliosi, che grida, si fionda su stand dove vendono coserie di ogni genere da arredi japanesi kawai e assolutamente inutili, alle tutterie di Harry Potter, passando per quelle oscene fatine sexy di cui non ho mai capito il senso (ma che probabilmente piacciono a qualcuno visto che continuano ad apparire negli anni) alle bacchette magiche di legno e piume. Magliette bellissime, ma carissime (fortunatamente per me non avevo 20 euro per quella con su scritto "I'm not a princess, I'm Khaleesi", enormi Totori da mettere sul letto e ovviamente fumetti e serie di qualsiasi fumetto immaginabile con questo fiorire di case editrici che pescano ottimi fumettisti direttamente dal web.
   Insomma un mondo brulicante, chiassoso e produttore di cultura di cui stento a credere che una massa di persone sconvolte dall'utilizzo dei tag su facebook, possa conoscere l'esistenza.
  Oppure stanno diventando quel che tanti amministratori pubblici ci vedono ovvero un deposito di libri dove può lavorare qualunque persona in grado di consultare un pc?
La domanda allora sorge spontanea: le biblioteche stanno ancora svolgendo la loro funzione primaria ovvero trasmettere conoscenza?
 La mia modesta risposta sarebbe NI. 
 L'idea di democrazia posta dietro all'esistenza delle biblioteche, quella di una conoscenza libera e disponibile a tutti in modo gratuito è potentissima, è stata per molte grandi menti delle passate generazioni un viatico e un appiglio, ha rappresentato per tanti una soluzione a tanti interrogativi e problemi.
Nei paesi anglosassoni tanto per cambiare la situazione è
molto diversa.
 Ancora adesso risponde a molte necessità: fornire un patrimonio culturale gratuitamente può avere grandi capacità d'incisione su un mondo sempre più disuguale. 
 Io non faccio parte di coloro che credono che la rete sia la vera democrazia: la rete non sarà democrazia finché tutti non avranno un computer, le capacità e le conoscenze per usarlo con cognizione di causa e una connessione a disposizione liberamente (cioè non obbligatoriamente) e questo mi pare ben lungi dal divenire. E' per questo che mi spaventano tanto gli e-book e le cosiddette biblioteche paperless. 
Cosa si può fare?
 Un mondo che non cambia è destinato a finire.
Nulla rimane nel nostro immaginario più ieratico di una biblioteca monolitica e polverosa, sarebbe ora di fare un po' di pulizia. Probabilmente se aspetteremo ancora vent'anni le amministrazioni pubbliche si svuoteranno e per quel tempo le biblioteche immobili avranno dimostrato tutta la loro inutilità e magari verranno chiuse o alla meglio affidate a gruppi di volontari (come già sta succedendo).
 Si dovrebbe fare qualcosa ora, ma sembra impossibile: come si concilia un mondo che vuole disperatamente entrare e uno che detiene tutto e non ci tiene affatto a uscire (o almeno ad aggiornarsi)?
 La cosa più grottesca è che, visto il gap temporale nel recepimento delle informazioni, un giorno si rischierà di fare un convegno sulle biblioteche in pericolo e per quel giorno le biblioteche saranno già scomparse e saranno le uniche a non saperlo.

Ps. Un'altra cosa che vorrei far notare sul convegno è l'incessante via vai di persone in sala durante gli interventi, una cosa che considero maleducatissima e fastidiosa. Durante le lezioni universitarie o sei dentro entro una certa ora o entri solo in pausa, non è che sfracassi le palle a tutta la sala andando e venendo come fosse la strada dell'orto. Ecco mò l'ho almeno scritto.

Pss Sulla fiera del fumetto farò anche un fumetto, perciò scusate l'elenco da lista della spesa su ciò che ho visto.


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