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lunedì 15 giugno 2020

Talvolta con le rose è meglio non perderci tempo. "Laura Dean continua a lasciarmi" di Mariko Tamaki tra fluorescent adolescence, il migliore dei mondi possibili e falsi idoli


Abbiamo tutti passato l’adolescenza e post adolescenza a cercare qualcosa del quale sentivamo oscuramente il bisogno o per il quale provavamo un incipiente interesse, ma che, vuoi la provincia, vuoi la geografia, vuoi lo spirito del tempo, non ci era concesso raggiungere.

Io ho passato, ad esempio, parecchie ore dei miei ultimi anni del liceo e dei primi dell’università, alla ricerca di film e libri a tematica lgbt. Posso assicurarvi che si trattava di una faccenda laboriosa anche per una biblioteconoma in erba, naturalmente portata per sviscerare i complicati link di un web ancor meno organizzato dell’attuale.

"Laura Dean continua a lasciarmi" di Mariko Tamaki
(minipancake frutto della mia follia)
Per anni ho scartabellato biblioteche e chiesto in prestito all’hi-fi del paese oscuri film vincitori di altrettanto oscuri premi indie il cui unico pregio era stato quello di farlidoppiare anche in Italia dando la flebile speranza ad alcuni produttori di ricavarne qualcosa (ah, la triste vita di chi non padroneggia le lingue straniere!).

Nulla lasciava presagire quello che è accaduto negli ultimi 10 anni: una valanga di telefilm con personaggi lgbt, film (ancora troppo pochi o troppo tragici in verità, romanzi (idem) e fumetti.

E’ stato come aprire una diga e i ragazzini di adesso, non dico assolutamente riescano a trovare rappresentazioni o materiali lgbt nella stessa misura dei loro coetanei etero, ma ehi, ragazzi, è una valanga in confronto a quello che per anni ho faticosamente estratto qui e lì come pepite nel klondike.

Questo è stato il mio primo pensiero leggendo il nuovo libro di Mariko Tamaki, disegnato da Rosemary Valero-O’Connell: “Laura Dean continua a lasciarmi” ed. Bao Publishing.

Ci troviamo infatti davanti a una storia che anche solo pochi anni fa non sarebbe mai stata raccontata così (e la protagonista lo dice anche ad un certo punto): lei sta con lei che continua a lasciarla.
Non ci sono relazioni clandestine, coming out, genitori che non devono sapere, ostacoli sociali di sorta. La storia non parla di un amore lgbt con tutte le solite conseguenze e correlazioni del caso. La storia parla di un amore che, in questo caso, è tra due ragazze.

Potrebbe essere un sintomo di progresso o di come la carica rivoluzionaria delle relazioni lgbt stia completamente detonando davanti a una società che le sta assimilando nel modo che le è più congeniale (le relazioni omosessuali hanno iniziato ad apparire fortemente accettabili e accettate nella società odierna nel momento in cui i matrimoni gay sono riusciti a connotare nell’istituzione più normalizzante della storia nella percezione comune una componente percepita come promiscua e destabilizzante).

Ai posteri l’ardua sentenza. Ma di certo graphic come questa dismostrano che l’assimilazione si sta svolgendo in modo ineluttabile e incredibilmente meno complessa di quel che ci saremmo aspettati anche solo pochi anni fa.

Mariko Tamaki è una già conosciuta autrice canadese di origine asiatiche che, solitamente, va in coppia con sua cugina Jillian. Insieme hanno prodotto vari titoli dei quali due tradotti in Italia: “E la chiamano estate” e “Skim”.

Pur conservando anche qui un certo tocco rarefatto nella scrittura, si capisce chiaramente il perché stavolta Mariko abbia abbandonato la cugina in favore di una nuova disegnatrice.
Il livello e il tono delle storie sono completamente diversi. Pur trattando tutte le graphic di temi adolescenziali come l’amore, le relazioni con altre persone più o meno adulte (che tendono a comportarsi in modo irresponsabilmente poco adulto coi più giovani ponendoli sul loro stesso piano di maturità), le nuove consapevolezze sentimentali, ma anche sessuali, “Laura Dean continua a lasciarmi”, conserva un tono più leggero.

“Skim” raccontava tra lunghi silenzi, disperati tentativi di accettazione e una certa rassegnazione propria degli adolescenti che pensano la propria adolescenza non finirà mai, dell’innamoramento di una studentessa canadese di origine asiatica per la sua insegnante fricchettona e instabile.

“Laura Dean continua a lasciarmi” mette invece in scena una relazione tra pari, in cui il rapporto prevaricatore da parte di una delle due parti può esserci solo perché l’altra glielo permette.

Non c’è un adulto scarsamente maturo che approfitta di qualcuno del quale dovrebbe prendersi cura, ma due adolescenti che hanno una storia assai tipica, a prescindere dall’orientamento sessuale: come nella storia del piccolo principe”, la protagonista, Frederica, è il giardiniere e la bella Laura che continua a lasciarla è chiaramente la rosa.

Se Saint-Exupery rendeva poetico un rapporto fondamentalmente sbilanciato, le cose sono in verità ben diverse. Frederica infatti è completamente in balia dei capricci di Laura, che sa di essere irresistibile, è consapevole di essere la parte forte della coppia: è lei la più bella, la più desiderata, quella che l’altra dovrebbe considerarsi fortunata a poter frequentare.

Si vede spesso nei telefilm americani (la storia è ambientata in California), la gente che dice: beh tu sei un 60 e x è un 100 intendendo una scala di valori in cui la persona desiderata è assai più bella e intelligente di te, quindi poco da pretendere o da scherzare.

La base di questo squilibrio è la fonte della sofferenza di Frederica che, all’inizio, scopre Laura a tradirla. Laura che l’ha già lasciata varie volte per poi tornare sempre senza troppa fatica. Sa che Frederica si sente fortunata ad averla e non la lascerà mai.

Nel lungo viaggio interiore che Frederica affronterà per capire che l’unico valore di una persona è quello che riesce a darsi, molti personaggi assai queer si affollano attorno alla protagonista. 

Se nelle precedenti graphic i genitori e gli adulti hanno sempre una connotazione negativa e distante, qui sono sì fonte di guai seri (che in Italia avrebbero anche portato alla galera immagino), ma anche riferimenti positivi a cui aggrapparsi.

Il mondo può essere molto incidentato, ma i buoni amici non ti faranno sentire mai solo.

Anzi, come in “Skim”, anche qui la protagonista si rende conto dei suoi errori, della sua vulnerabilità e di quanto sbagliata sia la sua relazione solo specchiandosi in un’altra persona.

Vedendo i propri amici muoversi affannosamente come noi in un mondo che appare una gigantesca ragnatela pronta a imprigionarci, possiamo individuare i nostri nodi, sperare di tagliarli e tornare liberi.

Frederica ce la fa perché ha molte persone che la amano e rendono un amore sbagliato quello che è: un falso amore.

La stessa identica storia avrebbe potuto essere assai diversa e incredibilmente distruttiva, ma è anche qui la morale della storia: sei tu che decidi che qualcuno possa continuare a lasciarti, sei tu che decidi se essere una buona amica o un appuntamento favoloso. Devi avere fiducia e devi darti valore e allora i falsi idoli saranno tutti smascherati, anche se si presentano sotto le sembianze di ragazze dalla bellezza abbagliante.

Aggiungo questo post scriptum necessario oggi. 

Il mondo descritto nel fumetto non è ancora purtroppo la regola: E' letteralmente il migliore dei mondi possibili allo stato attuale. Mentre in California o Canada adolescenti lgbt si lasciano e si prendono alla luce del sole come è giusto che sia a quell'età, purtroppo in altre parti del mondo la situazione è drammatica.
Sarah Hijazi

 Non avrei fatto questo post scriptum che so essere lapalissiano se oggi non fosse arrivata la notizia del suicidio di Sarah Hijazi, una giovane donna di appena trent'anni che qualche anno fa si macchiò dell'incredibile reato di sventolare una bandiera arcobaleno ad un concerto. 

Per questo terribile reato fu arrestata e in carcere subì pesanti violenze prima di trovare rifugio in Canada. Oggi si è uccisa ed è per lei e per chi al mondo non è neanche libero di agitare una bandiera arcobaleno mentre va al concerto del suo gruppo preferito che dobbiamo lottare.

 E ce n'è da fare, anche a casa nostra, dove non riusciamo neanche a far approvare una legge contro l'omotransfobia con la Chiesa cattolica più intransigente e influente che grida alla limitazione della libertà di opinione (perché ovviamente l'omotransfobia per certa gente non è un crimine, ma una legittima opinione). 

Dobbiamo rendere questo mondo migliore per tutt* e che non esista più nessuna Sarah. Anche per questo, lavorare per tirare Zaki, lo studente dell'università di Bologna attualmente imprigionato nelle carceri egiziane, sarebbe un inizio.


giovedì 4 giugno 2020

Piccole recensioni tra amici! Due novità freschissime: "Clara e le ombre" di Andrea Fontana e "Ali d'argento" di Camilla Lackberg

Ed ecco un nuovo Piccole recensioni tra amici con ben due novità freschissime d'uscita.

Cercando illustrazioni anni '80 di biblioteche
su Pinterest ho trovato questa serie di poster con
star anni '80 a favore delle American's Libraries.
Impegnative.
 Purtroppo la mia rinnovata voglia di leggere è frenata da un terribile mostro: le biblioteche di Milano stanno riaprendo solo ora e non hanno decine di migliaia di titoli, rimasti bloccati a causa degli utenti dal caos del covid.

 Mi era venuta una voglia pazza di leggere "L'estate che sciolse ogni cosa", ma visto che sembra la piùomenoeconomica sia in uscita a metà luglio, nell'attesa ho ordinato all'usato "Acqua buia" di Lansdale.

 E' il momento in cui ho voglia di leggere storie del sud degli Stati Uniti: caldo, ingiustizie, ruralità, razzismo, ragazzini coraggiosi che crescono e capiscono come diventare adulti (solitamente in estate, quando fa ancora più caldo).

 A tal proposito, visto anche il tragico momento negli Stati Uniti, ho pensato di scrivere un post a tema (non mi oso a farlo a tema razzismo perché ho paura di dire troppe cose sbagliate con le parole sbagliate).

 Bene, ho cianciato dei fatti miei abbastanza. Buona lettura!

CLARA E LE OMBRE di Andrea Fontana ill. di Claudia Petrazzi ed. Il Castoro:

Ci sono alcuni autori che scrivono chiaramente le storie che vorrebbero leggere.

 "Clara e le ombre" scritto da Andrea Fontana e disegnato benissimo da Claudia Petrazzi è uno di questi.
 E' una storia per ragazzini scritta da chi ragazzino lo fu negli anni '80-'90, cresciuto con un immaginario spettacolare e non più ripetuto (attenzione, non dico irripetibile) di fantasy, fantascienza, una certa dose di ingenuità, ma anche di coraggio nel creare nuovi mondi.

 Un gusto per l'avventura e la voglia di procedere per tentativi che nei calcolatori, perfezionisti e un po' freddi anni digitali si è andato perdendo. Ora, se un film non ha almeno 16 chiavi di lettura, complessità che neanche Freud e citazionismo a ogni angolo, sembra che non si possa far uscire.

 Un immaginario ormai talmente forte a livello collettivo da essere assurto a livello di setting.

"Clara e le ombre" di Andrea Fontana ed. Il Castoro
in una composizione anni '80 by me

 "Clara e le ombre" è un libro per chi amava i "Goonies" e cerca di propinarli con arte e con frode alle nuove generazioni.

 Clara è ragazzina afflitta da una leggera forma di epilessia che si trasferisce col padre da New York a un paesello del Vermont tutto boschi e provincia americana alla Stephen King.

 Non è felice, sua madre è andata via, a scuola la bullizzano e si sente sola al mondo nonostante le buone intenzioni del padre, reo ai suoi occhi di averla trascinata in quel posto sperduto.

 Siamo nel 1988 è ottobre e ovunque spuntano zucche di halloween e alberi rosso sangue.

 Alcuni ragazzini iniziano a svanire e Clara scopre che lei ed alcuni amici riescono a fare delle cose incomprensibili e speciali.

 Se avete visto quel film meraviglioso che è "Un ponte su Terabithia" (preparate pacchi di fazzoletti se non lo avete fatto e trovatelo subito) avrete il dubbio fino al finale che il gioco nella storia sia lo stesso, ma l'autore è stato (probabilmente anche per l'età nel target della storia) ben più clemente.

 E' indubbiamente un fumetto per ragazzi che vale la pena perché riesce a non essere pedante e pedagogico pur affrontando alcuni temi complessi dal bullismo, all'abbandono fino alla violenza domestica.

 Tante ombre circondano Clara e i suoi amici, ma capiranno che la lotta potrà essere vinta solo nel momento in cui accetteranno una verità fondamentale: le ombre non potranno mai essere sconfitte del tutto, ma insieme si può tenerle lontane, confinate nei luoghi oscuri dai quali scaturiscono e in cui rischiamo sempre di impigliarci.

 Il disegno è adattissimo secondo me. Non troppo classico, ma neanche troppo sperimentale (che è una cosa che spesso mi disturba, certe volte ho voglia di leggere un bel fumetto, non di rincorrere lo stile un po' troppo da illustratore di alcuni disegnatori).

 Ora però attendo una storia per adulti sullo stesso tono, sperando che in futuro Andrea Fontana, profondo conoscitore di cinema e fumetto prima ancora di autore, ci stupirà. Io ci conto!


ALI D'ARGENTO di Camilla Lackberg ed. Marsilio:

 In estate do sempre una chance a qualche nuovo giallista.

 Riempio la mia valigia di libri e me ne parto (è l'unico momento in cui vorrei un e-reader anche se so che poi camperei con l'ansia di distruggerlo in spiaggia o negli spostamenti).
 Qualche anno fa mi dedicai a Camilla Lackberg iniziando anche a scrivere un lungo post su come la maternità fosse l'elemento assolutamente focale di tutti i suoi libri. Volevo terminarlo con la scusa della lettura di questo suo nuovo giallo, "Ali d'argento", il secondo della serie dedicata alla bellissima Faye, ma l'autrice ha qui inaspettatamente virato verso altri orizzonti.

 Innanzitutto devo avvisarvi che è abbastanza indispensabile aver letto il primo romanzo della serie.

 Senza, passerete gran parte del tempo come me, a cercare di capire chi è cosa e perché fa quello che sta facendo. Ci sono serie gialle che possono essere lette in modo disordinato ed altre no, qui la consecutio è troppo stringente.

 Detto ciò questa nuova serie è da una parte diversissima, dall'altra molto simile alle avventure di Erica Falck a Fjallbacka che hanno fatto la fortuna della scrittrice.
"Ali d'argento" di Camilla Lackberg ed. Marsilio

 La parte molto simile è la struttura. Esattamente come nella serie primigenia, anche qui l'autrice procede su due piani temporali fino al finale nel quale le sconvolgenti e orribili storie del passato riveleranno le loro devastanti conseguenze nel futuro.

 La parte diversa è il tono molto più cruento e inverosimile. Se la cosa più inverosimile delle storie di Erica Falck era il fatto che tutti i più temibili delitti accadessero nello stesso paese svedese (ma quello è un problema di tasso di mortalità che condivide con qualunque altro giallista, quindi fa perfettamente parte del gioco), qui ci troviamo più dalle parti della Lisbeth di Stieg Larsson.

 Faye è una donna in megacarriera che dirige la Revenge, un'azienda che sta per espandersi negli Stati Uniti. Qui e lì si capisce che nel primo libro si è liberata dalla morsa di un marito violento e manipolatore attualmente in prigione per aver ucciso la loro figlioletta (che invece è viva e in Italia e tu stai lì a pensare che ci sia qualcosa che non va fino a quando Faye non fa una sconcertante rivelazione).

 Nel corso del libro Faye è alle prese con un uomo misterioso che si è lanciato nella scalata alla sua società, un miliardo di conti in sospeso con davvero una marea di persone (tutti nati nel primo libro), una nuova relazione e l'improvvisa evasione dell'ex marito.

 Il libro si fa leggere benissimo, io l'ho finito in un pomeriggio e avevo davvero bisogno di una lettura del genere. Ma soffre, stranamente, di un effetto Muccino al contrario.

 Come Muccino mostra tutti i personaggi femminili come fossero il peggior incubo partorito dalla mente di un uomo, la Lackberg ci regala una sfilza di personaggi maschili che il più pulito c'ha la rogna.

 Di uomini orribili che fanno cose orribili è pieno il mondo per carità eh, ma una concentrazione del genere neanche se li vai a stanare col lanternino.

 Tuttavia, devo dire che, dopo aver letto davvero tanti gialli nordici, mi sono resa conto che per i giallisti scandinavi, uomini e donne nella stessa misura (quindi non si tratta di scrittrici donne e basta anzi, a partire da Stieg Larsson appunto) i temi come l'ascesa dell'estrema destra e a violenza domestica/violenza di genere sono importantissimi.

 Il che porta a una riflessione generale che forse rende anche più comprensibile il tono generale di questo libro che appare ingiustificatamente livoroso: se dovessimo basarci sui gialli i paesi scandinavi dovrebbero essere il posto più retrogrado della terra nell'ambito di rapporto tra i sessi, al contrario sappiamo benissimo che sono un esempio per tutti in tema di parità e uguaglianza.

 Cosa vuol dire?

 Immagino molte cose, tra le quali: i panni sporchi non si lavano in famiglia. Tutto ciò che è orribile va analizzato e decostruito per essere ricostruito in altri termini.
 Non dico che la Lackberg ci riesca o abbia mire così raffinate in questo giallo che non è una delle sue prove migliori (ci sono trovate qui e lì oggettivamente debolucce e una solidarietà femminile che va bene, ma neanche se fossimo in un matriarcato utopico), ma sicuramente aiuta a inserire nel contesto un libro altrimenti ostico da digerire per le cose orribili di cui parla, per il dolore che ci mette davanti, ma anche per la scelta di mostrare solo il male di una parte senza venature di bene.

 Come se dando una speranza temesse di oscurare un mondo terrificante che esiste, ma che troppe troppe volte non vogliamo vedere, rifugiandoci in pensieri ben più consolatori.



Ps. Già che ci sono volevo informarvi che hanno messo I Gremlins su Netflix!

lunedì 27 gennaio 2020

E non aveva mai visto un albero. Letture per la giornata della memoria 2020: le memorie indicibili di chi fu un bambino deportato.


 Ed ecco, come ogni anno che torna la giornata della memoria.

 Diciamoci il vero, le ultime due sono state abbastanza vissute con la morte nel cuore, come se la memoria dopotutto non fosse servita a niente e fossimo già pronti a ricominciare tutto.

 Lo dico proprio con lo sconcerto di chi non si capacita. 

Non è che dobbiamo avere tutti le stesse idee o andare per forza d’accordo, ma certe cose, come la condanna dell’odio e della discriminazione, il rispetto per gli altri, sono questioni universali alla base della civiltà e che trascendono il credo politico.

 Non capisco proprio e non capisco mai la base ideologica dell’odio, non ne vedo il senso, non ne capisco il motivo. 

 Tuttavia, se il fascino del male seduce, è compito di chi non lo comprende andare scoprirne le origini per estirparlo o, in alternativa, mettere coloro che, in astratto, lo trovano affascinante, davanti all’orrore che produce.

 E’ quello che per anni hanno fatto i sopravvissuti ai campi di concentramento. 

 Molti, spesso dopo un silenzio durato decenni, hanno poi iniziato a portare la loro testimonianza in giro per l’Italia.

 Tuttavia il tempo passa e ormai i sopravvissuti sono rimasti, per ragioni anagrafiche, pochissimi. 

Chi continuerà a parlare quando non ci saranno più?

 I libri.


 Perciò oglio solo fornirvi un elenco di possibili letture che hanno per protagonisti i più indifesi: coloro che furono deportati da bambini.

 Probabilmente tutti coloro che hanno letto "Se questo è un uomo" ricorderanno la terribile storia del piccolo Hurbinek, il bambino nato in un campo di concentramento. 

 Semiparalizzato, ma con uno sguardo vivissimo, era incapace di parlare perché nessuno glielo aveva insegnato. Non aveva genitori e lo tiravano su gli altri deportati, anche se l'unico che si diede la pena di seguirlo attivamente fu un ragazzo ungherese, Henek, che cercò di trarlo dal suo mutismo.

 Hurbinek morì troppo presto per riuscire a pronunciare una parola di senso compiuto, ma fino all'ultimo lottò per farlo. Non vide mai nulla fuori. Levi lo chiama, "un figlio della morte": 


 Decine di migliaia di bambini, non tornarono. I pochi che lo hanno fatto, hanno spesso voluto lasciare un ricordo. Perché il tempo, ostinato, passa, e la storia diventa una leggenda, un racconto crudele che non può essere esistito davvero. Ed è allora che i mostri tornano.

 Esiste un libro Einaudi, “La Shoah dei bambini” di Bruno Maida che racconta come fu uccisa l’infanzia di chi un giorno si addormentò bambino e il giorno dopo si risvegliò ebreo.

 Vegliate e meditate gente e leggete, anche quando si racconta l’indicibile.

 A voi.


TATIANA e ANDRA BUCCI:

 Tatiana e Andra Bucci (all’anagrafe Liliana e Alessandra) sono due sorelle che vennero rastrellate assieme a tutta la famiglia materna (di origine ebraica bielorussa, mentre il padre era cattolico italiano) per essere deportate ad Auschwitz.

  Lì, vennero separate, come accadeva di prassi, dalla madre e condotte in un kinderbloch, un blocco separato a parte, dove venivano sistemati i bambini che, tra le altre cose, fungevano da serbatoio di cavie umane per gli esperimenti del dottor Mengele.

 La loro fortuna fu quella di essere praticamente identiche: scambiate per gemelle, risultavano particolarmente preziose allo scopo. 

 Assieme a loro venne sistemato anche il cuginetto Sergio De Simone, figlio anch’esso di un militare, italiano e cattolico (sottolineo per mostrare quanto sia stupida l’indifferenza, tanto certe cose a noi non possono toccare né interessare).

 Per una serie di circostanze fortunate, tra le quali uno straordinario spirito di adattamento alle circostanze e una sorvegliante che le prese a benvolere, riuscirono a sopravvivere.

 Evitarono anche la trappola nella quale cadde invece il cuginetto. 

 Un giorno venne chiesto ai bambini: “Chi vuole vedere la mamma faccia un passo in avanti”. Loro rimasero immobili.

 I venti bambini che caddero nella trappola furono infatti torturati nel laboratorio di Mengele e uccisi.

 Quando il campo fu liberato, rimasero un anno in un orfanotrofio di Praga, quindi spostate in un innovativo centro d’accoglienza inglese, dove alcune psicologhe le aiutarono ad elaborare i traumi.

  Nel frattempo la madre riuscì, con molta fatica a rintracciarle (durante le loro visite al campo si raccomandava sempre che non dimenticassero i loro nomi e cognomi) e, infine, a ricongiungersi con loro.

 Hanno raccontato la loro storia in un libro, “Noi bambine ad Auschwitz” ed. Mondadori ed esiste anche un libricino per bambini “La storia di Andra e Tati” ed. De Agostini.

Per conoscere quale fu la tristissima e orribile sorte a cui andò incontro il loro cuginetto, reo di voler solo rivedere la sua mamma, c’è “Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti” Proedi ed. che raccoglie le storie dei venti bambini barbaramente torturati.

Le sorella Bucci hanno anche reso onore alla memoria del cuginetto, scrivendo, assieme ad Alessandra Viola, "Storia di Sergio" ed. Rizzoli.


SAMI MODIANO:

 Ebreo italiano di Rodi, isola del dodecanneso dove si trovava una fiorente comunità ebraica di origine italiana, venne deportato assieme agli altri 2000 ebrei presenti sull’isola, nell’estate del 1944 quando i tedeschi ne presero possesso.

 Stipati in condizioni disumane su tre imbarcazioni, vennero condotti nei campi di concentramento Germania.

 Modiano, che all’epoca aveva quattordicenne  fu salvato dalla prontezza del padre già all’arrivo, quando, nelle file che conducevano i sommersi alle camere a gas, suo padre riuscì a trarlo nella fila dei salvati.

 Né il padre né la sorella ne uscirono vivi. Lui stesso deve la sua sopravvivenza alla bontà di alcuni compagni di prigionia. 

 Divenuto amico fraterno di un ebreo italiano, quel Piero Terracina scomparso da pochissimo, la cui famiglia venne completamente sterminata (si erano salvati dal rastrellamento del ghetto, ma vennero in seguito denunciati da una spia), rischiò di finire il suo viaggio nella marcia mortale da Birkenau ad Auschwitz, quando i nazisti ripararono dall’arrivo dell’armata rossa.

 Svenuto nella neve, fu tratto in salvo da alcuni compagni sconosciuti e in seguito ammassato tra i cadaveri ove si risvegliò. 

 Riuscì quindi a camminare fino ad un fabbricato del campo dove incontrò Piero Terracina e Primo Levi e una dottoressa russa si prese cura di lui.

 Dei 2500 ebrei di Rodi tornarono indietro 31 uomini e 120 donne. Modiano racconta che alla speranza della liberazione iniziale, subentrò un’altra sensazione: “ad un certo momento, quando stai in quell’inferno, ti rendi conto che da Birkenau non c’era nessun’altra via di uscita che la morte”.

Per questo in molti sceglievano di suicidarsi lanciandosi contro il filo spinato elettrificato. 
Suo padre, che alla morte della figlia prediletta perse ogni speranza, decise un altro modo: si fece ricoverare in ambulatorio. Chiunque vi entrava non ne usciva mai più.

Ha raccontato la sua storia nel libro “Per questo ho vissuto” ed. Rizzoli

Su Piero Terracina e altri deportati italiani potete cercare “La strada di casa” di Elisa Guida ed. Viella e “Il libro della Shoah italiana”  di Marcello Pezzetti ed. Einaudi.
 Inoltre esiste un libro con DVD: "Dopo il buio la luce. Piero Terracina incontra gli alunni dell'istituto comprensivo B. Bonfigli di Corciano" ed. Morlacchi.


ALBERTO SED:

 E' inimmaginabile anche la storia di Alberto Sed, ebreo romano deportato assieme alla madre e alle tre sorelle: Angelina, Emma e Fatina. 

Tra i pochi minori italiani sopravvissuti all’olocausto, Alberto, orfano di padre, riuscì a sfuggire al rastrellamento degli ebrei romani, salvo essere trovato (o più probabilmente denunciato) poco dopo.

  All’arrivo ad Auschwitz, sua madre e sua sorella Emma vennero uccise immediatamente nelle camere a gas.
 Sua sorella Angelica fu fatta sbranare dai cani poco prima della fine della guerra, l’altra sorella, Fatina, sopravvisse al campo, ma dopo aver subito gli esperimenti atroci del dottor Mengele che la segnarono profondamente. 

 Alberto riuscì a sopravvivere, ma ci si domanda quanta immensa forza debba aver avuto per riuscire a condurre infine una vita col ricordo perenne di quel che fu costretto a subire.

 Dopo decenni di silenzio si decise infine a parlare per portare la sua testimonianza nelle scuole, raccontando orrori che ci sembrano inimmaginabili. 

 Come l’ammissione di non essere mai più riuscito a prendere in braccio un bambino, neanche i suoi figli, per il terrore di quando le SS lo costringevano a lanciarli in aria per ucciderli, in un agghiacciante tiro a segno.

 Potete leggere la sua storia in “Sono stato un numero” di Alberto Sed. Ed. Giuntina.


 Sono certa vi siano molte altre storie, in primis quella della senatrice Liliana Segre, alla quale il padre chiese scusa per averla messa al mondo.
 Non dimentichiamo. Non dimentichiamo. Non dimentichiamo. 

Se è successo una volta, può succedere ancora.

lunedì 11 novembre 2019

Sempre pronti (al peggio). Una riflessione, a base di ricordi, su gruppo, adattamento e sacrificio dopo la lettura di "Sempre pronti" di Vera Brosgol.


 Mi capita di leggere spesso (e oserei dire incredibilmente) nelle biografie dei politici l’aver fatto lo scout come un titolo di merito. Non ne ho mai, onestamente compreso il motivo.

 Non c’è molto di cui vantarsi nell’aver fatto parte di un’organizzazione di origine paramilitare votata al volontariato e alla vita nei boschi, alla quale, di solito, vieni iscritto dai tuoi genitori per stare un po’ all’aria aperta, perché ci vanno tutti o perché comunque è una roba d’ispirazione cattolica (sì lo so esiste il CNGEI,ma non raccontiamocela è l’AGESCI che domina).

 Lo dico con cognizione di causa, ne ho fatto parte per 12 lunghi anni, anche appassionatamente, perché appunto, la parte del volontariato, dei boschi e anche del sentirsi parte di qualcosa è in effetti inebriante. 

 Tuttavia, se mi guardo indietro mi rendo conto che le cose brutte che mi ha lasciato sono assai più numerose e maggiormente marcate a fuoco di quelle belle.

 L’esperienza per quanto brevissima (un unico campo scout) di Vera Brosgol in “Sempre pronti”  ed. Bao Publishing rende bene l’idea di quel che voglio dire.

 Nel libro, l’autrice, figlia di immigrati russi negli USA, insiste mortalmente con la madre per essere spedita ad un campo estivo. 

Tutte le sue amiche ci vanno (a quanto sembra in America è praticamente LA cosa da fare in estate) e ne esistono di diversi tipi (in effetti anche Charlie Brown ci andava sempre).

 Lei, per ragioni economiche e di comunità, viene infine spedita ad un campo scout per figli di immigrati russi.

  E’ inutile che cerchiamo di trovarci un senso perché in Italia: 
1) Non esistono campi scout divisi per etnie/discendenze (OVVIAMENTE) 
2) Non puoi andare ad un campo scout se non hai frequentato da scout per tutto l’anno.

Il titolo originale è "be prepared". Considerando
che uno dei motti base dello scoutismo è, appunto,
"Estote parati", mi stupisce abbiano deciso di
cambiare il titolo in traduzione
 Il motivo è anche comprensibile leggendo il libro di Vera: non puoi essere preso e sbattuto a fare cose di cui non si comprende il senso, dove tutti già si conoscono e dove non viene fatto nessuno sforzo per l’integrazione.
 Tuttavia, questo è solo una parte del problema. 

 Quel che Vera vive durante il campo scout è quel che può accadere (non necessariamente accade, non tutti i gruppi sono uguali, ma quando accade avviene in modo prodigiosamente identico) a chiunque non sia particolarmente portato a unirsi ciecamente a un gruppo.

 Diciamo che molte cose accadono nei gruppi scout, ma, almeno nel mio, non era particolarmente incoraggiato il pensiero critico. 

 Tutto diveniva secondario rispetto all'appartenenza ad un gruppo e, per carità, dal punto di vista sociologico, nell’ottica anche di un eventuale film di fantascienza post-atomica, la cosa ha di certo un senso, ma quando ti ci trovi dentro (e soprattutto non sei in un film di fantascienza post-atomica) non lo ha.

 Ma mi spiego meglio.

 Vera arriva al campo scout. 
 Scopre cose ovvie come il fatto che dovrà dormire in tenda e usare una latrina e cose meno ovvie come “non è il gruppo che deve assorbire te, ma sei tu che devi farti assorbire dal gruppo”. 

 Sembra poco, ma è tutto. Infatti lo zero impegno profuso da chi si conosce già da una vita e frequenta il campo da anni nel farla sentire a suo agio, ha subito i suoi effetti negativi.

 E’ ovvio che una persona estroversa, carismatica e dal carattere socievole riuscirà a integrarsi immediatamente, ma è altrettanto vero che qualcuno un po’ più timido, introverso o con dal carattere particolare farà estremamente più fatica e rischierà la solitudine o l’emarginazione.

Certo, è quel che accade in tutti i gruppi, ma è quel che non dovrebbe accadere in un campo scout.

 La storia è poi costellata da “piccoli” episodi di bullismo: le ragazze più grandi che si approfittano della voglia di Vera di essere integrata impossessandosi dei suoi dolci, le mutande sporche di sangue di una delle ragazze più grandi messe sull’alzabandiera. 

 Cose che, intendiamoci, da un punto di vista darwinista ti preparano alla vita: nessuno sarà sempre gentile con te, meglio che ne prendi atto e ti fai un po’ di muscoli.
 I ragazzini sono cattivi perché gli adulti sono cattivi.

 “Il signore delle mosche” ci ha già vaccinati sull’illusione della naturale bontà scaturita dalla minore età.


 Tuttavia un episodio è significativo e, a mio parere, rappresenta ciò che ho sempre sempre sempre rimproverato e sempre sempre sempre rimprovererò alla mia esperienza scout: il voler minimizzare alcuni episodi di “bullismo” che, se pur possono nascere naturalmente all’interno di un gruppo di ragazzini costretti a stare sempre insieme per venti giorni, non possono in nessun modo essere minimizzati dai capi.

Il minimizzare, il far apparire chi si trova in mezzo come uno che non sa stare al gioco, è il vero problema.

 Accade che Vera e i suoi compagni partano per una gita nei boschi. Si fa sempre. 
 Passi una notte fuori, cucini senza stoviglie (la cucina trapper, molto divertente, incredibile che nessuno sia mai morto mangiando uova cucinate con un fil di ferro passato in mezzo), canti sotto le stelle.

 Tuttavia è anche il momento in cui i più deboli devono fare LA STESSA strada dei più forti portandosi dietro zaini abbastanza pesanti. 
Si ha un bel dire che si va “al passo del più lento”, a me non è mai successo. 
Io sono alta un metro e mezzo, non sono mai stata una silfide e dovevo seguire le falcate di ragazzi alti un metro e ottanta assai più prestanti di me. Per loro era una simpatica passeggiata, io volevo solo morire.

 Nel racconto, un ragazzo particolarmente preso di mira perde una scarpa nella fanga.

 Non riescono a recuperarla e così, sempre in modo molto darwinista, si decide di mettergli una specie di sacchetto intorno al piede e di proseguire. Dopo un po’, lo stesso ragazzo viene attaccato da alcune vespe e punto. Tutti iniziano a prenderlo in giro, compresa Vera che fino a quel momento lo ha compatito.

 Vera si unisce al coro ed è parte di loro. Rinuncia a solidarizzare per farsi accettare.

Non dubito sia una dinamica dei gruppi già abbondantemente studiata, quello che non accetto e non ho mai accettato è che venga presa sottogamba da chi dovrebbe invece vigilare, spiegare e far riflettere. 

 Qualcuno ha azzardato l’ipotesi che di certo la struttura gerarchica scoutistica in qualche modo agevoli tali episodi.

  Questo non so dirlo, ma posso dire di averne visti a iosa di questi episodi, di averne subiti a iosa e di provare ancora a distanza di anni un certo rancore verso chi non fece nulla.
 Episodi che peraltro, da persona più adulta e cambusiera, ho visto accadere e ugualmente prendere sottogamba (ma forse il fatto che i capi fossero quelli che si erano precedentemente accaniti su me e altri può essere una spiegazione della recidiva).

 Per quale motivo decisi di perseverare? Innanzitutto posso dire che, adesso, non ripeterei l’errore, ma posso capire perché all’epoca lo feci.

 E’ sempre descritto molto bene nel libro di Vera Brosgol: a fronte di tante cose molto spiacevoli, ci sono esperienze che è altrimenti difficile vivere. 

 Un grande contatto con la natura, un certo superamento dei propri limiti, dall’uso delle latrine al coraggio di andar per boschi da sole.

 C’è comunque un corollario di momenti preziosi che in qualche modo contribuiscono a renderti la persona che sei, e il gruppo, quando è benevolo, trasmette davvero una sensazione di collettività, di totale comunione con l’altro, difficile da riscontrare in altre situazioni nella vita. 

 Non a caso chi ha vissuto, al mio contrario, un’esperienza completamente positiva, anche da adulto difficilmente si distacca dall’esperienza scoutistica.

 Tuttavia mi sento di dire, come dice anche Vera, molto sinceramente alla fine del libro, quando ha trovato un’amica, ha visto un’alce, ha vissuto un’estate finalmente diversa e assai più costruttiva delle precedenti, che certe dinamiche non sono per tutti.

 Certo, aiuterebbe essere compresi e non minimizzati, aiuterebbe trovare un appoggio e non un “vabbeh dai passerà” oppure “non possiamo fermare tutto il gruppo SOLO perché tu non puoi camminare senza una scarpa”, aiuterebbe diciamo affrontare tutto come se la responsabilità del benessere fosse collettiva e non personale al fine di non turbare la collettività. 

 Un gruppo può anche non tornare indietro per una scarpa, ma ci si può dividere il peso dello zaino, ingegnarsi per rendere meno difficile il cammino a chi è in una condizione di debolezza.

 “Sempre pronti” è un libro molto molto molto onesto sullo scoutismo che consiglio di leggere sia a chi lo ha praticato sia a chi avrebbe voluto e non lo ha fatto o ha figli che vorrebbe iscrivere.

 Non fa terrorismo psicologico e non è L’ESPERIENZA UNIVERSALE, ma è un’esperienza comune a tanti.

 Io tuttora a distanza di anni non comprendo se ci ho più perso, (ho davvero dei ricordi pessimi che avrei potuto risparmiarmi) o più guadagnato (è pur vero che nella vita le brutte esperienze temprano e imparano a gestire conflitti e problematiche in momenti difficili).

 Probabilmente in generale racconta con estrema onestà uno degli innumerevoli episodi che possono rendere anche l’adolescenza più protetta assai difficoltosa.

 Non possiamo sempre schivare il pericolo e anche questo è un grande insegnamento.

giovedì 21 settembre 2017

Ma quanti cartoni animati abbiamo visto? Il vero fulcro dell'immaginario collettivo dei nati negli anni '80: i cartoni! Una storia d'amore a base di Bim Bum Bam, Super3, robot, orfanelle, sport mortali e rivoluzione francese

 Argomento assolutamente imprescindibile per i nati negli anni '80 sono loro: i cartoni animati giapponesi.

 Purtroppo della serialità non animata tipo "Mindy e Mork" o "Il mio amico Arnold" ecc. non ho grande memoria perché ero davvero piccola (in quel senso sono più una figlia degli anni '90 con "Bayside School" che, al contrario di "Beverly Hills 90210" che i miei genitori giudicavano inadatto alla mia giovine età, mi era concesso).

 L'unica serie non animata di cui ho buona memoria è "Super Vicky" verso la quale provavo un misto di simpatia e forte repulsione. C'era qualcosa di inquietante in una bambina che sembrava come me, ma incapace di provare sentimenti (forse anche per questo ricordo benissimo la puntata in cui invece si capisce che ne prova e inizia a piangere).

 Come sapranno perciò i nati negli anni '80 sono gli anime i veri signori del nostro immaginario infantile e, a posteriori, non riesco a immaginare lo sconcerto che molti genitori devono aver trovato davanti a un prodotto che per noi era sempre esistito e per loro irrompeva come un fulmine a ciel sereno (o quasi, visto che "L'uomo tigre" e "Capitan Harlock" erano in giro già da un po').

 Non esiste bambino nato e/o cresciuto negli anni '80-'90 che non abbia visto decine di cartoni animati di ogni disparato genere: da quelli criminal con "Lupin" e "Occhi di Gatto", a quelli sentimentali come "E' quasi magia Johnny" e "Un fiocco per cambiare, un fiocco per sognare", a quelli robotici, fino a quelli magici.

 Impossibile elencarli tutti, la quantità, a posteriori, risulta talmente enorme che viene da domandarsi quando abbiamo avuto il tempo di vederli tutti.

 Un esempio di quanto siano stati pervasivi nell'immaginario collettivo, sono i fumetti di Zerocalcare. Se Zerocalcare può permettersi di tramutare quasi tutti i suoi amici e conoscenti in personaggi dei cartoni, lo deve a una memoria generazionale comune che sa benissimo di cosa sta parlando.

 I cartoni animati sono stati parte integrante della nostra infanzia e non si può non ricordarli in un post sugli anni '80.
 Ho cercato di fare uno stringato excursus proponendo letture a tema (oltre ai manga correlati ai cartoni)!
Andiamo!


BIM BUM BAM e LA POSTA DI SONIA:

 Cologno Monzese.

Un posto che per chiunque non abitasse in Lombardia era mitologico quanto Camelot, ossia poteva esistere, come non esistere, anche se, effettivamente le letterine per dire a Paolo Bonolis quanto mi piacesse Memole le spedivo. 


 Ma era un po' come quando spedivo le lettere alla Befana: come potevano le poste italiane consegnare una letterina in un posto magico?
 (Anni dopo alla vista di Cologno Monzese, ho poi pensato che certi luoghi dovrebbero rimanere immaginati e non visti realmente, ma questa è un'altra storia).

 Cologno Monzese, assieme al salotto della posta di Sonia, sono stati i miei luoghi del cuore dall'asilo in poi.

 Cos'era la posta di Sonia?

 Una cosa che conoscono solo i bambini del Lazio e che ora non esiste più perché il canale dove andava in onda, praticamente mille ore al giorno, "Super3" ha chiuso qualche anno fa.

 Sonia, una donna riccioluta e con gli occhiali rimasta identica per vent'anni, conduceva questo neverending programma per ragazzi dove si avvicendavano i cartoni animati giapponesi più assurdi, intervallati da quattro sole pubblicità: gli sciroppi pallini, la cedrata Tassoni, i giocattoli de La Giraffa e Cerbiatto il cornetto appena fatto.

Sonia e Birillo
 Quando non c'era Bim Bum Bam, c'era lei che mandava in onda per l'intero pomeriggio vagonate di cartoni: l'Ape Maia (infiniti pomeriggi a fare l'analisi logica con il sottofondo di questa sfigatissima ape), Ransie la strega (con tanto di sigla soft porno), Mazinga, Daltanius, Ufo Robot, cartoni con macchinine, Pat la ragazza del baseball (la tristezza più assoluta), Gigi la Trottola, quel lacrimevole cartone della famiglia di otto orfani inspiegabilmente lasciati a loro stessi dai servizi sociali giapponesi, la principessa Zaffiro (altro che gender), Kenshiro (un cartone che ancora mi domando come fosse concesso mandare in onda in quella fascia d'ascolto) ecc ecc.


 Non c'era bambino del Lazio che non sognasse di essere invitato nel salotto di Sonia, assieme a lei e al suo fido assistente, il Robot Birillo. E la sera anche la canzone finale, che riuscivo a vedere solo a casa della mia amica Marta, perché mia madre mi impediva di vedere cartoni alle sette di sera.

 Quando sento che troppa tv non fa bene ai bambini penso che di certo è vero, ma che mi ha regalato bellissimi ricordi, di tantissimi pomeriggi con le mie amiche a discutere animatamente sui personaggi, a fingere di essere loro e a immaginare una caterva di storie.

 Oltre, naturalmente, a trepidare per una chiamata di Sonia (che a qualcuno dei miei amici peraltro è anche arrivata). Basta, mi sto commuovendo sul serio.


LO SPORT (gli SPOKON):

Se c'è una cosa in cui sono sempre stata negata, quella è lo sport. 
 Non sono mai stata brava in niente, se non in tiro con l'arco alle superiori (ah, e so nuotare molto bene, ma mai fatto nulla di agonistico neanche per sbaglio). Fine.

 I miei per anni mi hanno mandato, senza nessun risultato visibile, allo sport sfigato per eccellenza: l'atletica.
 Per carità, visto in una prospettiva storica, l'atletica è la più nobile delle discipline, ma in una prospettiva di bambina/adolescente, se non facevi almeno pallavolo, non eri nessuno.

 In verità, se proprio devo dirla tutta, sono anche abbastanza grata di non essere stata immischiata in questi giochi di squadra, conoscendomi sarei impazzita in pochi mesi. 
 Tuttavia, i cartoni animati giapponesi spingevano i nati negli anni '80 a desiderare per sé stessi cose inarrivabili: performance di altissimo livello a 13 anni e, soprattutto, le olimpiadi di Seul. Ovunque si trovasse Seul.

 Metà del palinsesto e oltre di Bim Bum Bam era occupato da gente che giocava a qualsiasi sport: dai famosi Mila e Shiro e Mimì Ayuara (la regina delle disgrazie) con la pallavolo, a Holly e Benji col calcio, da Hilary armoniosa Hilary con la ginnastica artistica, al baseball del gemello morto di "Prendi il mondo e vai". 
 Tale era la sete di avventure sportive che mi sciroppai persino un cartone sul GOLF.
 Il Golf, non so se ci rendiamo conto.


Ogni partita era la partita della vita, quella che se la vincevi saresti arrivato non si capiva mai bene dove, ma saresti arrivato.
  C'era gente che rischiava la salute, infarti (!), che si faceva malmenare da allenatori che avrebbero meritato solo la galera (persino nella foga mi rendevo conto che Nami Ayase avrebbe dovuto recarsi alla polizia), che rinunciava ad assistere i fidanzati camionisti in fin di vita in ospedale (Mimì) e pensava di risolvere sul campo i propri problemi esistenziali. 

Un passaggio ad un compagno non era un semplice passaggio, ma serviva a risolvere una quindicina di drammi da spogliatoio che si protraevano da mesi, tra tentativi di accoltellamento, malelingue e fidanzate rubate.
 Per non parlare delle squadre avversarie, popolate da mitici e inarrivabili eroi che però non finivano mai per bastare a sé stessi. La squadra infatti non li sopportava ed era ben lungi dall'avere quel grande cuore dei protagonisti.

 Cosa leggere in proposito sugli spokon (parola che definisce i manga sportivi)? 

 Di certo il purtroppo piccolo libro di Enrico Cantino "Da Mimì Ayuara a Oliver Hutton" ed. Mimesis, che analizza l'archetipo degli eroi sportivi nei manga giapponesi.

 Si potrebbe poi aggiungere il saggio su Mitsuru Adachi, uno dei più famosi mangaka giapponesi, che ha fatto dello sport uno dei temi centrali delle sue opere, "Mitsuru Adachi" di Federica Lippi ed. Iacobelli.
 E ovviamente tutti i manga correlati!


ROBOT, ALIENI, CAVALIERI ecc:

 Lo ammetto, i cartoni animati sui robot non sono mai stati i miei favoriti.

 Li vedevo, nella massa, ma li trovavo noiosi. Tanto che i buoni avrebbero vinto, tra una trasformazione e l'altra, sarebbe stato scontato. Il primo anime robotico ad essermi piaciuto è stato "Neon Genesis Evangelion", molti anni dopo, ma quella è proprio un'altra storia che in comune con le precedenti ha giusto i robottoni.

 Anche gli alieni, come accennavo ieri per E.T. non incontravano i miei favori. Non so mai stata particolarmente attratta dallo spazio profondo perciò il mio cervello ha resettato praticamente tutte le trame e i personaggi, fatta eccezione per le sigle e per Doraemon gatto spaziale.

 Tuttavia, meritavano la citazione sia per la mole di cartoni a tema giunti in Italia, sia perché è uno degli argomenti su cui, a livello di saggi, si trova di più in giro.

 Nella mostra sugli anni '80 al Wow ho scoperto che ben prima dell'inchiesta delle Iene "I manga sono tutti porno", ben prima della psicologa che diceva che Sailor Moon rendeva gay i bambini maschi, c'era stata la polemica sull'esistenza dei robottoni giapponesi, rei di provenire dalla cultura violenta dei kamikaze.

 Gli articoli d'epoca proposti nella mostra sono sconcertanti. Toni apocalittici per il povero Mazinga, ero crudele reo di atti crudeli e violenti. Una dose di razzismo verso il Sol Levante non da poco e addirittura interrogazioni della Dc.

 Ho anche scoperto però, che tale era l'amore per i robottoni da aver generato in Italia dei manga farlocchi a tema, scritti da autori italiani, come il tarocchissimo "Golzinga".
 Ci tengo a menzionare in ultimo "I cavalieri dello zodiaco" che molto mi appassionava.
  Ero però piuttosto contrariata dal fatto che l'unica femmina fosse Atena e, pur essendo una dea, fondamentalmente non faceva niente.

 Avevo quindi decretato, complice l'armatura rosa, i capelli lunghi e il nome da femmina, che, Andromeda, fosse appunto una donna.

 I miei cugini più grandi tentavano di scalfire questa mia granitica convinzione, ma anche a loro riusciva difficile giustificare un maschio con quel nome, così mi concedevano il beneficio del dubbio.
 Ora, per la cronaca, esistono anche i cavalieri dello zodiaco donne.

Da leggere, oltre ai manga:
- "I cavalieri dello zodiaco. Hai mai sentito il cosmo dentro di te?" di Stefano Tartaglino, ed. Ultra
- "Guida ai super robot" di Jacopo Nacci, ed. Odoya
- "Super Robot Files" di Fabrizio Modina, Edizioni Bd
- "Go Nagai. Il padre dei Super Robot" di Giorgio Giuliani e Carlo Mirra, ed. Ultra


ORFANELLE E MAGHETTE:

 Macrosezione in cui convergono tutti i cartoni di orfanelle possibili e inimmaginabili e tutte le varie maghe, in grado di governare cose improbabili, dai fiori ai giochi di prestigio.

 Le orfanelle non mi piacevano. Le trovavo angosciante e, in parte, i tagli della censura rendevano assolutamente incomprensibili delle puntate.
 Ricordo la puntata in cui Georgie (cartone già parecchio ambiguo, visto che non mi era proprio chiarissima la differenza tra fratello di sangue e fratello adottivo, con tutte le conseguenze del caso) viene buttata fuori di casa dalla matrigna e messa a dormire di colpo in stalla.

 Dalla trama non si evinceva assolutamente perché di colpo la donna avesse questa alzata di crudeltà improvvisa. 
 Io e la mia amica Marta eravamo atterrite: una povera orfana ora anche costretta a dormire in una stalla! La scena, poi, con Georgie, in lacrime che batteva sulla porta per farsi aprire, senza successo, era straziante.

 Ci interrogammo molto su quell'evento. Cos'era accaduto?
Anni dopo scoprimmo che Georgie aveva avuto nientepopodimeno che il primo ciclo, cosa che aveva indotto la matrigna a considerarla una sorta di minaccia per la propria allupata progenie maschile.

  E questo è solo uno degli episodi! 

 Candy che si vede morire il primo amore e portar via il secondo per via di una trave caduta sulla donna sbagliata, Heidi costretta a fare la dama di compagnia a Francoforte, Lovely Sarah (che piaceva tanto a mia madre), caduta in disgrazia e di colpo serva, Papà Gambalunga che manteneva orfane per poi sposarle. 

Anche quando non erano orfane, avevano qualche problema, come Millie un giorno dopo l'altro, in cui la sorella maggiore non accettava la minore, una dolcissima frugola.

 Le maghette erano meglio. La mia preferita era l'incantevole Creamy, un po' perchè mi riconoscevo in Yu e sognavo di avere un negozio di crepes giapponesi.
Le seguivo comunque tutte assiduamente e con ben altro spirito.
 Oltre a fare cose magiche molto belle, in genere non avevano traumi familiari e desideravano solo essere grandi anzitempo per fare cose favoloseh come diventare star di fama internazionale e piacioneggiare con ragazzi puntualmente più grandi e irraggiungibili.
 Facevano insomma quello che qualsiasi bambina con l'idea vaga che da adulti sia tutto bellissimo, vorrebbe fare.

 IL CASO KISS ME LICIA:

 Ricordo persino io quanto fosse amata "Kiss me Licia" (anche se rimaneva misterioso perché nella sigla fosse bionda e nel cartone castana).
  A me non faceva impazzire particolarmente e non capivo perché Mirko non potesse permettersi una tata invece di far vagare un bambino da solo con un gatto.
 Ricordo anche la serie con Cristina D'avena, ma preferivo di gran lunga le assurde serie che venivano mandate durante Bim Bum Bam con i conduttori protagonisti, come il fantastico "BatRoberto" o la casa dei fantasmi. Peccato che ogni puntata durasse a stento due minuti scarsi.

Cosa leggere:
- I romanzi di Keiko Nagita, "Candy Candy" e "Candy Candy lettere", ed. Kappalab
- "Candy Candy. L'eroina di una generazione" di Lidia Bachis, ed. Ultra
- "Dall'Incantevole Creamy a Pollon. Maghette e incantesimi nell'animazione giapponese" di Enrico Cantino, Mimesis edizioni
- "L'incantevole Creamy. La magia di essere sè stessi" di Fabio Cassella, ed. Iacobelli
- "Da Lamù a Kiss me Licia. Le dinamiche di coppia secondo l'animazione giapponese" di Enrico Cantino, Mimesis ed.


I CARTONI STORICO/LETTERARI:

Come spiegare alle generazioni successive, che la sete di manga aveva raggiunto tali inumani picchi da rendere appetibile, oltre al succitato cartone sul golf, anche un cartone sulla vita di Cristoforo Colombo?

 I cartoni storici erano pieni di perle. 
 C'era il tristissimo "Fiocchi di cotone" sulla segregazione razziale e lo schiavismo negli Stati Uniti, (ascoltare la sigla, capolavoro assoluto) e c'erano quelli a tema rivoluzione francese, il quasi dimenticato "La stella della Senna" e ovviamente lei "Lady Oscar".

 Faro per generazioni di giovani lesbiche (per me lo furono Sailor Uranus e Sailor Nettuno, sono più anni '90), devo dire che per me fu semplicemente un ottimo modo per imparare la rivoluzione francese, storicamente ricostruita benissimo. E' grazie a lei se anche chi non ha mai aperto mezzo libro, sa dell'esistenza dello scandalo della collana e mai può dimenticare la presa della Bastiglia.

 Tuttora la combattiva donzella, bionda di capelli e rosa di guancia, figlia di un padre che voleva un maschietto ma ahimè (e noi tutte a chiederci scandalizzate: ahimè???) sei nata tu, conserva un posto speciale nei ricordi di chi amò i cartoni di quel periodo. 

 Protagonista di una storia gloriosa, coraggiosissima, che sapeva farsi valere tra gli uomini e al contempo dolce, sensibile e affascinante per uomini e donne.

 I cartoni letterari erano, devo dire, abbastanza inutili. Li riporto come nota a margine, ma tra Dolce Remì e Piccole donne non è che c'era di che stare allegri.
 Ricordo che avevano avuto il coraggio di fare persino il cartone di "Tutti insieme appassionatamente"!

Da leggere:
- "Lady Oscar. L'eroina rivoluzionaria di Riyoko Ikeda" di Valeria Arnaldi ed. Ultra
- "Lady Oscar. Amori, segreti ed epiche battaglie" di Davide Castellazzi ed. Iacobelli


ROBE NON GIAPPONESI:

 Considerando che, pur avendoli visti tutti, non sono mai andata particolarmente pazza per i cartoni della Disney (qualcuno, come "Robin Hood" mi piaceva, ma tutte le varie principessate non avevano un grande appeal su di me), faccio fatica a ricordare cartoni animati non giapponesi della mia infanzia.
Ducktales ogni storia è una nuova storia, misteriosa paperosa

 Eppure a memoria, ricordo bene che il primissimo film che vidi al cinema fu la Sirenetta, ricordo persino che all'inizio c'era un cortometraggio e che mi sentii molto fortunata ad aver visto due film di seguito invece di uno!

 Ho memoria di vari cartoni dell'Uomo Ragno e Batman, ma già all'epoca si vedeva che erano inferiori ai giapponesi (i cartoni eh).
 L'unico che un po' se la batteva era "Ducktales", le avventure (vere avventure) di Paperon de Paperoni, Qui, Quo e Qua, e una serie di personaggi papereschi che risolvevano questioni varie, spesso misteri.

Ps. Da tutto ciò sono rimasti fuori i miei due cartoni animati preferiti in assoluto: "Ranma 1/2" e "Sailor Moon" essendo degli anni '90. Mancano anche "Maison Ikkoku2 e "Lamù", ma credo che Rumiko Takahashi meriti un post a parte"!

E voi? Quali erano i vostri cartoni preferiti? Quali non potevate soffrire? Testimoniate!

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