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mercoledì 16 novembre 2022

La matta nella soffitta. "The Crown 5" tra revisionismo, "Jane Eyre", saggi femministi e royal addicted.

 Come ho scritto molte volte, ho una certa passione per le storie delle case reali nata in tenera età non per una qualche tendenza assurdamente monarchica, ma a causa dei "Gente" che leggevo da mia nonna.

Come tutte le cose divulgative per un pubblico femminile, anche quel genere di riviste sono sottovalutate, ma la storia delle case regnanti, sebbene infiocchettata e romanzata a uso domestico, era letteralmente una parte della storia, non più distante dalle interminabili pagine sugli Asburgo, Asburgo-Lorena, Stuart, Orleans e qualsiasi casata regnante abbia infestato la storia moderna europea.

 Per qualche motivo che indubbiamente un buono psicologo saprebbe spiegare, durante la pandemia avevo trovato una nuova declinazione delle mie passioni reali, a uso instagram: le storie dei gioielli delle casate regnanti.

 Io sono una che nella vita mette addosso giusto la fede e un su coccu, ma di colpo, sotto gli strali del Covid, quando come tanti non riuscivo a dormire, mi sono scoperta appassionata di tiare, diamanti a taglio cuscino e cabochon. 

 Quello che mi affascinava era il fatto che dietro a tali gioielli ci fossero spesso storie intricatissime che di solito facevano capo a una qualche dinastia in disgrazia che, al culmine dell'infelicità e povertà, doveva disfarsi dei suoi gioielli (non sempre, qualche volta, raramente, c'erano storie di matrimoni felici).

 Tutto ciò mi ha portato involontariamente a contatto con uno strano mondo: quello degli appassionati di gioielli reali e di reali. 

 Visto l'argomento forse dovevo anche aspettarmelo, ma ho scoperto che tendenzialmente queste persone non erano come me, ossia non consideravano la monarchia un pezzo d'antiquariato della storia straordinariamente pervicace e colmo di storie interessanti. 

 No, loro ai monarchici erano appassionati anche politicamente, cioè credevano autenticamente che fosse una valida forma di governo mettere in mano il potere a un primogenito casuale. 

 Appassionati, ma prevalentemente appassionatE visto che la maggior parte erano donne.

 Non ero comunque lì per giudicare, ma per apprendere quando una tiara potesse dirsi kokoshnik e quando no.

 Tuttavia ben presto ho capito che tra questi gruppi di appassionat3 reali c'erano delle convinzioni e delle simpatie e antipatie granitiche nei confronti di alcune figure.

 Ovviamente tutte amavano Elisabetta la Queen e su questo ci siamo. Praticamente quando è morta Elisabetta era diventata una cara nonnina che piaceva pure ai sassi.

 Poi venivano però cose più elaborate. Ad esempio Letizia di Spagna pare sia considerata antipaticissima, colei che ha fatto litigare l'affascinante principe Felipe (che non si spiegano davvero come abbia potuto sposarla) e il suo adorato cugino Pavlos, un nobile senza corona che vaga per le corti europee con moglie americana e milionaria al seguito. Ecco, su Letizia enorme croce sopra: è troppo borghese, poco elegante, scortese con la suocera (vera maestra di grazia, soprattutto nel gestire le corna).

 Molto amata è ovviamente la fu Grace Kelly, ma la sua nuora Charlene, altra controversa principessa, non è ben compresa e per risolvere la situazione, visto che Alberto non è charmant come Felipe, pare che la soluzione sia non ritenere il Principato di Monaco un regno vero e proprio, quindi insomma, se pure non hanno una principessa vera e propria un po' chissene (e comunque è meglio Caroline perché ha avuto il buon gusto di sposare un Hannover e diventare SAR).

 Tutte cose che insomma mi stupivano, ma fino a un certo punto. 

 Quello che però davvero a un certo punto mi ha fatto strabiliare sono stati la trascinante passione e l'adorante trasporto nei confronti di Carlo d'Inghilterra, un personaggio che nella mia vita ho sempre visto considerare debole e fondamentalmente inadatto al ruolo.

Preciso di non aver mai avuto una passione per Diana, (non ho mai avuto la passione per nessun reale), ed è morta quando ero ancora troppo giovane per capire le dinamiche di una coppia abbastanza complessa e sotto pressione, ma insomma, la storia di Carlo che la sposa per avere dei figli e intanto tiene stretta l'eterna amante al suo fianco, beh me la ricordavo bene.

 Comunque, mi sono detta, de gustibus non disputandum est. La bellezza non è tutto e che Carlo abbia un certo ascendente su gente che passa le sue giornate a disquisire di spille vittoriane non deve stupirmi, l'eccezione sono io. Il re è re e i monarchici amano i re, è lapalissiano.

 Però. Leggendo commenti e post alla fine ho capito una cosa: stavano riscrivendo la storia, o meglio, stavano scrivendo una loro convinta versione della storia recente dei reali inglesi.


 In questa versione della storia,
Carlo è un re in potenza meraviglioso, ecologista, moderno, ricco di idee e di charme. Purtroppo la lunga vita della sempre amata Elisabetta gli ha impedito finora di dimostrarlo, ma presto farà vedere a tutti di che pasta è fatto. Accanto avrà l'amata Camilla, su cui devo dire non si spendono mai particolari parole, (si tende a omettere che abbia dei figli ad esempio), se non che lo sostiene e lo ama come lui ha bisogno.

 Vabbeh, mi sono detta, alla fine tutti i rospi diventano principi a un certo punto, soprattutto quando alla fine hanno una corona in testa.

 La sorpresa però è stato il trattamento riservato a Diana. 

 Dell'amore a lei riservato alla sua morte e durante la sua breve vita non vi è traccia. Il meglio che possono dire, ma solo perché nonostante tutto non si può proprio negare, è che sia almeno stata una "madre esemplare".

 Per il resto è una cascata di: Diana era fragile, una personalità problematica, soffriva di una spasmodica ricerca di attenzioni, aveva bisogno di aiuto, aveva tradito il povero Carlo con mille amanti (pare che il fatto che Carlo ne abbia avuto una fissa annulli l'adulterio, pure se sei il capo della chiesa anglicana). 

 Insomma, usano tanti giri di parole, ma fondamentalmente, gira che ti rigira, il concetto è che era una pazza.

 Ho pensato varie volte se replicare che dare della pazza a una morta e sepolta da tempo e incapace di difendersi fosse il caso, ma è molto tempo che sono stufa di litigare su internet e ho sempre evitato di turbare i sonni di queste sciure e sciuri.

 Questi giorni però è uscito "The Crown 5" e ovviamente mi sono fiondata a vederlo. 

 Ebbene. La narrazione dei royal appassionat3 che leggevo su Instagram nelle serate pandemiche è diventata LA narrazione mainstream. Carlo è impersonato da un attore affascinante, charmant, sicuro di sé, una proiezione mistica di una persona che non è mai stata, ma che ora, essendo sul trono, evidentemente viene riscritta e sovrascritta.

 Siamo oltre ai dipinti migliorativi dei sovrani tramandati nei secoli, siamo al dipinto migliorativo in presa diretta.

 Nella fiction, Carlo diventa un homo novus, liberandosi di timidezze e incertezze dopo il divorzio con Diana (la regina dice proprio che sembra si sia "liberato"). Una teoria che risulta poco credibile anche se volessimo considerare "The Crown" come uno script senza fondamento reale visto che nella serie precedente il giovane Carlo (la cui gioventù arriva fino ai 40 anni almeno) è completamente diverso e dopotutto è stato sposato con Diana per tempo relativamente breve.

Diana, ovviamente, non essendoci più una controparte altrettanto problematica a giustificarne le azioni (come avveniva nella quarta serie) viene quindi dipinta come una mezza pazza dagli occhioni sempre sgranati, l'innamoramento compulsivo, la tristezza in tasca e nessuna ragione per essere paranoica. 

 Camilla appare, opportunamente senza figli e senza marito, silenziosa e sorridente, a fianco del futuro consorte, pronto a sostenerlo. 

 Quello che ho letto su Instagram è ora lì sullo schermo. 

 Sono rimasta discretamente sconcertata, ma poi, come accade spesso, la letteratura mi è venuta in aiuto. Io questa cosa l'avevo già letta e l'avete letta anche voi.

 Questa non è la trama della storia di Carlo, Diana e Camilla, questo è l'impianto sentimentale della trama di "Jane Eyre", preciso preciso.

 Nel libro, la bella, brava, buona e giusto un filino ribelle Jane conosce il presunto vedovo Mr Rochester che vive nel suo bel maniero nella brughiera. 

 Rochester ha un segreto e quel segreto è il motivo per cui non può sposarsi: ha una prima moglie che tiene in soffitta. La donna, un tempo bellissima, che ha sposato in Giamaica dopo averla vista appena una manciata di volte, è diventata pazza e incontrollabile e lui è costretto a tenerla in soffitta, guardata a vista da un'infermiera.

 Rochester definisce così il loro matrimonio:

"Fui abbagliato, i miei sensi furono eccitati, ed inesperto com'ero credei d'amarla. 
Non vi è nulla che trascini un uomo quanto le stupide rivalità della società, i desideri febbrili, l'accecamento giovanile. I parenti di Berta mi incoraggiavano, i competitori mi eccitavano l'amor proprio, lei stessa mi attirava a sé e così il matrimonio fu concluso prima che avessi tempo di riflettere. Quando penso a quell'atto non posso davvero stimarmi! Il disprezzo di me stesso mi assale e mi tortura! 
Non l'amavo, né stimavo e non avevo potuto conoscerla."

 Nonostante ciò, la donna, Bertha, è violenta, tenta di scappare e commette atti inconsulti, non ultimo il fatale incendio finale dove, molto opportunamente, perirà lasciando Rochester ferito, ma libero finalmente di sposarsi con la donna che ama.

 Il collegamento con Jane però non mi è venuto grazie a un mio (inesistente) amore per la letteratura inglese. 

 Semplicemente vedendo "The Crown 5" e la pessima scrittura della povera Diana mi è tornato alla mente il titolo di un libro che avevo visto citato nella nota di un qualche saggio femminista che avevo letto durante i primi anni di università.

 Il titolo era "The madwoman in the attic": la pazza nella soffitta.

 Si tratta di un saggio di critica femminista sulla narrativa vittoriana scritto da Sandra Gilbert e Susan Gubar nel 1966.

 Le due critiche descrivevano la polarizzazione, nella narrativa vittoriana opera di autrici donne, di due sole tipologie di personaggi femminili: l'angelo e il mostro, in contrapposizione tra loro.

 Una dicotomia funzionale ovviamente alla stereotipata visione femminile in un contesto patriarcale di cui le autrici, benché donne, non erano riuscite a liberarsi.

 Ma del resto sembra che non siano riusciti a farlo neanche gli autori di "The Crown" quasi 150 anni dopo.

 Diana è diventata la matta nella soffitta, sposata per sbaglio e perenne ingombro tra il Principe e il suo vero amore. 

 Camilla è un angelo, certo, un angelo stiracchiato, ma che con un po' di omissioni può essere considerato passabile in nome del suo amore imperituro e purificatore per il principe.

 E così "The Crown" ha incontrato le royal narrazioni uso instagram che hanno incontrato Jane Eyre e che, fondamentalmente, ricalcano uno schema talmente già visto che neanche ce ne accorgiamo.

 Il potere sa come dipingersi al suo meglio e la tendenza a dimenticare con estrema facilità degli esseri umani fa il resto.

 Così per una favoletta revisionista che imbelletti il nuovo re con regina consorte è bastato meno del previsto, del resto le donne sono ancora angeli o mostri, a seconda di come conviene al momento.

 La trama vittoriana regge ancora. Le mogli sposate per sbaglio muoiono ancora bruciate nella soffitta dei ricordi e i re regnano felici sul loro trono, come se non fossero mai esistite.


domenica 25 aprile 2021

Oh Bella Ciao! Una selezione di libri e antologie che raccontano la storia di una canzone straordinaria.

 Lo scorso anno, durante l'infinito lockdown durante il quale eravamo forse più storditi, ma di certo più speranzosi verso il futuro, passai circa un quarto d'ora del 25 aprile alla finestra.

 La casa milanese dove ho vissuto per otto anni era un bilocale piuttosto agevole per due persone, ma proprio in funzione di una metratura non da criceto, avevamo dovuto sacrificare l'altezza. 
 
Ergo vivevamo in un piano rialzato che ci faceva affacciare direttamente sulle teste dei passanti.

 Sorvolando sulla quantità di grasso inquinamento  che ho respirato per anni e sulla mancanza perenne di luce naturale, quando la vita era normale il  massimo problema erano gli incivili che poggiavano regolarmente le bottiglie di birra vuote sul nostro davanzale dopo una nottata di bagordi.

  Durante il lockdown invece, il piano rialzato si rivelò un limite piuttosto importante.

 Senza balconi e cortili, ci affacciavamo con le nostre tazzine di caffè su processioni di persone intente a raggiungere il supermercato vicino, ad andare nella tabaccheria di fronte, a portare a spasso il cane e insomma intente nelle poche cose previste a Sin city. 

 La gente ci fissava regolarmente inviperita dalla nostra presenza, immagino temendo fossimo delle pericolose delatrici e non delle povere criste con l'unico desiderio di prendere aria in faccia ogni tanto.

 Anche la nobile arte del flash mob e del canto non era una questione facile da esercitare in un piano rialzato e infatti l'unico tentativo in cui mi sia cimentata lo scorso anno era stato in occasione del 25 aprile. 

 Munita del mio cellulare con "Bella ciao" dei MCR al massimo del volume, mi lanciai in un cantata  nella solitudine del mio condominio abitato, non tanto da fascisti quanto da anziani, ma soprattutto sotto lo sguardo divertito e sospettoso dei malfidenti passanti.

 Non la ricordo come l'esperienza più appagante o eroica della mia vita, ma mi spiaceva far passare il 25 aprile come uno dei tanti pomeriggi di quella primavera tristissima e cantare "Bella ciao" mi sembrava un buon compromesso.

 Ho pensato quindi, a un anno di distanza, di dedicare un post a questa canzone che da sola, col solo ritornello, riesce a suscitare un'enorme sentimento di libertà, ed è ormai conosciuta in tutto il mondo come simbolo di rivolta verso l'oppressione.

LA STORIA di BELLA CIAO:

 La domanda sorge spontanea: dove nasce e come si è diffusa "Bella ciao" nel mondo come canto di liberazione?

 L'opinione più comunemente diffusa (quella che conoscevo anche io che per quel che mi riguarda l'ho imparata da mia nonna assieme ad altre canzoni random come "Il Piave") è che fosse un canto delle mondine riadattato dalle brigate partigiane, ma, ebbene sì, sembra che le mondine siano venute dopo i partigiani.

La ricostruzione delle origini è stata esplorata da ben più di un libro, tanto che potete avere l'imbarazzo della scelta tra: "Bella ciao. Storia e fortuna di una canzone" di Cesare Birmani ed. Interlinea, "Bella ciao" di Marcello Flores ed. Garzanti, "Bella ciao. La canzone della libertà" Add editore e "Bella ciao. La storia definitiva della canzone partigiana che dalle Marche ha conquistato il mondo" di Ruggero Giacomini ed. Castelvecchi.

Giacomini ipotizza la nascita nel maceratese a opera della poco conosciuta resistenza marchigiana che la passò poi alla Brigata Maiella in Abruzzo dalla quale poi approdò in Emilia.

 La teoria si basa su alcune lettere che lo storico a rinvenuto nell'archivio dell'Istituto di storia delle Marche.

Anche Cesare Bermani invece è tra i fondatori dell'istituto Ernesto De Martino che avalla la teoria della Brigata Maiella. 

 Secondo lo storico, fu un caso che la canzone divenne un canto popolare di una brigata partigiana del centro Italia prima ancora che al nord, dov'era assai più popolare "Fischia il vento".

 Inoltre va ancora più indietro nel passato, riconducendola ad un canto composto dal poeta Costantino Nigra, "Fior di tomba".


 Ci tiene inoltre Birmani a sottolineare come "Bella ciao", al contrario di quanto sostenuto da molti revisionisti storici che la vorrebbero introdotta successivamente, fu davvero cantato da molte formazioni partigiane e fu un canto popolare della resistenza.

Carlo Pestelli parte proprio dagli studi di Bermani per raccontare l'intera parabola della canzone, partendo da Nigra, passando per i partigiani abruzzesi e parlando del festival dei due mondi di Spoleto dove nel 1964 sembra che si ingenerò l'equivoco mondine ---->partigiani di cui fu vittima anche mia nonna.

 Arriva quindi ai giorni nostri dove questa canzone, che accenna a un generico invasore senza entrare nello specifico, è stata prescelta nei più impensati angoli del pianeta come inno alla libertà e dove ancora e persino in Italia è osteggiato da politici di bassa lega.

 Sullo storico spettacolo del 1964 torna anche Marcello Flores che nel suo libro davvero per tutte le tasche (4,99 euro) si cimenta anche lui nella ricostruzione storica di questo canto la cui popolarità sfocia ormai nella leggenda.


PER RAGAZZ*:

 Una canzone così speciale non poteva non avere una proposta libresca anche per ragazz*.

 Lorena Canottiere è un'autrice di fumetti (splendido il suo "Verdad" ambientato durante la guerra civile spagnola del quale ho parlato qui) e illustratrice bravissima e questo suo "Bella ciao", uscito per le Edizioni EL è davvero un libro illustrato splendido da donare a ragazze e ragazzi (ma non solo).

 Un'alternativa, per più piccini, è "Bella ciao" di Gallucci editore, un illustrato forse graficamente meno bello, ma provvisto di cd allegato con canzone arrangiata dai Modena City Ramblers che può agilmente sostituire il nonno o la nonna di turno nell'insegnamento della canzone.


ANTOLOGIE DI CANTI DELLA RESISTENZA:

 Quando facevo il tirocinio universitario nella biblioteca del mio paese, mi resi conto dopo non molto tempo che qualcuno anni prima doveva aver fatto anni prima un'interessante donazione privata.

 C'erano infatti libri sulla resistenza, gli anni '70 e il femminismo molto particolari e rari che una biblioteca di paese non aveva nessun altro motivo di possedere nella sua collezione.

 Tra questi, ce n'erano molti di una collana stranissima degli anni '70 di Newton&Compton (o almeno, stranissima se pensiamo alla Newton di adesso): paperbacks poeti.

 Assieme a poeti come Garcia Lorca e Baudelaire (ma anche Mao Tse-Tung), c'erano delle antologie come "Canti della protesta femminile" o "Canti rivoluzionari nel mondo" (che, copertina un po' vintage a parte, è un testo sicuro da recuperare e leggere).

 Purtroppo, era prevista una raccolta di canti portoghesi, ma non della resistenza.

Ho provato a fare una ricerca per vedere se esistesse una qualche antologia e ho trovato alcuni titoli che mi sembravano molto gustosi.

 Il primo è questo "Cantalo forte", un saggio Gioachino Lanotte ed. Stampa Alternativa che esamina la lotta partigiana attraverso le canzoni composte e/o cantate nei due anni della resistenza e negli anni successivi. 

Un saggio politico-musicologico che riporta anche i testi e una preziosa bibliografia di riferimento.

 Esiste poi "E sulla terra faremo libertà. Poesia e canzoni della Resistenza italiana" a cura di Alberti Volpi, Stilo editore.

 Un'antologia di poesie e canzoni della e sulla resistenza italiana con una divisione tematica e la scelta di inserire anche grandi poeti accanto alle canzoni diffusesi spontaneamente nelle brigate partigiane (proprio come "Bella ciao"):

 A onor di cronaca inserisco anche la raccolta "Canti della resistenza italiana" di A. Virgilio Savona e Michele L. Straniero ed. Laterza. E' degli anni '80 e probabilmente non facilissima da reperire, ma nell'attesa che qualcuno colmi il vuoto,

 Infine un saggio Laterza molto più recente e reperibile: "Bella ciao. Canto e politica nella storia d'Italia" che esamina la storia d'Italia dal punto di vista delle canzoni politiche del paese.


E ovviamente innaffiate il tutto con una larga dose di:








sabato 6 febbraio 2021

Sono una donna non sono una santa. Cinque libri (+1) su e di grandi cortigiane della Belle Époque tra Dumas, Vanna Vinci, Zola e Toulouse-Lautrec.

 Saltata quasi a piè pari a scuola durante le ore di storie, la Belle Époque, conosciuta dalle masse principalmente grazie al Moulin Rouge, al can can, le affiche di Toulouse-Lautrec e il "Moulin Rouge" di Buz Lhurmann, rientrava di sguincio dalla finestre grazie a quelle di storia dell'arte.

 La modernità avanzava a grandi falcate, il vecchio mondo moriva e non si sapeva ancora che quello nuovo avrebbe esordito con un paio di guerre mondiali e decine di milioni di morti. 

In quella splendida fessura della storia, si annidò l'apice dello splendore di un mondo che esisteva da secoli, ma destinato a scomparire, almeno in quella forma: quello delle cortigiane.

 Bellissime, avventurose, coraggiose, sensuali, spesso oltraggiose e spesso oltraggiate, piegarono l'oppressione maschile a loro favore, riuscendo a risplendere tra alterne fortune, esattamente come la protagonista del film di Lhurmann, Satine, interpretata da una bellissima Nicole Kidman prima del botox

E' alle cortigiane di questo breve, ma felice periodo storico a cavallo tra '800 e '900 che Vanna Vinci dedica il suo nuovo libro, lo splendido “Parle-moi d'amour” ed. Feltrinelli.


Una carrellata di piccole biografie, specialità dell'autrice, in cui esse si muovono leggiadre tra nobiluomini disposti a principeschi mantenimenti, artisti affascinati che ne fecero muse per poesie, dipinti e sculture scandalose, mariti sinceramente innamorati e anche figli (solitamente poco considerati, ma erano tempi molto diversi, se ci si pensa anche in “Downton Abbey” le tre contessine passano un tempo molto piccolo con la propria prole).

 Conoscerete la graziosa Emilienne d'Alencon, prototipo della biondina stupidotta che in realtà si mangia tutti, la fascinosa Liane de Pougy che morì in odor di santità, la splendida Apollonie Sabatier che fu modello per la scandalosa statua “Donna morsa da serpente” e lei, la più famosa nell'immaginario collettivo, la bella Otero.

 Molte, citate sul finale, sono rimaste fuori ed è un dispiacere, una su tutte Lola Montez, avventuriera irlandese che si faceva passare per spagnola e che causò l'abdicazione di Ludovico I di Baviera, nonno del più famoso, ma non meno eccentrico, Ludwig.

Il libro è davvero considerevole e, credetemi, vale i 22 euro di spesa perché la cura nei dettagli, la ricostruzione storica, le splendide tavole in cui si muovono forsennate splendide donne morbide e sensuali, trasmettono l'enorme lavoro che c'è stato dietro, una rarità, se mi si permette, in un momento di tanti fumetti mordi e fuggi.

 Ovviamente, una volta terminato, avrete una voglia pazza di leggere altro, e magari vi chiederete cosa. 

 Eccovi alcuni miei umili suggerimenti e mi raccomando, tenete sempre vicina una bottiglia di Champagne (o almeno di spumante).


"LIANE DE POUGY" di Jean Chalon ed. Nutrimenti:

 Tra i personaggi più complessi affrontati da Vanna Vinci c'è indubbiamente Liane de Pougy della quale in Italia si trova in commercio una biografia di Jean Chalon, “Liane de Pougy. Cortigiana, principessa e santa” ed. Nutrimenti.

 Nata nel 1869, più benestante di molte altre cortigiane, venne però crudelmente data in sposa dai genitori ad un militare piuttosto violento dal quale ebbe un figlio. Dopo che, avendola scoperta a letto con l'amante, le rifilò una pallottola nel sedete, Liane (il cui vero nome era Anne-Marie) scappò a Parigi e chiese il divorzio.

 Divenne presto un'attrice di teatro e una cortigiana famosa (un binomio abbastanza comune per l'epoca) e intrattenne numerose relazioni con uomini e donne, tra le quali la scrittrice statunitense Natalie Clifford Barney.

 Si sposò poi in seconde nozze con un principe di origine rumena Georges Ghika che conduceva però una vita troppo viziosa anche per una famosa cortigiana. Sopportò i tradimenti e a sua volta lo tradì con frequenza, finché lui la lasciò per un'altra. 

La sua ultima vita, quella di donna devota destinata a morire in un convento in Svizzera nel 1950, iniziò dopo una visita in un orfanatrofio per disabili. Ebbe una svolta mistica e attese la morte del marito, nel frattempo tornato da lei, prima di prendere i voti. Il suo unico figlio, avuto dal primo marito, era morto da tempo nella prima guerra mondiale.


"LA SIGNORA DELLE CAMELIE" di Alexandre Dumas e "NANA'" di Emile Zola:


 Ispirato alla cortigiana Marie Duplessis, con la quale Alexandre Dumas figlio ebbe una travagliata relazione
funestata dalla presenza di altri corteggiatori e soprattutto dalla malattia della donna, è una storia che definire drammatica è molto riduttivo.

 La storia, famosissima, narra dell'amore impossibile tra Armando, giovane di buona famiglia e Margherita Gautier, famosa e splendida cortigiana destinata, lo sappiamo tutti avendo ispirato il romanzo anche “La traviata” di Verdi, a finire molto male.


“Nanà” di Emile Zola è invece ispirato alla figura della Contessa Valtesse de la Bigne
che nacque poverissima e dalla povertà imparò che i soldi, forse, una certa felicità potevano darla, soprattutto quando gli uomini ti tradiscono.

 Dopo una violenza subita in giovanissima età, iniziò a fare la Lorette, una via di mezzo tra una lavoratrice di basso rango e una prostituta, poi conobbe un ragazzo benestante ed ebbe due figlie con lui finché lui non la lasciò. 

 Valtesse iniziò allora una piccola carriera teatrale dove si fece notare per la sua bellezza, dovuta anche agli splendidi capelli tiziano. 

 Divenne ricchissima e arredò fastosamente una casa che Zola fece carte false per vedere. La protagonista di "Nanà", crudele e senza cuore, non fa una bellissima fine, al contrario di Valtesse che si autoproclamò contessa e visse in grande ricchezza fino all'ultimo dei suoi giorni, quando si fece seppellire assieme a due uomini in una tomba disegnata da lei.


JANE AVRIL, "Le mie memorie" ed. Castelvecchi:

Una delle più celebri ballerine del Moulin Rouge, fu Jane Avril che, come molte altre cortigiane ebbe una storia tragica che trovò una sua parabola salvifica lì dove la morale comune vi vedeva perdizione: il can can. 

 Figlia illegittima di una cortigiana e un nobile italiano, venne lasciata alle cure materne solo all'età di nove anni dai nonni paterni. Dalla donna Jane subì una serie di angherie che la portarono prima alle crisi nervose e poi a tentare il suicidio dal quale venne salvata da una prostituta che le fece scoprire il mondo fluttuante.

  Jane Avril, come racconta nella sua autobiografia, pubblicata in Italia, attualmente, da Castelvecchi, come il ballo la salvò. Divenne una ballerina celeberrima, immortalata più volte da Toulouse-Lautrec, e si sposò con un pittore, Maurice Blais che dilapidò tutti i suoi beni.

Morì nel 1943 in una casa di riposo per artisti.


E per concludere, non si può non farsi venir voglia di andare a guardare un po' di Belle Époque in un qualche catalogo delle opere di Tolouse-Lautrec!



sabato 25 aprile 2020

No Pasaran! In questo 25 Aprile una carrellata di consigli sulla Guerra Civile Spagnola, tragico, complicato e simbolico conflitto che diede inizio all'abisso della storia europea.

 E anche quest'anno il 25 aprile è arrivato (inter nos, ma solo a me sembra che Pasqua sia stata mille mesi fa? Queste ultime settimane di quarantena sono eterne).

 E' qualche anno che penso di dedicare un post alla Guerra Civile Spagnola, un conflitto sul quale alle superiori, almeno quando ci sono andata io, ci si soffermava brevemente, senza porre l'accento su quella che fu il segnale definitivo che l'Europa non si sarebbe salvata e che sempre più stava assumendo i connotati di un mostro abissale. 

 Una guerra civile che distrusse un paese e lo gettò in una dittatura destinata a durare decenni e la nota iniziale di un conflitto che tuttora agita le basi delle democrazie europee, ancora alle prese coi fantasmi mai sopiti del nazifascismo.

 A questa strana guerra, tragica, complicata, simbolica per troppi versi, ho deciso di dedicare questo post per il 25 aprile.



 Buona Liberazione a tutt*!


MENTRE L'INGHILTERRA DORME di David Leavitt ed. Mondadori:

Uno dei libri meno noti di David Leavitt è secondo me uno dei più belli. 

Racconta la storia di Brian, un giovane di buona famiglia che negli anni '30 ondeggia pericolosamente tra la possibilità di una convenzionale vita borghese e la volontà di vivere secondo i propri desideri, diventando scrittore e amando altri uomini.

 Il nucleo centrale è la forte passione che unisce Brian a Edward, un ragazzo di estrazione sociale minore, la cui famiglia accetta stranamente e straordinariamente di buon grado la loro relazione. Sullo sfondo, l'Europa inizia a dare i segni della malattia che la devasterà: il nazifascismo. 

 La guerra civile spagnola imperversa ed Edward, dopo che Brian ha rotto con lui per cercare un'improbabile vita eterosessuale, parte per combattere come volontario.
Brian volerà a recuperarlo, e ovviamentenon vi dirò come finisce.

 Romanzo a mio avviso splendido per la capacità di ritrarre non un evento, ma un sentimento di oscura catastrofe che pervade una nazione che decide di essere cieca, e di dormire, mentre la Storia si risveglia.

 All'uscita, negli anni, 90, Leavitt ricevette una querela dal poeta Stephen Spender che lo accusò di essersi ispirato in modo troppo incisivo ad un episodio della sua vita, contenuto nella sua autobiografia, "World within world".

 Rimane in ogni caso un libro meraviglioso che vi straconsiglio (una mia recensione più approfondita qui).


LA BREVE ESTATE DELL'ANARCHIA. VITA E MORTE DI BUENAVENTURA DURRUTI di Hans Magnus Enzensberger ed. Feltrinelli: 

Operaio metallurgico, anarchico, sindacalista, costretto all'esilio dopo uno sciopero terminato nel sangue, emigrato in sudamerica e quindi di ritorno in una Spagna sulle soglie della guerra civile, Buenaventura Durruti è una delle figure leggendarie della Guerra Civile Spagnola.

 Per una manciata di gloriosi mesi, nel 1936, ottiene una serie di importanti vittorie sul campo a capo di una colonna del CNT formata da anarchici che da lui prese il nome di Colonna Durruti.

 Morì nel novembre del 1936 per un colpo di arma da fuoco. Le versioni dissentono, ma le testimonianze raccolte da Hans Magnus Enzensberger, sembrano concordare su un tragico errore di Durruti stesso.

 Quanto bruciante e incredibile fu la sua personalità si evince perfettamente in questo splendido libro che raccoglie, come un documentario montato da Tarantino, le voci di chi lo conobbe e lo vide attraversare anche solo brevemente la propria esistenza. Splendido.


VERDAD di Lorena Canottiere Coconino ed.:

 E' una giovane donna a dare il nome a questa bellissima graphic novel di Lorena Canottiere. Verdad: la protagonista, orfana di madre e di padre ignoto, cresciuta da una donna bigotta che le rinfaccia la sua origine illegittima, si unisce alle Brigate Internazionali contro il franchismo per combattere.

 La sua lotta viene bruscamente interrotta da un'azione in cui rimane gravemente ferita perdendo un braccio.

 La guerra civile volge a termine nel peggiore dei modi, i suoi compagni decidono di fuggire in Francia, ma lei rimane a resistere sulle montagne, nascondendosi alla Guardia Civil, ma nel suo cuore ha un pensiero: vedere Monte Verità, il luogo dove i suoi genitori si conobbero.

 Bellissimo, poetico, struggente, una delle migliori graphic novel italiane di quest'ultimo decennio (e non esagero).

 E Monte Verità è esistita davvero: una comunità utopica realizzata nei primissimi anni del '900 in Svizzera, nel Canton Ticino, a opera di un gruppo di giovani che sognavano di vivere in modo ascetico secondo dei nuovi ideali, lontani dal capitalismo sempre più imperanti e più vicini alla natura e ad altri ritmi. A posteriori, credo si possano definire dei precursori del movimento Hippy.

 Vari libri sono stati ambientati in questo posto mitico, tra cui "Monte Verità" si Stefan Bollman ed. EDT che ne ripercorre la storia.


MIKA ETCHEBEHERE:

Grandi personalità femminili emersero nella guerra civile spagnola. Due su tutte: Gerda Taro, fotografa che morì schiacciata da un cingolato, che sta vivendo un periodo di rinnovata luce grazie al romanzo di Helena Janecek, e Dolores Ibarruri, la pasionaria (alla quale si deve la celebre incitazione "no pasarán!").

A loro si può aggiungere anche Mika Etchebéhère, autrice 40 anni dopo la guerra, di un'autobiografia: "La mia guerra di Spagna", passata alla storia (purtroppo non abbastanza) come unica donna a capo di una milizia antifranchista.

Mika nasce nel 1902 in Argentina da una coppia di migranti ebrei di origine russa e a diciassette anni conosce colui che diventerà suo marito: Hippolyte Etchebéhère. 

 Entrambi aderiscono al partito comunista e partono per l'Europa per assistere all'ascesa del nazismo e alla disillusione personale nei confronti del comunismo sovietico che li porterà a virare verso il pensiero anarchico. 

 Sempre insieme nel 1936 partono per combattere come volontari nella guerra civile spagnola dove Hippolyte muore appena un mese dopo il loro arrivo.

 Rimasta sola, Mika riuscirà a diventare capitana della milizia.

Sopravvivrà alla guerra e dopo aver riparato in Francia, a causa delle sue origini ebraiche, è costretta a tornare in Argentina, dove nel 1975 darà alle stampe la sua autobiografia e dove morì, moltissimi anni dopo suo marito, nel 1992.

 Potete leggere la sua autobiografia, pubblicata in Italia dalle edizioni Alegre o il libro scritto sulla sua vita da Elsa Osorio: "La miliziana" ed. Guanda.


NON AVENDO MAI PRESO UN FUCILE TRA LE MANI di Augusto Cantaluppi e Marco Puppini Enciclopediadelledonne.it ed,:

 Una vera chicca, fondamentale nella ricostruzione dell'importanza del ruolo delle donne nella lotta al nazifascismo, questo libro raccoglie le storie delle donne italiane che partirono volontarie per combattere nella guerra civile spagnola. 
  
 Un affresco straordinario che dimostra la trasversalità sociale e culturale di chi decise di partire per una guerra che già non sembrava così distante dalontana, ma appariva già come il primo fondamentale tassello di una lotta che avrebbe sconquassato l'Europa per un drammatico decennio e che ancora si trascina strisciante attraverso il continente.


sabato 29 febbraio 2020

Il mio carattere non è fatto per il matrimonio. Cristina di Svezia e le biografie eteronormate. Una calamità di cui non ci rendiamo conto.

 E’ un mystero abbastanza insoluto cosa abbia spinto Veronica Buckley a scrivere la biografia di Cristina di Svezia, un personaggio storico che evidentemente detesta, ma questo libro dedicato a una delle sovrane (ma direi proprio dei sovrani in generale) europee più particolari della storia lascia comunque due interessanti spunti di osservazione per chi ama il genere.

 Spunto 1: Perché si leggono e si scrivono le biografie?

A me personalmente non piacciono in toto i libri di storia. 

 Li trovo, salvo rarissimi casi, abbastanza noiosi, probabilmente perché li ricollego ad altrettante abbastanza noiose lezioni universitarie dove si oscillava pericolosamente tra parti generali che si proponevano di riassumere gli accadimenti di svariati secoli in un solo esame e parti monografiche cercavano il pelo del pelo nell’uovo di questioni note solo a qualche dottorando per ogni continente.

 Le biografie però sono un’eccezione. 
 Qui, al contrario dei soliti libri di storia, gli autori sembrano più propensi a scrivere di questioni accademiche in un sapido modo divulgativo (senza però scadere nel divulgativo for dummies che presuppone si sia tutti una massa di idioti).
Cristina di Svezia

 Insidie diverse però attanagliano il biografo: il desiderio di dare giudizi personali sui personaggi storici di cui stanno parlando, cosa ben diversa da ipotesi su determinati comportamenti. 

 Il biografo deve tenere a bada le sue simpatie e antipatie, i suoi anacronismi, e ricordarsi di tenere la mente bene aperta, soprattutto nel caso in cui il soggetto dello studio non sia a sé vicino nel tempo e nello spazio.

 Di chiunque stiamo parlando, ci dobbiamo ricordare che viveva in taluna epoca, con determinati condizionamenti e che non era una marionetta, ma una persona in carne ed ossa, con pregi e difetti anche assai distanti da noi.

 Sembra scontato, ma posso assicurarvi che se leggerete questo libro, scoprirete che non lo è per nulla visto che la Buckley prova un’evidente antipatia per Cristina di Svezia della quale non fa che sottolineare l’infantilismo e l’immaturità, ponendo in ombra i successi personali (in campo politico nei suoi primi anni da regina, e in campo artistico come collezionista e amante delle arti a Roma) e mettendo in risalto i suoi difetti (una propensione a iniziare con entusiasmo molte cose senza riuscire a portarle a termine e una certa volubilità).

 La Cristina di cui ci parla la Buckley è quasi una macchietta. 

 Una regina per caso, come lo furono per caso tutte le regine dell’età moderna, uniche e ultime eredi donne in dinastie senza maschi, che gettò via questa grande occasione dopo pochi anni di regno effettivo per inseguire personali farneticazioni di una vita da ricca nobildonna nella splendente Europa del sud.

 Ci presenta una donna perennemente alle prese con numerosi debiti (peccato che non le sia mai stato corrisposto quanto pattuito al momento dell’abdicazione, come lo fu invece ai sovrani austro-ungarici che precedettero Francesco Giuseppe) e circondata da personaggi ambigui dei bassifondi e della piccola nobiltà romana.

 Ci sono dei momenti in cui sembra di leggere la storia di una donna con problemi borderline della personalità, derive narcisistiche, della quale chiunque si approfittava, ma grazie al cielo aveva una serie di amici fidati tra i quali un presunto “grande amore” ossia un cardinale che le fu sempre accanto e che per questo si è meritato il bollino di passione, MA senza sesso.

 Se volete sapere come fu che Cristina di Svezia divenne il personaggio vulcanico che ancora adesso Roma ricorda, scordatevi di apprenderlo da questo libro. 

Saprete in compenso com’era vestita, quanti soldi non le versavano e numerose questioni sull’affitto delle sue case e i suoi domestici.

Spunto 2: Cosa rende un biografo un buon biografo?

 Questa biografia dimostra in modo accecante quali enormi travisamenti possono nascere dal voler ostinatamente leggere le vite altrui secondo i nostri personali codici morali.

 Ragazzi, non ce n’è, Cristina di Svezia era, se non lesbica tout court, almeno bisessuale con una spiccata tendenza lesbica.


Ebba Sparre
 Il suo grande amore fu una nobildonna svedese, la bellissima Ebba Sparre che presentava pubblicamente come "La mia amata compagna di letto" e che non dimenticò mai, neanche quando si trasferì a Roma e alla quale inviò numerose lettere appassionate. Faceva battute senza peli sulla lingua in tutte le corti in cui bazzicò, compresa quella del Papa.


 Più di un testimone dell’epoca che la conobbe parlò di atti contro natura alla sua corte.
  Lei stessa disse che si sarebbe mai sposata perché non poteva accettare che un uomo facesse a lei quello che l’aratro fa con la terra.

  Una delle cause della sua abdicazione fu proprio la sua avversione per il matrimonio un problema non da poco per una regnante che aveva tra i suoi compiti principale generare dei figlioli.

 Ebbene. Nonostante tutto questo sia riportato dalla Buckley, le uniche volte in cui si legge la parola “lesbica” è per elencare gli insulti che Cristina riceveva.

 Non solo, ma la Buckley si ostina in modo assolutamente insensato a negare le inclinazioni evidenti e delle quali Cristina di Svezia non faceva mistero neanche davanti a vescovi e cardinali e persino un giovanissimo re Sole, tacciandole come esagerazioni, provocazioni, e una necessaria conseguenza della sua voglia di essere al centro dell’attenzione oltre che al suo infantilismo.

 Tutte accuse, ve lo dico, che spessissimo, nella propria esistenza, una donna lesbica si sente prima o poi rivolgere, come se il non essere eterosessuale ponesse in una condizione di minorità e di immaturità perenne. 

Cristina di Svezia 
 Per cercare di costruire un'improbabile vita eterosessuale alla sovrana, prima la Buckley insiste su una giovanile storia d'amore col cugino Carlo Gustavo che lei designò successivamente suo erede (e che la Buckley vede come una sorta di principe azzurro vessato dalla volubile cugina, suo eterno rimpianto), poi la vuole innamorata per decenni del cardinal Azzolino, col quale però probabilmente non consumò mai.

 Ora. Cerchiamo di immaginare se il cardinal Azzolino fosse stato una donna: avremmo mai ipotizzato un coinvolgimento amoroso per il solo fatto di essere state grandissime amiche per trent'anni? Ovviamente no.

 Ci troviamo quindi davanti a uno strano ragionamento per il quale avere storie d'amore con componente anche fisica con una donna non rendeva Cristina lesbica, ma avere un amico di lunga data maschio la rendeva di certo eterosessuale.

 Questo strano ottenebramento della Buckley però non appartiene solo a lei.

 Dovete sapere che la povera Cristina di Svezia, una delle due donne che ha il privilegio di essere sepolta nella basilica di san Pietro (l'altra è Matilde di Canossa), è stata riesumata nel 1965 da un gruppo di studiosi svedesi che volevano capire se la regina fosse un ermafrodito (una curiosità per la quale onestamente non credo ci sia bisogno di scomodare un morto).

 La loro idea non si basava come nel caso di altri sovrani, ad esempio Carlo d'Asburgo detto lo stregato, da dubbi fondati su descrizioni fisiche dell'epoca, autopsie o sterilità, ma da prove indiziarie degne del peggior pregiudizio patriarcale.

La tomba di Cristina di Svezia a San Pietro
 Innanzitutto sembra che, quando Cristina nacque, le levatrici annunciarono al re la nascita di un maschio e solo dopo qualche ora ci si accorse che era una femmina, cosa che non dispiacque affatto suo padre, il grande re Gustavo II.

 Si è ipotizzato, ai giorni nostri a un'ipertrofia clitoridea, ma i famosi svedesi che ne disturbarono il sogno eterno erano convinti della loro ipotesi da molti altri comportamenti: la regina amava vestirsi da uomo, detestava passare il tempo ad acconciarsi (anzi, si rasava spesso a zero) e rimirarsi, non sembrava provare particolare attaccamento a vestiti e leziosità varie, adorava andare a cavallo e l'esercizio fisico.

 Inoltre non si sposò mai e non ebbe figli provando nei confronti del matrimonio e della gravidanza un fastidio malcelatissimo.

 Ovviamente, quando scoperchiarono i resti della regina ,scoprirono che era una donna e assolutamente niente avallava la loro ipotesi.

 Ci troviamo quindi davanti a un'esumazione dettata dal pregiudizio: pur di non credere che possa essere esistita una donna diversa dalla norma imposta che, grazie al suo ruolo e al suo potere, ha potuto vivere come voleva lei e non come volevano gli altri si è aperta una tomba.

Ritratto di Cristina di Svezia conservato nel
castello di Bracciano dove fu ospite
 Il libro della Buckley dovrebbe, a mio parere, essere letto da tutti coloro che vorrebbero scrivere la biografia di un personaggio lontano dal proprio sentire.

 E' il caso da manuale di un'interpretazione completamente fraintesa di un'esistenza, in cui niente può tornare se non si capisce la chiave per leggere i comportamenti, le scelte di vita, il pensiero fondante stesso di una vita.

 E' ovvio che sembra inspiegabile l'abdicazione di una regina se la si vuole leggere per forza da un punto di vista che non può tornare.

 Sì, abdicò perché si era convertita al cattolicesimo (ma la sconcertata Buckley non si spiega perché allora non si mostrò mai così devota, anzi), perché Stoccolma era un luogo intellettualmente povero (Cristina di Svezia tentò di migliorare le cose e fece venire a corte persino Cartesio che, infatti, morì a Stoccolma, ma anche qui la cosa viene derubricata a capriccio del momento), perché era una giovane donna vulnerabile alle bellezze del sud Europa (immagino che se fosse stata un uomo si sarebbe lodato invece il suo desiderio di ribellione interiore), ma non si pensa a quanto pesò per lei il desiderio ostinato del non volersi sposare.

 Prima di abdicare, per essere certa che mai l'avrebbero costretta a sposarsi, ci tenne a designare come erede il cugino, ma probabilmente sapeva che non sempre e non per forza avrebbe potuto rifiutarsi, per ragion di stato.
 Disse chiaramente:

"Vi dico ora che mi è impossibile sposarmi. Ne sono assolutamente certa. Non intendo spiegarvene i motivi. Il mio carattere non è fatto per il matrimonio. Ho pregato con fervore Dio affinché la mia inclinazione potesse mutare, ma mi è semplicemente impossibile sposarmi."

 Se si cerca di vedere l'orientamento sessuale di Cristina di Svezia come una cosa seria e non come una pruderie o uno strascico fastidioso d'infantilismo, ecco che le sue decisioni appaiono più chiare: l'abdicazione per sfuggire a un matrimonio col cugino o chi per lui, ma, al contempo, la voglia mai sopita di riprendere il potere durante tutta la sua esistenza (fece un tentativo sia per Napoli che per la Polonia). 

Si comprende il comportamento "eccentrico": il desiderio di non avere una corte di dame laccate, l'insofferenza verso l'unico modo di essere donna del suo tempo. 

 Aveva un carattere probabilmente particolare di suo la regina, a prescindere dalle sue inclinazioni, ma questa cecità irritante, questa sottovalutazione di una componente fondamentale della sua esistenza, lascia basiti e pone un serio problema storiografico.

 Uno dei più famosi adagi sul lesbismo è: "le lesbiche non esistono".

 Nascoste nelle pieghe della storia, mai prese sul serio, derise, ridimensionate, infantilizzate, sono state sapientemente cancellate dalla memoria. Solo qui e lì, qualcuna spunta, in modo quasi casuale, come se ci si fosse dimenticati di passare un colpo di spugna.

 Cristina di Svezia fu un personaggio importante della sua epoca, pieno di pregi e pieno di difetti, come tanti grandi personaggi. 

 Di certo meriterebbe letteratura migliore di questa biografia intrisa di giudizio morale e pregiudizio, di sospiri insensati per il cugino che tanto voleva sposarla e il cardinale che stava dietro ai suoi capricci. 

 Meriterebbe non un'agiografia, ma almeno una biografia non eteronormata, meriterebbe di essere vista per quel che ha dimostrato di essere: una donna che ha avuto il coraggio di vivere la vita che voleva e che nessuno è mai riuscito a costringere a compiere qualcosa contro la sua volontà.

 Non ci riescono molte persone nel 2020, immaginiamo la forza di volontà che le è servita nel 1600.

 A meglio rileggerci, cara sorella!

(Un capitolo contenuto in "Regine per caso" le rende più giustizia e parla anche di questa difficoltà da parte degli storici nel leggere la vita di Cristina di Svezia senza pregiudizio).

domenica 16 febbraio 2020

Sovrani mitteleuropei everywhere! Ludwig di Baviera e l'incresciosa fissa degli Asburgo per l'endogamia tra follia, genetica malandata, Luchino Visconti e Wagner!


Ad un mese e più dal mio ritorno dal viaggio viennese, ecco finalmente il secondo post scaturito dal mio improvviso delirio per i sovrani della mitteleuropa.

 E' da un po' che lo stavo finendo (noterete che mi sono fatta prendere la mano) e nel frattempo la mia attenzione si è spostata verso i sovrani di altre zone. Ho terminato una biografia di Caterina II di Russia e ne ho ordinata in biblioteca una su Cristina di Svezia.

 Confido che tale passione terminerà, ma il vero problema è che ho scoperto che leggere le vite dei reali ha una grande influenza calmante sui miei livelli di stress. 

 Ho trovato davvero una cosa che mi fa staccare il cervello sulle fatiche quotidiane, quindi abbandonarla è davvero davvero difficile.

 Per evitare che questo blog diventi "l'eco delle case regnanti" o viri pericolosamente sull'erudito araldico, ho ordinato in biblioteca anche vari libri giappi che volevo leggere da tempo.

 Comunque, bando alle troppe ciance, vi lascio con degli imperdibili consigli di lettura su Ludwig di Baviera e la casata degli Asburgo!

 Sia mai che scopriate rilassino anche voi!



LUDWIG II di BAVIERA:

 Uno dei miei sogni segreti, quando leggo le cronache dei reali, è che questo si riveli davvero una scheggia impazzita nel sistema.

 Non intendo una scheggia alla Harry e Meghan, due che sostanzialmente vorrebbero fare la stessa vita da ricchi dediti alle charity, ma senza obblighi formali (cioè star tipo hollywood ma solo per il fatto di essere reali), ma gente che proprio parte per la tangente.

 Forse Diana un po’ ci si avvicina, ma penso un po’ a cose come Giangiacomo Feltrinelli il miliardario comunista o a Patty Hearst che viene rapita e poi diventa parte della banda armata.

 Sogno insomma un principe repubblicano o, che ne so, una principessa che molla tutto e va a fare il medico sulla striscia di Gaza.

  Questo esistere inodore, incolore, insapore che ormai praticamente tutte le monarchie hanno, è probabilmente il sintomo più evidente della loro completa inutilità nel ventesimo secolo, almeno in occidente.

 Stanno zitti e non commentano perché non devono interferire con la politica. Bene, ma allora, che ci stanno a fare lì?

Comunque. Una delle figure che più si avvicina a questa mia idea di rottura è Ludwig di Baviera, conosciuto qui in Italia principalmente per il film che gli dedicò Luchino Visconti.

 “New Pope” di Sorrentino si basa sull’assunto del: cosa accadrebbe se una personalità borderline e giovane diventasse papa? Più o meno è quello che è successo in Baviera all’epoca di Ludwig. Cosa è accaduto quando una personalità borderline, con tendenze fantastiche e, a completare il tutto, cattolico devoto e omosessuale, diventò re.

Intendiamoci, non è che la famiglia di Ludwig fosse proprio un nucleo di specchiata lucidità.

Suo nonno Ferdinando era stato costretto ad abdicare a furor di popolo dopo un assurdo affaire senile con tale Lola Montez, al secolo Eliza Rosanna Gilbert, irlandese che si fingeva spagnola, ballerina di flamenco e di altre erotiche danze di sua invenzione. Il re fece follie per lei, nella disapprovazione generale e fu il pretesto col quale si diede fuoco alle polveri di complesse questioni politico-religiose all’interno dell’impero.


 
Il padre di Ludovico, Massimiliano II di Baviera, morì quando Ludwig aveva 19 anni rendendolo re.

In principio Ludwig sembrò dimostrare un vago buonsenso. Seppur forzatamente si interessava agli affari di stato e, grazie alla mediazione di sua cugina Sissi, alla quale era molto affezionato, si fidanzò con la sua sorella più giovane e a lei molto somigliante: Sofia.

 Ludwig da un lato diceva di voler combattere la propria omosessualità, dall’altro (fortunatamente) faceva ben poco per farlo, circondandosi di bei giovanotti, ora nobili, ora attori, ora stallieri, che ricopriva di doni e col quale viveva fiabesche serate nei suoi castelli.

 Ebbe comunque d’un tratto l’idea che forse il matrimonio gli avrebbe giovato e quindi, anche su pressione della duchessa Ludovica, madre di Elisabetta e Sofia, si fidanzò con quest’ultima.

 All’inizio, quando si trattò di arredare le nuove stanze per la sposa e comprare sontuose carrozze matrimoniali andò tutto bene, ma poi si saltò da un rinvio all’altro finché il duca Max, padre della ragazza, gli chiese d’esser chiaro e lui si sentì libero di rompere il fidanzamento. 

Non ci riprovò mai più e continuò a imporsi a fasi alterne di porre un freno alle sue frequentazioni maschili, ma la cosa aveva durata brevissima.

Anche gli affari di stato smisero di essere una questione di suo interesse: esattamente come sua cugina Sissi, che lui adorava, sembrava essere autocosciente di trovarsi ad un punto ormai morto della storia (lo stesso figlio di Sissi, Rodolfo, prima di suicidarsi erede dell’impero austriaco, era assai perplesso sull’utilità di re e imperatori nel XX° secolo).

Perso in un sogno norreno, incontrò in Wagner colui che poteva dar corpo alle sue visioni.

 Lo invitò a Monaco e lo coprì letteralmente di doni e denaro, ma se Ludwig era strano non è che il compositore avesse una vita tanto morigerata.

 Il musicista era infatti coperto di debiti a causa di due questioni irrisolte che si peggioravano a vicenda:
 1) Non era un buon manager di sé stesso e quindi non riusciva a farsi pagare abbastanza per le sue opere e i suoi allestimenti.
2) Aveva uno stile di vita originale e assai dispendioso. Considerava infatti indispensabile vivere in un certo (lussuoso) modo per poter scrivere le sue opere.

Quando comprese che Ludwig aveva sviluppato una vera ossessione per le sue opere (si identificava in particolar modo con Lohengrin, il cavaliere cigno), cercò di trarre il maggior vantaggio possibile da questa amicizia, non facendosi scrupolo a chiedere denaro e addirittura ad usare il sovrano per coprire la sua tresca amorosa dell’epoca, quella con Cosima Liszt, all’epoca signora von Bulow.

 L’ossessione per le opere wagneriane fu uno dei maggior sintomi di quella che divenne “la follia” di Ludwig; egli inseguiva un mondo fiabesco e incantato che non poteva trovare confronti con la fine delle monarchie, ormai imborghesite e senza nessun’aura mistica o divina.

 Ovviamente le cose degenerarono. Dopo una ventina di anni di stranezze, dopo aver salassato le casse dello stato per la costruzione di castelli fiabeschi e aver ignorato a oltranza i suoi doveri di sovrano e la corte, la nobiltà iniziò a pensare che forse fosse il caso di destituire un re che dimostrava, anche se in modo non conclamato come suo fratello minore Otto, segni di follia tipici della famiglia Wittelsbach.

  Così, nonostante il popolo bavarese amasse un sovrano che alla fin fine, considerando la guerra una perdita di tempo, aveva risparmiato loro anni di snervanti conflitti, venne infine dichiarato pazzo da un intrigo di palazzo che coinvolgeva suo zio Liutpoldo (che regnò poi come reggente) e rinchiuso in un castello, guardato a vista da infermieri. Vi rimase un solo giorno poiché venne trovato mysteriosamente annegato assieme al suo medico curante il giorno successivo.

 Sotto il suo regno in effetti la Baviera perse la sua indipendenza a seguito della guerra austro-prussiana, tuttavia si potrebbe interpretare la questione in un altro modo.

 Dopo il congresso di Vienna il presagio di un grandissimo cambiamento era forte, il tempo delle guerre tirate allo sfinimento per mezza regione in più era giunto al termine, e Ludwig decise di concentrarsi non su ciò che presto non avrebbe avuto più senso (un impero), ma su qualcosa di eterno: l’arte e l’architettura.

 Del resto è questo ciò che è davvero rimasto: la romantikstrasse costellata da castelli fiabeschi e una fama di re amato e non certo pazzo, “unser kini”, il nostro re, come ancora viene ricordato in Baviera.

Si possono trovare alcune biografie sul re cigno:

 “Ludwig” di Greg King ed. Mondadori, “Ludwig II” di Franz Herre ed. Bompiani  e “Luigi II di Baviera. Il prigioniero di un sogno” di Jean des Cars ed. Mursia.

Sul suo rapporto, intenso e complesso, col compositore Richard Wagner, esiste un libro della Archinto ed. “Parsifal e l’incantatore” di Nicola Montenz.

Infine Klaus Mann ha provato a immaginare gli ultimi giorni, da triste recluso, terrorizzato dall’idea di dottori e manicomi, come suo fratello Otto, nel libro “Finestra con le sbarre” ed. Il Saggiatore.


CARLO II di SPAGNA detto LO STREGATO:

 L’ultimo Asburgo spagnolo fu probabilmente colui che avrebbe dovuto mettere in guardia le corti europee (specialmente gli Asburgo che avevano delle regole talmente stringenti in fatto di matrimoni da non trovare altra gente con cui imparentarsi) dalla loro mania di sposarsi solo fra consanguinei.

 Il povero Carlo II di Spagna infatti, unico figlio maschio sopravvissuto di Filuppo IV fu il frutto definitivo di uno scellerato numero di sposalizi tra consanguinei.

 Suo padre Filippo ebbe due mogli e svariati figli, ma solo tre raggiunsero l’età adulta, due maschi e una femmina: Carlo Baltasar, Maria Teresa e Carlo II.

 Il primo maschio, Carlo Baltasar, giunse all’età di 17 anni prima di morire improvvisamente per malattia, (probabilmente appendicite), lasciando il sovrano sprovvisto di un erede e quindi impegnato a risposarsi in fretta e furia.

 La scelta cadde sulla povera promessa sposa del defunto delfino: Marianna d’Austria, alias sua nipote. La quindicenne era infatti la figlia della sorella del re (che proprio non voleva portare una ventata di sangue fresco in famiglia) e i figli ebbero tutti qualche problema: due morirono in fasce, una crebbe, fece in tempo a sposare il solito zio e a partorire i soliti figli che non brillavano per salute e a morire giovanissima, uno morì ancora infante e, infine, l’ultimo, Carlo appunto, divenne re.

 Nessuno ci avrebbe scommesso visto che già da neonato dimostrava una quantità di problemi di salute non irrilevante, e i numerosi precettori ebbero a lungo paura di forzare l’unico principe: rachitico, timido, appariva poco intelligente e inoltre possedeva il classico mento degli Asburgo, quella che dalle mie parti chiamano “scucchia”: la mandibola avanzata in avanti. 

Oltre a essere un problema estetico (non che gli Asburgo brillassero per bellezza si potrebbe dire) portava una serie di problemi di masticazione e, ovviamente, logopedici.

 Col tempo, comunque, Carlo, che per le sue numerose malattie veniva detto “lo stregato”, dimostrò di essere ben più lucido e intelligente di quanto tutti sperassero e riuscì a prendere le redini dello stato del quale sua madre era reggente da quando era bambino.

 Ovviamente si sposò, ben due volte. La prima con una principessa francese, Maria Luisa D’Orleans, che tecnicamente, avendo anche ascendenze inglesi e italiane, avrebbe potuto generare un qualche erede sano. Purtroppo, quando morì, dopo dieci anni di matrimonio molto felice, nessuna gravidanza si era mai intravista all’orizzonte.

Si ricorse quindi a un secondo matrimonio, con una principessa tedesca, dal carattere a quanto sembra poco accomodante, ma di famiglia di provata fertilità, ma anche in questo caso non ce ne fu.

 A posteriori, anche in base alle descrizioni post-mortem del sovrano, si è pensato che il sovrano soffrisse di un qualche tipo di ermafroditismo, da qui la sua sterilità. Il ramo asburgico di Spagna si estinse definitivamente quando l’unico nipote maschio sopravvissuto dalla discendenza della sua sorellastra Maria Teresa morì di vaiolo a 6 anni.

Continuando a sposarsi tra loro, nel disperato tentativo di conservare il potere, infine gli Asburgo suicidarono un ramo dinastico dando il via alla guerra di successione spagnola.

Un filino più intelligente si rivelò lo zio di Carlo, il fratello di sua madre Marianna, che iniziò a capire la malaparata alla morte della terza moglie e di un cospicuo numero di figli in fasce.

Innanzitutto, come ogni bravo Asburgo, prese in moglie sua nipote, la suddetta Maria Teresa, dal quale ebbe tre figli morti subito e una femmina che partorì l’erede designato al trono di Spagna salvo perire a sei anni. Allora si risposò, e pure stavolta, con una consanguinea (anche se un filino meno, ma ci voleva poco): Claudia d’Austria e, se possibile, andò peggio visto che sposa e le bambine che vennero morirono tutte nell’arco di due anni.

Infine la scelta cadde su una principessa non asburgica, ma di area tedesca: Eleonora del Palatinato-Neuburg che aveva in dono una genetica assai meno disastrata e ben 16 trisavoli tutti diversi. 

 Nacquero finalmente 10 figli sani che raggiunsero tra alterne vicende tutti l’età adulta. La stirpe continuò poi fino a divenire Asburgo-Lorena col matrimonio della famosa Maria Teresa d’Austria col marito Francesco Stefano di Lorena e si estinse infine nel 1916.

 Se siete curiosi di saperne di più su una delle famiglie nobiliari più antiche d’Europa ecco i consigli:
Sulla storia della famiglia Asburgo
“Storia degli Asburgo” del solito Jean des Cars LEG edizioni.
“Gli Asburgo” di Andrew Wheatcroft ed. Laterza

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