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giovedì 15 luglio 2021

I Consigli di lettura per l'estate 2021 parte II! Giappone, gialli tedeschi, orrori popolari e all'Ikea, fotoromanzi e scelte difficili.

Ill. by Ana Galvan
 Continua la mia cavalcata per proporvi quanti più libri possibile da portare con voi in vacanza.

 Come scritto nel primo post, sto cercando di fare più post con un numero limitato di titoli così riesco a pubblicarli prima che sia settembre e che in vacanza ci si vada di nuovo, covid permettendo, a luglio 2022.

 Questa volta molto Giappone, un po' di orrore, amore e fumetto. Todo per  voi!


TOKYO - STAZIONE UENO di Yu Miri, 21 Lettere ed.:

 Anni fa Yu Miri mi deluse molto con "Oro rapace", uno dei rarissimi libri di narrativa giapponese che si potevano trovare con facilità in libreria essendo un Feltrinelli. Lo trovai tra l'odioso e l'agghiacciante e lo dimenticai prima possibile, assieme a lei. Eppur. Eppure in molti nippofili narravano che Yu Miri fosse un'autrice a cui dare una seconda, una terza, anche una decima possibilità.

 

L'occasione si è presentata con l'edizione di "Tokyo - Stazione Ueno" da parte della casa editrice 21lettere.

  Il protagonista è un clochard, categoria umana sulla quale, vi stupirà saperlo, non esistono così tanti romanzi. Ogni tanto, in libreria capitava che qualcuno ce ne chiedesse, ma sono rari anche i saggi, gli invisibili restano tali anche agli occhi di scrive.

 L'uomo è ormai anziano e vive per strada vicino al parco di Ueno, assieme a tanti altri invisibili. Alternandola a piccoli episodi quotidiani, ci racconta la sua esistenza, quella di un uomo in verità abbastanza comune.

 Nato in una famiglia poverissima, dopo un matrimonio combinato e due bambini, si era trasferito da solo a Tokyo nel tentativo di guadagnare più soldi per mantenere la propria famiglia. Una vita come tantissime che però a un certo punto, molto in là con gli anni, accumula una piccola serie di tragedie e si infrange sulla strada dove finisce a dormire. 

 Il libro è bellissimo, duro, reale e in modo duro e reale ci mette davanti ai nostri umani limiti. 


TRIONFO D'AMORE. Breve storia del fotoromanzo di Aldo Della Vecchia, Graphe ed.:

 

Migliaia di commenti indignati sui social (e non solo), ogni giorno, s'indignano perché altrettante migliaia di persone seguono i profili ig di influencer di ogni genere.

 Queste divinità moderne (dove esistono dei, semidei, semplici ninfe e aspiranti eroi) solitamente ripropongono sempre la stessa identica pappa: un lavoro felice, tante vacanze, una famiglia da sogno, una casa splendida. Più o meno credo sia lo stesso motivo per cui la gente si straccia le vesti per programmi come "Uomini e donne".

 Non è forse la versione 2.0 del fotoromanzo? Le vite degli altri, bellissimi e innamoratissimi, fatte apposta per farci sognare?

 Il libercolo della Graphe edizioni ripercorre le origini e la storia di quello che fu un fenomeno da centinaia di migliaia di copie per qualche decennio lanciando nell'olimpo degli dei personaggi del calibro di Sophia Loren. 


ALMANACCO DELL'ORRORE POPOLARE a cura di Fabio Camilletti e Fabrizio Foni ed. Odoya:

 Questo per me è il saggio dell'estate e anche di Halloween. LO AMO. 

 Contiene tutte le robe orrorifiche che mi affascinavano (e respingevano) sin dall'adolescenza. 

 Odoya propone in un solo libro una serie di saggi su ciò che oscuramente, attraverso i modi più disparati, è venuto a formare l'immaginario dell'inquietudine orrorifica italiana. 

 Non quell'orrore da cronaca nera che fa attorcigliare lo stomaco, ma quella sensazione strisciante che rende la pianura padana in estate un posto inquietante, gli etruschi magici (e molto simili agli Indiani d'America di King per utilizzo cosmogonico che ne viene fatto), i mostri pagani usati per spaventare i bambini che però insomma, da qualche parte abbiamo la sensazione debbano esistere davvero. 

 Scampoli di storia arrivati fino a noi come echi magici tra benandanti e streghi (non stregoni, streghi). 

 Un immaginario cattolico che incontra il paganesimo agitato in campagne degne del New England e del Maine di King, cariche di orrori primordiali e incarnazioni del demonio che autori come Sclavi, Buzzati e Avati hanno saputo cogliere nella loro produzione con intuizioni di rara maestria.

 Un piccolo giacimento di idee su cui tornerò in ottobre (e chissà che non ci scappi anche una diretta coi curatori).


UN LAVORO PERFETTO di Tsumura Kikuko ed. Marsilio:

 

Questo voglio assolutamente leggerlo perché sono davvero curiosissima di capire in che modo l'autore ha deciso di affrontare un argomento secondo me centrale per la mia generazione: l'idea che il lavoro stakanovista dopotutto non abbia nessun senso nel momento in cui non è pagato abbastanza per farti venire un esaurimento nervoso e, dopotutto, anche se lo fosse, forse quell'esaurimento nervoso preferiremmo non averlo.

 I carichi di lavoro indecenti, le responsabilità pressanti, ambienti di lavoro tossici portano all'esasperazione lavoratori che, fondamentalmente, cercano solo di pagarsi un tetto sopra la testa e vorrebbero rimanere fuori da tutte le possibili deliranti dinamiche possibili che il capitalismo (e l'assurda politica delle risorse umane collegata, stile Hunger Games) ci ha convinto essere normali ed ineluttabili.

 Una giovane donna, a seguito di un esaurimento nervoso, chiede al centro d'impiego di trovarle solo lavori poco impegnativi e che non la portino ad avere responsabilità. Nonostante i suoi sforzi, l'impresa sembra rivelarsi molto più difficile del previsto e ogni lavoro diventa tragicamente più impegnativo del previsto.

 Trovo nella storia molte affinità con la mia vita lavorativa e probabilmente la troveranno molte altre persone. Io ho sempre la sensazione che il banco lavorativo fatto di molti obblighi e pochi soldi, prima o poi dovrà saltare. Intanto cerco questo libro sperando corrisponda all'idea che mi sono fatta di lui.


TISANA LETALE di Brigitte Glaser ed. Emons:

Ve lo dico, non ne so molto. L'ho visto su un banco di libri al mercato (è uscito appena un mese fa, boh chissà) e qualcosa mi ha attratto fatalmente.

 Non so se il titolo, la copertina, l'idea di una cuoca e una vacanza detox, boh, tutto gridava vacanza e anche se non ho mai letto un giallo tedesco mi sono detta: perché no?

 La trama vede protagonista una cuoca con tendinite che accetta il consiglio di un'amica di fare un po' di vacanza in un centro wellness.

 Come in ogni posto di vacanza, la fauna ospite è molto varia e ovviamente ci sarà un omicidio. Mi ispira proprio, anche se le fiction tedesche non hanno fatto un gran servizio al loro immaginario narrativo (temo di ritrovarmi davanti a quelle robe statiche con una fotografia post sovietica d'antan). 

 Vi farò sapere.


SCIROCCO di Giulio Macaione ed. Bao Publishing:

 La nuova graphic novel di Giulio Macaione è sospesa tra Venezia e la consueta Sicilia. 

 La protagonista, di primo acchito, sembra Mia, una diciottenne che sta per coronare il suo sogno di essere ammessa in un'importante accademia di danza, ma è in realtà sua nonna Elsa, ex scultrice. 

 La donna scopre di avere la recidiva di un tumore le cui cure precedenti l'hanno privata della giusta forza nel braccio per portare avanti il lavoro di una vita. Piena di dubbi, Elsa parte per la Sicilia senza dire nulla a nessuno per ritrovare il suo primo amore al quale non ha mai smesso di pensare.

 Detta così sembra una storia romantica, ma sarò sincera, non è di questo che parla il libro.

 Il libro parla di un argomento molto tabù per molti motivi, tutti complessi: la scelta di non curarsi davanti ad un male che ghermisce il nostro corpo. 

 Macaione lo fa con grande delicatezza, senza la pretesa di dare risposte o grandi verità, ma col solo intento di mostrare il frammento di alcune vite che si scontrano davanti a questo dramma. Cosa è giusto fare davanti a qualcuno che ci mette davanti a questa decisione: interferire? Accettare? E se non ci fosse una vera risposta?

 Un libro che mostra la grande crescita anche grafica dell'autore, con scene bellissime ambientate in Sicilia e il corpo danzante di Mia che si staglia su una Venezia dai toni autunnali, splendida eppure malinconica, come questa storia.


HORRORSTOR di Grady hendrix ed. Mondadori:

Lo scorso anno avevo straconsigliato "Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe" (e ve lo consiglio anche quest'anno), un horror molto particolare che vedeva un gruppo di giovani casalinghe di fine anni '80-inizio anni '90 alle prese con un vampiro spalleggiato dal potere più pericoloso dell'universo: il patriarcato.

 Quest'anno Mondadori propone il libro precedente di Hendrix: "Horrorstor" presentato anche graficamente come un delizioso catalogo Ikea.

 Il tema horror delle case infestate è un topos letterario molto amato MA nessuno aveva mai pensato prima cosa accadrebbe se ad essere infestata non fosse una casa, ma un negozio che vende mobili per la casa

Cinque dipendenti alle prese con un negozio imbizzarrito faranno quello che non bisogna mai fare eppure tutti in un horror fanno: ci passano la notte.

 Si prospetta molto gustoso.

lunedì 15 giugno 2020

Talvolta con le rose è meglio non perderci tempo. "Laura Dean continua a lasciarmi" di Mariko Tamaki tra fluorescent adolescence, il migliore dei mondi possibili e falsi idoli


Abbiamo tutti passato l’adolescenza e post adolescenza a cercare qualcosa del quale sentivamo oscuramente il bisogno o per il quale provavamo un incipiente interesse, ma che, vuoi la provincia, vuoi la geografia, vuoi lo spirito del tempo, non ci era concesso raggiungere.

Io ho passato, ad esempio, parecchie ore dei miei ultimi anni del liceo e dei primi dell’università, alla ricerca di film e libri a tematica lgbt. Posso assicurarvi che si trattava di una faccenda laboriosa anche per una biblioteconoma in erba, naturalmente portata per sviscerare i complicati link di un web ancor meno organizzato dell’attuale.

"Laura Dean continua a lasciarmi" di Mariko Tamaki
(minipancake frutto della mia follia)
Per anni ho scartabellato biblioteche e chiesto in prestito all’hi-fi del paese oscuri film vincitori di altrettanto oscuri premi indie il cui unico pregio era stato quello di farlidoppiare anche in Italia dando la flebile speranza ad alcuni produttori di ricavarne qualcosa (ah, la triste vita di chi non padroneggia le lingue straniere!).

Nulla lasciava presagire quello che è accaduto negli ultimi 10 anni: una valanga di telefilm con personaggi lgbt, film (ancora troppo pochi o troppo tragici in verità, romanzi (idem) e fumetti.

E’ stato come aprire una diga e i ragazzini di adesso, non dico assolutamente riescano a trovare rappresentazioni o materiali lgbt nella stessa misura dei loro coetanei etero, ma ehi, ragazzi, è una valanga in confronto a quello che per anni ho faticosamente estratto qui e lì come pepite nel klondike.

Questo è stato il mio primo pensiero leggendo il nuovo libro di Mariko Tamaki, disegnato da Rosemary Valero-O’Connell: “Laura Dean continua a lasciarmi” ed. Bao Publishing.

Ci troviamo infatti davanti a una storia che anche solo pochi anni fa non sarebbe mai stata raccontata così (e la protagonista lo dice anche ad un certo punto): lei sta con lei che continua a lasciarla.
Non ci sono relazioni clandestine, coming out, genitori che non devono sapere, ostacoli sociali di sorta. La storia non parla di un amore lgbt con tutte le solite conseguenze e correlazioni del caso. La storia parla di un amore che, in questo caso, è tra due ragazze.

Potrebbe essere un sintomo di progresso o di come la carica rivoluzionaria delle relazioni lgbt stia completamente detonando davanti a una società che le sta assimilando nel modo che le è più congeniale (le relazioni omosessuali hanno iniziato ad apparire fortemente accettabili e accettate nella società odierna nel momento in cui i matrimoni gay sono riusciti a connotare nell’istituzione più normalizzante della storia nella percezione comune una componente percepita come promiscua e destabilizzante).

Ai posteri l’ardua sentenza. Ma di certo graphic come questa dismostrano che l’assimilazione si sta svolgendo in modo ineluttabile e incredibilmente meno complessa di quel che ci saremmo aspettati anche solo pochi anni fa.

Mariko Tamaki è una già conosciuta autrice canadese di origine asiatiche che, solitamente, va in coppia con sua cugina Jillian. Insieme hanno prodotto vari titoli dei quali due tradotti in Italia: “E la chiamano estate” e “Skim”.

Pur conservando anche qui un certo tocco rarefatto nella scrittura, si capisce chiaramente il perché stavolta Mariko abbia abbandonato la cugina in favore di una nuova disegnatrice.
Il livello e il tono delle storie sono completamente diversi. Pur trattando tutte le graphic di temi adolescenziali come l’amore, le relazioni con altre persone più o meno adulte (che tendono a comportarsi in modo irresponsabilmente poco adulto coi più giovani ponendoli sul loro stesso piano di maturità), le nuove consapevolezze sentimentali, ma anche sessuali, “Laura Dean continua a lasciarmi”, conserva un tono più leggero.

Skim” raccontava tra lunghi silenzi, disperati tentativi di accettazione e una certa rassegnazione propria degli adolescenti che pensano la propria adolescenza non finirà mai, dell’innamoramento di una studentessa canadese di origine asiatica per la sua insegnante fricchettona e instabile.

Laura Dean continua a lasciarmi” mette invece in scena una relazione tra pari, in cui il rapporto prevaricatore da parte di una delle due parti può esserci solo perché l’altra glielo permette.

Non c’è un adulto scarsamente maturo che approfitta di qualcuno del quale dovrebbe prendersi cura, ma due adolescenti che hanno una storia assai tipica, a prescindere dall’orientamento sessuale: come nella storia del piccolo principe”, la protagonista, Frederica, è il giardiniere e la bella Laura che continua a lasciarla è chiaramente la rosa.

Se Saint-Exupery rendeva poetico un rapporto fondamentalmente sbilanciato, le cose sono in verità ben diverse. Frederica infatti è completamente in balia dei capricci di Laura, che sa di essere irresistibile, è consapevole di essere la parte forte della coppia: è lei la più bella, la più desiderata, quella che l’altra dovrebbe considerarsi fortunata a poter frequentare.

Si vede spesso nei telefilm americani (la storia è ambientata in California), la gente che dice: beh tu sei un 60 e x è un 100 intendendo una scala di valori in cui la persona desiderata è assai più bella e intelligente di te, quindi poco da pretendere o da scherzare.

La base di questo squilibrio è la fonte della sofferenza di Frederica che, all’inizio, scopre Laura a tradirla. Laura che l’ha già lasciata varie volte per poi tornare sempre senza troppa fatica. Sa che Frederica si sente fortunata ad averla e non la lascerà mai.

Nel lungo viaggio interiore che Frederica affronterà per capire che l’unico valore di una persona è quello che riesce a darsi, molti personaggi assai queer si affollano attorno alla protagonista. 

Se nelle precedenti graphic i genitori e gli adulti hanno sempre una connotazione negativa e distante, qui sono sì fonte di guai seri (che in Italia avrebbero anche portato alla galera immagino), ma anche riferimenti positivi a cui aggrapparsi.

Il mondo può essere molto incidentato, ma i buoni amici non ti faranno sentire mai solo.

Anzi, come in “Skim”, anche qui la protagonista si rende conto dei suoi errori, della sua vulnerabilità e di quanto sbagliata sia la sua relazione solo specchiandosi in un’altra persona.

Vedendo i propri amici muoversi affannosamente come noi in un mondo che appare una gigantesca ragnatela pronta a imprigionarci, possiamo individuare i nostri nodi, sperare di tagliarli e tornare liberi.

Frederica ce la fa perché ha molte persone che la amano e rendono un amore sbagliato quello che è: un falso amore.

La stessa identica storia avrebbe potuto essere assai diversa e incredibilmente distruttiva, ma è anche qui la morale della storia: sei tu che decidi che qualcuno possa continuare a lasciarti, sei tu che decidi se essere una buona amica o un appuntamento favoloso. Devi avere fiducia e devi darti valore e allora i falsi idoli saranno tutti smascherati, anche se si presentano sotto le sembianze di ragazze dalla bellezza abbagliante.

Aggiungo questo post scriptum necessario oggi. 

Il mondo descritto nel fumetto non è ancora purtroppo la regola: E' letteralmente il migliore dei mondi possibili allo stato attuale. Mentre in California o Canada adolescenti lgbt si lasciano e si prendono alla luce del sole come è giusto che sia a quell'età, purtroppo in altre parti del mondo la situazione è drammatica.
Sarah Hijazi

 Non avrei fatto questo post scriptum che so essere lapalissiano se oggi non fosse arrivata la notizia del suicidio di Sarah Hijazi, una giovane donna di appena trent'anni che qualche anno fa si macchiò dell'incredibile reato di sventolare una bandiera arcobaleno ad un concerto. 

Per questo terribile reato fu arrestata e in carcere subì pesanti violenze prima di trovare rifugio in Canada. Oggi si è uccisa ed è per lei e per chi al mondo non è neanche libero di agitare una bandiera arcobaleno mentre va al concerto del suo gruppo preferito che dobbiamo lottare.

 E ce n'è da fare, anche a casa nostra, dove non riusciamo neanche a far approvare una legge contro l'omotransfobia con la Chiesa cattolica più intransigente e influente che grida alla limitazione della libertà di opinione (perché ovviamente l'omotransfobia per certa gente non è un crimine, ma una legittima opinione). 

Dobbiamo rendere questo mondo migliore per tutt* e che non esista più nessuna Sarah. Anche per questo, lavorare per tirare Zaki, lo studente dell'università di Bologna attualmente imprigionato nelle carceri egiziane, sarebbe un inizio.


sabato 23 novembre 2019

Piccole recensioni tra amici! Sedaris, Aciman e Zerocalcare: un ni, un NO e un sì!

 Ridendo e scherzando siamo arrivati alla fine di novembre.


  Vuol dire che tempo tre secondi sarà natale e io starò rincorrendo i post per i consigli da darvi fino al 24 notte.


 Smaltisco perciò con questo post un po' di letture di questo ultimo mese che è stato meno proficuo del solito (si va a mesi ahimé)!


Piccole recensioni tra amici, una insomma, una negativa e una positiva, tutte per voi!




CALYPSO di David Sedaris ed. Mondadori:

 Se Sedaris fosse nato trenta e non sessanta anni fa, non sarebbe diventato un scrittore, ma un blogger di successo. O meglio, sarebbe probabilmente diventato un blogger di successo e poi uno scrittore.

 Calypso, una serie di raccontini di vita privata più adatti a un blog che a un libro ne sono la dimostrazione.

 Perché dico questo (consigliandovi comunque il libro che è godibilissimo, magari forse meglio in edizione economica)?

  Perché Sedaris ci racconta una serie di episodi legati alla sua famiglia e alla sua vita con la chiara volontà di rimanere in totale superficie, quindi di non donargli alcuno specifico valore di tipo letterario.
 Io amo da impazzire i memoir, mi piace leggere le vite degli altri perché mi illudo sempre che potendo rintracciare il percorso altrui io possa in qualche modo comprendere e correggere il mio.

 Si tratta poi sempre un’illusione totale visto che talvolta le vite prendono pieghe avverse per dolo personale, ma più spesso per disgrazie difficilmente prevenibili.

 Il libro di Sedaris però non va nella direzione del memoir. Ci racconta del padre anziano che, come molti anziani, rifiuta ogni aiuto e vive in una casa stipata di oggetti. Ci racconta della sorella minore morta suicida e della madre morta di malattia intorno ai sessant’anni. Parla della casa al mare che ha comprato perché lui e i suoi quattro fratelli superstiti potessero incontrarsi ogni tanto.

 Tuttavia, nei racconti quotidiani non emerge mai una volontà di andare più a fondo. Stai leggendo un resoconto e non una storia.

 Si evince drammaticamente nella storia della sorella suicida. Un’anima fragile di cui sappiamo solo che sapeva sperperare denaro, aveva un imprecisato problema mentale e non amava avere contatti coi propri fratelli. En passant, come se dopotutto non fosse davvero importante, ci dice che i genitori, dopo una sua fuga da casa al liceo, l’avevano spedita in una sorta di collegio per ragazzi difficili e lei non lo aveva mai perdonato né a loro né ai fratelli.

 Si erano giustificati dicendo che avevano altri cinque figli a cui badare e Sedaris non racconta altro, non commenta, non riflette.

Ci dà questo assioma nudo e crudo. Ovviamente non credo che non ci abbia riflettuto, ma ha deciso di non condividere col lettore i suoi pensieri. Legittimo, ma tutto rimane nell’assoluta superficie, come quando incontri uno che conosci bene, ma non tanto e ti fa un po’ un recap veloce delle sue disgrazie. Cosa ti lascia? Nulla se non la spiacevole sensazione che forse sarebbe stato meglio non incontrarlo.

 Il libro ovviamente è scritto bene, ma manca quel legame di reciproca fiducia che deve esistere tra uno scrittore e un lettore. Nessuno obbliga lo scrittore a raccontare la sua vita personale, ma nel momento in cui decide di farlo non può dare dei raccontini da blogger di successo.
 Altrimenti, appunto, apri un blog.


CERCAMI di André Aciman ed. Guanda:

Vorrei poter fare una recensione di questo libro, ma è talmente pessimo che non ne ha bisogno.

Avevo amato tantissimo il film che mi aveva profondamente commosso e anche il libro, meno bello e delicato del film, con alcune inutili fronde (tipo la bambina malata), ma comunque ben scritto.
  Mi attendevo molto da questo seguito.
Oscuramente credevo sarebbe stata una versione estesa del finale di “Chiamami col tuo nome”, ossia il pezzo in cui i due protagonisti si incontrano adulti e invecchiati dopo tanti anni.
E INVECE NO.

Il libro, diviso in tre parti, ci racconta tre episodi rispettivamente del padre di Elio, Elio e Oliver.

Immotivatamente la storia inizia con questo lunghissimo, insensato, inutile episodio in cui il padre di Elio (personaggio che appare quasi quale comparsa nel primo libro, degno di memoria solo per il discorso fatto al figlio nel finale) incontra una giovane e avvenente fotografa su un treno per Roma e scoppia la passione. Una roba luuuuuuunga, tedioooooosa, inverosiiiiiiimile. Noiosissima.

 Sono comunque sopravvissuta a questa prima parte eroicamente. 
Mi sono detta: “Vabbeh, magari voleva esplorare un personaggio a lui caro e vicino per età”.

Poi però a metà del libro, ergo a metà della storia di Elio, mi sono arresa. Aveva lo stesso schema della prima: incontro casuale, pasto insieme, verbosità inutile a non finire, noia totale.

Non so cosa abbia spinto Aciman a tentare l’impresa.

 Non voglio pensare siano stati solo i soldi. Anche perché insomma, i soldi non per forza ti spingono a scrivere male. E’ una storia piatta, inutile, che gira su sé stessa, un libro che è davvero pesante leggere e che onestamente non sembra neanche il seguito di “Chiamami col tuo nome”. Cioè se invece di chiamare i personaggi padre di Elio, Elio e Oliver, gli avesse dato altri nomi, non sarebbe cambiato assolutamente nulla.

 Non trovo motivo per consigliarvi questo libro che io stessa ho interrotto a metà.
 Serbate il ricordo del primo libro che è meglio.


LA SCUOLA DI PIZZE IN FACCIA di Zerocalcare ed. Bao Publishing:

 Recensire un libro di Zerocalcare lascia il tempo che trova (nel senso che non sarà certto la mia recensione a convincervi se comprarlo o meno), ma ci tengo comunque a scrivere due righe.

 Il libro è una sorta di miscellanea che mette insieme una serie di storie pubblicate qui e lì negli ultimi anni da Zero.

 Molte le avevo già lette, molte, soprattutto la parte finale dedicata al festival del cinema di Venezia no. Ed è in realtà su questa parte che mi vorrei concentrare.

 Come ho scritto in precedenti recensioni, a mio parere Zerocalcare non regge ancora le storie lunghe. 

Il punto è che in verità non ho proprio capito se lui lo è un narratore da storie lunghe. 

 C’è chi è più portato stilisticamente verso storie brevi e concise e chi, invece, senza l’arco narrativo di 200 pagine non riesce a esprimere ciò che vuole.

 Io rimango convinta che il suo forte siano le storie brevi, anche brevissime e questo libro me lo conferma.
 La parte dei “fumettosi riassunti” dei film visti a Venezia è qualcosa di fantastico, penso di non aver mai riso tanto leggendo un fumetto.

 E’ possibile sia così anche perché, al contrario degli altri argomenti che affronta solitamente, non deve continuamente spiegarsi o scusarsi e quindi la storia rimane quel che è, ossia, divertimento puro.

 Quindi per me è un sì e aspetto caldissimamente una nuova storia lunga, magari con meno patemi personali nel raccontarla.


lunedì 11 novembre 2019

Sempre pronti (al peggio). Una riflessione, a base di ricordi, su gruppo, adattamento e sacrificio dopo la lettura di "Sempre pronti" di Vera Brosgol.


 Mi capita di leggere spesso (e oserei dire incredibilmente) nelle biografie dei politici l’aver fatto lo scout come un titolo di merito. Non ne ho mai, onestamente compreso il motivo.

 Non c’è molto di cui vantarsi nell’aver fatto parte di un’organizzazione di origine paramilitare votata al volontariato e alla vita nei boschi, alla quale, di solito, vieni iscritto dai tuoi genitori per stare un po’ all’aria aperta, perché ci vanno tutti o perché comunque è una roba d’ispirazione cattolica (sì lo so esiste il CNGEI,ma non raccontiamocela è l’AGESCI che domina).

 Lo dico con cognizione di causa, ne ho fatto parte per 12 lunghi anni, anche appassionatamente, perché appunto, la parte del volontariato, dei boschi e anche del sentirsi parte di qualcosa è in effetti inebriante. 

 Tuttavia, se mi guardo indietro mi rendo conto che le cose brutte che mi ha lasciato sono assai più numerose e maggiormente marcate a fuoco di quelle belle.

 L’esperienza per quanto brevissima (un unico campo scout) di Vera Brosgol in “Sempre pronti”  ed. Bao Publishing rende bene l’idea di quel che voglio dire.

 Nel libro, l’autrice, figlia di immigrati russi negli USA, insiste mortalmente con la madre per essere spedita ad un campo estivo

Tutte le sue amiche ci vanno (a quanto sembra in America è praticamente LA cosa da fare in estate) e ne esistono di diversi tipi (in effetti anche Charlie Brown ci andava sempre).

 Lei, per ragioni economiche e di comunità, viene infine spedita ad un campo scout per figli di immigrati russi.

  E’ inutile che cerchiamo di trovarci un senso perché in Italia: 
1) Non esistono campi scout divisi per etnie/discendenze (OVVIAMENTE) 
2) Non puoi andare ad un campo scout se non hai frequentato da scout per tutto l’anno.

Il titolo originale è "be prepared". Considerando
che uno dei motti base dello scoutismo è, appunto,
"Estote parati", mi stupisce abbiano deciso di
cambiare il titolo in traduzione
 Il motivo è anche comprensibile leggendo il libro di Vera: non puoi essere preso e sbattuto a fare cose di cui non si comprende il senso, dove tutti già si conoscono e dove non viene fatto nessuno sforzo per l’integrazione.
 Tuttavia, questo è solo una parte del problema. 

 Quel che Vera vive durante il campo scout è quel che può accadere (non necessariamente accade, non tutti i gruppi sono uguali, ma quando accade avviene in modo prodigiosamente identico) a chiunque non sia particolarmente portato a unirsi ciecamente a un gruppo.

 Diciamo che molte cose accadono nei gruppi scout, ma, almeno nel mio, non era particolarmente incoraggiato il pensiero critico

 Tutto diveniva secondario rispetto all'appartenenza ad un gruppo e, per carità, dal punto di vista sociologico, nell’ottica anche di un eventuale film di fantascienza post-atomica, la cosa ha di certo un senso, ma quando ti ci trovi dentro (e soprattutto non sei in un film di fantascienza post-atomica) non lo ha.

 Ma mi spiego meglio.

 Vera arriva al campo scout. 
 Scopre cose ovvie come il fatto che dovrà dormire in tenda e usare una latrina e cose meno ovvie come “non è il gruppo che deve assorbire te, ma sei tu che devi farti assorbire dal gruppo”. 

 Sembra poco, ma è tutto. Infatti lo zero impegno profuso da chi si conosce già da una vita e frequenta il campo da anni nel farla sentire a suo agio, ha subito i suoi effetti negativi.

 E’ ovvio che una persona estroversa, carismatica e dal carattere socievole riuscirà a integrarsi immediatamente, ma è altrettanto vero che qualcuno un po’ più timido, introverso o con dal carattere particolare farà estremamente più fatica e rischierà la solitudine o l’emarginazione.

Certo, è quel che accade in tutti i gruppi, ma è quel che non dovrebbe accadere in un campo scout.

 La storia è poi costellata da “piccoli” episodi di bullismo: le ragazze più grandi che si approfittano della voglia di Vera di essere integrata impossessandosi dei suoi dolci, le mutande sporche di sangue di una delle ragazze più grandi messe sull’alzabandiera. 

 Cose che, intendiamoci, da un punto di vista darwinista ti preparano alla vita: nessuno sarà sempre gentile con te, meglio che ne prendi atto e ti fai un po’ di muscoli.
 I ragazzini sono cattivi perché gli adulti sono cattivi.

 “Il signore delle mosche” ci ha già vaccinati sull’illusione della naturale bontà scaturita dalla minore età.


 Tuttavia un episodio è significativo e, a mio parere, rappresenta ciò che ho sempre sempre sempre rimproverato e sempre sempre sempre rimprovererò alla mia esperienza scout: il voler minimizzare alcuni episodi di “bullismo” che, se pur possono nascere naturalmente all’interno di un gruppo di ragazzini costretti a stare sempre insieme per venti giorni, non possono in nessun modo essere minimizzati dai capi.

Il minimizzare, il far apparire chi si trova in mezzo come uno che non sa stare al gioco, è il vero problema.

 Accade che Vera e i suoi compagni partano per una gita nei boschi. Si fa sempre. 
 Passi una notte fuori, cucini senza stoviglie (la cucina trapper, molto divertente, incredibile che nessuno sia mai morto mangiando uova cucinate con un fil di ferro passato in mezzo), canti sotto le stelle.

 Tuttavia è anche il momento in cui i più deboli devono fare LA STESSA strada dei più forti portandosi dietro zaini abbastanza pesanti. 
Si ha un bel dire che si va “al passo del più lento”, a me non è mai successo. 
Io sono alta un metro e mezzo, non sono mai stata una silfide e dovevo seguire le falcate di ragazzi alti un metro e ottanta assai più prestanti di me. Per loro era una simpatica passeggiata, io volevo solo morire.

 Nel racconto, un ragazzo particolarmente preso di mira perde una scarpa nella fanga.

 Non riescono a recuperarla e così, sempre in modo molto darwinista, si decide di mettergli una specie di sacchetto intorno al piede e di proseguire. Dopo un po’, lo stesso ragazzo viene attaccato da alcune vespe e punto. Tutti iniziano a prenderlo in giro, compresa Vera che fino a quel momento lo ha compatito.

 Vera si unisce al coro ed è parte di loro. Rinuncia a solidarizzare per farsi accettare.

Non dubito sia una dinamica dei gruppi già abbondantemente studiata, quello che non accetto e non ho mai accettato è che venga presa sottogamba da chi dovrebbe invece vigilare, spiegare e far riflettere. 

 Qualcuno ha azzardato l’ipotesi che di certo la struttura gerarchica scoutistica in qualche modo agevoli tali episodi.

  Questo non so dirlo, ma posso dire di averne visti a iosa di questi episodi, di averne subiti a iosa e di provare ancora a distanza di anni un certo rancore verso chi non fece nulla.
 Episodi che peraltro, da persona più adulta e cambusiera, ho visto accadere e ugualmente prendere sottogamba (ma forse il fatto che i capi fossero quelli che si erano precedentemente accaniti su me e altri può essere una spiegazione della recidiva).

 Per quale motivo decisi di perseverare? Innanzitutto posso dire che, adesso, non ripeterei l’errore, ma posso capire perché all’epoca lo feci.

 E’ sempre descritto molto bene nel libro di Vera Brosgol: a fronte di tante cose molto spiacevoli, ci sono esperienze che è altrimenti difficile vivere. 

 Un grande contatto con la natura, un certo superamento dei propri limiti, dall’uso delle latrine al coraggio di andar per boschi da sole.

 C’è comunque un corollario di momenti preziosi che in qualche modo contribuiscono a renderti la persona che sei, e il gruppo, quando è benevolo, trasmette davvero una sensazione di collettività, di totale comunione con l’altro, difficile da riscontrare in altre situazioni nella vita. 

 Non a caso chi ha vissuto, al mio contrario, un’esperienza completamente positiva, anche da adulto difficilmente si distacca dall’esperienza scoutistica.

 Tuttavia mi sento di dire, come dice anche Vera, molto sinceramente alla fine del libro, quando ha trovato un’amica, ha visto un’alce, ha vissuto un’estate finalmente diversa e assai più costruttiva delle precedenti, che certe dinamiche non sono per tutti.

 Certo, aiuterebbe essere compresi e non minimizzati, aiuterebbe trovare un appoggio e non un “vabbeh dai passerà” oppure “non possiamo fermare tutto il gruppo SOLO perché tu non puoi camminare senza una scarpa”, aiuterebbe diciamo affrontare tutto come se la responsabilità del benessere fosse collettiva e non personale al fine di non turbare la collettività. 

 Un gruppo può anche non tornare indietro per una scarpa, ma ci si può dividere il peso dello zaino, ingegnarsi per rendere meno difficile il cammino a chi è in una condizione di debolezza.

 “Sempre pronti” è un libro molto molto molto onesto sullo scoutismo che consiglio di leggere sia a chi lo ha praticato sia a chi avrebbe voluto e non lo ha fatto o ha figli che vorrebbe iscrivere.

 Non fa terrorismo psicologico e non è L’ESPERIENZA UNIVERSALE, ma è un’esperienza comune a tanti.

 Io tuttora a distanza di anni non comprendo se ci ho più perso, (ho davvero dei ricordi pessimi che avrei potuto risparmiarmi) o più guadagnato (è pur vero che nella vita le brutte esperienze temprano e imparano a gestire conflitti e problematiche in momenti difficili).

 Probabilmente in generale racconta con estrema onestà uno degli innumerevoli episodi che possono rendere anche l’adolescenza più protetta assai difficoltosa.

 Non possiamo sempre schivare il pericolo e anche questo è un grande insegnamento.

domenica 19 maggio 2019

Piccole recensioni tra amici! Una pessima biografia di Mary Shelley, il favoloso "Dracula e io" di Morozzi e la nuova collana manga della Bao Publishing.

Ed ecco finalmente un nuovo gruppetto di recensioni.

Visto che avevo un po' di tempo mi sono dilungata e sono ben tre: una stroncatura devasting, un super consiglio, e la recensione di una nuova collana di fumetti. Insomma, da leggere ne avrete.

 In queste ultime settimane invece sto facendo un po' fatica a trovare qualcosa che mi appassioni seriamente, devo applicarmi un po' di più nella ricerca, anche se i giorni sembrano scappare, come al solito.

 Vabbeh, capita, peccato che questa penuria sia proprio ora che è tornato novembre e si sta una bellezza a casa con la borsa dell'acqua calda sui piedi a leggere.
 Questa settimana m'impegno.
 Meglio che leggiate le recensioni.
  Let's go!

"La ragazza che scrisse Frankenstein" di Fiona Sampson ed. UTET:

 Si tratta di una recensione assai tardiva visto che ho letto questo biografia, assai malriuscita, lo scorso autunno, ma, come in quei flash in cui ti ricordi che non hai mai buttato il tupperware pieno di avanzi dello scorso mese, mi è tornato in mente che non ne avevo mai parlato.

 C'è poco da dire. La biografia di Mary Shelley raccontata da Fiona Sampson è davvero brutta aiutatemi a dire brutta.

 Sembra quasi che la scrittrice stia potentemente antipatica alla sua biografa, impegnata a descriverla come una sorta di manipolatrice che ha avuto l'inspiegabile fortuna di incappare in una delle più grandi intuizioni letterarie degli ultimi due secoli.

La Sampson ci presenta la Shelley come una ragazzina, poi donna, incostante, capricciosa, una sorta di miracolata che, giovanissima e civettuola, riesce ad accalappiare l'avvenente e talentuoso Shelley che convince a metter su una sorta di fuitina MA con sorellastra al seguito, alla quale, in tal modo, rovina la vita.

 Ben lontano dall'arrovellarsi sul come e il perché una ventenne inglese abbia potuto concepire una dei più straordinari e conturbanti incubi sulla procreazione della storia, si concentra in modo quasi teleromanzesco su tutti i vari rivolgimenti amorosi di Mary, del consorte che la tradiva pure coi sassi e della sorellastra Claire.

 La figura di Claire sembra turbare particolarmente la Sampson che credo, abbia tentato di usarla come sorta di doppio sventurato e simbiotico di Mary.

Completamente dimentica del fatto che Claire e Mary non sono due sorelle Woolf, Virginia e Vanessa, entrambe a loro modo talentuose (ovviamente una bel più dell'altra), la Sampson cerca di mostrarci Claire come vittima della terribile Mary, che con la sua volontà ferrea l'avrebbe legata al suo infelice destino, condannandola prima a cercare di sedurle il consorte e poi a diventare la stalker infelice di Byron, alla quale darà anche una figlia, Allegra, morta bambina.

 Il problema è che Claire non sembra proprio il doppio di nessuno, ma lei sì  una che si è trovata assolutamente per caso a frequentare, grazie alla sorella, alcune delle più grandi menti dei suoi anni. E' lei la miracolata senza talento che vaga a riporto della sorellastra dopo aver accettato, magari per fascinazione, magari per giovanile accecamento, a una fuga d'amore che onestamente non la riguardava.

 La Sampson diventa in breve quel che un biografo non dovrebbe essere: un giudice che si lascia andare a insinuazioni psicologiche labili, molto arbitrarie e non sostenute da nulla. 
 Cerca di farci vedere la Shelley attraverso i suoi occhi e non in modo obiettivo, concentrandosi su minuzie che sosterrebbero i suoi ragionamenti e tralasciando lunghi anni.

 Una pessima biografia che dà fastidio leggere. Cercate assolutamente altro.


"Dracula e io" di Gianluca Morozzi ed. Tea:

Gianluca Morozzi è uno di quegli autori di cui sento parlare da anni e che da anni colpevolmente decido più o meno casualmente di non leggere. Una roba del tipo "Ma sì dai ora no, dopo sì".

Il motivo principale è che non amo particolarmente le storie con scene splatter, mi disturbano proprio, anche al cinema (sopporto solo quelle dei vecchi film perché boh sembrano più finte), così cerco sempre di evitare i libri che le contengono. Limiti miei, lo so.

 E' capitato però che leggessi una recensione di "Dracula e io" su giornale e mi venisse voglia di provare a leggerlo davvero stavolta: Dracula, un serial killer, un protagonista disagiato e spiantato, fumetti, il tutto nella Bologna di oggi. Era troppo allettante per non prenderlo.

 E infatti, mille cuor per questo libro favoloso, l'esatto genere di trama che mi piacerebbe trovare ben più spesso, ma che l'editoria italiana, per motivi troppo misteriosi, non ama frequentare.

 La storia inizia quando Dracula, vampiro millenario che può nascere e morire un numero (finito) di volte, decide di tornare nella sua magione bolognese, città a quanto sembra, estremamente alchemica e vampirica.

 Il suo ritorno coincide con la strana, inquietante e violenta presenza di un serial killer incredibilmente sadico che inizia a mietere vittime, non risparmiando nessuno, bambini e donne incinte comprese.

Nel frattempo, il disagiato protagonista del romanzo, Lajos, squattrinato proprietario di una fumetteria che ha comprato coi soldi del padre, famoso romanziere alla Dan Brown ormai deceduto, vive un'esistenza passiva sbavando dietro la commessa venticinquenne del suo negozio e sperando di pubblicare un romanzo decente (prima o poi). 

 Nel suo stesso palazzo vivono i suoi migliori amici che hanno accattato per quattro spicci gli appartamenti dello stabile lasciati sfitti per anni a causa dei loro sinistri precedenti: una tranquilla donnina del palazzo, una ventina di anni prima, aveva fatto fuori tutti gli altri  inquilini perché "Glielo aveva detto la nebbia".

 Le esistenze di Lajos e Dracula si incrociano nel momento in cui il secondo decide di scovare il serial killer, reo di aver ucciso una sua storica amic*, e di aver bisogno di un aiutante umano.

 Divertente, con un ritmo incredibile, piacevolmente horror, intelligente, scritto benissimo. Uno di quei romanzi che è un piacere leggere.

 Spero nel sequel, nel prequel, nel tutto. Spero diventi una serie, una saga, un film, qualsiasi cosa!
 Mi è davvero piaciuto, se si riesce a intuire. Straconsigliato.
 Ah, vi lascio una bonus track: grazie a questo libro, pieno di chicche storiche molto gustose, ho scoperto l'esistenza di questa iscrizione (vera) bolognese di epoca medievale.
« D.M.
Aelia Laelia Crispis
né uomo, né donna, né androgino
né bambina, né giovane, né vecchia
né casta, né meretrice, né pudica
ma tutto questo insieme.
Uccisa né dalla fame, né dal ferro, né dal veleno,
ma da tutte queste cose insieme.
Né in cielo, né nell’acqua, né in terra,
ma ovunque giace,
Lucio Agatho Priscius
né marito, né amante, né parente,
né triste, né lieto, né piangente,
questa né mole, né piramide, né sepoltura,
ma tutto questo insieme
sa e non sa a chi è dedicato.
Questo è un sepolcro che non contiene alcuna salma
Questa è una salma non contenuta in alcun sepolcro
ma la salma e il sepolcro sono la stessa cosa »


Paura eh?


La nuova collana manga Bao Publishing "Aiken":

 La Bao Publishing si è lanciata, come altre case editrici italiche di fumetti, su una nuova collana dedicata ai manga. 

 Al contrario della collana della Coconino, ad esempio, in cui le storie hanno più l'aspetto della graphic novel vera e propria, i manga Bao sono dei manga manga come siamo abituati a vederli: piccolo formato, prezzo molto contenuto, e, i primi tre titoli, ci restituiscono tutto quello che vediamo abitualmente nei manga slice of life, ossia liceali, episodi autobiografici, senso del dovere nipponico, fantascienza interpretata in modo originale (almeno per noi occidentali).

 Con mia grande sorpresa, dei tre titoli, quello che mi è piaciuto di più era quello sul quale riponevo meno aspettative: "Dosei Mansion".

 Dunque "Fior di biscotto" sono una serie di racconti slegati tra loro, ma con personaggi ricorrenti che raccontano le vicende di persone che gravitano attorno alla stessa scuola: docenti e studenti in primis.
 Le storie hanno, secondo me, un andamento altalenante. Alcune sono molto graziose, altre sono un po' riviste, ma per chi ama il genere slice of life e ha superato l'età dell'adolescenza può essere una lettura molto apprezzabile.

"Henshin" è invece una raccolta di storie del disegnatore di "Kill the giants" Ken Niimura. 

Anche qui l'andamento delle storie, tutte o quasi slegate tra loro, è altalenante, anche se di sicuro è rivolto a un pubblico più adulto (non adulto nel senso che vi sono delle porconerie, ma adulto in senso di maturo).
  Alcune sono piccole perle, come la storia d'apertura e quelle autobiografiche che costellano in modo irregolare il volume.

 Ken Niimura ci racconta del suo amore per i gatti in un modo folle degno di Murakami (cosa che ormai mi fa sospettare che proprio i giapponesi abbiano un rapporto molto strano coi gatti). Desiderosissimo di possedere un gatto, decide infine di non adottare un randagio a cui si è affezionato (ma non ha mai visto) perché lo considera una sorta di gatto protettore della città, impegnato a far del bene per le strade.

E', a mio parere, il terzo titolo la vera sorpresa: "Dosei Mansion" della stessa autrice di "Fior di biscotto", Hisae Iwaoka. 

Si tratta del primo volume di una serie abbastanza breve che racconta le vicissitudini di un lavavetri spaziale.

Ebbene sì. In un futuro in cui la terra è diventata inabitabile, quel che resta dell'umanità vive in un'enorme stazione orbitante divisa in tre piani corrispondenti a tre caste. Ai piani alti vivono le persone più ricche o più dotate, e viceversa ai piani bassi. 

 Essendo la stazione spaziale coperta di vetrate, qualcuno deve pur pulirle, e qui entrano in gioco questi lavavetri spaziali che, dietro compenso, ripuliscono gli enormi vetri con perizia.
  Il giovane protagonista ha perso il padre durante un'operazione di pulizia e decide di seguirne le orme. Lì fuori inizierà a vedere cosa accade dentro le case e scoprirà che dietro ogni persona che richiede i suoi servizi si nasconde una piccola grande storia.

 Sorprendente, originale, dei tre è in assoluto quello che mi sento di consigliare di più, ma i miei son gusti ovviamente!
 Attendo con gioia il secondo volume!
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