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lunedì 24 giugno 2019

Ragazzi che amano ragazzi parte II. Guide, coming out, intersessualità, agender, grandi classici e i favolosi anni '80!

Dall'elenco manca "Il blu è un colore caldo" di Julie Maroh,
la graphic dalla quale è tratto il film "La vita di Adele". Può
valere come consiglio, ma è molto tristerrimo. Ho comunque 
scritto un articolo vari anni fa  in merito.
Poiché, una decina di giorni fa, nel precedente post sui libri lgbt per ragazzi  avevo lasciato fuori alcuni titoli a cui tenevo, eccovi una seconda infornata.


 Ovviamente sono titoli che si possono leggere a tutte le età (io li ho letti quasi tutti da adulta per motivi di tempistica) e sono comunque piacevoli.


 Questa volta ci sono guide, classici, il tema dell'intersessualità e persino un romanzo sugli spesso ignorati bisessuali.

 Buona lettura!


GUIDE.
"Questo libro è gay" di Juno Dawson ed Sonda "Più che amiche" di Jennifer Quiles Castelvecchi ed.:
 Quando capisci di essere gay o quando devi far capire ai tuoi volenterosi genitori cosa fa, come si muove, dove trova il suo habitat e via discorrendo un gay, il primo istinto può essere quello di rivolgersi ai libri.  

Non hanno, del resto, tutte le risposte?

 Esistono guide che spieghino il mondo omosessuale for dummies? Ebbene sì, esistono guide per tutto, non mancano neanche queste.

 Le edizioni Sonda lo scorso anno hanno dato alle stampe un libro che sin dalla copertina non lascia spazio all'immaginazione "Questo libro è gay" racconta il mondo lgbt a chi non ne sa proprio niente o vi si approccia per la prima volta.
Ha un linguaggio molto semplice e affronta a tutto tondo il tema lgbtq dalla cultura alla sessualità, dal bullismo alla salute.

 Specifico sul mondo lesbico c'è "Più che amiche" (anche se vorrei che le case editrici prendessero nota e abolissero per sempre le parole "amica" e "diverso" dai titoli a tematica lgbt) di Jennifer Quiles.
 Lo segnalo benché molto molto datato perché affronta temi che magari alcune ragazze sentono di voler conoscere in modo più specifico.

Esistono persino guide su come fare coming out.

 Posto che questo evento varia incredibilmente da persona a persona che lo fa e da persona a persona a cui si fa, è comprensibilissimo aver bisogno del supporto emotivo di un libro che ci dica cosa fare e a cosa potremmo andare incontro (cose belle, ma anche cose brutte, non sapete quanti "migliori amici di una vita" non sono affatto migliori amici di una vita alla prova del coming out).

 Esistono alcune guide (avevo fatto un articolo per Lezpop qualche anno fa), quella che mi sento di consigliare è "Come non detto" di Roberto Proia da cui venne tratto qualche anno fa anche un grazioso film omonimo.

 Il libro raccoglieva coming out famosi, compreso quello dell'autore, ed è persino provvisto di esercizi per prepararsi al lieto evento. Per sdrammatizzare.


I RAGAZZI CHE FURONO. Consigli anni '80-'90:

"Generation of love" di Matteo B. Bianchi ed. Fandango e "Tutta colpa di Miguel Bosè"di Sciltian Gastaldi Fazi editore:

Per ravvispare un po' i consigli seriosi, i giovani d'oggi possono rivolgersi ai giovani di ieri.

 Esiste infatti un filone, purtroppo praticamente esclusivamente di produzione gay maschile (ignoto se le lesbiche non ne scrivano di simili o non glieli pubblichino), ambientato tra gli anni '80-'90 che fa molto simpatia nostalgica.

 Il più famoso e, a mio parere, il migliore anche a distanza di anni rimane "Generation of love" di Matteo B. Bianchi, di cui l'anno scorso è uscita anche la versione estesa.

Altri esempi sono "Tutta colpa di Miguel Bosè" di Sciltian Gastaldi e i recenti "Ma è stupendo!" di Diego Passoni e "Ora che sono nato" di Maurizio Morino.

 Le storie sono tutte accomunate da molta ironia, tanto ritmo, millemila ricordi comprensibili solo a chi è ha vissuto gli anni '80-'90 in pieno (godibili anche per chi è arrivato dopo, ma, immagino con google accanto per decriptare intere frasi).

 Fanno passare serate molto piacevoli e aprono uno schermo su un mondo che non era forse ancora tutelato legalmente quanto l'attuale, ma era finalmente ben lungi dalla tragedia di "Ragazzi che amano ragazzi".

Nel primo caso si tratta della storia di un tormentato primo amore scritta in modo particolarmente esilarante, nel secondo si racconta un po' più dello scoprirsi gay in una famiglia molto assurda tra fratelli fasci e sorelle ipercattoliche, anche qui ce n'è da ridere (my favourite rimane Bianchi però).


INTERSESSUALITA' e AGENDER QUESTI SCONOSCIUTI.

"Golden boy" di Abigail Tatterlin ed. Mondadori e "Middlesex" di Jeffrey Eugenides (:

 Se non ci fossero libri e arti audiovisive varie non si sentirebbe praticamente mai parlare degli/delle intersex.

  Quando si parla di binarismo sessuale infatti c'è una falla nel sistema: qualcuno nasce effettivamente a cavallo di quel binarismo e se la passa con estreme difficoltà sin dalla nascita.

E' un argomento di cui si è volutamente parlato poco per decenni proprio perché era così che si faceva per prassi medica. Poteva infatti capitare (e in verità capita ancora oggi, due anni fa un intervento su un bambino a Palermo fece finalmente scalpore) che una persona intersex venisse operata da bambina per l'asportazione degli organi collegati a uno dei due sessi: testicoli, uteri, clitoridi ecc.

 Vere e proprie mutilazioni sul quale il diretto interessato non aveva né diritto di parola e neanche di sapere. Bisognava mantenere il segreto (leggere la terribile e illuminante intervista di Francesca).

 Forse il romanzo più famoso sull'argomento è "Middlesex" di Eugenides che racconta le vicissitudini di una bambina che, adolescente, scopre di essere un bambino. Sembra una questione medica e invece è una gigantesca questione culturale? Come può la stessa persona essere due persone diverse a seconda del sesso che le viene attribuito in tempi diversi?

 Se "Middlesex" è effettivamente un po' strong per gli adolescenti (anche se, a mio parere, legibilissimo) ci sono due libri che possono sopperire.

 Il primo, "Extraterrestre alla pari" di Bianca Pitzorno non parla effettivamente di un intersex,  ma di quelli che si definiscono "agender" (persone che non si riconosco nel binarismo di genere.

Il protagonista è un alieno, Mo, che arriva sulla terra per uno scambio culturale e che non si sa effettivamente di che sesso sia (sul suo pianeta si scopre molti anni dopo la nascita). La famiglia terrestre non sa però come rapportarsi con lui/lei senza potergli attribuire un sesso preciso, così prima decidono di trattarlo da maschio o femmina a giorni alterni, poi decidono che probabilmente è un maschio salvo scoprire da complesse analisi che è una femmina.

 L'alieno non ci capisce niente: perché il genere è più importante delle persone?

 Il secondo è per ragazzi un poì più grandi, "Golden boy" racconta la storia di Max Walker, ragazzo bellissimo, bravissimo e intelligentissimo, amato a scuola e provvisto di fantastica fidanzata MA con un segreto: è intersex. Segreto ben custodito se non fosse che rischia di venire a galla. Cosa succederà allora al golden boy?


GRANDI CLASSICI:
"Olivia" di Olivia Stratchey e "Maurice" di Edward Morgan Forster:

Potrebbe darsi il caso che alcuni giovinetti abbiano voglia di leggere qualche classico a tematica lgbt che non risalga ai tempi di Archiloco: esistono? E sono tutti una tragedia?

 No, miei cari. Avete pane per i vostri denti anche qui, e ho due consigli: uno  a tematica lesbica e uno a tematica gay.

 Prima i signori. 

 Se avete voglia di leggere una storia di giovani ragazzi che amano ragazzi vintage potete rivolgerci a Edward Morgan Forster, lo stesso autore di "Camera con vista" scrisse un'opera che non ebbe mai il coraggio di pubblicare in vita: "Maurice".

La storia, che incredibilmente non finisce in tragedia, racconta la storia del giovane Maurice e della sua ricerca del vero amore. All'università intreccia una relazione nascostissima con un suo collega che però, al suo contrario, decide di sposarsi subito dopo gli studi e di dimenticare tutto. Maurice, nonostante i ripetuti tentativi di "cura" non riesce a rassegnarsi e intreccia una relazione con un giovane guardacaccia.

 Tenero, appassionato e per niente drammatico. E' bello anche il film che ne trassero con un giovane Hugh Grant (lo vidi in cassetta alle superiori, ora non so quanto sia rintracciabile).

 "Olivia" è invece una storia d'ispirazione autobiografica scritta da Dorothy Stratchey, autrice bisessuale vicina al celebre gruppo Bloomsbury che venne data alle stampe, anonima, nel 1949.

 La storia è ambientata in un collegio francese e racconta una storia di amori e lesbodrammi tra due insegnanti della scuola, una coppia di lunga data che però subisce il fascino di altre due insegnanti dando vita a un caos non indifferente.

  L'Olivia del titolo è una signorina di buona famiglia inglese che si innamora perdutamente di una di loro, proprio come accadde all'autrice che nella prefazione scrisse: 

 "Non s’era mai sentito di una cosa simile per non per scherzo. Già, la gente soleva alludere scherzosamente alle “cotte delle studentesse”. Ma io sapevo fin troppo bene che la mia cotta uno scherzo non era”.



Due ultimi consigli in extremis:

"L'arte di essere normale" di Lisa Williamson che tratta il tema della transessualità e "Sempre e solo Leah" di Becky Albertalli, ambientato sempre nell'universo di "Tuo, Simon" parla di un'amica del protagonista del precedente romanzo che scopre di essere attratta anche dalle ragazze.

Del resto non avevo ancora citato nessun titolo per i bisessuali, la lettera forse più ignorata della sigla.

 Et voilà!
Ce n'è da leggere direi!

mercoledì 6 marzo 2019

Piccole recensioni tra amici! Giappone lgbt ne "La locanda degli amori diversi" e amori che non decollano in "Tutte le ragazze con una certa cultura hanno almeno un poster di Schiele appeso in camera".

Olivia de Havilland (1935)
 Finalmente eccovi scodellate due nuove recensioni, nel frattempo ho letto un bel po' di altri libri e chi mi segue su Instagram sa che ogni tanto ne parlo in allucinanti dirette che finiscono di solito con me che litigo col cellulare che s'impalla e non mi fa chiudere il video. Ne verrà apprezzata, immagino, l'irripetibilità.


 I libri di oggi sono due romanzi scorrevoli e freschi, quelli che si leggono in gran poco negli sprazzi di tempo, cosa che, ultimamente, sto apprezzando particolarmente.




 Bando alle ciance perché ho cianciato abbastanza: a voi!



LA LOCANDA DEGLI AMORI DIVERSI di Ito Ogawa Beat edizioni:

 Era parecchio tempo che avevo adocchiato questo romanzo che, in verità, aveva ben due motivi per piacermi: Giappone e tematica lgbt.

 Tuttavia avevo sempre rimandato la lettura per altri due altrettanto validi motivi: il precedente libro di Ito Ogawa "Il ristorante dell'amore ritrovato" era uno strano concentrato di melassa che finiva con un piccione arrosto (un piccione non d'allevamento specifico), e ormai ho una sorta di rifiuto immediato per tutti libri con storie lgbt che portano la dicitura "diverso" nel titolo.

Basta.

 Ormai in libreria avevo persino sviluppato un sesto senso per i libri in cui apparivano romanzi gay non solo dai pietosi titoli, ma anche dalle fumose quarte di copertine piene di allusioni tra il drammatico e il pietistico.

 Giovanni si accorge che la vita può diventare "speciale" quando incontra "una persona".

Adele scopre che la parte più vera di sé è anche la più "segreta", ma l'amore la sorprenderà in modi incredibili.

 Vi do una notizia: il mondo è bello perché è vario, ma a nessuno fa piacere sentirsi dire che è "diverso", questo perché "diverso" non corrisponde a "speciale" nell'immaginario comune, ma a qualcuno che non è "normale", nell'accezione negativa del termine.

 Comunque. Poiché a inizio mese ero un po' giù di morale, ho deciso di andare in libreria a colpo sicuro e ho preso, oltre alla versione italiana de "La mia prima volta" di Kabi Nagata (l'unico fumetto mai letto in vita mia in inglese), anche questo romanzo, certa che comunque, mi avrebbe distratto un po'.
 Ebbene. Il romanzo è molto grazioso, parla di due donne, una sui venti, l'altra sui trent'anni, che si conoscono, si amano immediatamente e insieme decidono di andare a vivere in una parte del Giappone rurale e un po' spopolato da cui tutta la gente scappa, ma in cui, sembra, si viva in pace col mondo e la natura (peraltro lo fanno in parecchi manga, tipo anche "Wolf children", sembra sia la soluzione adatta se vuoi sparire).

 Lì, mettono su una famiglia felice assieme a due bambini: un maschio, nato dal precedente matrimonio della più donna grande, la femmina, concepita dalla più giovane in un rapporto occasionale precedente. Negli anni, le due aprono una sorta di ryokan gay friendly (quindi il titolo è pure sbagliato perché non ci vanno solo "gli amori diversi").

 Cose apprezzabili: la storia d'amore trattata nella sua quotidianità con i frequenti riferimenti ai problemi della comunità lgbt giapponese, priva di qualsiasi tutela. In un paese in cui sposarsi è ancora praticamente d'obbligo e in cui matrimonio e amore ancora non devono per forza coincidere (anzi, anche no, hanno ancora gli incontri combinati per ovviare al problema dei single), l'omosessualità è vista come una sorta di capriccio del singolo che potrebbe essere vissuto in privato e in contemporanea a un rispettabile matrimonio eterosessuale, se proprio.

 Ho devo dire, anche amato il fatto che il libro sia diviso in quattro macrocapitoli che permettono di vedere le storie da quattro punti di vista: le due donne, e ciascuno dei figli.

Cose disprezzabili: il finale.
  Il finale rovina tutto il libro perché è troppo strong e perché è affidato al personaggio più insopportabile dei quattro: la figlia femmina che non solo è viziata da morire, ma si lascia andare anche ad un castello di inquietanti supposizioni che non trovano alcun riscontro nei libri precedenti, inquinando, di fatto, quella che fino a quel momento era stata una storia d'amore stupenda.
 Il libro comunque vale la pena, soprattutto se amate i due punti di forza alla base: Giappone e comunità lgbt.


TUTTE LE RAGAZZE CON UNA CERTA CULTURA HANNO ALMENO UN POSTER DI UN QUADRO DI SCHIELE APPESO IN CAMERA di Roberto Venturini Sem edizioni:


 Se non amo i titoli con l'oscura parola "diverso" , è pure che vero che ho sviluppato un'antipatia per i titoli minimal: "Amore", "Espiazione", "Orrore", "Sole".

 Sono una jattura per i lettori e per i librai perché si tratta del tragico caso in cui il titolo non solo non basta, ma è perfettamente inutile: ci saranno altri 1000 libri che si chiamano così o quasi e senza l'autore (sperando che non si chiami pure lui Mario Rossi), è praticamente impossibile scovarli.

Poi in generale a me piacciono quei titoli strani e un po' evocativi, perciò lo ammetto, questa storia di Roberto Venturini, mi aveva attratto principalmente per il suo nome alla Lina Wertmuller.

 La storia è una storia d'amore come tante: inizia in un modo fantasmagorico per poi arenarsi nei noiosi campi della quotidianità.
 Qualcuno mi aveva detto, dopo aver postato la foto del libro su facebook, che è un libro carino che non decolla mai. E' vero. 

 Però c'è la sensazione che non decolli perché racconta di una storia d'amore che non decolla, una di quelle che capita di vivere a molti.

 Conosci qualcuno con cui stai benissimo, ti entusiasmi, pensi che sia la persona giusta che più giusta non c'è, ma poi, ad un certo punto ti accorgi che il volo pindarico, romanticamente intrecciando i corpi alla Paolo e Francesca, non prende quota.

 Voli sì, ma sempre basso, e a un certo punto, quella quota che dovevi prendere la perdi e niente, il grande amore viene declassato a storia di media importanza, arrivederci e grazie.

 E' in effetti una parte poco romanzata dell'amore (ed è comprensibile visto che l'amore è il sentimento romanzato per eccellenza): quelle storie che non hanno il briciolo di eternità che permettono a due persone di funzionare magnificamente insieme, anche se non necessariamente per tutta la vita.
 Non è tempo perso, ma diciamocelo, capita pure di pensare che è tempo che avremmo potuto spendere meglio, magari anche solo troncando prima.

 Venturini rende tutto più interessante con un linguaggio pop pieno di citazioni anni '80-'90 che forse sul finale (onestamente non all'altezza del libro, un po' da "sogno dello scrittore") diventa un po' troppo pesante, ma ci può stare.

 In ogni caso il libro è carino, soprattutto all'inizio, quando c'è meno melassa e il protagonista inizia a malvagiare sulle persone che incontra.
 Mi riconoscevo molto in questo modo di "pensar male" delle persone e mi ha anche sollevato sapere che i miei pensieri non sono poi così strambi (anche se malvagi).

 Grazioso, per trentenni (chi ha più o meno anni credo faccia proprio fatica a capirlo, tipo Zerocalcare, ma ancora più pop), secondo me funzionava anche senza il riferimento alla ciclotimia.

giovedì 3 maggio 2018

Piccole recensioni tra amici! Un triplete a base di "Mio caro serial killer", "Più veloce dell'ombra" e "Le risposte" tra gialli, finta fantascienza e anni '80

 Visto che i libri letti e le recensioni in proposito si andavano accumulando (e visto che volevo scrivere qualcosa di un po' diverso), ecco a voi un velocissimo "Piccole recensioni tra amici"!

 Sono tutte e tre delle novità e due sono accomunate dal fatto che le ho lette per assoluto caso, segno che la serendipità ogni tanto arride ai lettori.

 Non mi dilungo troppo che devo tornare alle sudate carte del saggio!
Buona lettura!


MIO CARO SERIAL KILLER di Alicia Gimenez Bartlett ed. Sellerio:

 Ho sempre avuto più di un problema con Alicia Gimenez Bartlett.

 Ho provato a leggere qualche indagine di Petra Delicado e l'ho sempre abbandonata con fastidio dopo qualche riga. 
 Persino "Dove nessuno ti troverà", il romanzo di docufiction ispirato alla vera storia di un partigian* ermafrodita imprendibile sulle sue montagne durante la guerra civile spagnola, ho dovuto abbandonarlo a metà dopo aver fatto davvero qualsiasi cosa per finirlo.

 Credevo non dovesse in nessun modo essere amore. 

 Invece, complice il fatto di dovermi far perdonare da Dolcemetà per una qualche mia nefandezza (non grave visto che ho già dimenticato quale fosse), ho acquistato il suo ultimo libro e me lo sono fatta autografare durante il suo recente tour in Italia.

 A quel punto un libro nuovo in casa non puoi non provare a leggerlo e così, senza nessuna e dico nessuna aspettativa l'ho iniziato e sorpresa! mi ha preso immediatamente.

 Non conosco ovviamente le vicissitudini sentimentali e lavorative precedenti della famosa Petra perciò dare eventuali giudizi sull'evoluzione del personaggio è impossibile, anche se, a occhio, azzarderei uno status "Montalbano": tutto imperturbabile, tutto identico, gente che viene e va, ma nulla cambia davvero.

 In questo libro è sposata con un architetto con 4 figli nati da matrimoni precedenti, ha una cinquantina di anni e si ritrova a collaborare coi famosi Mossos, i poliziotti catalani che ormai pure l'ultimo abitante dell'Unione europea sa chi siano.

 La storia prende le mosse dall'omicidio, insolitamente violento e insolitamente rituale, di una donna di mezz'età sola e con pochi amici.

  Tutto ciò che si riesce a scoprire prima che anche un'altra donna, più giovane e senza nessun punto in comune con la prima, muoia allo stesso identico modo.

 Un serial killer di donne sole è in giro?

 E se queste donne sole fossero, come dice il proverbio, solo state male accompagnate?

 L'indagine prosegue con un ritmo incalzante e momenti scarsamente verosimili che però rendono il romanzo molto più godibile. 

 Quando hai tra le mani un'idea felice e un modo tanto fluido di raccontarla non devi concentrarti troppo su spiegoni o dati scientifici o controprove del dna, il lettore prende per buono tutto e cerca solo di capire qual è la chiave giusta che può svelare il mistero.

 Davvero bello e, aggiungo, anche abbastanza lungo da darti il tempo di rilassarti un po', senza l'ansia che finisca troppo presto. 

 Essendo un giallo non sono potuta entrare nei dettagli, ma vi do solo un indizio: Marta Flavi.



PIU' VELOCE DELL'OMBRA di Federica Tuzi ed. Fandango:

 Gli anni '80 sono la moda del momento. 

 Pur avendo la crisi e le generazioni precedenti tentato di saccagnare in ogni modo i trentenni di adesso, essi prosperano e dettano nostalgie e nuove mode di consumo (ogni tanto è spassoso leggere gli articoli dei giornali d'economia su come i millennials stiano portando alla rovina, con le loro abitudini sconcertanti, questo o quel comparto economico).

 Nella storia di Federica Tuzi, gli anni '80 sono l'80% dell'atmosfera, il resto è concentrato nel personaggio della protagonista assoluta: Alessandra, una preadolescente impigliata tra l'infanzia e le prime avvisaglie di un'adolescenza che si prevede molto tumultuosa.

 Figlia bruttina di due genitori bellissimi (capita di tanto in tanto che la genetica invece di migliorare peggiori la situazione) si trasferisce assieme a loro da Roma a Torino perché suo padre viene assunto nelle risorse umane di un'imprecisata grande azienda.

 Sua madre, splendida come tutte e tre le Charlie's Angels, e in carriera, è costretta a lasciare il lavoro e a Torino cerca in ogni modo di trovare una nuova ragione di vita. 

 Non riuscendoci, concentra tutti i suoi sforzi nei disperati tentativi di rendere sua figlia simile a lei.

 Peccato che, come accade talvolta, non ci siano persone che si somiglino meno che certe madri e certe figlie. 

Alessandra infatti non solo non è bellissima e dolcissima, bensì paffuta e amante di dolci e gelati, ma ha anche una certa propensione a mettersi in guai molto più grossi della sua età.

 Un mix fatale di incoscienza, mancanza di amici, spirito d'avventura e, bisogna ammetterlo, disperazione per un luogo, Torino, poco accogliente e molto chiuso, lancia Alessandra verso l'inizio di una giovinezza che si prospetta ricca, ma non facile.

 Ma non cantava già così De Gregori tanti anni fa in "Caterina"?

 "E la vita Caterina lo sai non è comoda per nessuno, quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo, e rischiare la notte il vino e la malinconia, la solitudine e le valigie di un amore che vola via".

 Ben scritto, scintillante e a tratti oscuro, proprio come gli anni '80 perché le vere bambine ribelli non sono per niente patinate.


LE RISPOSTE di Catherine Lacey ed. Sur:

 C'è una cosa che sopporto poco (ce ne sono molte, ma vabbeh sorvoliamo): i libri instagrammabili. 

 Intendiamoci, non i libri con cui fare le foto su instagram, quelle le faccio pure io e devo dire che, da biblioteconoma, sono quasi sollazzata dall'attenzione estetica che finalmente il libro in quanto oggetto sta doverosamente ricevendo.

 I libri instagramabili sono quelli nati per essere cool: hanno un autore cool, una veste cool, una casa editrice cool e persino una trama cool!

 Anche per questo mi ero doverosamente tenuta alla larga da questo libro la cui quarta di copertina era lievemente agghiacciante: una donna in crisi decide di partecipare all'esperimento "fidanzata" in cui un attore famoso cerca, con l'aiuto di un'imprecisata equipe, di sviscerare le diverse sfaccettature delle relazioni umane.

 Praticamente vengono scelte alcune donne e a ognuna di loro viene affidato un compito diverso: la fidanzata con cui vivere i momenti romantici, quella con cui vivere momenti ordinari, quella con cui litigare ecc.

 Un libro del genere, lo devo ammettere, non lo avrei mai preso se non fossi stata in ritardo per il treno e non ci fosse stata la gustosa copia che inviano ogni tanto le case editrici in libreria a uso dei librai.

 E sarebbe stato un peccato perché soprattutto la prima parte, quella che la Lacey dedica alla protagonista, Mary, una trentenne piena di debiti, senza amici, con uno strano passato e un incerto presente di disturbi psicosomatici che solo una stramba cura fricchettona sembra riuscire a curare, è veramente considerevole e ricorda la Zadie Smith degli esordi.

 E' una bella scrittura, fresca, concisa, poco commerciale e molto particolare che rende le vicende, per quanto surreali, ricche di un certo fascino.

 E' un peccato che nella seconda parte la Lacey abbia deciso di concentrarsi sulla parte dell'assurdo esperimento che, se poteva avere una sua coerenza come elemento disturbante di fondo, diventa totalmente superfluo quando si cerca di porlo al centro.

 Se si vuole giocare con la fantascienza bisogna saperla usare, altrimenti diventa il pastrocchio che alla fine finisce per essere. 

 Relazioni che non si capiscono bene, cose che accadono a caso, personaggi introdotti di colpo che perdono il controllo e di cui non si capisce il senso.

 Bastava rimanere sul punto focale della storia: Mary. E' di lei che vogliamo sapere, della sua storia, del suo futuro, del suo passato. 

 Gli altri sono pallide figure di contorno che a un certo punto prendono il sopravvento nel tentativo, credo, di volerci raccontare qualche cosa di profondo sulle relazioni umane, fallendo.

 Ecco, io terrei d'occhio la Lacey perché può fare molto di meglio con una bella idea portata fino in fondo e il prossimo titolo lo guarderò con meno pregiudizio.

venerdì 22 settembre 2017

Cosa resterà di questi anni '10? Un viaggio allucinato tra Wyndham, Tondelli, Scerbanenco, gli anni '80 e l'aids, per ricordare cosa vuol dire gridare e non solo sussurrare spaventati.

 E' parecchio e dico parecchio tempo che vorrei scrivere un post su Premio Strega, Wyndham e Scerbanenco, un mix che molti giudicheranno impossibile, ma mi frulla in testa dalla cinquina dello Strega.

In questa settimana anni '80, al doveroso momento Tondelli, il post fantasma è tornato a farsi sentire ed è quindi giunto il momento di portarlo agli onori del blog.

 E' giunto il momento di dire le cose pane al pane vino al vino.

 Io leggo molti autori italiani, non sono una di quelle esterofile a tutti i costi, ma trovo la narrativa italiana non di genere, mortalmente noiosa.
 In realtà non è neanche giusto dare tutta la colpa all'Italia perché, diciamocelo, non è che la letteratura mondiale ci stia regalando queste imperdibili perle a gettito continuo.

 E' come se fossimo precipitati in una melassa conformista. 

 Se è per colpa degli editori che ormai pubblicano filoni di storie sempre identiche nel disperato tentativo di azzeccare i gusti del momento, o se è per colpa degli autori che proprio a monte ne producono sempre e solo così per lo stesso identico motivo, non è cosa che si possa capire da libraia o da lettrice.

 Sono a valle di un monte che non riesco a vedere e che, obiettivamente, porta a destinazione troppe cose risparmiabili.

  Non parlo degli pseudoharmony che hanno un ruolo loro, d'intrattenimento e sono un genere ben codificato, quelli su cui punto il dito sono le sconvolgenti opere, ormai ben poco sconvolgenti, che dovrebbero raccontare la nostra realtà.

 Durante il mio corso di sceneggiatura, mi consigliarono di vedere "Mignon è partita" di Francesca Archibugi.

 Il film non mi colpì particolarmente. 
 La trama vede un'adolescente francese di buona famiglia, Mignon, che viene spedita da genitori in Italia da parenti diciamo borgatari. 

 In questa famiglia, madre e padre abbastanza giovani e cinque figli, Mignon non si trova bene e lega solo con un cugino che si innamora di lei, non ricambiato. La storia, quella di un corpo estraneo che non riesce in nessun modo a inserirsi in un contesto che non ha palesemente spazio per lei (e in cui lei palesemente non vuole sgomitare per trovarlo), mi sembrò mortalmente noiosa.

 Forse, rivedendolo adesso, noterei cose che dieci anni fa mi sfuggirono, ma scoprii che in parte il motivo per cui mi era stato consigliato era comprenderne i pregi, ma anche i limiti.
 Il professore ci disse infatti che "Mignon è partita" apparteneva a quella serie di film italiani ribattezzati "Camera e cucina" (a memoria ricordo così), in cui le storie si svolgono principalmente in piccoli ambienti, principalmente familiari, senza nessun ampio respiro.

 Il nostro cielo è troppo spesso chiuso in una sola stanza.

 La narrativa italiana odierna ama la camera e la cucina. 

 Piccole storie rarefatte, la storia della propria famiglia (spesso con l'illusione che la propria storia debba per forza significare qualcosa di universale per qualcun altro), persone che si incontrano, si sfiorano, uniscono solitudini, apprezzano silenzi, affrontano passati.

 Tutto è molto intimista e non mi stupisce eccessivamente che Cognetti abbia vinto lo Strega (nè quali siano stati i suoi illustri colleghi).
 Non è solo bravo, ma scrive come piace si scriva adesso e, soprattutto, parla di un tema che tanto piace adesso: la montagna, ultimo baluardo dell'incontro tra uomo e natura in un mondo tecnologico.
 Tutto è piccolo e grande, tutto è silenzioso, ma assordante, tutto è minimalista, ma gigantesco.
 TUTTO
 Sarà perché non sono minimalista, ma non ne posso più.
 Non ne posso più di un tempo che si lamenta, che frigna, che è intimista, che si aggroviglia dentro sé stesso, che rimugina su storie di 75 anni prima "perché il passato è importante", che affronta solitudini e che pensa la storia della propria famiglia sia uber alles e voglia per forza dire sempre qualcosa.

 Questo non perché non ci siano solitudini che non vadano raccontate o perché certe saghe familiari non abbiano, in effetti, uno splendore universale, ma perché sono stufa di quest'epoca di lamento e passato perpetuo.

 Cosa c'entrano Wyndham, Scerbanenco e Tondelli?

 Vi basterebbe (basterà) aprire uno solo dei loro libri per smascherare la menzogna della nostra narrativa contemporanea. 

Il primo è uno scrittore di fantascienza che combatté durante la seconda guerra mondiale, il secondo un giallista di origini ucraine nato poverissimo, il terzo uno scrittore omosessuale morto troppo giovane di Aids.

 Tutti e tre, con le dovute differenze, seppero descrivere la loro realtà in modo esplosivo, pirotecnico, apocalittico, spettacolare.

 Wyndham riuscì a condensare il terrore della minaccia nucleare, del diverso, i feroci meccanismi di autodifesa di una generazione che aveva vissuto il conflitto mondiale in splendidi romanzi, come "L'invasione dei trifidi", "I figli dell'invasione" o "I trasfigurati".

 Riuscì, precisamente, a lasciare su carta la lezione più cruda e di cui, personalmente, anche io sono amaramente convinta: la civiltà è una patina sottilissima su cui riversiamo una fiducia che non merita. 
 La violenza dentro ogni essere umano è pronta a spuntare appena la sopravvivenza lo ritiene possibile.

 Avrebbe potuto dirlo in molti modi, scelse storie che vedevano piante carnivore senzienti distruggere il genere umano. Non scelse una strada comoda.

 Scerbanenco nacque povero, figlio di un'italiana e di un professore ucraino.
  La piccola biografia al termine di "Traditori di tutti" racconta di un ragazzo che passò la sua infanzia a Roma e tornò, senza successo,a  cercare il padre, disperso nella rivoluzione russa.
Tornando indietro con la madre si salvò per puro caso dalle bombe e, a diciotto anni, senza diploma e senza denaro, si trasferì a Milano. Durante la seconda guerra mondiale fuggì con gran periglio in Svizzera e quando tornò ce ne mise per integrarsi in un mondo milanese la cui ricchezza lo spaventava e sempre gli risultò estranea.

Scerbanenco
 Aveva di che scrivere trenta autobiografie, invece creò un personaggio rimasto modernissimo fino ai nostri tempi: Duca Lamberti, un giovane medico radiato dall'ordine per aver praticato eutanasia (anni '60!!) che, uscito di prigione, torna al mondo come involontario investigatore senza nessuna fiducia nel prossimo, troppo miserabile per non essere "traditore di tutti". 
 Un prossimo talvolta crudele, spesso messo alle strette dall'avidità e dal pregiudizio degli altri.

 Nei suoi libri (a cui dedicherò un post) c'è una Milano anni '60 che vive, palpita violenta, in cui quartieri ora gentrificati erano terre di nessuno di sottoproletari incattiviti, in cui i ricchi sono travolti dal vizio e nessuno ha fatto pace col recente passato fascista, occultato sotto un velo lievissimo.

 Lo leggi e sei a Lambrate cinquant'anni fa.

 E, in ultimo, Tondelli. Frequentò molto l'autobiografia, ma lo fece nel modo in cui andrebbe fatto: con una violenza e un'onestà, anche verso sé stessi, che non ammette omissioni o sconti. 

 Le sue storie non hanno in potenza nessuna grandezza: giovani sbandati anni '80, gli anni del militare, un uomo dopo la rottura col suo compagno.

  Ma il modo, il modo in cui sono scritte è tutto. 

Tondelli
Lo leggi e vedi le luci di quegli anni, lo splendore, la disco, il mondo di provincia che voleva essere Londra, il desiderio di vita disperata a tutti i costi, la voglia di divertirsi, la droga che miete vittime e quel grande assente da tutte le celebrazioni degli anni '80: l'Aids.

 Mancava persino una citazione nella mostra al Wow. Certo, non era un argomento ludico, ma fu dirompente come Chernobyl. 

 Una generazione di uomini gay e di molti eterosessuali che pensavano falciasse solo gay, decimata da un misterioso virus sbucato dal nulla.

 A pensarci, a posteriori, è qualcosa di fantascientifico, di distopico.
 Ed è proprio questo tono allucinato, degno delle pellicole di fantascienza anni '80, così cupe e punk al tempo stesso, che hanno i libri di Tondelli.

 Le storie di Tondelli non sono la sua storia, sono gli anni '80. Lui è la scusa, non il fine.

 Bisogna leggere Tondelli e Pazienza per capire la sete di vita di un'epoca oscuramente consapevole della sua decadenza, ma non rinunciava a urlare con tutto il fiato che aveva in petto.

 Non come noi che sussurriamo, spaventati di tutto, anche della nostra ombra.

 Cosa resterà di questi anni 2010? Spero non solo le nostre paure che per ora hanno dato vita a un mondo pessimo e a una letteratura, troppo spesso, noiosa e mediocre.

Ps. Che non c'entra nulla: narrano le leggende che "Libera nos a malo" di Ligabue sia ispirata a Tondelli.

giovedì 21 settembre 2017

Ma quanti cartoni animati abbiamo visto? Il vero fulcro dell'immaginario collettivo dei nati negli anni '80: i cartoni! Una storia d'amore a base di Bim Bum Bam, Super3, robot, orfanelle, sport mortali e rivoluzione francese

 Argomento assolutamente imprescindibile per i nati negli anni '80 sono loro: i cartoni animati giapponesi.

 Purtroppo della serialità non animata tipo "Mindy e Mork" o "Il mio amico Arnold" ecc. non ho grande memoria perché ero davvero piccola (in quel senso sono più una figlia degli anni '90 con "Bayside School" che, al contrario di "Beverly Hills 90210" che i miei genitori giudicavano inadatto alla mia giovine età, mi era concesso).

 L'unica serie non animata di cui ho buona memoria è "Super Vicky" verso la quale provavo un misto di simpatia e forte repulsione. C'era qualcosa di inquietante in una bambina che sembrava come me, ma incapace di provare sentimenti (forse anche per questo ricordo benissimo la puntata in cui invece si capisce che ne prova e inizia a piangere).

 Come sapranno perciò i nati negli anni '80 sono gli anime i veri signori del nostro immaginario infantile e, a posteriori, non riesco a immaginare lo sconcerto che molti genitori devono aver trovato davanti a un prodotto che per noi era sempre esistito e per loro irrompeva come un fulmine a ciel sereno (o quasi, visto che "L'uomo tigre" e "Capitan Harlock" erano in giro già da un po').

 Non esiste bambino nato e/o cresciuto negli anni '80-'90 che non abbia visto decine di cartoni animati di ogni disparato genere: da quelli criminal con "Lupin" e "Occhi di Gatto", a quelli sentimentali come "E' quasi magia Johnny" e "Un fiocco per cambiare, un fiocco per sognare", a quelli robotici, fino a quelli magici.

 Impossibile elencarli tutti, la quantità, a posteriori, risulta talmente enorme che viene da domandarsi quando abbiamo avuto il tempo di vederli tutti.

 Un esempio di quanto siano stati pervasivi nell'immaginario collettivo, sono i fumetti di Zerocalcare. Se Zerocalcare può permettersi di tramutare quasi tutti i suoi amici e conoscenti in personaggi dei cartoni, lo deve a una memoria generazionale comune che sa benissimo di cosa sta parlando.

 I cartoni animati sono stati parte integrante della nostra infanzia e non si può non ricordarli in un post sugli anni '80.
 Ho cercato di fare uno stringato excursus proponendo letture a tema (oltre ai manga correlati ai cartoni)!
Andiamo!


BIM BUM BAM e LA POSTA DI SONIA:

 Cologno Monzese.

Un posto che per chiunque non abitasse in Lombardia era mitologico quanto Camelot, ossia poteva esistere, come non esistere, anche se, effettivamente le letterine per dire a Paolo Bonolis quanto mi piacesse Memole le spedivo. 


 Ma era un po' come quando spedivo le lettere alla Befana: come potevano le poste italiane consegnare una letterina in un posto magico?
 (Anni dopo alla vista di Cologno Monzese, ho poi pensato che certi luoghi dovrebbero rimanere immaginati e non visti realmente, ma questa è un'altra storia).

 Cologno Monzese, assieme al salotto della posta di Sonia, sono stati i miei luoghi del cuore dall'asilo in poi.

 Cos'era la posta di Sonia?

 Una cosa che conoscono solo i bambini del Lazio e che ora non esiste più perché il canale dove andava in onda, praticamente mille ore al giorno, "Super3" ha chiuso qualche anno fa.

 Sonia, una donna riccioluta e con gli occhiali rimasta identica per vent'anni, conduceva questo neverending programma per ragazzi dove si avvicendavano i cartoni animati giapponesi più assurdi, intervallati da quattro sole pubblicità: gli sciroppi pallini, la cedrata Tassoni, i giocattoli de La Giraffa e Cerbiatto il cornetto appena fatto.

Sonia e Birillo
 Quando non c'era Bim Bum Bam, c'era lei che mandava in onda per l'intero pomeriggio vagonate di cartoni: l'Ape Maia (infiniti pomeriggi a fare l'analisi logica con il sottofondo di questa sfigatissima ape), Ransie la strega (con tanto di sigla soft porno), Mazinga, Daltanius, Ufo Robot, cartoni con macchinine, Pat la ragazza del baseball (la tristezza più assoluta), Gigi la Trottola, quel lacrimevole cartone della famiglia di otto orfani inspiegabilmente lasciati a loro stessi dai servizi sociali giapponesi, la principessa Zaffiro (altro che gender), Kenshiro (un cartone che ancora mi domando come fosse concesso mandare in onda in quella fascia d'ascolto) ecc ecc.


 Non c'era bambino del Lazio che non sognasse di essere invitato nel salotto di Sonia, assieme a lei e al suo fido assistente, il Robot Birillo. E la sera anche la canzone finale, che riuscivo a vedere solo a casa della mia amica Marta, perché mia madre mi impediva di vedere cartoni alle sette di sera.

 Quando sento che troppa tv non fa bene ai bambini penso che di certo è vero, ma che mi ha regalato bellissimi ricordi, di tantissimi pomeriggi con le mie amiche a discutere animatamente sui personaggi, a fingere di essere loro e a immaginare una caterva di storie.

 Oltre, naturalmente, a trepidare per una chiamata di Sonia (che a qualcuno dei miei amici peraltro è anche arrivata). Basta, mi sto commuovendo sul serio.


LO SPORT (gli SPOKON):

Se c'è una cosa in cui sono sempre stata negata, quella è lo sport. 
 Non sono mai stata brava in niente, se non in tiro con l'arco alle superiori (ah, e so nuotare molto bene, ma mai fatto nulla di agonistico neanche per sbaglio). Fine.

 I miei per anni mi hanno mandato, senza nessun risultato visibile, allo sport sfigato per eccellenza: l'atletica.
 Per carità, visto in una prospettiva storica, l'atletica è la più nobile delle discipline, ma in una prospettiva di bambina/adolescente, se non facevi almeno pallavolo, non eri nessuno.

 In verità, se proprio devo dirla tutta, sono anche abbastanza grata di non essere stata immischiata in questi giochi di squadra, conoscendomi sarei impazzita in pochi mesi. 
 Tuttavia, i cartoni animati giapponesi spingevano i nati negli anni '80 a desiderare per sé stessi cose inarrivabili: performance di altissimo livello a 13 anni e, soprattutto, le olimpiadi di Seul. Ovunque si trovasse Seul.

 Metà del palinsesto e oltre di Bim Bum Bam era occupato da gente che giocava a qualsiasi sport: dai famosi Mila e Shiro e Mimì Ayuara (la regina delle disgrazie) con la pallavolo, a Holly e Benji col calcio, da Hilary armoniosa Hilary con la ginnastica artistica, al baseball del gemello morto di "Prendi il mondo e vai". 
 Tale era la sete di avventure sportive che mi sciroppai persino un cartone sul GOLF.
 Il Golf, non so se ci rendiamo conto.


Ogni partita era la partita della vita, quella che se la vincevi saresti arrivato non si capiva mai bene dove, ma saresti arrivato.
  C'era gente che rischiava la salute, infarti (!), che si faceva malmenare da allenatori che avrebbero meritato solo la galera (persino nella foga mi rendevo conto che Nami Ayase avrebbe dovuto recarsi alla polizia), che rinunciava ad assistere i fidanzati camionisti in fin di vita in ospedale (Mimì) e pensava di risolvere sul campo i propri problemi esistenziali. 

Un passaggio ad un compagno non era un semplice passaggio, ma serviva a risolvere una quindicina di drammi da spogliatoio che si protraevano da mesi, tra tentativi di accoltellamento, malelingue e fidanzate rubate.
 Per non parlare delle squadre avversarie, popolate da mitici e inarrivabili eroi che però non finivano mai per bastare a sé stessi. La squadra infatti non li sopportava ed era ben lungi dall'avere quel grande cuore dei protagonisti.

 Cosa leggere in proposito sugli spokon (parola che definisce i manga sportivi)? 

 Di certo il purtroppo piccolo libro di Enrico Cantino "Da Mimì Ayuara a Oliver Hutton" ed. Mimesis, che analizza l'archetipo degli eroi sportivi nei manga giapponesi.

 Si potrebbe poi aggiungere il saggio su Mitsuru Adachi, uno dei più famosi mangaka giapponesi, che ha fatto dello sport uno dei temi centrali delle sue opere, "Mitsuru Adachi" di Federica Lippi ed. Iacobelli.
 E ovviamente tutti i manga correlati!


ROBOT, ALIENI, CAVALIERI ecc:

 Lo ammetto, i cartoni animati sui robot non sono mai stati i miei favoriti.

 Li vedevo, nella massa, ma li trovavo noiosi. Tanto che i buoni avrebbero vinto, tra una trasformazione e l'altra, sarebbe stato scontato. Il primo anime robotico ad essermi piaciuto è stato "Neon Genesis Evangelion", molti anni dopo, ma quella è proprio un'altra storia che in comune con le precedenti ha giusto i robottoni.

 Anche gli alieni, come accennavo ieri per E.T. non incontravano i miei favori. Non so mai stata particolarmente attratta dallo spazio profondo perciò il mio cervello ha resettato praticamente tutte le trame e i personaggi, fatta eccezione per le sigle e per Doraemon gatto spaziale.

 Tuttavia, meritavano la citazione sia per la mole di cartoni a tema giunti in Italia, sia perché è uno degli argomenti su cui, a livello di saggi, si trova di più in giro.

 Nella mostra sugli anni '80 al Wow ho scoperto che ben prima dell'inchiesta delle Iene "I manga sono tutti porno", ben prima della psicologa che diceva che Sailor Moon rendeva gay i bambini maschi, c'era stata la polemica sull'esistenza dei robottoni giapponesi, rei di provenire dalla cultura violenta dei kamikaze.

 Gli articoli d'epoca proposti nella mostra sono sconcertanti. Toni apocalittici per il povero Mazinga, ero crudele reo di atti crudeli e violenti. Una dose di razzismo verso il Sol Levante non da poco e addirittura interrogazioni della Dc.

 Ho anche scoperto però, che tale era l'amore per i robottoni da aver generato in Italia dei manga farlocchi a tema, scritti da autori italiani, come il tarocchissimo "Golzinga".
 Ci tengo a menzionare in ultimo "I cavalieri dello zodiaco" che molto mi appassionava.
  Ero però piuttosto contrariata dal fatto che l'unica femmina fosse Atena e, pur essendo una dea, fondamentalmente non faceva niente.

 Avevo quindi decretato, complice l'armatura rosa, i capelli lunghi e il nome da femmina, che, Andromeda, fosse appunto una donna.

 I miei cugini più grandi tentavano di scalfire questa mia granitica convinzione, ma anche a loro riusciva difficile giustificare un maschio con quel nome, così mi concedevano il beneficio del dubbio.
 Ora, per la cronaca, esistono anche i cavalieri dello zodiaco donne.

Da leggere, oltre ai manga:
- "I cavalieri dello zodiaco. Hai mai sentito il cosmo dentro di te?" di Stefano Tartaglino, ed. Ultra
- "Guida ai super robot" di Jacopo Nacci, ed. Odoya
- "Super Robot Files" di Fabrizio Modina, Edizioni Bd
- "Go Nagai. Il padre dei Super Robot" di Giorgio Giuliani e Carlo Mirra, ed. Ultra


ORFANELLE E MAGHETTE:

 Macrosezione in cui convergono tutti i cartoni di orfanelle possibili e inimmaginabili e tutte le varie maghe, in grado di governare cose improbabili, dai fiori ai giochi di prestigio.

 Le orfanelle non mi piacevano. Le trovavo angosciante e, in parte, i tagli della censura rendevano assolutamente incomprensibili delle puntate.
 Ricordo la puntata in cui Georgie (cartone già parecchio ambiguo, visto che non mi era proprio chiarissima la differenza tra fratello di sangue e fratello adottivo, con tutte le conseguenze del caso) viene buttata fuori di casa dalla matrigna e messa a dormire di colpo in stalla.

 Dalla trama non si evinceva assolutamente perché di colpo la donna avesse questa alzata di crudeltà improvvisa. 
 Io e la mia amica Marta eravamo atterrite: una povera orfana ora anche costretta a dormire in una stalla! La scena, poi, con Georgie, in lacrime che batteva sulla porta per farsi aprire, senza successo, era straziante.

 Ci interrogammo molto su quell'evento. Cos'era accaduto?
Anni dopo scoprimmo che Georgie aveva avuto nientepopodimeno che il primo ciclo, cosa che aveva indotto la matrigna a considerarla una sorta di minaccia per la propria allupata progenie maschile.

  E questo è solo uno degli episodi! 

 Candy che si vede morire il primo amore e portar via il secondo per via di una trave caduta sulla donna sbagliata, Heidi costretta a fare la dama di compagnia a Francoforte, Lovely Sarah (che piaceva tanto a mia madre), caduta in disgrazia e di colpo serva, Papà Gambalunga che manteneva orfane per poi sposarle. 

Anche quando non erano orfane, avevano qualche problema, come Millie un giorno dopo l'altro, in cui la sorella maggiore non accettava la minore, una dolcissima frugola.

 Le maghette erano meglio. La mia preferita era l'incantevole Creamy, un po' perchè mi riconoscevo in Yu e sognavo di avere un negozio di crepes giapponesi.
Le seguivo comunque tutte assiduamente e con ben altro spirito.
 Oltre a fare cose magiche molto belle, in genere non avevano traumi familiari e desideravano solo essere grandi anzitempo per fare cose favoloseh come diventare star di fama internazionale e piacioneggiare con ragazzi puntualmente più grandi e irraggiungibili.
 Facevano insomma quello che qualsiasi bambina con l'idea vaga che da adulti sia tutto bellissimo, vorrebbe fare.

 IL CASO KISS ME LICIA:

 Ricordo persino io quanto fosse amata "Kiss me Licia" (anche se rimaneva misterioso perché nella sigla fosse bionda e nel cartone castana).
  A me non faceva impazzire particolarmente e non capivo perché Mirko non potesse permettersi una tata invece di far vagare un bambino da solo con un gatto.
 Ricordo anche la serie con Cristina D'avena, ma preferivo di gran lunga le assurde serie che venivano mandate durante Bim Bum Bam con i conduttori protagonisti, come il fantastico "BatRoberto" o la casa dei fantasmi. Peccato che ogni puntata durasse a stento due minuti scarsi.

Cosa leggere:
- I romanzi di Keiko Nagita, "Candy Candy" e "Candy Candy lettere", ed. Kappalab
- "Candy Candy. L'eroina di una generazione" di Lidia Bachis, ed. Ultra
- "Dall'Incantevole Creamy a Pollon. Maghette e incantesimi nell'animazione giapponese" di Enrico Cantino, Mimesis edizioni
- "L'incantevole Creamy. La magia di essere sè stessi" di Fabio Cassella, ed. Iacobelli
- "Da Lamù a Kiss me Licia. Le dinamiche di coppia secondo l'animazione giapponese" di Enrico Cantino, Mimesis ed.


I CARTONI STORICO/LETTERARI:

Come spiegare alle generazioni successive, che la sete di manga aveva raggiunto tali inumani picchi da rendere appetibile, oltre al succitato cartone sul golf, anche un cartone sulla vita di Cristoforo Colombo?

 I cartoni storici erano pieni di perle. 
 C'era il tristissimo "Fiocchi di cotone" sulla segregazione razziale e lo schiavismo negli Stati Uniti, (ascoltare la sigla, capolavoro assoluto) e c'erano quelli a tema rivoluzione francese, il quasi dimenticato "La stella della Senna" e ovviamente lei "Lady Oscar".

 Faro per generazioni di giovani lesbiche (per me lo furono Sailor Uranus e Sailor Nettuno, sono più anni '90), devo dire che per me fu semplicemente un ottimo modo per imparare la rivoluzione francese, storicamente ricostruita benissimo. E' grazie a lei se anche chi non ha mai aperto mezzo libro, sa dell'esistenza dello scandalo della collana e mai può dimenticare la presa della Bastiglia.

 Tuttora la combattiva donzella, bionda di capelli e rosa di guancia, figlia di un padre che voleva un maschietto ma ahimè (e noi tutte a chiederci scandalizzate: ahimè???) sei nata tu, conserva un posto speciale nei ricordi di chi amò i cartoni di quel periodo. 

 Protagonista di una storia gloriosa, coraggiosissima, che sapeva farsi valere tra gli uomini e al contempo dolce, sensibile e affascinante per uomini e donne.

 I cartoni letterari erano, devo dire, abbastanza inutili. Li riporto come nota a margine, ma tra Dolce Remì e Piccole donne non è che c'era di che stare allegri.
 Ricordo che avevano avuto il coraggio di fare persino il cartone di "Tutti insieme appassionatamente"!

Da leggere:
- "Lady Oscar. L'eroina rivoluzionaria di Riyoko Ikeda" di Valeria Arnaldi ed. Ultra
- "Lady Oscar. Amori, segreti ed epiche battaglie" di Davide Castellazzi ed. Iacobelli


ROBE NON GIAPPONESI:

 Considerando che, pur avendoli visti tutti, non sono mai andata particolarmente pazza per i cartoni della Disney (qualcuno, come "Robin Hood" mi piaceva, ma tutte le varie principessate non avevano un grande appeal su di me), faccio fatica a ricordare cartoni animati non giapponesi della mia infanzia.
Ducktales ogni storia è una nuova storia, misteriosa paperosa

 Eppure a memoria, ricordo bene che il primissimo film che vidi al cinema fu la Sirenetta, ricordo persino che all'inizio c'era un cortometraggio e che mi sentii molto fortunata ad aver visto due film di seguito invece di uno!

 Ho memoria di vari cartoni dell'Uomo Ragno e Batman, ma già all'epoca si vedeva che erano inferiori ai giapponesi (i cartoni eh).
 L'unico che un po' se la batteva era "Ducktales", le avventure (vere avventure) di Paperon de Paperoni, Qui, Quo e Qua, e una serie di personaggi papereschi che risolvevano questioni varie, spesso misteri.

Ps. Da tutto ciò sono rimasti fuori i miei due cartoni animati preferiti in assoluto: "Ranma 1/2" e "Sailor Moon" essendo degli anni '90. Mancano anche "Maison Ikkoku2 e "Lamù", ma credo che Rumiko Takahashi meriti un post a parte"!

E voi? Quali erano i vostri cartoni preferiti? Quali non potevate soffrire? Testimoniate!

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