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giovedì 18 novembre 2021

Letture disordinate di estati ragazzine. I libri casuali delle mie estati interminabili dei tempi che furono tra Pocahontas, baby sitter, donazioni bolognesi e cover anni '70

  Innumerevoli miei post iniziano ormai da anni con la rievocazione delle mie estati in Sardegna. 

Tre mesi l'anno senza tv, all'epoca senza ovviamente cellulare o computer, insomma senza niente di niente: SOLO libri e quaderni e ovviamente mare. 

 Non lo dico per fare come le pagine di fb che ricordano tempi inesistenti in cui i bambini giocavano a calcio per strada mentre dalle finestre splendide nonne dalle crocchie lattiginose lanciavano loro piogge di Rossana e gelati Sammontana, ma per contestualizzare la vicenda.

 Per mia ENORME fortuna, nel posto dove passavamo l'estate, c'era una splendida libreria, ma ciò non bastava comunque a riempire le mie giornate visto che non avevo il budget di Rockfeller da investire in libri sempre nuovi. 
 Il risultato è che quindi per anni ho ingoiato letture completamente casuali e disordinate. 

 Molte erano frutto degli allegati di "Gente", giornale a cui mia nonna è stata storicamente fedele e che amava elargire libri con un dubbio piano editoriale (almeno dubbio per me, mai capita la ratio, se c'era), altre vennero da una donazione che ci fece la nostra storica vicina di casa bolognese.

 Era, la sua, una strana bibliografia per una bambina a cavallo tra gli anni '80 e '90, molto moraleggiante e quasi, devo dire, fantascientifica, ma si faceva leggere (e soprattutto, quando non hai niente da leggere, ingoi TUTTO). 
 In questi giorni ho ricordato una sua perla della quale avevo parlato eoni fa in questo post sui traumi infantili (il blog esiste ormai da taaaaaaanti anni e non lo avevo dimenticato): "Pel di carota".

Questo strano libro autobiografico in cui Renard ricorda la sua infanzia ai limiti dell'orrore,
all'epoca mi impressionò tantissimo ed ebbi, me lo ricordo precisamente, la sensazione che in verità non fosse davvero un libro per ragazzi perché raccontava tutta una serie di faccende con estrema crudezza.

 La trama, per chi non lo sapesse, parla di questo bambino dai capelli rossi che sua madre, per motivi non ben chiari, detesta a morte preferendo i suoi due fratelli maggiori che a loro volta lo vessano. Ovviamente il clima non proprio friendly della casa, tira fuori il peggio da questo bambino che si sente rifiutato e inizia a credere di essere DAVVERO cattivo dandosi ad atti discutibili come il maltrattamento degli animali. 
 C'è persino un pezzo sul finale in cui blandamente si accenna al fatto che tenta al suicidio e la madre, perfida delle perfide, commenta che lo avrebbe sicuramente fatto per attirare l'attenzione.
 Mi ricordo una seria sensazione di perplessità e malessere, e mi stupisco che questo libro sia ancora considerato un classico della letteratura per ragazz*.

 Comunque, ho deciso di deliziarvi con i miei ricordi più lucidi delle letture delle mie estati di isolamento insulare.

Purtroppo, tra i libri molto vecchi e la mia memoria molto labile, non sono riuscita a ritrovare tutti i titoli:


LA BIOGRAFIA DI POCAHONTAS:

Ho cercato di risalire all'edizione che lessi, ma con scarso successo. Posso dire che era l'allegato a qualche giornale ("Oggi" o "Gente") e aveva una copertina rossa con l'immagine di una donna, spero Pocahontas, al centro.

 Vagava per casa di mia nonna (facevamo vacanza in case tutte vicine) e lo lessi attendendomi la storia della Disney, una delle poche devo dire che non mi ha annoiata visto che, ve lo confesso, non sono mai stata tra le fan più sfegatate della Disney neanche da bambina.

In verità scoprii che la vita di Pocahontas che era davvero coraggiosa e ardimentosa del film, era stata assai più complessa.

 Dopo la famosa storia con John Smith infatti, la nostra aveva sposato un altro inglese (Smith infatti era tornato in Inghilterra per curarsi senza mai più far ritorno nelle americhe) ed era poi venuta in visita in Europa, in terra d'Albione, dove poi con un effettivo colpo di scena rincontrò il suo antico amico.

 Non conoscevo ancora molto del colonialismo, ma in generale avevo la sensazione che Pocahontas non avesse fatto un grande affare a lasciare la sua tribù originaria. Ben più del lato avventuroso della vicenda, mi colpì come in Europa la considerassero strana, un fenomeno esotico, e non come una persona vera e propria. La morte per una delle varie malattie non ben definite dell'epoca, mi convinse definitivamente che avrebbe fatto assai meglio a rimanere con nonna Salice e suo padre.


IL CLUB DELLE BABY SITTER:

 Collana che era famosissima in America, ma che credo e temo non abbia mai preso davvero piede in Italia, parlava di queste amiche, ragazze adolescenti, che per racimolare qualche soldo fanno le baby sitter. Per me, che all'epoca ero loro coetanea e non mi era permesso neanche di dormire a casa delle mie amiche, erano il simbolo dell'indipendenza e dell'emancipazione.

 Lessi infinite volte "Claudia e le lettere anonime" in cui la protagonista è alle prese con un'insufficienza in inglese, ma soprattutto con una specie di protostalker che le invia lettere anonime.  
 
Nonostante tutto lei non dice niente ai suoi e informa solo le sue amiche del club, quindi la storia va avanti al cardiopalma tra babysitteraggi in cui deve continuamente guardarsi alle spalle e improbabili cene coi bambini che le vengono lasciati in affidamento a base di pollo fritto e gelato.

 Pensavo che essere un'adolescente baby sitter americana fosse un sogno.

 Peccato che, visto il mio notorio savoir faire con i bambini, è stato uno dei pochi lavoretti tipici dei gggggiovani che non ho quasi mai fatto.


OTTO GIORNI IN UNA SOFFITTA di H. Giraud:

Libro di incredibili buoni sentimenti, lo rilessi a oltranza perché, esattamente come molti altri libri, mi colpì la straordinaria vividezza col quale veniva descritto il cibo (non credo fossero i motivi più nobili per farselo piacere).

 Una bambina, orfana, riesce a trovare rifugio nella soffitta di una famigliola quasi del mulino bianco. 

 Non ricordo bene da cosa fugge né come finisce nella soffitta, ma viene scoperta dai tre fratellini che abitano in casa e che stanno vivendo anche loro un drammatico momento nonostante gli agi: la loro mamma, un esempio totale di rara bellezza e virtù, è infatti malata. 

 I tre decidono che la bimba è degna di essere accolta quale sorellina e non denunciano a nessuno la sua presenza, bensì per otto lunghi giorni trovano il modo di nutrirla e di renderle più comodo il soggiorno con mille e più stratagemmi.

 Il finale ovviamente non è molto spoiler: la mamma torna, i bimbi confessano, la bimba è un incanto e una delizia e viene adottata. Malgrado la melassa lo ricordo ancora con affetto.


LIBRO AMBIENTATO IN UN COLLEGIO PER SIGNORINE:

 Ecco, questo libro, del quale ricordo la trama anche con precisione (ma niet, non sono riuscita a ritrovare il titolo), era all'epoca per me una sorta di mistero. Il mistero poi si è dissipato negli anni, quando mi è stato chiaro come fosse stato scritto chiaramente per ragazzine di un'altra epoca.

 La protagonista della storia è una ragazzina ricca e tutto sommato abbastanza normale per i nostri tempi. E' vivace, ha interessi che vanno oltre lo spazzolarsi i capelli, corre per casa ed è estroversa. 
 E' orfana di madre, figlia unica e ovviamente è la luce degli occhi di suo padre che le consente tutto FINCHE' la matrigna, che a quanto pare le vuole tanto bene e lo fa davvero solo per il suo bene, convince l'uomo a spedirla in collegio perché non è più una bambina e ha bisogno di un'educazione per signorine.

 Lei parte, ovviamente recalcitrante, e in collegio vive varie avventure dapprima alla Gianburrasca, poi col passare del tempo sempre meno concitate. Al termine della storia infatti, è stata addomesticata esattamente come voleva la matrigna ed è diventata la brava e dolce ragazza composta che tutti desideravano.

 Motivo di profondo mio sconcerto (oltre al lavaggio del cervello ovviamente) era la presenza della sua compagna di stanza: una ragazza del popolo, bella, buona, dolce, composta, un esempio di ogni virtù che con la sua influenza benevola finisce per portarla sulla retta via. La santa Maria Goretti della situazione sposa, infine, un professore assai più adulto (ma tanto vuoi che una diciassettenne cresciuta in un collegio per educande non sia matura? Ma che scherzi?) e la protagonista, ormai ragazza, torna dal padre.

 Sul treno, circonfusa da timidezza (che non conosceva quando è partita ed era una ragazza volitiva) e civetteria, incontra un tizio e insomma, il genitore vedendola arrivare si felicita che sua figlia sia diventata finalmente normale, la matrigna trionfa e probabilmente si stanno per spalancare le porte per un nuovo matrimonio post adolescenziale con un ignoto incontrato sul treno.

 Alcuni dettagli della trama potrei non ricordarli con esattezza, se qualcuno sa il titolo mi faccia sapere, fortunatamente non credo sia più in circolazione.


LIBRO PER RAGAZZE ANNI '70:

Questo romanzo del quale purtroppo ricordo pochissimo nonostante lo abbia letto millemila volte (non c'erano abbastanza traumi per incidermelo nella mente evidentemente) è probabilmente interessante come segno del cambiamento dei tempi e dei costumi. 

 Dai miei ricordi molto vaghi della copertina sono riuscita a capire che doveva trattarsi di un romanzo "per ragazze" delle ed. Malipiero.

Per farvi capire
 Se vi fate un giro su google capirete anche come faccia ad avere questa certezza: l'illutrastore o illustratrice dell'epoca ha fotografato alla perfezione la moda anni '60-'70, e io ho questo ricordo di una ragazza in abiti assai simili (purtroppo non mi è sembrato di riconoscerla in quelle che finora ho scandagliato nel webbe).

 La trama non la ricordo quasi per niente, come al solito mi sono rimaste impresse solo le cose che mi impressionarono. La protagonista, esattamente come nel caso del libro precedente, è una studentessa vivace e sfrontata, con poca voglia di studiare e, come si direbbe, un po' guascona.

 Ovviamente tutti cercano di insignorinirla con scarso successo e lei non trova mai la voglia di studiare nonostante le continue insistenze che riceve. Non ricordo neanche come si chiamasse MA aveva un paio di cugine odiose, di cui una si chiamava NIVES.

 Lo ricordo perché all'epoca non ero convinta si trattasse davvero di un nome. Non avevo mai sentito nessuno chiamarsi così (ammetto di non conoscere nessuno neanche ora) e non so perché ero davvero dubbiosa sul fatto che fosse un nome proprio di persona e non un soprannome o un cognome.
 Se qualcuno lo ricorda, mi faccia sapere.

 Ecco, queste sono le letture di ragazzina che ricordo con maggior definitezza, oltre ovviamente a Minnie & Company che stranamente i miei genitori comprarono di loro spontanea volontà in edicola.

 Credo che ogni tanto si sentissero rassicurati dal fatto che mi piacesse qualcosa considerato da femmine e in effetti Minnie & Company mi piaceva sul serio. 

Mi sembrava finalmente che Minnie e le varie personagge femminili avessero finalmente la loro giusta attenzione senza che la loro presenza fosse per forza subordinata a Topolino e Paperino (che del resto vivevano tante avventure a prescindere dalla loro esistenza, quindi non si spiegava perchè non potesse accadere il contrario).

 Se qualcuno riconosce le storie senza titolo di cui ho parlato faccia un fischio, mi piacerebbe ritrovarle, purtroppo quei libri sono andati perduti ormai anni fa!

sabato 26 giugno 2021

Il Soul Food di casa mia! Un fumetto a base di zuppa gallurese, capitoni, beveroni, fegato, olio, cannelloni e struffoli.

 Io e Dolcemetà ormai un paio di mesi fa (quanto passa il tempoooooooooo), ci eravamo appassionate a "Chef's table", una serie Netflix in cui famosi chef mondiali raccontavano come fosse nata la loro passione per la cucina e le idee per i loro piatti.

 Praticamente tutti quanti andavano a pescare dal soul food della loro infanzia e allora era nata in me l'idea di un fumetto sul soul food di casa mia

Un po' io sono andata a rilento, un po' mi veniva voglia di aggiungere sempre nuove cose e ricordi, alla fine sono riuscita a finirlo (anche se vedo, prevedo, stravedo una seconda parte) solo adesso.

 Ecco che ve lo porgo! Il Soul food di casa mia todo per voi!

















giovedì 21 settembre 2017

Ma quanti cartoni animati abbiamo visto? Il vero fulcro dell'immaginario collettivo dei nati negli anni '80: i cartoni! Una storia d'amore a base di Bim Bum Bam, Super3, robot, orfanelle, sport mortali e rivoluzione francese

 Argomento assolutamente imprescindibile per i nati negli anni '80 sono loro: i cartoni animati giapponesi.

 Purtroppo della serialità non animata tipo "Mindy e Mork" o "Il mio amico Arnold" ecc. non ho grande memoria perché ero davvero piccola (in quel senso sono più una figlia degli anni '90 con "Bayside School" che, al contrario di "Beverly Hills 90210" che i miei genitori giudicavano inadatto alla mia giovine età, mi era concesso).

 L'unica serie non animata di cui ho buona memoria è "Super Vicky" verso la quale provavo un misto di simpatia e forte repulsione. C'era qualcosa di inquietante in una bambina che sembrava come me, ma incapace di provare sentimenti (forse anche per questo ricordo benissimo la puntata in cui invece si capisce che ne prova e inizia a piangere).

 Come sapranno perciò i nati negli anni '80 sono gli anime i veri signori del nostro immaginario infantile e, a posteriori, non riesco a immaginare lo sconcerto che molti genitori devono aver trovato davanti a un prodotto che per noi era sempre esistito e per loro irrompeva come un fulmine a ciel sereno (o quasi, visto che "L'uomo tigre" e "Capitan Harlock" erano in giro già da un po').

 Non esiste bambino nato e/o cresciuto negli anni '80-'90 che non abbia visto decine di cartoni animati di ogni disparato genere: da quelli criminal con "Lupin" e "Occhi di Gatto", a quelli sentimentali come "E' quasi magia Johnny" e "Un fiocco per cambiare, un fiocco per sognare", a quelli robotici, fino a quelli magici.

 Impossibile elencarli tutti, la quantità, a posteriori, risulta talmente enorme che viene da domandarsi quando abbiamo avuto il tempo di vederli tutti.

 Un esempio di quanto siano stati pervasivi nell'immaginario collettivo, sono i fumetti di Zerocalcare. Se Zerocalcare può permettersi di tramutare quasi tutti i suoi amici e conoscenti in personaggi dei cartoni, lo deve a una memoria generazionale comune che sa benissimo di cosa sta parlando.

 I cartoni animati sono stati parte integrante della nostra infanzia e non si può non ricordarli in un post sugli anni '80.
 Ho cercato di fare uno stringato excursus proponendo letture a tema (oltre ai manga correlati ai cartoni)!
Andiamo!


BIM BUM BAM e LA POSTA DI SONIA:

 Cologno Monzese.

Un posto che per chiunque non abitasse in Lombardia era mitologico quanto Camelot, ossia poteva esistere, come non esistere, anche se, effettivamente le letterine per dire a Paolo Bonolis quanto mi piacesse Memole le spedivo. 


 Ma era un po' come quando spedivo le lettere alla Befana: come potevano le poste italiane consegnare una letterina in un posto magico?
 (Anni dopo alla vista di Cologno Monzese, ho poi pensato che certi luoghi dovrebbero rimanere immaginati e non visti realmente, ma questa è un'altra storia).

 Cologno Monzese, assieme al salotto della posta di Sonia, sono stati i miei luoghi del cuore dall'asilo in poi.

 Cos'era la posta di Sonia?

 Una cosa che conoscono solo i bambini del Lazio e che ora non esiste più perché il canale dove andava in onda, praticamente mille ore al giorno, "Super3" ha chiuso qualche anno fa.

 Sonia, una donna riccioluta e con gli occhiali rimasta identica per vent'anni, conduceva questo neverending programma per ragazzi dove si avvicendavano i cartoni animati giapponesi più assurdi, intervallati da quattro sole pubblicità: gli sciroppi pallini, la cedrata Tassoni, i giocattoli de La Giraffa e Cerbiatto il cornetto appena fatto.

Sonia e Birillo
 Quando non c'era Bim Bum Bam, c'era lei che mandava in onda per l'intero pomeriggio vagonate di cartoni: l'Ape Maia (infiniti pomeriggi a fare l'analisi logica con il sottofondo di questa sfigatissima ape), Ransie la strega (con tanto di sigla soft porno), Mazinga, Daltanius, Ufo Robot, cartoni con macchinine, Pat la ragazza del baseball (la tristezza più assoluta), Gigi la Trottola, quel lacrimevole cartone della famiglia di otto orfani inspiegabilmente lasciati a loro stessi dai servizi sociali giapponesi, la principessa Zaffiro (altro che gender), Kenshiro (un cartone che ancora mi domando come fosse concesso mandare in onda in quella fascia d'ascolto) ecc ecc.


 Non c'era bambino del Lazio che non sognasse di essere invitato nel salotto di Sonia, assieme a lei e al suo fido assistente, il Robot Birillo. E la sera anche la canzone finale, che riuscivo a vedere solo a casa della mia amica Marta, perché mia madre mi impediva di vedere cartoni alle sette di sera.

 Quando sento che troppa tv non fa bene ai bambini penso che di certo è vero, ma che mi ha regalato bellissimi ricordi, di tantissimi pomeriggi con le mie amiche a discutere animatamente sui personaggi, a fingere di essere loro e a immaginare una caterva di storie.

 Oltre, naturalmente, a trepidare per una chiamata di Sonia (che a qualcuno dei miei amici peraltro è anche arrivata). Basta, mi sto commuovendo sul serio.


LO SPORT (gli SPOKON):

Se c'è una cosa in cui sono sempre stata negata, quella è lo sport. 
 Non sono mai stata brava in niente, se non in tiro con l'arco alle superiori (ah, e so nuotare molto bene, ma mai fatto nulla di agonistico neanche per sbaglio). Fine.

 I miei per anni mi hanno mandato, senza nessun risultato visibile, allo sport sfigato per eccellenza: l'atletica.
 Per carità, visto in una prospettiva storica, l'atletica è la più nobile delle discipline, ma in una prospettiva di bambina/adolescente, se non facevi almeno pallavolo, non eri nessuno.

 In verità, se proprio devo dirla tutta, sono anche abbastanza grata di non essere stata immischiata in questi giochi di squadra, conoscendomi sarei impazzita in pochi mesi. 
 Tuttavia, i cartoni animati giapponesi spingevano i nati negli anni '80 a desiderare per sé stessi cose inarrivabili: performance di altissimo livello a 13 anni e, soprattutto, le olimpiadi di Seul. Ovunque si trovasse Seul.

 Metà del palinsesto e oltre di Bim Bum Bam era occupato da gente che giocava a qualsiasi sport: dai famosi Mila e Shiro e Mimì Ayuara (la regina delle disgrazie) con la pallavolo, a Holly e Benji col calcio, da Hilary armoniosa Hilary con la ginnastica artistica, al baseball del gemello morto di "Prendi il mondo e vai"
 Tale era la sete di avventure sportive che mi sciroppai persino un cartone sul GOLF.
 Il Golf, non so se ci rendiamo conto.


Ogni partita era la partita della vita, quella che se la vincevi saresti arrivato non si capiva mai bene dove, ma saresti arrivato.
  C'era gente che rischiava la salute, infarti (!), che si faceva malmenare da allenatori che avrebbero meritato solo la galera (persino nella foga mi rendevo conto che Nami Ayase avrebbe dovuto recarsi alla polizia), che rinunciava ad assistere i fidanzati camionisti in fin di vita in ospedale (Mimì) e pensava di risolvere sul campo i propri problemi esistenziali. 

Un passaggio ad un compagno non era un semplice passaggio, ma serviva a risolvere una quindicina di drammi da spogliatoio che si protraevano da mesi, tra tentativi di accoltellamento, malelingue e fidanzate rubate.
 Per non parlare delle squadre avversarie, popolate da mitici e inarrivabili eroi che però non finivano mai per bastare a sé stessi. La squadra infatti non li sopportava ed era ben lungi dall'avere quel grande cuore dei protagonisti.

 Cosa leggere in proposito sugli spokon (parola che definisce i manga sportivi)? 

 Di certo il purtroppo piccolo libro di Enrico Cantino "Da Mimì Ayuara a Oliver Hutton" ed. Mimesis, che analizza l'archetipo degli eroi sportivi nei manga giapponesi.

 Si potrebbe poi aggiungere il saggio su Mitsuru Adachi, uno dei più famosi mangaka giapponesi, che ha fatto dello sport uno dei temi centrali delle sue opere, "Mitsuru Adachi" di Federica Lippi ed. Iacobelli.
 E ovviamente tutti i manga correlati!


ROBOT, ALIENI, CAVALIERI ecc:

 Lo ammetto, i cartoni animati sui robot non sono mai stati i miei favoriti.

 Li vedevo, nella massa, ma li trovavo noiosi. Tanto che i buoni avrebbero vinto, tra una trasformazione e l'altra, sarebbe stato scontato. Il primo anime robotico ad essermi piaciuto è stato "Neon Genesis Evangelion", molti anni dopo, ma quella è proprio un'altra storia che in comune con le precedenti ha giusto i robottoni.

 Anche gli alieni, come accennavo ieri per E.T. non incontravano i miei favori. Non so mai stata particolarmente attratta dallo spazio profondo perciò il mio cervello ha resettato praticamente tutte le trame e i personaggi, fatta eccezione per le sigle e per Doraemon gatto spaziale.

 Tuttavia, meritavano la citazione sia per la mole di cartoni a tema giunti in Italia, sia perché è uno degli argomenti su cui, a livello di saggi, si trova di più in giro.

 Nella mostra sugli anni '80 al Wow ho scoperto che ben prima dell'inchiesta delle Iene "I manga sono tutti porno", ben prima della psicologa che diceva che Sailor Moon rendeva gay i bambini maschi, c'era stata la polemica sull'esistenza dei robottoni giapponesi, rei di provenire dalla cultura violenta dei kamikaze.

 Gli articoli d'epoca proposti nella mostra sono sconcertanti. Toni apocalittici per il povero Mazinga, ero crudele reo di atti crudeli e violenti. Una dose di razzismo verso il Sol Levante non da poco e addirittura interrogazioni della Dc.

 Ho anche scoperto però, che tale era l'amore per i robottoni da aver generato in Italia dei manga farlocchi a tema, scritti da autori italiani, come il tarocchissimo "Golzinga".
 Ci tengo a menzionare in ultimo "I cavalieri dello zodiaco" che molto mi appassionava.
  Ero però piuttosto contrariata dal fatto che l'unica femmina fosse Atena e, pur essendo una dea, fondamentalmente non faceva niente.

 Avevo quindi decretato, complice l'armatura rosa, i capelli lunghi e il nome da femmina, che, Andromeda, fosse appunto una donna.

 I miei cugini più grandi tentavano di scalfire questa mia granitica convinzione, ma anche a loro riusciva difficile giustificare un maschio con quel nome, così mi concedevano il beneficio del dubbio.
 Ora, per la cronaca, esistono anche i cavalieri dello zodiaco donne.

Da leggere, oltre ai manga:
- "I cavalieri dello zodiaco. Hai mai sentito il cosmo dentro di te?" di Stefano Tartaglino, ed. Ultra
- "Guida ai super robot" di Jacopo Nacci, ed. Odoya
- "Super Robot Files" di Fabrizio Modina, Edizioni Bd
- "Go Nagai. Il padre dei Super Robot" di Giorgio Giuliani e Carlo Mirra, ed. Ultra


ORFANELLE E MAGHETTE:

 Macrosezione in cui convergono tutti i cartoni di orfanelle possibili e inimmaginabili e tutte le varie maghe, in grado di governare cose improbabili, dai fiori ai giochi di prestigio.

 Le orfanelle non mi piacevano. Le trovavo angosciante e, in parte, i tagli della censura rendevano assolutamente incomprensibili delle puntate.
 Ricordo la puntata in cui Georgie (cartone già parecchio ambiguo, visto che non mi era proprio chiarissima la differenza tra fratello di sangue e fratello adottivo, con tutte le conseguenze del caso) viene buttata fuori di casa dalla matrigna e messa a dormire di colpo in stalla.

 Dalla trama non si evinceva assolutamente perché di colpo la donna avesse questa alzata di crudeltà improvvisa. 
 Io e la mia amica Marta eravamo atterrite: una povera orfana ora anche costretta a dormire in una stalla! La scena, poi, con Georgie, in lacrime che batteva sulla porta per farsi aprire, senza successo, era straziante.

 Ci interrogammo molto su quell'evento. Cos'era accaduto?
Anni dopo scoprimmo che Georgie aveva avuto nientepopodimeno che il primo ciclo, cosa che aveva indotto la matrigna a considerarla una sorta di minaccia per la propria allupata progenie maschile.

  E questo è solo uno degli episodi! 

 Candy che si vede morire il primo amore e portar via il secondo per via di una trave caduta sulla donna sbagliata, Heidi costretta a fare la dama di compagnia a Francoforte, Lovely Sarah (che piaceva tanto a mia madre), caduta in disgrazia e di colpo serva, Papà Gambalunga che manteneva orfane per poi sposarle. 

Anche quando non erano orfane, avevano qualche problema, come Millie un giorno dopo l'altro, in cui la sorella maggiore non accettava la minore, una dolcissima frugola.

 Le maghette erano meglio. La mia preferita era l'incantevole Creamy, un po' perchè mi riconoscevo in Yu e sognavo di avere un negozio di crepes giapponesi.
Le seguivo comunque tutte assiduamente e con ben altro spirito.
 Oltre a fare cose magiche molto belle, in genere non avevano traumi familiari e desideravano solo essere grandi anzitempo per fare cose favoloseh come diventare star di fama internazionale e piacioneggiare con ragazzi puntualmente più grandi e irraggiungibili.
 Facevano insomma quello che qualsiasi bambina con l'idea vaga che da adulti sia tutto bellissimo, vorrebbe fare.

 IL CASO KISS ME LICIA:

 Ricordo persino io quanto fosse amata "Kiss me Licia" (anche se rimaneva misterioso perché nella sigla fosse bionda e nel cartone castana).
  A me non faceva impazzire particolarmente e non capivo perché Mirko non potesse permettersi una tata invece di far vagare un bambino da solo con un gatto.
 Ricordo anche la serie con Cristina D'avena, ma preferivo di gran lunga le assurde serie che venivano mandate durante Bim Bum Bam con i conduttori protagonisti, come il fantastico "BatRoberto" o la casa dei fantasmi. Peccato che ogni puntata durasse a stento due minuti scarsi.

Cosa leggere:
- I romanzi di Keiko Nagita, "Candy Candy" e "Candy Candy lettere", ed. Kappalab
- "Candy Candy. L'eroina di una generazione" di Lidia Bachis, ed. Ultra
- "Dall'Incantevole Creamy a Pollon. Maghette e incantesimi nell'animazione giapponese" di Enrico Cantino, Mimesis edizioni
- "L'incantevole Creamy. La magia di essere sè stessi" di Fabio Cassella, ed. Iacobelli
- "Da Lamù a Kiss me Licia. Le dinamiche di coppia secondo l'animazione giapponese" di Enrico Cantino, Mimesis ed.


I CARTONI STORICO/LETTERARI:

Come spiegare alle generazioni successive, che la sete di manga aveva raggiunto tali inumani picchi da rendere appetibile, oltre al succitato cartone sul golf, anche un cartone sulla vita di Cristoforo Colombo?

 I cartoni storici erano pieni di perle. 
 C'era il tristissimo "Fiocchi di cotone" sulla segregazione razziale e lo schiavismo negli Stati Uniti, (ascoltare la sigla, capolavoro assoluto) e c'erano quelli a tema rivoluzione francese, il quasi dimenticato "La stella della Senna" e ovviamente lei "Lady Oscar".

 Faro per generazioni di giovani lesbiche (per me lo furono Sailor Uranus e Sailor Nettuno, sono più anni '90), devo dire che per me fu semplicemente un ottimo modo per imparare la rivoluzione francese, storicamente ricostruita benissimo. E' grazie a lei se anche chi non ha mai aperto mezzo libro, sa dell'esistenza dello scandalo della collana e mai può dimenticare la presa della Bastiglia.

 Tuttora la combattiva donzella, bionda di capelli e rosa di guancia, figlia di un padre che voleva un maschietto ma ahimè (e noi tutte a chiederci scandalizzate: ahimè???) sei nata tu, conserva un posto speciale nei ricordi di chi amò i cartoni di quel periodo. 

 Protagonista di una storia gloriosa, coraggiosissima, che sapeva farsi valere tra gli uomini e al contempo dolce, sensibile e affascinante per uomini e donne.

 I cartoni letterari erano, devo dire, abbastanza inutili. Li riporto come nota a margine, ma tra Dolce Remì e Piccole donne non è che c'era di che stare allegri.
 Ricordo che avevano avuto il coraggio di fare persino il cartone di "Tutti insieme appassionatamente"!

Da leggere:
- "Lady Oscar. L'eroina rivoluzionaria di Riyoko Ikeda" di Valeria Arnaldi ed. Ultra
- "Lady Oscar. Amori, segreti ed epiche battaglie" di Davide Castellazzi ed. Iacobelli


ROBE NON GIAPPONESI:

 Considerando che, pur avendoli visti tutti, non sono mai andata particolarmente pazza per i cartoni della Disney (qualcuno, come "Robin Hood" mi piaceva, ma tutte le varie principessate non avevano un grande appeal su di me), faccio fatica a ricordare cartoni animati non giapponesi della mia infanzia.
Ducktales ogni storia è una nuova storia, misteriosa paperosa

 Eppure a memoria, ricordo bene che il primissimo film che vidi al cinema fu la Sirenetta, ricordo persino che all'inizio c'era un cortometraggio e che mi sentii molto fortunata ad aver visto due film di seguito invece di uno!

 Ho memoria di vari cartoni dell'Uomo Ragno e Batman, ma già all'epoca si vedeva che erano inferiori ai giapponesi (i cartoni eh).
 L'unico che un po' se la batteva era "Ducktales", le avventure (vere avventure) di Paperon de Paperoni, Qui, Quo e Qua, e una serie di personaggi papereschi che risolvevano questioni varie, spesso misteri.

Ps. Da tutto ciò sono rimasti fuori i miei due cartoni animati preferiti in assoluto: "Ranma 1/2" e "Sailor Moon" essendo degli anni '90. Mancano anche "Maison Ikkoku2 e "Lamù", ma credo che Rumiko Takahashi meriti un post a parte"!

E voi? Quali erano i vostri cartoni preferiti? Quali non potevate soffrire? Testimoniate!

martedì 19 settembre 2017

Esistono anche i libri?! Otto mitici film (quasi nove) degli anni '80 di cui esiste anche il romanzo."Goonies", "Indiana Jones", "La Principessa Sposa" e molti altri, in una lunga carrellata fantastica.

DOVEROSO PREAMBOLO ALLA SETTIMANA DEGLI ANNI '80 

Dopo giorni e giorni di reclusione lavoro-libro, mi sono decisa ad andare, quasi in extremis visto che chiuderà il primo ottobre, alla mostra del Wow -Museo del fumetto sugli anni '80.

 Come ha scritto qualcuno su fb siamo già materiale da museo, ma in verità avevo già parlato di questo precoce senso di nostalgia dei nati negli anni '80.

 So che tutte le generazioni amano pensare di aver avuto qualcosa di speciale (e alcune, alla lunga, stancano pure, perché lo abbiamo capito che gli anni '60 e '70 sono stati favolosi, ma adesso lasciateci anche in pace), e in effetti è così, alcune prendono un'onda più positiva, altre negativa, altre malinconica.

 Cosa hanno avuto i nati negli anni '80? Temo sia presto per dirlo, ma di certo possiedono una particolarità che non si può ignorare: hanno vissuto un'infanzia analogica e un'adolescenza digitale (ma non ancora social).

 Sono (siamo) nati alle soglie della rivoluzione digitale e, oscuramente, avvertono sempre una discrepanza tra un mondo per il quale si erano preparati e quello che si sono ritrovati poi davvero a vivere.

Basti pensare agli studi. Centinaia di lavori obsoleti di colpo, e altrettante centinaia nuovi, e noi lì nel mezzo a cercare di sopravvivere. Non è poi così strana la perenne sensazione di nostalgia che ci assale precocemente.

 Alla retrotopia e alle sue conseguenze dedicherò comunque un post di questa che inauguro ufficialmente come "Settimana degli anni '80"!

 Inizio le danze con un post sui film che segnarono la mia infanzia da cui sono stati tratti o tratti da libro.

 Vi consiglio di leggere il post accompagnandovi alle hit dei bei tempi andati.

 Che si cominci!


FINE DEL DOVEROSO PREAMBOLO.


 Lo ricordo benissimo.
 Inizio anni '90. Ero alla sagra del cinghiale di Castel Giuliano, frazione del mio paese, uno di quei magici luoghi di provincia  dove puoi anche vincere un cinghiale (da cucinare s'intende) indovinandone il peso a occhio e ascoltare improbabili gruppi locali.


C'era, immancabile, la pesca. 

 Ancora oggi questo passatempo anni '50 attira la mia attenzione e, credo, non solo la mia.

Mio padre mi diceva sempre: "Non vincerai niente", sperando di poter evitare di pagare pegno.

 Tuttavia la mia fortuna lo smentiva, nella mia esistenza posso infatti annoverare varie vincite di pregio, tra le quali un enorme orso e un intero prosciutto crudo.

 Si trattava, in quel tempo, di un settembre pre-riscaldamento globale, l'estate finiva più nature, vent'anni fa o giù di lì, perciò faceva un caldo umano e l'aria autunnale aveva già vinto sulla calura estiva.

 Quella volta vinsi un'assurda collana, con un gigantesco ciondolo tondo che, a posteriori, credo avesse disegnato sopra una mappa zodiacale, ma che, all'epoca, decretai fosse di certo un monile antico. 
 C'era infatti, al centro, una fintissima pietra blu cobalto attorniata da piccoli segni a me ignoti (lo zodiaco di cui sopra).


Per la cronaca, ho scoperto che esistevano anche
i romanzi di Indiana Jones
Non potevo credere a cotanta fortuna perché la sera, dulcis in fundo, davano in tv uno dei miei film preferiti, "Indiana Jones e l'ultima crociata", e io ero matematicamente certa che quel monile fosse degno dell'archeologo con la frusta.

 I film d'intrattenimento degli anni '80 avevano una quantità di inventiva persa negli sterili anni 2000, presi più dall'incasso e da un'infinita serie di sequel e prequel e di troppi troppi film sui supereroi.

  Ovvio che il cinema è commercio, esattamente come l'industria libraria, ma a furia di guardare solo il soldo e mai il rischio non calcolato, si finisce per replicare sempre gli stessi film, noiosi, patinatissimi, senza quel quid che rende pellicole surreali, su cui solo un pazzo scommetterebbe, leggenda.

 C'era poi una certa attenzione per i film per ragazzini, ad oggi completamente perduta.

 Prima avevi diritto a mistero e avventura, oggi a demenza e tecnologia a tutti i costi (ogni tanto c'è qualche perla, bellissimo se non lo avete visto "Un ponte su Terabithia", su cui fontanerete lacrime a oltrenza), come se i ragazzini non potessero comprendere storie che vadano oltre i videogiochi o i cellulari.

Ma voi dite, è tutto magico e tutto bello, ma questo non è un blog di cinema. Avete ragione.

 Tuttavia forse non tutti sanno che, molti a molti film che abbiamo amato negli anni '80 corrisponde un libro, talvolta scritto prima, talvolta scritto dopo.

 Volete sapere quali? Eccovi una full immersion!


I GOONIES di James Khan:

 Non so quante volte, da bambina, ho visto i "Goonies".

 Possedeva quel misto di avventura e paura che me lo rendeva irresistibile, attratta e respinta al tempo stesso dall'idea di rivedere la faccia mezza sciolta di Sloth, il pianoforte fatto di ossa e lo scheletro dei pirati.

 Senza contare che la madre della banda Fratelli mi terrorizzava (forse anche perché la collegavo a un altro film, molto strano, che era "Getta la mamma dal treno").

 Eppure, tutte le volte trepidavo col gruppo di ragazzini in cerca del misterioso tesoro del pirata Willy l'Orbo, nel tentativo di salvare il proprio sobborgo dall'avvento di un malvagio gruppo di palazzinari capitalisti.

 Da pochi giorni la Salani ha rieditato il libro che, nel lontano, 1985 ne fu tratto (devo dare una delusione a chi lo aveva chiesto su fb: no, non ha la mappa del tesoro allegata, sarebbe stato troppo bello, troppo gadget da libro cartaceo che ti vieni a comprare volentieri in libreria, si sa, tocca soffrì).

 L'autore, James Khan, lo trasse dal film e temo che presto gli donerò i miei nostalgici soldi per averne una copia.


LABYRINTH di A.C.H. Smith:

 Se c'è un particolare che salta subito all'occhio vedendo i film degli anni '80 è che non perdevano tempo in eccessivi preamboli.

  Adesso gli sceneggiatori, prima di entrare nel vivo della storia, ti spiegano la rava e la fava, anche quando la rava e la fava sono assolutamente superflue e finanche noiose.

 Nei "Goonies" o, in particolar modo, in "Labyrinth", la storia prende il via immediatamente.

 La protagonista, Sarah, è una ragazzina a cui piace inventare storie e giocare al parco ed è figlia di genitori divorziati.
  Il padre, con cui vive, si è risposato e ha avuto un bebè con una nuova donna.

 Una sera, padre e compagna decidono di uscire, ma invece di chiamare una baby sitter, pretendono che la ragazzina passi la serata a guardare il pupo che piange continuamente e, diciamoci la verità, farebbe perdere la pazienza anche a un santo.

 La ragazzina, tutto sommato, si comporta bene ed esprime solo l'improbabile desiderio che arrivi il re dei Goblin e si porti via il piangente fratello. Contro ogni previsione, il re dei goblin aka un fantastico David Bowie, appare e porta via il pargolo. L'unico modo per riavere il bambino è giungere entro 13 ore al castello del re, altrimenti il pupo diventerà uno gnomo.

 Nel raggiungere la reggia, Sarah incorrerà in una serie di personaggi assurdi, nemici, alleati, trabocchetti, indovinelli e prove di coraggio, sempre in puro stile "effetti speciali anni '80", tanta inventiva, digitale quasi inesistente, massima resa.

 Del film, un capolavoro del fantastico che rappresenta una sorta di rito di passaggio all'età adulta, della protagonista, esiste, a quanto pare, anche un libro di A.C.H. Smith.

 In Italia fu edito da Sonzogno nel 1986, ma sembra sia prevista una riedizione per Kappalab (sembra, non voglio creare aspettative). Speriamo bene, dalle recensioni trovate in giro, non sembra male.


LA PIRAMIDE DELLA PAURA di Arnold Alan:

Ogni volta che parlo di questo film con qualcuno, questo qualcuno puntualmente non ne ha memoria, eppure ricordo benissimo che veniva mandato regolarmente in tv e aveva  una fortissima dose horror (almeno per essere un film per ragazzi e volendo anche bambini) che lo rendeva, posso assicurare, indimenticabile.

  Si tratta infatti di un'avventura dalle tinte piuttosto fosche, di un giovane Sherlock Holmes e del suo grassoccio amico Watson.

 Sherlock e Watson sono giovanissimi studenti universitari e si trovano coinvolti in una serie di inspiegabili delitti che li condurranno a scoprire una piramide egizia nei sotterranei di Londra e una pericolosissima setta ad essa collegata.

 Scena che mi si è stampata a fuoco nella memoria con autentico terrore: le allucinazioni di Watson. Egli finisce infatti preda di una credenza il cui cibo prende vita (con tanto di occhi e braccia) saltandogli a forza in bocca (vi linko la scena così potete capire).

 Ho scoperto che ne era stato tratto un libro, "La piramide della paura" di Arnold Alan, in Italia edito da Longanesi. 
 Non essendo ormai ristampato da una trentina di anni è quasi introvabile, a parte qualche copia di fortuna su internet. Non so se qualcuno ha avuto la ventura di leggerlo.
Se non avete visto il film recuperatelo perché ne stravale la pena.




JUMANJI di Chris Van Allsburg:

Lo vedrete riapparire nel post che dedicherò ai giochi di società, ma era giusto che ci fosse anche qui.

 Il film è di metà anni '90 (peraltro, essendo io del 1984, tutti questi film li ho visti a cavallo tra gli anni '80 e '90), ma il racconto illustrato da cui è tratto è del 1981 e si comprende bene dall'atmosfera della storia.

 Riassumiamo per chi non lo ha visto (chi??). 

 I fratelli Judy e Peter, due orfani accolti in casa dalla zia, trovano in soffitta un curioso gioco da tavolo e iniziano una partita. 

 Scoprono però che il gioco prende vita e che rischiano di rimanerne inghiottiti, proprio come accadde a un loro zio, che all'epoca era stato dato per scomparso e invece era stato intrappolato nella realtà del gioco.

 Per liberarlo dovranno completare a tutti i costi la partita che all'epoca non riuscì a terminare.

 Il racconto illustrato da cui è tratto, ha illustrazioni abbastanza inquietanti, ed è stato edito in Italia solo nel 2013 da Logos (quindi si dovrebbe ancora trovare in giro).
 Ne fu tratto anche un romanzo post film by George Spelvin, edito nel lontano 1996 dalla Sperling.


LA STORIA INFINITA di Michael Ende:

 Non credo esista un bambino italiano di quegli anni che non abbia visto e rivisto questo film bellissimo sul regno di Fantasia minacciato dal nulla che tutto uccide e tutto inghiotte.

 Chi non ha sognato di farsi rinchiudere nella soffitta della scuola in compagnia di una mela e un tramezzino (che mi sembravano, all'epoca, gustosissimi), con un libro in grado di trasportarti in un'altra dimensione, a dar man forte al giovane Atreyu nella sua lotta disperata contro il nulla e Mork, un lupo cattivissimo, dai denti aguzzi che mi causò grande terrore.

 Scena traumatica magnum: il momento in cui il cavallo di Atreyu viene inghiottito dalla palude della tristezza.

 Nonostante il successo del film (e il fatto che oggettivamente il film sia rimasto nella memoria di una generazione intera), l'autore, il tedesco Michael Ende, lo detestò profondamente, disconoscendo l'opera al punto di far causa ai produttori cinematografici.

 L'autore ha sempre ragione, ma rimane il fatto che non esiste trentenne a non aver desiderato volare su Falkor o a non aver tremato, terrorizzato, davanti alle sfingi in distruzione.


I GREMLINS di Roald Dahl:

 Lo ammetto, devo recuperare il film dei Gremlins. Da bambina ne ero assolutamente terrorizzata, talmente tanto terrorizzata che persino i Furby, gli orridi peluche con le loro fattezze, mi terrorizzavano.

 Ho scoperto perciò solo l'anno scorso, leggendo la bella biografia di Roald Dahl ("Roald Dahl, il cantastorie" ed. Odoya) che l'esistenza dei Gremlins si deve a lui.

 Erano i protagonisti del suo primo romanzo e portavano il segno degli anni in cui Roald Dahl li concepì: quelli della seconda guerra mondiale.

 La storia originale racconta di questi piccoli esseri dispettosi che iniziano a sabotare gli aerei della Raf, l'aviazione britannica.
  Un vero problema, visto che gli aerei devono essere al loro meglio per sconfiggere i nazisti, ma come spiegare il particolare a queste dispettose creature?

 Walt Disney amò la storia al punto da volerne fare un film, per cui Dahl scrisse anche una sceneggiatura, mai realizzato.

 Bisognò aspettare il 1984 e un film che del libro di Dahl mantiene solo l'idea delle dispettose creature prolificissime e pericolosissime se non si rispettano le tre famose regole:

1) Mai esporre un Gremlin alla luce
2) Non bagnarli per evitare che si moltiplichino
3) Non dar loro da mangiare dopo mezzanotte (regola che vale solo per i Mogwai, la versione diciamo base dei Gremlins).


"E.T." di William Kotzwinkle e Melissa Mathison:

 Ammetto che questo film non è tra i miei favoriti. 
 Visto più volte da piccola, mi inquietava e non capivo come un ragazzino potesse nascondere un alieno in camera senza che nessuno se ne accorgesse fingendo solo di avere la febbre (tuttavia penso che chiunque abbia tentato di fingere febbre imitando il suo sistema).

 Immagino dipenda dal fatto che, nonostante la magnificenza della storia, non ho mai provato eccessivo entusiasmo per gli alieni che giudicavo assolutamente creature inventate (da bambina ero curiosamente molto meno possibilista di adesso sull'esistenza di altre creature nell'universo).

 La storia di Elliott e dell'incontro con un tenero alieno lasciato per sbaglio sulla terra dalla sua astronave madre, col quale stabilisce una connessione psichica, ha vari punti in comune con "Chocky" di Wyndham (che vi consiglio di leggere).

 Nella storia di Wyndham il ragazzino in questione stabilisce una casuale connessione psichica con un alieno immateriale che gli trasmette il suo sapere, confondendo i genitori, indecisi se credere al figlio o ritenerlo schizofrenico.

 La storia, come quella di "E.T.", nonostante le premesse horror ha dei risvolti molto dolci e teneri e anche una sorta di lieto fine.
 Il film, nonostante le analogie (che almeno io ho notato) con l'opera di Wyndham, è tratto da un'idea originale di Spielberg e ne è stato successivamente tratto un romanzo, rieditato in Italia nel 2002.


LA STORIA FANTASTICA o LA PRINCIPESSA SPOSA di William Goldman:

Titolo italiano dell'originale "La principessa sposa", devo dire che è un caso (lapidatemi pure se volete) in cui il film e il libro si equivalgono.
 Bellissimo il film, con attori scelti bene e i soliti mostriciattoli fatti a mano in momenti di penuria di effetti speciali credibili (io li preferivo).

 La storia è raccontata con un linguaggio molto semplice, una sorta di fiaba codificata a monte con tutte le regole di Propp.

 La bella Buttercup (nel film Bottondoro) e Westley, due giovani del popolo, si amano felici, ma Westley, nel tentativo di cercar fortuna, parte per mare e scompare, rapito da alcuni pirati.

 Buttercup è sconvolta e, come se non bastasse, finisce per essere la prescelta per sposare l'erede al trono, che deve trovar moglie in fretta a causa della prossima morte del padre.

 Buttercup non è entusiasta, ma è costretta ad accettare. Accade però che un giorno venga rapita da tre uomini misteriosi: uno spadaccino di nome Inigo Montoya, un siciliano di nome Vizzini e un gigante turco di nome Fezzik.
 Da lì si snoda una storia in cui non manca nessun elemento delle fiabe classiche: cattivi a profusioni, magia, alleati incredibili e il ritorno dell'eroe.

 Se non avete visto il film, vedetelo. Se non avete letto il libro, recuperatelo! E' uno dei pochi in commercio, in una riedizione della Marcos y Marcos che gli ha restituito il suo titolo originale.

 E voi? Avete qualche altro film nel cuore? Qualcuno ha letto i libri tratti da queste somme opere? Testimoniate!!!

venerdì 9 dicembre 2016

Come recuperare lo spirito natalizio in poche rapide pagine. 6 Suggerimenti per ritornare ai natali della nostra infanzia tra Baum, Serao, Dumas e Guareschi.

 Natale si avvicina, come avevo previsto sto facendo molta fatica a sciorinare i miei suggerimenti prima che arrivi, inesorabile, il 25, eppur mi impegno.

 Oggi contribuirò alla causa con un post estremamente natalizio: suggerirò racconti e novelle di grandi autori del passato con ambientazione natalizia.

 Io non sono il tipo che addobba casa (ho più addobbi di Halloween che di Natale) e mette Michael Bublè a tutte le ore mentre cucina biscotti allo zenzero e, ammetto che, di anno, in anno, faccio sempre una sempre più estrema fatica per sentire anche quel minimo di spirito natalizio.

 Eppure questo è stato un anno molto complicato per questo mondo che appare sempre più arrabbiato e sembra disposto a sacrificare le fatiche del passato per un egoismo devastante e un odio verso chiunque ci viene comodo ritenere responsabili di questo caos che monta monta monta come se avessimo già dimenticato a cosa ci ha portati.

 Perciò penso che ovviamente lo spirito natalizio non risolverà niente e di certo molti lo trovano anche senza senso in un periodo in cui, come già insegnava Marcovaldo, è più consumismo che altro, ma un racconto in più di Natale da regalare non fa mai male.

 Semina qua, semina là, magari qualche miglioramento c'è e l'odio arretra, almeno un poco.

 Bene, dopo questo discorso pieno di buoni sentimenti, degno di un pessimo film di Natale e non certo di questo blog, vi lascio coi miei consigli di semina natalizia.

 Buona lettura!


LA VOLPE ALLA MANGIATOIA di Pamela Lyndon Travers ed. Sellerio:

 L'autrice di Mary Poppins, ebbe un'infanzia discretamente infelice.

Rimasta orfana di padre da bambina, con una madre in balia di frequenti crisi depressive, per sollevare il morale dei suoi fratelli iniziò a inventare e poi scrivere racconti.

 "La volpe alla mangiatoia" è uno di questi, una favola di Natale in cui l'autrice sembra curiosamente due personaggi: la parente più grande che racconta la storia e uno dei bambini a cui viene raccontata.

 Tre pargoli, in una Londra appena uscita dalla guerra e ancora pesantemente ferita dai bombardamenti, portano i loro giocattoli in Chiesa per i bambini poveri, ma non è che siano proprio al top della felicità.

 Partendo dalla domanda di uno di loro, "Perché nel presepe non ci sono animali selvatici?" la parente più grande che li ha accompagnati in Chiesa e poi alla raccolta, per placare le tre pesti inventa per loro la storia della volpe che voleva entrare nella grotta, ma le veniva impedito dagli altri animali che la consideravano cattiva e pericolosa.

 Eppure anche la volpe, come tutti gli esseri viventi su questa terra, dai migliori ai peggiori, può avere, in fondo, qualcosa di importantissimo da donare.

 E non sta a nessuno stabilire presuntuosamente la grandezza del dono perché è il dono stesso una forma di grandezza.

 La traduzione è un po' vintage, ma a Natale anche la lingua vetusta finisce per avere un suo perché.


RICORDI DI NATALE di Matilde Serao e Giulio Laurenti ed. Graphe.it:

Molte giornaliste e intellettuali di fine '800, inizio '900 sono rimaste incredibilmente affascinate da un medio oriente purtroppo in larga parte ormai scomparso. 

Matilde Serao, che compì un viaggio in Palestina nel 1893, fu tra queste.

 Nel 1899 diede alle stampe i ricordi di questo suo viaggio e il libricino delle edizioni Graphe.it ne ha selezionato uno in particolare, quello legato alla città di Betlemme. La Serao caricò di particolare misticismo la città in cui nacque Gesù e riporta con attenzione le fisionomie degli abitanti e descrive i brulli colli attorno.

 Il racconto abbinato (la collana abbina un pezzo classico ad un moderno) ha un tratto in comune col succitato racconto di Pamela Travers: un insegnante di sax ricorda di quando, bambino, sistemava nel presepe familiare, la statuina di un grosso orango che a scuola gli era stato impedito di usare perché, no, gli oranghi in Palestina non esistevano.

 I tipici dispetti tra cugini (che tutti abbiamo dovuto subire in qualche misura) causano la sparizione dell'orango, ma contribuiscono a creare quella mole di ricordi che, anni dopo, ci accorgiamo essere il vero succo dei natali della nostra infanzia.


NATALE SUL MARE di Joseph Conrad ed. Elliot:

 Non un vero racconto quanto un insieme di ricordi raccogliticci, malinconici, spesso cinici eppure potentissimi.

 In poche pagine un Conrad ormai anziano rievoca i veri Natali da lupo di mare, quando, col vento in poppa e il rischio di scontrarsi con qualche altra imbarcazione, gli auguri e i dolci natalizi sembravano robetta da misero abitante della terraferma, esemplare umano spesso ipocrita e infelice senza saperlo.

 Come giustificare altrimenti la disperata speranza di felicità che una così larga fetta di umanità riversa nel giorno di Natale? 

 Doni che dovrebbero essere sorprese durante l'anno, scambiate con frenesia e dopo ansiolitiche code, in un giorno preciso a cui ci si aggrappa per dare un senso a tutto.

  Chi passa il Natale in mezzo al mare (e non su stupide navi passeggeri, ma su navi che per mesi non incrociano anima viva e sopravvivono tra mille intemperie) il senso della vita ce l'ha sempre ben presente, la vita non la insegue con affanno sperando di trovarla in mille stupidaggini, ma la vive.

 E sa anche riconoscere un vero Natale quando lo incrocia, anche se ha la forma di un barile pieno di vecchie riviste, lanciato in mezzo al mare verso una baleniera che batte bandiera americana.


VITA E AVVENTURE DI BABBO NATALE di L. Frank Baum ed. Mattioli 1885:

 Io ho sempre creduto alla Befana, mai a Babbo Natale che i miei genitori, come scrivo spesso, mi hanno sempre presentato come un'invenzione della Coca Cola e dell'America capitalista.

 Inoltre i pietosi film americani sempre più irriverenti sulla figura di questo pasciuto anziano in realtà quasi sempre impersonato da povera gente generalmente dedita all'alcol che guadagna quelle due lire almeno per capodanno (o da uomini sboccati che ovviamente a tutto credono tranne che al Natale) mi hanno ulteriormente maldisposto. 

 Per me Babbo Natale è tutto tranne che magia.

 Tuttavia penso che in questo mondo sempre meno magico e sempre più materiale e materialistico, reintrodurre un po' di sano stupore e di splendore leggendario, male non faccia.

 I bambini non hanno bisogno di bugie, ma di un certo magico mistero sì e penso seriamente non faccia male neanche agli adulti per distendere i nervi e godersi un momento dell'anno che oltre a svuotare il portafogli dovrebbe riempire l'animo.

 Proprio per questo straconsiglio il libro di L. Frank Baum, l'autore de "Il mago di Oz", "Vita e avventure di Babbo Natale" che racconta della ninfa dei boschi che adottò un bambino piccino e abbandonato nei boschi e lo rese il panciuto signore che rende felici i bambini,

  "Perché i bambini innocenti hanno diritto ad essere felici finché non saranno abbastanza cresciuti da sostenere le prove cui l'espone l'umana condizione".

  Un libro piccolo che potrebbe ricordare in un Natale in cui immagini di guerra rimbalzano sui nostri schermi, che tutti abbiamo dei doveri verso chi è più piccolo e indifeso e non riesce a sostenere ancora le forze immense della vita e della storia.


LO SCHIACCHIANOCI di E.T.A. Hoffmann e Alexandre Dumas:

 Dovete sapere che alle medie recitai la parte della perfida fata confetto dello Schiaccianoci nella recita scolastica.

 Con un orrendo fiocco azzurro tra i capelli, consegnavo un raro esemplare di ragazzino poco più basso di me che calzava i panni dello schiaccianoci, a un esercito di topi malvagi.

 Credevo fosse solo un balletto di Cajkovskij dal quale la mia professoressa di musica sembrava essere particolarmente ossessionata, scoprii solo dopo che era un racconto di E.T.A. Hoffmann, autore tedesco di racconti con una fissa particolare per i congegni meccanici che aveva titolo "Lo "Schiaccianoci e il re dei topi".

 Fu una fiaba così celebre che ispirò persino una sorta di remake da parte di Alexandre Dumas padre, "Lo schiaccianoci".

 La storia è quella della piccola Maria alla quale il padrino dona una serie di giocattoli meccanici tra cui uno schiaccianoci a forma di soldatino.
  La notte, Maria sogna di precipitare nel mondo del piccolo schiaccianoci dove lo aiuterà a sconfiggere un temibile topo a sette teste.

 Anni dopo un giovane particolarmente bravo a rompere noci con i denti la impalmerà.

 Esiste una bella edizione della Donzelli con entrambe le fiabe illustrate, altrimenti Interlinea ha pubblicato in un piccolo grazioso libro, la fiaba singola di Dumas.


FAVOLA DI NATALE di Giovannino Guareschi ed. Bur:

 Non è un libro è una fonte di lacrime assicurata, sia per la storia che per la sua genesi.

Giovannino Guareschi, infatti, durante la seconda guerra mondiale, venne richiamato al fronte come "punizione" per aver insultato a gran voce per le strade il duce e la sua guerra che avevano spedito il fratello dello scrittore in Russia dove si credeva disperso. 

 Durante l'armistizio, assieme ad altri militari italiani, Guareschi venne catturato dai tedeschi e spedito di campo di concentramento in campo di concentramento, in uno di questi, Sandbostel, scrisse una fiaba natalizia per allietare l'animo dei compagni di prigionia.

 La storia, che venne non solo letta, ma anche musicata da Arturo Coppola, racconta la storia di Albertino che vorrebbe rivedere il papà rinchiuso in un lager.

 Tenta di mandargli una poesia sotto forma di un uccellino, ma il volatile poetico non riesce a oltrepassare la frontiera.

 Il bambino però non si dà per vinto e parte per raggiungere il padre assieme al cane e alla nonna. 
 Un angelo, prima di essere abbattuto in volo, li porta fino al bosco in cui si congiungono i due paesi in cui è diviso il mondo: quello della guerra e quello della pace e sarà proprio lì che Albertino ritroverà suo padre, fuggito dal campo per raggiungerlo.

 Sarà la felicità di una sola notte con un panettone autarchico accanto al fuoco, ma quando l'oscurità avvolge tutto, anche una piccola e flebile luce può fare una luce immensa.

Vi è venuta voglia di Natale? O almeno di leggere cose natalizie? A me, mentre preparavo il post, molto (e ammetto, ho anche voglia di biscotti allo zenzero).


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