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sabato 26 giugno 2021

Il Soul Food di casa mia! Un fumetto a base di zuppa gallurese, capitoni, beveroni, fegato, olio, cannelloni e struffoli.

 Io e Dolcemetà ormai un paio di mesi fa (quanto passa il tempoooooooooo), ci eravamo appassionate a "Chef's table", una serie Netflix in cui famosi chef mondiali raccontavano come fosse nata la loro passione per la cucina e le idee per i loro piatti.

 Praticamente tutti quanti andavano a pescare dal soul food della loro infanzia e allora era nata in me l'idea di un fumetto sul soul food di casa mia

Un po' io sono andata a rilento, un po' mi veniva voglia di aggiungere sempre nuove cose e ricordi, alla fine sono riuscita a finirlo (anche se vedo, prevedo, stravedo una seconda parte) solo adesso.

 Ecco che ve lo porgo! Il Soul food di casa mia todo per voi!

















domenica 20 dicembre 2020

I consigli regalo per i libri del Natale 2020! Parte II! Neve, amori proibiti, libri censurati, Maradona, capelli rossi, Groenlandia, Francia e Napoli.

 Ed ecco, come vuole tradizione, la mia seconda tranche di consigli natalizi quasi in extremis (almeno quest'anno ho la scusa del trasferimento però).

 Quest'anno, molto più degli scorsi anni, ho regalato praticamente solo libri e fatto qualche altro dono ad hoc equo e solidale e quest'anno, più degli altri anni, mi viene da fare la persona inopportuna e insistere perché sia questo l'andazzo generale.

  I tempi sono oscuri, ma possiamo renderli migliori anche con una mirata resistenza economica e un consumo critico.

 Quindi prima di passare ai bei consigli, termino il mio pippone invitandovi a comprare i libri (in sicurezza) nelle librerie fisiche e, se questo non fosse possibile, a usare Bookdealer o Libri da Asporto (NO, non mi pakano per dirvelo!?!).

Poi, ovviamente, vale sempre che ognuno fa quel che vuole, ma insomma Bezos ha sicuramente meno bisogno dei vostri soldi delle librerie fisice, indie o di catena.

 E ora, buoni consigli a voi!


"AUTOBIOGRAFIA DELLA NEVE" di Daniele Zovi ed. Utet:


 Col bianco tuo candor, neve, sai dar la gioia ad ogni cuor.

 Bambin* di tutta Italia cantano da decenni questa canzone ostentando sicurezza anche se magari vedono la neve una volta ogni 5 anni o, peggio, non la vedono praticamente mai.

 Eppure i sogni natalizi sono colmi di valli innevate, abeti carichi di ghiaccio, laghetti sui quali pattinari e pupazzi di neve. 

 Ora, probabilmente prima del riscaldamento climatico, era un fenomeno atmosferico più frequento, ma adesso la neve ha i mitici contorni di qualcosa di ormai scomparso, dei bei tempi che furono, il sogno lontano di un’epoca migliore. 

 Un po’ tutte le caratteristiche che ha l’infanzia agli occhi degli adulti.

 Un bel regalo per questo Natale può essere questa “Autobiografia delle neve” di Daniele Zovi, ex forestale con la passione (direi non insolita per un forestale) per gli alberi e la boschività. 

Un racconto personale da seguire come orme sulla neve, di ricordo in montagna, di aneddoto in dato scientifico.

 Molto molto natalizio.


"LOVING" a cura di H. Nini, N. Treadwell, Paolo Maria Noseda e Francesca Alfano Miglietti, 5 Continents Edition:


 
Come si può non consigliare questo tenero, fantastico volume fotografico frutto del ventennale lavoro di due coniugi texani
che per caso trovarono la vecchia foto in bianco e nero di due uomini innamorati. 

 Se si pensa non tanto all’iconografia gay, ma quanto all’immagine di coppie di uomini e donne innamorat*, ci si rende conto che salgono alla memoria solo immagini moderne. 

 E’ vero che l’affetto omosessuale si mostra (e ancora tra mille difficoltà e pregiudizi, chiedetevi quante coppie gay vedete non dico baciarsi, ma tenersi per mano in pubblico) pubblicamente solo da pochi anni, ma in effetti, è davvero possibile che nessuna coppia gay abbia pensato a farsi una foto insieme prima del 1980?

 Improbabile. E questo libro lo dimostra raccogliendo foto di coppie omosessuali scattate tra il 1850 e il 1950. 

 Un libro tenero, appassionato e direi involontariamente militante perché tra i più grandi limiti ancora vigenti per una coppia omosessuale, uno dei più frustranti è di certo il non potersi dare un bacio, una breve carezza in pubblico, camminare sotto braccio o prendersi per mano.

 Tutti gesti che per una coppia eterosessuale sono scontati e vissuti dagli altri con tenerezza e dolcezza, quasi partecipazione, ma che diventano quasi pericolosi quando a compierli è una coppia gay. 

 Più affetto in questo mondo, miei cari, e regalate “Loving” a destra e a manca.

 

"LA BIBBIA AL ROGO" di Gigliola Fragnito ed. Il Mulino:


Una cosa di cui mi capacito sempre molto poco è la mancanza di comparazione tra l’epoca dell’invenzione della stampa e l’avvento di internet. 

I turbamenti, le problematiche, le fake news, il concetto di autorità, le interpretazioni personali, i complotti, presentano davvero un grande di affinità rilevante e del resto la matrice è comune: un cambiamento epocale della modalità di trasmissione dell’informazione.

 Questo saggio di Gigliola Fragnito può forse aiutare a capire il concetto partendo dalla domanda: perché la religione cattolica proibisce, al contrario del mondo protestane, la lettura personale delle sacre scritture? Quale scissione si creò realmente durante il periodo della riforma e della controriforma e che ruolo ebbe la stampa in questo senso?

 Per chi vuole capire i problemi attuali, partendo dal passato.

 

THERESE E ISABELLE di Violette Leduc, ed. Neri Pozza.:


Tra i classici che potete regalare al classico lettore che non legge libri il cui autore non sia morto da un numero accettabile di anni (è una fissa di un personaggio di "Norwegian wood" di Murakami, ma ho poi conosciuto persone che ragionano DAVVERO così), ecco la chicca: "Therese e Isabelle".

 Libro prima respinto, poi pubblicato censuratissimo in quel degli anni ’60 in francia da Violette Leduc, amica di Simone de Beauvoir, vede finalmente, all’alba del 2020, la sua pubblicazione estesa.

 Quale immane scandalo racconta? La storia, altamente erotica (ma incredibilmente poetica) tra due ragazze adolescenti all’interno di un collegio.

 Direi che era anche ora che qualcuno lo desse alle stampe. 

 

"LEGGENDE GROENLANDESI" Iperborea ed.:


Capita sempre di dover fare un fatale regalo a qualcuno che "non si conosce bene"

 Dico subito che se vi orientate a donare libri almeno dovreste avere la certezza che sia un lettore (o conoscere una sua passione x che vi orienti su un libro specifico). Se avete appurato questo piccolo particolare, visto che scegliere un libro non è mai semplice, vi consiglio una delle raccolte di leggende o fiabe nordiche della Iperborea.

 Le fiabe non rispondono alle regole standard della letteratura: parlano di fantasia e non di stile e, appunto, se non conoscete bene l'interlocutore, rimane la scelta migliore.

 Quest'anno sono tra noi le leggende groenlandesi. Della Groenlandia si sa poco e niente, indicativamente che ci abitano gli inuit e che ci sono gli igloo, forse qualcuno sa che sono un protettorato danese, ma poi il niente.

 Queste leggende restituiscono un immaginario per noi incredibile e meraviglioso, selvaggio e inusuale, lontantissimo eppure in qualche modo intuito.

 Farete un'ottima e raffinata figura e potrete sempre farvelo poi prestare (così magari avrete anche una scusa per conoscere meglio l'altra persona, insomma, il Covid prima o poi finirà).


"BREVE STORIA DEI CAPELLI ROSSI" di Giorgio Podestà, Graphe edizioni:

Questo piccolo, grazioso saggio, è il regalo del Natale per tutti i rossi che conoscete. 

 Io sono provvista di madre e gemella di madre rosso peldicarota e ho letto con gusto questo grazioso libercolo pieno di aneddoti su questa variabile genetica che molte gatte ha dato da pelare ai suoi possessori nel corso della storia.

 Simbolo di bellezza, ma anche di stregoneria e di supposta malvagità (quante lacrime sono state versate dai liceali sul povero rosso malpelo, condannato a morire in miniera solo per aver osato nascere rosso in Sicilia).

 Un’idea originale che risolverà tutti i vostri contatti color tiziano.

 

"NAPOLI" a cura di LAN, Benoit Jallon e Umberto Napolitano, ed. Quodlibet e "Maradona. 101 pillole di saggezza", Alcatraz edizioni:

 Per ragioni anagrafiche non posso esimermi, come ogni anno, dai consigli mirati su Napoli.


  Anni di parenti partenopei mi hanno insegnato che non bisogna farsi trovare impreparati sul tema e così ho due consigli: uno più intellettuale e uno nazionalpopolare.

 Per l’intellettuale non si può non consigliare “Napoli. Super modern” che racconta Napoli attraverso la sua architettura a cavallo tra gli anni ’30 e gli anni ’60.

 Lo inserirei a titolo nel classico “Mi consiglia un BEL regalo?” che ci veniva chiesto in libreria a totale caso per far bella figura con qualcuno. Farete una bella figura e sarete anche originali (e con questa chiusa, posso candidarmi a scrivere articoli per “Vanity Fair”).

Il consiglio nazionalpopolare, invece, non può non coinvolgere Maradona.

 Avendo un padre napoletano so di riflesso cosa questo sportivo abbia significato per Napoli. 

 Come ho scritto su fb, mi ricordo benissimo mio padre che nel 1990, carica me, mia madre e mia sorella in macchina per strombazzare in giro per lo scudetto del Napoli. Solo che eravamo a Bracciano (Roma) ed eravamo gli unici. Ma la gioia era tale che valeva un momento da film alla Kusturiza.


Se permane un livello di adorazione che sfora nella venerazione non dipende certo solo dal calcio, ma da quello che Maradona ha saputo dare,
in senso lato, ai napoletani: un riscatto. 

 Una città povera, bistrattata dal ricco nord (che sta uscendo solo in questi anni da quel certo razzismo verso il meridione), posta in condizione di minorità e persa tra mille difficoltà, ha avuto il regalo di essere prima, di trionfare quando non avrebbe mai pensato. 

 Maradona ha letteralmente regalato un sogno e se non merita venerazione questo, non so cosa possa farlo.

 Si potrebbero consigliare millemila libri sul Pibe de Oro, ma ho scelto le 101 pillole di saggezza edite da Alcatraz edizioni perché è secondo me il libro più adatto a tanti tifosi, magari poco avvezzi alla lettura e che però vogliono conservare alcune parole del loro idolo. 101 aforismi che svelano l’affinità incredibile che lo legava a Napoli.

 E voi che libri regalerete a Natale?

mercoledì 23 settembre 2020

Una storia d'amicizia o una battaglia per cambiare classe sociale? Una recensione della tetralogia de "L'amica geniale" di Elena Ferrante

 Ci ho messo anni a decidermi a leggere la tetralogia de "L'Amica geniale". Avevo letto un paio di libri della Ferrante e, a esser buoni, li avevo trovati fastidiosi, quindi mi riusciva difficile pensare che di colpo potesse aver scritto qualcosa di nettamente superiore.

Foto presa da Repubblica Napoli
 Poi, complice la vacanza sulla costiera sorrentina, mi sono fatta coraggio ed effettivamente, come moltissimi, ho letteralmente divorato i 4 libri in, credo, meno di una settimana.

 Prima di scrivere questa recensione, ne ho spulciate un po’ delle millemila già presenti su giornali e web, e ho notato che tutte tendono a concentrarsi sul rapporto tra Lila e Lenù.


 Ovviamente, dirà chi lo ha letto, su cosa ci dobbiamo concentrare visto che questa amicizia che dura mezzo secolo è, fondamentalmente, l’ossatura stessa della storia?

 In realtà, forse per una certa affinità di ansie e inquietudini personali con la narratrice, Elena Greco, detta Lenù, a me è sembrata molto rivelatrice una frase che lei stessa, con un certo sconcerto, si ritrova a pensare, rimuginando ormai in là con gli anni su un raccontino scritto da Lila alle elementari come di una quasi opera letteraria perduta, a metà del quarto libro: "Se il genio che Lila aveva espresso da bambina con la Fata blu, turbando la maestra Oliviero adesso, in vecchiaia, sta manifestando tutta la sua potenza? [...] L’intera mia vita si sarebbe ridotta soltanto a una battaglia meschina per cambiare classe sociale".

In effetti ci sono due cose che voglio assolutamente dire in questa recensione.

La prima è che sì. Io credo che la vita di Lenù e la tetralogia siano fondamentalmente il racconto di un titanico sforzo di una ragazza straordinariamente intelligente per cambiare ceto sociale.

Nata in una famiglia povera, ma non poverissima come quella della sua amica Lila, con padre usciere del comune, madre casalinga, due fratelli e una sorella (alla quale viene cercato di dare un vago ruolo nell’ultimo libro), Lenù studia con incredibile cocciutaggine. 

 Studia, mossa da un sentimento non ben definito che ha confusamente a che fare con la sua amicizia con Lila, figlia dello scarparo del loro poverissimo rione, bambina brillantissima, dal carattere tanto forte, quanto despotico.

L’amica geniale” è un titolo volutamente ambiguo perché se in prima battuta il lettore tende a credere che si tratti di Lila, bravissima a scuola, pronta d’ingegno, con grande e originale inventiva, nel corso del libro diventa evidente che sono entrambe e vicendevolmente le loro amiche geniali.

E non è poco, è tutto.

Se Lenù riesce nel suo percorso tenace nella vita, se non si arrende al liceo, all’università, al suo costante sentirsi fuori posto, è perché Lila rappresenta sempre e comunque un margine di confronto, uno specchio che conferma la sua esistenza in un mondo senza punti cardinali. 

 E lo stesso avviene per Lila. Se sempre, anche quando le viene imposto di lasciare la scuola, quando si trova costretta a sposarsi adolescente per sfuggire alle attenzioni di un camorrista, quando lavora in una fabbrica di insaccati in condizioni di schiavitù, se non si arrende mai è perché ha una sorta di punto fisso in Lenù.

Se Lila e Lenù sanno di esistere nello stesso istante, allora il gioco della vita, per entrambe, funziona. E infatti la storia inizia quando Lila decide scientemente di sparire e Lenù deve ricordare nei minimi particolari tutta la loro storia insieme, da principio, perché sente di avere ancora lo specchio nel quale rivedersi in caso di bisogno.

E’ una storia feroce di enorme amicizia, ma ha anche molto a che fare con la rappresentatività. In molti trovano estremamente tediose e anche capziose le polemiche sulla rappresentatività delle minoranze o anche delle donne nei film o nei media. Ma la rappresentatività costituisce un immaginario saldo a cui aggrapparsi: se ti vedi, esisti.

 Lila e Lenù si incontrano, si riconoscono e questo dà loro modo di costruirsi una vita fuori dai canoni ideali del rione. Tutte le loro coetanee e amiche d’infanzia, si sposano e mettono su famiglia molto giovani, alcune lavorano se c’è necessità, ma nessuna esce dal seminato che è stato loro accuratamente preparato. Come anche gli uomini.

 Sono le uniche a distinguersi e a combattere con tutte le loro forze (perché servono, costantemente, un’incredibile quantità di forze per non lasciarsi schiacciare dal sistema) ed è la loro ostinata amicizia, il loro confronto bellicoso e ineluttabile che rende possibile la loro ribellione.

 Hanno però due obiettivi diversi. L’obiettivo di Lila è cambiare le cose in un rione sempre più in mano alla camorra, dove lo stato non esiste (e se esiste non ha una forma che risulti comprensibile né efficace in un mondo che risponde ad altre leggi e dinamiche), e per raggiungerlo sa che l’unica possibilità è salvarsi ad ogni costo.

 Si salva da un camorrista sposando in fretta e furia un marito che detesta sin dal primo momento. Si salva dal marito scappando in un altro quartiere e finendo a fare l’operaia. Si salva dall’essere un desiderio sessuale desiderando ardentemente e contro ogni logica un’altra, sbagliatissima, persona. Si salva da un presente di miseria studiando una materia complicatissima, che non conosce nessuno.

Si salva, si salva e scappa. E se alla fine sembra che le rimanga poco tra le mani rispetto alla gigantesca fatica che l’ha perseguitata per un’intera esistenza, dovremmo pensare a quale sarebbe stato il suo destino se si fosse arresa in uno qualsiasi di questi momenti.

Salvarsi è assolutamente imperativo, anche quando il premio finale è in proporzione misero e ingiusto.

L’obiettivo di Lenù è invece lo stesso obiettivo di Nino Sarratore, l’oggetto dell’amoroso contendere tra le due ragazze, il gattomorto forse meglio descritto al maschile da parecchi decenni a questa parte. Entrambi mirano ad elevarsi socialmente. La differenza è che la prima non ne ha una vera coscienza, il secondo persegue il suo obiettivo con studiata ferocia.

Che Nino Sarratore sia detestatissimo l’ho letto ovunque (ho visto anche magliette contro di lui), eppure, diciamoci il vero, nessun uomo, forse esclusi il povero Franco Mari ed Enzo, fa un’ottima figura all’interno della storia. Gli uomini del rione sono prigionieri come le donne di un sistema patriarcale fondato sulla mascolinità tossica: devono primeggiare, devono picchiare, devono sottomettere, devono dimostrare.

I padri di Lenù e Lila sono quasi pupazzi sullo sfondo. I mariti di entrambe le ragazze non sono alla loro altezza e si comportano, seppure con le dovute differenze di status e cultura, allo stesso modo: si attendono una moglie che li riverisca e riversi ogni energia nell’accudimento dei figli e del focolare domestico.

Gli unici personaggi maschili che non cercano di soffocare le intelligenze delle due ragazze sono: Michele Solara, il camorrista (quando sei all’apice della catena alimentare puoi permetterti di infrangere le regole perché nessuno può dubitare della tua integrità) e Nino Sarratore che, nonostante dissemini, soprattutto in gioventù, episodi in cui reagisce in modo infantile alla superiorità di Lila e Lenù, in età adulta, tutto sommato sarà lo sprone che porterà Lenù a scrivere ancora, a liberarsi di un marito lamentoso, a credere in un futuro da scrittrice.

Ovviamente lo fa in base ad un suo calcolo personale. Tanto Lenù si affida alla corrente e riesce nella sua ascesa sociale grazie al suo talento letterario, tanto Sarratore (che non ha il jolly del talento) si prodiga in ogni modo per raggiungere il suo obiettivo.

E’ non solo un trasformista della politica, ma anche della vita. Tiene il piede in mille correnti diverse, in mille relazioni diverse, tra mogli, amanti, compagne, figli disseminati qui e lì con una certa assoluta scienza. Solo Lila, osserverà Lenù molti anni dopo, è sfuggita a questa sua ossessiva persecuzione della sua irresistibile ascesa.

Perché Sarratore ha accettato una relazione che poteva compromettere la sua ascesa?, si chiede, rodendosi, Lenù, che lo ama sin dall’infanzia. E teme sia accaduto perché, al contrario di tutte le altre donne con le quali si rapportava in relazione a ciò che loro potevano dargli, Nino era sinceramente innamorato di Lila.

Visto il personaggio in prospettiva, è difficile vederci un sentimento sincero. Sembra invece una sbandata giovanile, di quelle che prendono insensatamente e che, a posteriori, vanno ridimensionate e dimenticate.

Tuttavia è facile giudicare Sarratore con gli occhi di Lenù. 


Se Lenù non avesse potuto fare affidamento su un talento e un buon matrimonio, cosa sarebbe stato di lei? Sarebbe diventata forse un’insegnante di liceo e i suoi sogni di una vita migliore, più stimolante e indipendente, cosa sarebbero diventati?

Ciò che Sarratore persegue con feroce calcolo, a Lenù arriva quasi per grazia ricevuta. Lo dirà lei stessa nel libro di aver sempre avuto una grande fortuna. Di certo nessuna fortuna sarebbe venuta a visitarla se non avesse studiato con ostinazione e non avesse lottato, anche da adulta, per essere una donna libera, ma resta il fatto che la massima di Moll Flanders rimane, come sempre, attualissima.

La dignità ce l’ha chi può permettersela”.

C’è un secondo elemento che rende Sarratore e Lenù distanti nel loro atteggiamento. Quando si entra all’interno di un altro ceto sociale, l’attrito è fortissimo.

In Lenù assume la sensazione di una costante inferiorità, un mondo nel quale non è mai abbastanza raffinata o intelligente. Durante l’università, la Normale di Pisa, viene presa in giro per il suo aspetto e il suo accento, sospettata di furto, ha pace solo quando qualcuno “garantisce” per lei, come i suoi due fidanzati, entrambi benestanti e conosciuti. Perché il bel mondo l’accetti ha bisogno di qualcuno che validi e in qualche modo giustifichi la sua intrusione.

Lenù lo sa e si chiude a riccio, cerca di adattarsi, di rubare il modo di stare al mondo, ma è un esercizio che risulta difficilissimo a chi lo pratica senza esservi nato.

Qualche mese fa lessi un articolo bellissimo, “Il lavoro culturale ha bisogno di una lotta (creativa) di classe”, in cui l’autore descriveva benissimo quello che sente Lenù e che, devo dire, sento anche io.  Racconta come il lavoro culturale in Italia sia mediamente appannaggio delle classi sociali superiori, un gruppo ristretto di persone provvisto dello stesso milieu, qualcosa che hi giunge dall’esterno, pur con grosse dosi di recitazione ed immedesimazione (le stesse che, a vagonate, usa Nino Sarratore), non può assolutamente replicare.

 Gli outsider, come in tutti gli ambienti progressisti, vengono accettati, ovvio, ma raramente vengono davvero assorbiti. Serve un qualcosa di straordinario come un talento geniale, una carriera sfolgorante, un qualcuno di geniale e sfolgorante che attraverso matrimonio o amicizia “garantisca” per te.

 E questa sensazione che Lenù ha sin dalle scuole medie, che si sviluppa già al liceo classico, con la professoressa Galiani decisa a vendicarsi della poveraccia che crede abbia rubato il fidanzato alla sua figliola cresciuta con ogni cura, esplode all’università e soprattutto nell’enorme confusione del periodo successivo.

 

Quando gli anni ’60 e ’70 arrivano coi loro slogan e le loro anche sincere (sul momento) rivendicazioni sociali, di colpo sembra che le differenze di classe possano essere appianate.

 O almeno, sembra a chi queste differenze non le ha mai davvero subite (la figlia della prof Galiani, la sorella del marito di Lenù, Franco Mari che è uno dei personaggi più coerenti e tra i miei preferiti) lasciando perplesso chi, come Lenù, non riesce a non vederci della maniera o chi, come Lila, teme di essere usata per scopi politici e poi lasciata al suo destino.

 E nessuno dei tre né Lila né Lenù né Sarratore si fida.

 La prima perché mentre gli altri parlano di operai E’ l’operaio, ma per sua natura non può diventare un operaio di stampo ideologico, la seconda perché sa quanto possa essere doppia la natura di chi proviene da un ceto sociale superiore e cerca di tenere una mente aperta lottando contro uno spirito di autoconservazione di classe (lo stesso che avrà lei nel quarto libro quando sua figlia scapperà col figlio di Lila, devo dire forse la parte peggiore della serie) e Sarratore perché avendo un atteggiamento più utilitaristico e meno utopico delle varie ideologie dominanti, sa che prima o poi, tutte, vanno ad esaurimento.

 Alla fine, fondamentalmente i tre, pur con percorsi diversi, riusciranno a distinguersi dalla gente del rione che avrà destini più o meno infelici tra malattie, post terrorismo, manovalanza della camorra, povertà.

 La cosa forse che rimane interessante è che tutti vi riusciranno anche perché avranno con la propria prole un tipo di rapporto poco esplorato nella letteratura contemporanea. Adesso le cose sembrano solo due: distacco e freddezza totale o l'alone mistico dell’amore assoluto e inspiegato.

 Tutti e tre invece amano i propri figli, ma nessuno di loro gli sacrifica o ne fa il centro della propria esistenza. 

 Lila lo fa per un breve periodo col primogenito, ma si rende presto conto che l’educazione può poco se l’ambiente e l’indole sono di altro genere. 

 Lenù ama le proprie figlie, ma ama anche avere una propria esistenza. Quindi non sacrifica alla loro tranquillità un matrimonio ormai arenato né si fa scrupolo di portarle a vivere in un rione povero di Napoli quando potrebbero vivere nell’agio coi ricchi nonni genovesi. Sbaglia? Ha ragione?

 Malgrado trovi il pezzo delle figlie adolescenti il peggiore del libro, penso che il finale del loro rapporto sia giusto e in qualche modo onesto.

  Lenù è una donna indipendentissima e il rapporto con le figlie non poteva essere di natura diversa. E intendiamoci, io non do nessun giudizio morale. Anzi. Forse perché sono cresciuta con dei genitori molto simili, mi trovo costantemente spiazzata dalla retorica della maternità amorosissima, dai genitori iperpresenti, dalla cappa di attenzioni costante. Mi sembra assurdo sia l’unico modo per essere genitori e che sia l’unico modo degno di essere raccontato per non passare come dei genitori indegni.

Cosa penso dunque di questa tetralogia (scusate la recensione lunghissima)? 

Che ha un’enorme fascino perché la Ferrante è riuscita in due cose, rare:

1) Indovinare tre personaggi in modo vividissimo e farli interagire tra di loro in modo continuo e convincente (i personaggi secondari sono talmente poco caratterizzati che fino alla fine alcuni li ho confusi).

2) Raccontare quello che stranamente viene poco raccontato in un paese come l’Italia: la quasi estraneità tra ceti sociali e l’incredibile attrito quando qualcuno tenta l’ascesa.

 La complessità e in qualche modo la tragicità dello scontro dovrebbero essere forieri di storie, invece ci si concentra quasi sempre sulle grandi tragedie interiori della borghesia o del mondo quasi pasoliniano dei ceti più bassi. 

 Qui e lì si appiccano sentimenti di categoria (il piccolo borghese con grandi ambizioni, l’operaio che vorrebbe ma non può, il provinciale che si inventa imprenditore e soccombe, il ricco borghese che ha qualche sicuro problema con mogli e figli ecc), ma non si indaga mai sull’ambivalenza di questa coesistenza. 

 Sul fatto, ad esempio, che può interessare una scalata sociale per alcuni fattori culturali, per una maggiore ricchezza di prospettive, ma che al contempo si possono disprezzare alcune pieghe decadenti, alcune pose artefatte, il totale distacco dal mondo reale. In questo senso il personaggio di Lenù è assolutamente perfetto.

Spiace, e lo dico sinceramente, che non si possa sapere di più sull’autrice. Perché anche se l’opera esiste oltre l’autore, alcuni sentimenti hanno sete di spiegazione e di approfondimento, anche solo per il gioco tra Lila e Lenù, per vedersi rappresentati, per avere la certezza che qualcun altro esiste come te in quel momento e in qualche modo sta giustificando la tua esistenza stessa.

lunedì 19 marzo 2018

L'antipatia corre sul libro. I personaggi dei libri possono starci antipatici a pelle? Una recensione di "La mia estate d'amore" di Helen Cross, tra inseguimenti poliziotteschi, periferie degradate e ragazze molto interrotte.

 Circa un annetto fa, io e Dolcemetà ci trovavamo su un bus in mezzo a Milano.

 Era il solito normale bus che procedeva, a slalom e lento, di fermata in fermata ogni 200 metri.

 C'erano un paio di posti liberi, cosa in un paese come l'Italia in cui c'è un giovane ogni dieci anziani, abbastanza incredibile per quell'ora del pomeriggio. Dolcemetà si siede, ma io tentenno.

 L'altro posto libero era davanti a un tizio che non mi piaceva.

 Non aveva chissà che faccia o chissà che particolare mise, ma boh, c'era qualcosa in lui che mi inquietava e volevo solo stargli lontano, così decido di non sedermi e mi avvinghio a uno dei corrimano.
 Dolcemetà mi dà della pazza, ma abbozza.

 Il bus continua a procedere, finché un auto di colpo si piazza in mezzo alla strada e ne scendono due tizi.
 I due tizi corrono verso l'autobus e battono alla porta facendo segno al conducente di fermarsi.

 Siccome siamo nel periodo di attentati Isis, il panico inizia silenziosamente a serpeggiare, anche se sarebbe stata un'innovativa forma di dirottamento.

 Il conducente, apre.

 I due tizi salgono e si dirigono correndo verso il tizio che proprio non mi piaceva.

Milano regala anche questi momenti poliziotteschi
 Uno lo ferma e uno lo ammanetta, l'altro lo agguanta, poi, prendono, scendono, lo infilano in macchina e corrono via.

 Il tutto si svolge in meno di un minuto. 

 Io, Dolcemetà, il conducente e gli altri passeggeri rimaniamo discretamente sconvolti per circa due minuti, cercando di razionalizzare una scena che sembrava sbucata direttamente da un'altra dimensione.

 Non ho mai saputo, ovviamente, chi fosse il tizio ammanettato e cosa abbia spinto due, suppongo, carabinieri o poliziotti in borghese a tale spettacolare manovra, ma porto questo assurdo momento di vita quale testimonianza del mio sesto senso di ragno: il tizio a pelle non mi piaceva e, chiunque fosse, a quanto pare, avevo le mie ragioni.

 Nella mia vita poche cose mi sono chiare, ma una è certa: se una persona di primo acchito mi sta antipatica, non ci sarà praticamente mai verso che io possa cambiare opinione. E' matematico. 

 Non solo, tendenzialmente la persona a me antipatica, rivela poi un qualche tratto per cui la mia antipatia trova delle successive motivazioni (ovviamente non sono tutti delinquenti da ammanettare, magari scopro solo che abbiamo idee politiche radicalmente diverse o simili), quindi il mio sesto senso, rarissimamente sbaglia.

 E sbaglia raramente anche nei libri. 

 Se un personaggio mi sta antipatico, nulla potrà condurmi ad amarlo, neanche dovesse salvare il pianeta da una catastrofe, anzi, solitamente scopro anche qui di aver avuto le mie ragioni.

 Tale antipatia può raggiungere picchi tali da indurmi ad odiare un libro o a smettere di leggerlo.

 Per esempio, ho interrotto a metà "Straniero in terra straniera" di Heinlein perché il santone co-protagonista lo recluderei e non riesco a leggere la Nemirovsky o qualsiasi altro libro che abbia dei ricchi frignanti per protagonisti perché a me dei ricchi frignanti non me ne frega nulla e li ceffonerei a due a due (sono un po' drastica, lo so).

 Questo non vuol dire che ami i personaggi privi di mezzi, ma che abbia nei confronti dei personaggi le stesse antipatie che provo per le persone in carne ed ossa che commettono gli stessi errori e si comportano in un certo modo.

 Dove voglio arrivare? A "La mia estate d'amore" di Helen Cross ed. Fandango.

 Anni fa vidi il film che ne fu tratto (senza sapere che esistesse il libro), "My summer of love"e mi piacque abbastanza. 

 In realtà, come ho scoperto, il film migliorava fortemente la protagonista della storia dandole delle solide motivazioni per il suo insano comportamento e attenuando la follia dei suoi gesti da psicopatica.

 La storia è quella di Mona, una ragazzina della profonda provincia inglese (un posto che film e libri dipingono come una sorta di concentrato delle peggiori periferie italiane dove tutti non fanno altro che bere e, se sono negli anni '80, combattere per i minatori), rimasta da poco orfana di madre. 

 Ella vive con suo padre che gestisce un pub, la sua compagna e il figlio diciottenne di lei, un ragazzetto obeso.
 La sua sorella maggiore, dopo un'adolescenza ribelle, si è appena sposata con un supercristiano praticante e ha iniziato a sfornare bambini.

 Mona passa le sue indolenti giornate estive a bere a qualsiasi ora del giorno e della notte, a flirtare senza una reale consapevolezza con uomini più vecchi che vanno al pub, a rubacchiare in negozi e case e a giocare alle slot machine. 

 Voi direte, ce n'era abbastanza per mollare il libro. Invece no, io ho continuato perché ricordavo lo splendido film. Stolta.

 A un certo punto, appare Tamsin, una ragazzina di buona famiglia con la tipica buona famiglia che se ne frega di lei: la madre è un'attrice nevrastenica, il padre un riccone disinteressato alla prole, la sorella maggiore, pare, defunta per anoressia.

 Tra le due scoppia una sorta di amore

 Cioè sappiamo che Mona è innamorata, ma Tamsin è una psicopatica manipolatrice che Angelina Jolie in "Ragazze interrotte" te dico levete.

 Le due danno vita a una sorta di malefico due davvero malefico, infinitamente più malefico del film.

 Incolpano alla polizia un tizio per l'omicidio di una ragazza avvenuto qualche mese prima, staccano a morsi l'orecchio alla presunta amante del padre di Tamsin e altre cose varie ed eventuali.
 Intorno i genitori nicchiano.

 Ecco, io già alle prime tre righe avevo capito che Mona mi stava antipatica, come mi sono sempre e dico sempre state antipatiche le persone che in provincia non fanno altro che frignare sul loro triste destino, ma guai a fare qualcosa per sfuggirgli, è sempre tutto troppa fatica.
 Molto meglio perdere tempo a caxxeggiare e a dare la colpa a qualcun altro.

Ogni tanto, a tratti, mi veniva da giustificarla.

Eh, ma è abbandonata, è ma il padre non fa che mettersi in casa nuove donne, eh ma la madre è morta, invece il finale non lascia che la cruda certezza che una fatale combinazione di menefreghismo degli adulti, una certa malevola attitudine personale e noia possa dare esiti devastanti.

 E mi stavo, devo dire, amaramente pentendo di aver letto un libro così tetro e viscido direi, prima di leggere, oggi, l'articolo con le interviste ai genitori dei ragazzi che in un quartiere di Napoli, a Piscinola, hanno ucciso una guardia giurata per rubargli la pistola.

 Un mix di menefreghismo dei genitori, fancaxxismo, noia, cattive amicizie che sommate diventano malvagie, praticamente identico a quello del libro, relazioni amorose a parte.

 Così mi sono resa conto che non era per niente un brutto libro, era solo un libro che aveva per protagonista qualcuno che forse, se avessi incontrato su un bus, non avrei mai voluto vicino, anche se, all'apparenza, sembrava una persona tanto perbene.

venerdì 28 aprile 2017

Quelli tra il Codice da Vinci e realtà. I due motivi per cui "I guardiani" di De Giovanni non mi ha convinto: una recensione a base di komplotti, Gabriel Garko e troppi spiegoni.

Nel periodo delle mie scuole medie (barra poco prima, barra poco dopo) ci furono un certo numero di fiction un po' diverse dalle agiografie/famiglie romane becere/famiglie nordiche industriali/corpi di polizia o ospedali che rappresentano attualmente il 99% della produzione italiana.

Tutti possiamo ricordare il ciclo di Fantaghirò  e la spasmodica attesa nell'apprendere in quale modo avrebbero sostituito il recalcitrante Kim Rossi Stuart che proprio non voleva saperne di tornare a interpretare Romualdo.


 Ma ci furono anche altre imperdibili perle (purtroppo perdute nei meandri del tempo), come: "Sorellina e il principe del sogno" (con una Valeria Marini fata delle acque e Raz Degan principe), "C'era un castello con 40 cani" (che apprendo da wikipedia essere del 1990, forse anche per quello ricordo poco o niente), o "Desideria e l'anello del drago" con un Anna Falchi figlia del re che doveva vedersela con una sorellastra malvagia, avida di potere dai capelli scuri.
 Erano fantasy di raro incredibile trash eppure indimenticabili (e purtroppo senza degni eredi).

 Tra gli altri incredibili tentativi di genere dell'epoca, rimane impressa nella mia memoria una stramba e trashissima fiction dal titolo "Angelo nero".

 Ammetto che sono vari i motivi per cui non è rimasta sepolta tra le nebbie dei miei ricordi, non ultimo una conturbante scena di nudo della protagonista che, provvista di curve prosperose si rotolava nell'erba con carni bianchissime e sensuali in bella vista (aò ancora me la ricordo quella scena, come se l'avessi vista ieri).

La trama copiava praticamente l'incipit de "La casa dalle finestre che ridono" di Pupi Avati:  un restauratore (interpretato da un giovane Gabriel Garko) arrivava in questo borgo del centro Italia per restaurare appunto il quadro (o l'affresco) di una donna velata, una strega bruciata in loco nel medioevo a cui era legata una maledizione.

 Ricordo poi poco e niente del resto della trama (avevo, stante sempre wikipedia, 14 anni all'atto della messa in onda e non credo che qualcuno abbia mai avuto il coraggio di rimandarla in onda), se non che c'erano alcuni omicidi, una setta e che, alla fine, un buon solvente scopriva il volto della strega svelandoci che era proprio lei: la carnosa fanciulla che si rotolava nuda nell'erba (e che non ho idea di chi quale ruolo avesse nel film).

 In ogni caso c'erano tutti gli elementi per un horror all'italiana di vetusta memoria, incrociato con antichi riti magici, maledizioni, sovrannaturale, credenze pagane, stregoneria, passione e immortalità.
 Poi vabbeh i protagonisti erano Gabriel Garko e Sonia Grey e qui si chiudeva la storia.

 Ecco, a me questo genere, perversamente piace, amo potenzialmente le storie alla Codice da Vinci (penso derivi sempre dall'impriting Indiana Jones), scritte bene però.

 Alcuni esempi possono essere "L'ultimo Catone" di Matilde Asensi o "Il club Dumas" di Pérez-Reverte (anche se le imprecisioni storiche per chi ne sa di libri antichi sono davvero molto fastidiose) o "Il pendolo di Foucault" del fu Umberto Eco, che era in verità una presa in giro del genere letterario in questione, ma che rimane fantastico.

 "I guardiani", il nuovo libro di Maurizio De Giovanni, prometteva di inserirsi nel filone, peraltro, visto lo scrittore, con buone possibilità di successo. Invece, pur apprezzando il tentativo, ci sono due cose che me lo hanno reso indigesto.
 Una dipende da De Giovanni e una no.

 Iniziamo da quella che NON dipende da De Giovanni.

 Dunque, il motivo per cui mi piacciono queste storie in cui i Rosacroce si sposano coi Templari in segreti matrimoni gay trascritti su papiri conservati in monasteri irraggiungibili in cima all'Himalaya a cui possono arrivare solo tre persone (una suora, un bonazzo che vuole farsi la suora e uno studioso di Shakespeare appassionato di criceti) dopo aver affrontato migliaia di peripezie e aver dimostrato la conoscenza di almeno 4 lingue morte tra cui il sanscrito e il sardo-fenicio, ecco il motivo è che sono quelle robe che mi piacerebbe tanto accadessero, ma razionalmente so che non sono possibili.

 Quello che mi godo è proprio il senso di mistero e di possibilità che dà la narrativa usando fantasiosamente delle lontane basi storiche. Il gusto che dà l'immaginare di essere un archeologo figo e con la frusta che scopre il sacro Graal in Giordania mentre è inseguito dai nazisti. La libertà dell'avventura.

 Ecco. Il motivo per cui adesso faccio fatica a leggere questo genere di trame è che razionalmente io ora so una cosa spaventosa: ci sono orde di persone che credono che quelle trame siano VERE.
 Ci sono davvero persone che credono agli alieni come fondatori della civiltà, a guardiani immortali che ci spiano da un bunker sotterraneo sotto Zurigo, alla telepatia e all'immortalità, ai rettiliani e alla discendenza benedetta dei figli di Gesù e Maria Maddalena.

 Certo, c'erano anche prima, ma prima l'opinione comune era considerarli degli "originali", ora il problema è che si cerca di far considerare degli "originali" chi, come me, tende a voler mantenere ben distaccate quelle due cose che sono realtà e fantasia.
 Insomma, leggo "Il codice da Vinci" o "I guardiani" e so che per molti non si tratta di un romanzo, ma di un trattato di sconcertante e scottante attualità molto più reale della realtà.
 E scusate a me 'sta cosa toglie il gusto di leggerlo.

 Il motivo che invece dipende da De Giovanni è un altro ed è IL TEMPO. Che j'è mancato.

 Per scrivere un libro che ha delle vaghe basi storiche a cui appellarsi qualche ricerca bisogna farla. Almeno un minimo. Altrimenti i riferimenti, la cornice, l'atmosfera, che sono la cosa davvero gustosa di queste trame che in genere non hanno spessore letterario alcuno (e non dico che debbano avercelo perché sono letteratura d'intrattenimento), vanno a farsi benedire.

 Ecco, qui l'atmosfera manca totalmente e ci sono invece montagne di spiegoni che, nonostante la loro montagnosità non riescono neanche a farci capire esattamente le coordinate della trama che infatti imbocca anche un paio di vicoli ciechi risolti da deus ex machina che proprio no.

 Vabbeh, cosa succede in questo libro?

 Un professore di antropologia di 42 anni e già abbastanza disadattato, col suo fido assistente dal nome strambo, Brazo (?), portano avanti da almeno un decennio una serie di studi sui riti dedicati alla dea Iside e ad altre divinità precristiane in quel di Napoli. Tutti li considerano dei ciarlatani, ma loro vanno avanti per la loro strada.
 Un giorno una giornalista tedesca, Ingrid (si chiamano tutte Ingrid queste nordiche), arriva a Napoli per vedere il professore e chiedergli di guidarla in giro per le tracce di questa Napoli precristiana per un articolo. In tutto ciò, in brevi capitoli random, si avvicendano vari personaggi slegati dalla trama principale che parlano insistentemente di mappe e cartografia.

 L'attenzione si sposta poi su Lisi, unica nipote del professore, figlia di sua sorella (una donna molto svagata diciamo) e di un misterioso uomo incontrato in gioventù in oriente. Anche lei è una brillante antropologa di 23 anni (vista l'età con una triennale) che studia i riti precristiani a Napoli, ma invece di fare ricerche in biblioteca usa internet (e qui già avevo i tremori).

 Insomma, da questi elementi parte prima una trama un po' d'azione, poi tanti spiegoni, poi di nuovo azione, poi spiegoni, poi spiegoni, poi Svizzera, poi mappe e spiegoni, poi l'ho finito di leggere solo perché era l'unica cosa che avevo in treno.
 Dunque, non c'è una minima ricerca storica, tutto è tirato via con una velocità imbarazzante.

 I personaggi che in genere sono il punto forte di De Giovanni che li sa ben caratterizzare e di cui sa descrivere i timori, gli orrori e gli amori, sono invece incolori, insapori, inodori.

Indistinguibili tra loro, non fanno altro che dirsi "E' una cosa troppo assurda" "Non ci crederà nessuno" "E' davvero troppo assurdo" "Chi ci crederà".

 Un peccato, perché l'ossatura e l'idea c'erano in embrione. Come non è facile far atterrare un disco a Lucca, non è neanche semplice portare trame del genere a Napoli senza rischiare l'effetto trash alla "Angelo nero".
 Purtroppo manca tutto il resto: il gusto della lettura, il gusto della scrittura, la ricerca, le relazioni tra i personaggi, i personaggi stessi.

 A pensar male verrebbe da credere che tutto sia stato messo su carta e poi in libreria troppo di corsa e come si dice: "La gatta frettolosa fece i gattini ciechi".
 Purtroppo.

martedì 20 dicembre 2016

Consigli per regali natalizi in extremis parte I! Napoletanità concentrata, libri da parati, lettere cariche di fuoco e gialli a base di fame e pane.

 Ebbene, come ogni anno mi sono ridotta all'ultimissimo per i regali di Natale, sono pessima lo so.


 Tuttavia, le code in libreria mi suggeriscono che molti di voi sono ancora in cerca dei doni per il 24 e il 25 (senza dimenticare che ci sono poi tutte le persone che non avete calcolato vi faranno un dono costringendovi a riparare il 27) e per la befana del 6 Gennaio per la quale sono in amplissimo anticipo.


  In un rush finale che mi impedisce qualsiasi coerenza in questi due giorni vi consiglierò il grosso di quel che di regalabile c'è in libreria, secondo me. Ci saranno cose per ragazzi, gialli, saggi e tutto quello abbia destato la mia attenzione.

 Siccome, come ben sapete, ho dei gusti un po' eclettici, c'è di tutto un po' anche cose che sembrano poco regalose.

 In realtà, citando il buon Ranganathan ricordate sempre che "Ogni lettore ha il suo libro" e "Ogni libro ha il suo lettore", quindi nessun consiglio dovrebbe essere poi completamente sprecato.

 Buona lettura!

PANE di Maurizio De Giovanni ed. Einaudi:

 L'ultimo capitolo de I Bastardi di Pizzofalcone, la serie di Maurizio De Giovanni ambientata in un commissariato del centro di Napoli, è, secondo me uno dei più riusciti della saga (che secondo me ha una base meno potente dell'altra, quella che ha come protagonista il commissario Ricciardi).

 Il motivo è presto detto: De Giovanni ha una penna particolarmente felice nel descrivere le piccole miserie quotidiane, quelle che si nascondono dietro le facciate di sorrisi e apparenza o anche quelle molto palesi che però non siamo più capaci di vedere.

 In "Pane" viene assassinato un panettiere di quartiere, fa il panificatore da tre generazioni e lo vede come una missione. Anche per non allontanarsi dalla città ha ritrattato la testimonianza contro un camorrista che aveva visto in azione durante un omicidio.

 Tutti, soprattutto il giovane e rampante magistrato di successo, conteso dalle tv nazionali, seguono questa pista, ma l'ispettore Lojacono (che di magistrati rampanti è quasi perito) non ne è convinto.

 Chi avrà ragione?

 In tutta onestà non è davvero l'indagine, comunque godibilissima, la parte migliore del libro, ma il significato racchiuso da quella rosetta in copertina.

 Il pane, riflette De Giovanni, in Italia ce l'hanno tutti, nessuno si muore più di fame no?

 Ma gli anziani con la pensione minima mangiano davvero a fine mese? E mangiare solo pasta per dieci giorni e ridursi a 80 anni a rubare un pezzetto di parmigiano subendo l'umiliazione dei carabinieri è dignitoso? Vuol dire che mangiamo davvero tutti?
 Mangiano davvero tutti quelli che non hanno lavoro? O la vergogna di recarsi alle mense della Caritas li costringe a umilianti digiuni? E quelli che il lavoro ce l'hanno, ma non basta più?

Che ne è di tutta quella parte della società che conosciamo solo attraverso i dati Istat sulla povertà? Perché ce ne dimentichiamo tutti, narrativa compresa?

 Consigliatissimo per chi ama i gialli e la bella scrittura scorrevole.


IO IN TE CERCO LA VITA di Anna Kuliscioff, L'orma editore:

 Anna Kuliscioff, splendida figura di intellettuale italiana che inorridirebbe se sapesse che dai suoi tempi la radicalità del libero pensiero si è ormai piegata alla radicalità del pensiero liberista, è ricordata da troppi o come la compagna di Turati o per niente.

 L'Orma editore che ormai da qualche anno pubblica una graziosa collana "i pacchetti" di piccoli libri formati da epistole di grandi del passato (già passarono per la collana Virginia Woolf, Gramsci, Verdi e Mary Shelley).
 E' un'idea resa ancor più graziosa dal fatto che il libretto è già avvolto in un involucro potenzialmente spendibile con un piego di libri in posta. Un libro che contiene lettere e può diventare una lettera sostanzialmente.

 In questo, dedicato alla Kuliscioff, viene fuori il carattere di una donna simili ad altre del passato, come la Mozzoni, Luxemburg, Emma Goldman, aveva un carattere radicale e deciso che le permise di avere una vita ricca, appassionata, sempre fedele ai propri ideali.

 Di famiglia russa ebraica, fu costretta a fuggire in Svizzera a causa della sua fede anarchica e lì conobbe un giovane italiano, Andrea Costa da cui ebbe la sua unica figlia (Andreina, che come molti figli, ebbe una vita decisamente opposta a sua madre sposando un giovane industriale milanese) e successivamente divenne la compagna di Turati. 
Portò avanti la battaglia per il voto alle donne e fu tra le fondatrici del partito socialista italiano.

 Le sue lettere denotano una passione politica che non venne mai meno e che bruciò per l'intera esistenza.
Un libro che andrebbe letto in tempi oscuri in cui ci sentiamo incapaci di credere a tutto, comportandoci spesso come bambini privi di responsabilità.

 Siamo solo noi che possiamo rendere migliore questo mondo e la speranza di riuscirci rimane il più radicale dei pensieri.


I LIBRI DA PARATI di VERBAVOLANT edizioni:

 La VerbaVolant edizioni è una casa editrice che ha inventato e brevettato una tipologia di libro molto bella e molto regalabile, specialmente se conoscete persone che hanno i muri di casa orrendamente vuoti (io odio le case così, mi sembra sempre che gli abitanti ci vivano tra un trasloco e l'altro o siano pronti alla fuga): i libri da parati.

 Sono una versione particolare degli albi illustrati e si leggono aprendoli man mano come una cartina stradale. 
 Alla fine della storia, avrete su un lato l'intera vicenda e sull'altro un'illustrazione meravigliosa e appendibile.

 Splendidi "Primavere", "Le luci alle finestre" e "Mare chiuso", ma meritano tutti.

 Il prezzo, per la qualità e la bellezza delle illustrazioni, è davvero bassissimo: 12 euro.

 Straconsigliato. Fidatevi, farete un figurone.


VIA DEL GAMBERO 77 di Sara Garagnani e Camilla de Concini:

 Ogni troppo mi arrivano mail in cui mi si propongono romanzi e libri che hanno per protagoniste "donne forti" (che non so mai bene cosa voglia dire) o sono scritti da "donne forti".

 Oltre all'irritazione palese per essere considerata blogger privilegiata per questi tomi in quanto donna, non capisco mai perché dovrei trovare interessante un particolare libro solo perché ha per protagonista una donna. 

 Ovviamente ci sono delle eccezioni per alcuni argomenti e "Via del Gambero 77", graphic novel prodotta in occasione del venticinquesimo anniversario della nascita della Casa delle donne contro la violenza di Modena, è una di queste.

 La motivazione è presto detta: l'argomento è la violenza contro le donne e il modo in cui può essere superata a livello sociale.

  Le protagoniste sono infatti quattro donne di generazioni diverse che subiscono in modo diverso un tipo di violenza non tanto (o non solo) fisica, quanto psicologica e non solo da una precisa persona, ma da un intero contesto sociale inconsapevolmente sessista sino alla radice.

 Quella fatta dalle frasi di chi ti dice che "Devi sopportare tuo marito o il tuo compagno perché è tanto nervoso ed è un brutto periodo", del fidanzato che al liceo che "Preferirebbe non uscissi coi tuoi amici il sabato sera se lui non c'è, perché insomma chissà cosa potrebbe accadere" (tra l'altro in questo gioco malato di limitazioni prese per fedeltà spesso si precipita in modo incrociato).

 Una violenza subdola e nascosta che pian piano mangia la libertà del singolo o nel quale il singolo, cresciuto in un contesto sociale fortemente strutturato e oppressivo, non ha mai creduto di possedere.

 E' una bella graphic novel che punta il dito su quel lento lavorio di parole, pregiudizi e luoghi comuni che preparano il terreno alla violenza, alla giustificazione silenziosa a quelle insinuazioni che tempestano sempre la vittima e mai il carnefice. 

 E oltre a puntarlo ci ricorda cosa è stato possibile fare grazie a un'epoca di ribellione collettiva e cosa ancora si potrebbe fare tutt* unit*.

 Purtroppo essendo un'autoproduzione della Casa delle donne contro la violenza di Modena è acquistabile solo online su youcanprint, ma se volete fare (o farvi) un regalo tosto e interessante vale la pena.


BELLA NAPOLI di Cristiano Cavina ed. Edt:

 Essendo piena di parenti partenopei, ogni anno vado alla ricerca del libro che mi svolti i regali per i parenti campani.

In genere me la cavo con generici libri di Luciano De Crescenzo o gol del Napoli, ma quest'anno l'EDT che di solito fa guide turistiche di successo, ma ha anche avviato alcune fiorenti collane di narrativa, mi è venuta in soccorso con un libretto graziosissimo ad un ottimo prezzo "Bella Napoli" di Cristiano Cavina.

 Come vede Napoli un viaggiatore un po' svampito proveniente da un ridente paesello dell'appennino tosco-romagnolo?

 Un luogo terribile degno della peggior Gomorra? Il paradiso del nordico che si ingozza di pizza alla mozzarella di bufala circondato da limoni di Sorrento?

 Nulla di tutto ciò. Conscio del fatto che Napoli è una città a sé, con una propria fortissima identità, Cavina la descrive come una grande città Europea con i pregi e i difetti delle grandi città europee (esclusi i mezzi pubblici, la cui follia rivaleggia solo con quelli romani).

 Gli expat che ti mettono in guardia da millemila pericoli che poi in loco si ridimensionano quasi sempre, l'impossibilità di trovare i posti dove mangiano i locali e non solite trappole per turisti.

 Il Napoli, i vicoli bui in cui è meglio non avventurarsi in stile Gotham city, il tipico nonno napoletano con la perenne tazzina di caffè e il "voi", i neomelodici che vendono migliaia di cd, i pachistani felici e molto altro in questo libro che è composto da piccoli deliziosi capitoli protesi nella disperata impresa di condensare l'inafferrabile: la napoletanità.

 Ok, primo round finito, spero di essere stata di un qualche aiuto, domani il secondo!



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