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domenica 27 maggio 2018

"50 sfumature di rosso" parte II!! Il fumettoso riassunto nel quale scoprirete azione, pathos, anticoncezionali e vendettah!

 Volevo rimandare questo fumetto a domattina, ma visti i rivolgimenti della giornata, sono abbastanza nervosa e quindi forse è meglio che io e voi ci distraiamo (ed evito di continuare a litigare con mezzo mondo sui social che serve solo a farmi innervosire peggio).

 Che pessime giornate stiamo vivendo. PESSIME.

 Godetevi la seconda parte del fumettoso riassunto di  "50 sfumature di rosso. Parte II"!

 Qui il link alla prima -----> "50 sfumature di rosso. Parte I"





lunedì 19 marzo 2018

L'antipatia corre sul libro. I personaggi dei libri possono starci antipatici a pelle? Una recensione di "La mia estate d'amore" di Helen Cross, tra inseguimenti poliziotteschi, periferie degradate e ragazze molto interrotte.

 Circa un annetto fa, io e Dolcemetà ci trovavamo su un bus in mezzo a Milano.

 Era il solito normale bus che procedeva, a slalom e lento, di fermata in fermata ogni 200 metri.

 C'erano un paio di posti liberi, cosa in un paese come l'Italia in cui c'è un giovane ogni dieci anziani, abbastanza incredibile per quell'ora del pomeriggio. Dolcemetà si siede, ma io tentenno.

 L'altro posto libero era davanti a un tizio che non mi piaceva.

 Non aveva chissà che faccia o chissà che particolare mise, ma boh, c'era qualcosa in lui che mi inquietava e volevo solo stargli lontano, così decido di non sedermi e mi avvinghio a uno dei corrimano.
 Dolcemetà mi dà della pazza, ma abbozza.

 Il bus continua a procedere, finché un auto di colpo si piazza in mezzo alla strada e ne scendono due tizi.
 I due tizi corrono verso l'autobus e battono alla porta facendo segno al conducente di fermarsi.

 Siccome siamo nel periodo di attentati Isis, il panico inizia silenziosamente a serpeggiare, anche se sarebbe stata un'innovativa forma di dirottamento.

 Il conducente, apre.

 I due tizi salgono e si dirigono correndo verso il tizio che proprio non mi piaceva.

Milano regala anche questi momenti poliziotteschi
 Uno lo ferma e uno lo ammanetta, l'altro lo agguanta, poi, prendono, scendono, lo infilano in macchina e corrono via.

 Il tutto si svolge in meno di un minuto. 

 Io, Dolcemetà, il conducente e gli altri passeggeri rimaniamo discretamente sconvolti per circa due minuti, cercando di razionalizzare una scena che sembrava sbucata direttamente da un'altra dimensione.

 Non ho mai saputo, ovviamente, chi fosse il tizio ammanettato e cosa abbia spinto due, suppongo, carabinieri o poliziotti in borghese a tale spettacolare manovra, ma porto questo assurdo momento di vita quale testimonianza del mio sesto senso di ragno: il tizio a pelle non mi piaceva e, chiunque fosse, a quanto pare, avevo le mie ragioni.

 Nella mia vita poche cose mi sono chiare, ma una è certa: se una persona di primo acchito mi sta antipatica, non ci sarà praticamente mai verso che io possa cambiare opinione. E' matematico. 

 Non solo, tendenzialmente la persona a me antipatica, rivela poi un qualche tratto per cui la mia antipatia trova delle successive motivazioni (ovviamente non sono tutti delinquenti da ammanettare, magari scopro solo che abbiamo idee politiche radicalmente diverse o simili), quindi il mio sesto senso, rarissimamente sbaglia.

 E sbaglia raramente anche nei libri. 

 Se un personaggio mi sta antipatico, nulla potrà condurmi ad amarlo, neanche dovesse salvare il pianeta da una catastrofe, anzi, solitamente scopro anche qui di aver avuto le mie ragioni.

 Tale antipatia può raggiungere picchi tali da indurmi ad odiare un libro o a smettere di leggerlo.

 Per esempio, ho interrotto a metà "Straniero in terra straniera" di Heinlein perché il santone co-protagonista lo recluderei e non riesco a leggere la Nemirovsky o qualsiasi altro libro che abbia dei ricchi frignanti per protagonisti perché a me dei ricchi frignanti non me ne frega nulla e li ceffonerei a due a due (sono un po' drastica, lo so).

 Questo non vuol dire che ami i personaggi privi di mezzi, ma che abbia nei confronti dei personaggi le stesse antipatie che provo per le persone in carne ed ossa che commettono gli stessi errori e si comportano in un certo modo.

 Dove voglio arrivare? A "La mia estate d'amore" di Helen Cross ed. Fandango.

 Anni fa vidi il film che ne fu tratto (senza sapere che esistesse il libro), "My summer of love",  e mi piacque abbastanza. 

 In realtà, come ho scoperto, il film migliorava fortemente la protagonista della storia dandole delle solide motivazioni per il suo insano comportamento e attenuando la follia dei suoi gesti da psicopatica.

 La storia è quella di Mona, una ragazzina della profonda provincia inglese (un posto che film e libri dipingono come una sorta di concentrato delle peggiori periferie italiane dove tutti non fanno altro che bere e, se sono negli anni '80, combattere per i minatori), rimasta da poco orfana di madre. 

 Ella vive con suo padre che gestisce un pub, la sua compagna e il figlio diciottenne di lei, un ragazzetto obeso.
 La sua sorella maggiore, dopo un'adolescenza ribelle, si è appena sposata con un supercristiano praticante e ha iniziato a sfornare bambini.

 Mona passa le sue indolenti giornate estive a bere a qualsiasi ora del giorno e della notte, a flirtare senza una reale consapevolezza con uomini più vecchi che vanno al pub, a rubacchiare in negozi e case e a giocare alle slot machine. 

 Voi direte, ce n'era abbastanza per mollare il libro. Invece no, io ho continuato perché ricordavo lo splendido film. Stolta.

 A un certo punto, appare Tamsin, una ragazzina di buona famiglia con la tipica buona famiglia che se ne frega di lei: la madre è un'attrice nevrastenica, il padre un riccone disinteressato alla prole, la sorella maggiore, pare, defunta per anoressia.

 Tra le due scoppia una sorta di amore. 

 Cioè sappiamo che Mona è innamorata, ma Tamsin è una psicopatica manipolatrice che Angelina Jolie in "Ragazze interrotte" te dico levete.

 Le due danno vita a una sorta di malefico due davvero malefico, infinitamente più malefico del film.

 Incolpano alla polizia un tizio per l'omicidio di una ragazza avvenuto qualche mese prima, staccano a morsi l'orecchio alla presunta amante del padre di Tamsin e altre cose varie ed eventuali.
 Intorno i genitori nicchiano.

 Ecco, io già alle prime tre righe avevo capito che Mona mi stava antipatica, come mi sono sempre e dico sempre state antipatiche le persone che in provincia non fanno altro che frignare sul loro triste destino, ma guai a fare qualcosa per sfuggirgli, è sempre tutto troppa fatica.
 Molto meglio perdere tempo a caxxeggiare e a dare la colpa a qualcun altro.

Ogni tanto, a tratti, mi veniva da giustificarla.

Eh, ma è abbandonata, è ma il padre non fa che mettersi in casa nuove donne, eh ma la madre è morta, invece il finale non lascia che la cruda certezza che una fatale combinazione di menefreghismo degli adulti, una certa malevola attitudine personale e noia possa dare esiti devastanti.

 E mi stavo, devo dire, amaramente pentendo di aver letto un libro così tetro e viscido direi, prima di leggere, oggi, l'articolo con le interviste ai genitori dei ragazzi che in un quartiere di Napoli, a Piscinola, hanno ucciso una guardia giurata per rubargli la pistola.

 Un mix di menefreghismo dei genitori, fancaxxismo, noia, cattive amicizie che sommate diventano malvagie, praticamente identico a quello del libro, relazioni amorose a parte.

 Così mi sono resa conto che non era per niente un brutto libro, era solo un libro che aveva per protagonista qualcuno che forse, se avessi incontrato su un bus, non avrei mai voluto vicino, anche se, all'apparenza, sembrava una persona tanto perbene.

martedì 22 marzo 2016

Il reale e il surreale: quanto siamo capaci di cogliere l'improbabile nascosto nell'ordinario? La recensione de "Il primo uomo cattivo" di Miranda July, con un tocco di Benni e qualche ceffone poco metaforico ben assestato.

 Per un certo periodo della mia vita, diciamo dai diciassette ai ventidue anni, ho avuto la sensazione che le cose attorno a me prendessero una piega surreale.
Re Gustavo di Svezia e la sua consorte

Mi sembrava che i miei amici, compagni di classe, professori, colleghi universitari, nemici e parenti, ce la mettessero tutta per aggiungere a ogni giorno potenzialmente normale, un quid di follia.
 Per fare un esempio che altrimenti sembra stia delirando, ricordo con chiarezza il giorno in cui l'amico sfaccendato e perennemente dormiente (di solito provvisto di barba e sudore a gettito continuo) che tutti noi ci trasciniamo per un periodo nella post-adolescenza, mi chiamò impanicato perché aveva appena investito la statua della Madonna che sua nonna teneva in giardino.
 Le braccia della Madonna si erano staccate e voleva sapere da me un metodo convincente per riattaccare la porcellana. Nel mentre, mia madre mi incitava ad abbandonarlo velocemente al suo destino perché ci stavamo perdendo un imperdibile evento cittadino: per qualche motivo inspiegabile il re di Svezia aveva deciso di fare un giro per le vie del nostro paese (ora, come sapessimo che era proprio il re svedese non chiedetemelo perché non lo ricordo, ma un raffronto su wikipedia aveva confermato la sua identità).
 Questi momenti di follia quotidiana iniziarono a svanire come un sogno quando le asperità della vita si abbatterono su di me più o meno quando, senza un euro in tasca, decisi di andare a vivere da sola. Il pensiero di dover capire come mangiare giornalmente e come pagare le bollette (astronomiche tra l'altro, maledette coinquiline romane mantenute da mamma e papà) mi resero come cieca di fronte a quella dose di improbabile che alberga nella vita di ognuno.
 Se l'improbabile è mai tornato a visitarmi? Ogni tanto negli ultimi anni, da quando la mia vita si è stabilizzata, ma mai con la stessa potenza di prima. Me ne sono sempre rammaricata, ma leggendo il nuovo libro di Miranda July forse ho capito il perché.
Miranda July
 Miranda July è un'autrice/artista/regista americana che rientra nel campo degli scrittori statunitensi amanti della sperimentazione letteraria (un genere che, come sapete, non è che ami molto), avevo visto sia il suo film "Me, you and everyone we know", sia letto la sua precedente raccolta di racconti "Tu più di chiunque altro" e mi erano entrambi piaciuti con riserva.
 Nel senso, a livello generale sentivo che mi stavano comunicando qualcosa, ma non riuscivo bene a capire cosa. Nel nuovo romanzo, ad un certo punto ho avuto l'illuminazione.
 La storia è quella di Cheryl, una donna sulla quarantina che lavora in una sorta di palestra/non si capisce bene cosa (o almeno io non l'ho capito) in cui vengono organizzati corsi di autodifesa femminile. E' lì da una ventina di anni, pensa di avere una cotta per Philip, un sessantenne fascinoso che fa parte del consiglio di amministrazione e, pur non avendo figli, ha un oscuro istinto materno che collega ad un bimbo che aveva accudito per qualche ora da bambino da lei ribattezzato Kubelko Bondy. Ogni volta che vede un neonato e in contemporanea sente di volerne uno, chiama alla sua memoria il piccolo Kubelko.
 Un giorno di una vita piatta e tutto sommato senza sussulti, i suoi due capi le propongono di ospitare per qualche tempo la loro figlia ventenne, Clee, una bionda formosa che non ha ancora ben capito cosa voglia fare della sua giovane vita. Cheryl che tendenzialmente subisce molto e agisce poco in attesa che la vita le accada, accetta e si ritrova in casa una nullafacente sporca e invadente che non sa come cacciare. A questo punto, la trama attraversa una parte centrale discretamente delirante verso una finale molto commovente e poetica. 
 Il delirio centrale è incentrato sul rapporto tra Cheryl e Clee (che non vi dico dove va a parare se no vi rovino il libro).
 Cheryl inizia ad avere dei disturbi psicosomatici e inizia ad andare da una psicoterapeuta a sua volta molto problematica che le suggerisce di mettere in scena una sorta di gioco di ruolo con Clee. Le due decidono allora di picchiarsi in modo estenuante e giocoso prendendo spunto da alcune scene di lotta di alcune vecchie videocassette dei corsi di autodifesa.
  Il terrore da lettrice è che questa lotta sia solamente metaforica o che ad un certo punto, come nel libro di Eggers "L'opera struggente di un formidabile genio", ad un certo punto mi si dica che è solo un abile prodezza dello scrittore che vuole mostrare la sua bravura. Il sollievo arriva nel momento in cui ci accorgiamo che siamo nel campo dell'improbabile, ma non dell'impossibile.
 Ciò che accade a Cheryl prima che un evento la ponga di nuovo davanti alla nuda realtà che offusca ciò che esiste di surreale nella vita di tutti i giorni, è la variabile improvvisamente impazzita.
 Esistono, non per tutti, non sempre, magari una sola volta nel corso dell'intera esistenza, dei periodi in cui lo straordinario irrompe in modo tanto irruento nel nostro ordinario da sembrare inverosimile. Raramente riusciamo ad afferrare il significato di quel momento imperdibile (non sempre sconvolgente, ma comunque incredibile), è come se riuscissimo a percepire la variazione come una sorta di terremoto a scosse ondulatorie. Noi siamo sempre sulla nostra superficie, ma tutto attorno a noi si muove in modo convulso senza che il cervello riesca a capire cosa sia.
 E' questo che accade a Cheryl, un terremoto che le mostra tutto in modo assurdo: il giardiniere che non si fa pagare è così strano da sembrarle un clochard col pollice verde, l'oggetto del suo amore Phil perde la testa per una sedicenne provocante, talmente provocante che probabilmente non esiste, i suoi incontri di lotta libera con Clee le diventano così indispensabile da farla ragionare sulla sua sanità mentale. 
Benni estremizza i comportamenti di alcuni personaggi
peculiari che albergano in provincia. In verità,
e non serve Amarcord a ricordarlo, chiunque venga dalla
provincia sa che spesso non c'è bisogno di estremizzare:
questi personaggi esistono
davvero nella loro forma più pura.
 E' stato quando il libro è rientrato nelle rassicuranti carreggiate della normalità che ho capito cosa non riuscivo ad afferrare nelle opere di Miranda July: lei non propone storie, ma un modo di vedere la vita.
 L'improbabile è una costante che possiamo decidere di cavalcare o di soffocare, ma esiste sempre, siamo noi che di volta in volta siamo in grado di farlo diventare un modo di vedere e di vivere.
 E' un concetto molto chiaro nei libri di uno scrittore italiano, Stefano Benni.
 Il famoso "Bar Sport" non è altro che una versione italiana e di provincia (attenzione, non provinciale) di quello che ci racconta Miranda July: lì c'è un piccolo bar, di un piccolo paese della bassa, dove si incontrano sempre le stesse persone. Eppure non è mai la stessa storia, una pastarella che nessuno compra diventa un personaggio, un vecchio dandy che va per vecchione nelle balere è Rodolfo Valentino, una gita a Bologna sembra l'evento del secolo. Sono tutti eventi plausibili, ma strambi, e, a mio parere, satira sociale a parte, non sono un semplice espediente letterario.
 Se riusciamo a non archiviare come molesta o sciocca o insensata quella dose di follia che alberga nella quotidianità, allora il gioco di Miranda July è fatto. Non si tratta solo di essere travolti dallo straordinario, ma di riuscire a vederlo in ogni momento. E forse, in generale, è anche un modo per essere un po' più felici o un po' meno tristi e annoiati, dopotutto.

sabato 5 ottobre 2013

Haruki Murakami, il David Lynch della narrativa contemporanea. Anche se tendete a schifarlo, una possibilità, credetemi, se la merita.

 Oggi parlerò di uno scrittore che è tra i miei preferiti, pur costringendomi negli ultimi tempi nella triste condizione della fan delle origini che si sente tradita, sentimento in genere proprio del sottobosco rock di tutto il mondo. Parlo di Haruki Murakami.

 Dato che da quando l'Einaudi ha deciso di lanciarlo come punta di diamante (proponendoci  "1Q84" come il suo grande capolavoro e riservandogli per la legge del contrappasso una copertina indecente) è diventato enormemente popolare, mi ero ripromessa di non parlarne, poi siccome non amo la mia coerenza interiore ho cambiato idea.

 Murakami è uno scrittore che amo moltissimo per la sua capacità di scrivere storie assurde rendendole perfettamente coerenti agli occhi del lettore. Se lui ti dice che un uomo parla coi gatti tu non lo prendi per pazzo, se ti parla di misteriosi omini che costruiscono strani bozzoli non stai lì a domandarti che razza di libro sia, e se una donna vede il suo doppelganger e di colpo i suoi capelli diventano bianchi è tutto comunque ok.

 La follia credibile di Murakami e i suoi misteri irrisolti, (nonostante per tutto il libro noi si legga i continui e incessanti tentativi del protagonista di arrivare ad una verità), lo rendono a mio parere il David Lynch della narrativa contemporanea. Aggiungendo l'ulteriore effetto di straniamento che deriva dal suo essere giapponese e quindi appartenente ad una società e a schemi di valori completamente diversi dai nostri, la miscela è a dir poco perfetta.

 Mi stupisco che l'italiano medio e la sciura media lo trovino ultimamente affascinante. Pur notando in lui un evidente peggioramento, mi chiedo sempre: cos'è che costoro vedono?
 Perché la stessa persona che ama "Amore zucchero e cannella" non può apprezzare "La ragazza dello Sputnik". E' come se uno che sente Gigi D'Alessio provasse ardente amore anche per Leonard Cohen. 
 C'è un evidente errore di sistema da qualche parte. Perciò non posso che affidare il mio sconcerto ad un mix di marketing e moda. E' di moda leggerlo è di marketing continuare a dire che diventerà il prossimo premio Nobel alla letteratura.

Io ce l'ho in quest'edizione
 Baldini e Castoldi.
 Detto ciò, affermo il mio amore per Murakami sin dai tempi del mio fortunoso acquisto di "Norwegian wood", libro che deve il suo titolo italiano con l'aggiunta di Tokyo Blues, alla casa editrice Feltrinelli che non si mostrava convinta, ai tempi della prima edizione in Italia, della forza evocativa del beatlesiano titolo. Una poca convinzione che deve aver perdurato a lungo visto che dopo il non splendido "A nord del confine ad ovest del sole" ha poi passato la mano e i diritti all'Einaudi.
 Se qualcuno si mostrasse reticente alla lettura o avesse letto solo lo strombazzato e incocludente "1Q84", dovrebbe a mio parere gettarsi su "Dance dance dance"- "L'uccello che girava le viti del mondo" e "La ragazza dello Sputnik".
 Tra le raccolte di racconti regna invece "I salici ciechi e la bella addormentata".

 "L'uccello che girava le viti del mondo" è secondo me il suo vero verissimo capolavoro. Nella storia di Toru Okada (Toru e Watanabe sono un nome e un cognome per qualche arcano motivo carissimi a Murakami che li usa sempre), alla ricerca di sua moglie, tenuta prigioniera da qualcuno in qualche luogo, viene raccontata la Storia dell'invasione giapponese in Cina. Interi vividi capitoli sulle violenze della guerra raccontate da un reduce. Capitoli che ai fini della trama sarebbero irrilevanti eppure importantissimi all'economia della lettura.

 "Dance dance dance" è invece il proseguimento di "Nel segno della pecora".
La storia mi è stata a lungo incomprensibile finché non ho scovato a casa di una mia zia la prima edizione Longanesi di "Nel segno della pecora", un'inspiegabile traduzione italiana fatta direttamente dalla traduzione inglese (?). Solo leggendo questo primo capitolo che è stato fuori commercio per anni si capisce almeno vagamente di cosa stiamo parlando. Chi è Kiki la misteriosa donna dalle orecchie perfette tanto invocata in "Dance dance dance"? Chi l'uomo pecora così ostinatamente cercato?

 Ora che l'Einaudi ha fatto una nuova traduzione potete persino avere il lusso di leggere la storia in ordine cronologico!

 E infine "La ragazza dello Sputnik" che mi è molto caro per via del personaggio di Sumire. 
Murakami ce l'ha con i personaggi lesbici, li infila ostinatamente in ogni trama, ma son sempre secondari o avventure di passaggio. Con Sumire rende onore a questa sua perseveranza creando uno dei migliori personaggi femminili descritti da un autore uomo negli ultimi decenni: un'aspirante scrittrice, innamorata di una donna adulta che ha una grande epifania lesbica risolta in una scomparsa che lega la vita, l'amore, il terrore e la scrittura in un'unica grande metafora.
“Nell'antica Cina, intorno alle città si erigevano delle alte muraglie, nelle quali venivano costruite delle grandiose e splendide porte, - dissi, dopo aver riflettuto qualche istante. - A queste porte era attribuito un significato molto importante. Il loro scopo non era solo quello di permettere alla gente di entrare e uscire, ma si credeva che in esse abitassero gli spiriti della città. O che avrebbero dovuto abitarvi. Sai come facevano gli antichi cinesi a costruirle?”
“Non ne ho idea”, disse Sumire.
“Andavano nei luoghi dove in passato si erano svolte delle battaglie, e lì raccoglievano tutte le ossa, sparse per terra o sepolte, che riuscivano a trovare. In un paese ricco di storia come la Cina, i campi di battaglia non mancavano certo. Poi all'ingresso della città costruivano delle enormi porte in cui venivano incastonate le ossa. Gli abitanti speravano che, grazie a questo tributo in loro onore, i soldati defunti avrebbero protetto le loro città. Ma non era ancora abbastanza. Finito di costruire le porte, radunavano un certo numero di cani vivi e con il pugnale gli tagliavano la gola. Quindi versavano il loro sangue ancora caldo sulle porte. Mischiando le ossa consumate e il sangue fresco, gli antichi spiriti avrebbero acquistato un potere magico. O almeno questo è ciò che credevano.”
Sumire aspettava in silenzio il seguito della storia.
“Scrivere romanzi è un pò la stessa cosa. Puoi raccogliere tutte le ossa che vuoi, costruire la porta più splendida del mondo, ma ciò non basta a produrre un romanzo che sia vivo. Una storia, in un certo senso, non appartiene a questo mondo. Per creare una vera storia è necessario un battesimo magico, che riesca a mettere in contatto questo mondo con quell'altro.”
 Poi ecco, ci son sempre quelle millanta pagine sui little people che nun se possono sentì, ma a fronte di quanto prodotto prima, io mi sento ancora di difenderlo e di invitare gli scettici a dargli una possibilità.
 Per finire voglio lasciarvi con l'ascolto che mi sono autoinflitta a oltranza ai tempi della scoperta di "Norwegian Wood". Ecco a voi la non memorabilissima canzone dei Beatles, che, per chi l'avesse ignorata, parla di un tizio che dopo aver passato una notte a dormire nella vasca di una tipa che non si è concessa, per vendetta dà fuoco ai suoi bei mobili di legno. Romantici no?


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