Pagine

Visualizzazione post con etichetta fiction. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fiction. Mostra tutti i post

martedì 26 gennaio 2021

"Il commissario Ricciardi", una fiction di fantastoria abbastanza riuscita. Fotografia da diesci, Guanciale da sette, Claustrofobia da zero e Fascismo non pervenuto.

 Ieri sera è andata in onda la prima puntata della fiction su Ricciardi, il fascinoso e tormentato commissario creato da Maurizio De Giovanni (qui il mio post sui suoi libri, bellissimi) la cui peculiarità, nella selva dei commissari, è quella di vedere i fantasmi dei morti di morte violenta nel luogo dove sono deceduti. Non solo li vede, ma li sente anche, finendo per vivere una tormentata esistenza al liminare tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti.

 Devo dire che quando la Rai ha deciso di trarne una fiction ero piuttosto preoccupata.

 "I bastardi di Pizzofalcone" era stato un mezzo disastro (per me ovviamente), nonostante i libri fossero praticamente stati scritti per essere la base di una fiction.

 I personaggi travisati, le situazioni ribaltate in stile "Occhi del cuore" e una Napoli noiosa come un paesello delle montagne svizzere, avevano messo una pietra tombale sulla mia fiducia nella tv generalista di riuscire a produrre un prodotto, non dico al passo coi tempi, ma almeno non al limite della telenovela.

 Ricciardi peraltro presentava due problematiche aggiuntive:

1) L'ambientazione in epoca fascista, alias la kriptonite della tv italiana.

2) Gli effetti speciali (che forse gli ultimi visti risalgono a "A come Andromeda") perché insomma, supponevo che nemmeno in Rai sarebbero giunti  a pensare che un figurante infarinato potesse essere credibile come fantasma.

 Ebbene, contro ogni aspettativa, la Rai è riuscita a sfornare un prodotto direi accettabile, superiore di sicuro a quello che mi aspettavo, con qualche punta di qualità e qualche evidente pecca.

 Ecco a voi la mia analisi minuto per minuto.


LE COSE RIUSCITE

LA FOTOGRAFIA:

 Se questa serie risulta più convincente di tante altre è perché, finalmente, la fotografia non è "Duccio smarmella".

 Il lavoro di luci e di atmosfere fa praticamente metà della fiction che nei suoi numerosissimi (se non tutti) interni, appare quasi una sorta di fumetto horror.

 Su fb in molti mi hanno fatto notare come la fiction avesse di certo preso a piene mani dal fumetto Bonelliano di Ricciardi (del quale ho letto un paio di numeri che mi sono parsi molto convincenti).



 In effetti Ricciardi è un protagonista molto fumettoso. Ha una sorta di superpotere, si aggira in una città oppressa, i co-primari sono tutti estremamente delineati. Inoltre l'epoca fascista e il fumetto horror hanno molte tinte in comune, quel grigio cupo, quel virare verso il verdastro, che restituiscono una certa tensione distopica, insomma, se il Ricciardi che vediamo è credibile è perché il contesto, più che storico, è riuscitamente fantastorico e la fotografia in questo gioco è stata fondamentale e credibilissima. Voto diesci.


I PERSONAGGI:

 Bisogna spezzare una lancia anche in favore del direttore del casting che, almeno in questa puntata, non ha dovuto cedere a nessuna starlette o attore di prima fascia, Lino Guanciale (che però è in parte) escluso.

 I personaggi, a mio parere, sono tutti molto azzeccati

 Lino Guanciale (dieci anni fa avrebbero dato il ruolo a un riluttante Scamarcio) in effetti ha le phisique du role per essere l'oggetto del desiderio di tutte le donne etero dentro e fuori lo schermo, esattamente come Ricciardi lo è per tutte le donne che hanno la fortuna di incontrarlo nel libro.

 Livia, che ricordavo bionda, ma tutti mi dicono sia mora, è molto bella, ha un viso antico il giusto e una certa regalità. Tutte cose che apprezzo moltissimo. Le manca forse quella nota un po' imprevedibile e felina che De Giovanni sottolinea numerose volte nei libri. Ha una certa freddezza che speriamo svanisca nelle prossime puntate.

Maione, sua moglie, Rosa, il prete, i gerarchi vari del commissariato sono tutti in parte, più o meno come li immaginavo. L'unico completamente diverso è il dottor Modo che, non so perché, ho sempre immaginato un signore pelato e con gli occhiali, ma quello è un problema mio.

 Bambinella, fantastico. Spero abbia più scene. Era bello il personaggio nei libri, l'attore è bravissimo e super in parte. Il migliore di tutta la fiction.


LE COSE NON RIUSCITE:

I PERSONAGGI:

 Se Lino Guanciale è di sicuro in parte, avrebbe però dovuto calcare meno la mano sull'estremizzazione di Ricciardi. Ci sono intere scene in cui è accigliatissimo, altre in cui è basitissimo, altre ancora in cui è al limite del vampirismo. 

 Certo, è interessante la possibilità che Ricciardi, avendo a che fare col regno dei morti, ne assuma anche alcune caratteristiche, ma insomma, una recitazione un filino più sfumata non è che guastava.

 Inoltre. Va bene che non sono state dedicate troppe scene alla caratterizzazione dei personaggi, (Rosa, personaggio fantastico nel libro, qui dice tre battute e una è sul ferro da stiro), ma Ricciardi, tipo, si cambierà ogni tanto, o no? Ha quell'impermeabile attaccato al corpo SEMPRE. Temevo che a un certo punto ci andasse a dormire.

 Enrica. Mi spiace ma è davvero l'unico personaggio che secondo me stona. 

 Lei troooooppo bellina, troppo moderna soprattutto. Non basta infilare gli occhiali a una ragazza graziosa per renderla una bellezza "interessante". Io la immaginavo molto diversa, non così bellina e non così moderna, una bellezza un po' antica diciamo, meno fine anche. E' l'unica che sembra provenire dal 2020 e non è convincente in un contesto fantastorico. Peccato.

LA CLAUSTROFOBIA:

Di sicuro ci sono dei motivi pratici ed economici che hanno portato la fiction ad essere una lunga sequela di scene piuttosto statiche, con poche persone, in interni molto ripetitivi. 

 Girare in interni costa meno che girare in esterni, e immagino che in parte sia stato girato in epoca Covid con tutti i limiti del caso. Soprattutto per questo, non me la sento di infierire su una regia statica che risulta più convincente di quella di Pizzofalcone per un motivo: sembra di leggere un fumetto.

 Le scene sono ampi riquadri con dialoghi e poi si passa al successivo. Ricciardi è fumettoso e ci sta, però manca così completamente un personaggio presentissimo nei libri di De Giovanni: Napoli.

 Napoli scompare, non c'è la vita, non ci sono le persone, i ritmi, i cibi, la vitalità, la fame, la miseria e lo splendore. Siamo su un set cinematografico o, appunto, nelle vignette di un disegnatore un po' pigro che non ha voglia di fare sfondi.

Spero che il problema fosse il Covid.

GLI EFFETTI SPECIALI:

Mio cognato
Una cosa bisognava fare: i fantasmi.

  Dico solo che l'ologramma di mio cognato che fa il cavaliere fantasma nel castello di Santa Severa, non solo è fatto meglio, ma fa più paura.

Inoltre Ricciardi è praticamente perseguitato dai fantasmi che vede ovunque quando cammina. 

Qui invece c'è il tenore ammazzato (che non capisco bene cosa dice, ma è un problema mio) e un fantasmino incontrato per strada. Per il resto Ricciardi cammina in strade deserte degne di un Lockdown ante litteram.

 Mettetecelo qualche fantasma in più, anche fatto male, se no Guanciale fa il tormentato senza motivo.


LE COSE BOH VEDIAMO COME VA:


IL PERIODO FASCISTA:

 Per ora tutto quello che ci riconduce al periodo fascista è l'aver intravisto sfocata l'immagine di Mussolini dietro al gerarca e la faccia disgustata di Ricciardi-Guanciale quando il gerarca fa velati riferimenti "A Roma". Fine.

 Per il resto potremmo essere ovunque, in un tempo abbastanza indefinito. E in effetti, come detto sopra, che siamo a Napoli lo sappiamo giusto perché abbiamo letto i libri e appare una sfogliatella, altrimenti potremmo letteralmente essere ovunque. E infatti parte delle scene è stata girata a Taranto.

 Vorrei pensare che nella prima puntata non è che puoi affrontare bene il contesto, ma temo sia il solito modo italiano di fingere che una cosa controversa e vergognosa insomma vabbeh facciamo finta che non c'è veramente e facim ammuina.

 Beneficio del dubbio almeno fino alla seconda puntata.


E voi? Lo avete visto? Vi è piaciuto? Cosa ne pensate?

venerdì 28 aprile 2017

Quelli tra il Codice da Vinci e realtà. I due motivi per cui "I guardiani" di De Giovanni non mi ha convinto: una recensione a base di komplotti, Gabriel Garko e troppi spiegoni.

Nel periodo delle mie scuole medie (barra poco prima, barra poco dopo) ci furono un certo numero di fiction un po' diverse dalle agiografie/famiglie romane becere/famiglie nordiche industriali/corpi di polizia o ospedali che rappresentano attualmente il 99% della produzione italiana.

Tutti possiamo ricordare il ciclo di Fantaghirò  e la spasmodica attesa nell'apprendere in quale modo avrebbero sostituito il recalcitrante Kim Rossi Stuart che proprio non voleva saperne di tornare a interpretare Romualdo.


 Ma ci furono anche altre imperdibili perle (purtroppo perdute nei meandri del tempo), come: "Sorellina e il principe del sogno" (con una Valeria Marini fata delle acque e Raz Degan principe), "C'era un castello con 40 cani" (che apprendo da wikipedia essere del 1990, forse anche per quello ricordo poco o niente), o "Desideria e l'anello del drago" con un Anna Falchi figlia del re che doveva vedersela con una sorellastra malvagia, avida di potere dai capelli scuri.
 Erano fantasy di raro incredibile trash eppure indimenticabili (e purtroppo senza degni eredi).

 Tra gli altri incredibili tentativi di genere dell'epoca, rimane impressa nella mia memoria una stramba e trashissima fiction dal titolo "Angelo nero".

 Ammetto che sono vari i motivi per cui non è rimasta sepolta tra le nebbie dei miei ricordi, non ultimo una conturbante scena di nudo della protagonista che, provvista di curve prosperose si rotolava nell'erba con carni bianchissime e sensuali in bella vista (aò ancora me la ricordo quella scena, come se l'avessi vista ieri).

La trama copiava praticamente l'incipit de "La casa dalle finestre che ridono" di Pupi Avati:  un restauratore (interpretato da un giovane Gabriel Garko) arrivava in questo borgo del centro Italia per restaurare appunto il quadro (o l'affresco) di una donna velata, una strega bruciata in loco nel medioevo a cui era legata una maledizione.

 Ricordo poi poco e niente del resto della trama (avevo, stante sempre wikipedia, 14 anni all'atto della messa in onda e non credo che qualcuno abbia mai avuto il coraggio di rimandarla in onda), se non che c'erano alcuni omicidi, una setta e che, alla fine, un buon solvente scopriva il volto della strega svelandoci che era proprio lei: la carnosa fanciulla che si rotolava nuda nell'erba (e che non ho idea di chi quale ruolo avesse nel film).

 In ogni caso c'erano tutti gli elementi per un horror all'italiana di vetusta memoria, incrociato con antichi riti magici, maledizioni, sovrannaturale, credenze pagane, stregoneria, passione e immortalità.
 Poi vabbeh i protagonisti erano Gabriel Garko e Sonia Grey e qui si chiudeva la storia.

 Ecco, a me questo genere, perversamente piace, amo potenzialmente le storie alla Codice da Vinci (penso derivi sempre dall'impriting Indiana Jones), scritte bene però.

 Alcuni esempi possono essere "L'ultimo Catone" di Matilde Asensi o "Il club Dumas" di Pérez-Reverte (anche se le imprecisioni storiche per chi ne sa di libri antichi sono davvero molto fastidiose) o "Il pendolo di Foucault" del fu Umberto Eco, che era in verità una presa in giro del genere letterario in questione, ma che rimane fantastico.

 "I guardiani", il nuovo libro di Maurizio De Giovanni, prometteva di inserirsi nel filone, peraltro, visto lo scrittore, con buone possibilità di successo. Invece, pur apprezzando il tentativo, ci sono due cose che me lo hanno reso indigesto.
 Una dipende da De Giovanni e una no.

 Iniziamo da quella che NON dipende da De Giovanni.

 Dunque, il motivo per cui mi piacciono queste storie in cui i Rosacroce si sposano coi Templari in segreti matrimoni gay trascritti su papiri conservati in monasteri irraggiungibili in cima all'Himalaya a cui possono arrivare solo tre persone (una suora, un bonazzo che vuole farsi la suora e uno studioso di Shakespeare appassionato di criceti) dopo aver affrontato migliaia di peripezie e aver dimostrato la conoscenza di almeno 4 lingue morte tra cui il sanscrito e il sardo-fenicio, ecco il motivo è che sono quelle robe che mi piacerebbe tanto accadessero, ma razionalmente so che non sono possibili.

 Quello che mi godo è proprio il senso di mistero e di possibilità che dà la narrativa usando fantasiosamente delle lontane basi storiche. Il gusto che dà l'immaginare di essere un archeologo figo e con la frusta che scopre il sacro Graal in Giordania mentre è inseguito dai nazisti. La libertà dell'avventura.

 Ecco. Il motivo per cui adesso faccio fatica a leggere questo genere di trame è che razionalmente io ora so una cosa spaventosa: ci sono orde di persone che credono che quelle trame siano VERE.
 Ci sono davvero persone che credono agli alieni come fondatori della civiltà, a guardiani immortali che ci spiano da un bunker sotterraneo sotto Zurigo, alla telepatia e all'immortalità, ai rettiliani e alla discendenza benedetta dei figli di Gesù e Maria Maddalena.

 Certo, c'erano anche prima, ma prima l'opinione comune era considerarli degli "originali", ora il problema è che si cerca di far considerare degli "originali" chi, come me, tende a voler mantenere ben distaccate quelle due cose che sono realtà e fantasia.
 Insomma, leggo "Il codice da Vinci" o "I guardiani" e so che per molti non si tratta di un romanzo, ma di un trattato di sconcertante e scottante attualità molto più reale della realtà.
 E scusate a me 'sta cosa toglie il gusto di leggerlo.

 Il motivo che invece dipende da De Giovanni è un altro ed è IL TEMPO. Che j'è mancato.

 Per scrivere un libro che ha delle vaghe basi storiche a cui appellarsi qualche ricerca bisogna farla. Almeno un minimo. Altrimenti i riferimenti, la cornice, l'atmosfera, che sono la cosa davvero gustosa di queste trame che in genere non hanno spessore letterario alcuno (e non dico che debbano avercelo perché sono letteratura d'intrattenimento), vanno a farsi benedire.

 Ecco, qui l'atmosfera manca totalmente e ci sono invece montagne di spiegoni che, nonostante la loro montagnosità non riescono neanche a farci capire esattamente le coordinate della trama che infatti imbocca anche un paio di vicoli ciechi risolti da deus ex machina che proprio no.

 Vabbeh, cosa succede in questo libro?

 Un professore di antropologia di 42 anni e già abbastanza disadattato, col suo fido assistente dal nome strambo, Brazo (?), portano avanti da almeno un decennio una serie di studi sui riti dedicati alla dea Iside e ad altre divinità precristiane in quel di Napoli. Tutti li considerano dei ciarlatani, ma loro vanno avanti per la loro strada.
 Un giorno una giornalista tedesca, Ingrid (si chiamano tutte Ingrid queste nordiche), arriva a Napoli per vedere il professore e chiedergli di guidarla in giro per le tracce di questa Napoli precristiana per un articolo. In tutto ciò, in brevi capitoli random, si avvicendano vari personaggi slegati dalla trama principale che parlano insistentemente di mappe e cartografia.

 L'attenzione si sposta poi su Lisi, unica nipote del professore, figlia di sua sorella (una donna molto svagata diciamo) e di un misterioso uomo incontrato in gioventù in oriente. Anche lei è una brillante antropologa di 23 anni (vista l'età con una triennale) che studia i riti precristiani a Napoli, ma invece di fare ricerche in biblioteca usa internet (e qui già avevo i tremori).

 Insomma, da questi elementi parte prima una trama un po' d'azione, poi tanti spiegoni, poi di nuovo azione, poi spiegoni, poi spiegoni, poi Svizzera, poi mappe e spiegoni, poi l'ho finito di leggere solo perché era l'unica cosa che avevo in treno.
 Dunque, non c'è una minima ricerca storica, tutto è tirato via con una velocità imbarazzante.

 I personaggi che in genere sono il punto forte di De Giovanni che li sa ben caratterizzare e di cui sa descrivere i timori, gli orrori e gli amori, sono invece incolori, insapori, inodori.

Indistinguibili tra loro, non fanno altro che dirsi "E' una cosa troppo assurda" "Non ci crederà nessuno" "E' davvero troppo assurdo" "Chi ci crederà".

 Un peccato, perché l'ossatura e l'idea c'erano in embrione. Come non è facile far atterrare un disco a Lucca, non è neanche semplice portare trame del genere a Napoli senza rischiare l'effetto trash alla "Angelo nero".
 Purtroppo manca tutto il resto: il gusto della lettura, il gusto della scrittura, la ricerca, le relazioni tra i personaggi, i personaggi stessi.

 A pensar male verrebbe da credere che tutto sia stato messo su carta e poi in libreria troppo di corsa e come si dice: "La gatta frettolosa fece i gattini ciechi".
 Purtroppo.

martedì 7 febbraio 2017

La sostenibile claustrofobia della fiction de I bastardi di Pizzofalcone. Le differenze tra i personaggi del libro e della tv, le polemiche senza senso, quelle case stupende e una certa parentela coi fotoromanzi.

 Ho atteso il finale delle sei puntate per scrivere compiutamente questo post sulla fiction tratta dalla serie di romanzi di Maurizio De Giovanni.

 In verità, già verso la quarta puntata avrei voluto intingere la mia penna immaginaria nel calamaio immaginario, ma infine la pazienza mi ha dato ragione, sia perché l'ultima puntata pareva improvvisamente girata da un regista diverso, sia perché, all'alba della quinta c'è stata la solita polemica cretina che ogni fiction Rai deve suscitare in qualche anima bella.

 Ma ne parlerò nel finale.

 Dunque, m'è piaciuta? Insomma

Considerando che la fiction era tratta da una serie di libri che erano molto televisivi già leggendoli, mi aspettavo di meglio.

 Non c'erano infatti particolari voli pindarici o aggiustature da fare, i personaggi erano delineati molto precisamente, avevano storie personali estremamente dettagliate e addirittura ogni singolo libro sembrava già costruito come una puntata in stile "Distretto di polizia": l'indagine sul delitto, alternata a momenti personali dei singoli (poi in ogni libro, esattamente come in ogni puntata c'era più attenzione su questo o quel personaggio), il tutto alternato a un'indagine minore e, a unire tutte le puntate, una macrostoria (il frate killer).

 Invece, non si capisce se per colpa della sceneggiatura, della regia o di un concorso di cause, tutto è risultato stranamente fotoromanzesco, molto statico, immobile, come fosse girato in una sorta di teatro di posa, con alcune fugaci riprese esterne.

Ma andiamo con ordine!


 CLAUSTROFOBIA:

 A parte l'ultima puntata, tutti i delitti sono "delitti della camera chiusa". Accadono all'interno di una casa o nelle immediate vicinanze, (il cortile o il secchio della spazzatura appena fuori).

 Allora, devo dire che è apprezzabile finalmente l'esistenza di gialli ambientati al sud in cui non per forza debba esserci lo zampino della criminalità organizzata che non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male. 
 Tuttavia, al quarto delitto tra statuine del presepe, sedie principesche, borghesi che se la tirano, domestici stranieri e mantenute nostrane, inizi a dire "Ma qualcosa di un po' diverso?".

 Anche i personaggi interagiscono solo dentro case: Ottavia e Palma si incontrano facendo il giro di appartamenti da affittare, tutte le famiglie si vedono solo a cena, Lojacono e la Piras come Alex e la Martone si devono nascondere e quindi stanno sempre chiusi in casa, persino Aragona vive in albergo e non ha amici con cui ballare in discoteca.

 Forse anche queste riprese sempre al chiuso contribuiscono alla sensazione di perenne fotoromanzo.


CASE:

 Ragazzi, invidio da morire i nostri compatrioti napoletani.

 Non c'è una sola casa in tutta la fiction che non sia grande almeno 200 metri quadri (ma possiamo anche andare sui 1000 con terrazza).

 Dal fricchettone più sfigato che lavora al bar, al poliziotto più disagiato, dall'inquilino più borghese al migrante, tutti vivono in giganteschi appartamenti con stucchi a vista, affreschi pompeiani, sedie principesche (o, in alternativa, sempre gli stessi mobili ikea) e lampadari di cristallo.

 Mia sorella a un certo punto ha ipotizzato una vena da agente immobiliare nascosta nell'animo del regista. 

 E a giudicare dalla scena in cui Palma cerca casa e visiona appartamenti dalle 6 stanze in su, benché sia solo con un cane, è un'ipotesi convincente.


I PERSONAGGI:


ROMANO (attore Gennaro Silvestro):

 Un poliziotto con la propensione alla violenza, una rabbia nascosta senza nome, introverso, che dopo aver mollato un ceffone alla moglie le fa pure stalking per mesi, in effetti non è proprio un personaggio facile da interpretare, e questo, al povero attore, ne do atto.

Tuttavia nel libro Romano aveva la grande opportunità di farci vedere la sua soggettiva:  un uomo che ricorre alla violenza perché non pensa, non riflette e non scava nella sua rabbia, che cambia solo quando è costretto a rimanere solo e a pensare alle proprie azioni, alle loro conseguenze e all'orrore che provocano. E' un percorso interessante, anche perché non cerca scusanti.

 Nella fiction il pensiero non c'è, quindi Romano, senza scene che ne svelino l'animo tormentato, sembra uno psicopatico e basta. 

 Mena la moglie, a momenti strangola un sospettato, è perennemente furioso e mostra un vago secondo d'umanità solo quando parla con un bambino (nel libro la cosa ha un senso: lui e la moglie non riescono ad avere figli, nella fiction la moglie fa solo la faccia da madonna addolorata e sta sempre muta, quindi non è dato saperlo). L'attore fa del suo meglio, ma sempre uno psicopatico continua a sembrare.


ARAGONA (attore Antonio Folletto): 

Nel libro è molto più idiota. 
 E' proprio il classico tronista mancato, che non conosce il politically correct, è raccomandato e sogna di vivere in Miami Vice. Tamarro e genuino al contempo, è pieno di pregiudizi più costruiti che reali.

 Insomma, alla fine ti sta simpatico, ma come ti sta simpatico il cugino razzista che sei costretto a sopportare a Natale.

 Nella fiction, un po' l'attore molto bravo, un po' credo la necessità di smussarlo per ovvie ragioni da tv generalista, è molto più dolce e simpatico.

  Sembra più un ragazzetto di provincia che dalla provincia vuole affrancarsi e crede che per farlo debba fingere di vivere in un telefilm americano.
 Se posso dirlo, preferisco l'Aragona della fiction.


OTTAVIA:

 Nel libro, il suo personaggio fa sostanzialmente lavoro di supporto: recuperare le informazioni online.
 Non è che prenda molta parte attiva alle azioni, però è interessante il personaggio dal punto di vista personale.

 Ha infatti un marito bello, dolce e perfetto che si prende cura del loro unico figlio, affetto, si evince, da una qualche forma d'autismo. La cosa interessante è che lei detesta la perfezione del marito e vive il figlio disabile come una gabbia, esce insomma dallo schema della moglie e madre santa.

 Ovviamente immagino che una roba del genere sia stata vietatissima in Rai, perciò il marito è stato opportunamente incattivito (insomma, 'sta donna per detestare il marito deve avere per forza un motivo valido), mentre l'amore per il figlio rimane indiscusso.

 Le è rimasta addosso solo una patina di inadeguatezza. Solo che così il personaggio rimane vuoto e, nonostante gli sforzi di Tosca D'aquino, si vede.


ALEX (attrice Simona Tabasco):

E' probabilmente il personaggio più fedele all'originale (anche se le hanno abbassato l'età di 4 anni per rendere più credibile che una poliziotta 25enne sia psicologicamente succube di due anziani e appiccicosissimi genitori, cose che comunque esistono). 

 Brava l'attrice, per niente stereotipata, molto misurata, dolce. Peccato si sia solo accennato vagamente (e probabilmente chi ha visto solo la fiction lo ha già dimenticato) al motivo per cui è stata spedita a Pizzofalcone: aveva sparato a un superiore per ragioni ignote.
Ps. Curiosa comunque la scelta di mettere tre scene di seduzione tre, tutte identiche.


PALMA (attore Massimiliano Gallo):

Bisogna dire che di tutti i personaggi dei romanzi era quello più incolore.
 Non aveva una vera e propria storia personale e, oltre a una passione per Ottavia e per il proprio lavoro, non è che mostrasse grandi particolarità.

 Non so perché, ma lo immaginavo più avvenente dell'attore che lo ha impersonato che comunque è stato bravo a donare una sua umanità almeno nei gesti quotidiani a quello che alla fine pare un personaggio di servizio; parla col questore, telefona al questore, striglia i colleghi, si confronta coi colleghi. 

Come dicevano a teatro: telefonato, telefonato.


LOJACONO:

 Hanno trovato un escamotage per far recitare a Gassman il ruolo di un siciliano (romano, ma di origine siciliana poi ritrapiantato in Sicilia). In effetti valeva la pena perché ha le phisique du role (pure gli occhi da cinese!) e si impegna. 

Si impegna così tanto che non solo tutti gli altri sembrano sottotono, ma sembra abbia la perenne volontà di uscire dalle quattro mura dove avvengono tutti i delitti. 

Della serie "Ma un inseguimento non ce lo facciamo mai?".

 La figlia era da ceffoni nel romanzo ed è da ceffoni nella serie (anzi, nella serie, forse col fatto che è più grandicella sembra quasi più simpatica).
 Il suo ondeggiare tra la ristoratrice ricciuta e la bella magistrata è da vero latin lover senza cuore, ma non mi pare in effetti che nei libri faccia diversamente.


LAURA PIRAS:

 La Crescentini purtroppo ha impersonato Corinna nell'indimenticabile "Boris" e da allora qualsiasi cosa faccia, nel bene e nel male, sembra sempre lei: l'attrice raccomandata incapace di recitare che, per compensare, carica le espressioni drammatiche.

 Stavolta, complice forse un trucco che la faceva sembrare talmente piallata da avere il filtro bellezza del Huawei incorporato, pareva Corinna magistrata.

 Poche battute, sempre con lo stesso tono sofferto e apocalittico, in pieno "Io ho gli anni che ho" (vd. il video).

 Non si capisce se il personaggio, che nei libri mi era odioso, ma almeno aveva personalità, nella serie sia meno forte o se sia lei che lo appiattisce.
  In qualsiasi caso, il castano non le dona.


PISANELLI:

 Me lo immaginavo anziano, però meno. 

 Mi sentivo quasi in colpa  a vedere un uomo di quell'età costretto a lavorare e in condizioni di pericolo: per la serie "c'è un'età in alcuni lavori in cui è giusto andare in pensione".

 Però l'attore è così bravo e gli infonde un'umanità così profonda da rendere credibili persino le scene da vero horror di serie C col frate killer che ci ammicca con sguardo da vero malvagio.

 A proposito, il frate killer nei libri era descritto come una statuina del presepe, una specie di frate incarnazione del frate che mai penseresti potrebbe torcere un capello a nessuno. Qui, porco cane, pare preso da un film di un brutto imitatore di Dario Argento.


LA POLEMICA:

 Dunque, se avessi scritto questo post una settimana fa sarei stata assai più crudele.

 Uno sceneggiato statico, quasi vecchio nella sua impostazione, poco dinamico (sono riusciti nella rara impresa di far sembrare una città vivace come Napoli una specie di compassata Torino), con qualcosa di cartolinesco nelle riprese dei luoghi splendidi e più o meno famosi.

 Invece questa settimana, qualcuno ha provveduto a ricordarci perché la Rai fa fatica a produrre fiction che non sembrino essere uscite direttamente dagli anni '50: chi ci lavora ha probabilmente le mani così legate che pure allargare lievemente le corde deve essere un'impresa sovraumana.
Tanto per farvi capire, nella seconda puntata le colpevoli sono le due anziane

 Perché in questa che credo sia la serie poliziesca meno violenta della storia, con un tasso di sesso quasi inesistente (pochissime fugaci immagini), in cui i tre quarti del personaggi non sfiorano mai le labbra di nessuno e persino il linguaggio è contenuto, ebbene c'è chi ha trovato il coraggio di gridare allo scandalo.

 Il motivo è che il personaggio di Alex De Nardo è lesbica (guarda un po' esistono), c'è, quindi un personaggio omosessuale su almeno una quindicina fissi, quindi direi che rientriamo nelle statistiche del genere umano. 

 Ebbene, c'è stata un'interrogazione alla vigilanza Rai da parte di un deputato (Lupi) sugli scandalosi baci lesbici in prima serata (che ovviamente turbano le creature di pochi anni invece per niente inquietate dagli omicidi o dalla violenza domestica a quanto pare).

 De Giovanni e Gianfelice Imparato (l'attore che impersona Pisanelli) hanno difeso a spada tratta non le scene, ma proprio il concetto: le persone omosessuali esistono, non c'è motivo di nasconderle, e non esiste un amore giusto e uno sbagliato.

 A quel punto, gratitudine per De Giovanni a parte, mi sono resa conto che è impossibile chiedere alla Rai uno sceneggiato all'altezza di Netflix o anche di Sky: quello che per gli altri è normale amministrazione, in viale Mazzini è assoluta rivoluzione. 

 Perciò, a malincuorissimo,va bene anche così.


 In tutto ciò, pare che stiano architettando una serie Rai sul commissario Ricciardi, ossia un poliziotto che vede i morti durante il ventennio fascista. 
 Parafrasando Renè Ferretti "In Italia anche le guerre puniche sono ancora un argomento scottante", ho paura di sapere cosa potrà venirne fuori.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...