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domenica 19 marzo 2017

La nobile arte del saper lasciare andare. Quando si indugia troppo al lungo in ritorni impossibili, la vita rischia di sfuggirci tra le mani: la metafore de "La seconda vita di Naoko".

 C'è una puntata di Grey's Anatomy che mi torna sempre in mente. 

 Callie, l'ortopedica che molte puntate dopo si scoprirà lesbica, è stata lasciata dal marito per un'altra e non riesce a farsene una ragione in nessun modo.

 All'ospedale arrivano due donne che si sono ferite in una sorta di battaglia tra spose: c'è un abito nuziale a cui entrambe sono attaccate, quella che rimarrà attaccata per ultima avrà il matrimonio spesato da non so quale sponsor.

 Per tutta la puntata, nonostante le ferite e le preghiere dei compagni, nessuna delle due molla il colpo. Poi a un certo punto Callie sbotta "Basta! Bisogna capire quando è finita! Bisogna lasciar andare!".

 Molte puntate di Grey's Anatomy sono costruite in modo che l'assurda vicenda clinica che fa da ossatura alla storia, sia in realtà una sorta di allegoria dei problemi che attraversano i dottori protagonisti.

 Del resto il successo di questa serie, che potenzialmente è un Beautiful con un tasso di morti ancor più elevato, sta proprio in questo espediente: l'incredibile capacità di usare la medicina come metafora della vita.

 Questo episodio mi è tornato in mente con forza incredibile, leggendo un libro che avevo preso senza, in verità, moltissime aspettative: "La seconda vita di Naoko".

 Le non aspettative erano dovute al fatto che gli autori orientali sono potenzialmente assai morbosi.

 Robe che uno scrittore occidentale affronterebbe con circospezione, ansia  e qualche cicchetto di vodka, per loro (forse c'entrerà il famoso senso di colpa cristiano) è pane quotidiano.

 "La seconda vira di Naoko" di Keigo Higashino (di cui avevo letto un giallo, "Impeccabile" che non mi era piaciuto per niente) aveva tutte le potenzialità per essere la roba più morbosa della terra.

 Narra infatti la storia di Heisuke, un operaio meccanico, che un giorno riceve una tristissima telefonata: sua moglie Naoko e sua figlia di 12 anni, Monami, sono state coinvolte nell'incidente di un bus in montagna.
 Heisuke si precipita sul posto, ma niet, quando arriva, sua moglie Naoko spira mentre sua figlia Monami sembra aver subito dei danni cerebrali irreversibili.

 Invece Monami si sveglia miracolosamente. Ma. C'è un MA grosso come una casa. Monami si risveglia infatti con lo spirito di Naoko. Quindi corpo della figlia, anima della madre.
 Capite voi che c'era da spalancare la porta dell'inferno.

 Invece Higashino dimostra una misura, una gentilezza e una sensibilità incredibili.

 La domanda di fondo è molto potente e inquietante: cosa accadrebbe se vostra moglie si reincarnasse in vostra figlia?

 Higashino trasforma un tema che poteva essere foriero di tabù e inquietudini fastidiose in una metafora del non saper lasciare andare.

 Heisuke infatti è un uomo molto innamorato della moglie, onesto, incredibilmente retto, e decide che tutto quello che può fare davanti a una situazione del genere è fingere di fronte a tutto il mondo che Monami sia viva, ritenendosi tuttavia sempre legato al vincolo matrimoniale con Naoko.

 Capisce anche lui che sua moglie è ormai fisicamente irraggiungibile, pur tuttavia non riesce a staccarsi in nessun modo dal sentimento che la unisce a lei.

 Naoko invece, dopo un attimo di comprensibile smarrimento, decide di sfruttare al massimo questa seconda possibilità. 


Non indugia molto sulla sua passata condizione esistenziale e neanche particolarmente sulla morte della figlia, il suo nuovo obiettivo di vita è pretendere tutto quello a cui come Naoko aveva rinunciato.

Keigo Higashino
 Se come Naoko era stata una studentessa nella media e aveva deciso di sposarsi abbastanza giovane con un operaio, come Monami decide di puntare al massimo: diventare medico, studiare nelle migliori scuole e condurre una vita diversa, migliore.

 Ed è questo "migliore" che Heisuke non riesce a comprendere.

 Per lui la vita che si era costruito con Naoko era già la migliore. Aveva un lavoro che gli permette di vivere dignitosamente, una moglie e una figlia amatissime, dei bravi colleghi, una vita piccola e piena di sacrifici, ma molto amata.

 Per lui, scoprire che Naoko si sentiva infelice è sconcertante.

 Eppure non riesce a lasciarla andare. Inizia a indagare sulle motivazioni per cui è avvenuto l'incidente in bus: perché l'autista era tanto stanco? Davvero faceva straordinari su straordinari? E perché se viveva comunque in una topaia con la sua seconda moglie?

 Per Naoko rinuncia a un nuovo amore e inizia a essere ossessionato dai nuovi compagni, dai ragazzi con cui Naoko va a scuola e con cui condivide la vita piena di soddisfazioni che si sta costruendo.
 E' la cronaca di un disamore raccontata in modo estremamente originale.

 Naoko si allontana freddamente ed Heisuke non vuole lasciar andare.

 Come finisce ovviamente non posso dirvelo, ma fino all'ultima riga tiene sospeso quel senso di tristezza e di profonda contrizione che avviene quando qualcuno che conosciamo ci chiama per dirci: "Lei (o lui) non mi ama più".

 E tu non sai mai cosa dire, perché hai le sue stesse domande: come può qualcuno che prima ti adorava come la luna e le stelle, smettere di farlo? Quale insondabile mistero si cela sotto questo inspiegabile mutamento?

 La freddezza di Naoko lascia supporre che sarebbe avvenuto comunque, incidente o meno, stramba situazione o meno, sarebbe comunque finita così.

Lo si comprende anche dal finale, quando diventa chiaro che nonostante tutto Heisuke non è mai riuscito a lasciar andare e la sua prima e unica vita è andata ormai sprecata.
 Un errore in cui in molti indugiano.

 Qualcuno di voi lo ha letto? Testimoniate!

martedì 7 febbraio 2017

La sostenibile claustrofobia della fiction de I bastardi di Pizzofalcone. Le differenze tra i personaggi del libro e della tv, le polemiche senza senso, quelle case stupende e una certa parentela coi fotoromanzi.

 Ho atteso il finale delle sei puntate per scrivere compiutamente questo post sulla fiction tratta dalla serie di romanzi di Maurizio De Giovanni.

 In verità, già verso la quarta puntata avrei voluto intingere la mia penna immaginaria nel calamaio immaginario, ma infine la pazienza mi ha dato ragione, sia perché l'ultima puntata pareva improvvisamente girata da un regista diverso, sia perché, all'alba della quinta c'è stata la solita polemica cretina che ogni fiction Rai deve suscitare in qualche anima bella.

 Ma ne parlerò nel finale.

 Dunque, m'è piaciuta? Insomma

Considerando che la fiction era tratta da una serie di libri che erano molto televisivi già leggendoli, mi aspettavo di meglio.

 Non c'erano infatti particolari voli pindarici o aggiustature da fare, i personaggi erano delineati molto precisamente, avevano storie personali estremamente dettagliate e addirittura ogni singolo libro sembrava già costruito come una puntata in stile "Distretto di polizia": l'indagine sul delitto, alternata a momenti personali dei singoli (poi in ogni libro, esattamente come in ogni puntata c'era più attenzione su questo o quel personaggio), il tutto alternato a un'indagine minore e, a unire tutte le puntate, una macrostoria (il frate killer).

 Invece, non si capisce se per colpa della sceneggiatura, della regia o di un concorso di cause, tutto è risultato stranamente fotoromanzesco, molto statico, immobile, come fosse girato in una sorta di teatro di posa, con alcune fugaci riprese esterne.

Ma andiamo con ordine!


 CLAUSTROFOBIA:

 A parte l'ultima puntata, tutti i delitti sono "delitti della camera chiusa". Accadono all'interno di una casa o nelle immediate vicinanze, (il cortile o il secchio della spazzatura appena fuori).

 Allora, devo dire che è apprezzabile finalmente l'esistenza di gialli ambientati al sud in cui non per forza debba esserci lo zampino della criminalità organizzata che non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male. 
 Tuttavia, al quarto delitto tra statuine del presepe, sedie principesche, borghesi che se la tirano, domestici stranieri e mantenute nostrane, inizi a dire "Ma qualcosa di un po' diverso?".

 Anche i personaggi interagiscono solo dentro case: Ottavia e Palma si incontrano facendo il giro di appartamenti da affittare, tutte le famiglie si vedono solo a cena, Lojacono e la Piras come Alex e la Martone si devono nascondere e quindi stanno sempre chiusi in casa, persino Aragona vive in albergo e non ha amici con cui ballare in discoteca.

 Forse anche queste riprese sempre al chiuso contribuiscono alla sensazione di perenne fotoromanzo.


CASE:

 Ragazzi, invidio da morire i nostri compatrioti napoletani.

 Non c'è una sola casa in tutta la fiction che non sia grande almeno 200 metri quadri (ma possiamo anche andare sui 1000 con terrazza).

 Dal fricchettone più sfigato che lavora al bar, al poliziotto più disagiato, dall'inquilino più borghese al migrante, tutti vivono in giganteschi appartamenti con stucchi a vista, affreschi pompeiani, sedie principesche (o, in alternativa, sempre gli stessi mobili ikea) e lampadari di cristallo.

 Mia sorella a un certo punto ha ipotizzato una vena da agente immobiliare nascosta nell'animo del regista. 

 E a giudicare dalla scena in cui Palma cerca casa e visiona appartamenti dalle 6 stanze in su, benché sia solo con un cane, è un'ipotesi convincente.


I PERSONAGGI:


ROMANO (attore Gennaro Silvestro):

 Un poliziotto con la propensione alla violenza, una rabbia nascosta senza nome, introverso, che dopo aver mollato un ceffone alla moglie le fa pure stalking per mesi, in effetti non è proprio un personaggio facile da interpretare, e questo, al povero attore, ne do atto.

Tuttavia nel libro Romano aveva la grande opportunità di farci vedere la sua soggettiva:  un uomo che ricorre alla violenza perché non pensa, non riflette e non scava nella sua rabbia, che cambia solo quando è costretto a rimanere solo e a pensare alle proprie azioni, alle loro conseguenze e all'orrore che provocano. E' un percorso interessante, anche perché non cerca scusanti.

 Nella fiction il pensiero non c'è, quindi Romano, senza scene che ne svelino l'animo tormentato, sembra uno psicopatico e basta. 

 Mena la moglie, a momenti strangola un sospettato, è perennemente furioso e mostra un vago secondo d'umanità solo quando parla con un bambino (nel libro la cosa ha un senso: lui e la moglie non riescono ad avere figli, nella fiction la moglie fa solo la faccia da madonna addolorata e sta sempre muta, quindi non è dato saperlo). L'attore fa del suo meglio, ma sempre uno psicopatico continua a sembrare.


ARAGONA (attore Antonio Folletto): 

Nel libro è molto più idiota. 
 E' proprio il classico tronista mancato, che non conosce il politically correct, è raccomandato e sogna di vivere in Miami Vice. Tamarro e genuino al contempo, è pieno di pregiudizi più costruiti che reali.

 Insomma, alla fine ti sta simpatico, ma come ti sta simpatico il cugino razzista che sei costretto a sopportare a Natale.

 Nella fiction, un po' l'attore molto bravo, un po' credo la necessità di smussarlo per ovvie ragioni da tv generalista, è molto più dolce e simpatico.

  Sembra più un ragazzetto di provincia che dalla provincia vuole affrancarsi e crede che per farlo debba fingere di vivere in un telefilm americano.
 Se posso dirlo, preferisco l'Aragona della fiction.


OTTAVIA:

 Nel libro, il suo personaggio fa sostanzialmente lavoro di supporto: recuperare le informazioni online.
 Non è che prenda molta parte attiva alle azioni, però è interessante il personaggio dal punto di vista personale.

 Ha infatti un marito bello, dolce e perfetto che si prende cura del loro unico figlio, affetto, si evince, da una qualche forma d'autismo. La cosa interessante è che lei detesta la perfezione del marito e vive il figlio disabile come una gabbia, esce insomma dallo schema della moglie e madre santa.

 Ovviamente immagino che una roba del genere sia stata vietatissima in Rai, perciò il marito è stato opportunamente incattivito (insomma, 'sta donna per detestare il marito deve avere per forza un motivo valido), mentre l'amore per il figlio rimane indiscusso.

 Le è rimasta addosso solo una patina di inadeguatezza. Solo che così il personaggio rimane vuoto e, nonostante gli sforzi di Tosca D'aquino, si vede.


ALEX (attrice Simona Tabasco):

E' probabilmente il personaggio più fedele all'originale (anche se le hanno abbassato l'età di 4 anni per rendere più credibile che una poliziotta 25enne sia psicologicamente succube di due anziani e appiccicosissimi genitori, cose che comunque esistono). 

 Brava l'attrice, per niente stereotipata, molto misurata, dolce. Peccato si sia solo accennato vagamente (e probabilmente chi ha visto solo la fiction lo ha già dimenticato) al motivo per cui è stata spedita a Pizzofalcone: aveva sparato a un superiore per ragioni ignote.
Ps. Curiosa comunque la scelta di mettere tre scene di seduzione tre, tutte identiche.


PALMA (attore Massimiliano Gallo):

Bisogna dire che di tutti i personaggi dei romanzi era quello più incolore.
 Non aveva una vera e propria storia personale e, oltre a una passione per Ottavia e per il proprio lavoro, non è che mostrasse grandi particolarità.

 Non so perché, ma lo immaginavo più avvenente dell'attore che lo ha impersonato che comunque è stato bravo a donare una sua umanità almeno nei gesti quotidiani a quello che alla fine pare un personaggio di servizio; parla col questore, telefona al questore, striglia i colleghi, si confronta coi colleghi. 

Come dicevano a teatro: telefonato, telefonato.


LOJACONO:

 Hanno trovato un escamotage per far recitare a Gassman il ruolo di un siciliano (romano, ma di origine siciliana poi ritrapiantato in Sicilia). In effetti valeva la pena perché ha le phisique du role (pure gli occhi da cinese!) e si impegna. 

Si impegna così tanto che non solo tutti gli altri sembrano sottotono, ma sembra abbia la perenne volontà di uscire dalle quattro mura dove avvengono tutti i delitti. 

Della serie "Ma un inseguimento non ce lo facciamo mai?".

 La figlia era da ceffoni nel romanzo ed è da ceffoni nella serie (anzi, nella serie, forse col fatto che è più grandicella sembra quasi più simpatica).
 Il suo ondeggiare tra la ristoratrice ricciuta e la bella magistrata è da vero latin lover senza cuore, ma non mi pare in effetti che nei libri faccia diversamente.


LAURA PIRAS:

 La Crescentini purtroppo ha impersonato Corinna nell'indimenticabile "Boris" e da allora qualsiasi cosa faccia, nel bene e nel male, sembra sempre lei: l'attrice raccomandata incapace di recitare che, per compensare, carica le espressioni drammatiche.

 Stavolta, complice forse un trucco che la faceva sembrare talmente piallata da avere il filtro bellezza del Huawei incorporato, pareva Corinna magistrata.

 Poche battute, sempre con lo stesso tono sofferto e apocalittico, in pieno "Io ho gli anni che ho" (vd. il video).

 Non si capisce se il personaggio, che nei libri mi era odioso, ma almeno aveva personalità, nella serie sia meno forte o se sia lei che lo appiattisce.
  In qualsiasi caso, il castano non le dona.


PISANELLI:

 Me lo immaginavo anziano, però meno. 

 Mi sentivo quasi in colpa  a vedere un uomo di quell'età costretto a lavorare e in condizioni di pericolo: per la serie "c'è un'età in alcuni lavori in cui è giusto andare in pensione".

 Però l'attore è così bravo e gli infonde un'umanità così profonda da rendere credibili persino le scene da vero horror di serie C col frate killer che ci ammicca con sguardo da vero malvagio.

 A proposito, il frate killer nei libri era descritto come una statuina del presepe, una specie di frate incarnazione del frate che mai penseresti potrebbe torcere un capello a nessuno. Qui, porco cane, pare preso da un film di un brutto imitatore di Dario Argento.


LA POLEMICA:

 Dunque, se avessi scritto questo post una settimana fa sarei stata assai più crudele.

 Uno sceneggiato statico, quasi vecchio nella sua impostazione, poco dinamico (sono riusciti nella rara impresa di far sembrare una città vivace come Napoli una specie di compassata Torino), con qualcosa di cartolinesco nelle riprese dei luoghi splendidi e più o meno famosi.

 Invece questa settimana, qualcuno ha provveduto a ricordarci perché la Rai fa fatica a produrre fiction che non sembrino essere uscite direttamente dagli anni '50: chi ci lavora ha probabilmente le mani così legate che pure allargare lievemente le corde deve essere un'impresa sovraumana.
Tanto per farvi capire, nella seconda puntata le colpevoli sono le due anziane

 Perché in questa che credo sia la serie poliziesca meno violenta della storia, con un tasso di sesso quasi inesistente (pochissime fugaci immagini), in cui i tre quarti del personaggi non sfiorano mai le labbra di nessuno e persino il linguaggio è contenuto, ebbene c'è chi ha trovato il coraggio di gridare allo scandalo.

 Il motivo è che il personaggio di Alex De Nardo è lesbica (guarda un po' esistono), c'è, quindi un personaggio omosessuale su almeno una quindicina fissi, quindi direi che rientriamo nelle statistiche del genere umano. 

 Ebbene, c'è stata un'interrogazione alla vigilanza Rai da parte di un deputato (Lupi) sugli scandalosi baci lesbici in prima serata (che ovviamente turbano le creature di pochi anni invece per niente inquietate dagli omicidi o dalla violenza domestica a quanto pare).

 De Giovanni e Gianfelice Imparato (l'attore che impersona Pisanelli) hanno difeso a spada tratta non le scene, ma proprio il concetto: le persone omosessuali esistono, non c'è motivo di nasconderle, e non esiste un amore giusto e uno sbagliato.

 A quel punto, gratitudine per De Giovanni a parte, mi sono resa conto che è impossibile chiedere alla Rai uno sceneggiato all'altezza di Netflix o anche di Sky: quello che per gli altri è normale amministrazione, in viale Mazzini è assoluta rivoluzione. 

 Perciò, a malincuorissimo,va bene anche così.


 In tutto ciò, pare che stiano architettando una serie Rai sul commissario Ricciardi, ossia un poliziotto che vede i morti durante il ventennio fascista. 
 Parafrasando Renè Ferretti "In Italia anche le guerre puniche sono ancora un argomento scottante", ho paura di sapere cosa potrà venirne fuori.

lunedì 9 maggio 2016

Potere del cristallo di luna vieni a me! In onore del ritorno di Sailor Moon un excursus tra i manga della mia vita: sailor Moon, Ranma, Dragon Ball, le Clamp e il sempiterno mito di Sonia di Super3. Perché no, non sono stati solo fumetti.

Correva l'anno 1994 o giù di lì, frequentavo la quinta elementare e io e la mia migliore amichetta dell'epoca (che tuttora è una delle mie migliori amiche) che viveva nel mio stesso palazzo, passavamo i pomeriggi convinte che un giorno saremmo diventate delle guerriere Sailor.

Il catalogo della mostra Moon Pride (i gadget sono
invece un regalo della citata amica per un compleanno
di due anni fa  <3 )
 Io avevo puntato su sailor Mercurio, placida, studiosa e col potere più inutile di tutte: le bolle di nebbia, che si mostravano risolutive una volta su mille puntate.

 Lei, più intelligentemente aveva scelto sailor Jupiter, la sailor alta, forzuta e in grado di evocare perfidi fulmini. Il 1994 fu l'anno più crudele della nostra devozione (che ci spinse anche a passare pomeriggi di taglio e cucito nel tentativo di riprodurre i costumi) perché scoprimmo il fantasmagorico mondo delle guerriere sailor con la prima serie e, in contemporanea, ne vedemmo il finale.

 Morivano tutte.

 Sì, altro che edulcorati cartoni animati odierni, un tempo nelle serie animate si moriva. E si resuscitava. Ma, considerando che il finale era spezzato in due puntate, passammo il pomeriggio della prima convinte che le nostre beniamine fossero morte, e piangemmo per ore.
 La cosa non piacque alla mia pragmatica madre, una donna che mi ha inflitto una sana educazione alla tedesca, (vuoi imparare a nuotare? Ti lancio in acqua a un anno, è nella natura umana galleggiare, e per la cronaca ho effettivamente galleggiato) che giudicava assurdo e sconveniente stracciarsi le vesti per un cartone animato di provenienza giapponese.

 Sopportò, ma arrivò alla suprema proibizione quando una psicoterapeuta che tutti noi nati negli anni '80 possiamo ricordare, tale Vera Slepoj, seminò il panico dicendo che per un motivo che non sono mai riuscita a comprendere, Sailor Moon convinceva i maschi a diventare femmine.
  Io ero già femmina, ma il sospetto ormai imperava e la genitrice oltre a proibirmi la visione della quarta e quinta serie (ma avevo fatto in tempo a vedere la terza, quella con sailor Nettuno e sailor Urano, chiaramente coppia lesbica nonostante le censure) gettò anche gli albi a fumetti che la suddetta amichetta mi aveva donato per salvarli dalla furia materna di sua madre, sospettosa anch'essa verso il nuovo che avanzava: i manga.

 Quest'anno torna tra noi Sailor Moon, ovunque vedo affiorare commemorazioni di vario genere e ho deciso di dedicare un post a quelli che considero parte integrante della mia formazione culturale: i manga giapponesi.
 Per me, vuoi che per i miei fossero sospetti e da proibire, vuoi che erano il mio momento di libertà (e di trasgressione), sono stati fondamentali sia per costruire un immaginario, che come vedete anche nelle storie di Zerocalcare è comune a una generazione, sia per diventare adulta.
 Esagero?
Molti miei coetanei sanno che non è così.
Sailor Uranus e Sailor Nettuno, ce le passavano come amiche,
ma nonostante avessimo dodici anni, non eravamo sceme
 I manga hanno avuto il merito di essere la prima cosa davvero diversa che faceva capolino nei nostri addormentati orizzonti: cibo esotico, eroine in divisa alla marinara, un senso del sacrificio che col senno del poi è la follia, ma all'epoca, per qualche motivo, ci sembrava logico.

 E poi l'educazione sentimentale che ok, anche lì aveva una dose di follia, ma conosceva anche degli estremi che non si riusciva a trovare da nessuna parte a quell'età: molti manga parlavano dei terrori legati al sesso, dell'incomprensione e oppressione degli adulti, della difficoltà del primo bacio (altri in effetti come "Paradise kiss" di Ai Yazawa andavano ben oltre) e sì, anche della possibilità che esistessero, per dire, anche delle coppie lesbiche.
 Sostanzialmente gli adulti si preoccupavano di Ranma che cascava in una pozza e cambiava sesso e in realtà si leggeva di contrabbando qualcosa di improvvisamente più adulto. Meno male che non gli è mai venuto in mente di leggerli.

 Di seguito vi elencherò alcuni fumetti del cuore, ma è una mini selezione di una bibliografia che purtroppo, dopo aver fatto il suo dovere, ora giace nella cantina dei miei.

RANMA 1/2 e DRAGON BALL:

 Oh, magari mia madre che qualcosa proprio non quadrasse nella mia eterosessualità presunta se lo sentiva, però, secondo, dopo "Sailor Moon" nella sua lista nera c'era solo "Ranma 1/2".

 Mi ricordo che  vidi per caso il cartone la prima volta su una tv locale del Lazio (forse teleroma 56) verso i dodici anni e ne rimasi affascinata.
  Lanciavo calci in aria sognando che i miei mi iscrivessero a judo e feci la conoscenza per la prima volta la misteriosa cucina giapponese a base di frittelle ripiene di marmellata di fagioli e crocchette di riso e alghe. Durò poco.
 Mia madre scoprì che il protagonista del cartone cambiava sesso cascando nell'acqua e la cosa non le garbò.
 Andò un pochino meglio quando la serie fu comprata da Tmc in un programma per ragazzi condotto allora da Ettore Bassi: in una cornice del genere tutto appariva meno sordido.
 Tuttavia i fumetti rimanevano teoricamente banditi (tra l'altro fumetti dove i personaggi manco si baciano in bocca, figurarsi il resto) ma io pazientemente mettevo da parte la paghetta dei nonni e imparai a comprare i volumetti di Ranma e Dragon Ball in edicola.
 Fu, penso, la prima rivolta cosciente della mia vita e da allora ne vennero molte altre (addio calze, addio gonna, addio tante robe che non sopportavo).

 Ricordo ancora l'eccitazione di quei due volumetti di Dragon Ball e Ranma comprati all'edicola vicino alle scuole medie e letti durante le lezioni. In classe avevo un altro compagno che stava sempre zitto e con cui avevo scambiato a stento poche parole: quando vide i fumetti si illuminò.
 Non diventammo amici come nelle fiabe per adolescenti, ma mi diede un sacco di dritte.
 Iniziai a disegnare Dragon Ball durante le lezioni, alcuni disegni li vendevo pure (ebbene sì, c'è stato un tempo in cui sapevo disegnare) e racimolavo quei famosi 3500 lire che mi servivano per il nuovo volume settimanale di Ranma.
 I miei, ad un certo punto, si rassegnarono (forse, immagino li leggevano per controllarli e capirono che trasmutamenti di sesso a parte non succedeva niente di strano), ormai il danno era fatto. A quindici anni arrivarono le prime visite in fumetteria, un mondo di bulimia cartacea in cui avrei comprato tutto e il contrario di tutto, peccato non avere i soldi.
 (La serie di Dragon Ball riuscii comunque a comprarla dopo aver risparmiato le paghette di un'estate intera, un tempo ero capace di grandi imprese).

SUPER3:

 Mi comprenderanno solo i bambini e le bambine del Lazio, ma è giusto che l'intera Italia conosca l'esistenza di questa emittente laziale perita tra le nostra grida di dolore due anni fa.
Sonia e il fido Birillo

Non è un libro, non è un fumetto, ma è ciò che ha creato un vero immaginario collettivo (tanto che mi chiedo come abbiano fatto nelle altre regioni): un canale tv che mandava per ore cartoni animati giapponesi di ogni genere.

 C'erano:  Daltanius. Ransie la strega (epica la sigla di lei nuda coperta solo da un mantello), l'ape Magà, Bia, Ufo Robot, assurdi cartoni di pugilato, Jenny la tennista, Pat ragazza del baseball, un improbabile cartone in cui gente si sfidava in lotte all'ultimo sangue con le macchinine (!), Calendar men, i Predatori del tempo e Yattaman (che non capivo perché avevano gli stessi protagonisti e gli stessi cattivi, w miss Dronio sempre), Cara dolce Kyoko, Gigi la trottola, Doraemon (parliamo dei dolcetti che mangiava, sembravano squisiti), Sampei, Lo specchio magico (mi ricordo che trovavo la sigla di una tristezza assoluta).

Il tutto accompagnato sempre dalle stesse pubblicità: cornetto Cerbiatto, sciroppi Pallini e cedrata Tassoni, robe che ti catapultavano direttamente trent'anni indietro nella storia.

 Il top per un bambino laziale era essere invitato nel salotto della sempiterna Sonia, la storica conduttrice di quegli infiniti pomeriggi animati. Sempre identica, vera conoscitrice del siero dell'eterna giovinezza, apriva montagne di letterine assieme a Birillo, un robot a grandezza umana.
 Per anni ho cercato inutilmente di farmi dare da un mio caro amico la videocassetta su cui era registrata la puntata in cui lui e suo cugino erano stati graditi ospiti del salotto di Sonia, ma niente. 
 Altro che letterine a Cologno Monzese, Sonia foreva.
Ps. Se volete sentire la drammatica canzone della buonanotte, la trovate qui.

LE CLAMP:

Lo considero uno dei fumetti migliori mai letti
 Se non ho avuto lacuna alcuna nel trovare nella mia adolescenza personaggi lgbt in giro, il 90% del merito va alle Clamp, un assurdo collettivo di quattro fumettiste giapponesi che, sfondando ogni ragionevole statistica mondiale in tema di orientamento sessuale, infarcivano i loro fumetti di personaggi gay e lesbiche.

 Non ho mai capito bene cosa passasse nella loro testa o quale fosse esattamente il loro piano editoriale, se pure ne avevano uno, perché passavano con nonchalance da fumetti innocui come "Cardcaptor Sakura" (in Italia il cartone animato fu tradotto con "Pesca la tua carta Sakura") a bagni di sangue come "X-1999" o "Tokyo Babylon", a mio parere il loro fumetto migliore e, senza esagerare, un capolavoro.

 Tratto molto manga, storie assurde, ma con un tono malinconico che ti catturava come una sirena, le leggevi e pensavi di capire il male di vivere. 
 La cosa che non ho mai sopportato: la loro tendenza a non finire le serie o a finirle dopo anni (ancora sto qui che aspetto gli ultimi 2 dico 2 non 30 volumetti di "X-1999").  In compenso ho sempre trovato avessero un certo acume nel raccontare con follia i picchi della miseria umana. Diciamo che non avevano remore nel raccontare gli orrori del quotidiano, in un modo così forte che, bisogna ammetterlo, talvolta richiedeva anche un certo coraggio narrativo ( tra l'altro spesso non banale perché le differenze tra bene e male non erano così nette né scontate).
 Parlare e leggere del lato oscuro del mondo non è mai facile.

LOVE HINA di Ken Akamatsu:

 Delirante fumetto a tema universitario, lo scoprii per caso l'ultimo anno delle superiori e, probabilmente, lo amai proprio per la felice coincidenza.

 La trama era pressoché inesistente: un giovane, Keitaro col sogno di entrare alla Todai, una specie di Normale di Pisa giapponese, studia come un pazzo affinché il suo sogno si avveri. Purtroppo nell'ateneo entrano solo genietti e lui, di certo, non lo è.
  Tale fissazione gli deriva da un'antica promessa fatta durante l'infanzia a una bambina di cui neanche ricorda il nome. Aveva quattro anni e ora una ventina, ma vabbeh, sò giapponesi.
 Poiché in Giappone è estremamente disdicevole fallire a oltranza gli esami di ammissione all'università, Keitaro si ritrova a chiedere ospitalità alla nonna, allegra giramondo padrona di una sorta di studentato femminile con terme annesse.
 Le inquiline (poche nonostante l'enormità del posto) non la prendono bene, ma lui rimane e riesce a farsi amare, anche un po' troppo da tutte quante.

  La storia, lo ripeto, non è niente di speciale: momenti di delirio si incrociano a infinite scene da commedia sexy. 
 Tuttavia lo ricordo con affetto: io studiavo per l'università, loro studiavano per l'università. Io cercavo di dare i primi esami nella sessione invernale, loro si preparavano tenendo le gambe al caldo nel kotatsu mangiando mandarini.
 Non l'ho più riletto. Temo un tragico effetto delusione. Ci sono letture che funzionano solo in certi momenti,

Questi sono solo alcuni dei miei manga del cuore. Voi ne avete qualcuno? Vi hanno cambiato la vita? Li ricordate con affetto? Non li avete mai trovati interessanti? Testimoniate!

domenica 24 aprile 2016

Il mistero di Giovannino Guareschi: chi era davvero costui? Tre titoli (+1)per scoprire scandali, inquietudini di una vita appassionata tra don Camillo, Peppone, i giovani d'oggi, i lager nazisti e i contorni di un'Italia ambigua.

Uno dei più bei ricordi della mia infanzia, sono le sere in cui rimanevo a dormire dai nonni.
 Credo che sia un ricordo molto condiviso visto che difficilmente per un nipote c'è pacchia maggiore: cibo ottimo, coccole, vezzeggiamenti continui, i nonni che fanno di tutto per compiacerti compreso ingozzarti di dolci che, normalmente in quanto bambina paffuta non potresti mangiare. 
Nonostante abbia dormito da loro innumerevoli volte è come se nella mia memoria, in tv, andassero in loop solamente i film di Don Camillo e Peppone.
 Non so quante volte rete 4 fosse in grado di mandarne a ripetizione durante l'anno, tuttavia ogni volta era come la prima: temevamo per i fidanzati che volevano buttarsi nel laghetto con la chiesa sommersa, ci inquietavamo per l'alluvione del Polesine, penavamo per le povere mucche che non venivano munte a causa dello sciopero e ci chiedevamo quando mai Don Camillo avrebbe smesso di stare in esilio sul monte per aver ceffonato un aiutante di Peppone.
 Tutte le sante volte.

Visto che mio nonno leggeva tantissimo, dai film si passò ai libri. 
 Giravano per casa delle edizioni degli anni '70 che avevano lo stesso effetto dei film: li avrò letti decine di volte e ogni volta c'è lo stesso, misterioso, gusto. 
 Addirittura mi passò tra le mani un'assurda edizione scolastica di inizio anni '90 nelle cui note si parlava molto della situazione politica contingente e veniva citato il Pds! Rileggendolo per caso anni dopo mi sconcertò capire quanto, nell'arco di un ventennio berlusconiano, fosse ormai diventato impensabile mandare in giro per le scuole un libro con note del genere.
 La capacità ipnotica, quell'inafferrabile quid che lo rende irresistibile anche quando si ha l'impressione di saperlo a memoria, la fluttuazione nel cosmo scolastico, rendono Guareschi degno di nota e di post. 
E' per capire meglio questo mistero che ho raccolto una manciata di titoli per conoscerlo meglio  se volete saperne di più o magari solo rileggerlo col senno del poi.

GIOVANNINO GUARESCHI di Guido Conti ed. Rizzoli:

 Una volta adulta mi sono resa conto di aver guardato Don Camillo e Peppone con una straordinaria cognizione di causa priva di cognizione di causa. 
 Cosa può capire mai una bambina di sette anni davanti ai litigi di un prete democristiano e di un sindaco comunista nella bassa emiliana? Come riuscivamo ad afferrare cosa volesse dire l'episodio in cui Peppone ordina ai suoi di non festeggiare il Natale in nome della religione oppio dei popoli? Cosa intuivamo degli scioperi e del figlio di Peppone che doveva essere battezzato Lenin? 
 Conoscendo i miei nonni materni con cui condividevo le visioni dei film, (un militare che non ha mai e dico mai parlato di politica e una donna di famiglia molto filodestrosa), dubito che mi abbiano dato una qualche infarinata storica.  Li guardavo senza spiegazioni di sorta, eppure non ricordo di aver mai avuto momenti di confusione sulla compagine storica. Com'è possibile?
 Penso che l'arcano possa essere svelato col mistero stesso che avvolge in qualche modo l'immagine di Guareschi. 
 Parlandone si scoprirà che era reazionario, filomonarchico, non apertamente antifascista, ma di sicuro anticomunista, eppure al contempo fu colui che passò un anno e  mezzo in un lager nazifascista (da cui nacque  "Diario clandestino") e dipinse un personaggio, quello di Peppone, che chiunque abbia letto i libri non può mai bollare come negativo, ma ricco anzi di onestà e umanità.
 La cosa più incredibile rimane forse come la sua biografia con coincida con quanto ci ha lasciato detto attraverso i suoi personaggi. 
 Il mistero è fitto e, come accade per molti scrittori considerati, non a ragione, minori, la critica è lunga dal divenire.
 La biografia di Guido Conti è un buon modo per cominciare ad avere delle risposte.

L'ANNO DI DON CAMILLO:

 Di tutti i libri della saga di Don Camillo, "L'anno di don Camillo" è quello che ricordo con maggior gioia perché: 

1) Dava il tempo di godersi appieno le storie (il primo "Don Camillo" finisce quando hai appena iniziato a capire come funziona).
2) Molte storie non riguardano il rapporto tra Don Camillo e Peppone, ma i cambiamenti che affronta la gente della bassa.
 Passato il secondo dopoguerra assai agitato del primo libro, tra una guerra che non si capiva bene se fosse finita, ex fascisti con cui si aveva disagio a confrontarsi, armi ancora seppellite in attesa della rivoluzione, soldi dei tedeschi nascosti nelle bare pronti per costruire la casa del popolo, si viene a conflitti di altro genere.
 I tempi cambiano, arriva la guerra fredda, i cambiamenti sociali e l'emancipazione della donna con cui il partito comunista ha sempre avuto un rapporto ambivalente (sì, certo doveva emanciparsi, ma insomma fino ad un certo punto, tanto che l'Udi seguiva, almeno in principio le solide direttive del Pci).

 Il bello dei racconti è che raccontano non i cambiamenti macroscopici, ma gli effetti microscopici che, per persone semplici e legate ad un secolare mondo rurale, possono assumere proporzioni enormi.
  Una tinta per capelli bionda fa andare in crisi una tranquilla madre di famiglia che sognava solo di avere i boccoli d'oro come le principesse delle fiabe (ma che dirà la gente della sua debolezza), un contadino ignorante e despotico fa la guerra per tutta la vita al suo quarto figlio, quello più piccolo, il più intelligente che si diplomerà odiandolo. 
 Scoprirà solo alla sua morte che il padre teneva un baule con tutte le sue prodezze: il diploma, la foto di quando fece il carabiniere, la nuova casa, i figli.
 Ci sono Giuliette e Romeo divise da De Gasperi e Togliatti e la mitica operazione San Babila (fantastico quel racconto!) soprattutto un'Italia che inizia a dare i primi segni di un cambiamento epocale che Guareschi tenterà di raccontare in "Don Camillo e i giovani". 
 A proposito di quest'ultimo, noterete, leggendo che, alle prese coi nuovi gggiovani, Guareschi mescola molto moralismo e una triste mancanza delle felicissime intuizioni che l'hanno reso uno scrittore simbolo di un periodo storico. Il motivo è molto semplice: non si può essere interpreti di tutti i tempi e, il suo, era ormai passato.

"BOMBARDATE ROMA!" di Mimmo Franzinelli ed. Mondadori:

Due anni fa, uscì un libro di Mimmo Franzinelli sullo scandalo (da me ignoratissimo) che coinvolse De Gasperi e Guareschi e mandò in carcere quest'ultimo per diffamazione.
 Franzinelli, armato di documentazione, perizie calligrafiche e molta pazienza, ricostruisce un fatto ai più ignoto che, nel 1954 vide Guareschi dare credito a un komplotto messo su da forze repubblichine, spie, periti di tribunale corrotti e fascisti dell'ultima ora.
 Lo scrittore pubblicò infatti su "Il Candido", storico giornale satirico fondato dallo stesso Guareschi e non certo filosovietico, due presunte lettere scritte da De Gasperi al tenente colonnello inglese Bonham Carter nel 1944 durante il periodo della liberazione. Egli chiedeva agli alleati di bombardare la periferia di Roma per accelerare i tempi, infischiandosene della popolazione. 
 Guareschi le diede per vere e le pubblicò, ne seguì un processo che fu penoso per entrambe le parti. 
 De Gasperi morì poco dopo la sentenza, Guareschi fu giudicato colpevole e non fece ricorso in appello, convinto anche di essere stato avversato da parte inglese. 
 Gli toccò scontare una condanna di un anno e mezzo per effetto di una sentenza precedente: era stato infatti condannato per una vignetta pubblicata sul giornale di cui era direttore responsabile nella quale si dileggiavano (oggi in modo risibile, ma all'epoca si era ben lungi da Charlie Hebdo) i corazzieri.
Quella prima pena per diffamazione era stata sospesa, ma in caso di seconda condanna sarebbe diventata effettiva (così ho capito perlomeno, avvocati se la faccenda è più complessa, spiegatemela).
 Scontò l'intera condanna dividendo scrittori e opinione pubblica. Ne uscì profondamente fiaccato nell'animo e nello spirito.

Se vi è piaciuto, leggete anche "LA LIBRAIA DI PIAZZALE LORETO" di Tinin Mantegazza, Corsiero editore:

Avevo da tantissimo tempo l'idea di scrivere un post su Guareschi e anche per questo avevo recuperato dei vecchi libri a casa, tuttavia la spinta definitiva me l'ha data la lettura di un libro delizioso che non potete non amare se avete apprezzato l'autore di Don Camillo: "La libraia di piazzale Loreto" by Tinin Mantegazza storico autore dell'Albero Azzurro.
Avevo da tantissimo tempo l'idea di scrivere un post su Guareschi e anche per questo avevo recuperato dei vecchi libri a casa,
 Si tratta di una raccolta di brevissimi racconti ispirati a fatti reali accaduti a Milano durante la seconda guerra mondiale e l'immediato dopoguerra. 
 Una lettura bellissima per gli adulti e un titolo che dovrebbe essere dati ad elementari e medie in occasione del 25 aprile (ci sono anche piccole illustrazioni e il tono è adatto anche a chi è più piccolo).

 E' uno di quei libri in cui si racconta la storia, senza fare buonismo, revisionismo e senza sentire il bisogno di dare il contentino a tutte le parti, e che, al contempo, non tira in ballo agiografie, epica o toni didascalici.
 Come fa? Racconta LA STORIA. La stessa storia raccontata da Elsa Morante: quella delle persone semplici, del loro sopravvivere nel mezzo di un conflitto, degli errori, del coraggio, della sfortuna e dello stupore.
 C'è la famiglia emiliana emigrata a Milano con ha una decina di figli tutti con nomi fascisti che vengono tramutati improvvisamente in nomi più politicamente corretti dopo la liberazione. C'è la libraia di piazzale Loreto che assiste con stupore difficilmente definibile all'esposizione del corpo di Mussolini, la c'è la giovane bellissima emigrata in America come sposa di guerra e lì morta di parto. Ci sono i bambini che giocano su alberi tagliati in una sola notte nel gelido inverno del 1944, le rappresaglie, ragazzi che assistono alle fucilazioni dei maestri, le torture ai partigiani, i disertori nascosti nelle cascine, i tedeschi in ritirata in grado di rare crudeltà.
 Eppure è un libro che potrebbe leggere già un bambino di 10 anni. Com'è possibile?
 Il segreto è la scrittura, semplice eppure potente, carica di quell'essenziale che avvicina subito il cuore ai fatti.
 La casa editrice è piccola, io ve lo STRACONSIGLIO non perdetevelo.

Voi avete qualche libro di Don Camillo favorito? Consigliate altro? Anche voi guardavate i film la sera assieme ai nonni? Testimoniate!

venerdì 23 ottobre 2015

Reality e programmi tv che hanno saccheggiato i grandi classici!Parallelismi inquietanti tra agoni, Sanremo, Isola dei Famosi, Boccaccio, Stilnovo, Fedez. Coincidenze? Io non credo.

Le idee migliori o più folli per i post mi vengono sempre quando sono costretta a fare rifornimento per troppo tempo di seguito. 
Credo che sia il motivo per cui i monaci buddisti e l'allenatore di Mila Azuki insistono tanto sulla necessità di pulire con degli addannati: impegnarsi in un'attività fisica ripetitiva o distrugge la concentrazione o la fortifica. 
 La mia mente ormai viaggia in mondi degni di David Icke, il folle dei rettiliani.
 Detto questo, mentre sistemavo l'ennesima copia del "Decamerone" mi sono resa conto che la storia parlava di un gruppo di giovani isolati e rinchiusi in un luogo isolato senza collegamenti col mondo esterno. 
 Ho pensato vagamente che fosse pericolosamente simile a "IL grande fratello" e da lì è partito il trip: quali altri parallelismi si potevano ravvisare tra i programmi tv e i classici della letteratura?
 Questo è il delirante risultato!

AGONI MUSICALI GRECI vs FESTIVAL DI SANREMO:
Anche le maschere sono rimaste uguali
Anche gli antichi greci avevano i loro festival canori a cui i partecipanti tenevano moltissimo: gli agoni. Sofocle era un vero patito di queste competizioni, una sorta di Al Bano dell'agone, probabilmente fomentato anche dal fatto di aver vinto la sua prima gara nientepopodimeno che contro Eschilo.
 Dopo una vita lunga e felice, ebbe, vecchissimo, la sventura di vedersi intentata da uno dei figli una causa sostanzialmente per ormai manifesta capacità di intendere e volere.
 Molte, come per tutti i poeti greci, le leggende favolose sulla sua morte, c'è chi lo vuole strozzato da un chicco d'uva e chi invece stroncato dalla gioia per aver vinto inaspettatamente un agone.
 A Sanremo ormai manca solo questo.

LE GARE DI FREESTYLE vs LE TENZONI DEGLI STILNOVISTI: 
Lo avevo già accennato in un altro post. 
 Fedez se la tira come se stesse producendo proclami biblici, ragazzetti della periferia milanese cercano "il riscatto" danzando per le strade e prendendosela un po' con tutto, provando però le loro doti e il loro talento in una serie di composizioni in rima.
Fedez e co. potete paralocciare quanto vi pare ma voi in
battaglia coi guelfi e i ghibellini non ci siete stati mai
 Se ci si pensa è un filino folle, gran parte dei ragazzetti e ragazzette che ascolta il rap considera la poesia e Dante una palla mortale da gettare su una pira infuocata, poi però je danno de respect perché uno riesce a comporre una quartina in rima baciata.
  Probabilmente dà loro l'illusione di trasgressione perché ci infilano dentro parolacce a profusione, riferimenti sessuali e frasi sessiste a gògò (tra l'altro ragazzi, un consiglio, se continuate a imbattervi solo in una manica di stronze le cose sono due: o lo stronzo siete voi o cercate male). 
 Mtv ha inventato Mtv Spit condotto da Marracash. 
 Si saranno sentiti fighi, ma lo erano già parecchio nel '300, quando gli stilnovisti si rimbeccavano letteralmente per le rime, in tenzoni a base di sonetti osceni in cui si accusavano a vicenda di ogni nefandezza sessuale, di furti, di tradimenti e senza lesinare colpi bassi. 
Molto più serio dell'osannato Fedez era Cecco Angiolieri e non perché fosse un poeta da camera con la penna puntuta che non conosce la strada e la ggggente, ma proprio perché visse una vita dissoluta, provocatoria e ribelle. Ok, la tenzone con Dante (a cui attribuì una serie di vizi da cui egli stesso non si riteneva esente), ma insomma dileggiava padre, madre, Papa e imperatore. Provatece un po', poi ne riparliamo.

DECAMERONE vs GRANDE FRATELLO:

L'unica puntata che abbia mai visto de "Il grande fratello" fu la prima dell'edizione del 2009: mi ero appena cappottata da una delle carrozzelle che si possono affittare a villa Borghese. Non funzionavano i freni, io e la dolce metà ne perdemmo il controllo: lei si infranse contro un albero e io mi volai dall'abitacolo riempiendomi una gamba di lividi enormi. Quella sera ero perciò immobilizzata e in balia delle mie allora coinquiline che non volevano perdersi a nessun costo la puntata. Ne conservo un ricordo straniante.
 Attualmente, mi par di capire, è diventato una specie di coacervo di casi umani, storie lacrimevoli, donne pettorute e non so che altro, la prima edizione però era assai più umana: dieci persone ficcate in una casa e vediamo che fanno. Potevano legittimamente anche mettersi a raccontare delle vicendevoli storie invece di fare spinning o rotolarsi sul divano.
 Il plot iniziale del Decamerone, del resto, è simile. Scoppia la peste e alcuni giovani sono costretti a recludersi in campagna per sfuggirne. Ci staranno i dieci giorni del titolo dimostrandosi molto creativi nei loro intrattenimenti. Sette donne e tre uomini, non  si lamenteranno tutto il tempo cercando di accoppiarsi con gente a caso o parlando male gli uni degli altri, bensì canteranno, danzeranno e saranno costretti a inventare una novella ciascuno al giorno. C'è pure il privilegio immunità per il più giovane e la nominesciòn del re che deciderà il tema dei racconti della giornata.
 Nessuno li riprendeva, ma a distanza di settecento anni ancora sappiamo cosa avvenne in quei dieci giorni.

#PECHINO EXPRESS vs IL GIRO DEL MONDO IN 80 GIORNI:

In #PechinoExpress, uno dei pochi programmi tv guardabili perché uno dei pochi programmi tv ironici in cui fare la divah o il divoh è molto difficile, una serie di coppie corre alla disperata per circa due mesi, percorrendo distanze lunghissime per interi continenti.
  I viaggiatori non possono usare denaro e devono vedersi offrire cibo e ricetto per la notte, oltre che i passaggi. Certo considerando che hanno con loro una telecamera tutto è molto più semplice.
 Infiniti possono essere i riferimenti, visto il tema del viaggio, ma forza quello che più calza è "Il giro del mondo in 80 giorni" di J. Verne in cui il bel Phileas Fogg, scommette che riuscirà grazie ai nuovi incredibili mezzi di locomozione mondiale (tra cui mongolfiere e splendide ferrovie), a compiere il giro del mondo in 80 giorni. 
 Partirà con 20.000 sterline, tornerà senza un soldo e con una moglie. Il ritmo convulso, le sfighe e le prove rendono bene i sincopati ritmi televisivi.

C'E' POSTA PER TE vs OVIDIO:

Suggerita con disprezzo dalla sorella Young Adult quando cercavo in lei una sponda per questo post, "C'è posta per te" risponde all'atavico desiderio degli esseri umani di dirsi le cose più importanti per lettera.
 Ti sto lasciando, ti odio, perdonami, ti amo, voglio divorziare, sono gay, aspetto un bambino ecc. tutte frasi che, nonostante gli smartphone gente verga ancora con penna e, in certi casi, si fa aiutare nella consegna da santa Maria De Filippi.
 Prima di lei però, già altri usavano drammatiche epistole definitive in grado di smuovere le lacrime del pubblico. Si potrebbero citare le "Ultime lettere di Jacopo Ortis" o "I dolori del giovane Werther", ma in effetti esiste un'opera classica che calza alla perfezione: le "Heroides", 21 lettere d'amore scritte da eroine o donne famose realmente esistite, by Ovidio.
 Le lessi alle superiori e ricordo che trassi profondo sgomento e una certa confusione, dalla lettera di Saffo e Faone. Per il resto, fermo restando il valore letterario, sembra una cosa degna dei giornali femminili che in estate riscrivono in prima persona le storie d'ammore degli attori famosi. Anche Ovidio fangirlava.

ISOLA DEI FAMOSI vs ROBINSON CRUSOE:

Parallelismo ovvio anche perché in questo caso  è l'unica citazione veramente consapevole, l'unico reality effettivamente sopravvissuto nel palinsesto italiano, alias "L'isola dei famosi" è per sempre debitrice del format depositato decenni e decenni fa da Daniel Defoe: "Robinson Crusoe".
 L'uomo civilizzato, sbattuto su un'isola deserta e impegnato a sopravvivere con le sue sole forze nella segreta speranza dell'avvistamento di una nave.
 Mi ricordo che da bambina la "Piccola Flo" mi aveva convinto che dopotutto, superato lo shock iniziale, si poteva tranquillamente sopravvivere su un'isoletta, felici e beati. Nessuno si ammalava, nessuno cresceva e il paradiso terrestre era a portata di mano.
 Robinson sapeva benissimo che non era così e, non pago, sfruttava anche la sua vocazione colonialista. Attualmente, a "L'isola dei famosi, fanno una cura dimagrante di due mesi e, misteriosamente, nessuno ha mai bisogno di depilarsi. 
Come cambia il senso della sopravvivenza moderna.

 E voi avete altri parallelismi da proporre? Non siate timid*! Rendetemi edotta!

(Si ringraziano per la collaboration le mie sorelle).

giovedì 18 giugno 2015

Camilleri, Montalbano e la cucina. Esperimentone da book-cook-blogger: un'intera cena che mangerebbe l'amato commissario siculo, che insomma, alla follia letteraria non ci può (e non ci deve) essere fine!

  Dunque, come tutti gli esseri umani routinari di questa terra, ho alcuni miei riti.
 Uno di questi, per molti anni,specialmente quelli infelici in cui mi avrebbe migliorato la giornata anche una moneta da 1 centesimo trovata per strada, erano "le serate Montalbano". 
Queste serate prevedevano la visione dell'ennesima replica del commissario in tv o la prima delle nuovissime puntate, e, a contorno, un menù speciale che prevedeva due dei miei piatti favoriti: spaghetti coi pomodorini freschi, il basilico e il parmigiano (piatto che potrei ingurgitare in quantità industriale) e le fragole con la panna. Tanto Zingaretti compariva ad allietare i nostri dopocena sono in estate e non c'era bisogno di molto altro.
 Questo per dire che Montalbano mi ha sempre ispirato cibo e, considerando la minuziosa descrizione dei piatti che esso divora ogni volta che ha bisogno di pensare o che deve interrogare un teste a casa sua, non era difficile che accadesse.
 Camilleri è probabilmente l'unico scrittore italiano che scateni in me qualche tipo di fangirlata (oltre a Zerocalcare) e ho avuto la ventura di vederlo una volta sola, anni fa, in condizioni inquietanti. Io ero giovane, grassottella e amavo molto una specie di mantellina nera col colletto alla coreana che credevo mi rendesse molto elegante (probabilmente avevo l'aspetto di una salsiccia col mantello di Robin) e mettevo nelle grandi occasioni, cosa che ritenni di dover fare quel piovosissimo pomeriggio.
 Una mia zia, che aveva la fissa molto teatrale di partecipare a tutti gli eventi che considerava di grido, mi trascinò alla presentazione del libro di uno scrittore di cui non ho memoria a cui partecipava anche Camilleri. Ho cancellato dalla memoria quale libro fosse, ma mi è rimasta vividamente impressa la presenza di Bruno Vespa e altro ignobile vippaggio (non doveva essere un gran libro, condivido). Alla fine, in mezzo a gente che champagnava, mi trascinai con una copia de "Il re di Girgenti" da un Camilleri che doveva chiedersi da solo che caspita ci facesse lì, e chiesi se poteva firmarmela.
Cena finale con altarino
 Un pomeriggio vagamente straniante che si concluse con un autografo che temo di essere l'unica della famiglia a sapere che abbiamo nella libreria di casa.
 Insomma, lovo molto Camilleri. Perciò, oltre ad aspettare che i dvd de "Il commissario Montalbano" vadano in svendita per potermeli comprare tutti, sono vittima di cose da fan come tentare di prenotare un fine settimana nella casa di Montalbano a Marinella (oh, tutti abbiamo un lato letterarial-trash) o l'acquisto di libri come "I segreti della tavola di Montalbano" di Stefania Campo ed. Il leone verde edizioni.
 Il leone verde è una casa editrice che cito ogni tanto e fa dei volumetti deliziosi  in cui unisce cibarie e letteratura: di cosa si nutrivano i grandi scrittori? E quali erano davvero i sapori citati nei nostri libri preferiti? 
 Lo trovo un modo per rendere più viva e tridimensionale un'esperienza di lettura che ci è piaciuta tanto da volerci entrare con più forza. Certo, non tutte le pietanze lette nei libri rischiano di dare la stessa sensazione.
 Ricordo un libro sulle ricette di Natale di Kay Scarpetta, la detective protagonista dei romanzi di Patricia Cornwell. Un'altra mia zia (sono piena di zie, e quando dico piena, intendo piena), appassionatissima della serie, lo comprò fiduciosa per poi ritrovarsi tra le mani una serie di porcate agrodolci all'americana immangiabili per un sano stomaco italico.
 Tuttavia, chiunque legga Camilleri sa che Montalbano mangia solo cose deliziose, arancini di dimensioni bibliche, spaghetti al nero di siccia, fritturine di pesce che si sciolgono in bocca, caponatine, la famosa (e per me misteriosa), pasta 'ncasciata, giganteschi cannoli e raramente, quando proprio un pastore è in buona, qualche capretto con patate condiviso in un casale di pietrazze.
 Perciò è stato un attimo: ho visto il libro ed è stato mio.
 Per dare un senso a questo acquisto compulsivo ho pensato di tentare un esperimento da food cook-blogger: dopo aver acquistato (quasi) tutto il necessario eseguirò tre ricette montalbanesche, realmente consumate dall'amato commissario, e vi posterò ingredienti e risultato finale qui, proprio come una Sonia Peronaci qualunque.
 Tenete presente che, avendo ascendenze (tra le altre) sarde, io mi reco sempre in quella simpatica isola e perciò non ho mai messo piede in Sicilia, perciò magari per i palermitani e i catanesi che mi leggono 'sti piatti sono più semplici della panzanella, ma per me sono robe esotiche.
 Siete pronti a questa giallozafferanizzazione del blogghe?

PASTA ALLA NORMA CON PESCE SPADA:

Ingredienti

Maccheroncini
Pomodori maturi
Cipolla
Melanzane
Pesce spada
Vino Bianco
Basilico
Olio
Sale

 Non capivo perché la chiamassero alla Norma se non era prevista la presenza della ricotta (momento purismo alla Carlo Cracco), ma in realtà a piattazzo delizioso finito, forse, ho compreso la furbata: il pesce spada, nella salsa, finisce per sgretolarsi assumendo le fattezze di granuli di ricotta belli solidi e sostanziosi.
Comunque, prendete le melanzane, tagliatele a tocchetti e friggetele, poi mettetele da parte. Prendete la cipolla, sminuzzatela e fateci un bel soffritto, poi lanciateci dentro il pesce spada tagliato a tocchetti e sfumate col vino bianco. Quando il vino è evaporato, unite i pomodori tagliati a dadini e girate finchè non si è creata una bella salsina profumosa e assolutamente delicious. A quel punto preparate la pasta e, una volta cotta, unitela alla salsa di pesce e pomodori assieme alle melanzane. Mescolate il tutto e guarnite col basilico. Da bava alla bocca.

POLPETTE DI NEONATA:

Ingredienti:

Pesciolini
1 uovo
farina
prezzemolo
aglio
olio
sale e pepe

 Allora, io i pesciolini non li ho trovati. L'unica cosa che aveva l'unico supermercato col banco pesce in un raggio di metri accettabile, erano le alici (e sono stata anche fortunata perché di solito non hanno manco quelle). Spero si possano considerare pesciolini, alla fine sò pesci e sò piccole.
 Comunque, prendete questi pescetti e puliteli (togliere le capocce e le lische a 400 grammi di alici non è stato bello), poi sminuzzateli e unite la farina e l'uovo. Dovrebbe venire un composto abbastanza consistente (a me non è venuto e ho aggiunto pan grattato in quantità) che potrete pallottare in morbide polpette da friggere. Servite con un bel limone vicino per condire.

CANNOLI SICILIANI:
Ecco l'altarino Montalbano
creato al lato della tavola

Ingredienti (del ripieno):

Ricotta di pecora
Zucchero
Zuccata (non pervenuta)
Vaniglia
Cioccolato fondente
Scorza arancia candita
Latte

Ok, ho barato, la parte solida del cannolo non l'ho fatta io, ma comprata ignobilmente al supermercato di fronte casa (c'è un limite all'abnegazione). Il mio unico apporto alla ricetta è stato mischiare ricotta e zucchero assieme a gocce di cioccolato e scorzette di arancia candita.
 A rendere ancora più ignobile questo mio tradimento da discount contro questo dolcetto megafantadelizioso, è il fatto che non ne sono rimaste prove provate. Il tempo di dire alla mia dolce metà che dovevo fare una foto per il blog e il corpo del reato era già scomparso dentro le guance da procione. E' stato breve, ma intenso.

 Queste sono solo tre delle fantastiche, fattibilissime ed economiche ricette che il commissario trangugia con amore e IN SILENZIO. La prossima replica di Montalbano replico, anche se ora ho la cucina che grida vendetta (ma questa è un'altra storia).

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