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domenica 28 giugno 2020

Le recensioni di mezzo. "Le storie del negozio di bambole" di Tsuhara Yasumi, esercizio di stile tra manga, gialli e arte.

 Un giocattolo che ha sempre riscosso su di me un interesse pari allo zero è la bambola.
Anche a distanza di anni la trovo una cosa inquietante

Già da bambina la detestavo, trovavo inquietante l’idea di un bambino che immagina di essere la mamma di un altro bambino e, per quanto l’età adulta mi abbia rassicurato al riguardo su più fronti (l’emulazione delle figure di riferimento blabla) continuo a non trovare appassionante l’esistenza dell’oggetto transazionale per eccellenza.

 Di solito le bambole sono protagoniste di due tipi di storia: quelle per bambini e quelle horror. La cosa, da un certo punto di vista, mi rassicura perché io nelle bambole ho sempre visto un lato assolutamente inquietante e sapere di non essere la sola mi fa sentire meno strana.

 Mi spiace, ma l’idea di un giocattolo che riproduca un essere umano, per giunta in piccolo, per giunto necessitante di cure da un altro essere che neanche sa badare a se stesso, mi era misteriosa e fastidiosa già all’asilo. 

 Non solo non capivo cosa ci fosse di attraente nell’imitare passeggini e pose materne, ma oscuramente lo avvertivo come sospetto. Cosa voleva quell’essere inanimato da me? Perché dovevo nutrirlo e portarlo in giro se, per giunta, non si degnava neanche di dare segni di vita?
"Le storie del negozio di bambola"
di Tsuhara Yasumi ed. Lindau

 Non andava meglio con le Barbie che, ovviamente, mi regalavano. Mi sforzai una volta di cucire un vestito da sposa (perché mia madre amava cucire e pensava che dovessi amarlo anche io) e fu divertente il processo in sé della costruzione dell’abito, ma una volta e mai più e della Barbie anche chissene. 

 Raggiunsi il culmine quando tagliai le trecce perfette di una similbarbie per vedere come stava con un altro taglio. Sgridata epocale, ma almeno la facemmo finita di fingere che mi piacesse quella roba.

 Tuttavia più di altri giocattoli è evidente che tali sentimenti possano essere suscitati solo da un giocattolo dal complesso significato simbolico e dal lontano passato.

 Tale complessità, che cambia radicalmente anche a seconda della cultura di riferimento, si evince da questa bella raccolta di racconti di Tsuhara Yasumi.

 Il filo conduttore delle storie è il negozio per la riparazione di bambole che la protagonista, Mio, ha ereditato dal nonno che è andato beatamente a godersi la pensione in Nuova Zelanda.

 Lei, che ha passato i 30 anni e quindi in Giappone è ormai merce vecchia per il matrimonio, (cosa che non fanno altro che ripeterle lanciandole frecciatine che in Italia finirebbero nel sangue), è stata appena licenziata da un’agenzia pubblicitaria e così decide di lanciarsi nell’impresa.

 Assume quindi un giovane riparatore avvenente che fa strage tra le liceali pronte a sborsare cifre ingenti per gli orsetti usciti dalle sue sante mani e un mysterioso uomo di mezza età dalla grandissima esperienza e il passato oscuro.

 Devo dire che le premesse per un manga in pieno stile Clamp (mi ricordava in principio molto Lawful Drugstore che le disgraziate Clamp non hanno mai terminato, maledette loro) c’erano tutte e un po’ mi spiace che l’autore, che pure viene dal genere horror, non abbia forzato la mano.

Tuttavia è notevole l’esercizio di stile dei racconti, come Tsuhara Yasumi si fosse imposto (cosa che non escludo potrebbe aver fatto) di scrivere una novella per ogni genere letterario: horror, giallo, erotico, colto, slice of life ecc.

 Traspare dai racconti l’incredibile cultura che i giapponesi hanno in materia di bambole e che, probabilmente, ha determinato l’attuale importanza di un altro tipo di bambole a uso erotico o di semplice “compagnia” (ho scoperto l’esistenza delle dutch wife, sorta di raffinatissime bambole a uso sessuale dal nome peculiare). 
"Chobits" 

 Questo mi ha riportato ad altre storie delle Clamp, soprattutto “Chobits”, che vede protagonista una tipologia di bambola che rappresenta un po’ l’ideale dell’uomo giapponese: la ragazza giovane, dolce, pura e incontaminata (al punto che per un particolare di fabbricazione inquietante voluto da suo “padre” non può fare sesso senza resettare la propria memoria). 

 In questo mondo del futuro ci sono anche delle vere e proprie forme di unioni tra esseri umani e bambole prefabbricate. Ovviamente non è l’unico fumetto del panorama manga in cui una bambola umanoide incarna i desideri di perfezione dei personaggi, perciò immagino che sia qualcosa di ricorrente nell’immaginario giapponese.

 Una raccolta originale, ben fatta, che riesce in pieno nella sua variazione sul tema abusato del “giovane ad un punto morto della sua vita eredita negozietto da parente anziano o defunto”. 

 Al punto che mi piacerebbe tantissimo ci fosse un seguito (magari qualcuno che legge in lingua originale mi sa dare lumi in merito).

 Credo che potenzialmente gli spunti siano infiniti e tutti i personaggi meriterebbero di avere un destino compiuto (anche se i lettori di manga sapranno benissimo che l’idea di un finale chiuso sembra proprio fare orrore agli autori giapponesi).

 In ogni caso, lettori amanti del Giappone, è un libro tutto da leggere! 

 Perfetto per le serate estive, tra una fetta d’anguria e un po’ di umeshu venduto a peso d’oro nei negozi di alimentari orientali.

Ps. Un caso da manuale sul confine un po' labile tra infanzia, orrore e bambole, si può trovare nel bellissimo "Vita segreta della bambola solitaria" di Jean Nathan, la biografia della fotografa e scrittrice Dare Wright, poco conosciuta in Italia, famosissima anni fa negli Usa per la serie dedicata alle avventure di una bambola (bambola di proprietà della stessa Wright in un gioco di specchi e di rapporto strettissimo con la madre).

lunedì 9 maggio 2016

Potere del cristallo di luna vieni a me! In onore del ritorno di Sailor Moon un excursus tra i manga della mia vita: sailor Moon, Ranma, Dragon Ball, le Clamp e il sempiterno mito di Sonia di Super3. Perché no, non sono stati solo fumetti.

Correva l'anno 1994 o giù di lì, frequentavo la quinta elementare e io e la mia migliore amichetta dell'epoca (che tuttora è una delle mie migliori amiche) che viveva nel mio stesso palazzo, passavamo i pomeriggi convinte che un giorno saremmo diventate delle guerriere Sailor.

Il catalogo della mostra Moon Pride (i gadget sono
invece un regalo della citata amica per un compleanno
di due anni fa  <3 )
 Io avevo puntato su sailor Mercurio, placida, studiosa e col potere più inutile di tutte: le bolle di nebbia, che si mostravano risolutive una volta su mille puntate.

 Lei, più intelligentemente aveva scelto sailor Jupiter, la sailor alta, forzuta e in grado di evocare perfidi fulmini. Il 1994 fu l'anno più crudele della nostra devozione (che ci spinse anche a passare pomeriggi di taglio e cucito nel tentativo di riprodurre i costumi) perché scoprimmo il fantasmagorico mondo delle guerriere sailor con la prima serie e, in contemporanea, ne vedemmo il finale.

 Morivano tutte.

 Sì, altro che edulcorati cartoni animati odierni, un tempo nelle serie animate si moriva. E si resuscitava. Ma, considerando che il finale era spezzato in due puntate, passammo il pomeriggio della prima convinte che le nostre beniamine fossero morte, e piangemmo per ore.
 La cosa non piacque alla mia pragmatica madre, una donna che mi ha inflitto una sana educazione alla tedesca, (vuoi imparare a nuotare? Ti lancio in acqua a un anno, è nella natura umana galleggiare, e per la cronaca ho effettivamente galleggiato) che giudicava assurdo e sconveniente stracciarsi le vesti per un cartone animato di provenienza giapponese.

 Sopportò, ma arrivò alla suprema proibizione quando una psicoterapeuta che tutti noi nati negli anni '80 possiamo ricordare, tale Vera Slepoj, seminò il panico dicendo che per un motivo che non sono mai riuscita a comprendere, Sailor Moon convinceva i maschi a diventare femmine.
  Io ero già femmina, ma il sospetto ormai imperava e la genitrice oltre a proibirmi la visione della quarta e quinta serie (ma avevo fatto in tempo a vedere la terza, quella con sailor Nettuno e sailor Urano, chiaramente coppia lesbica nonostante le censure) gettò anche gli albi a fumetti che la suddetta amichetta mi aveva donato per salvarli dalla furia materna di sua madre, sospettosa anch'essa verso il nuovo che avanzava: i manga.

 Quest'anno torna tra noi Sailor Moon, ovunque vedo affiorare commemorazioni di vario genere e ho deciso di dedicare un post a quelli che considero parte integrante della mia formazione culturale: i manga giapponesi.
 Per me, vuoi che per i miei fossero sospetti e da proibire, vuoi che erano il mio momento di libertà (e di trasgressione), sono stati fondamentali sia per costruire un immaginario, che come vedete anche nelle storie di Zerocalcare è comune a una generazione, sia per diventare adulta.
 Esagero?
Molti miei coetanei sanno che non è così.
Sailor Uranus e Sailor Nettuno, ce le passavano come amiche,
ma nonostante avessimo dodici anni, non eravamo sceme
 I manga hanno avuto il merito di essere la prima cosa davvero diversa che faceva capolino nei nostri addormentati orizzonti: cibo esotico, eroine in divisa alla marinara, un senso del sacrificio che col senno del poi è la follia, ma all'epoca, per qualche motivo, ci sembrava logico.

 E poi l'educazione sentimentale che ok, anche lì aveva una dose di follia, ma conosceva anche degli estremi che non si riusciva a trovare da nessuna parte a quell'età: molti manga parlavano dei terrori legati al sesso, dell'incomprensione e oppressione degli adulti, della difficoltà del primo bacio (altri in effetti come "Paradise kiss" di Ai Yazawa andavano ben oltre) e sì, anche della possibilità che esistessero, per dire, anche delle coppie lesbiche.
 Sostanzialmente gli adulti si preoccupavano di Ranma che cascava in una pozza e cambiava sesso e in realtà si leggeva di contrabbando qualcosa di improvvisamente più adulto. Meno male che non gli è mai venuto in mente di leggerli.

 Di seguito vi elencherò alcuni fumetti del cuore, ma è una mini selezione di una bibliografia che purtroppo, dopo aver fatto il suo dovere, ora giace nella cantina dei miei.

RANMA 1/2 e DRAGON BALL:

 Oh, magari mia madre che qualcosa proprio non quadrasse nella mia eterosessualità presunta se lo sentiva, però, secondo, dopo "Sailor Moon" nella sua lista nera c'era solo "Ranma 1/2".

 Mi ricordo che  vidi per caso il cartone la prima volta su una tv locale del Lazio (forse teleroma 56) verso i dodici anni e ne rimasi affascinata.
  Lanciavo calci in aria sognando che i miei mi iscrivessero a judo e feci la conoscenza per la prima volta la misteriosa cucina giapponese a base di frittelle ripiene di marmellata di fagioli e crocchette di riso e alghe. Durò poco.
 Mia madre scoprì che il protagonista del cartone cambiava sesso cascando nell'acqua e la cosa non le garbò.
 Andò un pochino meglio quando la serie fu comprata da Tmc in un programma per ragazzi condotto allora da Ettore Bassi: in una cornice del genere tutto appariva meno sordido.
 Tuttavia i fumetti rimanevano teoricamente banditi (tra l'altro fumetti dove i personaggi manco si baciano in bocca, figurarsi il resto) ma io pazientemente mettevo da parte la paghetta dei nonni e imparai a comprare i volumetti di Ranma e Dragon Ball in edicola.
 Fu, penso, la prima rivolta cosciente della mia vita e da allora ne vennero molte altre (addio calze, addio gonna, addio tante robe che non sopportavo).

 Ricordo ancora l'eccitazione di quei due volumetti di Dragon Ball e Ranma comprati all'edicola vicino alle scuole medie e letti durante le lezioni. In classe avevo un altro compagno che stava sempre zitto e con cui avevo scambiato a stento poche parole: quando vide i fumetti si illuminò.
 Non diventammo amici come nelle fiabe per adolescenti, ma mi diede un sacco di dritte.
 Iniziai a disegnare Dragon Ball durante le lezioni, alcuni disegni li vendevo pure (ebbene sì, c'è stato un tempo in cui sapevo disegnare) e racimolavo quei famosi 3500 lire che mi servivano per il nuovo volume settimanale di Ranma.
 I miei, ad un certo punto, si rassegnarono (forse, immagino li leggevano per controllarli e capirono che trasmutamenti di sesso a parte non succedeva niente di strano), ormai il danno era fatto. A quindici anni arrivarono le prime visite in fumetteria, un mondo di bulimia cartacea in cui avrei comprato tutto e il contrario di tutto, peccato non avere i soldi.
 (La serie di Dragon Ball riuscii comunque a comprarla dopo aver risparmiato le paghette di un'estate intera, un tempo ero capace di grandi imprese).

SUPER3:

 Mi comprenderanno solo i bambini e le bambine del Lazio, ma è giusto che l'intera Italia conosca l'esistenza di questa emittente laziale perita tra le nostra grida di dolore due anni fa.
Sonia e il fido Birillo

Non è un libro, non è un fumetto, ma è ciò che ha creato un vero immaginario collettivo (tanto che mi chiedo come abbiano fatto nelle altre regioni): un canale tv che mandava per ore cartoni animati giapponesi di ogni genere.

 C'erano:  Daltanius. Ransie la strega (epica la sigla di lei nuda coperta solo da un mantello), l'ape Magà, Bia, Ufo Robot, assurdi cartoni di pugilato, Jenny la tennista, Pat ragazza del baseball, un improbabile cartone in cui gente si sfidava in lotte all'ultimo sangue con le macchinine (!), Calendar men, i Predatori del tempo e Yattaman (che non capivo perché avevano gli stessi protagonisti e gli stessi cattivi, w miss Dronio sempre), Cara dolce Kyoko, Gigi la trottola, Doraemon (parliamo dei dolcetti che mangiava, sembravano squisiti), Sampei, Lo specchio magico (mi ricordo che trovavo la sigla di una tristezza assoluta).

Il tutto accompagnato sempre dalle stesse pubblicità: cornetto Cerbiatto, sciroppi Pallini e cedrata Tassoni, robe che ti catapultavano direttamente trent'anni indietro nella storia.

 Il top per un bambino laziale era essere invitato nel salotto della sempiterna Sonia, la storica conduttrice di quegli infiniti pomeriggi animati. Sempre identica, vera conoscitrice del siero dell'eterna giovinezza, apriva montagne di letterine assieme a Birillo, un robot a grandezza umana.
 Per anni ho cercato inutilmente di farmi dare da un mio caro amico la videocassetta su cui era registrata la puntata in cui lui e suo cugino erano stati graditi ospiti del salotto di Sonia, ma niente. 
 Altro che letterine a Cologno Monzese, Sonia foreva.
Ps. Se volete sentire la drammatica canzone della buonanotte, la trovate qui.

LE CLAMP:

Lo considero uno dei fumetti migliori mai letti
 Se non ho avuto lacuna alcuna nel trovare nella mia adolescenza personaggi lgbt in giro, il 90% del merito va alle Clamp, un assurdo collettivo di quattro fumettiste giapponesi che, sfondando ogni ragionevole statistica mondiale in tema di orientamento sessuale, infarcivano i loro fumetti di personaggi gay e lesbiche.

 Non ho mai capito bene cosa passasse nella loro testa o quale fosse esattamente il loro piano editoriale, se pure ne avevano uno, perché passavano con nonchalance da fumetti innocui come "Cardcaptor Sakura" (in Italia il cartone animato fu tradotto con "Pesca la tua carta Sakura") a bagni di sangue come "X-1999" o "Tokyo Babylon", a mio parere il loro fumetto migliore e, senza esagerare, un capolavoro.

 Tratto molto manga, storie assurde, ma con un tono malinconico che ti catturava come una sirena, le leggevi e pensavi di capire il male di vivere. 
 La cosa che non ho mai sopportato: la loro tendenza a non finire le serie o a finirle dopo anni (ancora sto qui che aspetto gli ultimi 2 dico 2 non 30 volumetti di "X-1999").  In compenso ho sempre trovato avessero un certo acume nel raccontare con follia i picchi della miseria umana. Diciamo che non avevano remore nel raccontare gli orrori del quotidiano, in un modo così forte che, bisogna ammetterlo, talvolta richiedeva anche un certo coraggio narrativo ( tra l'altro spesso non banale perché le differenze tra bene e male non erano così nette né scontate).
 Parlare e leggere del lato oscuro del mondo non è mai facile.

LOVE HINA di Ken Akamatsu:

 Delirante fumetto a tema universitario, lo scoprii per caso l'ultimo anno delle superiori e, probabilmente, lo amai proprio per la felice coincidenza.

 La trama era pressoché inesistente: un giovane, Keitaro col sogno di entrare alla Todai, una specie di Normale di Pisa giapponese, studia come un pazzo affinché il suo sogno si avveri. Purtroppo nell'ateneo entrano solo genietti e lui, di certo, non lo è.
  Tale fissazione gli deriva da un'antica promessa fatta durante l'infanzia a una bambina di cui neanche ricorda il nome. Aveva quattro anni e ora una ventina, ma vabbeh, sò giapponesi.
 Poiché in Giappone è estremamente disdicevole fallire a oltranza gli esami di ammissione all'università, Keitaro si ritrova a chiedere ospitalità alla nonna, allegra giramondo padrona di una sorta di studentato femminile con terme annesse.
 Le inquiline (poche nonostante l'enormità del posto) non la prendono bene, ma lui rimane e riesce a farsi amare, anche un po' troppo da tutte quante.

  La storia, lo ripeto, non è niente di speciale: momenti di delirio si incrociano a infinite scene da commedia sexy. 
 Tuttavia lo ricordo con affetto: io studiavo per l'università, loro studiavano per l'università. Io cercavo di dare i primi esami nella sessione invernale, loro si preparavano tenendo le gambe al caldo nel kotatsu mangiando mandarini.
 Non l'ho più riletto. Temo un tragico effetto delusione. Ci sono letture che funzionano solo in certi momenti,

Questi sono solo alcuni dei miei manga del cuore. Voi ne avete qualcuno? Vi hanno cambiato la vita? Li ricordate con affetto? Non li avete mai trovati interessanti? Testimoniate!
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