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lunedì 15 ottobre 2018

L'amore non sempre vince sul dolore. Una recensione di "Una vita come tante" di Hanya Yanagihara tra gli abissi della miseria umana e il potere dell'amicizia che non guarisce sempre, ma (quasi) sempre salva.

 Non è semplice scrivere una recensione di "Una vita come tante".

 Ne ho cercate alcune su internet per capire cosa altri pensassero e provassero dopo un libro del genere, ma tutte quelle che ho trovato (mi scuseranno gli autori) mi sono sembrate in un certo senso inadeguate.

 Non è una colpa, il punto è che davvero difficile non essere inadeguati davanti a un libro che ti mette davanti alla stessa sensazione che si prova, talvolta nel corso dell'esistenza, quando qualcuno decide di metterti a parte di un grande, spiacevole, segreto sulla sua vita.

 Raramente ti trovi preparato quando succede una cosa del genere. 

 Il più delle volte, invece di avere la giusta reazione, inizi a ridere nervosamente o annuisci gravemente e in entrambi i casi il tuo cervello mulina a velocità supersonica qualche frase intelligente da dire che non ti faccia sembrare troppo freddo, ma neanche troppo disinteressato, ma neanche troppo stupido.
 In genere vuoi avere la reazione giusta, ma non ce l'hai. 

 Ecco, "Una vita come tante" è un libro del genere, vorresti dire la frase giusta, ma non sai quale sia.

 Il dolore, scrivevo in un'altra recensione, può avere amici, ma è vero anche che è più facile non li abbia perché ha sempre due canali di comunicazione, due vie che devono essere contemporaneamente aperte e senza ostacoli: quella di chi il dolore lo prova e quella di chi il dolore accetta di provarlo o almeno di capirlo assieme a te.

 Le possibilità che questo accada sono, se non altro, rare. 

 E' difficile capire un grande dolore ed è difficile condividerlo e, per quanto tutti i film e molti libri si affannino a spiegarci il contrario, bisogna accettare l'evidenza che spesso, non sempre per fortuna, il dolore amici non ha. 

 Gli amici possono alleviare ed enormemente le ferite del passato, ma non sempre possono guarirle perché il passato per alcune persone è un eterno presente dal quale non possono fuggire.

 E' di questo che parla "Una vita come tante", mille pagine di libro che mi avevano un filino inquietato (quando un libro ha 1000 pagine raramente vale la pena leggerle davvero tutte, si invoca di tanto in tanto una sapiente scorciatina) e che invece fuggono nella lettura velocissime.

 Inizia come una grande storia d'amicizia, quella tra quattro ragazzi promettenti che vivono in una sorta di New York senza tempo in cui lo sfondo storico è completamente assente (aggiungerei "Grazie a dio" visto che di traumi interiori per la morte di JFK ne ho letti abbastanza): JB, aspirante artista figurativo, Malcolm, aspirante architetto, Jude, aspirante avvocato e Willem, aspirante attore hollywoodiano.

 Dopo l'università tutti stanno attraversando quel tipico momento nella vita in cui devi trovare il modo di far diventare i tuoi sogni realtà. 

 In teoria dovrebbe essere l'istante più esaltante dell'esistenza, quello per il quale ti sei preparato anni, in realtà scopri che sei solo terrorizzato di fallire: hai poco, pochissimo tempo per concretizzare prima di dover passare a un qualsiasi tipo di ripiego e, in secundis, sai che se ciò dovesse accadere vivrai una vita di rimpianti e di delusioni.

 Insomma, sei in quel momento dell'esistenza in cui hai mille strade da imboccare, ma solo una è quella giusta, se sbagli, al 99% hai buttato al macero la tua esistenza (o almeno la penserai così per un buon numero di anni successivi).

 Per circa 400 pagine la storia fila così tranquillamente: io mi ricordo quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla, come i pini di NewYork la vita non li spezza, questa notte ancora nostra.

 Devo aggiungere che è un gran leggere perché Hanya Yanagihara fa in modo che in questa amicizia non ci siano ombre: tutti sono animati dai migliori e genuini sentimenti d'amicizia, sono persone, pur con tutti i loro difetti, completamente pure.

 Non ci sono doppi fini o tentativi di tradimento, non c'è mai quel sotto testo malvagio che a un certo punto prende il sopravvento a indicarci che tutti, davvero tutti, dopotutto, abbiamo un lato oscuro.

 I quattro amici si vogliono davvero bene e davvero morirebbero l'uno per l'altro.
 Sono, fatto raro nella vita, ma ancor più nella letteratura, quattro brave persone, quattro buone persone.

 Mentre leggi pensi che è davvero un libro meraviglioso sull'amicizia, sentimento spesso subordinato all'amore al quale viene sacrificato come fosse incontrovertibilmente giusto così, come se l'amicizia non fosse altro, a un certo punto, che una versione depotenziata del GRANDE amore, unico e inimitabile al cui cospetto tutto deve inchinarsi.

 Poi passano gli anni e il focus si sposta.

 Il protagonista assoluto diventa Jude. Nella prima parte del libro, oscuramente, abbiamo appreso che ha degli imprecisati problemi alle gambe e un passato oscuro, ma niente vi prepara alla parte centrale del romanzo, quella in cui scopriamo PERCHE' Jude ha quei problemi e qual è DAVVERO il suo passato.

 E' una parte molto molto molto tosta, non solo perché descrive degli abusi innominabili, pur non descrivendoli nella sua parte più cruda (si dice ciò che accade, ma almeno non come accade perché penso che non avrei mai avuto lo stomaco di leggerli), ma distrugge qualsiasi speranza hollywoodiana.

 Sempre, in tutte le storie, c'è il momento in cui accade qualcosa che è salvifico per il protagonista e gli permette di andare avanti. 
 Puoi tirare la molla per un tempo che sembra infinito, diceva un mio professore di sceneggiatura, ma ad un certo punto inevitabilmente salterà.
 Raggiunto il fondo puoi solo risalire.

 Jude ci racconta la parte più dura: abbiamo sempre creduto a una menzogna.

 E' vero, puoi risalire, c'è questa possibilità, ma puoi anche non farlo, una volta raggiunto il fondo puoi davvero rimanere sotto il mare per sempre.

 Hanya Yanagihara tira questo suo ragionamento alle estreme conseguenze perché fa vivere a Jude l'infanzia e l'adolescenza più orribili che si possano immaginare e poi gli regala la vita dei sogni, una vita in cui ha tutto: due genitori adottivi amorevoli e che lo adorano, degli amici che farebbero ogni cosa per lui, una grande carriera e un amore da film.

 Eppure tutto il bene che il mondo riesce a regalargli non può colmare tutto il male.

 E' una cosa su cui Jude si aggroviglia per tutta l'esistenza: perché non riesce a dimenticare? Perché quello che è stato non passa mai e rimane sempre in agguato in un angolo delle sue giornate? Perché il suo passato è il suo presente?

 E', ve lo dico, la cosa più difficile da accettare di tutto il libro. Il fatto che, pur disperando, pur sperando, quell'attimo di redenzione, quel momento in cui la molla si tende e poi di colpo torna indietro mettendo tutto a posto, non arriva mai.

 E poi c'è Willem.
 Ad un certo punto del libro (ve lo spoilero, ma vi assicuro che è uno spoiler fino ad un certo punto), Jude e Willem iniziano una storia d'amore.

 Mentre JB e Malcolm diventano dei personaggi di contorno e Jude viene assurto a protagonista assoluto, al suo fianco continua a brillare di una speciale luce propria Willem, il suo migliore amico e, infine, suo compagno.

 C'è un punto che non ero riuscita a sviscerare nella recensione di "Chiamami col tuo nome" e che torna, in un altro modo, eppure incredibilmente simile in questo libro: quella certa mimesi delle due parti che è propria dell'amore omosessuale.

 Quando sei molto giovane e inizi a capire di essere gay (per chi non lo sa da subito) in molti cercano di convincerti che la tua "è solo una fase" e che stai in qualche modo confondendo "l'amore con l'ammirazione". 
 In tanti cercano di dirti che quando ti interessa qualcuno del tuo stesso sesso non sta succedendo perché lo vuoi, ma perchè "vorresti essere lui".

 E' una cosa che non può succedere nell'amore eterosessuale per due motivi:
 1) Nessuno cerca mai di convincerti che l'eterosessualità è una fase.
 2) Le relazioni eterosessuali vengono culturalmente basate su un'ossessiva differenza. Le donne fanno questo, gli uomini quest'altro, i mariti si comportano così, le mogli cosà. Se ascoltate qualsiasi programma radio, tv, pubblicità con attenzione, scoprirete che è un punto presente in un modo quasi disturbante.

 Nell'amore omosessuale questa costrizione culturale non c'è, non hai bisogno di dirti che sei differente ogni tre secondi, non hai ruoli da rispettare (NB non penso assolutamente che tutti gli etero ci si trovino bene in questa ossessiva differenziazione, anzi non invidio per niente questa categorizzazione a tutti i costi), e in effetti è innegabile che esista una sorta di zona grigia in cui amore, ammirazione e amicizia s'incontrano.

 Alcune volte è difficile comprendere dove si ponga quel confine sottile tra desiderio dell'altro e di essere l'altro e, cosa più assurda, quel confine la maggior parte delle volte non esiste perché nell'amore c'è sempre una componente di totale fusione.

 E' quello che succede tra Willem e Jude. Non c'è un colpo di fulmine o un momento esatto in cui s'innamorano, ma quando accade, entrambi capiscono che è un processo in atto da molto tempo, forse dal momento esatto in cui si sono conosciuti e riconosciuti.

 Tu stesso lettore non puoi fare a meno di pensare che doveva finire così perché c'è una sorta di complementarità nei due personaggi: entrambi di una sconfinata bontà, ma tanto è solido Willem tanto è fragile Jude, tanto Willem è un uomo senza passato tanto Jude è incapace di sfuggirvi, tanto è spensierato il primo tanto è perpetuamente angosciato il secondo.

  •  E' difficile dire per entrambi dove s'incontrino l'amore, l'amicizia, l'ammirazione e la completa fusione in una sola persona, finalmente pacificata, guarita e in un qualche piccolo modo felice.


 Ci sarebbero molte altre chiavi di lettura per questo libro impressionante, una su tutte l'evidente coincidenza che vuole tutti gli amici senza figli, per caso e per scelta e l'incredibile evidenza di come le vite dei nostri genitori possano con una singola scelta sbagliata condizionare per sempre la nostra.

 In realtà Yanagihara mente dicendo che quella di Jude è una vita come tante.
 Quella di Stoner, anonimo professore che sposa la donna sbagliata senza aver mai il coraggio di lasciarla, lo è, ma quella di Jude è in un certo senso una vita ingombrante, enorme, fatta di eventi che raggiungono l'apice dell'orrore e dello splendore.

 Eppure è vero, al contempo, che nel nostro mondo esistono gli Jude e noi ci passiamo accanto senza neanche saperlo, convinti in modo infantile che le orribili piaghe inflitte loro dal mondo guariranno, come siamo sempre genuinamente convinti che il dolore (non per forza così terribile) che per stanchezza, noia, crudeltà o stupidità infliggiamo agli altri dopotutto prima o poi scomparirà.

 Ma cosa accadrebbe se fossimo tutti come Willem, splendenti come una cometa, buoni in un modo che sembra poter esistere solo nei libri?

 Quanti Jude potremmo, se non salvare, almeno un po' sollevare, quanto migliore potremmo rendere questo mondo se solo ci ricordassimo che l'amore forse non sempre guarisce, ma diluisce il dolore?

Ps. Voglio ringraziare Teresa e Walter per avermi costretta a iniziare questo libro. 

giovedì 3 maggio 2018

Piccole recensioni tra amici! Un triplete a base di "Mio caro serial killer", "Più veloce dell'ombra" e "Le risposte" tra gialli, finta fantascienza e anni '80

 Visto che i libri letti e le recensioni in proposito si andavano accumulando (e visto che volevo scrivere qualcosa di un po' diverso), ecco a voi un velocissimo "Piccole recensioni tra amici"!

 Sono tutte e tre delle novità e due sono accomunate dal fatto che le ho lette per assoluto caso, segno che la serendipità ogni tanto arride ai lettori.

 Non mi dilungo troppo che devo tornare alle sudate carte del saggio!
Buona lettura!


MIO CARO SERIAL KILLER di Alicia Gimenez Bartlett ed. Sellerio:

 Ho sempre avuto più di un problema con Alicia Gimenez Bartlett.

 Ho provato a leggere qualche indagine di Petra Delicado e l'ho sempre abbandonata con fastidio dopo qualche riga. 
 Persino "Dove nessuno ti troverà", il romanzo di docufiction ispirato alla vera storia di un partigian* ermafrodita imprendibile sulle sue montagne durante la guerra civile spagnola, ho dovuto abbandonarlo a metà dopo aver fatto davvero qualsiasi cosa per finirlo.

 Credevo non dovesse in nessun modo essere amore. 

 Invece, complice il fatto di dovermi far perdonare da Dolcemetà per una qualche mia nefandezza (non grave visto che ho già dimenticato quale fosse), ho acquistato il suo ultimo libro e me lo sono fatta autografare durante il suo recente tour in Italia.

 A quel punto un libro nuovo in casa non puoi non provare a leggerlo e così, senza nessuna e dico nessuna aspettativa l'ho iniziato e sorpresa! mi ha preso immediatamente.

 Non conosco ovviamente le vicissitudini sentimentali e lavorative precedenti della famosa Petra perciò dare eventuali giudizi sull'evoluzione del personaggio è impossibile, anche se, a occhio, azzarderei uno status "Montalbano": tutto imperturbabile, tutto identico, gente che viene e va, ma nulla cambia davvero.

 In questo libro è sposata con un architetto con 4 figli nati da matrimoni precedenti, ha una cinquantina di anni e si ritrova a collaborare coi famosi Mossos, i poliziotti catalani che ormai pure l'ultimo abitante dell'Unione europea sa chi siano.

 La storia prende le mosse dall'omicidio, insolitamente violento e insolitamente rituale, di una donna di mezz'età sola e con pochi amici.

  Tutto ciò che si riesce a scoprire prima che anche un'altra donna, più giovane e senza nessun punto in comune con la prima, muoia allo stesso identico modo.

 Un serial killer di donne sole è in giro?

 E se queste donne sole fossero, come dice il proverbio, solo state male accompagnate?

 L'indagine prosegue con un ritmo incalzante e momenti scarsamente verosimili che però rendono il romanzo molto più godibile. 

 Quando hai tra le mani un'idea felice e un modo tanto fluido di raccontarla non devi concentrarti troppo su spiegoni o dati scientifici o controprove del dna, il lettore prende per buono tutto e cerca solo di capire qual è la chiave giusta che può svelare il mistero.

 Davvero bello e, aggiungo, anche abbastanza lungo da darti il tempo di rilassarti un po', senza l'ansia che finisca troppo presto. 

 Essendo un giallo non sono potuta entrare nei dettagli, ma vi do solo un indizio: Marta Flavi.



PIU' VELOCE DELL'OMBRA di Federica Tuzi ed. Fandango:

 Gli anni '80 sono la moda del momento. 

 Pur avendo la crisi e le generazioni precedenti tentato di saccagnare in ogni modo i trentenni di adesso, essi prosperano e dettano nostalgie e nuove mode di consumo (ogni tanto è spassoso leggere gli articoli dei giornali d'economia su come i millennials stiano portando alla rovina, con le loro abitudini sconcertanti, questo o quel comparto economico).

 Nella storia di Federica Tuzi, gli anni '80 sono l'80% dell'atmosfera, il resto è concentrato nel personaggio della protagonista assoluta: Alessandra, una preadolescente impigliata tra l'infanzia e le prime avvisaglie di un'adolescenza che si prevede molto tumultuosa.

 Figlia bruttina di due genitori bellissimi (capita di tanto in tanto che la genetica invece di migliorare peggiori la situazione) si trasferisce assieme a loro da Roma a Torino perché suo padre viene assunto nelle risorse umane di un'imprecisata grande azienda.

 Sua madre, splendida come tutte e tre le Charlie's Angels, e in carriera, è costretta a lasciare il lavoro e a Torino cerca in ogni modo di trovare una nuova ragione di vita. 

 Non riuscendoci, concentra tutti i suoi sforzi nei disperati tentativi di rendere sua figlia simile a lei.

 Peccato che, come accade talvolta, non ci siano persone che si somiglino meno che certe madri e certe figlie. 

Alessandra infatti non solo non è bellissima e dolcissima, bensì paffuta e amante di dolci e gelati, ma ha anche una certa propensione a mettersi in guai molto più grossi della sua età.

 Un mix fatale di incoscienza, mancanza di amici, spirito d'avventura e, bisogna ammetterlo, disperazione per un luogo, Torino, poco accogliente e molto chiuso, lancia Alessandra verso l'inizio di una giovinezza che si prospetta ricca, ma non facile.

 Ma non cantava già così De Gregori tanti anni fa in "Caterina"?

 "E la vita Caterina lo sai non è comoda per nessuno, quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo, e rischiare la notte il vino e la malinconia, la solitudine e le valigie di un amore che vola via".

 Ben scritto, scintillante e a tratti oscuro, proprio come gli anni '80 perché le vere bambine ribelli non sono per niente patinate.


LE RISPOSTE di Catherine Lacey ed. Sur:

 C'è una cosa che sopporto poco (ce ne sono molte, ma vabbeh sorvoliamo): i libri instagrammabili. 

 Intendiamoci, non i libri con cui fare le foto su instagram, quelle le faccio pure io e devo dire che, da biblioteconoma, sono quasi sollazzata dall'attenzione estetica che finalmente il libro in quanto oggetto sta doverosamente ricevendo.

 I libri instagramabili sono quelli nati per essere cool: hanno un autore cool, una veste cool, una casa editrice cool e persino una trama cool!

 Anche per questo mi ero doverosamente tenuta alla larga da questo libro la cui quarta di copertina era lievemente agghiacciante: una donna in crisi decide di partecipare all'esperimento "fidanzata" in cui un attore famoso cerca, con l'aiuto di un'imprecisata equipe, di sviscerare le diverse sfaccettature delle relazioni umane.

 Praticamente vengono scelte alcune donne e a ognuna di loro viene affidato un compito diverso: la fidanzata con cui vivere i momenti romantici, quella con cui vivere momenti ordinari, quella con cui litigare ecc.

 Un libro del genere, lo devo ammettere, non lo avrei mai preso se non fossi stata in ritardo per il treno e non ci fosse stata la gustosa copia che inviano ogni tanto le case editrici in libreria a uso dei librai.

 E sarebbe stato un peccato perché soprattutto la prima parte, quella che la Lacey dedica alla protagonista, Mary, una trentenne piena di debiti, senza amici, con uno strano passato e un incerto presente di disturbi psicosomatici che solo una stramba cura fricchettona sembra riuscire a curare, è veramente considerevole e ricorda la Zadie Smith degli esordi.

 E' una bella scrittura, fresca, concisa, poco commerciale e molto particolare che rende le vicende, per quanto surreali, ricche di un certo fascino.

 E' un peccato che nella seconda parte la Lacey abbia deciso di concentrarsi sulla parte dell'assurdo esperimento che, se poteva avere una sua coerenza come elemento disturbante di fondo, diventa totalmente superfluo quando si cerca di porlo al centro.

 Se si vuole giocare con la fantascienza bisogna saperla usare, altrimenti diventa il pastrocchio che alla fine finisce per essere. 

 Relazioni che non si capiscono bene, cose che accadono a caso, personaggi introdotti di colpo che perdono il controllo e di cui non si capisce il senso.

 Bastava rimanere sul punto focale della storia: Mary. E' di lei che vogliamo sapere, della sua storia, del suo futuro, del suo passato. 

 Gli altri sono pallide figure di contorno che a un certo punto prendono il sopravvento nel tentativo, credo, di volerci raccontare qualche cosa di profondo sulle relazioni umane, fallendo.

 Ecco, io terrei d'occhio la Lacey perché può fare molto di meglio con una bella idea portata fino in fondo e il prossimo titolo lo guarderò con meno pregiudizio.
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