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lunedì 15 ottobre 2018

L'amore non sempre vince sul dolore. Una recensione di "Una vita come tante" di Hanya Yanagihara tra gli abissi della miseria umana e il potere dell'amicizia che non guarisce sempre, ma (quasi) sempre salva.

 Non è semplice scrivere una recensione di "Una vita come tante".

 Ne ho cercate alcune su internet per capire cosa altri pensassero e provassero dopo un libro del genere, ma tutte quelle che ho trovato (mi scuseranno gli autori) mi sono sembrate in un certo senso inadeguate.

 Non è una colpa, il punto è che davvero difficile non essere inadeguati davanti a un libro che ti mette davanti alla stessa sensazione che si prova, talvolta nel corso dell'esistenza, quando qualcuno decide di metterti a parte di un grande, spiacevole, segreto sulla sua vita.

 Raramente ti trovi preparato quando succede una cosa del genere. 

 Il più delle volte, invece di avere la giusta reazione, inizi a ridere nervosamente o annuisci gravemente e in entrambi i casi il tuo cervello mulina a velocità supersonica qualche frase intelligente da dire che non ti faccia sembrare troppo freddo, ma neanche troppo disinteressato, ma neanche troppo stupido.
 In genere vuoi avere la reazione giusta, ma non ce l'hai. 

 Ecco, "Una vita come tante" è un libro del genere, vorresti dire la frase giusta, ma non sai quale sia.

 Il dolore, scrivevo in un'altra recensione, può avere amici, ma è vero anche che è più facile non li abbia perché ha sempre due canali di comunicazione, due vie che devono essere contemporaneamente aperte e senza ostacoli: quella di chi il dolore lo prova e quella di chi il dolore accetta di provarlo o almeno di capirlo assieme a te.

 Le possibilità che questo accada sono, se non altro, rare. 

 E' difficile capire un grande dolore ed è difficile condividerlo e, per quanto tutti i film e molti libri si affannino a spiegarci il contrario, bisogna accettare l'evidenza che spesso, non sempre per fortuna, il dolore amici non ha. 

 Gli amici possono alleviare ed enormemente le ferite del passato, ma non sempre possono guarirle perché il passato per alcune persone è un eterno presente dal quale non possono fuggire.

 E' di questo che parla "Una vita come tante", mille pagine di libro che mi avevano un filino inquietato (quando un libro ha 1000 pagine raramente vale la pena leggerle davvero tutte, si invoca di tanto in tanto una sapiente scorciatina) e che invece fuggono nella lettura velocissime.

 Inizia come una grande storia d'amicizia, quella tra quattro ragazzi promettenti che vivono in una sorta di New York senza tempo in cui lo sfondo storico è completamente assente (aggiungerei "Grazie a dio" visto che di traumi interiori per la morte di JFK ne ho letti abbastanza): JB, aspirante artista figurativo, Malcolm, aspirante architetto, Jude, aspirante avvocato e Willem, aspirante attore hollywoodiano.

 Dopo l'università tutti stanno attraversando quel tipico momento nella vita in cui devi trovare il modo di far diventare i tuoi sogni realtà

 In teoria dovrebbe essere l'istante più esaltante dell'esistenza, quello per il quale ti sei preparato anni, in realtà scopri che sei solo terrorizzato di fallire: hai poco, pochissimo tempo per concretizzare prima di dover passare a un qualsiasi tipo di ripiego e, in secundis, sai che se ciò dovesse accadere vivrai una vita di rimpianti e di delusioni.

 Insomma, sei in quel momento dell'esistenza in cui hai mille strade da imboccare, ma solo una è quella giusta, se sbagli, al 99% hai buttato al macero la tua esistenza (o almeno la penserai così per un buon numero di anni successivi).

 Per circa 400 pagine la storia fila così tranquillamente: io mi ricordo quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla, come i pini di NewYork la vita non li spezza, questa notte ancora nostra.

 Devo aggiungere che è un gran leggere perché Hanya Yanagihara fa in modo che in questa amicizia non ci siano ombre: tutti sono animati dai migliori e genuini sentimenti d'amicizia, sono persone, pur con tutti i loro difetti, completamente pure.

 Non ci sono doppi fini o tentativi di tradimento, non c'è mai quel sotto testo malvagio che a un certo punto prende il sopravvento a indicarci che tutti, davvero tutti, dopotutto, abbiamo un lato oscuro.

 I quattro amici si vogliono davvero bene e davvero morirebbero l'uno per l'altro.
 Sono, fatto raro nella vita, ma ancor più nella letteratura, quattro brave persone, quattro buone persone.

 Mentre leggi pensi che è davvero un libro meraviglioso sull'amicizia, sentimento spesso subordinato all'amore al quale viene sacrificato come fosse incontrovertibilmente giusto così, come se l'amicizia non fosse altro, a un certo punto, che una versione depotenziata del GRANDE amore, unico e inimitabile al cui cospetto tutto deve inchinarsi.

 Poi passano gli anni e il focus si sposta.

 Il protagonista assoluto diventa Jude. Nella prima parte del libro, oscuramente, abbiamo appreso che ha degli imprecisati problemi alle gambe e un passato oscuro, ma niente vi prepara alla parte centrale del romanzo, quella in cui scopriamo PERCHE' Jude ha quei problemi e qual è DAVVERO il suo passato.

 E' una parte molto molto molto tosta, non solo perché descrive degli abusi innominabili, pur non descrivendoli nella sua parte più cruda (si dice ciò che accade, ma almeno non come accade perché penso che non avrei mai avuto lo stomaco di leggerli), ma distrugge qualsiasi speranza hollywoodiana.

 Sempre, in tutte le storie, c'è il momento in cui accade qualcosa che è salvifico per il protagonista e gli permette di andare avanti
 Puoi tirare la molla per un tempo che sembra infinito, diceva un mio professore di sceneggiatura, ma ad un certo punto inevitabilmente salterà.
 Raggiunto il fondo puoi solo risalire.

 Jude ci racconta la parte più dura: abbiamo sempre creduto a una menzogna.

 E' vero, puoi risalire, c'è questa possibilità, ma puoi anche non farlo, una volta raggiunto il fondo puoi davvero rimanere sotto il mare per sempre.

 Hanya Yanagihara tira questo suo ragionamento alle estreme conseguenze perché fa vivere a Jude l'infanzia e l'adolescenza più orribili che si possano immaginare e poi gli regala la vita dei sogni, una vita in cui ha tutto: due genitori adottivi amorevoli e che lo adorano, degli amici che farebbero ogni cosa per lui, una grande carriera e un amore da film.

 Eppure tutto il bene che il mondo riesce a regalargli non può colmare tutto il male.

 E' una cosa su cui Jude si aggroviglia per tutta l'esistenza: perché non riesce a dimenticare? Perché quello che è stato non passa mai e rimane sempre in agguato in un angolo delle sue giornate? Perché il suo passato è il suo presente?

 E', ve lo dico, la cosa più difficile da accettare di tutto il libro. Il fatto che, pur disperando, pur sperando, quell'attimo di redenzione, quel momento in cui la molla si tende e poi di colpo torna indietro mettendo tutto a posto, non arriva mai.

 E poi c'è Willem.
 Ad un certo punto del libro (ve lo spoilero, ma vi assicuro che è uno spoiler fino ad un certo punto), Jude e Willem iniziano una storia d'amore.

 Mentre JB e Malcolm diventano dei personaggi di contorno e Jude viene assurto a protagonista assoluto, al suo fianco continua a brillare di una speciale luce propria Willem, il suo migliore amico e, infine, suo compagno.

 C'è un punto che non ero riuscita a sviscerare nella recensione di "Chiamami col tuo nome" e che torna, in un altro modo, eppure incredibilmente simile in questo libro: quella certa mimesi delle due parti che è propria dell'amore omosessuale.

 Quando sei molto giovane e inizi a capire di essere gay (per chi non lo sa da subito) in molti cercano di convincerti che la tua "è solo una fase" e che stai in qualche modo confondendo "l'amore con l'ammirazione". 
 In tanti cercano di dirti che quando ti interessa qualcuno del tuo stesso sesso non sta succedendo perché lo vuoi, ma perchè "vorresti essere lui".

 E' una cosa che non può succedere nell'amore eterosessuale per due motivi:
 1) Nessuno cerca mai di convincerti che l'eterosessualità è una fase.
 2) Le relazioni eterosessuali vengono culturalmente basate su un'ossessiva differenza. Le donne fanno questo, gli uomini quest'altro, i mariti si comportano così, le mogli cosà. Se ascoltate qualsiasi programma radio, tv, pubblicità con attenzione, scoprirete che è un punto presente in un modo quasi disturbante.

 Nell'amore omosessuale questa costrizione culturale non c'è, non hai bisogno di dirti che sei differente ogni tre secondi, non hai ruoli da rispettare (NB non penso assolutamente che tutti gli etero ci si trovino bene in questa ossessiva differenziazione, anzi non invidio per niente questa categorizzazione a tutti i costi), e in effetti è innegabile che esista una sorta di zona grigia in cui amore, ammirazione e amicizia s'incontrano.

 Alcune volte è difficile comprendere dove si ponga quel confine sottile tra desiderio dell'altro e di essere l'altro e, cosa più assurda, quel confine la maggior parte delle volte non esiste perché nell'amore c'è sempre una componente di totale fusione.

 E' quello che succede tra Willem e Jude. Non c'è un colpo di fulmine o un momento esatto in cui s'innamorano, ma quando accade, entrambi capiscono che è un processo in atto da molto tempo, forse dal momento esatto in cui si sono conosciuti e riconosciuti.

 Tu stesso lettore non puoi fare a meno di pensare che doveva finire così perché c'è una sorta di complementarità nei due personaggi: entrambi di una sconfinata bontà, ma tanto è solido Willem tanto è fragile Jude, tanto Willem è un uomo senza passato tanto Jude è incapace di sfuggirvi, tanto è spensierato il primo tanto è perpetuamente angosciato il secondo.

  •  E' difficile dire per entrambi dove s'incontrino l'amore, l'amicizia, l'ammirazione e la completa fusione in una sola persona, finalmente pacificata, guarita e in un qualche piccolo modo felice.


 Ci sarebbero molte altre chiavi di lettura per questo libro impressionante, una su tutte l'evidente coincidenza che vuole tutti gli amici senza figli, per caso e per scelta e l'incredibile evidenza di come le vite dei nostri genitori possano con una singola scelta sbagliata condizionare per sempre la nostra.

 In realtà Yanagihara mente dicendo che quella di Jude è una vita come tante.
 Quella di Stoner, anonimo professore che sposa la donna sbagliata senza aver mai il coraggio di lasciarla, lo è, ma quella di Jude è in un certo senso una vita ingombrante, enorme, fatta di eventi che raggiungono l'apice dell'orrore e dello splendore.

 Eppure è vero, al contempo, che nel nostro mondo esistono gli Jude e noi ci passiamo accanto senza neanche saperlo, convinti in modo infantile che le orribili piaghe inflitte loro dal mondo guariranno, come siamo sempre genuinamente convinti che il dolore (non per forza così terribile) che per stanchezza, noia, crudeltà o stupidità infliggiamo agli altri dopotutto prima o poi scomparirà.

 Ma cosa accadrebbe se fossimo tutti come Willem, splendenti come una cometa, buoni in un modo che sembra poter esistere solo nei libri?

 Quanti Jude potremmo, se non salvare, almeno un po' sollevare, quanto migliore potremmo rendere questo mondo se solo ci ricordassimo che l'amore forse non sempre guarisce, ma diluisce il dolore?

Ps. Voglio ringraziare Teresa e Walter per avermi costretta a iniziare questo libro. 

mercoledì 14 febbraio 2018

In verità non so perché sono triste. Sei letture (anzi otto) dal film "Chiamami col tuo nome" tra Diabolik, Eraclito, Montaigne, Antonia Pozzi e Conrad.

 In questa settimana di vacanza che ho passato a casa mia nel Lazio, sono successe varie cose strane.

  La più strana di tutte è stata la morte improvvisa di una persona che conoscevo benché appartenesse più ai miei ricordi che al presente e che vorrei ricordare in modo opportuno più avanti.


 Ero già in una fase ampiamente riflessiva per motivi un po' inspiegabili, penso capitino a tutti settimane così, ma questo triste e incomprensibile lutto l'ha ampiamente catalizzata, forse come non accadeva da anni.

 Succede credo ciclicamente a ogni essere umano, tanto che già il celebre incipit de "Il mercante di Venezia" la racconta con una precisione inquietante: 
 "In verità non so perché sono così triste; mi stanca e voi dite che vi stanca; ma come l'abbia presa, dove l'ho trovata,. o me la sono procurata, di che sostanza è fatta, da dove è nata devo capirlo; e così ottuso mi rende la tristezza. che faccio fatica a conoscere me stesso."
 Mio padre, come ogni anno, mi ha regalato una gift card da spendere nelle due librerie del mio paese purtroppo poco fornite, almeno delle cose che piacciono a me (bisogna dire che io sono anche abituata all'opulenza sfacciata della libreria dove lavoro, quindi forse sono anche un po' fuori tara) e quindi la mia wishlist era sostanzialmente inutile.

 Presa dallo sconforto, mi è venuta l'idea di prendere qualcuno dei libri citati in "Chiamami col tuo nome", la cui visione continua in qualche modo a ossessionarmi come non mi capitava da anni, come se avesse toccato un nervo scoperto.

 Ovviamente non ho trovato nessuno dei libri citati (a parte uno che però già avevo), ma scartabellando su internet mi sono accorta che nessuno aveva ancora avuto l'idea di scriverci un post.
 Ho perciò pensato che magari qualcuno, da qualche parte, potesse avere il mio stesso stato d'animo e magari una lista del genere poteva tornargli utile.

 In alternativa, almeno un po', scrivendo questo post,  mi sono scaricata.


FRAMMENTI COSMICI di Eraclito:

 L'avvenente dottorando Oliver si trascina dietro, stile coperta di Linus, un'edizione critica in inglese de "I frammenti cosmici" di Eraclito, filosofo molto conosciuto e al contempo molto oscuro del VI° sec. a. C.

 Conosciuto fuori dai licei (ma spesso anche dentro ai licei) per due frasi quotate e memate ovunque: "Panta rei" o "Non si può scendere due volte nello stesso fiume", simbolo di un incessante divenire che è l'ossessione di tutti noi comuni mortali (o almeno lo era finché non ci siamo convinti di vivere un eterno carnevalesco presente).

 Nel film le nostre certezze vengono fugate nell'unica frase del libro che viene letta (da Elio):

   "Lo scorrere del fiume non significa che tutto cambia e quindi non possiamo riviverlo, ma che alcune cose restano uguali solo attraverso il cambiamento"

 Eraclito sta sostanzialmente dicendo ad Elio: "Buttati o tradirai te stesso" ed è quello che Elio, saggiamente fa.

 Tuttavia, se pensate di gettarvi sui frammenti di Eraclito alla ricerca di verità su voi stessi, state in guardia, egli non è sempre così chiaro e potreste scervellarvi parecchio (proprio come accade a Oliver che finisce per scrivere una di quelle tipiche frasi da tesi che sembrano un post di Fusaro quando è preso bene al mattino e che non vogliono dire niente, ma essendovi implicate parole altisonanti sembrano colme di verità). Tuttavia, scervellarsi un po', di questi tempi, non è che faccia poi così male.

 Se vi mettete alla ricerca, dovrebbero esserci in giro "Frammenti" ed. Bur, "Eraclito. Testimonianze, imitazioni, frammenti" ed. Bompiani e "Dell'origine" ed. Feltrinelli.


ANTONIA POZZI:

 Non essendo una grande appassionata di poesia, prima di trasferirmi al nord non conoscevo assolutamente questa giovane poetessa milanese, morta suicida ad appena ventisei anni, che molto amò le persone e le montagne.

 Nel film, Elio regala le sue poesie alla sventurata Marzia che in realtà è abbastanza intelligente da aver sgamato di essere solo un vago passatempo nell'inquietudine di Elio, in fervente attesa che Oliver gli faccia un cenno.

 Letterario presagio a uno strano e splendido finale sulle montagne della bergamasca (anche se credo nulla potrà mai farmi vedere in una luce migliore Bergamo), Antonia Pozzi nella sua breve vita scrisse molto del suo amore per la montagna e forse le poesie che la riguardano sono le più autentiche giunte fino a noi. Ma andiamo con ordine.

 Antonia Pozzi nacque in una famiglia dell'altissima borghesia milanese nel 1912, alle superiori intrecciò una relazione con uno dei suoi professori prima che i genitori la costringessero a troncarla non senza traumi.
  Frequentò l'università assieme a molti di quelli che divennero gli intellettuali dell'epoca, ma a 26 anni si suicidò ingerendo barbiturici e andando a morire in un campo innevato vicino all'abbazia di Chiaravalle. 

 Per alcuni versi la sua storia ricorda quella di Sylvia Plath:ipersensibile e schiacciata da una personalità maschile manipolatoria, la Plath quella del marito (che mi potete dire tutto, ma uno che manipola i diari e le poesie della moglie, quasi ex, post-mortem, per me è un farabutto), la Pozzi quella del padre, così bigotto da censurare e interpolare le poesie postume della figlia.


 Proprio per questo, probabilmente, le poesie sulla sua amata montagna rimangono le più fedeli alla poetessa, molto amata qui in Lombardia e spesso misconosciuta nel resto d'Italia.

 Se volete leggerle, esistono, fortunatamente per voi, varie cose in commercio: "Poesie" ed. Ancora , "Guardami, sono nuda" ed. Clichy, "Lieve offerta. Poesia e prose", Bietti ed.
Un interessante saggio è "Per troppa vita che ho nel sangue" ed. Ancora e c'è anche un documentario, "Poesia che mi guardi".


DIABOLIK:

 Anche se internet e smartphone sembrano essere tra noi da un secolo, è in realtà abbastanza recente la fine di quelle mortali eppure adesso così desiderabili, estati di assoluto nulla in cui il tempo sembrava dilatato all'infinito.

 Anche io ho passato tutta la mia infanzia e adolescenza per tre mesi nel nulla della Sardegna pre-turismo di massa (lo so, lo ripeto sempre, ma, lettori assidui, faccio sempre il conto che qualcuno di nuovo capiti fortunosamente qui ;) ) a oziare, disegnare, scrivere su quaderni e quaderni, studiare, uscire la sera con gli amici a vedere sempre le stesse bancarelle, andare al mare e dormire tantissimo.

  E leggere tantissimo, anche perché nessuno aveva la tv e onestamente nessuno ne sentiva la mancanza.

 Ho raccontato svariate volte di come il paese sardo di mio nonno, per piccino che fosse, avesse (e ha tuttora) una libreria bellissima, tenuta da un libraio davvero davvero bravo, con un catalogo eccezionale e dove spendevo tutte le mie paghette (e mio nonno sapendo che finivano in libri ne elargiva copiose); ebbene, di fronte sorgeva una grande edicola, enorme, dove potevi trovare una barca di fumetti (ma pochissimi manga purtroppo, anche se curiosamente la libreria teneva degli yaoi random) che io e i miei amici consumavamo letteralmente nell'attesa che uscisse il numero successivo.

 Nel film il fumetto prescelto e consumato in ogni dove è "Diabolik" che invece ho quasi sempre bellamente ignorato, a parte rari casi in cui qualcuno in casa lo comprava per disperazione.

 Per la cronaca e per il post, sappiate che questo natale è uscita un'interessante raccolta "Diabolik fuori dagli schemi" in cui ci sono tante brevi storie disegnate e scritte da grandi autori italiani con protagonista il ladro mascherato.


CUORE DI TENEBRA di Joseph Conrad:

 Conrad è un facilissimo e felicissimo autore-metafora.

  Io credo avrei optato per l'amatissimo "La linea d'ombra" l'unico libro della mia vita il cui incipit mi abbia mai sconvolto.
 A 22  mi arrivò addosso come un treno la chiarezza con cui riusciva a raccontare quello che sapevo presto mi sarebbe aspettato: la fine crepuscolare della primissima giovinezza, ormai agli sgoccioli con tutto ciò che avrebbe comportato.

 Guadagnino o Ivory hanno optato per "Cuore di tenebra" spostando anche il significato metaforico di Elio: per crescere non bisogna per forza spingersi verso l'esterno, anche un viaggio verso l'interno della propria anima spesso può portarci lontano.

 La storia del marinaio Marlow che ripercorre una tratta verso l'interno dell'Africa profonda e inesplorata, abitata da popolazione sconosciute e terribili, ma al contempo affascinanti, alla disperata ricerca di un misterioso e ambiguo personaggio, Kurtz, è metaforica da sempre.

 Siamo davvero chi crediamo di essere o nascondiamo qualcosa, nel profondo di noi stessi, che risale in superficie solo in alcune estreme condizioni?
 Siamo davvero buoni come pensiamo? Cattivi come pensiamo? Coraggiosi, pavidi, felici, tristi, capaci d'umanità, incapaci d'amore come crediamo, da sempre, di essere? O c'è dell'altro in noi?

 Ci vuole coraggio per intraprendere il viaggio verso il proprio cuore di tenebra  perché spaventoso è ciò che potremmo trovarvi, nel male, ma anche nel bene.

 Ed è quello che sembra dire il padre a Elio nel suo lungo monologo finale: quel coraggio vale sempre la pena d'averlo, anche se potremmo pagarlo carissimo.



MONTAIGNE E DE LA BOETIE:

 Nel suddetto bellissimo discorso finale che il padre fa ad Elio cita due frasi in francese: "Perché ero io" "Perché era lui".

 Sono del filosofo francese Montaigne a proposito della profondissima e intensa amicizia che lo legò a de La Boétie per quattro anni prima che questi, prematuramente, morisse.

 Leggendo "Sull'amicizia" (che si può trovare generalmente ne "I saggi") è in realtà difficile non scorgervi i tratti di un'amicizia amorosa, ma non voglio certo mettermi ad attribuire esperienze di vita a Montaigne.



Vi cito perciò solo uno dei pezzi in cui rievoca la presenza dell'amico:
 "Se mi si chiede di dire perché l'amavo, sento che questo non si può esprimere se non rispondendo: 'Perché era lui; perché ero io'. C'è, al di là di tutto il mio discorso, e di tutto ciò che posso dirne in particolare, non so qual forza inesplicabile e fatale, mediatrice di questa unione. 
Ci cercavamo prima di esserci visti e per quel che sentivamo dire l'uno dell'altro, il che produceva sulla nostra sensibilità un effetto maggiore di quel che produca secondo ragione quello che si sente dire, credo per qualche volontà celeste: ci abbracciavamo attraverso i nostri nomi. 
E al nostro primo incontro, che avvenne per caso, in occasione di una grande festa e riunione cittadina, ci trovammo tanto uniti, conosciuti e legati l'uno all'altro, che da allora niente fu a noi tanto vicino quanto l'uno all'altro."


HEPTAMERON di Margherita di Navarra:

 Una delle poche scene un po' manierate del film è quella in cui la madre di Elio, fine intellettuale alto-borghese, entra col suo solito fare finto noncurante nella sala in cui marito e figlio cercano di distrarsi dalla noia estiva declamando un improbabile "Dov'è finito il mio Heptameron?".
Peraltro, ci tengo a sottolineare, che il film di Guadagnino, a
quelli tanto idolatrati di Muccino je dà 'na pista

 Tuttavia a tal proposito, mi sento di scomodare un mio ricordo romano.

 Nell'ormai lontano 2007, per sei mesi seguii un corso di sceneggiatura a cui si accedeva per selezione strettissima e che, dopo 4 livelli di prove variegate e assurde, spremeva infine 20 persone dal succo.

  Il suo grande lato positivo era che, infine, i prescelti non avrebbero pagato nulla. 

Questo evitò quello che spesso accade in scuole private, corsi privati e master: tanta gente coi soldi e qualche sparuto plebeo che si ammazza di fatica per permetterselo (o ammazza di fatica i risparmi dei suoi).

 Ovviamente qualche danaroso c'era e fu proprio una danarosa che una notte mi ospitò nella sua casa a Trastevere. 

 Mi svegliai e mi ritrovai in un film di Muccino. Ve lo giuro.

 Il padre architetto, la madre casalinga di lusso mezza isterica, la governante con la crestina, il fratello studente che diceva parolacce a tavola e la cameriera che mi portava e sportava cose dal tavolo della colazione. 

 Fui seriamente sconcertata per due motivi:
 Il primo era che Muccino quindi non ci stava mentendo coi suoi insopportabili film fatti di isterici borghesi che si inventano i tipici problemi di esistenze senza problemi.

 Il secondo era più kantiano, ossia mi parve abbastanza che la realtà che io vedevo e vivevo e quella che vedevano e vivevano quelle persone erano così lontane da non potersi mai incontrare. E chissà quante persone trovavano la mia vita altrettanto fantascientifica.

  Ero giovane e ingenua.

 Quindi in realtà io alla scena della madre dell'Heptameron ci credo, ci credo che esistano delle famiglie intellettuali in cui quando piove una prende un libro e lo traduce all'impronta dal tedesco ai suoi cari.

 Ma veniamo al libro. 
 Non sapevo assolutamente dell'esistenza di questa sorta di Decamerone dei nobili alla francese, scritto nientepopodimeno che da una regina, Margherita d'Angouleme, moglie di un re di Navarra del XVI° sec che fu fine scrittrice e abile politica.

 La cornice è copiata sostanzialmente dal Boccaccio: un gruppo di giovani nobili, uomini e donne, rimane isolata in campagna non a causa della peste, ma da una sorta d'inondazione che ha distrutto un ponte che li collega alla civiltà.
  Per passare il tempo si raccontano ben 72 novelle sul tema dell'amore, alcune, pare, anche abbastanza piccanti.

 Quella che la madre di Elio comincia a raccontare è talmente calzante al film che credevo fosse stata inventata.
 Un cavaliere e una dama diventano amici, ma non riescono a confessarsi il reciproco amore, poi un giorno il cavaliere le chiede "E' meglio parlare o morire?".

 Purtroppo non sappiamo come finisce la storia dei due amanti.

 Ahimè, sembra che in commercio non esista nessuna edizione integrale, ma solo una raccolta di 15 novelle pubblicate dalle edizioni del Faro.
 Se siete mortalmente curiosi, all'usato potreste trovare l'integrale che fece l'Einaudi dei bei tempi che furono.


FOLLETT E ASIMOV:

Nell'immagine a inizio post, Elio è poggiato su una pila di libri in italiano

 Se ne riconoscono due su tre (quello rosa se qualcuno riesce a decriptarlo, io non sono riuscita). Me ne sono accorta scrivendo questo post: si tratta de "La cruna dell'ago" di Ken Follett, un romanzo di spionaggio, amori e tradimenti durante la seconda guerra mondiale e l'altro è "Il club dei vedovi neri" di Asimov, una raccolta di racconti gialli e che, per inciso, non ho letto.

 Quindi anche io alla fine del mio stesso post ho trovato una nuova lettura (inception giovane libraia).


 Credo non mi sia sfuggito niente, ma se così non fosse, commentate pure e unitevi a me in questo delirio.
 Ah, la mia obsession per il film non è finita, ma ha fatto vela verso porti vicini, mi sono diretta su "Ultima notte ad Alessandria" di Aciman. 
Presto su questi schermi.

venerdì 2 febbraio 2018

Quel perduto oggetto del desiderio. "Chiamami col tuo nome" un libro e un film che smascherano un'epoca in cui siamo ormai così attenti a quel che desideriamo da non farlo proprio più.

Molti anni prima che io nascessi, (non moltissimi, ma comunque un bel po'), Caterina Caselli cantava che nessuno poteva giudicarla.

 Famosa e inconsueta canzone d'amore nella quale a cantare non era il solito innamorato disperato o incredibilmente felice, ma una tizia che aveva lasciato uno per un altro per poi tornare indietro e dirgli: "Ognuno ha il diritto di vivere come può, per questo una cosa mi piace e quell'altra no", e aggiungendo anche "C'è già tanta gente che ce l'ha su con me chi lo sa perché", modo carino per dire che nessuno si fa mai gli affari propri.

 Del resto, forse più di questa canzone, della Caselli ho sempre trovato molto più incredibile "Arrivederci amore ciao", la canzone di una che se ne va e dice a quello che lascia che deve essere pure contento e farle gli auguri, un concetto peraltro ribadito anche con una certa malvagità dallo spiegone alla ex (che poi però sposò) di Guccini in "Vedi cara".

 Viviamo in tempi in qualche modo un po' perversi.
 Non perversi perché la gente fa le cosacce nel deep web e l'Italia è prima come turismo sessuale con minori nel mondo (grandi primati concittadini, grazie a tutti voi) o almeno questa volta non intendo quel tipo di perversione.

 Viviamo in tempi perversi perché in qualsiasi campo riusciamo a trovare il pervertimento di tutto, qualsiasi cosa può essere pervertita e anzi, se non lo è, quella cosa finisce per essere un po' sospetta o di poco valore

 Anche nella narrativa sembra che la tendenza sia quella: tutto è corrotto, in ogni modo, e se non lo è non vale la pena raccontarlo.

 Certo, c'è più gusto e spesso anche più gloria a raccontare gli oscuri recessi dell'animo umano, ma per quanto io sia sempre stata poco fiduciosa nei confronti del prossimo, trovo molto faticoso sondare sempre le tenebre e mai la luce.

 Non credo che la colpa sia di tempi che improvvisamente si sono fatti più cupi, ma di una nevrosi diffusa da giudizio universale inteso come giudizio degli altri.

 Prima quel che facevamo, anche se errato, rimaneva confinato in un periodo della vita, in un paese da cui potevi allontanarti, in una cerchia che eri libero di non vedere più per il resto della tua vita. Eri libero di di mandare tutti a quel paese stile Caterina Caselli e non roderti più della gente che ce l'ha su con te.

 Adesso è difficile vivere senza l'ansia montante di finire prima o poi al centro di un palcoscenico dell'orrore e tutto si perverte, diventa corrotto, diventa nevrotico, diventa prima apparire che essere e non perché siamo effimeri, ma perché, anche incosciamente, abbiamo un terrore spesso esagerato delle conseguenze catastrofiche dei nostri sbagli.

  L'errore non è più un concetto relativo nel tempo, ma un fantasma mostruoso che rischia di non abbandonarci mai più.

 Lo facevano anche prima eh, ma prima almeno non lo sapevi. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

 Questo e altri pensieri mi sono venuti in mente vedendo il bellissimo film di Guadagnino tratto dal bel libro di Aciman e del quale credo sia superiore.

 Chiariamo, il libro di Aciman è scritto benissimo, ma forse Guadagnino aveva dalla sua un fatto incontrovertibile: il desiderio quando lo vedi è sempre più potente di quando lo leggi
 Il difficile sta nel renderlo visivamente reale e Guadagnanino e i due attori protagonisti scelti ce la fanno benissimo.

 La trama è, all'apparenza, molto semplice. 

 Una ricca famiglia ebraica italo-americana-europea passa le sue estati in un paese della bassa cremasca, in una splendida villa di famiglia spersa tra frutteti e campagna, vicina a un paesello dove le uniche cose da fare sono giocare a carte, ballare ogni tanto e farsi il bagno nei canaloni. E ovviamente fare sesso.

 Siamo negli anni '80 e anche io che sono nata nel 1984 ho fatto in tempo a passare tutta la mia infanzia e adolescenza per tre mesi l'anno nel niente assoluto della Sardegna, senza tv, senza cellulare, senza posta addirittura, che mi fosse mai arrivata una e dico una delle lettere che le mie amiche mi scrivevano. 

 Il tempo mi sembrava scorresse lentissimo e all'epoca lo detestavo, esattamente come sembra detestarlo il protagonista, il diciassettenne Elio.

 Elio è il non tipico figlio unico di queste famiglie ricche e istruite. 

 Non tipico perché, anche se è ovviamente intelligentissimo, suona benissimo e ha colti interessi, è rappresentato come un adolescente abbastanza avvenente, consapevole della sua avvenenza e molto cool. Quindi già siamo fuori dallo stereotipo tipico di questi casi non essendo egli né spocchioso e vizioso né un disadattato sociale che qualcuno deve trarre dal suo disagio.

 Un punto enorme per Aciman.

 Ogni estate i suoi genitori ospitano uno studente straniero che aiuti il padre di Elio nelle sue ricerche e quell'anno arriva Oliver, un americanone bello come una statua greca che Elio DESIDERA appena vede.

 Il verbo è importante perché Elio non se ne INNAMORA all'istante, ma, semplicemente, lo vede e vorrebbe saltargli addosso

 Non sappiamo se Elio abbia già avuto amori omosessuali o se Oliver sia il primo a suscitargli tali passioni, ma in verità non importa a Elio, non importa ai genitori di Elio, non importa agli amici, non importa a nessuno e non importa neanche a noi.

 Oliver non è l'elemento che porta ad Elio la sua grande epifania gay.



 La grande epifania che Oliver porta ad Elio è quella del desiderio.


 E' possibile incontrare una passione al cui cospetto non ti reggono le gambe, a cui pensi così intensamente tutto il giorno da sentirti male? E' possibile non dormire la notte al solo pensiero di un altro corpo sul tuo? Non riuscire più a pensare? Arrivare a una tensione tale da farsi uscire il sangue dal naso? A passare intere giorni e notti a scrivere pagine su questo incontrollabile desiderio?

 Elio scopre di sì e scopre anche che l'attesa del desiderio non lo placa, ma lo catalizza, lo incendia, lo brucia letteralmente dall'interno.

 E' un desiderio che non c'entra niente e mai col possesso. Elio non pensa: Oliver deve essere mio. Elio pensa: voglio che Oliver mi prenda, ovunque, come vuole, quando vuole, perché vuole.

 L'attore scelto per la parte di Elio (e giustissimamente candidato all'oscar) nel film è talmente bravo nel rendere questo desiderio con tutto il corpo, con lo sguardo, con l'abbandono che ci mette, da non farti neanche notare che, sebbene sia un film molto sensuale e, ad un certo punto ci sia anche un buon numero di baci, fondamentalmente non ci siano scene molto erotiche. 

 Io l'ho notato solo dopo aver letto un post in cui si diceva che il film, inizialmente in mano a James Ivory, prevedeva parti di sesso molto spinte.

 Invece, secondo me, bene ha fatto Guadagnino a toglierle perché avrebbe detonato la potenza del  vero punto centrale della storia: quel desiderio così potente che sembra passare come un uragano sul niente cosmico dell'estate padana.

Ho pensato, dopo aver letto anche il libro, che il motivo per cui questo film dalla trama potenzialmente banale, sta avendo così grande successo è per il fatto paradossale di affrontare un tema poco di moda in questa nostra pervertita società.


 Siamo tutti così impegnati ad aver paura di tutto e di tutti, a cercare l'insidia, a diffidare, a vedere le tenebre dietro la luce, da non aver più spazio per gli assolutismi che forse portano dolore, ma non crudeltà.

 Desiderare qualcosa con tutte le proprie forze può arrecare un grande dolore se lo ottieni e poi lo perdi e, soprattutto, se non lo ottieni mai.
 Imparare a maneggiare quel dolore senza che degeneri è una cosa che spesso non sembriamo più saper o voler fare.

 E' brutto fare discorsi generali e ovviamente ci sarà chi molto desidera e chi ha vissuto passioni assolute come quella raccontata nel film, ma è innegabile che la nostra epoca non sarà ricordata per questo. Non è un'epoca desiderante, è un'epoca punente.
 Un'epoca in cui chi sbaglia deve essere punito e sappiamo bene che quando si desidera qualcosa si finisce sempre, prima o poi, per sbagliare.

 Allora anche un libro come quello di Aciman che parla di una passione che ti strappa il cuore, di una voglia così intensa da mandarti il sangue al cervello, diventa non uno dei tanti libri sull'incontrollabile desiderio che può scatenarsi in ognuno di noi, ma una sorta di strano unicum che racconta una passione sopra le righe, un caso isolato e per questo affascinante.

 Siamo diventati così perbenisti da trovare particolare un film in cui il desiderio non è per forza legato all'amore. 

  Non sappiamo se Elio e Oliver siano anche innamorati oltre che amanti, personalmente credo di no e credo anche che questa ambiguità sia voluta per smascherarci.

 C'è una tendenza a voler vedere una purezza nel sesso solo quando è collegato all'amore.

  Il desiderio ormai, nei libri, nei film, nelle serie tv e anche nella realtà sembra avere un suo compimento solo se è legato a un grande amore, altrimenti è qualcosa di minore, di sbagliato, di non rilevante, un incidente sul cammino.

 Bisognerebbe capire se il problema è la perversa evoluzione dell'umanità, sempre più asettica, impaurita, nevrotica e orientata verso il possesso più che verso il desiderio, o se siamo solo vittime di una sorta di slut-shaming sociale.

 Siamo noi ad essere diventati troppo emotivamente deboli per desideri tanto forti o abbiamo solo il terrore di non poter dire come Caterina Caselli che non vogliamo essere giudicati e di finire, in qualche modo, alla gogna?
 La paura del giudizio, amplificata ormai a livelli di nevrosi, ha ucciso il desiderio fine a sé stesso?

 Si diceva un tempo che dovessimo stare molto attenti a quel che desideravamo perché avremmo potuto ottenerlo. Forse siamo diventati così attenti da aver smesso direttamente di farlo.
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