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mercoledì 13 ottobre 2021

La sensazione del danno. Una recensione di "Mi stai ascoltando?" di Tillie Walden, quando il dolore travolge tutto ciò che è fuori e dentro di noi

 In questi tempi assai difficoltosi, dove talvolta sembra di camminare sulle uova ed è difficile inserirsi e comprendere la portata della rivoluzione che stiamo vivendo, una costante sembra essere la necessità di essere ascoltati.

In molti, ma soprattutto molte dicono di aver trovato coraggio dopo molti anni di parlare di un qualcosa di grave e traumatico solo quando hanno trovato qualcuno che gli disse ascolto.

 E' una sensazione che abbiamo provato tutti nella vita, l'ho provata anche io.

 Uscita da un contesto di lavoro molto pesante, ho trovato un sostanziale muro davanti al mio disagio: quello che ti è successo era davvero così grave? Non è forse quello che prima o poi accade a tutti nella vita? Perché dovrebbe essere speciale? Ma soprattutto, perché non dimentichi e vai avanti? Tutti viviamo qualcosa di spiacevole e rimestare nel passato non serve a niente.

 Fondamentalmente io ho avuto e ho tuttora questo approccio: evitare di rimestare e andare avanti. Il tempo della vita è limitato e spenderlo a girare su sé stessi non serve a niente.

 Ma accade, certe volte, di avere la sensazione esatta di aver subito una sorta di danno, come una macchina che, oltre al bozzo, si trova ad avere una luce rotta, un problema alla frizione, un qualcosa che impedisce di continuare a viaggiare bene.

Tu vuoi ignorarlo e continuare a guidare, ma non puoi.

I modi per uscire da questa impasse sono molteplici e talvolta coinvolgono degli specialisti, ma spesso misuriamo l'entità del danno dalla quantità di ascolto che riceviamo: se è poca, ci diciamo, non è davvero così importante.

 

 Il libro di Tillie Walden ragiona su alcuni grandi temi, tra i quali l'ascolto. In alcuni momenti lo fa in modo ingenuo, ma in generale la grande cavalcata onirica alla quale si lascia andare, ha molto a che vedere con l'inconscio e la nostra capacità di interpretarlo.

 Bea e Lou sono due ragazze che si conoscono di vista. Un giorno Lou, che ha da poco perso la madre alla quale era legatissima, incontra Bea in un autogrill e capisce al volo che sta scappando.

 Preoccupata per lei, che è giovane e chiaramente sta procedendo a caso rischiando di ficcarsi in strane situazioni, finisce per caricarla in macchina lasciando che l'accompagni nella sua visita a una lontana zia.

 Le due trovano insieme uno strano gatto, che Bea decide di voler riportare a tutti i costi ai misteriosi padroni.

 Il micio però si rivela un essere incredibile, una sorta di chiave verso un mondo assurdo, dove i paesaggi si confondono, strani esseri le inseguono e giungono in luoghi onirici e inaspettati.

 Lou si rende conto che il salvataggio del gatto è per Bea molto più di quel che sembra e assume le proporzioni di un qualcosa di fondamentale. La sensazione è che salvando quel gatto lei possa in qualche modo riparare un danno. Se qualcuno avesse cercato di aiutarla in tutti i modi, proprio come lei sta cercando di aiutare quello strano magico animale, forse avrebbe potuto (o potrebbe) salvarsi.

Sul bordo di una piscina abbandonata arriva finalmente il momento che tutti, compresi il lettore, stavano aspettando: perché Bea scappa? Da chi e da cosa lo fa?

 E la storia, fino a quel momento dolorosa, ma assurda, prende improvvisamente una piega reale, una piega cruda, quella di un abuso gravissimo e reiterato che Bea trova il coraggio di confessare solo fino a quel momento.

 Bea è disperata perché pensa di non essere stata in grado di reagire, di averlo fatto troppo tardi, di non aver lottato abbastanza, ma Lou le risponde, “Non è colpa tua, mi stai ascoltando?”

La storia ha alcune allegorie un po' ingenue in confronto all'enormità onirica che è in grado di raccontare: Lou insegna a Bea ad guidare la macchina, nella sempre esplicita metafora dell'essere in grado di guidare la propria esistenza.

 Ma soprassedendo su queste allegorie della patente, il libro riesce a raccontare la devastazione che ci travolge quando pensiamo che un grande trauma abbia distrutto tutto ciò che c'è dentro e fuori di noi.

 La confusione, il dolore, il sentirsi braccati, il disperato desiderio di portare in salvo qualcosa di noi, anche se tutto sta crollando, anche se siamo stanchi, anche se non ce la facciamo, è trasmesso in un modo cristallino, con una bravura e una profondità incredibili.

 Non cadere nel retorico davanti ad un dramma che preferiremmo non vedere, non leggere, non ascoltare, dimostra un talento che porterà Tillie Walden lontanissimo. 

 E' incredibile la bravura di questa autrice, così giovane e così in grado di essere lucida nell'intercettare il dolore che scegliamo di ignorare. 

 Non avevo particolarmente amato la strana tranquillità dei sentimenti di “Su raggio di sole”, malgrado l'ambientazione fantascientifica incredibile, mentre avevo trovato straordinario “Trottole”, ma credo che in generale questo sia il libro che maggiormente ci mostra ciò che Tillie Walden, da autrice, sarà in grado di dare al mondo.

lunedì 15 ottobre 2018

L'amore non sempre vince sul dolore. Una recensione di "Una vita come tante" di Hanya Yanagihara tra gli abissi della miseria umana e il potere dell'amicizia che non guarisce sempre, ma (quasi) sempre salva.

 Non è semplice scrivere una recensione di "Una vita come tante".

 Ne ho cercate alcune su internet per capire cosa altri pensassero e provassero dopo un libro del genere, ma tutte quelle che ho trovato (mi scuseranno gli autori) mi sono sembrate in un certo senso inadeguate.

 Non è una colpa, il punto è che davvero difficile non essere inadeguati davanti a un libro che ti mette davanti alla stessa sensazione che si prova, talvolta nel corso dell'esistenza, quando qualcuno decide di metterti a parte di un grande, spiacevole, segreto sulla sua vita.

 Raramente ti trovi preparato quando succede una cosa del genere. 

 Il più delle volte, invece di avere la giusta reazione, inizi a ridere nervosamente o annuisci gravemente e in entrambi i casi il tuo cervello mulina a velocità supersonica qualche frase intelligente da dire che non ti faccia sembrare troppo freddo, ma neanche troppo disinteressato, ma neanche troppo stupido.
 In genere vuoi avere la reazione giusta, ma non ce l'hai. 

 Ecco, "Una vita come tante" è un libro del genere, vorresti dire la frase giusta, ma non sai quale sia.

 Il dolore, scrivevo in un'altra recensione, può avere amici, ma è vero anche che è più facile non li abbia perché ha sempre due canali di comunicazione, due vie che devono essere contemporaneamente aperte e senza ostacoli: quella di chi il dolore lo prova e quella di chi il dolore accetta di provarlo o almeno di capirlo assieme a te.

 Le possibilità che questo accada sono, se non altro, rare. 

 E' difficile capire un grande dolore ed è difficile condividerlo e, per quanto tutti i film e molti libri si affannino a spiegarci il contrario, bisogna accettare l'evidenza che spesso, non sempre per fortuna, il dolore amici non ha. 

 Gli amici possono alleviare ed enormemente le ferite del passato, ma non sempre possono guarirle perché il passato per alcune persone è un eterno presente dal quale non possono fuggire.

 E' di questo che parla "Una vita come tante", mille pagine di libro che mi avevano un filino inquietato (quando un libro ha 1000 pagine raramente vale la pena leggerle davvero tutte, si invoca di tanto in tanto una sapiente scorciatina) e che invece fuggono nella lettura velocissime.

 Inizia come una grande storia d'amicizia, quella tra quattro ragazzi promettenti che vivono in una sorta di New York senza tempo in cui lo sfondo storico è completamente assente (aggiungerei "Grazie a dio" visto che di traumi interiori per la morte di JFK ne ho letti abbastanza): JB, aspirante artista figurativo, Malcolm, aspirante architetto, Jude, aspirante avvocato e Willem, aspirante attore hollywoodiano.

 Dopo l'università tutti stanno attraversando quel tipico momento nella vita in cui devi trovare il modo di far diventare i tuoi sogni realtà. 

 In teoria dovrebbe essere l'istante più esaltante dell'esistenza, quello per il quale ti sei preparato anni, in realtà scopri che sei solo terrorizzato di fallire: hai poco, pochissimo tempo per concretizzare prima di dover passare a un qualsiasi tipo di ripiego e, in secundis, sai che se ciò dovesse accadere vivrai una vita di rimpianti e di delusioni.

 Insomma, sei in quel momento dell'esistenza in cui hai mille strade da imboccare, ma solo una è quella giusta, se sbagli, al 99% hai buttato al macero la tua esistenza (o almeno la penserai così per un buon numero di anni successivi).

 Per circa 400 pagine la storia fila così tranquillamente: io mi ricordo quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla, come i pini di NewYork la vita non li spezza, questa notte ancora nostra.

 Devo aggiungere che è un gran leggere perché Hanya Yanagihara fa in modo che in questa amicizia non ci siano ombre: tutti sono animati dai migliori e genuini sentimenti d'amicizia, sono persone, pur con tutti i loro difetti, completamente pure.

 Non ci sono doppi fini o tentativi di tradimento, non c'è mai quel sotto testo malvagio che a un certo punto prende il sopravvento a indicarci che tutti, davvero tutti, dopotutto, abbiamo un lato oscuro.

 I quattro amici si vogliono davvero bene e davvero morirebbero l'uno per l'altro.
 Sono, fatto raro nella vita, ma ancor più nella letteratura, quattro brave persone, quattro buone persone.

 Mentre leggi pensi che è davvero un libro meraviglioso sull'amicizia, sentimento spesso subordinato all'amore al quale viene sacrificato come fosse incontrovertibilmente giusto così, come se l'amicizia non fosse altro, a un certo punto, che una versione depotenziata del GRANDE amore, unico e inimitabile al cui cospetto tutto deve inchinarsi.

 Poi passano gli anni e il focus si sposta.

 Il protagonista assoluto diventa Jude. Nella prima parte del libro, oscuramente, abbiamo appreso che ha degli imprecisati problemi alle gambe e un passato oscuro, ma niente vi prepara alla parte centrale del romanzo, quella in cui scopriamo PERCHE' Jude ha quei problemi e qual è DAVVERO il suo passato.

 E' una parte molto molto molto tosta, non solo perché descrive degli abusi innominabili, pur non descrivendoli nella sua parte più cruda (si dice ciò che accade, ma almeno non come accade perché penso che non avrei mai avuto lo stomaco di leggerli), ma distrugge qualsiasi speranza hollywoodiana.

 Sempre, in tutte le storie, c'è il momento in cui accade qualcosa che è salvifico per il protagonista e gli permette di andare avanti. 
 Puoi tirare la molla per un tempo che sembra infinito, diceva un mio professore di sceneggiatura, ma ad un certo punto inevitabilmente salterà.
 Raggiunto il fondo puoi solo risalire.

 Jude ci racconta la parte più dura: abbiamo sempre creduto a una menzogna.

 E' vero, puoi risalire, c'è questa possibilità, ma puoi anche non farlo, una volta raggiunto il fondo puoi davvero rimanere sotto il mare per sempre.

 Hanya Yanagihara tira questo suo ragionamento alle estreme conseguenze perché fa vivere a Jude l'infanzia e l'adolescenza più orribili che si possano immaginare e poi gli regala la vita dei sogni, una vita in cui ha tutto: due genitori adottivi amorevoli e che lo adorano, degli amici che farebbero ogni cosa per lui, una grande carriera e un amore da film.

 Eppure tutto il bene che il mondo riesce a regalargli non può colmare tutto il male.

 E' una cosa su cui Jude si aggroviglia per tutta l'esistenza: perché non riesce a dimenticare? Perché quello che è stato non passa mai e rimane sempre in agguato in un angolo delle sue giornate? Perché il suo passato è il suo presente?

 E', ve lo dico, la cosa più difficile da accettare di tutto il libro. Il fatto che, pur disperando, pur sperando, quell'attimo di redenzione, quel momento in cui la molla si tende e poi di colpo torna indietro mettendo tutto a posto, non arriva mai.

 E poi c'è Willem.
 Ad un certo punto del libro (ve lo spoilero, ma vi assicuro che è uno spoiler fino ad un certo punto), Jude e Willem iniziano una storia d'amore.

 Mentre JB e Malcolm diventano dei personaggi di contorno e Jude viene assurto a protagonista assoluto, al suo fianco continua a brillare di una speciale luce propria Willem, il suo migliore amico e, infine, suo compagno.

 C'è un punto che non ero riuscita a sviscerare nella recensione di "Chiamami col tuo nome" e che torna, in un altro modo, eppure incredibilmente simile in questo libro: quella certa mimesi delle due parti che è propria dell'amore omosessuale.

 Quando sei molto giovane e inizi a capire di essere gay (per chi non lo sa da subito) in molti cercano di convincerti che la tua "è solo una fase" e che stai in qualche modo confondendo "l'amore con l'ammirazione". 
 In tanti cercano di dirti che quando ti interessa qualcuno del tuo stesso sesso non sta succedendo perché lo vuoi, ma perchè "vorresti essere lui".

 E' una cosa che non può succedere nell'amore eterosessuale per due motivi:
 1) Nessuno cerca mai di convincerti che l'eterosessualità è una fase.
 2) Le relazioni eterosessuali vengono culturalmente basate su un'ossessiva differenza. Le donne fanno questo, gli uomini quest'altro, i mariti si comportano così, le mogli cosà. Se ascoltate qualsiasi programma radio, tv, pubblicità con attenzione, scoprirete che è un punto presente in un modo quasi disturbante.

 Nell'amore omosessuale questa costrizione culturale non c'è, non hai bisogno di dirti che sei differente ogni tre secondi, non hai ruoli da rispettare (NB non penso assolutamente che tutti gli etero ci si trovino bene in questa ossessiva differenziazione, anzi non invidio per niente questa categorizzazione a tutti i costi), e in effetti è innegabile che esista una sorta di zona grigia in cui amore, ammirazione e amicizia s'incontrano.

 Alcune volte è difficile comprendere dove si ponga quel confine sottile tra desiderio dell'altro e di essere l'altro e, cosa più assurda, quel confine la maggior parte delle volte non esiste perché nell'amore c'è sempre una componente di totale fusione.

 E' quello che succede tra Willem e Jude. Non c'è un colpo di fulmine o un momento esatto in cui s'innamorano, ma quando accade, entrambi capiscono che è un processo in atto da molto tempo, forse dal momento esatto in cui si sono conosciuti e riconosciuti.

 Tu stesso lettore non puoi fare a meno di pensare che doveva finire così perché c'è una sorta di complementarità nei due personaggi: entrambi di una sconfinata bontà, ma tanto è solido Willem tanto è fragile Jude, tanto Willem è un uomo senza passato tanto Jude è incapace di sfuggirvi, tanto è spensierato il primo tanto è perpetuamente angosciato il secondo.

  •  E' difficile dire per entrambi dove s'incontrino l'amore, l'amicizia, l'ammirazione e la completa fusione in una sola persona, finalmente pacificata, guarita e in un qualche piccolo modo felice.


 Ci sarebbero molte altre chiavi di lettura per questo libro impressionante, una su tutte l'evidente coincidenza che vuole tutti gli amici senza figli, per caso e per scelta e l'incredibile evidenza di come le vite dei nostri genitori possano con una singola scelta sbagliata condizionare per sempre la nostra.

 In realtà Yanagihara mente dicendo che quella di Jude è una vita come tante.
 Quella di Stoner, anonimo professore che sposa la donna sbagliata senza aver mai il coraggio di lasciarla, lo è, ma quella di Jude è in un certo senso una vita ingombrante, enorme, fatta di eventi che raggiungono l'apice dell'orrore e dello splendore.

 Eppure è vero, al contempo, che nel nostro mondo esistono gli Jude e noi ci passiamo accanto senza neanche saperlo, convinti in modo infantile che le orribili piaghe inflitte loro dal mondo guariranno, come siamo sempre genuinamente convinti che il dolore (non per forza così terribile) che per stanchezza, noia, crudeltà o stupidità infliggiamo agli altri dopotutto prima o poi scomparirà.

 Ma cosa accadrebbe se fossimo tutti come Willem, splendenti come una cometa, buoni in un modo che sembra poter esistere solo nei libri?

 Quanti Jude potremmo, se non salvare, almeno un po' sollevare, quanto migliore potremmo rendere questo mondo se solo ci ricordassimo che l'amore forse non sempre guarisce, ma diluisce il dolore?

Ps. Voglio ringraziare Teresa e Walter per avermi costretta a iniziare questo libro. 

martedì 19 luglio 2016

La sottile linea rossa tra stupida indifferenza e legittima normalità quotidiana. Un fumetto a base di Pokémon Go, autoconvincimento, tristi fatti odierni, Golpe in Turchia e una dedica speciale. "Pokémon Go e la vita vera" (Francesca è per te).

Diciamocelo pure, giorni più surreali di questi ultimi, sono difficili da immaginare.
Tra il colpo di stato in Turchia (fallito, vero, finto, chi lo sa?), la strage di Nizza e la Brexit (tra l'altro, qualcuno ha capito perché i politici inglesi non fanno che ridersela?), pare di giocare più a Risiko o di essere in un monumentale film di James Bond che nella vita vera.

 Non so voi, ma io ho iniziato un processo di autoconvincimento. 

 Mi sono detta che in fondo questo stupore è solo l'incoscienza di chi, fino a questo momento, ha fatto parte di una generazione che, 11 settembre a parte, se l'è in fondo passata abbastanza bene.

 Sì, la guerra in Iraq, sì la guerra in Afghanistan, ma erano tutte vicende geopolitiche che, per quanto importanti e sanguinarie, sono sempre state fisicamente lontano da noi.
 Ora che questo fisicamente è diventato molto vicino, monta quel panico diffuso di chi non era preparato e che assume varie forme: da "non ci posso credere, non sta avvenendo" a "la guerra è in casa, dobbiamo fare qualcosa, ma cosa". Tutte reazioni potenzialmente annientanti a livello emotivo.

NB. Non sto parlando né delle motivazioni né del contesto storico, sto parlando
dell'impatto EMOTIVO sulla popolazione. 
Così, ho fatto un passo indietro nella storia e, con tutti i dovuti distinguo, ho pensato che in fondo negli anni di piombo non è che ci dovesse essere questo clima sereno a livello nazionale e internazionale.

 I nervi, in qualche modo, sono rimasti comunque saldi e, in qualche modo (che non dico sia giusto o sbagliato visto le conseguenze le paghiamo tuttora nel bene e nel male) abbiamo retto tutti quanti.

 Spero francamente che sia questo il caso e che non stia scrivendo questo post nella beata innocenza che aveva Simone de Beauvoir quando candidamente continuava ad affrontare con l'ottimismo di chi proprio non ci può credere, il precipitare degli eventi pre-seconda guerra mondiale.

 Insomma, mi auguro che sia una questione di tenere le cose nella giusta prospettiva e non di ignorarla stupidamente.

 con altre due vicende: una macroscopicamente ludica e uno dolorosamente intima.
Questi eventi geopolitici macroscopici si sono fatalmente uniti, a cavallo tra il 14 e il 15 luglio
 Quella macroscopica è l'entrata in commercio di Pokémon Go, un giochetto per cellulari che non poteva non precipitare nel delirio una generazione di trentenni che già aveva dato di matto tra le medie e le superiori per i cartoni animati e il videogioco.

 Era insomma una roba virale allora, figurarsi adesso, quando tra effetto nostalgia e smartphone, allora sconosciuti, la potenza di tale idea si è praticamente centuplicata. Persino io che non ho mai giocherellato a niente, neanche a tetris, non ho resistito alla tentazione.

 Il ricordo di innumerevoli pomeriggi passati a guardare i pokemon, dei film visti al cinema (!) e delle litigate coi miei (perché insomma era tutto un po' infantile a loro dire, visto che facevo già le superiori) è troppo radicato nella mia memoria perché anche io non voglia di tanto in tanto catturare uno Psyduck o un Bulbasaur.

 Il fumetto di oggi racchiude un po' in piccolo tutto il delirio di queste giornate e ha una dedica molto speciale che, secondo me, dà un senso a tutto il resto.
 Dopo questa mia intro un po' confusa e qualunquista, buona lettura! "Pokémon go e la vita reale"!
 Tutto per voi.






giovedì 24 settembre 2015

A cosa servono gli amori infelici? A scrivere libri e poesie bellissimi (e incidentalmente a rendere eterni alcuni uomini e alcune donne) tra tentativi di rimorchio, ali per volare, friendzone eterne, ballerine e corvi

Francisco Goldman e la moglie Aura
 Una delle cose belle dei clienti in libreria è che, in modi perlopiù misteriosi, vengono a conoscenza di libri particolarissimi che si perdono nel marasma delle troppe, risparmiabili, uscite praticamente quotidiane.   
 Ogni tanto vengono lì, con dei papiri cicciuti e ti viene un colpo. Poi scopri che su quel papiro c'è una meravigliosa bibliografia di libri distopici rari (un ragazzo due settimane fa mi ha fatto avere l'improvvisa necessità di tre o quattro nuovi libri sul tema) o titoli che non sai quando ti sei persa.
Qualche tempo fa una ragazza andava cercando "Chiamala per nome" ed. Il Saggiatore in cui lo scrittore americano Francisco Goldman racconta la storia della sua giovanissima moglie morta in un incidente in mare ad appena trent'anni.
  La ragazza, Aura Estrada, era una dottoranda in letteratura di origine messicana e pare fosse anche una promettente scrittrice. Nonostante la morte fosse avvenuta accidentalmente la famiglia non perdonò Goldman e lo accusò di essere parte in causa nel decesso (come non ho ben capito visto che era cascata dalla tavola da surf). Allo scrittore non rimase che scrivere un libro in sua memoria, "Chiamala per nome", in cui con dolore si riappropriava della vita della moglie attraverso la scrittura.

 Rievocare grandi amori rendendoli eterni grazie ai libri è un antichissimo topos letterario, usato per mille motivi: dal rimpianto, alla nostaglia, dallo sfogo al rimorso, dalla disperazione al rimorchio.
 Di seguito una serie di casi di amori desperadi (e realmente avvenuti) resi eterni dai loro autori.

ORFEO E TEOGNIDE:
 Capostipite assoluto della disperazione amorosa occidentale per la perdita della donna amata è stato sicuramente il prode Orfeo, poeta che, sposato da poco alla bella Euridice, se la vide portar via dalla morte. 
All'epoca con gli dei che decidevano le sorti degli uomini ancora si poteva parlare, così Orfeo si trascinò negli inferi e supplicò cantando talmente bene il signore dell'oltretomba e consorte, Ade e Persefone, che essi gli permisero di riportare la moglie tra i vivi. 
 C'era da scarpinare però per riemergere dal sottosuolo e costoro misero una clausola: se Orfeo si fosse voltato a guardare la moglie essa non sarebbe mai più uscita di lì. Orfeo, come in molti sapranno, si voltò, stoltamente all'ultimo secondo, quando ormai sembrava fatta. Il finale fu terribile: la moglie non risorse, lui smise di cantare e le baccanti lo uccisero qualche tempo dopo.
 Ma greci e romani per quanto poetici conoscevano anche il magico potere del rimorchio che poteva dare la poesia. 
 Meraviglioso esempio è l'unico frammento del poeta Teognide (VI-V sec. a.C.) giunto fino a noi. Costui, nel tentativo di ingraziarsi un giovinetto da lui molto amato, Cirno, non solo gli dedica poesie, ma scrive anche una poesia per ricordarglielo, fargli notare che grazie a lui in fondo vivrà una vita eterna e che, nonostante tutto, il ragazzetto neanche lo fila. E' una critica pessima lo so, ma la poesia rimane splendida:
"Ti ho dato ali per volare sul mare sconfinato
e su tutta la terra, in alto librandoti
facilmente. Nei conviti e in tutti i banchetti sarai presente,
adagiato sulla bocca di molti.
Accompagnati da flauti dal suono acuto, uomini giovani
e decorosamente amabili canteranno te, con voce bella
e chiara. E quando, nei recessi dell'oscura terra,
verrai alle case molto lacrimate dell'Ade,
mai - neppure morto - perderai la fama
, ma sarai a cuore
agli uomini, avendo sempre un nome indistruttibile,
Cirno, per la terra dell'Ellade e per le isole
aggirandoti, varcando lo sterile mare pescoso;
e non seduto sul dorso di cavalli, ma ti condurranno
gli splendidi doni delle Muse dalla corona di viole.
E per tutti quelli cui sta a cuore, anche tra i posteri,
tu sarai ugualmente motivo di canto, finché ci saranno la terra e il sole.

Ma io da te non ottengo rispetto, neppure poco;
con le parole tu mi inganni, come s'io fossi un bambino"

CATULLO:
Fosse vissuto all'epoca nostra Catullo sarebbe diventato uno di quei giornalisti o scrittori con la penna sempre avvelenata e puntuta.
 I carmi che non fanno leggere a scuola sono pieni di livore e invettive verso una serie di nemici politici e scrittori o nemici in generale.
 Come accade quando si va un po' troppo cercando la propria nemesi, Catullo incappò in una donna bella, libera, volitiva e piuttosto capricciosa (o almeno è così che ce la consegna alla storia): Clodia da lui ribattezzata poeticamente Lesbia.
 Questa matrona apparteneva alla classe alta di Roma (suo fratello, Clodio, era tribuno) e aveva una decina di anni in più del poeta che trattava, stando almeno a Catullo, come un giocarello senza cuore. Lo prendeva, lo lasciava, lo lasciava lo prendeva, aveva relazioni coi suoi amici, si faceva implicare in scandali politici di vario genere. Ricca e indipendente, una volta vedova fece fruttare il suo patrimonio, cosa che le permise, nonostante fosse una donna di godersi la vita e gestirla come meglio voleva.
 Catullo la ama, la odia, si excrucia, si odia, le manda mille baci e poi cento e insomma rimane vittima di una delle prime femme fatali della storia. A cosa servono gli amori infelici? A scrivere poesie bellissime.

CESARE PAVESE: 
Constance Dowling. Pavese puntava alto
 Se nella storia è esistito un poeta che si possa definire sfigatissimo con le donne, ebbene, quello è stato Cesare Pavese.
 La sua tristissima storia affonda le radici in una presa in giro primigenia, talmente famosa tra gli studenti di liceo, che De Gregori lo cita persino in "Alice": "E Cesare perduto nella pioggia sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina". Nel 1925, liceale, aveva atteso per ore sotto un diluvio una ballerina di cui si era innamorato, beccandosi un cosmico malanno.
 Da lì fu una serie di delusioni amorose che manco Emma Marrone.
 Prima si innamorò di Tina Pizzardo, antifascista che lo ammirava moltissimo che lo respinse più volte, nonostante le numerose proposte di un Pavese che non se ne faceva una ragione. Poi venne una giovanissima Fernanda Pivano: tentò la proposta di matrimonio anche con lei, ma niet.
 Ci fu dunque Bianca Garufi, partigiana con cui tentò di scrivere un libro a quattro mani (fallendo), anche con lei, che divenne poi una delle prime persone (non donne, persone) in Italia ad interessarsi accademicamente di psicologia, fallì.
 Infine venne la volta di Constance Dowling, bellissima attrice che pare lo illuse mentre nel frattempo aveva una relazione con un collega. A lei è dedicato "La luna e i falò". Non bastò, ormai quarantenne una relazione con un'aristocratica diciottenne per risollevargli il morale.
 Ricordo che già diciottenne rimanevo perplessa dall'incredibile dicotomia: grandissimo scrittore e poeta, ma incapacissimo a relazionarsi. Non riuscivo a comprendere se fosse Pavese ad avere qualcosa di strano o fosse semplicemente sfiga, ai posteri l'ardua sentenza.

WILLIAM BUTLER YEATS:
 Come Catullo e Pavese, anche Yeats subiva il fascino di donne volitive  o meglio subì quello della stessa donna che con convinzione lo respinse per tutta la vita: Maud Gonne.
 Maud Gonne fu un'instancabile sostenitrice dell'indipendenza irlandese, finì in carcere, ebbe due matrimoni e due figli, Iseult, dal primo marito, un politico irlandese, e Sean MacBride a cui venne conferito il premio nobel per la pace nel 1974 e partecipò come i genitori (il padre fu anche giustiziato) alla causa irlandese.
 Yeats la incontrò nel 1889 e se ne innamorò immediatamente, ma lei come si dice ora nel linguaggio ggggiovanile lo friendzonò subito, a vita e senza rimedio.
  Lui infatti le fece ben cinque proposte di matrimonio durante il corso della vita e, non pago, cercò di impalmare almeno la di lei figlia una volta ventenne (essa, imitando la madre, si negò). 
 I due ebbero comunque un rapporto strettissimo e Yeats ne fece la musa principale delle sue passionali poesie. Quando, cinquantenne, il poeta si arrese e sposò una giovane appassionata di occultismo, i loro rapporti non mutarono tanto che si videro fino a pochi giorni prima la morte del poeta le cui spoglie sarebbero rimaste in Francia se Maud non si fosse prodigata per riportarle in Irlanda.
 Certe volte dietro i grandi rifiuti e i grandi amori si celano misteri. Il rifiuto ostinato di Maud è uno di questi.

EDGAR ALLAN POE:
Nevermore craaaa nevermore craaa
 Nell'iconografia del caro Edgar non può mancare il tristerrimo corvo che gli ricorda, ineluttabile: "Mai più".
Virginia Clemm
Lui, solo e triste in una notte invernale, pensa alla sua dolce Lenora morta, apre la porta e sente il suo nome nel vento. Chiude la porta e un corvo comincia a gracchiare "Nevermore". Insomma, una tragedia.
 Tragedia ispirata alla morte dell'unica giovanissima moglie di Poe. A 26 anni il nostro decideva di compiere un atto fortunatamente oggi illegale: sposò la sua cugina carnale e tredicenne, Virginia Clemm.
 Costei che fu ampiamente cornificata in vita con scrittrici e potesse varie, nel 1842 mentre cantava gioiosa ebbe la rottura di una vena e le fu diagnosticata la tubercolosi di cui morì quattro anni dopo lasciando Poe nella desperazione.
 Nonostante i bagordi amorosi avuti mentre la moglie era in vita, Poe non si riprese mai più dalla perdita e le dedicò la disperata poesia "Il corvo" ed alcuni racconti, tra cui l'angoscioso Eleonora.
 Romantic tragedy.

giovedì 10 settembre 2015

La cognizione del dolore di Maurizio De Giovanni. Il commissario Ricciardi, la fredda narrativa italiana e quel misterioso, terribile fiume che è il dolore, il nostro e quello degli altri.

 Qualche anno fa mia madre si appassionò molto ad una scrittrice italiana: Benedetta Cibrario.

 Un Natale le comprai "Sotto cieli noncuranti"  e durante il lungo viaggio in treno verso casa pensai bene di leggermelo e buttai in tal modo ben tre ore della mia esistenza

 La trama aveva tutte le carte in regola per essere una tragedia
molto toccante in forma di 
pseudogiallo: un magistrato con tre figlie perde la moglie, investita una sera mentre porta fuori il cane. 

Nel mentre si trova ad indagare, con l'aiuto di una giovane psicologa (con ascendenze montane, non ricordo esattamente di dove, ma indimenticabile il pezzo in cui porta le bambine in montagna in mezzo a gente che parla poco perché "in montagna sono fatti così"), sul caso di un bambino precipitato da un palazzo: è caduto per sbaglio o ce l'ha buttato qualcuno.

 La trama fila, il finale non si intuisce subito, ma il libro ha un enorme problema: è freddo, freddo, freddo, come l'inverno in cui è raccontato.

 Per incredibile che possa essere, l'autrice è riuscita nella difficile impresa di infilare due morti atroci, tre minori che soffrono, genitori rimasti senza figlio e un vedovo inconsolabile, senza che una goccia di vago dolore trasudi dalle sue pagine.

 Il caso della Cibrario è, per me, forse il più emblematico di quello che è un enorme problema della narrativa italiana: il racconto del dolore.

 Rarissimamente gli autori che si confrontano con una narrazione del genere riescono nell'intento di restituire a chi legge quel flusso di indomito dolore che attraversa i loro personaggi. Il difficile non è tanto farci venire il dubbio su chi ha ucciso quel bambino, se pure qualcuno lo ha ucciso, ma precipitarci nel vortice doloroso di cui sono preda i personaggi, esattamente come ne sarebbero preda le persone coinvolte se fosse un fatto reale.

 Generalmente quando uno scrittore non è capace di gestire il dolore, di farsi da medium tra la tristezza immensa del mondo che crea e i sentimenti del mondo che lo legge, si rifugia in quella grande beffa che è: la negazione del dolore.
Tra l'altro, forse anche per gli occhi verdi in comune, mi è molto
difficile non immaginare il commissario Ricciardi con le
fattezze di De Giovanni stesso

 Questa frase, che io tradurrei anche con "buttarla in caciara", dona allo scrittore l'illusione di una giustificazione del fatto che di quel dolore non si parli e quel dolore non si senta: chi mai vorrebbe provare dolore? Chi mostrerebbe il suo volto affranto? Non ci teniamo sempre tutti a far vedere che non è successo nulla? Che siamo forti? 


 Ebbene, no. Non ci teniamo tutti. Ci sono persone che effettivamente negano il dolore (ma, non possono negarlo per sempre, prima o poi devono farci i conti, è come una ferita che se non curi manda il corpo in cancrena), ma tendenzialmente il dolore si affronta, qualcuno soccombe, la maggior parte, in un modo o nell'altro sopravvive. 

Nei romanzi italiani, invece, quasi sempre i personaggi negano il dolore e via con dio, un giorno si sfogheranno con qualcuno, ricorderanno placidi momenti, capiranno che il dolore è finito o ci faranno i conti trent'anni dopo, come una cambiale che, a quanto pare puoi rimandare all'infinito.

 Ora. Comprendo che ci sono vari motivi per cui non si vuole parlare di dolore. Alcuni di questi sono sociali (il dolore al giorno d'oggi è una cosa brutta, superflua, vivi e vai avanti, chi è morto vorrebbe tu facessi così. chi ti ha lasciato non ti merita ecc), altri sono di pura incapacità scrittoria (descrivere il dolore non è poi questa passeggiata di salute, bisogna avere una cosa chiamata talento e non si compra per strada), altri sono, credo, di inconsapevolezza (è davvero necessario parlare del dolore?).

 Tuttavia, penso anche che la letteratura non abbia motivo di esistere se non parla delle fondamenta dell'animo umano, che, per carità, non deve rotolarsi nelle pieghe della tragedia, ma non deve neanche fingere che basti dire "Nego il dolore poi si vedrà", per chiudere il discorso. 

 Il dolore, spesso, è come un fiume che scorre quieto, ma inarrestabile, attraversa il corpo, le vene, il cervello, e non c'è diga che tenga. Sta lì e la sorgente non puoi bloccarla consapevolmente. Puoi abituarti e aspettare aspettare aspettare. Il tempo prosciuga (quasi) ogni fonte, prima o poi.

Questa introduzione immensa è il motivo per cui dovete leggere Maurizio De Giovanni. 

 Per vari anni ho girato attorno ai suoi libri, indecisa perennemente se gettarmi sull'ennesimo commissario o meno. Poi, questa estate mia sorella mi ha prestato "L'omicidio Carosino", il racconto giallo con cui vinse il concorso che lo gettò, già quarantenne, nel mondo degli scrittori italiani più letti. 

 La storia era semplice semplice, il giallo forse neanche poteva considerarsi tale visto che si risolveva da solo, ma c'era una cosa assolutamente indimenticabile nel suo commissario Ricciardi: quella incredibile, voluta, decisa, sfacciata insistenza sul dolore.

 Il commissario Ricciardi che vede le anime dei morti di morte violenta insistere con la loro vaga immagine dolente sul luogo dove sono stati strappati alla vita, è un uomo a cui il dolore non lascia scampo. 

 E' votato al dolore altrui e, cosa interessantissima per un personaggio italiano, non lo è per una supposta redenzione o per una qualche confidenza col sacro (neanche un sacro privato e gestito privatamente), lo è perché non può fare altrimenti. 

Tentare attraverso le indagini di dare una giustizia ai defunti, pur non credendo ad una vita eterna, pur non avendo nessun dio in cui confidare, rende il suo personaggio disperatamente senza conforto, ma incredibilmente nobile, un essere umano che non ha bisogno della zolletta di zucchero della vita eterna per amare il suo prossimo. 

I suoi fantasmi non spariscono trovando pace dopo che ha trovato il loro assassino, insistono dolenti ripetendo incessantemente le loro ultime parole. E cosa può fare un uomo che vede i vivi e i morti al tempo stesso?

 In un romanzo qualunque andrebbe dal prete o su un eremo, troverebbe un modo per gestire il proprio dolore, magari negandolo, magari inventando mantra a caso per proteggersi.

  In un giallo qualunque salterebbe direttamente il problema: un commissario è abituato a morti, robe violente varie, al massimo ha un singolo caso che lo ossessiona per qualche motivo particolare (non fatemi pensare a Markaris che le vittime a stento le considera esseri umani).

  In un romanzo di De Giovanni no. 

 Questo scrittore lascia che il suo triste commissario si faccia attraversare continuamente dalla corrente del dolore altrui senza trovare scuse, palliativi, negandosi l'amore, l'amicizia persino il risentimento o la rabbia. Porta la sua croce in silenzio, pensando con pietà ai propri simili, che tante altre croci hanno da portare tutti i giorni in una Napoli poverissima e disperata.

 Il vero motivo per cui leggere i romanzi di De Giovanni (almeno quelli del commissario Ricciardi) non è la bella scrittura, le trame fluide, i comprimari benissimo delineati, una Napoli anni '30 incredibile, ma quella cognizione del dolore, quella pietà immensa che non si trova quasi mai nei romanzi e lascia un interrogativo alla fine della storia e non di natura giallistica.

 Quanto, noi tutti, ogni giorno, ci curiamo del dolore degli altri? 

 Sembra una domanda oziosa, ma pensateci mezzo minuto e ditemi se continua ad esserlo.

venerdì 19 settembre 2014

"Stoner" e la lezione di Ivan Il'ic: la minuzia che travolge una vita intera lasciando macerie dentro e fuori. Eppure chi cerca instancabilmente qualcosa si salva sempre, nonostante tutto.

 Ieri, per una serie di circostanze, ho passato una cosa come dodici ore di seguito a salire e scendere sui mezzi pubblici.
Fortunatamente per me, avevo appena avuto in prestito "Stoner" di John Williams,  un libro a cui giravo attorno da un bel po' senza mai decidermi davvero a prenderlo. Esso fa parte di quel certo numero di titoli che per un tot di anni rimangono potentemente di moda tornando antipaticamente nei discorsi accompagnati dalla fatidica domanda: "Ma come non lo hai letto?", pronunciata spesso e volentieri da gente che legge due libri in un anno ed entrambi non per scelta, ma per dovere sociale. Il risultato è che tu, lettore forte, ti ritrovi ad esser preso per un cretino, se non hai letto proprio lui, il libro alla moda (tra di essi anche la quadrilogia/tetralogia della Ferrante che mi riservo di non leggere a lungo).
 Ebbene "Stoner" è invece un libro che misteriosamente va letto, subito, ora. Va letto perché è un bellissimo libro, scritto in modo semplice e lineare, senza virtuosismi ora di moda, senza scuse, senza colpi di scena, senza variazioni particolari sul tema, senza fronzoli, persino senza trama volendo. E' la storia di un uomo, figlio di agricoltori, spedito all'università per studiare Agraria, che durante il secondo anno scopre sé stesso grazie ad un sonetto di Shakespeare durante un'irruenta lezione di letteratura inglese.
 In quel momento egli ha una di quelle poche fatali epifanie che segnano la vita di chiunque, che arrivano inaspettate e sconvolgono tutto, fatali come solo il destino sa essere.
 Diventa un buon insegnante universitario, scrive un libro accademico di nessun successo, sposa placidamente la donna più sbagliata per lui, si impelaga in beghe di baroni universitari, ha due amici che si porterà dietro per tutta la vita, un grande amore ecc ecc.
 William Stoner vive una vita normale. Ho letto, da più parti, pessimista, ma non mi è sembrato anzi, ho trovato che per reggere il peso di una vita tanto lineare e a tratti, in modo gratuito, assolutamente crudele, verso un uomo fondamentalmente tranquillo e unicamente interessato a conservare una parte di sé stesso, dovesse essere invece un libro ottimista. 
 Era una storia in effetti, con tutti i crismi per diventare un dramma, o meglio quel lungo lamento che molti di noi sentono nelle orecchie giorno dopo giorno, quando incontrano chiunque, dopo una certa età. Che riproduciamo anche noi, nel disperato tentativo di sfogarci, presi da un'angoscia verso quello che proprio non vuole andar bene nella nostra esistenza, per quanto ci sforziamo. Stoner non si lamenta mai, pensa che potrebbe far meglio e non lo fa, si carica di un peso interno che non lo schiaccia e non pretende una vita speciale che sa di non meritare né potrebbe sostenere.
 Forse perché sono cresciuta in un paese, dove le vite altrui sono sempre sotto l'occhio attento del prossimo, sin da bambina mi sono sempre chiesta guardando le persone che in qualche modo avevano "deluso le aspettative" o si fossero impelagate in qualcosa di errato,  che cosa fosse andato storto nella loro vita, o meglio, in che modo non avessero potuto prevederlo e fermarlo. 
Come avevano potuto permettere che qualcosa nella loro vita andasse tanto storto? Perché non avevano operato su quell'unico errore fatale? 
 Perché, (e da bambina tutta presa dall'assoluto dei bambini non potevo immaginarlo), ci sono sempre degli errori fatali nella vita di tutti quanti, cose che determinano un percorso e impediscono che la nostra esistenza, nonostante tutti i nostri sforzi vada esattamente come vogliamo.
 Stoner risponde alla domanda esattamente come un altro, famosissimo, piccolo racconto, "La morte di Ivan Il'ic" di Tolstoj.
 Anche il protagonista del racconto russo è un uomo  normalissimo che si è sempre comportato in modo abbastanza retto, avendo un oscuro successo personale che non conosce eccezionalità.
  Tuttavia ad un certo punto ha un incidente banale, cade dalla scala e inizia a sentire un piccolo dolore, quasi da niente, un dolore che poi cresce e misteriosamente si espande e corrode tutto. Nasce dal nulla, non se ne comprendono le cause se non che proviene da quel microscopico incidente domestico che avrebbe dovuto passare senza conseguenze, dimenticabilissimo.
 Io ho sempre trovato che questo racconto fosse una metafora potentissima in grado di spiegare le vite di molti, di tutti forse, anche la mia. 
 Un giorno, senza accorgercene quasi, abbiamo commesso un errore, uno piccolo piccolo, una cosa da niente che sembrava non dovesse avere conseguenze, quasi non ricordiamo neanche di averlo commesso, spesso non sapevamo neanche che fosse un errore, perché lo abbiamo compiuto con irrazionalità o aveva radici talmente lontane che non avremmo potuto riconoscerlo.
 Poi quell'errore si è ingigantito in un modo che era impossibile prevedere, in un crescendo talmente sconcertante da intaccare tutto, travolgere tutto, insinuarsi anche in posti, luoghi e azioni che non avrebbero avuto normalmente niente a che fare. E in un attimo noi siamo diventati Ivan Il'ic allettato o Stoner.
Foto by Mark Gallagher.
 Stoner è un ragazzo normale, una tabula rasa, è pieno di speranze e di promesse, ma sulla linea d'ombra raccontata da Conrad, quando il futuro ormai non riluce più di promesse, perché abbiamo superato la prima giovinezza, perché la prima guerra mondiale, nel suo caso, ha impresso un impellente urgenza di età adulta, e lì che commette il suo errore. Così comune che lo stesso Conrad lo cita nelle due o tre cose avventate che si è portati a fare sulle soglie dell'età adulta, cercando di dare una solidità di un qualche tipo alla propria vita: si sposa di corsa e con la donna sbagliata.
 Non ci sono figli in arrivo, non c'è nessuna necessità, è lui a pretendere, chiedere e avviare, nessuno lo forza e lo costringe, tanto meno lei. E' lui che scambia una bellissima ragazza dagli occhi quasi trasparenti e il vestito blu marino, per la donna della sua vita. Non distingue fascinazione da amore e ne pagherà le conseguenze per sempre.
 Per il resto del libro Stoner commette altri errori che però è difficile vedere sotto quest'ottica. Le  beghe universitarie e la fine del suo grande amore non sono davvero errori, ma scelte consapevoli. Nel primo caso non vuole permettere un'ingiustizia, nel secondo affronta con lucidità un annoso dilemma che travolge le coppie più innamorate: "Davvero l'amore basta? E se il sacrificio fatto in nome di quell'amore fosse troppo grande per permettergli di sopravvivere?".
 Se si cerca una risposta a tutti  gli errori e i dolori commessi da Stoner si può ritornare a quel piccolo incidente alla Ivan Il'ic, la sua insignificante caduta dalla scala: un attimo in cui i suoi occhi sono caduti su una ragazza troppo delicata per poter essere la buona moglie di qualcuno e la sposa.
 Ma sta proprio qui la meraviglia di questo libro: nonostante tutto Stoner non cede mai all'amarezza, né allo sconforto: Stoner in un qualche modo ha vinto, o meglio si è salvato. 
 E' rimasto quel che il suo amico Dave Masters, in uno di quegli attacchi di assoluta lucidità che solo la giovinezza può concedere, aveva descritto:
 "Chi sei tu veramente? Un umile figlio della terra, come ti ripeti davanti allo specchio? Oh no, anche tu sei uno dei malati: sei il sognatore, il folle in un mondo ancora più folle di lui, il nostro Don Chisciotte del Midwest, che vaga sotto il cielo azzurro senza Sancho Panza. Sei abbastanza intelligente, di certo più del nostro comune amico. Ma in te c'è il segno dell'antica malattia.  
Tu credi che ci sia qualcosa qui che va trovato. Nel mondo reale scopriresti subito la verità. Anche tu sei votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti in terra a chiederti cos'è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. Sei il maggiolino del cotone tu. Il verme nel gambo del fagiolo. La tignola nel grano. Non riusciresti ad affrontarli, a combatterli: perché sei troppo debole, e troppo forte insieme. E non hai un posto al mondo dove andare"
 Ed è forse questo il motivo per cui un libro scritto benissimo, ma dalla trama apparentemente insignificante ha tanta presa su un vasto pubblico, che forse lo legge per moda, ma ne rimane incomprensibilmente attratto. Stoner racconta la storia di una vita che è anche la nostra, non eccezionale, un'insieme di possibilità che avrebbero potuto essere, ma non abbiamo voluto o potuto avverare, perché governare una vita, salvarsi dal mare della sua enormità, è un'impresa titanica, sempre degna di nota. 
 Anche quando sembra che di eccezionale non ci sia nulla. penso che chi riesca ad arrivare fino in fondo chiudendo gli occhi, salvo, come Stoner, abbia scritto un romanzo ottimista e non abbia nulla a che pentirsi,  nonostante le macerie, dentro e fuori.
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