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martedì 5 settembre 2017

Gli anni '70 e l'età dell'oro. Quando l'ossessione di una nazione per un tempo mitizzato si incarna in un uomo: Kennedy. E quando in fase di scrittura l'ossessione fallisce: "22/11/'63" di King.

 Alle superiori, avevo un'amica che era letteralmente ossessionata dagli anni '60-'70.
 Tra libri, film, cineforum, manifestazioni, dibattiti e, in seguito, anche gli studi universitari, faceva davvero fosse ogni cosa fosse in un suo potere per afferrare un vago riverbero di un tempo che non avrebbe mai vissuto, ma che avrebbe tanto voluto vedere.

 Bisogna dire che non era una cosa insolita, molti miei coetanei avevano questo morboso desiderio del ritorno a un'epoca in cui sembra si fosse più liberi e i giovani erano il centro del mondo, non una sorta di fastidio sociale.

 Complici, non so quanto involontari, di questa ossessione, genitori e parenti che non facevano che mettere in circolo questo mysterioso virus della nostalgia al suon di: "Eh ma era tutto meglio "Eh ma noi facevamo questo e quello", "Eh ma se solo voi rifaceste esattamente quello che facevamo noi".

 Il risultato, almeno per la mia ex amica, fu che per quanto si iscrivesse a Rifondazione Comunista, fondasse associazioni culturali, andasse alle manifestazioni, scrivesse lettere d'indignazione, andasse a campi europei di giovani uniti per un futuro migliore, tutto ciò che riusciva a ottenere era una pallida imitazione di quello che avrebbe davvero voluto.

  Ossia vivere negli anni '60-'70. L'età dell'oro.

 Per chiunque veda assiduamente film e serie americane (cioè per quasi tutto il mondo) è evidente dopo un po' di tempo che anche gli Usa, esattamente come la mia ex amica,  sono rimasti morbosamente attaccati, a livello d'immaginario, agli anni '60-'70. 

 Una controversa età dell'oro che viene riproposta con una tale insistenza e dovizia di particolari da far venire il dubbio che non sia realmente esistita in quei termini. In poche parole, sembra talmente codificata in modo tale da essere "età dell'oro" da creare una vaga confusione tra quello che è realmente stato e quello che pensano sia stato.

 Episodio principe e mitizzato di un periodo principe e mitizzato è indubbiamente l'assassinio del presidente Kennedy.

 I motivi per cui questo presidente in particolare ricorre ossessivamente nei sogni americani sono sicuramente infiniti e non dubito che oltre alla sua morte tragica c'è assai di più dietro la costruzione del suo mito, non ultima l'idea che Kennedy in persona abbia finito per rappresentare una generazione che ritiene di aver molto sognato e di aver visto i suoi sogni infrangersi a metà di un percorso da allora per sempre incompiuto.

 Non è che voglia minimizzare la morte di un presidente americano, tuttavia sembra una di quelle cosiddette teste di morto che un vero scrittore o regista americano si sente, prima o poi di dover affrontare. Alcuni saggiamente fiutano la trappola e mollano il colpo, altri, convinti di poter contribuire con una nuova versione del mito, cedono alla tentazione e lo fanno.

Stephen King non è ovviamente uno di quelli che dava l'idea di poter fallire, anzi, scrittore gigaamericano che affronta archetipo gigaamericano del periodo più storicamente gigaamericano sembrava potesse dare grandi soddisfazioni e, invece, se non fossi stata in Portogallo, lontana da qualsiasi altra possibilità, avrei mollato questo libro al suo destino.

 La trama. Un professore delle superiori, Jake Epping viene prescelto da Al, il suo paninaro di fiducia, per una missione che egli, ormai consumato da un tumore in fase terminale, non riesce a portare a termine. Il paninaro ha infatti scoperto anni prima, nello scantinato della sua panineria, una sorta di passaggio spazio-temporale che porta dritti nel 1958.

 Il suo ultimo desiderio è che Jake torni nel passato e salvi John Kennedy perché è matematicamente certo che, sopravvivendo il buon John, le cose nel mondo andrebbero molto meglio.

 Jake fa due o tre viaggi nel passato per capire come funziona, rimane vittima del fascino del luogo, si perde nella tragedia familiare di un suo conoscente per quelle 200 inutili pagine che hanno avuto il solo merito di menzionarmi Halloween in pieno agosto, e poi torna indietro da Al.
  Accetta quindi l'incarico e ritorna nel 1958.

  A quel punto deve solo attendere e, nel far passare quei cinque anni tra il 1958 e il 1963, anno dell'attentato, finisce per costruirsi una vita appagante nei dintorni di Dallas portando alla luce il problema macroscopico del libro.

 Una buona storia, soprattutto se costruita in modo classico, ha bisogno di una cosa fondamentale: una motivazione abbastanza forte che regga tutta la baracca.
 Ci deve essere un fine ultimo che regga non solo la tensione della trama, ma anche la sospensione dell'incredulità e soprattutto la coerenza del tutto. 


Ecco, in "22/11/63" la storia non è retta da una vera motivazione.

 Perché un uomo senza eccessivi problemi decide di fiondarsi nel passato? Per curiosità? Ok, ci può stare.

  L'ossessione per il salvataggio di Kennedy era del paninaro e, peraltro, la motivazione del paninaro non è sostenuta da nessuna prova oggettiva: perché crede che il mondo sarebbe andato meglio se Kennedy non fosse morto? Quale miracolo poteva mai fare un presidente fin troppo mitizzato? La guerra fredda sarebbe finita prima? Avremmo distrutto tutti gli arsenali nucleari? I figli dei fiori sarebbero diventati la maggioranza sociale del pianeta?
Ma cosa lo spinge a perseguire una lotta non sua?

 Non si sa. Semplicemente, Al, un paninaro, è convinto di questa cosa senza nessuna base.

 Jake invece continua negli anni a perseguire il proposito primigenio di quest'uomo a cui peraltro non deve nulla, perché, anche lì, questo attaccamento alla causa poteva avere un senso se Al fosse stato suo padre o suo fratello o un uomo a cui doveva la vita. Invece no, era il suo hamburgerario di fiducia. Un po' poco.

 La falla diventa macroscopica nel momento in cui Jake si costruisce una vera e appagante vita negli anni '60, vita che sacrifica per perseguire l'obiettivo primigenio, precipitando e precipitandoci in 150 pagine di noia totale nelle quali spia il futuro killer del presidente.

 150 pagine che, vi assicuro, potreste saltare senza fare un plissè.

 Il finale è degno di uno scrittore alle prime armi e non di King, ed evito di commentarlo perchè altrimenti spoilero troppo.

 So che ne hanno tratto una serie tv e non me ne stupisco, visto che un'altra cosa a cui sembrano audiovisivamente attaccati gli americani è l'estetica anni '60-'70. 

 Non mi stupirei neanche se la serie fosse buona visto che una trama che basa gran parte del suo fascino sull'effetto nostalgia collettiva di una nazione, di certo rende benissimo nella ricostruzione scenica (basti pensare a serie come "Mad men"). Inoltre spero che gli sceneggiatori lavorino molto sui buchi di trama e sulla noia, dando al protagonista motivazioni e intenti più solidi e validi.

 Di sicuro il libro non dà neanche l'idea di un'occasione perduta, ma una ben peggiore, quella di un tomo che, in realtà, non avrebbe proprio avuto motivo di esistere.

mercoledì 30 novembre 2016

Consigli per il Natale 2016 parte II. Cosa regalare al lettore fuffa? Saggi nostalgici, cibo essenziale, torte fluffose, la hygge danese e parecchia nostalgia.

E' il 30 novembre.

Da domani si comincia!
 Non riesco a capire perché l'estate, che, ferie a parte, non sopporto visto che in città non fai altro che crepare di caldo, vedertela coi negozi chiusi e soffrire d'insonnia a causa delle zanzare, sembri invece durare un'eternità.

L'autunno purtroppo sta volgendo davvero alla fine con mio enorme disappunto.

 Sigh e strasigh.

 In ogni caso, non sono una fan del Natale precoce, tuttavia è giunta l'ora di iniziare i post dei consigli per i regali, anche perché, come ben sapete, ho sempre tanti buoni propositi e poi rischio di essere lentissima e di lesinare perle.

 Perciò comincerò con la prima infornata, quella dei consigli mainstream. 
 Tutti abbiamo quei parenti, amici, colleghi a cui però dobbiamo un favore, che sono diciamo dei lettori fuffa.

 Chi è il lettore fuffa?
 E' quell'incomprensibile (per me) esemplare di lettore che legge anche tanto, ma solo ed esclusivamente libri in voga.

Ben lungi dall'avere un gusto personale, si avventa solo sugli autori più letti e generalmente dopo un numero rilevante di loro visite al primo posto della classifica (non basta arrivarci una volta, devi provare che vali), sui romanzi di cui sta per uscire o è uscito un film di successo (o una fiction), sui rari saggi di cui tutti, ma proprio tutti, compresa la tv, parlano e su qualsiasi fuffata sia di moda al momento.


 Ovviamente ognuno ne conosce almeno un esemplare: mimetici e tenaci, generalmente anche mediamente sempre molto più acculturati delle masse che non leggono manco il volantino della spesa, come le piante infestanti, essi sorgono nel parco amicizie di ognuno di noi.

 La cosa positiva è che è molto facile trovare qualcosa da regalargli. L'unica difficoltà sta in quella fatidica domanda: "L'avrà già letto?" e vi assicuro che è lecita.

  Il cliente fuffa necessità infatti di sempre nuova carne fresca, perché forse avrà poca fantasia, ma divora nello stesso istante in cui vede la luce, qualsiasi novità modaiola.
 Per stupirlo e non disgustarlo serve quel tocco che solo chi se li ritrova davanti tutti i giorni, può avere. 
 Perciò, seguitemi!


IL NOSTALGICO:

 Il cliente fuffa nostalgico ha generalmente sui cinquanta, sessant'anni. 

Esso ha visto un'Italia se non migliore, di certo meno incattivita e nevrotica oppure crede di averla vista.

 Magari gli anni '70 o '80 sono stati i più angoscianti della sua esistenza, ma la patina della nostalgia ha lucidato tutto a dovere e tutto quello che ricorda è il profumo delle tagliatelle di sua madre, i viaggi in motorino senza casco sulla riva del mare e il primo amore che chissà che fine ha fatto.

 Per il cliente nostalgico questo natale la libreria ha ben due possibilità: la prima è "1960. Il migliore anno della nostra vita" di Alfio Caruso ed. Longanesi.

 Se noi siamo qui nella perenne angoscia della prossima catastrofica votazione a livello mondiale (chi voterà il prossimo discutibile figuro? Quale muro ergeremo domani?) e non riusciamo a vedere la fine di una crisi economica che pare eterna e ormai ci ha portato a un clima di sottile odio sociale, il 1960 pare fosse l'anno di un ottimismo che non potremmo immaginare neanche nei nostri sogni migliori.


Il libro è un distillato di spirito nazionale ottimista: Pil nazionale al +8% (da quando capisco cos'è il Pil non credo sia mai stato sopra il +1%), le olimpiadi a Roma con medaglie da sogno come quella di Livio Berruti, la Dolce Vita, Fellini, i film in bianco e nero, il primo vero sospiro di sollievo e aria frizzante post guerra.
 Insomma, un effetto che manco una puntata di uno show di Paolo Limiti.

 Sullo stesso filone si colloca un bell'illustrato de il Mulino "I migliori oggetti della nostra vita" di Marta Boneschi. 

 Ogni capitolo corrisponde ad un oggetto che ha portato un forte cambiamento di costume nella società del '900.

 E' interessante come cose come gli antibiotici, la macchina da cucire o da scrivere rimandino immediatamente a un immaginario vecchissimo, robe come il cellulare sembrino a sensazione una ragazzinata e si provi istintiva simpatia per la pillola, la lavatrice e la vespa, simboli di un'Italia ricordata (non necessariamente stata) felice e autentica.

  E soprattutto lucidata ad hoc dall'effetto nostalgia.

IL MODAIOLO:

 Vi ricordate  (se avete meno di 25 anni la vedo dura, ma googlatelo), quell'estate in cui tutto non potevamo fare a meno dei braccialetti tibetani? 

 Ne vendevano a secchi sulle spiagge e una mia amica aveva collezionato non meno di cinquanta colori differenti.

 Ebbene, anche in libreria arrivano queste febbri che rendono folli le masse senza un motivo spiegabile. 



Prima venne "Il manuale di pulizie del monaco buddista", poi i libri per rilassarsi colorando, poi "Il magico potere del riordino" di Marie Kondo e infine l'incomprensibile affondo del metodo norvegese per accatastare la legna!

 Ora posso dirvi quale sarà il delirio dei prossimi mesi: la Hygge.

 Cos'è? 
 E' il concetto della coccolosità e dei piccoli piaceri della vita quotidiana in salsa danese.

  Si tratta di piccole azioni che però dovrebbero generare una grande felicità, come mangiare biscotti in compagnia o mettere delle candele carine sul tavolo della cena con gli amici, dividersi una nuova torta cucinata la mattina, attaccare una decorazione carina alle pareti tutti insieme o un pic nic al parco con la tua famiglia.

 La particolarità è che questi piccoli piaceri devono essere consapevolmente limitati nel tempo. 

 La Hygge ha senso solo se è un fugace momento di felicità.

 E' appena uscito un libro della Sperling (che però devo dire ha una copertina poco Hygge e un po' tristarella), "Hygge" di Louisa Thomsen Brits, mentre è prevista per l'anno nuovo (peccato, a Natale era perfect), la traduzione di "Hygge" di Marie Tourell Soderberg.

 Che comunque potete sempre regalare all'amico lettore fuffa, inglese ablante.

Ps. Tiratevela e ricordate al soggetto del vostro regalo che non è inglese e che si pronuncia UGGA.


CUCIN CUCINA:

 Nonostante le diete e nonostante la cosa che mi attira di più sia in realtà un meraviglioso libro sulle lasagne ("Dietro la lasagna") dovete acchiappare il vostro cliente fuffa, quindi non fatevi distrarre da cose sugnose e cioccolatose.

Scommetto che avete già fame, eh?
Il cliente fuffa vuole cose alla moda e ve lo dico, adesso di moda in cucina c'è una roba tristissima: il cibo sano ai limiti dell'umana sopportazione.

Altro che trionfi di costolette ricoperte di sugna, peperoni ripieni e torri di polpette, ora va il cibo basic.

 Ricette con tre o quattro ingredienti, composte nel modo meno pomposo possibile e con procedimenti il meno complicati immaginabili.

 Un sogno? No, un trionfo di semi, frutta mischiata a verdura (per me, personalmente, un abominio dai tempi dell'insalata con l'ananas di mia zia), olio a crudo, carne alla griglia (poca) e cruditè in abbondanza.

 Pure le copertine ti fanno passare la voglia di mangiare, ma vabbeh, ora si è essenziali.

 Due titoli di consiglio: "Good Food" di Csaba Dalla Zorza, Guido Tommasi Editore e "Superfood" di Jamie Oliver  ed Tea, che a quanto pare si è stancato dello stinco di maiale inondato di salsa ed è passato a più dietetici consigli.

 Se sapete che invece l'amico modaiolo se magnerebbe pure la nonna condita con la nutella, allora avete un'alternativa: la fluffosa.

 Cos'è la fluffosa? Una torta diventata concept. 

 Si tratta di un particolare tipo di torta che tende ad alzarsi tantissimo e ad essere supermegasoffice (in America la chiamano chiffon cake).

Vi avviso che la confezione è gigantesca, quindi se dovete
viaggiare è un filino scomoda
 Oltre ad essere bella a vedersi in effetti, viene attribuito lei il potere di rendere soffici e comfortable i pomeriggi un po' tristi e di catalizzare l'allegria di un gruppo di amici che si riunisce nel gelo invernale e ne approfitta per ingozzarsi di dolci e the.

 La furbata fluffata è che per Natale è stata sfornata un'edizione speciale gigantesca nella quale oltre al libro "Le fluffose" di Monica Zacchia ed. IFood è contenuto anche lo stampo per la torta che in Italia, se ho ben capito, è abbastanza complicato da trovare.

 Visto il prezzo (39,00), dovete proprio tenerci al vostro amico lettore fuffa. Ma chissà, magari è vostro marito o vostro figlio o vostra sorella, non metto limiti alla provvidenza.

Ps. Per l'amico veg è prevista un'altra sessione di consigli prossima futura.

E voi?? Avete un amico lettore fuffa? Raccontate la vostra inquietante esperienza!


martedì 19 luglio 2016

La sottile linea rossa tra stupida indifferenza e legittima normalità quotidiana. Un fumetto a base di Pokémon Go, autoconvincimento, tristi fatti odierni, Golpe in Turchia e una dedica speciale. "Pokémon Go e la vita vera" (Francesca è per te).

Diciamocelo pure, giorni più surreali di questi ultimi, sono difficili da immaginare.
Tra il colpo di stato in Turchia (fallito, vero, finto, chi lo sa?), la strage di Nizza e la Brexit (tra l'altro, qualcuno ha capito perché i politici inglesi non fanno che ridersela?), pare di giocare più a Risiko o di essere in un monumentale film di James Bond che nella vita vera.

 Non so voi, ma io ho iniziato un processo di autoconvincimento. 

 Mi sono detta che in fondo questo stupore è solo l'incoscienza di chi, fino a questo momento, ha fatto parte di una generazione che, 11 settembre a parte, se l'è in fondo passata abbastanza bene.

 Sì, la guerra in Iraq, sì la guerra in Afghanistan, ma erano tutte vicende geopolitiche che, per quanto importanti e sanguinarie, sono sempre state fisicamente lontano da noi.
 Ora che questo fisicamente è diventato molto vicino, monta quel panico diffuso di chi non era preparato e che assume varie forme: da "non ci posso credere, non sta avvenendo" a "la guerra è in casa, dobbiamo fare qualcosa, ma cosa". Tutte reazioni potenzialmente annientanti a livello emotivo.

NB. Non sto parlando né delle motivazioni né del contesto storico, sto parlando
dell'impatto EMOTIVO sulla popolazione. 
Così, ho fatto un passo indietro nella storia e, con tutti i dovuti distinguo, ho pensato che in fondo negli anni di piombo non è che ci dovesse essere questo clima sereno a livello nazionale e internazionale.

 I nervi, in qualche modo, sono rimasti comunque saldi e, in qualche modo (che non dico sia giusto o sbagliato visto le conseguenze le paghiamo tuttora nel bene e nel male) abbiamo retto tutti quanti.

 Spero francamente che sia questo il caso e che non stia scrivendo questo post nella beata innocenza che aveva Simone de Beauvoir quando candidamente continuava ad affrontare con l'ottimismo di chi proprio non ci può credere, il precipitare degli eventi pre-seconda guerra mondiale.

 Insomma, mi auguro che sia una questione di tenere le cose nella giusta prospettiva e non di ignorarla stupidamente.

 con altre due vicende: una macroscopicamente ludica e uno dolorosamente intima.
Questi eventi geopolitici macroscopici si sono fatalmente uniti, a cavallo tra il 14 e il 15 luglio
 Quella macroscopica è l'entrata in commercio di Pokémon Go, un giochetto per cellulari che non poteva non precipitare nel delirio una generazione di trentenni che già aveva dato di matto tra le medie e le superiori per i cartoni animati e il videogioco.

 Era insomma una roba virale allora, figurarsi adesso, quando tra effetto nostalgia e smartphone, allora sconosciuti, la potenza di tale idea si è praticamente centuplicata. Persino io che non ho mai giocherellato a niente, neanche a tetris, non ho resistito alla tentazione.

 Il ricordo di innumerevoli pomeriggi passati a guardare i pokemon, dei film visti al cinema (!) e delle litigate coi miei (perché insomma era tutto un po' infantile a loro dire, visto che facevo già le superiori) è troppo radicato nella mia memoria perché anche io non voglia di tanto in tanto catturare uno Psyduck o un Bulbasaur.

 Il fumetto di oggi racchiude un po' in piccolo tutto il delirio di queste giornate e ha una dedica molto speciale che, secondo me, dà un senso a tutto il resto.
 Dopo questa mia intro un po' confusa e qualunquista, buona lettura! "Pokémon go e la vita reale"!
 Tutto per voi.






mercoledì 5 novembre 2014

"Sesso, droga e rococò" la storia del falsetto attraverso i secoli di Massimo Di Vincenzo. Da Darkness ai Pooh, da Farinelli a Prince storia di una per me stramba usanza musicale.

All'inizio dell'università, una mia carissima amica di allora aveva un fidanzato con un sogno: diventare una star di una band di fama mondiale glam-rock.
Qualcuno li ascolta ancora? O se li ricorda?
Per ottenere il suo scopo, amava ricoprirsi di paillettes, indossare boa di piume di struzzo, pittarsi le unghie e atteggiarsi da divo consumato assieme al suo migliore amico, un nasuto bassista dai vaporosi boccoli biondi tenuti fermi da un cerchietto. 
 Assicuro al cosmo virileggiante che no, non hanno mai mostrato gaye tendenze, sognavano semplicemente di vivere in un mondo a misura di David Bowie.
 I loro idoli principali, in quell'epoca oscura, erano i "Darkness", gruppo il cui cantante raggiungeva acuti allucinanti stretto in tutine microscopiche nel bel mezzo di video dalla scenografia atroce.
 Se escludiamo questo episodio e un grande amore per il film "Velvet Goldmine", questo è stato fino a qualche settimana fa il quasi unico contatto che io abbia mai avuto col falsetto.
  Lo premetto. Io di musica capisco poco e niente. Sono anni che sento random praticamente le stesse cose: De Andrè-Guccini-De Gregori- Rino Gaetano-Baustelle (e cantautori vari ed eventuali) con rari innesti di canzoni che mi piacciono al momento. Considerando che la maggior parte dei libri di musica (e degli appassionati di musica) ti fa passare la voglia di leggerli a suon di citazioni, rimandi, riferimenti tecnici e accenni a cose, persone, città, per loro famosissime, per me ignote, di saggistica musicale credo di aver letto poco e niente in tutta la mia vita (escludendo le biografie che ho sempre leggiucchiato abbastanza). 

Tuttavia questa estate si è palesato in libreria un libro il cui assurdo titolo e la sua assurda copertina avevano attirato la mia goliardica attenzione, si trattava di "Sesso, droga e rococò. Storia del falsetto dai castrati all'Heavy metal" di Massimo Di Vincenzo ed. Arcana.
 Preso atto dell'esistenza di tale opera, il mio interesse era più o meno scemato all'istante, poi il caso aveva voluto che la7 mandasse in onda "Farinelli. Voce regina" in una di quelle sere in cui la tv (o la tv sul pc) la guardiamo io e un centinaio di vecchi sopra i 70 anni.
 In codesto film, il solito efebico Stefano Dionisi, si dibatteva come un'anguilla per la disperazione di essere stato castrato a tradimento dal fratello maggiore, un aspirante scrittore di opere liriche da percuotere con un randello. Giacché il danno era fatto, almeno Farinelli ebbe in sorte di avere un ugola eccezionale, e la usò con sommo gradimento di tutti i teatri europei finché non avvenne un fatto assurdo: la moglie dell'allora re di Spagna, uomo colto da strana depressione (allora malattia ignota) pensò bene di portarlo a corte per sollevare lo spirito del consorte. per quegli assurdi moti quasi romanzeschi del destino, il piano funzionò: il re si riscuoteva davvero dal torpore ascoltando la sua voce e volle che rimanesse a corte per cantare solo per lui.
 Il film si perdeva poi in una complessa vicenda di vendette e desiderio di paternità del povero Farinelli che ricorreva infine ad una fecondazione eterologa fatta alla maniera antica.
 La curiosità era però ormai accesa e così questo libro capitava a fagiolo. 
Dionisi Farinelli style
 Così per la prima volta in vita mia ho dato una possibilità ad un saggio musicale e fortunatamente non sono rimasta delusa.
 Allora, innanzitutto c'è da dire che il libro ha una struttura fatta apposta per i profani come me: ha brevi introduzioni storiche capitolo per capitolo, seguite da  una serie di brevi biografie condite da aneddotica
 . L'aneddotica, ed è quello che penso da sempre, è quella cosa magica che ti permette di trovare interessanti e studiare anche le materie più pallose. Probabilmente è uno dei motivi per cui in matematica sono sempre stata una zappa.
 Il libro parte da quel tragico momento, a metà '500, in cui corti reali e pontificie iniziarono a richiedere letteralmente sangue umano: quello dei ragazzini castrati. Piacevano infatti le voci bianche, ma soprattutto alla Chiesa non piaceva che le cantanti donne si esibissero, essendo la cosa considerata indecente. Così si pensò alla cosa più ovvia: castriamo i quasi adolescenti canterini più promettenti.
 Erano principalmente ragazzini poveri o che, per vari motivi, erano passati tra le mani di medici praticoni che  avevano fatto danni lì sulle loro parti basse. Eccezione a questa castrazione di classe fu il povero Farinelli che nonostante provenisse da una famiglia napoletana molto benestante, al limite della pubertà fu immerso nell'acqua calda e zak, privato di un organo alquanto vitale.
 La moda dei castrati cavalcò nei secoli moderni, fino alle soglie del fascismo.
 L'ultimo castrato di un certo successo, l'unico di cui si abbia una registrazione sonora, è Angelo Moreschi "l'angelo di Roma", morto nel 1922 tra lo sconcerto generale. Pare infatti che tutti strabiliassero nell'aver saputo che questo relitto di un'epoca che sembrava preistorica fosse ancora in vita.
 Dagli anni '20 si entrò quasi per direttissima nei favolosi anni '60. Via le tonache, via i re di Spagna affetti da melancholia e benvenuta dance!
  I falsettisti non sono più dei ragazzini sacrificati al coro della chiesa, ma dei baldi giovanotti vogliosi divertimento on the beach.
 Ed ecco che appaiono i Beach Boys e i Bee Gees che scelgono il falsetto come nuova chiave per far muovere le pelvi di mezzo mondo contagiando falsettisti sparsi in ogni dove, persino in Italia.
 Chi c'è qui da noi? Ivan Cattaneo, bergamasco alquanto queer, gli indimenticabili Cugini di campagna che sono riusciti a rendere romantica una canzone che sembra cantata da una vicina di casa in crisi d'ansia, e persino i Pooh che disseminano il loro repertorio di falsettate ad hoc (indimenticabile per me l'intro di una canzone che mi piace moltissimo "Piccola Katy" ooooooh piccola katy ooooohoooooh).

Si salta poi negli anni '80, il decennio che è riuscito nuovamente a rovinare un secolo che si era quasi ripreso dagli orrori delle guerre regalandoci yuppie e turbocapitalismo, ma il tutto con una moda inquietante e a ritmo di dance.
 Prendono il volo in questi anni pieni di tulle e jeans, il piccolo Prince, Freddy Mercury e artisti apertamente votati alla causa gay come Bronsky Beat (apparso anche nel film "Orlando") e Klaus Nomi, cantante bavarese lanciato da David Bowie scomparso prematuramente a causa dell'Aids.
 Il libro, che arriva fino al segaligno Mika, il quale in Grace Kelly gigioneggia con un falsetto di epiche dimensioni, fa venir voglia di ascoltare una discografia infinita (vi dico solo che scrivendo questo post ho mandato i Pooh in loop), si legge agilmente e non annoia mai.

 Ho un unico appunto: io non mi lamento assolutamente mai di queste cose, non dei refusi della tipografia, non della grafica e simili, ma io una rivistina all'editing finale fossi stata nell'editor o in chi per lui gliel'avrei data. In giro per il libro ci sono frasi palesemente dialettali che insomma anche no. 
 Per il resto, non so agli esperti di musica che effetto faccia questo libro, ma io ho apprezzato.
 (E comunque ora che ci penso mi piace anche Lady Gaga).

Ah, il fidanzato glam rock della mia amica, ora è un ex fidanzato e fa il truccatore e sì, è sempre molto etero.



lunedì 27 ottobre 2014

Cinque regole facili facili per scrivere un romanzo italiano medio di sicuro successo! Sentimenti, anni '70, Ungaretti, silenzi e baci Perugina per duecento pagine senza trama alcuna.

Avevo iniziato qualche settimana fa, una serie di elenchi con regole semplici semplici per scrivere un romanzo di genere di successo. 
 Avevo elencato quelle per il romanzo rosa, per i gialli e infine per i romanzi di formazione. Ci sono molti altri territori inesplorate, foreste vergini su cui ognuno di noi può mettere mano se guidato nel modo giusto.
 Poiché suppongo che il 99% dei miei lettori sia italiano, ho deciso di venire incontro alle eventuali ansie di scrittura che albergano nel cuore di ognuno di noi (come i siti di self publishing non smettono di ricordarci in ogni dove: "Scrivi e pubblica un libro! E' giunto il momento di diventare il nuovo Ken Follett!"), suggerendovi come scrivere un romanzo italiano medio di sicuro successo.
 Siete pronti a diventare i nuovi Fabio Volo? A seppellire Moccia? A sfidare a singolar tenzone la Gamberale?
Seguite le mie regole e les jeux sont faits!

L'ASSENZA DELLA TRAMA: 
Altro che il nano di Twin Peaks
 In molti paesi stranieri, a chi scrive, è richiesta la costruzione di una trama piuttosto complessa.

 Su questo punto, in quanto italiani, siete piuttosto fortunati. La stragrande maggioranza dei romanzi italiani medi si basano sull'assoluta assenza di una trama complessa. Solitamente quattro o cinque personaggi (ma anche meno) si muovono su una scacchiera talmente prevedibile che "Beautiful" al confronto ha lo spessore di un film di David Lynch.
 Generalmente tutto deve basarsi su un unico evento o un'unica relazione su cui tutti i personaggi ballettano indecisi. I sentimenti sono padroni incontrastati delle frasi. Alla fine una volta che hai messo un padre e una figlia che non vanno d'accordo su una macchina per settecento km, per esempio, il più è fatto. Quei settecento km non hanno bisogno di avvenimenti, basterà semplicemente l'avvicinarsi lento e soffice dei loro cuori. Due amiche che non si parlano da anni possono riscoprirsi  grazie ad un corso di cucina in comune, una ex sparita nel niente può tornare a scrivere lettere in cui descrive la propria vita da quando l'amato se n'è andato. Suvvia, questa cosa della trama. Basta la scrittura no?
 Forse il problema è proprio quello.

LE FRASI DA BACIO PERUGINA e LA TENDENZA UNGARETTI:
Ungaretti se la ride alla faccia di tutti noi. Lui sì che aveva capito
tutto.
Pensate al fu Tondelli, alla sua scrittura sperimentale, al suo lessico e alla sua punteggiatura in grado di rievocare lo spiritato mondo degli anni '80 in un'incessante cadenzare di frasi? Ebbene, dimenticatevelo. Non è tempo per voi e forse non lo sarà mai (più).
 Tutti a stracciarsi le vesti sul fatto che importiamo libri meravigliosi che in Italia non saremmo in grado di scrivere, ma la stragrande maggioranza dei libri italici va avanti a frasi ad effetto, cuori e amori da bacio perugina e punti ogni tre parole.
 Vi faccio un esempio:
 "Lei lo amava. Lui anche. Il cielo era blu. Lo fissavano in silenzio. E se l'amore fosse davvero questo? Se l'amore. L'amore era come il cielo. Immenso. Profondo. Infinito. Si presero per mano. Lei disse "Siamo qui". E il tempo si fermò."
 Ricordate: amore, cuore, odio, dolore e tanti punti. Il punto fa attesa e rende il bacio perugina più intenso. Inoltre la sovrabbondanza di punti rende possibile scrivere una novella di trenta pagine e spacciarla per una storia di almeno 150. In questo caso potrebbe aiutarvi anche andare a capo di frequente tipo Ungaretti, in modo ermetico ed arbitrario, e lasciare degli spazi bianchi tra una frase di tre parole a l'altra. Tre rapide mosse ed è già poesia.

LA SAGA FAMILIARE:
Volete tentare un premio letterario per romanzi? Toccare le corde più cordose delle case editrici e dei lettori? Ebbene: scrivete una saga familiare. 
 Grande successo anche all'estero, è praticamente la hit favorita nel paese che si muove al grido di "Tengo famiglia!".
La saga familiare del sud è molto apprezzata anche al cinema
 Tutti noi, sul suolo italico, intratteniamo rapporti con un numero di familiari spesso superiori alle nostre forze e soprattutto alla nostra volontà. Sappiamo che la cugina X ha sposato il deficiente Y facendo quattro figli e lasciandolo poi per un camionista che nessuno ha mai visto. Sappiamo che nostra nonna ha avuto un passato, ma non l'ha mai raccontato a nessuno, sappiamo che i nostri genitori da qualche parte si sono conosciuti ecc. ecc.
  Il pettegolezzo familiare è lo sport favorito di tutte le feste comandate. Tutti diciamo di non soffrirlo (anche perché ne siamo spesso vittime), ma poi le saghe familiare schizzano in classifica o comunque vendicchiano, lente, ma regolari.
 Perciò, il mio consiglio è:
1) Mitizzate la storia della vostra famiglia con tutto il realismo magico di cui siete capaci. rendete strane cose ovvie, come il fatto che i vostri nonni abitassero in una casa senza riscaldamenti in campagna, o che un vostro parente abbia fatto la guerra e ne sia tornato fortemente traumatizzato. Con le parole giuste riuscirete a rendere assurdo anche un gelato mangiato ad agosto.
2) Se non avete una famiglia interessante o a cui appioppare gesta romanzate, inventatevene pure una. L'importante è che sia piena di donne, tutte forti, tutte colonne della famiglia, che si disponga di un familiare pecora nera che ricorre nella storia, di un amore nel passato mai dimenticato e, soprattutto, se potete, ambientate la storia al sud. Mare batte montagna mille a zero. Sangue caldo e focoso, dedito a delitti d'onore o a tormentate notti tra dovere e amore, batte riservatezza nordica tremila a zero.
 Il sud è la via.

LA CRISI DI COPPIA: 

Gettonatissima è la crisi di coppia.
 Prendete due tizi che non avrebbero avuto nessun buon motivo per sposarsi e invece, inconsultamente, l'hanno fatto, e scrivete duecento pagine (o più se ci riuscite) di reciproche recriminazioni e ricordi melensi.
 Trama tipo. Eurpidio e Zelidia si sono innamorati a diciotto anni. Giovani e inesperti hanno deciso di sposarsi sull'onda di un amore favoloso. Eurpidio ha una madre che odia e un padre sottomesso, Zelidia è orfana ed è stata cresciuta senza amore da una zia zitella, entrambi cercavano l'amore che non avevano ricevuto dai legittimi genitori e hanno pensato bene di trovarlo nel primo post-adolescente non brufoloso che passava. Ma i nodi vengono al pettine e, dopo una dozzina di anni, qualche amante, vacanze al mare, in montagna, lavori più o meno riusciti i due sono arrivati ad un punto di non ritorno. Generalmente la coppia in via di lascito o non ha figli e litiga per quello, o ha due figli e litiga perché le aspirazioni lavorative della gioventù sono state irrimediabilmente tradite e se ne incolpa il coniuge.
 Aleggia sempre il dubbio sul perché Eurpidio, allegro, estroverso, solare e con la voglia di girare il mondo, abbia sposato Zelidia, introversa, tristerrima, rompipalle e con la voglia di creare un nido di 50 mq dal quale non uscire mai neanche per sbaglio. Ma non temete, indagare sui complessi moti dell'animo umano non è quello che vi si richiede. Concentratevi sul litigio e sui ricordi splendenti di corse sulla spiaggia perdute. E non dimenticate il tramonto che vi riempie il cuore.

LA RIEVOCAZIONE STORICA DEGLI ANNI '70:
 Avete una storia che è stata scritta e riscritta, trita e ritrita e non sapete che farci? Lui ama lei, ma i genitori delle due famiglie sono contrari fa troppo Shakespeare? Uomo muore per i suoi ideali combattendo un potere stupido e malvagio è vecchia dai tempi di Thomas Moore?  Ebbene in Italia avete un jolly che non potete rifiutare. Ambientate la storia negli anni '70 ed è fatta. Tutto improvvisamente acquisirà uno spessore che non avreste mai sognato di potergli dare.
  L'anima tormentata dell'Italia, la democrazia incompiuta, il vecchio e il nuovo che si scontrano, gli ideali, la gioventù, il modo focoso, irrispettoso, irresponsabile, ma sincero di affrontare la vita e la politica. Attentati, bombe, Br, litigi familiare di destra e sinistra, tutto cospira a rendere molto più epica una storia che ambientata ai giorni nostri vedrebbe solo masse addormentate preoccupate per l'uscita dell'ultimo I-phone.
 Perciò: lui ama lei, ma le loro rispettive brigate terroristiche non vogliono. Vedete che già si fa tutto più interessante?

 Mi sono dimenticata qualcosa? Avete altri suggerimenti per gli aspiranti scrittori italici? Scrivete e aiutate le genti, ve ne saranno grate!


lunedì 27 gennaio 2014

Il cliente appassionato degli anni '60-'70! Nostalgico al ricordo e sfracassatamente pedagogico e/o giovane, invidioso ed enciclopedico? Tutto questo e anche di piùùù.

E' un po' di tempo invece che volevo parlare di una tipologia diffusa in libreria: il cliente appassionato degli anni '60-'70. Ciò che lo rende davvero speciale è che non è solo un cliente, ma una vera specie sociale. Si definisce tale infatti, colui (o colei ovviamente) che ha verso quello specifico periodo storico un'adorazione/venerazione/ricordo struggente/invidia ruggente e imposta le proprie letture, interventi e conversazioni al solo scopo di ricordartelo. 
Ne esistono due varianti:

1) Il cliente che gli anni '60-'70 se li è effettivamente fatti: 
Se non ha appeso la protesta al chiodo negli anni '80,
ancora guerreggia attivo, ma non è più come una volta.
Cristallizzato nel ricordo imperituro di un'irripetibile giovinezza, non fa che riandare alla memoria ai tempi in cui il Pci non era stato suicidato da Achille Occhetto, in cui ok c'erano la Dc e Andreotti, ma almeno quello sì che era un vero partito. Tempi in cui l'università era davvero maestra di vita, si discuteva e si apriva la mente, i giovani erano impegnati e non lassisti, gli operai erano una vera classe e quindi facevano la lotta di classe, la Fiat era a Torino, i cellerini facevano i cellerini e andare alle manifestazioni era davvero pericoloso, in cui ok, la lotta armata era da condannare, ma almeno c'erano degli ideali. 
 Tutti costoro hanno una storia da raccontare e sentono che DEVONO farlo perché le giovani generazioni finalmente si sveglino, prendano i forconi e diano alle fiamme qualche banca. Le stesse banche dove loro hanno attualmente un cc.

2) Il cliente che non c'era e si maledice per non esserci stato: 
Tipica espressione assunta dalla seconda variante
 quando incontra la strabordante prima: ansioso e ammirato.
Costui viaggia sui venti/trenta/ora anche quasi quarant'anni e non fa altro che ingozzarsi di film e letture su quei magggici anni, quasi potesse assorbire l'atmosfera che per uno sciocco errore del destino si è irrimediabilmente perso. Quelli che soffrono di più in genere sono coloro che all'epoca erano degli infanti e quando sono arrivati all'età giusta per guerreggiare si sono ritrovati in mezzo agli anni '80 tra Tony Manero e gli Yuppie. In genere ha una conoscenza praticamente enciclopedica del periodo: è in grado di recitare a memoria l'intera formazione delle brigate rosse e l'esatta sequenza dei governi democristiani che cadevano ogni tre per due. Si stupisce che tu libraio non conosca tali fondamentali basi e davanti alla tua ignoranza rimpiange ancora di non possedere una macchina del tempo pret à porter.

Ma cosa legge il cliente anni '60-'70?

AVEVAMO VENT'ANNI: 
C'è tutto un filone di libri in cui reduci del passato ci ricordano con occhi sbrilluccicanti quanto magici fossero stati quegli anni. Sorvolando sulle possibilità di memorie corrotte dal tempo, ciò che rende davvero insopportabile il cliente che ne fa uso, è la sua volontà pedagogica nei tuoi confronti. Egli ti identifica quale libraia giovane, ergo probabilmente disinteressata alla politica e dedita solo a dipingersi le unghie, ignara della storia d'Italia e intenta a passare i suoi pomeriggi con l'I-phone 5. Non sprecherebbe neanche il suo tempo, ma considerando che di sicuro in quanto libraia almeno leggi, si sente in dovere di tentare l'impossibile e renderti politicamente consapevole. Inizia perciò un intrecciarsi di ricordi (Ci alzavamo la mattina e l'università era un campo di battaglia!), recriminazioni (State perdendo  i diritti, noi avevamo fatto del nostro meglio per voi), considerazioni generazionali (Del resto ci sono delle generazioni storicamente passive) e generali (Il benessere Vi ha rovinati, non avete nulla per cui lottare). 
 Quando finalmente se ne va, promette di tornare a parlare con te che è stato tanto bello. Dio ce ne scampi e liberi.

LA BIBLIOGRAFIA DI SERGIO FLAMIGNI: 
 Questo ormai anzianissimo signore è stato lungamente uno degli storici avvocati (nonché deputati) del Pci. Grazie ad un archivio personale decisamente cospicuo ha sfornato una bibliografia enorme soprattutto riguardo al caso Moro, interamente edita dalla Kaos. E' la gioia di tutti quelli che cercano a posteriori di ricostruire in modo affannoso quanto accadde in quei tragici giorni del rapimento, pronti a sfornare la loro ineluttabile verità (in genere è sempre stato lo Stato).
Talvolta ho il sospetto che molti clienti abbiano a casa una sorta di plastico stile Bruno Vespa, in cui ricostruiscono con attenzione l'evento facendosi in tal modo quadrare ogni cosa: l'appartamento affittato dai servizi segreti, il nascondiglio forse sulle rive del lago di Bolsena e non al centro di Roma, i depistaggi, i comunicati delle Br, i titoli dei giornali che se annagrammati con la sequenza di Fibonacci possono dare la soluzione del caso. 
Un grande evergreen per i complottisti CIA/Br/Infiltrazioni dei servizi segreti.


MA L'AMOR MIO NON MUORE MAI:
 Filone diffuso tra i clienti giovani e invidiosi. Costoro prediligono i tomi in cui sono raccolte ristampe anastatiche, materiale d'archivio, inediti documenti del periodo e carte segrete della polizia.
 Anche qui immagino che ci sia un desiderio di immedesimazione estremo per il quale più conosci più riesci a calarti nel personaggio. Il cliente in questione ama chiedere libri stampati per un'unica volta negli anni '70 da una di quelle case editrici che nascevano e morivano dall'oggi al domani (come la mitica "Limenetimena") o da alcune contemporanee altrettanto introvabili (come "Sensibiliallefoglie") per poi lanciarsi in accorati appelli affinché tu con la tua saggezza libresca possa aiutarli. Poiché sei un'amica libraia della sua età, ti considera praticamente una compagna e ama intessere conversazioni sul valore intrinsecamente migliore degli scritti di Trovsky su quelli di Lenin. L'unico modo per toglierseli di torno è chiedergli se hanno letto qualcosa di Rosa Luxemburg. In quanto donna l'avranno sicuramente ignorata, ma per non ammetterlo diranno di avere un impegno improvviso allontanandosi con la loro sportina e i loro quindici ordini che non arriveranno mai.

CASI CONTROVERSI:
E' un po' un "testiamo che tipo di persona sei"  così ti faccio vedere che "persona sono io". Il cliente in questo caso vuole dimostrare una sua tesi, elaborata durante lunghe notti di studio, nonché testare quanta ingenuità ci sia nel mondo rivolgendoti domande trabocchetto a cui sarà ben felice di darti la vera risposta. Il casi principe sono: le stragi e il caso "Pinelli/Calabresi". Iniziano con lunghe circonvoluzioni che partono dall'ultimo libro divulgativo della Newton dall'inquietante titolo, per poi finire con la fatidica domanda: "Ma secondo te, Pinelli si è suicidato o l'hanno ucciso?".
 La successiva risposta determinerà il modo in cui passerai la successiva mezz'ora, se difendendo le tue convinzioni o elaborando un quadro storico credibile assieme al tizio che, non avendo nulla da fare, non ti molla. L'unica via di salvezza è la fuga in un'altra sezione.

L'ACERRIMO NEMICO DEL CLIENTE DEGLI ANNI '60-70: 
A metà tra il revisionista e il qualunquista è colui che ama i trucidi libri in cui si dice pane al pane e vino al vino. Non ci sono state cospirazioni, i comunisti e i fascisti erano uguali, Calabresi era un santo, Pinelli si è suicidato, Guido Rossa è stato ucciso dai suoi amici, questa gente che si ammazzava ti impediva di vivere decentemente piazzando bombe random. In genere hanno vissuto per sbaglio qualche evento storico che li ha traumatizzati a vita e ci tengono a raccontarti. Un giorno stavano camminando e hanno assistito ad una manifestazione terminata a manganellate, un loro cugino era stato cacciato da una riunione universitaria diventata collettivo improvvisamente, nel posto dove lavoravano da giovani un sindacalista si faceva palesemente gli affari suoi. Cose che non si dimenticano e determinano le convinzioni di una vita.

I FIGLI DI: 
Dovrebbe esserci una moratoria che dopo un po' impedisce ai figli di, di scrivere libri. Tutti i figli di qualcuno che ha avuto un ruolo negli anni '60-'70, hanno sentito il bisogno di raccontarci la loro storia. Il fatto che, storicamente e filologicamente, ci possano essere delle falle non solo storiche, ma anche di obiettività al riguardo, sfiora pochi. E', secondo me, ovvio che non ci si possa fare un'idea su quegli anni leggendo tali libri. Cosa vuoi che ti raccontino i figli di (non parlo solo degli uccisi, anche la figlia di Toni Negri ha scritto un libro "Con un piede impigliato nella storia")? Non solo nessuno può parlare male di suo padre o sua madre, ma soprattutto in caso di morte sopraggiunta, avrà quella sensazione di meraviglioso che si attribuisce sempre alle cose perdute irrimediabilmente. Genere molto amato dalle sciure, sempre pronte alle storie di vita vissuta e alla commozione, trova poca sponda (se non in casi eccezionali) nel filologico cliente anni '60-'70.

 Attendo ora il classico commento "Tutto vero, tutto giusto, grandi risate, PERO' se tu avessi davvero vissuto quei tempi sapresti che...". E' l'argomento principe di un'intera generazione che non lascia campare adeguatamente in pace quelle successive. Abbiamo capito è successo, è stato bello, c'erano condizioni storiche diverse, ora qual è il modo migliore di cambiare il mondo?
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