Pagine

Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta italia. Mostra tutti i post

mercoledì 14 marzo 2018

Gli altri eravamo noi. Sette libri e un film sull'emigrazione italiana all'estero per renderci conto che fino a pochi decenni fa eravamo noi a cercar fortuna nel mondo (e a subirne le conseguenze).

 Ora che la campagna elettorale è finita, ora che non sappiamo bene che governo ci aspetta, ma molti hanno votato a favore di partiti che promettono rimpatri, controllo dell'immigrazione e quant'altro, penso possa andar bene pubblicare questo post, che, in verità, volevo pubblicare negli sfortunati giorni in cui si sperò nello Ius Soli.

 Voglio essere molto sincera: non penso che in Italia ci sia un dibattito sano per quel che riguarda l'immigrazione. 

 Il dibattito non è sano perché sembra si possano avere solo due tipi di posizione: il razzismo estremo e l'accoglienza senza se e senza ma assoluta. 
 Posizioni intermedie, anche solo di dibattito puro, anche solo per tentare di capire le sfumature o le ragioni o le non ragioni da cosa sono dettate, sono impossibili.

 Non sono nemica di nessuno, ma ho abitato per un paio di anni in un quartiere periferico di Milano e penso farebbe molto bene a tutti per capire perché facciano breccia certe posizioni xenofobe. 
 Certe posizioni xenofobe fanno breccia per un motivo principale: la solitudine. Una solitudine che, se innestata in una situazione di difficoltà (e qui potremmo aprire un discorso sulle problematiche del capitalismo ma non basterebbero 10000 post) diventa ancora più profonda.

 Non mi stancherò mai di dirlo. 

  Nel momento in cui si crea una situazione eccezionale, serve una risposta eccezionale, altrimenti le persone si sentono abbandonate, vedono cose che non capiscono ed è lì che casca l'asino.
 Alcune persone, davanti all'incomprensione, fanno del loro meglio, altre per millemila motivi scelgono la soluzione più facile e soprattutto più strumentalizzabile da chi vuole usarti: sei diverso da me e ti odio.


 Eppure basterebbe capire che quello che noi vediamo adesso e che facciamo fatica a comprendere, è già accaduto nella storia, e noi non eravamo dalla parte dei Noi, ma dalla parte degli altri da odiare.
Minatori italiani in Belgio

 Non è successo neanche troppo tempo fa, ma emigravamo in masse disperate verso paesi che sembravano promettere meraviglie.

 E lì eravamo discriminati, uccisi, condannati, ritenuti responsabili di ogni nefandezza e delitto e qualche volta lo eravamo anche (ovviamente faccio la tara a quel piccolo regalo che ci abbiamo tenuto a esportare nel mondo chiamato MAFIA).

 Ho raccolto alcuni libri e un film su quella grande lacuna storica dell'emigrazione italiana.

 Una vicenda storica che sembra essere sparita dalla nostra memoria in un lampo, ma quello, come diceva già Pasolini nei suoi "Scritti corsari" è un vecchio vizio dell'Italia che non ci è mai passata:


"Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia.  
L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni.Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero.Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese è speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale."
Let's go! 

"MACARONI!" di Thomas Campi e Vincent Zabus ed. Coconino:

 La storia della massiccia emigrazione italiana in Belgio nel secondo dopoguerra rimane nella memoria collettiva per un'unica terribile tragedia: il disastro di Marcinelle. 

 In un incendio che si sviluppò all'interno di un condotto d'aria della miniera, morirono 262 operai, quasi tutti italiani.
 Per il resto, più o meno, l'oblio.

 Proprio per questo è molto interessante e molto straziante, questa graphic appena uscita, "Macaroni", in cui un padre preso da altre cose, porta il figlio per qualche tempo da suo nonno, un vecchietto italiano scorbutico che vive solo nella campagna belga coi suoi maiali.

 Il ragazzino non conosce molto bene il nonno e all'inizio lo trova fastidioso e rozzo. Parla ancora con molti italianismi, è squassato da una terribile malattia ai polmoni e racconta sempre di quanto fosse bella l'Italia, di quanto gli manchi, lo costringe ad aiutarlo nell'orto e coi porcelli.

 Poi pian piano, si instaura tra i due un rapporto d'affetto, nel quale in realtà il nonno non sembra cedere di un centimetro, ma il ragazzino inizia a capire perché è diventato così. 

 Era emigrato dopo la guerra dall'Italia al Belgio con l'enorme rimpianto di non essere stato assunto nelle ferrovie dello stato, costretto in tal modo a diventare minatore, a finire sotto terra, a respirare carbone, a non vedere mai la luce, a lavorare come una formica o uno schiavo.

  In Italia dipingevano il Belgio come l'Eldorado, un posto bellissimo pieno di lavoro e ricchezza. Poi gli italiani arrivavano e finivano come topi in gabbia e sotto terra.
 Ma è ancora un altro il rimpianto terribile che squassa questo anziano senza pace e che anni prima distrusse per sempre la sua famiglia. Un altro incubo fatto di treni, lettere non spedite e torti mai perdonati.

 E' bellissima, l'unica pecca è forse la sottotrama con la classica ragazzina che diventa amica del ragazzino ma in realtà ne è innamorata ecc ecc Una roba rivistissima che onestamente non serviva alla storia. 
 Per ricordare cosa voleva dire quando eravamo noi a sperare nell'Eldorado.


"RIBELLI IN PARADISO" di Paul Avrich ed. Nova Delphi e "ALTRI DOVREBBERO AVER PAURA" di Sacco e Vanzetti ed. Nova Delphi:

 Storia celeberrima che diede vita a un meraviglioso film di cui consiglierei la visione a TUTTI, racconta l'incredibile storia d'ingiustizia di due anarchici italiani: Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. 

 Sacco e Vanzetti si conobbero direttamente negli Stati Uniti, dove entrambi si trovavano da qualche anno, poiché frequentavano lo stesso gruppo di anarchici italo-americani. 

 Oltre al duro lavoro quotidiano, i due avevano una fervente attività politica e stavano proprio organizzando un comizio per protestare per la morte di un connazionale anarchico ingiustamente detenuto, quando vennero arrestati con l'accusa di omicidio.

 Vennero infatti accusati di rapina e di aver ucciso, durante la stessa, due persone. Da subito l'accusa sembrò campata in aria e ci fu, durante il processo, anche un reo confesso, ma i due vennero condannati a morte.

 Tuttavia l'intento politico del processo fu talmente evidente che ci fu una levata di scudi da parte dell'opinione pubblica che cercò, in ogni modo, di impedire la condanna.

A proposito di paure e incomprensioni, Sacco e Vanzetti rappresentavano due tipi di paure americane diverse e fuse insieme: la xenofobia e la paura del comunismo (sebbene i due fossero anarchici).

 L'ultima lettera che Sacco scrisse al figlio viene citata nel film ed è bellissima.
 " Ricordati anche di ciò figlio mio. Non dimenticarti giammai, Dante, ogni qualvolta nella vita sarai felice, di non essere egoista: dividi sempre le tue gioie con quelli più infelici, più poveri e più deboli di te e non essere mai sordo verso coloro che domandano soccorso.
Aiuta i perseguitati e le vittime perchè essi saranno i tuoi migliori amici, essi sono i compagni che lottano e cadono, come tuo padre e Bartolomeo lottarono e oggi cadono per aver reclamati felicità e libertà per tutte le povere cenciose folle del lavoro. In questa lotta per la vita tu troverai gioia e soddisfazione e sarai amato dai tuoi simili."


"VITA" di Melania Mazzucco ed. Einaudi:

 Devo dire che non ho ricordi particolarmente sfolgoranti di questo libro che pure vinse il premio Strega, tuttavia penso sia tra i pochissimi romanzi italiani dedicati al tema dell'immigrazione italiana in America.

 Vita è il nome della protagonista femminile che a 9 anni sbarca sola, assieme a un suo compaesano di ben 12 anni Diamante, a New York, dove li aspetta il padre di lei.

 I due ovviamente si innamorano, ma la vita non va come si attendono e lui, ad un certo punto, torna in Italia, dove molti anni dopo lo ritroverà il figlio di lei.

 La storia è quella, vera, del nonno della Mazzucco. Ha un qualcosa di epico per essere un romanzo italiano i quali in genere difettano parecchio di epicità. 

 Tuttavia non ne ho un ricordo così impressionante se non per due scene: quella in cui le dame caritatevoli ft servizi sociali traggono Vita dal sobborgo in cui vive ammassata con tutti i suoi parenti e fanno sì che abbia un'istruzione e una vita più regolare (la cosa avviene abbastanza sbrigativamente e con modi spicci, ma mi colpì perché eravamo noi gli immigrati da "rendere civili"), e quella in cui Diamante torna in Italia e attraversa il secolo.

 Pensavo, se più gente fosse rimasta, come sarebbe andata? E' sempre una scelta sensata andarsene? 
Ma più che ai nostri nonni e bisnonni che morivano di fame, il mio cervello andava a quel lavorio continuo di gente che dice "Vattene dall'Italia". Li ho sempre trovati fastidiosi, come ho sempre trovato fastidiosi quelli che piangono dall'estero sul triste stato dell'Italia. 

 Andarsene è comprensibile, anche rimanere e combattere dovrebbe esserlo.


"CORDA E SAPONE" di Patrizia Salvetti ed. Donzelli:

 Forse è il saggio che meglio potrebbe turbare i sogni di chi si scaglia in modo violento e chiedendo metodi violenti contro l'immigrazione selvaggia.

 Lo sapevate che, durante le grandi ondate migratorie italiane, gli Americani erano scossi da un grande interrogativo? E lo sapete qual era questo grande interrogativo?

 Eccolo: gli italiani sono bianchi? O sono neri?

 Questa penisola attaccata all'Europa, ma in fondo così vicina all'Africa, turbava i sogni di una società che incasellava (e incasella ancora) i cittadini per gradazioni di colore. 
 Quindi, la questione non era così oziosa, perché un conto era considerarli bianchi, ok, sottoproletari e incivili, ma bianchi, un conto era considerarli neri, seppur meno neri di altri.

 Infine si decise di considerarli wop, una sottorazza dei wasp, bianchi ma non davvero bianchi, non davvero così civili, e comunque un disturbo da tollerare solo in ragione del fatto che potevano essere sottopagati qualsiasi lavoro facessero (lavori per i quali i lavoratori americani bianchi chiedevano altri trattamenti e altre paghe).

Ah, ovviamente, il tutto tollerandoli a malapena  e dando ragione a chi diceva che insomma, ok, questi lavorano e li sfruttiamo, ma ci danno fastidio, quindi farsi partire l'embolo e linciarli ci sta.

 Patrizia Salvetti ricostruisce le storie dei linciaggi degli immigrati italiani negli Stati Uniti e che potrebbe essere particolarmente calzante per il momento storico.

 Codesti immigrati infatti erano in attesa di naturalizzazione, quindi non ancora cittadini americani, e formalmente sotto la giurisdizione del governo italiano che però non aveva, ovviamente, giurisdizione in America. 

 Presi in una trappola giuridica erano vittime di truffe, persecuzioni e linciaggi, il più violento dei quali vide la morte di 5 connazionali a Tallhula, vicino New Orleans e una crisi diplomatica, raccontati da Deaglio in un saggio "Storia vera e terribile tra Sicilia e America" ed. Sellerio.

 Il medico del paese era disturbato dalla capra di una famiglia siciliana, ne nacque un alterco che finì in un linciaggio violento e feroce della popolazione che uccise e appese come carni da macello i 5 italiani. 

Rimasero appesi, quale monito, alla stazione ferroviaria. 



"LA SIGNORA DI SING SING" di Idanna Pucci, Editrice Fiorentina:

 Era il 1895 e Maria Barbella, una giovane cucitrice lucana arrivata a New York due anni prima, uccideva, in una mattina d'aprile un suo connazionale, Domenico Cataldo.

 Gli americani pensano quello che penserebbero molti italiani anche ora: una triste storia di degrado degenerata. 

 Maria Barbella viene processata, ma si tratta quasi di un processo farsa, lei non parla inglese e neanche l'interprete se la cava, gli avvocati ovviamente sono quelli che sono e tutto volge non al peggio, ma al peggissimo: Maria è la prima donna condannata a morte sulla sedia elettrica e l'unica detenuta donna nel carcere di massima sicurezza di Sing Sing.

 E' spacciata, ma il fato che finora non le è stato amico fa sì che una ricca americana, Cora Slocomb, sposata a un nobile friulano, abbia notizia delle sue sventure e decida di aiutarla.

 Cora smuove mari e monti per far rivedere il processo e capire cosa ci fosse dietro quel delitto d'aprile.

 Ebbene, Domenico Cataldo era quello che Camilleri chiamerebbe un fimminaro, una cosa che adesso, se le donne sono consenzienti e felici, un po' chissenefrega, ma all'epoca se avevi lo sfizio di mettere nei guai delle ragazze, le mettevi nei guai sul serio. 

 Perché se una ragazza si concedeva era marchiata a vita: o chi l'aveva avuta la sposava oppure l'ignominia si abbatteva su di lei (oltre ovviamente al fatto che nessuno l'avrebbe mai più sposata).

 In più Maria si era concessa perché Domenico aveva promesso di sposarla, quando lui sapeva benissimo che non avrebbe potuto, avendo in realtà una famiglia in Italia.

 La relazione era andata avanti un paio di anni, il padre aveva disconosciuto Maria e il matrimonio promesso non arrivava. L'onta finale fu quando Domenico le disse che solo un porco l'avrebbe sposata. E insomma finì come finì.

 Per la cronaca Cora riuscì a salvarla e Maria, infine, si sposò.


"LA RAGAZZA CON LA PISTOLA" di Mario Monicelli:

 Non è un libro, ma un film, ma strameritava di finire in questo post perché è un film di tale rara luminosa intelligenza e modernità che farlo vedere nelle scuole (peraltro mi sembra anche un film che non potrebbe in alcun modo essere accusato di traviare le giovani menti, anche se i genitori odierni sono molto fantasiosi al riguardo) può ancora sortire dei benefici effetti (anche farlo vedere ai vostri conoscenti razzisti).

 La storia racconta la vicenda di Assunta Patanè, una giovane che vive in un paesello siciliano degli anni '60 che somiglia nei modi e nei costumi più o meno all'Arabia Saudita odierna (una versione light e poverissima diciamo). 
Le donne da una parte, gli uomini dall'altra, un codice di comportamento complessissimo per dimostrare di essere illibate e costumate, onore come se piovesse.

 Ella è segretamente innamorata di un bellimbusto Vincenzo Macaluso e un giorno viene rapita da alcuni suoi amici/scagnozzi perché la portino da lui (anche il corteggiamento è una faccenda complessa di giochi di potere, rapimenti e violenze).

 Lei, dopo una sceneggiata degna di nota, viene infine prelevata. Passa la notte con lui, ma la mattina Vincenzo le rivela che in realtà voleva rapire e sposare sua cugina e per questo la lascia sola e svergognata e se ne parte per l'Inghilterra.

 A quel punto Assunta, per preservare il suo onore, non essendoci uomini in famiglia, deve inseguirlo personalmente e ucciderlo. Parte così anche lei alla volta della terra d'Albione e l'impatto con la swinging London è una roba da manuale.

 Se non volete far vedere il film basta solo quel pezzo: lei che parte dalla retrogradissima Italia per approdare nella modernissima Inghilterra, una cosa che adesso nel 2018 ci sembra impossibile. 

 Davvero eravamo così? Davvero eravamo noi una volta gli altri? Quelli che sembravano venuti dal posto più lontano e antiquato della terra? Un posto di delitti d'onore, donne illibate
e che dopo perdevano valore, vestiti neri?

 Certo, la Sicilia non era l'Italia intera, ma è nell'Italia intera che esisteva il delitto d'onore, abrogato solo nel 1981, la violenza sessuale come reato contro la morale e non contro la persona, legge cambiata nel 1996 (!!!), è nel 1965 che Franca Viola, dopo essere stata rapita e violentata, rifiutò per prima il matrimonio ripatatore che assurdamente "estingueva il reato" (del resto chi non vorrebbe fare la moglie del proprio aguzzino per tutta la vita?). 
  .

mercoledì 13 dicembre 2017

Babbo Natale non hai vinto! Chi vi porta i regali sotto l'albero oltre al barbuto anziano? Otto (e altre) creature magiche che ogni anno lasciano i loro doni tra Europa del nord, del sud e del centro!

 Stanotte è passata Santa Lucia, io avevo ordinato per dolcemetà, che la festeggia con ardore, un regalo ben 20 giorni, ma ovviamente si è guardato bene dall'arrivare in tempo.


 In realtà prima di trasferirmi al nord non sapevo di questa usanza, a macchia di leopardo al nord e in alcune parti del sud, che vuole santa Lucia portatrice di doni ai bambini, e ieri, grazie ai molti commenti ad un post che ho pubblicato su fb, ho scoperto che Babbo Natale non ha ancora fagocitato del tutto i suoi colleghi magici di tutto il mondo.

 Ho avuto perciò l'idea di un post su alcuni dei principali portatori incantati di doni durante le feste.

 Ce ne sono molti più di quel che si pensa!

BABBO NATALE:

 Non ho mai provato eccessiva simpatia per Babbo Natale, probabilmente perché sin da bambina mi è stato detto che non esisteva ed era una falsa creatura fatata inventata dalla coca cola per vendere (ho saputo la storia di Santa Klaus solo adulta e perciò non ha nessun appeal su di me). 

 Inoltre, ricevendo i regali il giorno della befana, ma avendo passato quasi tutti i natali della mia infanzia a Napoli, dove invece i miei cugini ne scartavano copiosi il 25 sera mentre io rimanevo senza niente, mi è rimasta proprio un'atavica antipatia.

 E' difficile fare un sunto sulle origini di quella che è ormai la figura magica più popolare tra quelle che portano i doni, ma sostanzialmente si tratta di San Nicola vescovo incrociato con una figura pagana di origine nord europea.

 Perché proprio san Nicola? Un vescovo cristiano in Asia minore le cui spoglie vennero trafugate dai baresi, tuttora a lui devoti con entusiasmo?

 I motivi sono legati a due leggende.

 La prima (simile a quella di San Valentino) vuole che San Nicola abbia salvato tre povere giovani dalla zitellaggine (o dal meretricio, a seconda della leggenda) donando loro tre palle d'oro. Le tre ragazze infatti non avevano dote alcuna e, altrimenti, sarebbero state avviate a un destino avverso.

 La seconda leggenda è, ovviamente, creepy. Pare infatti che San Nicola abbia resuscitato tre bambini uccisi e messi sotto sale da un macellaio malvagio.

 L'iconografia da spirito dei boschi con corona di bacche e vestito verde (poi diventato rosso grazie alla pubblicità della coca cola), deriva invece dall'incrocio con alcune tradizioni nordiche pagane che lo vorrebbero uomo tramutato in felice spirito boschivo intento a donare gioia ai bambini coi suoi doni.

I consigli sono: "La vera storia di Babbo Natale" di Alfio e Michele Maggiolini e "Babbo Natale" di Nicola Lagioia.


 LA BEFANA:

 La befana è in assoluto il mio spirito magico preferito, quello della mia infanzia.
 Dalle mie parti era assai più popolare di Babbo Natale, tanto da arrivare (credo arrivi tuttora) ogni 6 gennaio mattina, direttamente in stazione con apposito treno.

Da lì si spostava in piazza, dove veniva allestito un palco ove incontrava tutti i bambini e consegnava loro un dono ciascuno.

 Era così popolare che il pomeriggio c'era anche quella che mia madre chiamava "la befana fascista" ovvero una befana specifica per i pargoli dei simpatizzanti di Alleanza Nazionale che riceveva nella sede del partito o al centro anziani (ovviamente non sono mai stata portata).

 Al nord tutti mi chiedono se non fosse triste ricevere i regali solo il 6, in realtà era ancora meglio perché avevi la trepidazione delle feste fino all'ultimo. 

 Senza contare che il giorno della befana lo passavamo dai miei nonni che ci facevano trovare cannelloni, calze di dolciumi prese a piazza Navona a Roma e regali. Un povero amico di famiglia era anche costretto a vestirsi da vecchiarella che portava le calze prima di pranzo.

 Era insomma una roba incomparabile con la sera di Natale dove non c'erano calze, spettacoli in piazza e treni in arrivo.

 In ogni caso da dove viene la vecchina che cavalca la scopa? Ovviamente dal mai scomparso mondo pagano e, in particolare, pare alla figura della dea Diana che pare sorvolasse la terra proprio nei giorni per noi natalizi.

 L'anno scorso feci un post sui libri dedicati alla befana e ve lo linko di nuovo, trovate lì suggerimenti libreschi in abbondanza.

 I RE MAGI:

 I re magi in Italia non sono molto considerati all'infuori della loro presenza sul presepe.

I più appassionati della tradizione presepistica passano dicembre a spostare i re Magi sui loro cammelli sempre più vicini alla grotta, fino al momento in cui arriveranno a rendere omaggio a Gesù Bambino (e allora le statuine si cambiano: via i cammelli, tutti in ginocchio).

 Come detto qualche post fa, non si sa bene chi fossero questi magi, se re o addirittura sacerdoti di qualche religione medio-orientale (o addirittura più lontana), certo è che appaiono in uno dei vangeli sinottici, quello di Matteo ed "esistono" perciò a pieno titolo nella tradizione cattolica (non come il bue e l'asino che fanno parte dell'immaginario, ma sono nominati "solo" in quelli apocrifi).

 Peraltro ce ne parla uno dei due evangelisti che conobbero davvero Gesù, san Matteo, quindi sono particolarmente doc dop.

Tuttavia da noi rimangono solo affascinanti figure di contorno, mentreTuttavia da noi rimangono solo affascinanti figure di contorno, mentre è in Spagna che vivono il loro momento di gloria: sono infatti loro, all'epifania, a portare doni ai bambini.

 La tradizione peraltro, è abbastanza vistosa: il 6 gennaio infatti, sfilano per molte città spagnole le cosiddette Cabalgata de Los Reyes Magos.

 Carri allegorici e figuranti, un po' in stile carnevale nostrano, sfilano assieme ai re magi e, nel mentre vengono distribuiti caramelle e dolciumi.

 Esiste anche un dolce tipico: il Roscòn do Reyes! 
 Una sorta di ciambella glassata e ricoperta di frutta candita. All'interno viene nascosto anche un piccolo regalo che porterà fortuna a chi lo troverà (immagino siano attenti a non strozzarsi). 

 Altro dolce tipico natalizio (che ho anche mangiato) sono i polvorones. Esternamente sono incartati come i sospiri sardi, ma pam! bisogna schiacciarli e polverizzarli. E poi mangiarli in qualche modo.
 Letture consigliate: il già consigliato saggio "Re magi" ed. Marsilio e "Cucina spagnola" di Manuel Vazquez Montalbàn.


SANTA LUCIA:

 Prima di trasferirmi al nord, ricordavo che il 13 dicembre era santa Lucia solo perché, nel mio paese, vi si svolge una delle due grandi fiere annuali, perciò, solitamente saltavo scuola.

Ignoravo completamente avesse un qualche ruolo natalizio.

 Poi, una volta trasferitami al nord, essendo dolcemetà bresciana, ho scoperto che, in alcune zone a macchia di leopardo, delle regioni nordiche, essa è una sorta di befana.

 Munita di pratico nastro a coprirle gli occhi non in ottime condizioni, ella va in giro, la notte del 13, a cavallo di un asinello, e lascia i doni ai bravi bambini. Usanza vuole che venga lasciato sul tavolo del cibo per lei e qualcosa per il povero animale affaticato.

 Probabilmente avendo conosciuto questo ruolo della santa solo da adulta, continuo a essere perplessa dal fatto che una santa senza occhi porti doni ai bambini, trovandola una cosa vagamente spaventosa. 

 Alcuni mi hanno spiegato che sostanzialmente santa Lucia è vista un po' con l'iconografia svedese: vestaglia bianca e candele in testa a mò di corona, ha gli occhi al suo posto e la storia che abbia subito martirio viene vagamente omessa.

 Altri invece mi hanno raccontato storie inquietanti a base di cenere. Pare infatti che i genitori li terrorizzassero dicendo che se avessero cercato di incontrare la santa, ella avrebbe lanciato loro della cenere negli occhi rendendoli ciechi!

 Dolcemetà mi ha raccontato che nei giorni precedenti al 13 la santa scampanellava per casa per poi svanire lasciando monete d'oro di cioccolata.

 Sulla pagina di fb, i siciliani mi hanno raccontato che invece da loro usa mangiare cibo in cui non sia implicato del grano, ma insomma considerando marzapane, arancini, panelle e altro, non credo debba essere una grande privazione!


GLI JOLASVEINAR:

 In Islanda a portar doni, oltre a Babbo Natale, ci sono ben tredici folletti che derivano dalla tradizione popolare islandesi.

 Figli di due troll non proprio benevoli, fino ad un secolo fa, non erano necessariamente carini coi bambini e non era affatto detto portassero loro dei doni.

  Poi col passare del tempo la loro funzione malvagia si è sostanzialmente attenuata e adesso sono tredici piccoli elfi che, nei tredici giorni prima di Natale, calano nelle città a lasciare un regalino ciascuno ai bambini.

 Così come sono calati uno alla volta, a partire dalla notte di Natale se ne tornano in cima alle montagne dove vivono, e l'ultimo, il 6 gennaio, già che c'è porta via con sé le feste.

 Il consiglio in merito non può che essere una raccolta di fiabe islandesi, in questo caso delle edizioni Iperborea.


CHRISTKIND:


Ricordo che da bambina effettivamente avevo notizia di qualcuno a cui i regali li portava Gesù Bambino.
 Non mi era chiaro perché avvenisse visto che Gesù era impegnato a nascere e, al massimo, i doni bisognava portarli a lui, ma non era materiale di discussione.

 A quanto pare ci sono dei paesi della mitteleuropa dove, almeno fino al recente passato, la tradizione di Gesù portatore di doni era abbastanza forte. Per la precisione il Christkind dovrebbe essere una sorta di angelo che compie la missione doni in nome del Bambino Gesù.

 Sembra che la sua diffusione fosse dovuta alla riforma protestante: niente più santi da venerare ergo niente più San Nicola portatore di doni.

  Bisognava trovare un sostituto e venne scelto Gesù in persona e, col tempo, l'oneroso compito passò ad un angelo boccoluto.


IL KRAMPUS:

Ho scoperto l'esistenza del Krampus, curiosa figura demoniaca natalizia, solo un paio di anni fa tramite un articolo su fb.

 Si tratta di una figura malvagia legata al culto di San Nicola diffusa dall'estremo nord-est d'Italia in poi.

 Chi sono i Krampus? 

 Demoni che partecipano alle processioni della festa di san Nicola il 5 dicembre e fanno il lavoro sporco. 

 San Nicola dona regali e dolci ai bambini buoni, i Krampus, creature spaventose dalle grandi corna, spaventano quelli cattivi e regalano loro carbone, proprio come la befana.

 A quanto pare in alcune processioni, al calar del sole, San Nicola se ne va e lascia ai Krampus campo libero. Essi quindi scorrazzano per le vie del paese a dar la caccia a giovani e bambini, inseguendoli con randelli e chiudendoli, talvolta, in gabbie apposite.

 Anche in questo caso, come in quello di santa Lucia, pare che i Krampus abbiano origine dai culti pagani legati al solstizio d'inverno.

  Per la serie: nel momento più buio, quando tutte le forze del bene scompaiono, i diavoli imperano.

Il consiglio è: "Tenebroso Natale" di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi ed. Laterza, saggio sul Krampus e i suoi fratelli.


ZWARTE PIET:

Un lettore della pagina fb mi ha segnalato questa figura del folklore olandese: Zwart Piet.

Zwart Piet è l'aiutante del babbo Natale olandese, Sinterklaas, che giunge la notte tra il 5 e il 6 dicembre a portare doni ai bambini buoni. Il fatto è che, curiosamente, Zwart Piet ha le fattezze di un moresco della Spagna dell'età moderna.

 Non solo, ma pare che mentre noi immaginiamo Babbo Natale in Lapponia e la Befana non si sa dove, Zwart Piet e Babbo Natale abbiano per gli olandesi casa in Spagna!

 Negli ultimi anni però che questo personaggio, popolarissimo in patria, è stato tacciato di razzismo e vi siano state numerose rimostranze che però non hanno sortito effetto al momento.

 E voi quale creatura fatata festeggiate? Chi vi porta i regali ogni Natale? Testimoniate!


giovedì 28 aprile 2016

La dolce vita. L'assurda narrativa anglosassone che sovrappone un'immaginaria terra di delizie, amore, bontà e paesaggi alla nostra amata patria italica. Dove finisce il lenzuolo di Sophia Loren e dove iniziamo noi?

Questi ultimi giorni, lo ri-ripeto, sono stata a Firenze coi miei genitori.
 Un po' perché il tempo era meraviglioso, un po' perché faceva caldo come se fosse già Luglio, si aveva l'impressione di essere già nel bel mezzo dell'estate.
Impressione che non avevo solo io, ma soprattutto le centinaia e centinaia di turisti, per la maggior parte anglosassoni o orientali (ricchissimi) che affollavano le vie del centro storico.
 Gli stranieri erano così precisamente calati nel loro ruolo di "turista che visita la toscana" che ho visto orde di turiste vestite in stile moda Capri Positano, scalare San Miniato in tacchi e vestiti a righe alla Jackie Kennedy.
 Così mentre gli inglesi e gli americani si dedicavano a foto in posa con preti, frati, gelati, pizza e grazie a dio non mandolino, conciati come se fossero usciti da un film del dopoguerra, gli orientali vagavano con capi d'altissima moda che non mi spiego ancora come abbiano stipato nelle loro valigie.
  Gonne a ruota gigantesche, crinoline, busti, borsette fashion, sembravano uscite da un servizio sulla "Bella Italia" di Vogue Giappone.
 Perplessa, davanti ai miei fiori di zucca fritti, mi è tornato in mente un frame del film "Mangia, prega, ama".

 Vi ricordate il momento in cui Julia Roberts affitta un appartamentino a Roma da una specie di Sora Lella e decide di godersi la vita rallentando il ritmo?

 Vi ricordate che per farlo si siede a terra e intinge un asparago crudo nell'olio mentre il sole mediterraneo le increspa il volto?
 Ecco, quel fotogramma è rivelatore di una verità molto semplice: gli stranieri, in special modo gli anglosassoni (gli orientali hanno un disincanto un po' pauroso e francesi e spagnoli ci sono troppo vicini per credere a cose del genere), quando pensano e visitano l'Italia, non vedono lo stesso luogo che vediamo noi.
 Un po' dipende dal fatto che ovviamente il turista ha una sorta di filtro della felicità che rende tutto più bello, molto altro da un insieme di pregiudizi positivi che rendono l'Italia e gli italiani più un luogo dell'immaginario che geografico.
 Pensate che esageri? Fidatevi, questa mia deduzione logica (non particolarmente brillante tra l'altro) è supportata da un vero e proprio genere letterario assai amato nel mondo americano e inglese: le storie in stile "dolce vita" in cui noi italiani facciamo da sfondo a un'idea di felicità così artificiale da non poter essere che letteraria.
Lo ignoravate?

 Scoprite con me le caratteristiche di questo favoloso filone (da noi praticamente e ovviamente non tradotto)!

 MARCELLO,COME HERE!:

 In Italia i libri amorosi lo sappiamo prevedono magicamente sempre le stesse destinazioni: Parigi, Notting Hill, New York e, ogni tanto, Barcellona. Raramente qualcuno si innamora in Finlandia o in Estonia e, anche a livello locale, il massimo massimo dell'accettabile è Milano. Ambientare amori a Sora o Imola non tira.
 Per gli anglosassoni, invece, è l'Italia il suol dell'ammmore. Ma non tutta. 

 La zona specifica che gli autori e le autrici del genere "dolce vita" amano è il centro Italia. C'è persino un libro di Michelle Damiani intitolato "Il bel centro" e la cosa mi fa un po' ridere.

 Perché? Perché io sono molto fiera di provenire dal centro Italia, con tutto il rispetto per il nord e per il sud, penso che sia una qualità della vita ottima: si sta bene, ma non troppo, le persone sono aperte, ma non troppo (o troppo poco), è ovvio che ci siano mari e montagne migliori nel resto dell'Italia, ma per viverci tutto l'anno, le dolci colline toscane, la campagna romana, la Tuscia e l'Umbria per dire, sono mediamente molto migliori.

 Quello che mi ha stupito molto quando sono venuta al nord è che qui, al contrario mio e di Michelle Damiani, la gente non ha il concetto di centro Italia. Sotto l'Emilia Romagna (e con una certa confusione sul ruolo della Toscana) è tutto sud.
 Le autrici anglosassoni, invece, adorano il centro Italia e hanno un'unica altra eccezione: la Sicilia (anche se qualcuno si allunga in Calabria). Non per niente l'autrice del genere più famosa dopo Elizabeth Gilbert è Frances Mayes, autrice del celeberrimo "Sotto il sole di Toscana" (capostipite di una serie di aficionados di terra etrusca da  "To Tuscany with love" di Gail Mencini e "Summer in Tuscany" di Elizabeth Adler).
 Sarà il Brunello di Montalcino? Sarà che dopo Sting che ha chiamato la figlia Siena e ha convinto mezza Inghilterra che conta a comprarsi un casale in Toscana, fa tanto chic? Saranno i cinghiali? I cipressi? Gli agriturismi e i borghi?
 Sarà tutto, ma quanto piace.

SE VIENI IN ITALIA E NON TI FIDANZI FATTI RIMBORSARE (la trama tipo):

 Una donna, in un periodo di transizione della sua esistenza (divorzio, sfidanzamento, laurea, nozze prossime, crisi lavorativa, insomma qualsiasi momento della vita in realtà è buono), si trasferisce in Italia per breve tempo, un po' per ritrovarsi un po' perché ha bisogno di una vacanza.
 Qui scopre "la dolce vita" un mix di gente di buoncuore dedita a lavori rurali di vario genere, amante delle cene in campagna a base di vino e di cibo da gustare in modo lentissimo, pronta a rendere la vita dello straniero in visita in Italia, un film a base di sole, begli uomini mediterranei, amore, cibo e amicizia.

 Per la serie, ditemi dov'è davvero questo posto sulla terra che mi ci trasferisco.


 Per avere un saggio di quanto dico basta guardare il film tratto da "Sotto il sole di Toscana" dove Roul Bova, napoletano latin lover, porta l'americana di turno in esplorazione per mercati folkloristici (e una capatina a Positano, unico luogo della Campania di cui queste autrici ammettono l'esistenza).
 Tra l'altro, i nostri maschi italici sono un usato sicuro, visto come Franco Nero attende con solerzia il ritorno del suo antico amore nel terribile "Letters to Juliet", film tratto da "Lettere a Giulietta" di Ceil e Lise Friedman.
 Anche qui, una giovane donna in procinto di sposarsi, arriva a Verona e, avendo del tempo da perdere, si mette a smistare le lettere che gli innamorati di tutto il mondo scrivono alla statua della sventurata amante (rimane un mistero poi come tutte queste anglosassoni trovino immediato lavoro e ovunque gente che parli la loro lingua).
 Mentre smista si appassiona a una storia d'amore vecchia di cinquant'anni tra una donna inglese e un caliente italiano (che ricordo vagamente abitava nella campagna toscana).
  Insomma, organizza un ricongiungimento che finisce in un matrimonio over 70 e, già che c'è, si fidanza anche col nipote dell'anziana.
 Vieni in Italia, il fidanzamento è assicurato!

IL MITO DEL RITORNO ALLE ORIGINI E IL MEMOIR:

 "Eat pray love" forse tendiamo a dimenticarlo, non era un romanzo romanzo, ma una sorta di memoir.
 Una valida alternativa, infatti,  alla trama in cui una donna viene a ingozzarsi di pizza a e farsi corteggiare dai butteri nostrani, è l'esperienza di vita che gli americani o gli inglesi (molto più frequentemente i primi) vengono a fare in prima persona in Italia.

 Quello che ne viene fuori è una sorta di stereotipo della dolce vita molto romanzesco.
  Non so se è perché gli stranieri non capiscono bene la nostra lingua o ci sia qualche altro crash antropologico, ma, ai loro occhi, siamo ancora fermi a pizza pizza marescià, Sofia Loren che cammina con braccia a giara, tavolate di cibo all'aperto in qualsiasi stagione, grasse donne gestiscolanti (e ovviamente uomini avvenenti e romantici).
 Facciamo una breve rassegna di questi memoir. Ci sono alcuni casi in cui l'autrice ha delle vaghissime ascendenze italiane e decide di trasferirsi nel bel paese per "ritrovare le proprie origini".

 Per  "ritrovare le proprie origini" nella maggior parte dei casi intendiamo: godersi le estati di un bel borgo antico, non capire niente di quello che ti dicono gli autoctoni, ingozzarti di cibo e vedere bei posti, ossia fare turismo, ma facendo finta di avere un nesso logico con il posto.
 Marlena De Blasi, giornalista gastronomica newyorchese, si è trasferita molti anni orsono in Italia, prima a Venezia, da cui ha tratto il memoir "Thousand days in Venice", poi a San Casciano dei Bagni da cui ha tratto il memoir "Thousand days in Tuscany" e infine "The lady in the palazzo" sulla sua vita in quel di Orvieto, dove vive con giuoia da molti anni.
 Per una Marlena che decide di starci tutta la vita, molti fanno un'estate di piacere, massimo un anno e via. Perciò qui si spalanca una produzione vastissima, come se l'Italia fosse una sorta di luogo geografico più appartenente al regno del fantastico che alla geografia reale.
 C'è la "Summer in Supino" di Maria Coletta McLean, "An Italian Journey" di James Ernest Shaw,  "Somewhere South of Tuscany" della sudafricana Diana Armstrong, "Head Over Heel: seduced by Souther of Italy" di Chris Harrison ecc ecc ecc

ANTIDOTI:

 Alle superiori mi feci regalare un libro dal titolo "Il cuore oscuro dell'Italia". Mi aveva attratto perché era il punto di vista sull'Italia di un giornalista inglese, Tobias Jones, che viveva nel nostro paese da tanti anni.
 Come ci vedeva un inglese che viveva tra noi? Cosa doveva sembrargli assurdo?

 Fu una lettura piacevole, alcuni pezzi erano molto veritieri (l'incubo della burocrazia), altri mostravano un enorme scarto culturale (sembra che gli stranieri, specialmente anglosassoni, facciano davvero fatica a capire il rapporto degli italiani con la religione e la chiesa, specialmente perché pensano che chiesa e religione siano per noi un tutt'uno), altri erano interessanti, ma fino a un certo punto (i suoi problemi di pronuncia).

 Se un inglese volesse davvero capire qualcosa di com'è l'Italia ora, oltre a un luogo dove si mangia, beve e tutti facciamo i simpatici contadini in amore, dovrebbe leggere i libri di Tim Parks.
 Trasferitosi in Italia a 26 anni, nell'ormai lontano 1974, Parks pendola attualmente tra Verona e Milano (dove insegna) e scrive regolarmente libri sullo stato dell'arte dell'Italia e degli italiani.
 In principio fu "Italiani", classico memoir basato sul sempre valido espediente del "pesce fuor d'acqua": persona che non c'entra niente col contesto, ma vi somiglia abbastanza da mimetizzarsi, vive tutto come se fosse un alieno in incognito sulla terra. Poi ci fu "Un'educazione italiana" in cui Parks, partendo dall'assunto che nasciamo tutti uguali e solo grazie all'educazione ricevuta, assumiamo dei caratteri "nazionali", tenta di risalire ai nostri imprinting italico-educativo.
 E poi l'Italia vista dal treno in "Coincidenze" (tutti noi affezionati fruitori di trenitalia possiamo riconoscerci) e quel che basta a riconoscere i contorni di un'Italia vera, non quella da cartolina in cui i turisti sono convinti di vivere.

 Che poi, alla fine, in realtà, è così male che esistano luoghi immaginari che sovrapponiamo a posti reali? Ai posteri l'ardua sentenza.


venerdì 19 febbraio 2016

Farsi sul serio un'idea sulle Unioni civili. Non be stupid e leggi se non sai: sei libri per scoprire le mysteriosissime unioni civili e l'ancor più mysteriosa stepchild adoption. Forza, forse tra altri sette secoli ce la faremo anche noi.

 In questi giorni ero carica di belle speranze e ho avuto, come molti, l'ennesima mazzata: le unioni civili sono ancora impantanate nella melma. 
E' meglio se taccio quello che penso di alcuni gruppi politici, però mi rendo conto che giochini di potere a parte (e i giochini di potere sulla vita delle persone sono le cose più disgustose e meschine che si possano fare), la confusione sull'argomento regna sovrana.
 In verità mi rendo anche conto che regna sovrana perché, fondamentalmente, a molte persone non interessa davvero farsi un'opinione sul tema, c'è quella che si dice "l'arroganza dell'ignorante".
 Quando qualche anno fa la Diesel fece una campagna pubblicitaria molto provocatoria, "Be stupid" non stava in fondo pescando nel niente. Adesso la moda è insultare dicendo che sei un signorino, hai la laurea e quindi ti credi meglio di chi ha studiato alla celebre università della vita.
 Quello che mi domando sempre è perchè se questa università della vita è davvero più difficile di quella normale, perché tutti non si impegnino di più a conseguire una laurea nella seconda.
 Comunque, voglio sperare che nella melma indistinta ci sia ancora qualcuno che non ha le idee ben chiare, ma è desideroso di farsele, perciò metto anche qui un post scritto per LezPop qualche giorno fa, ma che ci tengo abbia la massima diffusione sulle regole guida per scegliere i libri sullo, a quanto pare, spinoso argomento delle famiglie omosessuali.

- Che non ho ancora ben capito cosa abbiano di spinoso rispetto alle altre famiglie, considerando che io alle superiori avevo una compagna di classe il cui padre aveva avuto due figli da due donne, sorelle tra loro, creando un cortocircuito di fratelli-cugini -

  Fido che i lettori di questo blog non abbiano bisogno di questo post, ma magari ha parenti e amici che non sarebbe male ne usufruissero.
 Se avete tutti amici e parenti concordi allora mi rassegno a credere che tutta la gente contraria alle unioni sia in parlamento e sulla pagina di Repubblica.it.
 Dunque, se fate una rapida ricerca sui più grandi siti di vendita di libri online noterete un abominio frutto dell'indicizzazione. 
Questa la mia reazione ogni volta davanti all'abominio. Tra
l'altro l'attore che fa Sheldon è gay e sarà d'accordo con me
 Mettendo infatti come parole chiave: diritti-famiglia-omosessuale, vi appariranno accanto a libri di rilievo giuridico, vere e proprie porcherie sulla teoria gender. Ovviamente visto che l'indicizzazione non è manuale, ma frutto di un algoritmo che pesca a seconda di keywords, questi sono i risultati. Abominevoli. Come fare a capirne la bontà? Innanzitutto, non siete esperti e non sapete come regolarvi, potete usare un metodo molto semplice: guardate la casa editrice.
Grosse case editrici, come Mondadori o Feltrinelli o case editrici giuridiche serie non faranno MAI libri sulla questione gender e non perché sia in atto un perfido komplotto della lobby gay, ma perché hanno una loro credibilità. 
 E' ovvio invece che un libro delle edizioni SanPaolo o Fede&Cultura avranno riferimenti ad un universo cattolico che al momento è privo di qualsiasi obiettività (voglio evitare di essere polemica, si vede eh?) nei confronti del tema e difficilmente potrete una visione non di parte della cosa. Che va benissimo se cercate qualcuno che confermi la vostra idea cattolica, ma certo non vi servirà a nulla se state cercando di farvi un'idea ad ampio spettro della questione.
'Sta storia del fantomatico gay che ogni tanto spiega le nostre
usanze tipiche mi fa sempre alieni che rapiscono l'umanoide a
caso per farsi spiegare come va sulla terra
Altro sistema: l'autore. Una cosa che ODIO è quando pescano un omosessuale a caso,
con un alto tasso di omofobia interiorizzata e gli fanno scrivere un libro in cui condannano lo “stile di vita gay” e le unioni omosessuali.  Visto che non siamo una tribù e manco un gruppo etnico con specifiche tradizioni e usanze, pescare un gay dal mucchio ha la stessa autorevolezza del pescare un etero dal gruppo.
Puoi beccare l'eterosessuale più aperto della storia, come il più bigotto. A nessuno verrebbe in mente di usare quello che dice un etero come la voce dell'intera popolazione eterosessuale.
 Per farla breve se sei un etero che va cercando misteriosi meandri antropologici su come ci muoviamo, mangiamo e dormiamo sappi che non esiste. Facciamo le stesse cose che fai tu, perciò no, i libri scritti da gay che non si accettano per motivi personali, non possono definire in nessun modo un gruppo di persone né meriterebbero di essere pubblicati, a mio parere.
Ecco, mi pare che queste linee guida si dovrebbero usare per qualsiasi argomento della terra su cui ci si vuole fare un'idea degna di questo nome. L'autorevolezza delle fonti è l'unica cosa che può salvarci dall'abisso della bufala e della cattiva informazione, e dovrebbe essere un preciso dovere di tutti abbeverarsene copiosamente.
Di seguito i titoli.

"PRESIDENTE LA MIA E' UNA FAMIGLIA" di Rosaria Iardino ed. Alpine Studio.
Non ha senso pescare un omosessuale a caso, ma ha senso documentarsi sui casi.
Cos'è davvero una famiglia arcobaleno? Come nasce? Davvero i gay rubano i bambini dalle culle (e per fortuna non li mangiano come i comunisti)? E che cos'è la famosa stepchild adoption?
Quello che molti non capiscono è che votando a favore della stepchild adoption non si sta improvvisamente dando il via libera a famiglie con genitori same-sex, perché quelle famiglie esistono già! Si stanno solo dando più tutele a quei bambini che già esistono e hanno diritti dimezzati: cosa succede se il genitore biologico muore? Se i due genitori si separano? E come impatta sulla vita quotidiana essere figli di un solo genitore, ma averne due?
Un tempo erano proibite le unioni tra persone bianche e di colore e i figli di tali coppie erano ferocemente attaccati (come è accaduto alla scrittrice Alice Walker, l'autrice de “Il colore viola”, prima persona di colore a contrarre matrimonio con persona di “diversa ascendenza” del Mississipi). Un tempo le ragazze madri e i loro bambini vivevano una vita di ostracismo. Le famiglie arcobaleno sono la grande battaglia di civiltà del nostro tempo.

"L'ABOMINEVOLE DIRITTO" di Gabriele Strazio e Matteo M. Winkler ed. Il Saggiatore:
C'è qualcuno, chiaramente in malafede e chiaramente ignorante, che ogni tre per due, dice che le coppie di fatto già godono di tutti i diritti e non servono altre leggi (rimane misterioso allora perché esista l'istituto matrimoniale), ma è davvero così?
Il Saggiatore ha in catalogo un libro molto completo su quello che davvero le leggi NON prevedono per Gay e Lesbiche, relegandoli a cittadini di serie B. Il libro è un excursus storico a tutto campo sulle discriminazioni subite tramite l'emanazione di legge contro l'omosessualità o pratiche sessuali precipue (la famosa sodomia) in tutto il mondo.
 Il focus è poi sull'Italia, ancora bloccata nella melma creata dalla mancanza di un forte rivendicazione laica delle istituzioni.
 Adesso possiamo aggiungere, creata anche da una forte rivendicazione d'intelligenza da parte dei legislatori.

IL MATRIMONIO OMOSESSUALE E' CONTRO NATURA. FALSO!
 di Nicla Vassallo ed. Laterza:
Il libello di Nicla Vassallo fa parte di una serie di instant book della Laterza che cercano di spiegare in modo semplice, veloce e ragionato le affermazioni dogmatiche del nostro tempo che godono di grande diffusione popolare e di pessime basi teoriche.
 In poche parole, proprio come nel medioevo, molti prendono per buoni slogan senza sapere di cosa stanno parlando (sì, anche io non ho più fiducia nella scuola dell'obbligo).
 La filosofa si prende l'improbo compito di dimostrare che non esistono oggettive e valide motivazioni per opporsi al matrimonio omosessuale se non una: l'eterosessualità come dogma.

"DIRITTO D'AMORE" di Stefano Rodotà ed. Laterza:
Professore di diritto civile alla Sapienza di Roma, coautore della carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, dopo aver scritto “Il diritto di avere dei diritti”, Rodotà si concentra sul valore delle leggi che regolano i rapporti amorosi tra persone.
  Lo fa ad ampio spettro puntando il dito contro un nodo fondamentale: come può il diritto arrogarsi il diritto di definire quale amore è degno di questo nome e quale no? Un'istituzione giuridica può decidere la validità del sentimento degli individuo? E può porvi differenze? Il matrimonio omosessuale sconvolge molti non solo per una questione di omofobia, ma perché va a toccare questioni più complesse, in primis il nostro rapporto nei confronti dell'uguaglianza tra i cittadini e al nostro atteggiamento nei confronti della libertà altrui.

"HELLO DADDY" di Claudio Rossi Marcelli e "LA CONTA DEI GIORNI" di Isabel Allende:
 Ora, io non vorrei turbare le anime belle, ma addirittura un telefilm per ragazzi, "Glee" terminava con la protagonista incinta per aiutare i suoi due migliori amici, sposati e gay. Una ragazza che sta per vincere il più importante premio teatrale del mondo, sposata, raggiante e non una povera schiava lobotomizzata.
  La cosa più triste di tutto il dibattito sulla maternità surrogata, oltre all'orrida strumentalizzazione che ne è stata fatta visto che NON è compreso nel ddl Cirinnà, è aver trattato i padri come gente di passaggio e le madri surrogate come delle dementi.
 Io non capisco perché si debbano imporre le proprie decisioni ad altri, perfettamente coscienti di quello che stanno facendo.
 Dovremmo preoccuparci piuttosto che tutti abbiano la possibilità di scegliere, che nessuno sia sfruttato (e in tutti i campi, anche quello lavorativo che se te ne freghi del bracciante che muore sotto il sole, ma frigni per le madri surrogate dell'altra parte del mondo, Houston abbiamo un problema).  

Visto che tutti si sono dimenticati che la stragrande maggioranza dei famosi uteri in affitto sono in affitto da parte di coppie etero e che la stragrande maggioranza dei bimbi figli di coppie gay sono figli di lesbiche che usano il loro stesso utero, anzi i loro due, per farvi capire come funziona questo tragico affitto vi consiglio due libri.
 "Hello Daddy" in cui Claudio Rossi Marcelli, giornalista di Internazionale, racconta la storia della famiglia costruita col compagno e tre bimbi, e "La somma dei giorni" di Isabel Allende, in cui l'autrice de "La casa degli spiriti" parla dell'amicizia profonda tra suo figlio, la sua nuova compagna sterile e una donna che si propone di essere la loro madre surrogata (si PROPONE e non riesce tra l'altro a rimanere incinta).
 Quello che non si capisce è che non esiste l'assoluto, esistono le persone. Dovremmo ricordarcelo, quando gridiamo slogan scomposti che feriscono come coltelli.

Aggiungo i già recensiti "Figli dell'arcobaleno" di Samuele Cafasso ed. Donzelli e "Il più bel giorno della mia vita" di Sebastiano Mauri.

giovedì 20 novembre 2014

Un piccole recensioni tra amici in onore di quella gloriosa terra piena di tortellini, mayali e comunisti che è l'Emilia Romagna: investigatrici, Rimini e Tondelli per un Eden immaginario.

Ed ecco che come penultimo post della settimana vi ripropongo (si vede tutta la buona volontà dell'inizio), piccole recensioni tra amici #2.
Il titolo di questo libro, pur escludendo la parola
maiale, sintetizza bene il mio pensiero mitico
su tale amabile regione.
 In verità volevo scrivere un altro post, ben più laborioso, ma questi giorni ho tempo quanto una donna con tre figli gemelli lattanti, perciò ecco che recensirò piccolezze o meglio, in questo caso grandezze, ossia due libri che hanno in comune molte cose: sono scritti entrambi da donne, molto toste, molto brave ed entrambe provenienti da quella meravigliosa regione che è l'Emilia Romagna.
  Da bambina, questa regione troppo lontana da me che ho visitato troppe poche volte, aveva nel mio immaginario le fattezze di una regione incantata.
  Innanzitutto si favoleggiava che tutti fossero di sinistra (un luogo dove la sinistra vince sempre era una specie di Eden della giovane politicamente impegnata), era sempre prima, assieme alla Toscana (altra regione del mio cuore), in tutto ciò che riguardava la qualità della vita e l'impegno nel sociale, vi aveva sede un'università che avrei frequentato molto volentieri (l'Alma Mater of course) e si mangiava superbene.
 La patria del tortello, della salsiccia, delle feste dell'Unità, dei salumi e del maiale, era davvero una sorta di valle incantata. Il fatto che io non sia riuscita a mettere piede a bologna che a 25 anni ha poi contribuito a cristallizzare questo immaginario.
 Mi è rimasta perciò questa infantile/giovanile passione per questa terra, che viene sostenuta peraltro dalle performance dei suoi scrittori che riescono ad ottenere spesso una variazione sul tema preferito da troppi scrittori italiani: la provincia triste e abbandonata, ove si commettono ogni tipo di nefandezze (ci avevo scritto anche un post un annetto fa).
 Gli scrittori, perlomeno quelli che ho letto io, provano un qualche tipo di amore per la loro terra e non si limitano ad additarla come luogo da cui scappare in preda alle febbri, ma ne offrono un panorama alla odi et amo.
 Le due recensioni di cui sotto rendono bene l'idea.


 "QUO VADIS BABY?" di GRAZIA VARESANI:
 Nell'ormai lontano 2004 (oddio sono passati 10 anni di mio), andai a vedere l'omonimo film in un piccolissimo cinema di provincia.
  Le circostanze vollero che vedere un giallo ambientato in inverno, immersa in un'insopportabile calura estiva, rendesse l'ambiguità della storia straordinariamente efficace, e rimane tutt'ora uno dei film che mi sono in assoluto più goduta al cinema. 
Ricordo chiaramente che era estate, io ero vestita troppo pesante e la sala non era adeguatamente arieggiata. Risultato: morii di caldo, ma mi godetti in modo straordinario il film.
 Per motivi inspiegabili ho aspettato dieci anni per leggere il libro da cui è tratto, il primo in cui appare l'investigatrice privata Giorgia Cantini. Io non ho particolare simpatia per queste donne non toste, di più, che non devono chiedere mai, ruvide come la carta vetrata e sempre in cerca di una specie di amore che alla fine però in fondo non vogliono, tuttavia il personaggio disegnato dalla Varesani ha una sua forza che emerge sopra gli stereotipi che rischiano di soffocarla. In particolare "Quo vadis Baby?", rispetto agli altri della serie (che comunque si fanno leggere molto molto molto volentieri), riesce ad affondare il coltello in quei rapporti familiari propri delle famiglie che si autodistruggono per eccesso di ostentata e malata normalità. 
 Il padre carabiniere in carriera, uomo tutto d'un pezzo, severissimo e impenetrabile, sposa, manco a dirlo, la persona sbagliata. Per quel moto dell'animo che spesso hanno le persone con una natura ben definita, sceglie per la vita una compagna completamente opposta e ci sono incontri che come reazioni chimiche possono ingenerare solo enormi catastrofi. Così la moglie si suicida, la seconda figlia, Giorgia, rileva l'attività di famiglia, ma gestisce la sua vita personale in modo completamente anarchico e la prima, Ada, vezzeggiatissima principessa, diventa una ragazza disposta a tutto per ottenere quello che vuole.
  Il personaggio di Ada, la cui morte misteriosa morte ha definitivamente frantumato quel che rimaneva di tutti gli altri, è molto interessante. Non è una vittima, non è positiva, non è completamente negativa, è solo qualcuno che tecnicamente pecca di hubrys. Ce ne sono tanti, persone che commettono l'enorme errore di credersi più talentuosi, più forti, più furbi, di ciò che in realtà non sono, e corrono disperatamente verso la catastrofe. La cornice bolognese tetra e funestata da personaggi pietosi (nel senso che ispirano pietà), rimane solo a sfondo di quella che è una tragedia greca su tutta la linea. Ripeto, il migliore della serie, visto che negli altri la cornice, pur apprezzabilissima e originale, diventa invece la parte forte della trama.

"HAI MAI NOTATO LA FORMA DELLE MELE?" di MABEL MORRI:
 Mabel Morri è un'autrice che per sentito dire conosco da un bel po' di tempo. 
 Sapevo di questa fumettista preinternettiana, che non potendo usufruire dei blog ancora a divenire, stampava i suoi lavori su fanzine autoprodotte con la casa editrice/collettivo Studio Monkey, per poi distribuirle brevi manu in giro. 
 "Hai mai notato la forma delle mele?", recentemente ripubblicato dalla RenBooks in un bel formato dal prezzo, secondo me, eccezionale (12,90 è un affare), raccoglie i 4 gloriosi numeri che ne uscirono. 
 Il libro è composto da tante storie, quasi tutte brevissime con racconti nell'intermezzo scritti ovviamente con la cara vecchia macchina da scrivere, che non hanno in comune nessun filo logico a livello di trama. Ciò che le unisce è la comune, davvero ben resa, descrizione di un mondo.
 L'autrice, classe 1975, è riminese e si vede. Nelle sue storie viene fuori quella gloriosa provincia che vive la vita in due tempi: quello invernale, lungo, abbastanza lineare, senza particolari momenti di eccitazione, e quella estiva, in cui, in nome del turismo, si riempie e nasce a nuova vita.
  Ho sempre pensato che questi luoghi donino una particolare prospettiva a chi ci vive, abituato a vedere la propria vita correre su due binari temporali completamente diversi. Mabel Morri ha, secondo me, quel tocco tondelliano che si vede benissimo in quello splendido libro che è "Rimini". Persone e personaggi autoctoni e provenienti da luoghi lontani per pochi brevi giorni, si incontrano e danno vita a infinite possibilità, rendono possibili un enorme ventaglio di storie.
 I disegni così pieni, poi, particolareggiati, appuntiti, i dialoghi colloquiali, senza ricercatezze letterarie, rendono poi bene quel linguaggio tondelliano diretto ed estremamente visivo. Avevo letto da qualche parte, che la scrittura di Tondelli restituiva le luci velocissime e livide di quegli anni '80 pieni di luci al neon e del buio dei locali, ebbene Mabel Morri riesce a disegnare quelle luci. 
E perciò davvero ve la straconsiglio.

 Bene, detto ciò ne approfitto per salutare tutti gli emiliani e i romagnoli (non ricordo mai chi è chi) e se vorrete consigliare qualche libro su codesti gloriosi luoghi o di qualche loro glorioso autore, commentate, consigliate, commentate!!

Noto solo ora un altro punto in comune: stranamente entrambi i libri hanno come titolo una domanda. Coincidenze? Io non credo...
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...