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venerdì 8 luglio 2016

I consigli per l'estate 2016 (Parte II)!! Attese drammatiche, sorelle picaresche dalla gonna a ruota, amicizie molto rotonde e i mysteriosi mysteri del mondo che non si vede!

 Dopo l'inaspettato successo della prima infornata (ammazza, questa estate avete proprio voglia di leggere! Me ne compiaccio!), ecco a voi la seconda che, come al solito, non segue nessuno schema preciso e pesca qui e lì dalla saggistica alla pupanza, dai romanzi alla fantascienza.

 Nel frattempo ho trovato un nuovo titolo a cui dedicarmi questa estate, l'elenco dei libri preferiti di Alan Moore mi ha ricordato che mi riprometto da secoli di leggere "Cantico per Leibowitz", ma tra una cosa e l'altra lo dimentico sempre. Oggi si va in biblioteca a prenotarlo (ristamparlo comunque, case editrici, potrebbe essere una buona idea)!

 Bene, mentre sogno di sdraiarmi muy presto su una spiaggia (ma sigh non sarà ancora muy presto) ecco a voi i nuovi consigli dell'estate! Pronti a riempire la vostra valigia?
 Let's go!


L'INVISIBILE di Philip Ball ed. Einaudi:

 Strana la presentazione di questo saggio Einaudi che viene presentato come molto meno divulgativo e assai più complesso di quel che poi si rivela.
 Strana perché, nonostante la promessa affascinante del titolo, l'avevo preso in mano convinta che si trattasse di qualche contorta dissertazione scientifica sull'invisibilità che mai la mia mente umanistica avrebbe potuto comprendere.

L'ho comunque sfogliato nella speranza di trovare il fatidico capitolo che mi avrebbe spiegato se mai il mantello di Harry Potter avrebbe potuto esistere e invece, con mio stupore ho scoperto che si trattava di un excursus storico sulla fascinazione esercitata sugli esseri umani dal cosiddetto "mondo che non si vede".

 La mancanza di spiegazioni scientifiche (anche se abbiamo visto che anche in presenza non è che le cose migliorino) ha permesso nei millenni il dilagare di una serie di credenze sospese tra il divino, l'occulto, il magico e l'esoterico su una serie di fenomeni e presenze appartenenti ad un mondo "altro".

 In questa sorta di universo ombra del nostro, albergano fantasmi, fate, le anime dal momento in cui dipartono e prima di nascere, demoni, angeli e qualsiasi energia inspiegabile che ha un qualche influsso o potere sulla nostra realtà. 

 Col tempo, fenomeni semplicemente elettromagnetici ad esempio, erano stati ammantati da un universo di leggende e credenze arcane, sono stati scritti Grimori, trattati di prestidigitazione (come il celebre "Hocus Pocus"), sono nate le apparizioni degli spettri, le sedute spiritiche, i primi scandali komplottari (le famose foto con le fate, abili fotomontaggi di due sorelline inglesi a cui credette anche il buon Conan Doyle), divinità, magie per ottenere l'invisibilità.

Il libro si apre con un interessante osservazione psicologica: a seguito di esperimenti si è compreso che i bambini molto piccoli ritengono di potersi rendere visibili solo se hanno un contatto visivo diretto con qualcuno (è il motivo per cui sono così affascinati da giochi come bubù settete in cui gli adulti fingono di nascondersi coprendo gli occhi, ad esempio) e curiosamente, nei secoli, le presunte pozioni magiche dell'invisibilità hanno sempre coinvolto come elemento primario gli occhi di qualche animale (o cadavere).

 Anche l'avvento della fotografia e delle fantasmagorie ha aggiunto fascino e mistero a questo ruolo visivo, donando l'illusione di poter immortalare l'ignoto, come accade ne "La casa dei sette abbaini" di Nathaniel Hawthorne in cui appare un misterioso dagherrotipista in grado di mostrare con le proprie riproduzione la vera anima delle persone.

 Molto grazioso, per niente pesante o pedante e ricco di spunti affascinanti  sui quali continuare in seguito. 
 Ne consiglio la lettura e, quando potete, una conseguente visita al museo del cinema di Torino. Forse non tutti sanno che la parte iniziale è un interessante excursus sulla nascita della riproduzione dell'immagine, sospeso tra scienza, arte e mistero.


PALLA ROSSA E PALLA BLU di Maicol e Mirco ed. Bao Publishing:


Anche la pupanza va in vacanza.

 Il pargolo ha tutto il diritto di scatenarsi su spiagge, prati, montagne, colline, boschi e piscine cittadine, visto che passa fin troppo tempo chiuso in casa nella stagione invernale, tuttavia il fatidico momento della prenanna o delle orribili due ore da passare sotto l'ombrellone mentre si digerisce e fa troppo caldo per fare qualsiasi altra cosa, colpisce anche loro.

 Se avete un pupo in età da asilo, il libro dell'estate è il meraviglioso "Palla rossa e Palla blu" la storia di due grandissimi amici: una palla rossa e una palla blu che però chi non sa vedere con gli occhi di un vero amico vede diversa, vede quadrata.

 I due insieme attraversano mille avventure: scoprono di essere ricchi, ma non sanno bene a cosa servano i soldi visto che tutte le cose per loro importanti le hanno già o non sono in vendita, corrono per prati, si arrabbiano, vanno in vacanza, viaggiano tra le stelle, giocano e si vogliono un gran bene, perché ciò che rende speciali le cose quotidiane è sempre lui, un amico con cui condividerle.

 Ve lo premetto, è uno di quei libri per bambini che nella loro semplicità riescono a smuovere qualcosa anche negli adulti (sostanzialmente ho pianto like vitello).
 Un'innocua palla blu e un'innocua palla rossa, teneri, dolci, arrabbiati, furiosi, indignati e teneri.
 Pensate che sia vittima di una commozione estiva? Leggete la bellissima storia pubblicata su Il post in cui palla rossa decide di abbandonare la terra perché preferisce le stelle
 Poi giudicatemi.


STORIE DI UN'ATTESA di Sergio Algozzino ed. Tunuè:

 Nella nostra epoca di smartphone onnipresenti, è un po' difficile ricordare come passavamo i bei vecchi tempi morti.

 Interstizi tra appuntamenti, passeggiate infinite, insonnie senza conforto,  a cui si aggiungevano i tempi dilatati delle corrispondenze via lettera, di lavori che erano faticosi, ma indubbiamente meno frenetici, di passioni che richiedevano costanza, pazienza e una dedizione che sconfinava nella deduzione.

 Non è per dire che quando si stava meglio si stava peggio, ma che forse, solo forse, perdendo quei tempi morti abbiamo perso qualcosa di essenziale.

 Cosa che lo potrebbe suggerire la nuova graphic novel di Sergio Algozzino, "Storie di un'attesa" in cui tre racconti legati idealmente da un'antica scacchiera si rincorrono su tre piani temporali diversi.
 C'è la storia dell'aristocratico siciliano ossessionato dall'idea di partire per la Terrasanta e che a questo sogno sacrifica amore, denaro e una vita intera.
 C'è la giovane coppia di origine ebraica che adora Zweig e si corteggia con leggerezza in un mondo sulle soglie della seconda guerra mondiale.
 E infine c'è Sergio Algozzino in persona che si ritrova imprigionato in uno di quei casti, ma passionali amori adolescenziali, quando le rapide dell'amore sembrano fatali e devastanti e invece possono bruciare in un solo pomeriggio d'attesa.

 Se la scacchiera richiami al fatale incontro tra il cavaliere e la morte ne "Il settimo sigillo" non lo so, ma sarebbe piacevole l'intuizione, perché dopotutto è questo che noi siamo, nonostante gli smartphone riesca a trascinarci in un luogo oltre il tempo: imbrigliati in un viaggio che non possiamo interrompere, in attesa di una fine ineluttabile.
 Una prospettiva quanto mai triste se non fosse per quell'attesa, difficile, incomprensibile, spaventosa, ma a tratti incredibile e colma di un insopportabile splendore.


BEATE NOI di Amy Bloom ed. Fazi:

 In estate fatalmente finisco per passare almeno un pomeriggio davanti Raitre o ReteCapri a guardare film in bianco e nero con in cui luci soffuse, incorniciano il volto di meravigliose attrici hollywoodiane dagli occhi da gatta e la messa in piega granitica, in cui case intonse non mostravano traccia di disordine neanche quando dovevano fingere di esserlo e persino i litigi e le lacrime avevano quel non so che di composto e dignitoso che abbiamo ormai perduto.

 "Beate noi" di Amy Bloom, ed. Fazi, è la versione libresca di questi film d'annata e la cosa straordinaria è che riesce, su carta, a rendere non solo una cornice e un'ambientazione, ma anche lo spirito antico di un tempo inamidato e lontano.
 Si tratta della picaresca storia di due sorellastre giovanissime alle prese con sogni, ambizioni e povertà nell'America degli anni '40. In pieno stile "Moll Flanders" le due che si ritrovano a vivere insieme dopo che la più piccola, Eva, è stata malamente scaricata dalla madre a casa del padre e della figlia da lui avuta da un precedente matrimonio, Iris.

 Eva ha dodici anni, Iris non molti di più, ma possiede un grande sogno: diventare un'attrice di Hollywood. Così, con qualche soldo in tasca e molta incoscienza, le due partono alla volta della California, dove Iris inizia una promettente carriera prima di cadere tra le braccia di un'affascinante star del tempo. 

 No, non ho messo l'apostrofo male, l'affascinante star è proprio una donna: l'avvenente Rose Sawyer che la seduce il tempo di rovinarle la reputazione.
 Ma no, il libro non si trasforma in un dramma, le due riescono a danzare sulle tragedie, i problemi, la povertà e persino la guerra che le sfiora dalla lontana Europa, con un'allegria e una grazia rari.

 Leggendolo è impossibile non immaginare le due tenaci e mai tristi sorelle, prese tra adozioni che sembrano rapimenti, amori che smembrano famiglie, spie tedesche, cantanti di colore con la vitiligine perplesse sul significato del colore della pelle, sedute spiritiche e famiglie italo-americane deliziose, è impossibile insomma non vederle recitare davanti a noi, perfettamente sorridenti nella loro gonna a ruota e il vitino di vespa, rigorosamente in bianco e nero.

 Come nelle commedie di una volta, in cui nonostante l'ipocrisia profonda, una certa innocenza persa per sempre traspariva tra i fotogrammi di un mondo senza sbavature.
  Leggero ed estivo, perfetto sotto l'ombrellone.

Ve ne interessa qualcuno? Avete già eletto il titolo estivo del vostro cuore? Testimoniate!

martedì 17 maggio 2016

Il senso della discriminazione per Chimananda Ngozi Adichie in "Americanah". Perché le minoranze non si sentono tutte sulla stessa barca? Una riflessione sul razzismo, l'orgoglio, un malinteso senso di superiorità e il nostro unico comune tiranno.

Avevo sentito parlare lungamente e molto bene di Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana trapiantata in america e poi di nuovo in Nigeria.
 Non ho mai letto molta narrativa africana original e la considero una grossa lacuna, perciò per una volta che me ne sono ricordata (visto che ho una wishlist, ma come tutte le persone disorganizzate, è appuntata solo nella mia testa e facile all'oblio), ho preso in biblioteca "Americanah", un sontuoso (sontuoso è la parola che più mi pare si avvicini alla scrittura della Adichie) libro su uno di quegli amori che non finisco, fanno dei giri immensi e poi ritornano.

  Per la serie, Venditti non lo sa, ma potrebbe avere un mercato anche in Africa.
 L'autrice offre un interessante scorcio (spacciato per motivi misteriosi nella quarta di copertina come una sorta di saga familiare) di una giovinezza molto speciale, quella di Ifemelu brillante studentessa nigeriana, innamorata e fidanzata sin da giovane con un suo coetaneo altrettanto brillante e di buona famiglia che vive molto felicemente la sua adolescenza in quel di Lagos, Nigeria.
 Probabilmente anche per il ceto sociale abbastanza elevato dei personaggi e sicuramente per una scelta stilistica, l'elemento folklore rimane sullo sfondo risultando una storia estremamente familiare nonostante la mania nigeriana dell'infilare cocco in ogni piatto, dolce o salato che sia (ecco un libro che non mi ha fatto venire voglia di assaggiare la cucina locale).

 I giovani nigeriani benestanti non hanno una vita molto diversa dai loro coetanei europei, o meglio ce l'hanno, ma le aspirazioni, le dinamiche sociali, le amicizie e gli amori, sembrano, almeno sulla carta, molto più simili, di quelle di altre società esotiche, Giappone o Cina per dire.
L'autrice
 La trama prende le mosse quasi dal termine della storia andando a ritroso con un lungo flashback: Ifemelu è ormai una donna over 30 che vive facendo la blogger (quindi, speranza, qualcuno ce la fa) negli Stati Uniti.
   La sua grande intuizione che poi è il vero filo conduttore dell'intero libro, molto più dell'esile storia d'amore, è l'aver creato uno spazio virtuale dove discutere del razzismo in America (facendo anche confronti dell'Europa).

 Non tanto il razzismo evidente che vede la polizia statunitense saltare come un picchio alla vista di un giovane di colore perché potenzialmente sospetto il decuplo di un suo coetaneo bianco, ma, quello di una supposta supremazia culturale e sociale bianca, ben più strisciante. 
 Quella, che, per dire,  costringe le donne afroamericane a stirare con dannosi prodotti chimici i loro splendidi capelli (perché nessuno ti assumerà se sei troppo afro), che ti rende, nella percezione comune automaticamente più selvaggia, erotica e in un certo qual senso disponibile.
 Altro fattore di enorme interesse è la diversa percezione degli autoctoni americani verso gli afroamericani e gli africani original (diversa percezione che hanno in realtà tra loro anche i due gruppi, spesso diffidenti tra loro).

  Gli afroamericani sono nati e cresciuti in un contesto di discriminazione che li ha resi automaticamente guardinghi e vittime di un sistema, mentre verso chi giunge da esterno, da un luogo, soprattutto, dove questa discriminazione non esiste (ma mi ha stupito scoprire che i nordafricani discriminano gli africani subsahariani per via della loro carnagione scura) l'atteggiamento è diverso, come se essi godessero di uno speciale status, assai più eguale.

 Come se il rapporto di potere fosse bilanciato automaticamente in modo diverso.
Oltre le storie d'amore che la protagonista, (immagino ispirata in modo non velatamente autobiografico alla scrittrice), ha, oltre il filone familiare che riguarda in realtà una zia nigeriana trasferitasi col figlio piccolissimo negli Usa, oltre il mondo snob e intellettuale delle università americane, il vero nodo di questo libro non è né l'amore né la famiglia, ma il razzismo nell'America contemporanea visto da un outsider.

 Anche per questo, quello che in verità mi ha colpito di più è come l'autrice non abbia la minima percezione del fatto che il razzismo sia solo una delle svariate forme (ovviamente con peculiarità, ragioni e conseguenze proprie) di un problema che riguarda tutte le minoranze: il rigetto che ha la maggioranza verso ciò che considera diverso e perciò destabilizzante verso l'ordine.
 La Adichie considera, da una parte ovviamente a ragione, ma da un'altra completamente a torto, il percorso del razzismo americano verso gli afroamericani una discriminazione che nulla ha a che spartite con le altre (ogni tanto cita i latinos random).
La cosa mi ha estremamente colpito, soprattutto perché nella parte finale propone al lettore una sorta di questionario in cui fa varie domande, tra cui:

 "Se fate parte di un circolo prestigioso, vi chiedete mai se la vostra razza può rendervi difficile l'ammissione?
Temete che i vostri figli non abbiano libri e materiale didattico che rappresentino persone della vostra razza?
 Se accendete la tv su un canale generalista o aprite la prima pagina di un giornale generalista, vi aspettate di trovare soprattutto persone di un'altra razza?
 Se avete risultati positivi in una certa situazione, vi aspettate di essere additati come esempio per la vostra raazza? O di essere definiti "diversi" rispetto alla maggioranza delle persone come voi?
 Se avete bisogno di un aiuto legale o medico, temete che la vostra razza risulti un fattore negativo?"

La cosa migliore del libro sono i finti post del blog
di Ifemelu: "Razzabuglio" che parlano di una serie
di questioni legate al razzismo in America, almeno
a me, ignote. Un post interessantissimo è su Obama
(nella parte finale si parla molto della sua candidatura):
 "Obama può vincere solo se rimane il Negro Magico".
Cos'è il negro magico? Se leggete il libro, scoprirete
che è esattamente l'immagine che Hollywood passa
degli afroamericani nei film.
 Le mie risposte ovviamente erano no. Non sono mai stata discriminata per il colore della pelle. ma potevano essere sì se a "pelle" si sostituiva "orientamento sessuale"
 Mi sono domandata perciò, da minoranza a minoranza, se questa riflessione fosse effettivamente presente nell'ambito di chi è discriminato per motivi razziali. Me lo sono domandata anche in nome di quella cosa che sbalordisce spesso molti: come può una persona di colore in America essere contro i matrimoni gay?
 Come può chi è vittima di discriminazione essere contro altre vittime (peraltro perseguitate dallo stesso sistema di potere)?
 La mia risposta, leggendo il libro dell'Adichie, ottimo dal punto di vista della scrittura, è che questa riflessione manchi totalmente, manca, effetti, la sensazione di essere prosaicamente tutti sulla stessa barca e di avere un unico nemico, quello che Tim Robbins aveva ben inquadrato, "La tirannia della mente ottusa".

  C'è chi è appartiene a una minoranza meno visibile (gli omosessuali appunto) e quindi ha cercato di percorrere la storia nel modo più segreto possibile, e chi, per ragioni evidenti, come gli afroamericani, sono state un bersaglio visibile e ben più aggredibile.
 La matrice però, è sempre la stessa: il desiderio perverso di individuare una parte più debole, il capro espiatorio di una società, quello che si carica, per il sollievo della maggioranza, del male contenuto nel mondo. E' la via più sciocca e potente per non occuparsi mai davvero dei lividi del mondo, quelli veri.

 Ho trovato, in questo libro splendido eh, degno di essere letto perché scritto in modo superbo, coinvolgente e profondamente interessante, questa mancanza di riflessione una lacuna davvero imperdonabile.
 Come può un personaggio che scrive per anni un blog sulla discriminazione, che si sforza di conoscere un altro mondo, che si confronta e riflette, non parlare chiaramente del punto focale della questione?
 In verità, una mezza idea sul perché questo accada, ce l'ho e secondo me è molto chiara nella parte più riuscita del libro, quella in cui Ifemelu, tramite il suo fidanzato Blaine, affascinante appartenente alla cerchia universitaria più uptown del mondo, entra in contatto con l'intellighenzia americana, quella casta di eletti che si frequentano solo tra loro, si capiscono solo tra loro e si considerano, soprattutto, tremila metri sopra tutti gli altri.

 Gente che: il mio analista, il mio agente letterario, il premio Nobel per cui faccio l'assistente, il regista per cui sto girando, il film che sto producendo.

 In questa crema, Ifemelu fa la sua figura, ma ha anche una fiera antagonista: Shan, la bellissima e straordinaria sorella di Blaine, così descritta:

 "Quando Shan entrava in una stanza, tutta l'aria scompariva. Non respirava profondamente; non ne aveva bisogno. L'aria fluttuava semplicemente verso di lei, attratta dalla sua autorità naturale, finché non ce n'era più per gli altri. [...]
 Aveva l'aria di una persona che era stata in qualche modo prescelta. Qualche divinità le aveva poggiato sopra la sua bacchetta magica; se lei faceva cose ordinarie, diventavano straordinarie."

 Si capisce, tra le righe, che Ifemelu non la sopporta non tanto perché Shan è una creatura catalizzatrice volontaria (e involontaria) di attenzioni ed eventi eccezionali, quanto perché non le ruba la scena. Non è più lei la persona eccezionale della situazione.
Ifemelu entra a far parte dell'esclusiva élite
 universitaria di Princeton
 Il fastidio che Shan le provoca è interessante perché lasciato in sottotraccia, quella tipica sottotraccia che vorremmo tutti non si notasse quando siamo invidiosi a morte di qualcuno ma cerchiamo disperatamente di fingerci superiori.
 Oh, io della Adichie non so molto, ma a me sembrano pennellate troppo precise per non vederci un fondo di autobiografia, perciò credo che il vero motivo della mancanza della suddetta riflessione sia il rifiuto di mostrarsi deboli.
 Tutto in questo libro grida fierezza: la scrittura, l'orgoglio e un'autostima piuttosto imponente della protagonista, lo spirito critico mai domato (e mai soggetto a dubbi) che accompagna il progredire della sua esistenza.
 Per paradosso temo che la Adichie sia caduta nello stesso peccato di cui incolpa gli altri: non ha voluto mettere in comune il proprio stato di minorità assieme a quello degli altri perché non si sente come loro. Si sente meglio di loro.

 Detto ciò, questo libro stramerita di essere letto, perché è scritto benissimo e solo un libro davvero bello può dare adito a tutte queste riflessioni.
Questo è il mio pensiero dopo averlo lasciato decantare un po', se lo avete letto, fatemi sapere se ho visto i draghi o pensate ci sia un fondo di verità!

giovedì 28 aprile 2016

La dolce vita. L'assurda narrativa anglosassone che sovrappone un'immaginaria terra di delizie, amore, bontà e paesaggi alla nostra amata patria italica. Dove finisce il lenzuolo di Sophia Loren e dove iniziamo noi?

Questi ultimi giorni, lo ri-ripeto, sono stata a Firenze coi miei genitori.
 Un po' perché il tempo era meraviglioso, un po' perché faceva caldo come se fosse già Luglio, si aveva l'impressione di essere già nel bel mezzo dell'estate.
Impressione che non avevo solo io, ma soprattutto le centinaia e centinaia di turisti, per la maggior parte anglosassoni o orientali (ricchissimi) che affollavano le vie del centro storico.
 Gli stranieri erano così precisamente calati nel loro ruolo di "turista che visita la toscana" che ho visto orde di turiste vestite in stile moda Capri Positano, scalare San Miniato in tacchi e vestiti a righe alla Jackie Kennedy.
 Così mentre gli inglesi e gli americani si dedicavano a foto in posa con preti, frati, gelati, pizza e grazie a dio non mandolino, conciati come se fossero usciti da un film del dopoguerra, gli orientali vagavano con capi d'altissima moda che non mi spiego ancora come abbiano stipato nelle loro valigie.
  Gonne a ruota gigantesche, crinoline, busti, borsette fashion, sembravano uscite da un servizio sulla "Bella Italia" di Vogue Giappone.
 Perplessa, davanti ai miei fiori di zucca fritti, mi è tornato in mente un frame del film "Mangia, prega, ama".

 Vi ricordate il momento in cui Julia Roberts affitta un appartamentino a Roma da una specie di Sora Lella e decide di godersi la vita rallentando il ritmo?

 Vi ricordate che per farlo si siede a terra e intinge un asparago crudo nell'olio mentre il sole mediterraneo le increspa il volto?
 Ecco, quel fotogramma è rivelatore di una verità molto semplice: gli stranieri, in special modo gli anglosassoni (gli orientali hanno un disincanto un po' pauroso e francesi e spagnoli ci sono troppo vicini per credere a cose del genere), quando pensano e visitano l'Italia, non vedono lo stesso luogo che vediamo noi.
 Un po' dipende dal fatto che ovviamente il turista ha una sorta di filtro della felicità che rende tutto più bello, molto altro da un insieme di pregiudizi positivi che rendono l'Italia e gli italiani più un luogo dell'immaginario che geografico.
 Pensate che esageri? Fidatevi, questa mia deduzione logica (non particolarmente brillante tra l'altro) è supportata da un vero e proprio genere letterario assai amato nel mondo americano e inglese: le storie in stile "dolce vita" in cui noi italiani facciamo da sfondo a un'idea di felicità così artificiale da non poter essere che letteraria.
Lo ignoravate?

 Scoprite con me le caratteristiche di questo favoloso filone (da noi praticamente e ovviamente non tradotto)!

 MARCELLO,COME HERE!:

 In Italia i libri amorosi lo sappiamo prevedono magicamente sempre le stesse destinazioni: Parigi, Notting Hill, New York e, ogni tanto, Barcellona. Raramente qualcuno si innamora in Finlandia o in Estonia e, anche a livello locale, il massimo massimo dell'accettabile è Milano. Ambientare amori a Sora o Imola non tira.
 Per gli anglosassoni, invece, è l'Italia il suol dell'ammmore. Ma non tutta. 

 La zona specifica che gli autori e le autrici del genere "dolce vita" amano è il centro Italia. C'è persino un libro di Michelle Damiani intitolato "Il bel centro" e la cosa mi fa un po' ridere.

 Perché? Perché io sono molto fiera di provenire dal centro Italia, con tutto il rispetto per il nord e per il sud, penso che sia una qualità della vita ottima: si sta bene, ma non troppo, le persone sono aperte, ma non troppo (o troppo poco), è ovvio che ci siano mari e montagne migliori nel resto dell'Italia, ma per viverci tutto l'anno, le dolci colline toscane, la campagna romana, la Tuscia e l'Umbria per dire, sono mediamente molto migliori.

 Quello che mi ha stupito molto quando sono venuta al nord è che qui, al contrario mio e di Michelle Damiani, la gente non ha il concetto di centro Italia. Sotto l'Emilia Romagna (e con una certa confusione sul ruolo della Toscana) è tutto sud.
 Le autrici anglosassoni, invece, adorano il centro Italia e hanno un'unica altra eccezione: la Sicilia (anche se qualcuno si allunga in Calabria). Non per niente l'autrice del genere più famosa dopo Elizabeth Gilbert è Frances Mayes, autrice del celeberrimo "Sotto il sole di Toscana" (capostipite di una serie di aficionados di terra etrusca da  "To Tuscany with love" di Gail Mencini e "Summer in Tuscany" di Elizabeth Adler).
 Sarà il Brunello di Montalcino? Sarà che dopo Sting che ha chiamato la figlia Siena e ha convinto mezza Inghilterra che conta a comprarsi un casale in Toscana, fa tanto chic? Saranno i cinghiali? I cipressi? Gli agriturismi e i borghi?
 Sarà tutto, ma quanto piace.

SE VIENI IN ITALIA E NON TI FIDANZI FATTI RIMBORSARE (la trama tipo):

 Una donna, in un periodo di transizione della sua esistenza (divorzio, sfidanzamento, laurea, nozze prossime, crisi lavorativa, insomma qualsiasi momento della vita in realtà è buono), si trasferisce in Italia per breve tempo, un po' per ritrovarsi un po' perché ha bisogno di una vacanza.
 Qui scopre "la dolce vita" un mix di gente di buoncuore dedita a lavori rurali di vario genere, amante delle cene in campagna a base di vino e di cibo da gustare in modo lentissimo, pronta a rendere la vita dello straniero in visita in Italia, un film a base di sole, begli uomini mediterranei, amore, cibo e amicizia.

 Per la serie, ditemi dov'è davvero questo posto sulla terra che mi ci trasferisco.


 Per avere un saggio di quanto dico basta guardare il film tratto da "Sotto il sole di Toscana" dove Roul Bova, napoletano latin lover, porta l'americana di turno in esplorazione per mercati folkloristici (e una capatina a Positano, unico luogo della Campania di cui queste autrici ammettono l'esistenza).
 Tra l'altro, i nostri maschi italici sono un usato sicuro, visto come Franco Nero attende con solerzia il ritorno del suo antico amore nel terribile "Letters to Juliet", film tratto da "Lettere a Giulietta" di Ceil e Lise Friedman.
 Anche qui, una giovane donna in procinto di sposarsi, arriva a Verona e, avendo del tempo da perdere, si mette a smistare le lettere che gli innamorati di tutto il mondo scrivono alla statua della sventurata amante (rimane un mistero poi come tutte queste anglosassoni trovino immediato lavoro e ovunque gente che parli la loro lingua).
 Mentre smista si appassiona a una storia d'amore vecchia di cinquant'anni tra una donna inglese e un caliente italiano (che ricordo vagamente abitava nella campagna toscana).
  Insomma, organizza un ricongiungimento che finisce in un matrimonio over 70 e, già che c'è, si fidanza anche col nipote dell'anziana.
 Vieni in Italia, il fidanzamento è assicurato!

IL MITO DEL RITORNO ALLE ORIGINI E IL MEMOIR:

 "Eat pray love" forse tendiamo a dimenticarlo, non era un romanzo romanzo, ma una sorta di memoir.
 Una valida alternativa, infatti,  alla trama in cui una donna viene a ingozzarsi di pizza a e farsi corteggiare dai butteri nostrani, è l'esperienza di vita che gli americani o gli inglesi (molto più frequentemente i primi) vengono a fare in prima persona in Italia.

 Quello che ne viene fuori è una sorta di stereotipo della dolce vita molto romanzesco.
  Non so se è perché gli stranieri non capiscono bene la nostra lingua o ci sia qualche altro crash antropologico, ma, ai loro occhi, siamo ancora fermi a pizza pizza marescià, Sofia Loren che cammina con braccia a giara, tavolate di cibo all'aperto in qualsiasi stagione, grasse donne gestiscolanti (e ovviamente uomini avvenenti e romantici).
 Facciamo una breve rassegna di questi memoir. Ci sono alcuni casi in cui l'autrice ha delle vaghissime ascendenze italiane e decide di trasferirsi nel bel paese per "ritrovare le proprie origini".

 Per  "ritrovare le proprie origini" nella maggior parte dei casi intendiamo: godersi le estati di un bel borgo antico, non capire niente di quello che ti dicono gli autoctoni, ingozzarti di cibo e vedere bei posti, ossia fare turismo, ma facendo finta di avere un nesso logico con il posto.
 Marlena De Blasi, giornalista gastronomica newyorchese, si è trasferita molti anni orsono in Italia, prima a Venezia, da cui ha tratto il memoir "Thousand days in Venice", poi a San Casciano dei Bagni da cui ha tratto il memoir "Thousand days in Tuscany" e infine "The lady in the palazzo" sulla sua vita in quel di Orvieto, dove vive con giuoia da molti anni.
 Per una Marlena che decide di starci tutta la vita, molti fanno un'estate di piacere, massimo un anno e via. Perciò qui si spalanca una produzione vastissima, come se l'Italia fosse una sorta di luogo geografico più appartenente al regno del fantastico che alla geografia reale.
 C'è la "Summer in Supino" di Maria Coletta McLean, "An Italian Journey" di James Ernest Shaw,  "Somewhere South of Tuscany" della sudafricana Diana Armstrong, "Head Over Heel: seduced by Souther of Italy" di Chris Harrison ecc ecc ecc

ANTIDOTI:

 Alle superiori mi feci regalare un libro dal titolo "Il cuore oscuro dell'Italia". Mi aveva attratto perché era il punto di vista sull'Italia di un giornalista inglese, Tobias Jones, che viveva nel nostro paese da tanti anni.
 Come ci vedeva un inglese che viveva tra noi? Cosa doveva sembrargli assurdo?

 Fu una lettura piacevole, alcuni pezzi erano molto veritieri (l'incubo della burocrazia), altri mostravano un enorme scarto culturale (sembra che gli stranieri, specialmente anglosassoni, facciano davvero fatica a capire il rapporto degli italiani con la religione e la chiesa, specialmente perché pensano che chiesa e religione siano per noi un tutt'uno), altri erano interessanti, ma fino a un certo punto (i suoi problemi di pronuncia).

 Se un inglese volesse davvero capire qualcosa di com'è l'Italia ora, oltre a un luogo dove si mangia, beve e tutti facciamo i simpatici contadini in amore, dovrebbe leggere i libri di Tim Parks.
 Trasferitosi in Italia a 26 anni, nell'ormai lontano 1974, Parks pendola attualmente tra Verona e Milano (dove insegna) e scrive regolarmente libri sullo stato dell'arte dell'Italia e degli italiani.
 In principio fu "Italiani", classico memoir basato sul sempre valido espediente del "pesce fuor d'acqua": persona che non c'entra niente col contesto, ma vi somiglia abbastanza da mimetizzarsi, vive tutto come se fosse un alieno in incognito sulla terra. Poi ci fu "Un'educazione italiana" in cui Parks, partendo dall'assunto che nasciamo tutti uguali e solo grazie all'educazione ricevuta, assumiamo dei caratteri "nazionali", tenta di risalire ai nostri imprinting italico-educativo.
 E poi l'Italia vista dal treno in "Coincidenze" (tutti noi affezionati fruitori di trenitalia possiamo riconoscerci) e quel che basta a riconoscere i contorni di un'Italia vera, non quella da cartolina in cui i turisti sono convinti di vivere.

 Che poi, alla fine, in realtà, è così male che esistano luoghi immaginari che sovrapponiamo a posti reali? Ai posteri l'ardua sentenza.


venerdì 4 marzo 2016

Quando la tecnica ammazza il contenuto o anche quando lo scrittore non ha il coraggio di affrontare il proprio dolore. Una recensione perplessa e non soddisfatta de "L'opera struggente di un formidabile genio" di Dave Eggers.

  Esiste una particolare tipologia di libri (e anche di film) che si potrebbe tranquillamente definire: "I libri che prima o poi vorremmo leggere, ma, per qualche motivo, alla fine, non leggiamo mai".
C'è quella wishlist di titoli che pensiamo siano interessanti, ma poi, ai fatti, lasciamo scivolare sempre in secondo piano quando si tratta cosa scegliere di leggere la sera prima di andare a dormire. 
 Ecco, soprattutto da quando tengo il blog e ho bisogno di tenere un ritmo molto costante nel leggere, quando ci sono quei periodi di magra in cui niente mi convince, attingo alla mia wishlist titubante e, in parecchi casi, mi spiego come mai avevo sempre titubato.
 L'ultima delusione riguarda "L'opera struggente di un formidabile genio" di Dave Eggers. 
 E' un libro che aveva tutte le carte in regola per piacermi: autore giovane e pop, scrittura ottima, storia potenzialmente interessante. E in effetti ha tutto questo, ma anche una montagna di difetti che riescono ad annullare gli enormi pregi.
 Partiamo dall'inizio.
 La quarta di copertina è ingannevole. Sembra che tu stia per leggere una sorta di road book, in cui due fratelli, alla tragica morte per malattia di entrambi i genitori, decidono di salire su una macchina e viaggiare per l'America, sfidando le convenzioni. Così, almeno io per le prime 150 pagine ero in attesa di un viaggio che non partiva mai e che, in effetti, non poteva partire non essendoci.
 Il viaggio dei due fratelli è infatti metaforico: i due levano le tende dalla tranquilla cittadina di provincia, dal villino da perfetta famiglia americana, e si trasferiscono sulla costa iniziando una serie di quelle che potenzialmente sono una serie di tragicomiche avventure e invece sembrano una sorta di rigurgito forsennato dello scrittore.
 Il materiale è incandescente. La storia è in gran parte autobiografica e quando si scrive un'autobiografia non basta avere la storia più triste, drammatica, figa, strana del mondo. Bisogna anche saperla raccontare. 
 Nel caso di Dave Eggers non gli basta neanche saperla raccontare, perché se c'è una cosa che ti fa arrivare alla fine di questo libro molto disordinato e confuso è solo una: la scrittura dell'autore.
  E' innegabile che Eggers sia un fenomeno. E' bravissimo, quello che nelle mani del 98% degli scrittori sarebbe un papocchio, nelle sue è quasi un romanzo di formazione accettabile.
 Il problema è quel quasi: Eggers sembra scrivere questa storia quando non ne ha ancora tratto nessuna morale e soprattutto quando ancora non ha raggiunto un qualche tipo di pacificazione. Se sei ancora troppo arrabbiato con le persone di cui parli, la scrittura sarà potente. ma la mancanza di distacco rischia di fregarti. Perciò non è un caso se le parti migliori del libro riguardano il rapporto con Toph, il fratellino di otto anni che è rimasto in affido a lui dopo la dissoluzione della loro famiglia.
 Mentre gli altri due fratelli maggiori, Beth e Bill, rimangono sullo sfondo (addirittura ci ho messo un po' a capire che Bill era un fratello) e non vengono mai descritti, (in un libro non autobiografico Bill sarebbe proprio stato depennato in fase di editing credo), il rapporto con Toph, ragazzino dalla pazienza prodigiosa è tenero e straordinario.
 Come può fare il genitore un ventiduenne in balia di ragazze, ormoni e il sogno di fondare una rivista per giovani anticonvenzionali? Così, finché il libro si tiene sui binari della vita familiare, risulta anche un buon libro, in alcuni casi ottimo. 
 Poi, ad un certo punto non si capisce più niente. Toph scompare dalla trame ed entriamo nel tunnel della vita lavorativa di Dave: come si fonda una rivista per giovani alternativi? Cosa vogliono dimostrare questi giovani alternativi? Così praticamente inizi a leggere un altro libro di cui, però, fondamentalmente te ne frega poco. Ma come?? Non stavamo leggendo di come Toph se la cavava a scuola? 
 Vabbeh, continui fiducioso, poi, almeno per me, è arrivata la mazzata nel momento dell'intervista.
 C'è un punto centrale infinitoooooooooooo lunghissimooooooooo in cui Dave decide di voler diventare uno dei personaggi di un reality: alcune telecamere seguono una serie di ragazzi e ragazze nella loro vita di tutti i giorni. Ovviamente devono essere persone interessanti e Dave si sottopone ad un'infinita intervista sui motivi per cui dovrebbero sceglierlo. 
 Ad un certo punto, tra il racconto di una tragedia familiare e un altro, fa una cosa che non avrebbe MAI dovuto fare: spezza il patto tra scrittore e lettore. Ossia fa dire all'intervistatrice: "E' un espediente, questo andamento in stile di intervista. Inventato di sana pianta. Una sorta di contenitore per tutta una serie di aneddoti che sarebbe stato inefficace combinare insieme in altro modo."
 Ok, Eggers voleva fare la genialata, sfondare la seconda, terza, quarta parete, metaletteratura, sperimentazione e tutto quello che ci pare, ma posso assicurarvi che, nel momento in cui mette queste parole in bocca all'intervistatrice, io mi sono sentita presa in giro. 
 Non si può iniziare un libro e poi farlo diventare altri cinque libri diversi, per il semplice fatto che il lettore non solo non capisce più che caspita stia leggendo ('sto libro poteva finire in qualsiasi momento in qualsiasi modo), ma perde anche il filo del coinvolgimento. 
Non so se chi lo ha letto ha avuto la mia stessa impressione, ma, ad un certo punto sembrava di leggere due libri completamente diversi e senza nessun nesso logico tra loro, una cosa magari fighissima a livello sperimentale, ma molto disturbante. Tra l'altro la deviazione di circa 150 pagine sulla vita della rivista per ggggiovani devasta il climax finale che, inspiegabilmente, torna sul punto iniziale: la morte dei genitori.
E non a caso Adam Levin, dà l'impressione
di essere un wannabe Dave Eggers
 Il risultato è un pastone non ben identificato, con personaggi che ogni tanto sbucano e ti chiedi; ma questo chi cazzarola è? Uno su tutti, tale John, di cui Eggers si prende cura nonostante le sue varie problematiche di alcol e tentati suicidi, ma sbuca random in modo insensato senza che il lettore capisca che caspita voglia comunicarci.
 Tempo fa, scrissi una recensione sulla raccolta "Rosa shocking" sulla verità e l'ipocrisia nella letteratura. Ossia, a cosa serve saper scrivere benissimo se poi si usa quel talento non per dire qualcosa, ma per farci capire quanto si è bravi?
 Non dico che il libro di Eggers sia solo tecnica, ma, secondo me, la tecnica è troppo preminente rispetto al contenuto: cosa volevi dirci Eggers sotto quell'enorme quantità di parole? Sotto quelle decinaia di righe di cui non ce ne fregava niente? Perché non ci hai detto più di Toph? Più della tua famiglia? Perché hai concluso in un modo tanto privo di senso?
 La sensazione è che si possa scrivere di un dolore solo quando lo si può e vuole affrontare e non quando ci si vuole girare intorno. I veri scrittori vanno dentro loro stessi anche in modo violento a scandagliare parti e ricordi che preferirebbero dimenticare, i veri scrittori consegnano il loro dolore al mondo. Eggers non lo fa, finge solo, come quelli che conosci da anni e non si sa perché, nonostante tu ci abbia parlato decine di volte, ti accorgi, di non sapere ancora un bel niente di loro.
  Sono simpatici, entusiasti, allegri, ma se non dicono niente, cosa ci parliamo a fare?

 Spero in molti commenti da parte di chi ha letto il libro. Sono curiosa di sapere che impressione vi ha dato. Testimoniate!
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