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sabato 25 luglio 2020

Quando scappi devi correre il più lontano possibile. "La ferrovia sotterranea" di Colson Whitehead, per metà sfolgorante e per metà "corri!".

 Quando ci si decide a leggere una di quelle storie ambientate negli Stati Uniti durante il periodo dello schiavismo, bisogna prepararsi psicologicamente.

 Un po’ come quando ci si avventura nelle storie ambientate durante il nazismo. Sai che stai andando a toccare gli abissi della malvagità e della bassezza umane e che la fiducia in una tendenza fondamentalmente buona e civile dell’umanità sta per subire l’ennesimo duro colpo.

 Eppure sono spesso storie di una bellezza incredibile, probabilmente per dar ragione ad un vecchio adagio di Orson Welles: “Sai che cosa diceva quel tale? In Italia sotto i Borgia, per trent'anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos'hanno prodotto? Gli orologi a cucù.”

 Premettendo che io preferirei gli orologi a cucù, “La ferrovia sotterranea” si aggiunge ai tanti bei libri southern, come l’intera bibliografia di Fannie Flagg (primo su tutti “Pomodori verdi fritti alla fermata di Whistel Shop”, immotivatamente tenuto spesso nella narrativa rosa), “Amatissima” di Tony Morrison, “Il cuore è un cacciatore solitaraio” di Curson McCullers o il bel “La vita segreta delle api”, solo per citarne alcuni.

 La protagonista de “La ferrovia sotterranea” è la giovane Cora. 
 Siamo nella prima metà dell’800 e vive in Georgia, uno degli stati più duri nei confronti delle persone di colore. C’è ancora lo schiavismo ovviamente, si intravede la forte contrapposizione che porterà alla guerra civile americana e gli schiavi non sono neanche considerati persone, ma semplici proprietà del latifondista di turno che decide tutto: se farli vivere o morire, con chi farli sposare, a chi vendere i loro figli.

 Le condizioni di vita variano molto da piantagione a piantagione, anche se sono generalmente pessime. I bianchi hanno il terrore di una qualche rivolta degli schiavi di colore, ormai, in alcuni stati del sud, maggioranza rispetto a loro.

 Eppure gli schiavi non si organizzano (anche perché non è difficile immaginare anche l'ora l'esito di un'eventuale rivolta da parte di un gruppo non armato e difficilmente coeso). Cercano in ogni modo di sopravvivere e di trarre delle piccole gioie da una vita fondamentalmente infernale e molto breve. 

 Ogni tanto qualcuno sogna di scappare negli stati del nord, dove le persone di colore sono trattate in modo non egualitario, ma più civile. Ogni tanto qualcuno ci prova, quasi nessuno ci riesce e chi viene catturato, assieme a chiunque lo abbia aiutato (bianco o di colore che sia) vengono puniti atrocemente.

 La madre di Cora è tra i pochissimi che siano mai riusciti a scappare e che, soprattutto, non siano mai stati riacciuffati da nessun cacciatore di taglie. Forse, qualcuno ipotizza, è arrivata fino in Canada che curiosamente è uno stato che gli statunitensi sembrano sempre disprezzare vagamente eppure, risulta, si comporta spesso ben più civilmente di loro.

 Un giorno un ragazzo della piantagione propone a Cora di fuggire e lei accetta. Inizia da lì un’avventura che all’inizio è sfolgorante poi, per ragioni che sarebbe interessante sapere da Colson Whitehead, ad un certo punto sembra arenarsi.

 Cora infatti scappa attraverso una mitologica ferrovia sotterranea. Una ferrovia segreta completamente interrata dove passano ogni tot treni pronti a portare gli schiavi fuggiaschi verso gli stati del nord.

 Sembra che esistesse effettivamente un sistema di itinerari segreti per favorire la fuga degli schiavi grazie a persone di buona volontà, sia di colore che bianche, ma i documenti al riguardo sono ovviamente pochissimi. Come si legge anche nel libro di Whitehead, chiunque venisse anche solo sospettato di aiutare i fuggitivi rischiava dalla tortura alla morte passando alla distruzione di tutti i propri beni.

 Se la prima parte del libro è davvero sfolgorante, dopo si arena leggermente, soprattutto perché non è chiarissimo come mai Cora commetta nella seconda parte lo stesso identico errore della prima: invece di capire che una fuga è una fuga che rischia di non finire mai e proprio per questo è sempre meglio andare il più lontano possibile, si ferma a oltranza nei luoghi in cui finalmente sente un anelito di libertà, salvo poi essere brutalmente riportata alla realtà.

 Ci può anche stare eh, che, nati e vissuti in condizione di schiavitù il passaggio all’idea che la vita possa essere davvero libera e non una sorta di versione migliore del passato, sia qualcosa difficile da elaborare, ma Cora non sembra mai riflettere davvero su questo suo personale stato di sudditanza psicologica.

 Sembra avere una sorta di risveglio durante la prima parte, quando realizza che in Carolina del sud sì, le persone di colore vengono trattate meglio, ma per essere sottomesse in altri modi, più sottili, ma poi non sembra far tesoro di questa sua condizione.

 Intendiamoci è un gran libro, ma ha pur sempre vinto il Pulitzer quindi credo fosse lecito aspettarsi una tensione narrativa e un finale all’altezza.

 Invece sembra quasi che Whitehead abbia deciso di voler insistere sulla sola brutalità dell’oppressione, che va anche bene, ma stona un po’ nel ritmo narrativo della storia che, proprio come il titolo, sembra un treno lanciato nel buio della notte, ansioso di vedere se non la luce accecante in fondo al tunnel, almeno la fine del tunnel.

 Invece sembra arenarsi su un binario morto e non per sfortuna, ma per lo stesso identico errore che la protagonista compie, sensatamente la prima volta, insensatamente la seconda.

 Bisogna sempre scappare il più lontano, il più lontano possibile e non fermarsi mai a guardare indietro, altrimenti si rischia di rimanere statue di sale, come la storia biblica.

Ed è quello che succede al finale di questo libro. Invece di spingere sull'acceleratore e arrivare alla fine, bella o brutta che fosse, ha preferito rimanere immobile.

In ogni caso, un bel libro, assolutamente da leggere e sono molto curiosa di leggere "I ragazzi della Nickel".

domenica 8 settembre 2019

Le mie letture estive parte I! "Martin Bauman" di Leavitt, l'orrido "Europa Blues", l'ironico Markaris e la gradevole Sue Monk Kidd

Ci sono mesi che sembrano durare 5 volte più degli altri. Sono eterni.

 Il gennaio di quest'anno è stato uno di questi, ma anche agosto non ha scherzato. 
 Le tre settimane di vacanze sono riuscite nella rara impresa di volare eppure di sembrare al contempo infinite, stipate.
Più appassionante di qualsiasi romanzo: le avvincenti nature
del governo italiano
  Probabilmente il fatto di aver iniziato agosto con un governo e averlo finito un mese dopo con un altro in una successione di eventi sempre più improbabili, ha dato al tutto quella strana sensazione di "come andrà a finire, se finirà e quando finirà?".

 E' ovvio che di fronte a una realtà che sfida le leggi del fantastico, il rilassamento rischia di andare a farsi benedire, ma in qualche curioso modo per il momento sembriamo essere sopravvissuti su tutti i fronti. Speriamo non sia un fuoco di paglia.

 Ma come sono andate le mie letture estive? 
 Abbastanza bene! Finalmente, nella pace, ho potuto leggere quanto volevo, non mi è parso vero e già rimpiango quei bei pomeriggi di assoluto nulla sotto l'ombrellone, col libro, l'oceano e la pina colada (quest'anno, crepasse lo stereotipo, l'ho fatto sul serio!).

  Dovrei riuscire a recensirli tuuuuutti in circa tre post (giuro, ci metterò meno di un mese anche perché devo iniziare i miei post halloween/autunno), ecco a voi la prima infornata!


MARTIN BAUMAN di David Leavitt ed. Mondadori:

Non avevo mai sentito parlare di questo libro di Leavitt e sono rimasta molto stupita quando mi è apparso sugli scaffali della biblioteca. Era ben pasciuto e sembrava molto adatto come lettura estiva e, in un modo o nell'altro, non mi ha deluso.

 E' sicuramente un libro particolare e non pienamente riuscito. 
 Non perché non sia scritto benissimo, anzi, si fa leggere e cattura, ma se avete letto anche altri di Leavitt vi accorgerete di una cosa fondamentale: il libro è un po' confuso e lo è perché racconta un periodo della sua vita in cui, assai probabilmente, doveva esserlo anche lui.

 Diceva Calvino ne "Il visconte dimezzato": alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.

 E' un po' quello che succede a Martin Bauman, palese alter ego di Leavitt, che racconta i suoi primi passi nel mondo letterario (similissimo per certi versi a quello italiano, nella parte editoriale, diversissimo nella parte autoriale).

 Martin inizia seguendo le lezioni di un famosissimo editor e, in teoria, Leavitt vorrebbe convincerci che il rapporto tra di loro sia il vero fulcro del libro, invece Stanley Flint non è mai un personaggio realmente tratteggiato, appare piuttosto come una sorta di archetipo editoriale: l'inaccessibile e antico e venerabile mondo dell'editoria vs giovane di belle speranze che spera di avere talento e ce la mette davvero tutta yeah.

 Quello che sembra interessare davvero Leavitt (ma che curiosamente sembra quasi non saperselo confessare nonostante ci stia scrivendo un libro sopra) è la devastante fine di un'amicizia della quale sembra non essersene mai fatta una ragione.

 Un po' lo capisco, ci sono alcuni rapporti che appaiono eterni e finiscono per avvoltolarsi nelle pieghe della giovinezza.

 Tu sei lì che cerchi di capire come essere felice e scopri che per esserlo devi perdere alcune tra le persone che ami di più, è una lezione abbastanza difficile da digerire.

 Così Leavitt tira fuori due "teste di morto" abbastanza ricorrenti nei suoi primi racconti: la prima grande storia d'amore che fondamentalmente era la prima grande palla al piede, e la prima grande amicizia che si rivela un tradimento di aspettative, di coraggio, di opinioni.

 Il libro dà il suo meglio nella parte centrale, quando Martin Bauman si trova a lavorare in una casa editrice tra episodi tragicomici, mentre sembra diventare un altro libro, completamente diverso e avulso dal resto della trama nella terza parte, quando cerca di spiegarsi una cosa che ancora palesemente non si è spiegato da solo: come fanno a mancarmi due persone che erano così incredibilmente sbagliate per me?

 Lo consiglio se amate lo scrittore o volete diventare scrittori, altrimenti rischia di annoiare.


DIFESA A ZONA di Petros Markaris:

Avevo abbandonato Markaris un paio di anni fa dopo aver letto tre libri di seguito, tutti un po' troppo simili tra loro.
 Quest'anno la biblioteca mi ha indotto a dargli una seconda possibilità fornendomi su un piatto d'argento "Difesa a zona" che appariva in una piccola gustosa edizione molto da viaggio (perché non fanno più libri così??).

 Il giallo, uno dei primi della serie, prende le mosse da una vacanza che il commissario Charitos sta facendo sulla moglie sull'isola di Santorini. 
 Un terremoto improvviso causa crolli e smottamenti e fa riemergere un cadavere ritrovato da alcuni giovani dottorandi europei che agli occhi del commissario sono tipo degli Hippie della peggior specie.

 Il cadavere si scoprirà collegato ad un altro omicidio ad Atene, pochi giorni dopo. Com'è possibile? Cos'hanno a che spartire un arbitro di serie C e un imprenditore di successo ateniese?

 L'indagine è abbastanza complessa, ben suddivisa tra intrecci familiari e corruzione (uno dei grandi crucci di Markaris) e ha un'altissima dose di ironia che rende Charitos formidabilmente simpatico (perla uber alles il fidanzato della figlia laureato in agraria che il commissario continua a chiamare "Il fruttivendolo laureato").
 Se volete affontare un Markaris è quello da cui iniziare!


LA VITA SEGRETA DELLE API di Sue Monk Kidd ed. Mondadori:

 Non so perché, ma questa estate mi era presa una voglia pazza di leggere un libro in stile "Pomodori verdi fritti".

 Ho chiesto aiuto su fb e, tra gli altri titoli, mi era stato proposto questo che oscuramente ricordavo per via di un film con Dakota Fanning e Queen Latifah.

 In effetti l'ambientazione è proprio da "Pomodori verdi fritti": sud degli Stati Uniti, a noi parrebbe fine ottocento, ma in realtà siamo negli anni '50.
 Una ragazzina, Lily, orfana di madre, vive con un padre violento e menefreghista e viene sostanzialmente cresciuta da Rosaleen, una bracciante di colore che il padre ha messo in casa quale governante dopo la morte della moglie.

 Un giorno, a seguito di una rissa durante la quale Rosaleen viene picchiata da alcuni tizi ancor più razzisti dei razzisti, le due decidono di scappare e fuggono nell'unico posto che viene in mente a Lily: un paese a qualche ora di distanza, il cui nome è segnato dietro la curiosa icona di una Madonna nera, uno dei rari ricordi della genitrice defunta.

 In questo caso il cuore immacolato di Maria funziona e invece di finire sotto un ponte le due trovano ricetto presso la grande casa di alcune sorelle apicoltrici che, oltre ad avere i nomi dei mesi primavera-estate, tengono anche un curioso circolo religioso che mescola cristianesimo e sincretismo animista/matriarcale.

 Il libro è grazioso, mai ai livelli di "Pomodori verdi fritti", ma ha una sua poesia e una certa visionarietà in alcuni punti: gli incontri religiosi, il nascere dell'attrazione fisica di Lily verso un suo coetaneo di colore, la drammatica follia di una delle sorelle.
 Devo dire che mi è piaciuto, molto insolito rispetto alle immagini sempre identiche restituite dai libri statunitensi.
 Adesso sono curiosa di vedere il film.

EUROPA BLUES di Arne Dahl ed. Marsilio:

Ogni anno provo a dare una possibilità a un nuovo autore di gialli, meglio se scandinavo. L'anno scorso ho toppato alla grande con Asa Larsson, quest'anno l'ho fatto con Arne Dahl.
 Un libro incomprensibilmente orrendo da leggere, dall'inizio fino a ben oltre la metà inoltrata quando ho deciso di abbandonarlo.

 Una sorta di task force svedese i cui personaggi non sono mai tratteggiati come Cristo comanda (suppongo lo siano stati nei libri precedenti, ma di solito si ha il buon gusto di dire due parole anche ai poveracci che prendono la serie da un numero a caso) sono alle prese con una specie di gruppo di vendicatori (forse vendicatrici) che usano tecniche di tortura degne di un film horror di serie Z.

 Non so se per colpa dell'autore o del traduttore buona parte del libro risulta incomprensibile a causa di alcune fissazioni, come la parola "ghiottone" stante a indicare una specie di marmotta vorace che all'inizio divora il corpo di una vittima (che va bene, ma lo ripetono tipo 200 volte) o modi di dire come "femministe ninja" che non riesco bene a capire che caspita dovrebbero essere (sembrano delle terf con strane manie di vendetta, ma nel libro viene usata come espressione colloquiale accreditata che dovremmo capire).

 In più, a peggiorare il tutto, c'è uno di questi poliziotti che sta facendo una lunga vacanza in Italia coi soldi di uno zio defunto e che fa tutto quello che ti aspetti faccia uno straniero in Italia: affittare una villa nel Chianti, bere vino sotto il portico, coltivare erbe odorose in giardino e, già che c'è, collaborare coi carabinieri locali (che a quanto pare si offendono se non dividi della grappa con loro in ufficio) in indagini non ben definite su vendicatrici mascherate, tratta delle bianche e prostituzione nei centri di raccolta migranti.

 Un libro assolutamente illeggibile che non ha tensione MAI e appare solo grottescamente ridicolo.
Statene alla larga.

martedì 31 maggio 2016

I ragazzi hanno bisogno di esempi, non di Exempla. La differenza sottile tra un libro che procede per temi didascalici e una storia in cui precipitare follemente. Entrambi possono piacere, ma solo uno lascia qualcosa.

 Molti dei libri che danno da leggere a scuola (in realtà molti dei libri che escono, ma in questo caso specifico è ancora più lampante), con tutte le buone intenzioni, sono secondo me troppo didascalici. 


A girl daydreaming during class, Florida,
 March 1947. Photo by Allan Grant.
 Sono, quelli che si potrebbero definire "Romanzi a tema".
 Io scrittore scrivo un libro e presento un dramma, una problematica, una ferita del nostro tempo, a uso delle nuove generazioni e degli studenti. L'idea da un certo punto di vista è encomiabile, il risultato secondo me rischia però di non essere quello sperato.
 Prendo come esempio un successo dell'anno scorso molto dato come lettura scolastica: "Non dirmi che hai paura" di Giuseppe Catozzella. 
 La storia racconta la breve vita di Samia, atleta somala giunta ultima alle olimpiadi di Pechino e morta in mare mentre cercava di raggiungere le coste italiane col sogno di tornare in Inghilterra per prepararsi adeguatamente a Londra 2012.
 La vita di Samia così breve e così particolare si prestava indubbiamente ad essere raccontata in un libro e il risultato non è male, tuttavia a me, personalmente, non è piaciuto.
 La spiegazione di questo paradosso è molto semplice: la storia della giovane, sfortunata, Samia è potente, il modo in cui è stata raccontata no.
  Questa faccenda della potenza è il tallone d'Achille dei romanzi a tema che hanno sempre un po' il retrogusto posticcio dei romanzi commissione: la sua storia non è solo la sua storia, ma un modo per mostrare la tragedia dei migranti.
 Il risultato può anche essere toccante in un primo momento, ma i sentimenti sembrano tagliati con l'accetta: tutti sono buonissimi o cattivissimi, mancano i chiaroscuri e l'immedesimazione è una faccenda tanto facile quanto labile. Tutti noi parteggiamo per istinto con una ragazza che cerca la libertà, ma se la scrittura non ci colpisce in modo da farci desiderare per primi la libertà che lei va cercando, tempo pochi giorni e ce ne siamo dimenticati.
Dobbiamo sentire il dolore per ricordare il dolore.

 Ovviamente Catozzella e gli scrittori che si sforzano di trattare temi contemporanei hanno colpa fino a un certo punto: c'è bisogno di questo genere di storie ora e non si può aspettare che venga fuori (e verrà) il best seller che spazzerà via le nostre remore e certezze.
 Fanno, diciamo, il loro onesto lavoro.
 Ho parlato del suo libro, ma ce ne sono altri e tutti hanno lo stesso problema: si procede così tanto per temi e una sorta di didascalismo bencelato o malcelato che non sembrano romanzi, ma fiabe per adolescenti.
 L'eroe che sbaglia, capisce l'errore, si redime, comprende che non bisogna discriminare, che la mafia fa schifo, che il camorrista bello però è anche cattivo e punto.
   Si propongono perciò a ragazzi sulla via della maturità, schemi che generalmente riserviamo agli infanti (anzi, le fiabe di un tempo avevano più profondità psicologica).
 Si parte dal presupposto, non si sa perché, che i ragazzini si trovino immersi in pensieri che sono o buoni buoni o cattivi cattivi, le sfumature del dubbio, dell'eventuale fascino del male (che a mio parere sia accentua quando vedi che nei libri i veri buoni non hanno mai un dubbio) non è presa in considerazione.
 In realtà un quindicenne i suoi dubbi amletici ce l'ha, le sue convinzioni, solitamente assai radicali, inizia ad esprimerle (con tutto il tempo di cambiarle 700 volte, ma intanto ce l'ha) e non riguardano spesso teneri fiori che crescono nei campi o aneddoti degni dei fioretti di San Francesco.

 Per dirla in una frase sola: gli adolescenti hanno bisogno di esempi scritti bene, non di Exempla.
 Il santino ha la durata di un libro, una storia che colpisce attecchisce per anni.

 Per far comprendere questo mio lungo discorso, consiglio caldamente la lettura (soprattutto a eventuali insegnanti di medie e superiori) de "La vita secondo Banana" di PP Wong, Baldini e Castoldi.
 Chi è costei?
PP Wong
PP Wong, incredibilmente la prima scrittrice sino-inglese a pubblicare un libro, possiede quel ritmo scorrevole e luminoso che hanno gli orientali, minimalisti senza quel bisogno ricercato di esserlo a tutti costi. La semplicità nella scrittura viene loro naturale e i libri scorrono velocissimi, pur trattando, come in questo caso, temi abbastanza complessi.
 La storia infatti è quella della piccola Xing Li, ragazzina di origine cinese nata e cresciuta a Londra, che durante la festa di compleanno dei suoi 12 anni perde in modo assurdo sua madre (esplode un forno in un ristorante cinese), dopo essere rimasta già orfana di padre alla nascita. 
 Lei e il suo intelligentissimo fratello maggiore adolescente, Lai Ker, vengono dati in affido alla ricchissima nonna, una cinese originaria di Singapore molto severa.
 Come ci si aspetta dagli orientali è una sorta di nonna tigre che iscrive immediatamente i nipoti a costosissime scuole private e pretende eccellenza, soprattutto in campo scientifico: i poeti in famiglia non sono ammessi, le uniche professioni degne di questo nome sono il medico, l'avvocato o il broker.
 Lai Ker, genietto che mette il suo talento a disposizione di progetti sempre più inquietanti di supremazia cinese in Inghilterra, viene lasciato in pace dall'anziana, ma così non è per la povera Xing Li che non solo non brilla a scuola, ma diventa il bersaglio dell'odio di una sorta di reginetta crudele dell'istituto.
 Il libro riesce a mescolare una quantità di temi impressionante: la disabilità mentale di un membro della famiglia e le conseguenze sugli altri (lo zio materno della bimba soffre, si intuisce, di una qualche forma o di esaurimento o schizofrenia e Xing Li che si trova improvvisamente a vivere anche con lui, vive la convivenza con difficoltà), la solitudine di chi rimane senza famiglia e quella dei migranti, strappati spesso senza reale convinzione dai loro luoghi d'origine, il bullismo scolastico e soprattutto il razzismo.

 E' curioso che abbia letto da poco "Americanah" della Adichie, un libro indubbiamente più sontuoso e pregnante di questo che, eppure, come avevo scritto, non riusciva secondo me a centrare esattamente il tema della discriminazione come conseguenza dell'appartenenza a una minoranza.
  PP Wong ci riesce perché capisce una cosa fondamentale: la discriminazione non cessa di esistere perché tutti noi abbiamo qualcuno che riteniamo inferiore a noi.
 E' il punto focale che manca in "Americanah": l'idea che comunque non ci sia una fratellanza di minoranze perché in fondo tutti pensiamo di essere migliori di qualcun altro (che discriminiamo a nostra volta).
 PP Wong riesce invece a raccontare questo nodo fondamentale grazie alla storia di una ragazzina improvvisamente catapultata da un contesto sociale molto protetto, in cui sua madre le aveva fatto da scudo costruendole un mondo in cui origini orientali e nascita occidentale riuscivano a convivere in armonia, ad un contesto improvvisamente nemico, in cui lei è la diversa, la muso giallo, la poveraccia.
 Come fa? Costruendo un reticolo di discriminazione che non va a senso unico, ma procede, per ironia lessicale, per scatole cinesi.

 Xing Li è discriminata dai suoi nuovi compagni ricchi, spocchiosi e insopportabili perché è cinese (è anche ricca, ma nel loro immaginario non esistono cinesi ricchi, quindi percepiscono la sua presenza in una scuola d'élite come una sorta di affronto di classe, altro lato interessante).
 Il suo unico amico è Jay un ragazzo per metà cinese e per metà giamaicano.
 Forse non tutti sanno che in oriente non hanno molta simpatia per le persone di colore, così Jay, le rivela che sia i nonni materni (cinesi) che quelli paterni (giamaicani) hanno rinnegato i rispettivi figli a causa della loro unione, fonte di reciproco fastidio verso una diversità culturale ed etnica per loro inaccettabile.
 Xing Li è sconcertata: com'è possibile che dei nonni non vedano il nipote?
  In realtà anche lei scopre di avere una storia simile nel passato: nessuno gliel'ha mai detto prima, ma suo padre era giapponese e dopo la seconda guerra mondiale se c'erano due popoli che proprio non potevano vedersi erano giapponesi (rei di aver commesso una quantità di atrocità durante la guerra sino-giapponese) e cinesi.

 E non è finita, perché ci sono i cinesi original e quelli nati altrove, e il tetto di cristallo oltre il quale molte persone di origine non britannica non riescono ad andare solo a causa del loro aspetto (la zia di Xing Li è un'attrice che viene chiamata solo per ruoli di prostituta o migrante) e il bullismo e la frustrazione che nasce nelle nuove generazioni.
 E' un libro che sembra semplice e contiene una quantità di spunti di riflessione che potrebbero bastare per dieci.
  Xing Li non è una santa, anzi, detesta sua nonna e vorrebbe che suo zio Ho venisse rinchiuso da qualche parte, però ha una caratteristica indiscutibilmente positiva per essere il personaggio di un libro: sembra una persona vera.
 PP Wong avrebbe potuto raccontare l'appassionante storia della prima attrice cinese della storia oppure l'edificante fiaba di una perfetta ragazzina cinese in grado di vincere il bullismo scolastico con coraggio e trionfo. Non lo fa. Non racconta balle, non regala illusioni e neanche santini.
 Scrive di persone che sembrano vere, sbagliano, vincono, perdono e non sono eccezionali.
Sono come noi ed è questa la chiave per risolvere il 90% dei problemi nel mondo: solo quando riconosci l'altro come uguale a te stesso, allora smetti di avere pregiudizi, paura, odio.

E voi cosa ne pensate? Esistono libri a tema? E' una mia impressione? In realtà Catozzella è lo scrittore definitivo e non me ne sono accorta? Testimoniate!

martedì 17 maggio 2016

Il senso della discriminazione per Chimananda Ngozi Adichie in "Americanah". Perché le minoranze non si sentono tutte sulla stessa barca? Una riflessione sul razzismo, l'orgoglio, un malinteso senso di superiorità e il nostro unico comune tiranno.

Avevo sentito parlare lungamente e molto bene di Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana trapiantata in america e poi di nuovo in Nigeria.
 Non ho mai letto molta narrativa africana original e la considero una grossa lacuna, perciò per una volta che me ne sono ricordata (visto che ho una wishlist, ma come tutte le persone disorganizzate, è appuntata solo nella mia testa e facile all'oblio), ho preso in biblioteca "Americanah", un sontuoso (sontuoso è la parola che più mi pare si avvicini alla scrittura della Adichie) libro su uno di quegli amori che non finisco, fanno dei giri immensi e poi ritornano.

  Per la serie, Venditti non lo sa, ma potrebbe avere un mercato anche in Africa.
 L'autrice offre un interessante scorcio (spacciato per motivi misteriosi nella quarta di copertina come una sorta di saga familiare) di una giovinezza molto speciale, quella di Ifemelu brillante studentessa nigeriana, innamorata e fidanzata sin da giovane con un suo coetaneo altrettanto brillante e di buona famiglia che vive molto felicemente la sua adolescenza in quel di Lagos, Nigeria.
 Probabilmente anche per il ceto sociale abbastanza elevato dei personaggi e sicuramente per una scelta stilistica, l'elemento folklore rimane sullo sfondo risultando una storia estremamente familiare nonostante la mania nigeriana dell'infilare cocco in ogni piatto, dolce o salato che sia (ecco un libro che non mi ha fatto venire voglia di assaggiare la cucina locale).

 I giovani nigeriani benestanti non hanno una vita molto diversa dai loro coetanei europei, o meglio ce l'hanno, ma le aspirazioni, le dinamiche sociali, le amicizie e gli amori, sembrano, almeno sulla carta, molto più simili, di quelle di altre società esotiche, Giappone o Cina per dire.
L'autrice
 La trama prende le mosse quasi dal termine della storia andando a ritroso con un lungo flashback: Ifemelu è ormai una donna over 30 che vive facendo la blogger (quindi, speranza, qualcuno ce la fa) negli Stati Uniti.
   La sua grande intuizione che poi è il vero filo conduttore dell'intero libro, molto più dell'esile storia d'amore, è l'aver creato uno spazio virtuale dove discutere del razzismo in America (facendo anche confronti dell'Europa).

 Non tanto il razzismo evidente che vede la polizia statunitense saltare come un picchio alla vista di un giovane di colore perché potenzialmente sospetto il decuplo di un suo coetaneo bianco, ma, quello di una supposta supremazia culturale e sociale bianca, ben più strisciante. 
 Quella, che, per dire,  costringe le donne afroamericane a stirare con dannosi prodotti chimici i loro splendidi capelli (perché nessuno ti assumerà se sei troppo afro), che ti rende, nella percezione comune automaticamente più selvaggia, erotica e in un certo qual senso disponibile.
 Altro fattore di enorme interesse è la diversa percezione degli autoctoni americani verso gli afroamericani e gli africani original (diversa percezione che hanno in realtà tra loro anche i due gruppi, spesso diffidenti tra loro).

  Gli afroamericani sono nati e cresciuti in un contesto di discriminazione che li ha resi automaticamente guardinghi e vittime di un sistema, mentre verso chi giunge da esterno, da un luogo, soprattutto, dove questa discriminazione non esiste (ma mi ha stupito scoprire che i nordafricani discriminano gli africani subsahariani per via della loro carnagione scura) l'atteggiamento è diverso, come se essi godessero di uno speciale status, assai più eguale.

 Come se il rapporto di potere fosse bilanciato automaticamente in modo diverso.
Oltre le storie d'amore che la protagonista, (immagino ispirata in modo non velatamente autobiografico alla scrittrice), ha, oltre il filone familiare che riguarda in realtà una zia nigeriana trasferitasi col figlio piccolissimo negli Usa, oltre il mondo snob e intellettuale delle università americane, il vero nodo di questo libro non è né l'amore né la famiglia, ma il razzismo nell'America contemporanea visto da un outsider.

 Anche per questo, quello che in verità mi ha colpito di più è come l'autrice non abbia la minima percezione del fatto che il razzismo sia solo una delle svariate forme (ovviamente con peculiarità, ragioni e conseguenze proprie) di un problema che riguarda tutte le minoranze: il rigetto che ha la maggioranza verso ciò che considera diverso e perciò destabilizzante verso l'ordine.
 La Adichie considera, da una parte ovviamente a ragione, ma da un'altra completamente a torto, il percorso del razzismo americano verso gli afroamericani una discriminazione che nulla ha a che spartite con le altre (ogni tanto cita i latinos random).
La cosa mi ha estremamente colpito, soprattutto perché nella parte finale propone al lettore una sorta di questionario in cui fa varie domande, tra cui:

 "Se fate parte di un circolo prestigioso, vi chiedete mai se la vostra razza può rendervi difficile l'ammissione?
Temete che i vostri figli non abbiano libri e materiale didattico che rappresentino persone della vostra razza?
 Se accendete la tv su un canale generalista o aprite la prima pagina di un giornale generalista, vi aspettate di trovare soprattutto persone di un'altra razza?
 Se avete risultati positivi in una certa situazione, vi aspettate di essere additati come esempio per la vostra raazza? O di essere definiti "diversi" rispetto alla maggioranza delle persone come voi?
 Se avete bisogno di un aiuto legale o medico, temete che la vostra razza risulti un fattore negativo?"

La cosa migliore del libro sono i finti post del blog
di Ifemelu: "Razzabuglio" che parlano di una serie
di questioni legate al razzismo in America, almeno
a me, ignote. Un post interessantissimo è su Obama
(nella parte finale si parla molto della sua candidatura):
 "Obama può vincere solo se rimane il Negro Magico".
Cos'è il negro magico? Se leggete il libro, scoprirete
che è esattamente l'immagine che Hollywood passa
degli afroamericani nei film.
 Le mie risposte ovviamente erano no. Non sono mai stata discriminata per il colore della pelle. ma potevano essere sì se a "pelle" si sostituiva "orientamento sessuale". 
 Mi sono domandata perciò, da minoranza a minoranza, se questa riflessione fosse effettivamente presente nell'ambito di chi è discriminato per motivi razziali. Me lo sono domandata anche in nome di quella cosa che sbalordisce spesso molti: come può una persona di colore in America essere contro i matrimoni gay?
 Come può chi è vittima di discriminazione essere contro altre vittime (peraltro perseguitate dallo stesso sistema di potere)?
 La mia risposta, leggendo il libro dell'Adichie, ottimo dal punto di vista della scrittura, è che questa riflessione manchi totalmente, manca, effetti, la sensazione di essere prosaicamente tutti sulla stessa barca e di avere un unico nemico, quello che Tim Robbins aveva ben inquadrato, "La tirannia della mente ottusa".

  C'è chi è appartiene a una minoranza meno visibile (gli omosessuali appunto) e quindi ha cercato di percorrere la storia nel modo più segreto possibile, e chi, per ragioni evidenti, come gli afroamericani, sono state un bersaglio visibile e ben più aggredibile.
 La matrice però, è sempre la stessa: il desiderio perverso di individuare una parte più debole, il capro espiatorio di una società, quello che si carica, per il sollievo della maggioranza, del male contenuto nel mondo. E' la via più sciocca e potente per non occuparsi mai davvero dei lividi del mondo, quelli veri.

 Ho trovato, in questo libro splendido eh, degno di essere letto perché scritto in modo superbo, coinvolgente e profondamente interessante, questa mancanza di riflessione una lacuna davvero imperdonabile.
 Come può un personaggio che scrive per anni un blog sulla discriminazione, che si sforza di conoscere un altro mondo, che si confronta e riflette, non parlare chiaramente del punto focale della questione?
 In verità, una mezza idea sul perché questo accada, ce l'ho e secondo me è molto chiara nella parte più riuscita del libro, quella in cui Ifemelu, tramite il suo fidanzato Blaine, affascinante appartenente alla cerchia universitaria più uptown del mondo, entra in contatto con l'intellighenzia americana, quella casta di eletti che si frequentano solo tra loro, si capiscono solo tra loro e si considerano, soprattutto, tremila metri sopra tutti gli altri.

 Gente che: il mio analista, il mio agente letterario, il premio Nobel per cui faccio l'assistente, il regista per cui sto girando, il film che sto producendo.

 In questa crema, Ifemelu fa la sua figura, ma ha anche una fiera antagonista: Shan, la bellissima e straordinaria sorella di Blaine, così descritta:

 "Quando Shan entrava in una stanza, tutta l'aria scompariva. Non respirava profondamente; non ne aveva bisogno. L'aria fluttuava semplicemente verso di lei, attratta dalla sua autorità naturale, finché non ce n'era più per gli altri. [...]
 Aveva l'aria di una persona che era stata in qualche modo prescelta. Qualche divinità le aveva poggiato sopra la sua bacchetta magica; se lei faceva cose ordinarie, diventavano straordinarie."

 Si capisce, tra le righe, che Ifemelu non la sopporta non tanto perché Shan è una creatura catalizzatrice volontaria (e involontaria) di attenzioni ed eventi eccezionali, quanto perché non le ruba la scena. Non è più lei la persona eccezionale della situazione.
Ifemelu entra a far parte dell'esclusiva élite
 universitaria di Princeton
 Il fastidio che Shan le provoca è interessante perché lasciato in sottotraccia, quella tipica sottotraccia che vorremmo tutti non si notasse quando siamo invidiosi a morte di qualcuno ma cerchiamo disperatamente di fingerci superiori.
 Oh, io della Adichie non so molto, ma a me sembrano pennellate troppo precise per non vederci un fondo di autobiografia, perciò credo che il vero motivo della mancanza della suddetta riflessione sia il rifiuto di mostrarsi deboli.
 Tutto in questo libro grida fierezza: la scrittura, l'orgoglio e un'autostima piuttosto imponente della protagonista, lo spirito critico mai domato (e mai soggetto a dubbi) che accompagna il progredire della sua esistenza.
 Per paradosso temo che la Adichie sia caduta nello stesso peccato di cui incolpa gli altri: non ha voluto mettere in comune il proprio stato di minorità assieme a quello degli altri perché non si sente come loro. Si sente meglio di loro.

 Detto ciò, questo libro stramerita di essere letto, perché è scritto benissimo e solo un libro davvero bello può dare adito a tutte queste riflessioni.
Questo è il mio pensiero dopo averlo lasciato decantare un po', se lo avete letto, fatemi sapere se ho visto i draghi o pensate ci sia un fondo di verità!

venerdì 13 marzo 2015

Di cosa parliamo quando parliamo di narrativa rosa. Perché un'autrice donna che scrive d'amore e di cibo è per forza rosa rosa e un autore uomo scrive d'amore e di sicuro ironico? La vittima più illustre di codesto pregiudizio: Fannie Flagg.

Che esista la sezione di narrativa rosa questo lo sappiamo tutti. 

Che in questa sezione vengano stipati libri che potrebbero stare solo lì anche perché nella stragrandissima maggioranza dei casi sono stati scritti non su ispirazione, ma su commissione, per rispondere alle esigenze di un vasto pubblico pagante che adora il genere sappiamo pure questo.
 Non farò la Catone il censore della situazione perché lo trovo stupido: se l'editoria è anche un'industria e si riconosce un bacino di utenza altocomprante, perché non dar loro quello che vogliono? Perciò io non sono così ipocrita da dire che certe cose non dovrebbero essere stampate.
 Se le sciure e le ragazzine (e qualche uomo) amano il genere è giusto che abbiano quanto richiede, del resto se la vediamo da una certa ottica pure le storie di Lancillottp-Ginevra e re Artù possono essere viste come una telenovela ante litteram (peraltro, a prestissimo un posto sull'argomento).
 Ciò che non sopporto è che avvengano due cose:
1) Gli scrittori maschi che pure si applicano al genere, in ragione del loro sesso di appartenenza non vengano infilati nel settore ma nella narrativa "seria".
2) Che al contrario scrittrici donne serie vengano infilate nella narrativa rosa solo in quanto donne.
 Il secondo caso diventa ancora più spinoso nel momento in cui tali autrici donne si azzardano a parlare di cose ritenute prettamente femminili come l'ammmmore, la passione e la cucina.
Dalle sue foto su internet, Fannie Flagg sembra essere esattamente
come immagini dai suoi libri: molto allegra, molto ironica e
molto folle.
 Ho visto colleghi infilare Catherine Dunne nella sezione rosa e Moccia vicino a Moravia, ma, se è vero che noi non possiamo conoscere tutte le trame e quindi capita di errare, non comprendo come possano prendere cantonate i giornalisti che recensiscono i libri.
 Questo post è infatti nato dopo che questa mattina ho letto un articolo lancio per un libro, bellissimo, dato in allegato con il Corriere della sera: "Pomodori verdi fritti alla fermata di Whistle" di Fannie Flagg, al secolo Patricia Neal.
 Molte e soprattutto molti purtroppo non conosceranno questa deliziosa autrice del sud degli Stati Uniti dal cui libro più famoso fu tratto anni fa un grazioso film che tradiva però molto il senso (non però le atmosfere, ben rese) del libro.
 Mi ricordo che "Pomodori verdi fritti alla fermata del treno" era uno dei film di un pacchetto acquistato da la7 e credo prima ancora Tmc che di tanto in tanto lo riproponeva con gran gioia di mia madre che, essendo una donna con un gusto un po' particolare, amava il pezzo del braccio mancante del figlio di Ruth, trovandolo particolarmente poetico.
 La storia, per chi non la conoscesse, ma vi caldeggio ampiamente la lettura, parla dell'amicizia e poi dell'amore (nel film solo accennato, ma nel libro perfettamente esplicito) tra due donne, Ruth e Idgie. Ruth è dolce e buona, all'inizio ha una cotta per il fratello maggiore di Idgie, che è una ragazzina letteralmente scatenata, ma questi muore sotto le rotaie di un treno. Dopo la disgrazia si sposa con un tizio che sembra tanto a modo e invece si rivela dedito alla violenza domestica, passano gli anni Idgie cresce e scopre l'inferno in cui vive l'amica.. 

Nel frattempo, poiché siamo negli anni '20-'30 nel sud degli Stati Uniti, la tensione razziale è altissima, i neri vengono trattati come bestie, i razzisti (anche sotto le vesti del Ku Klux Klan) imperversano violenti senza punizione e con vaga riprovazione e non tutte le loro vittime sopravvivono.
  Ci sono soprattutto due personaggi che scompaiono dal film (in cui peraltro viene stravolto il finale e vanificata gran parte della trama), e sono fondamentali per la descrizione del contesto di odio razziale: sono i gemelli Jasper e Artis, figli di una coppia di colore, nascono il primo con la pelle più chiara e il secondo nerissimo.
 Vivranno la loro vita in modi diametralmente opposti: il primo calmo e ligio al dovere si costruirà una famiglia, il secondo, dall'indole inquieta rinfocolata dal razzismo che lo circonda, cercherà la pace in troppi luoghi sbagliati, nella città, nel jazz, nelle donne. Ma non c'è pace per chi non è capace di trovarla.
 Ebbene questo libro, scritto deliziosamente, che riesce ad unire la leggerezza di una piccola comunità molto unita, destinata alla fine a causa dell'imminente progresso tecnologico, ai travagli emotivi di una donna moderna che non riesce ad esserlo abbastanza, alla storia di quello che fu (e che è in parte ancora) il razzismo e la segregazione razziale nel sud degli Usa. Il tutto descrivendo una storia d'amore tra due donne con grazia, senza essere mai pedante o didascalica.
Ebbene, questo libro viene spacciato, anche grazie ad articoli come quello del Corriere, per qualcosa che non è: storia d'ammore (con uomini morti in questo caso) e di cucina. Lasciando così intendere che se sei donna e speri di scrivere di cose serie appoggiandoti al cibo e ad un linguaggio che è fintamente leggero, sei destinata a finire solo nelle mani della sciura di turno.
 Fannie Flagg è davvero un caso limite e particolare, ma apre a varie domande: cosa rende un libro un tomo di narrativa rosa? Basta la storia d'amore? Basta la presenza di un principe azzurro? Bastano i bei vestiti o il cibo?
 Dov'è esattamente il confine tra una trama per donnine festanti e amanti degli Harmony e quello delle romantiche che amano Mr Darcy e quindi fondamentalmente Jane Austen?
 Dumas scriveva romanzi d'appendice ("Il conte di Montecristo" farebbe invidia agli sceneggiatori di "Sentieri"), il figlio ci ha lasciato quel dramma coi fiocchi che è "La signora delle camelie", storia di amore, tradimenti, prostitute redente e morte.
 La risposta è ovviamente una: la differenza sta nel modo in cui le storie vengono scritte.
 Anche "L'insostenibile leggerezza dell'essere" è una storia d'amore drammatica, anche "Anna Karenina" parla di una donna innamorata, anche "Il dottor Zivago" assomiglia, in molte parti, alla sceneggiatura di un soggettista perverso (tutta la steppa russa, dieci personaggi che si incrociano di continuo manco abitassero a Vigevano).
Ho letto ben due libri di Federica Bosco
(ai tempi, inizio liceo) e non vedo la
differenza con le trame di Fabio Volo. Ma
proprio nessuna.
 Il punto è che per saperlo bisognerebbe leggerlo il libro, solo che molte e molti si precludono tale possibilità perché pungolati in una serie di inconsci pregiudizi. Intendiamoci, anche io mi perdo delle perle perché me le ritrovo sotto titoli, forme, copertine e settori sbagliati, non sono mica immune (e intendiamoci bis ci sono libri che PALESEMENTE non sono perle: quelli scritti con un intento specifico o su commissione come scrivevo all'inizio): 
Tuttavia, il caso della narrativa rosa diventa particolarmente odioso perché non esiste una narrativa blu, perchè si dà per scontato che un uomo scriva solo cose serie o se non serie di sicuro ironiche e divertenti. Non trovo altra spiegazione sul perché libri di gente come Volo o Cattelan invece di starsene tranquilli vicino alle loro omologhe donne, anche italiane, come la molto venduta Federica Bosco, nella narrativa rosa, vivano felici ne
 Voi direte: in libreria ci lavori tu, mica noi.
  Ma il punto è ancora più a monte: il pubblico che legge queste cose protesterebbe nel trovarlo nella narrativa rosa, perché suvvia, va bene tutto, ma sono ironici e sensibili maschi, non smielate donne sognatrici.
 Se pensate che mi stia facendo troppi problemi, cercate Fannie Flagg, leggetela e ne riparliamo. Poi, se avete tempo da perdere leggete un libro di Fabio Volo e uno di Federica Bosco. Se trovate una differenza che è una, a parte il sesso dell'autore, fatemi sapere.

venerdì 30 gennaio 2015

Piccole recensioni tra amici! Tre autrici (scelta completamente casuale) che non hanno niente in comune tra loro: i racconti della Ogawa, i cuori solitari della McCullers e gli orrori piccolo borghesi della Pineiro!

E' l'ora di distribuire stelle sbrilluccicanti
In questo venerdì che promette neve è il momento di rispolverare la rubrica "Piccole recensioni tra amici".
 No, essa non è morta come le sue illustri precedessrici (che comunque possono sempre tornare), ma è qui e lotta insieme a noi. 
 Questa volta non c'è nessun filo conduttore, se non il fatto, completamente casuale, che le autrici sono tutte donne.
  Io non faccio praticamente mai caso al sesso degli autori (so che alcuni, soprattutto in alcuni settori come il fantasy e la fantascienza che pare vengano considerati ancora settori in cui non è detto che tu possa fidarti di una donna), ma guardo solo le trame, perciò non vedeteci robe femministe o cose tipo "le donne leggono solo le donne" che non esistono.
 Io leggo tutto e tutti e tutte e tutt*, basta che il libro sia buono.
 E dopo questa ondata di puntualizzazioni non richieste, via al maggggico mondo delle stellette!


"TUA" di CLAUDIA PINEIRO ed. Feltrinelli:
Molti anni fa, vidi un film, il cui titolo "Sex crimes" non rendeva onore alla trama. Iniziava infatti con un'accusa di molestie sessuali da parte di una studentessa al suo professore e vedeva un ribaltamento della trama e dei colpevoli ogni cinque minuti di pellicola. Lo stesso colpevole di tutta la storia infine si scopriva solo nei titoli di coda.
 Io leggo pochi gialli e generalmente corti, anche perché, ho notato, che la lunghezza in un giallo è spesso sintomo di inutili contorsioni linguistiche. "Tua" sotto questo punto di vista è praticamente perfetto, asciutto ed essenziale, ha inoltre un altro pregio gigantesco: non ha un solo grande colpo di scena finale. Ne ha almeno una dozzina. Inizia come un dramma piccolo borghese, di una donna che scopre una nefandezza del marito e a insaputa dello stesso, costruisce una montagna di bugie per proteggerlo, e finisce in un modo inimmaginabile. 
 Descrivervi il resto della trama è impossibile perché sarebbe spoiler qualsiasi cosa. Vi basti sapere che è perfetto per un viaggio non troppo lungo: avvincente, leggero nel peso, non troppo lungo, assorbirà completamente la vostra attenzione.
 Tre stellette  (tenete presente che volo basso con le stellette).

"IL CUORE E' UN CACCIATORE SOLITARIO" di CARSON McCullers ed. Einaudi:
  Carson McCullers, lo confesso, mi era nota solo per essere stata innamorata della bellissima e difficilissima Annamarie Schwarzenbach.
 Tuttavia, dopo aver appurato che si trattava di una delle scrittrici americane più importanti del secolo scorso, ho deciso di prendere questo libro che ha scritto alla stupefacente età di 23 anni. 
 Dico stupefacente perché è incredibile non solo la padronanza della struttura e la bellissima scrittura, ma anche la profondità con cui la McCullers descrive delle situazioni terribili. Il libro, ambientato in un paesello nel sud degli Stati Uniti, negli anni '30 durante la segregazione razziale, descrive il destino di alcuni personaggi che in qualche modo cercano di non soccombere al destino che è stato stabilito per loro. C'è la ragazzina intraprendente che sogna di diventare compositrice, ma viene da una famiglia poverissima e numerosa che ha bisogno delle sue braccia, il sordo che ripara orologi vivendo nel ricordo del suo migliore amico, sordo anch'esso, rinchiuso in un manicomio da anni, il proprietario di un locale dove tutti vanno a bere, che lavora come un mulo, ma cerca di vedere sempre il meglio nel prossimo, e, infine, la storia più straziante: quella del medico di colore, che ha studiato come un pazzo per anni cercando di crescere i suoi quattro figli (a cui ha dato nomi altisonanti, come Marx e Portia) perché riuscissero ad elevarsi dalla miseria e dall'inciviltà, fallendo miseramente.
 Tutti questi personaggi si incrociano tra di loro non in modo artificioso, come succede spesso, ma come le classiche persone che si conoscono di vista in un paese. Sanno tutto gli uni degli altri, ma non possono e non vogliono interferire. Il loro punto di raccordo è l'uomo sordo, in cui tutti credono di trovare una muta comprensione che, in realtà, non esiste.
 Saranno due tragedie tanto terribili, quanto evitabili, a indurre all'obbedienza del mondo, queste quattro anime timidamente ribelli.
 4 Stellette piene piene.

"LA CASA DELLA LUCE" di Yoko Ogawa ed. Il Saggiatore :
Yoko Ogawa è una delle rari autrici giapponesi (ora stanno aumentando, ma quando ero adolescente mi toccava fare il giro delle sette biblioteche per mettere insieme un po' di libri nipponici decenti), abbastanza tradotte in Italia. Misteriosamente fino a qualche mese fa, però non avevo mai letto di suo, trovando i suoi libri già dalle quarte di copertina al limite dell'inquietante.
 "La casa della luce" però prometteva bene: erano tre racconti, quindi al massimo, potevo abbandonare l'impresa dopo il primo. Invece l'ho trovato davvero interessante.
 Il primo racconto, che avevo già letto in un'antologia molto vecchia, "Le rose del Giappone" (era una vecchissima collana della E/O che prevedeva raccolte di racconti scritti da donne divise per paesi del mondo, molto interessante perché raggiungeva zone praticamente ignote tipo Maghreb o Israele), parla della gravidanza della sorella maggiore vista da una morbosa sorella minore. Ben lungi dal considerare la nascita di un bambino come il miracolo della vita, la protagonista descrive i mutamenti fisici e soprattutto gli altalenanti gusti gastronomici della sorella (che a un certo punto finisce per nutrirsi di chili di marmellata al melone) come un horror. Una prospettiva interessante. 
 Il terzo racconto invece descrive i sentimenti e le meschinità che nascono nel cuore di una bambina i cui genitori gestiscono una sorta di orfanotrofio. Sentendosi in qualche modo poco considerata e non sopportando più di dividere i genitori con decine di estranei sempre nuovi, finisce per compiere azioni spaventose su una bimba tenerissima. E' molto crudo, ma incredibilmente realistico e soprattutto non cede a nessun buonismo o facile spiegazione.
 Ma è il secondo racconto che è, secondo me, un piccolo capolavoro. In poche decine di pagine la Ogawa riesce a racchiudere un intero film horror: una giovane donna in procinto di trasferirsi riceve la visita di un suo lontano parente che ha deciso di studiare in città. Non avendo egli molti soldi per l'affitto, lei gli consiglia un vecchio dormitorio ormai caduto in disgrazia dopo la scomparsa di uno studente. Lo gestisce uno strano affascinante uomo, senza braccia e con una sola gamba che man mano si frappone, col passare dei mesi, tra la donna e il suo giovane parente, sempre più introvabile. 
 Se volete passare una serata inquietante e disturbante il giusto, questo è il libro giusto. Altro che film horror.
4 belle stellette

Non ho stroncature in questo caso perché boh, non è capitato, ma hai voglia a stellettare!
 E voi avete letto qualcuno di questi libri? Siete in d'accordo o disaccordo? Testimoniate!

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