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mercoledì 30 maggio 2018

Né ribelli né eccezionali. L'adolescenza delle femmine che la narrativa non sa raccontare. Una recensione di "Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano".

 E' il primo giorno di scuola delle superiori.

 Io ho i capelli tagliati come Fantaghirò grazie a un parrucchiere dove mia madre amava portarmi contro ogni buonsenso, i pantaloni della tuta (adidas, me l'ero meritata come premio spasmodicamente richiesto per l'esame di terza media) e sopra, con orrore, una camicia (che da quel giorno in poi non avrei mai più messo, mai più, non le sopporto).
Ad una festa scout, assieme alla mia squadriglia, ci vestimmo da Spice Girl.
Io ovviamente ero Sporty Spice.

 Il professore di ginnastica ci sta mostrando i campetti da calcio, in puro asfalto, nel cortile della scuola.

 Guardo le mie compagne, quasi tutte femmine, e mi soffermo su Tara Teresini (nome cambiato opportunatamente) che ha, ai piedi, dei sandali col tacco. 

E' lo shock. 

Un tale shock che ancora me lo ricordo.

 Di colpo mi rendo conto che attorno a me ci sono ragazzine in tuta e aria rincoglionita, mie simili, e altre che hanno ben altro sguardo, quello di chi non è più alle medie, ma davvero alle superiori.

 Durante la ricreazione, la suddetta Tara, svela a un pubblico entusiasta che pochi giorni prima è stata agli MTV music awards a Milano con la sorella maggiore.
 Lo shock aumenta visto che a stento io riesco a convincere i miei a farmi andare ai pernottamenti degli scout.

 Nei giorni successivi rimango in classe a mangiare pizzette assieme alle mie simili che ancora sono con la mente alla terza media, in primis la mia compagna di banco, Antea, che fino alla fine delle superiori combatterà la sua battaglia contro il girovita (niente anoressia, proprio ciccia che non voleva sapere di andarsene).

 Fuori, quattordicenni e diciannovenni si mescolano nel cortile della scuola, fumando sotto gli alberi, prendendo appuntamenti, sparlando dei professori e immaginando di infilargli lo zucchero nel radiatore (che, immagino, la metà di noi non sapesse neanche cosa fosse).

 Il mio cervello rimugina e rimugina, lo shock è stato intenso, ma salutare e di colpo vedo tutto con occhi nuovi e tiro fuori allora quella che ritengo forse il mio maggiore e unico pregio: se ti buttano in acqua alta e non sai nuotare, DEVI nuotare per forza.

 Come diceva Yoda: fare o non fare, non c'è provare.

 Così, qualche settimana dopo mi presento al gruppo di teatro della scuola, dove tutti mi sembrano bravissimi e fighissimi, pronti alla serata dell'oscar. Ma questa, è un'altra storia.

 La narrazione dell'adolescenza è sempre molto maschiocentrica.

 Le avventure le vivono solo i maschi, le pulsioni erotiche le vivono solo i maschi, il senso di solidarietà o d'amicizia lo vivono solo i maschi.

 Quando a viverle sono delle ragazze, a meno che non si stia parlando specificatamente di libri per un pubblico di adolescenti (che sono un altro mondo), c'è sempre qualcosa di oscuro o di patologico o di eccezionale.

 Le pulsioni erotiche non sono mai circostanziate e fuggevoli, ma devono riguardare la persona più importante della propria vita (nel bene, stile "grande amore forever", e nel male, stile "causa di tutti i miei mali forever"). L'idea che uno possa piacere così, random, pare sconveniente.

 Le amicizie sono sempre importantissime o devastantissime, i genitori o danno una libertà sconvolgente (e di solito deleteria) oppure sono gigaoppressivi.

 E anche queste ragazze protagoniste sono comunque un unicum, speciali, che hanno le forze di rompere qualche catena oscura che le blocca.

 Di certo è anacronistico descrivere una ragazzetta del medioevo (anche se la Pitzorno, per dire, c'è riuscita e in modo molto convincente ne "La bambina col falcone") con una determinata carrellata di emozioni, quando la cosa principale che l'aspettava erano figli a tredici anni o convento.

 Tuttavia mi pare altrettanto anacronistico rendere in modo polarizzato ed estremo le sensazioni e le vite di ragazzine contemporanee.

 Insomma, esistono, ma sono una piccola fetta le adolescenti eccezionali, per il resto, orde di ragazzine normali sciamano per le strade, come in realtà già ci sciamavano negli anni '80 da che abbia memoria.

 Aver quindi scelto di parlare di un frammento che nessuno sembra interessato a raccontare agli over 16, ossia il mondo delle ragazze oltre lo stereotipo, è, secondo me, il maggior pregio del fumetto di Eleonora Antonioni e Francesca Ruggiero: "Non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano" ed. Eris.

 Nelle tre storie si raccontano tre episodi di altrettanti ragazzine di (si suppone) III media/I liceo.

 Quel magmatico momento che non deve essere per forza traumatico o rivelatore di chissà quali epifanie per il futuro, ma porta comunque tasselli importanti per le persone che ci avvieremo a diventare.

 Il primo episodio, quello di Giulia, racconta l'amicizia improvvisa e dettata in verità dal capriccio, di una ragazzina che vorrebbe uscire dal guscio ormai troppo stretto dell'infanzia prolungata e le sue compagne di classe più carine e spigliate.

 E' una tipica dinamica da scuole medie che di solito esplode nel primo anno di liceo: qualcuna, rimasta indietro per motivi vari scopre di colpo che il mondo là fuori è vasto e qualcuno è già un pezzo avanti.

 Tocca recuperare! E anche di corsa! 

 E allora via vestiti che in realtà già non piacciono da un pezzo, evviva la nuova musica che appare bellissima anche se anni dopo ti rendi conto che era una porcheria, evviva le nuove amicizie, anche se alla fine non sono quelle della vita e fanno male, evviva scoprire che i ragazzi (o le ragazze) iniziano a piacerti e non solo come amici.

 Si fanno passi buoni e passi falsi, ma almeno hai cominciato a camminare e a sbaciucchiare anche qualcuno (se ti va).

 Il secondo episodio è forse quello che mi è piaciuto di più perché si svolge in una manciata di giorni che, a parte altre rare occasioni nella vita, hanno una particolare intensità solo quando sei un teen e il tempo sembra riuscire, misteriosamente, a dilatarsi all'infinito.

Anna è una ragazzina che ha principalmente amici maschi, ama le tute e le felpe (ma essendo la storia ambientata negli anni '90 era forse il principale vestiario di tutte noi) e un giorno conosce Marilena

 Nell'arco di tre giorni Anna vive, assieme a lei, una serie di piccole e grandi trasgressioni: accompagna Marilena a farsi un piercing (sulle note di "Crazy" degli Aerosmith, a ripensarci il modo in cui trovavo gnocca Liv Tyler non era proprio solo ammirazione), marinano la scuola, spiano le ragazze del primo racconto che spiano i ragazzi e si baciano, romanticamente, in una vasca.

 Al terzo giorno Marilena svela la sua faccia reale, quella di una ragazzina ambigua e manipolatrice (che, oscuramente, tenta di attirare l'attenzione di una famiglia assente).
 Anna, che invece è all'apice dell'emozione per quella nuova straordinaria relazione e che forse, forse, si sta innamorando di lei, rimane con un pugno di mosche in mano e il cuore spezzato.

 La terza storia ha per protagonista una ragazzina molto sportiva e un po' introversa, Clarice, ed è forse quella che mi è piaciuta meno perché rappresenta in modo troppo schematico il conflitto tra le aspirazioni dei figli e la mania dei genitori di mettere bocca a oltranza sulle loro vite, anche in modo deleterio.

 Certo, quando cresci, ti rendi conto che davvero i tuoi spesso avevano ragione e avresti capito solo da grande, ma altre volte avevano genuinamente torto.

 E forse avrei gradito maggiormente questo tipo di ambiguità perché nella storia è davvero troppo evidente che la madre della terza ragazzina sia da defenestrare (metaforicamente).

 Ma è l'unica pecca di questa bella graphic che rende finalmente giustizia alle ragazzine che siamo state, non sante, non peccatrici, non attaccate spasmodicamente al grande amore della vita e neanche irrimediabilmente ferite nel profondo.

 Eravamo ragazzine normali che amavano le Spice, i Backstreet Boys, litigavamo coi genitori, sognavamo di andare alle superiori come se chissà quale segreto ci sarebbe stato rivelato, le amicizie si susseguivano velocissime ed erano intense come amori, e gli amori nascevano e morivano in poche settimane, com'è giusto che debba essere a tredici, quattordici, quindici e passa anni.

 Rivendichiamo la nostra adolescenza, ci meritiamo di riviverla, nei libri, spaventosa e bellissima (lo so, non tutta, ho alcuni pessimi e odiosi ricordi anche io, che se tornassi indietro ceffonerei almeno una decina di persone), com'è stata e non il solito luogo di un immaginario finto che non appartiene a nessuno di cui traboccano troppi libri.

lunedì 9 ottobre 2017

The Goodfellas, "Quei bravi ragazzi". Il caso della copertina di "#Like4Like", le ragioni della satira, il pubblico generalista e il diritto di critica.

 Uno di quei vari film americani su gente sfigata alle superiori che da grande ha ormai una vita iperfiga, ma pensa solo a vendicarsi di chi lo vessò in età giovanile, disse una volta una grande verità.

 Qualsiasi cosa noi si possa fare, in un certo senso, non usciremo mai dal liceo.

 Se, anche a distanza di anni ci facciamo molto caso, forse avremo avuto la nostra rivincita su chi ci bullizzò, essendo noi divenuti capitani d'industria e loro dei pescatori di carpe sul mar Nero (con tutto il rispetto per i pescatori di carpe), ma la stragrande maggioranza delle dinamiche sociali tra esseri umani sono lì, misteriosamente e inquietantemente intatte. 

Quel che le persone facevano a sedici anni, continueranno a farlo, salvo eventi radicali, per tutta la vita.

 Una di queste dinamiche sociali che più mi dava fastidio da adolescente e che continua a darmi fastidio da adulta (anche io non sono cambiata molto, esattamente come gli altri), è quella che io ho ribatezzato "The Goodfellas" o anche "Quei bravi ragazzi".

 Si tratta sostanzialmente di gruppi di maschi che condividono molte cose e formano dei gruppi molto saldi. Come la maggior parte degli amici direte voi.

 Eh no, perché la maggior parte degli amici non rompe le palle al prossimo decidendo cosa sia giusto e cosa sbagliato, cosa sia buono e cosa sia cattivo, cosa sia di moda e cosa no, cosa debba piacere e cosa, chi si debba considerare uno sfigato e chi no, chi si debba far passare come un decerebrato e chi no, chi si debba sminuire e isolare e chi no.

 Ne ho conosciuto un gruppo di questi Goodfellas molto da vicino e ovviamente io non ero tra i giusti, o meglio, le giuste.

 Perché generalmente questi Goodfellas hanno una serie di figure femminili che gli volteggiano attorno, fidanzate solitamente, amiche quasi mai se non per meriti speciali. Costoro, sebben donne, godono di una particolare immunità di gruppo che le rende intoccabili e non criticabili.
 Ovviamente però, se la fidanzata e un Goodfellas dovessero lasciarsi, state pur certi che il Goodfellas verrebbe tenuto e la ex gettata alle ortiche. Anche se era lei quella che faceva parte del gruppo da vent'anni e non l'altro.

 La mia esperienza con quei bravi ragazzi all'epoca delle superiori, mi ha reso molto guardinga verso questo microcosmo umano che ravviso di tanto in tanto in molti altri contesti (ci sono anche le Goodfellas femminili, ma hanno altre caratteristiche, più esplicitamente Evil Queen) e mi è parso di ravvisarne una traccia quando è uscita fuori la prima copertina di "#Like4Like".

 Cos'è?

 Si tratta di fumetto  di Marco Rincione e Prenzy edito da Shockdom che racconta, un po' sulla falsariga di Black Mirror, la deriva inquietante che le nuove tecnologie potrebbero avere sul nostro futuro.

 Un fumetto abbastanza innocuo che, letto, si è rivelato non solo innocuo, ma anche poco originale.
 Tuttavia è stata interessante, da un certo punto di vista, la polemica che si è scatenata prima dell'uscita. 

 La prima copertina (quella che, se ho ben capito, è stata mantenuta per le fumetterie) rappresentava infatti una donna intenta a praticare sesso orale a un like di fb.

 In basso sulla sinistra, appare l'hashtag #processo che molti hanno collegato, per stessa ammissione degli autori, giustamente, al famoso caso Cantone.

Tiziana Cantone
 Facciamo un passo indietro se no non si capisce il discorso successivo: Tiziana Cantone, ragazza napoletana, il cui nome probabilmente passerà alla storia come il primo vero caso in cui la giurisprudenza attuale si è dimostrata assolutamente incapace e inadatta a gestire la complessità a cui ci sta mettendo davanti il web come cittadini.

 Questa ragazza girò consapevolmente dei filmini diciamo hard e ignoti, senza il suo consenso, misero i seguenti filmini sul web.

 Per sua sfortuna divennero virali, ci fu una gogna a cui parteciparono moltissime persone sul web e lei, stremata e senza giustizia nonostante avesse chiesto il diritto all'oblio, si suicidò.
 Nessuno è stato condannato. Accadeva nel 2016.

 Ora. Si possono avere molte opinioni sul web, su cosa sia lecito sanzionare e cosa no, se sia lecito sanzionare, se effettivamente sta limitando la nostra libertà inducendoci a stare tutti molto attenti se non vogliamo fare la fine di Tiziana, o se, al contrario, è solo paranoia e si tratta di sfiga, però, io direi che un'opinione sulla copertina di un libro ancora la possiamo esprimere.

 Ed è qui che casca l'asino.
 Perché la prima volta che io ho visto questa copertina è stata sulla pagina delle Geekie Chicks, delle ragazze che si occupano di cose "nerd" e che la criticavano.

 Le risposte, sotto, erano molto da the Goodfellas, quei bravi ragazzi, quelli che ti dicono "oh, ma stiamo solo scherzando, che palle che te la prendi" e decidono, a priori, per cosa tu te la debba prendere o meno. Sopratutto se sei donna, che si sa, siamo tutte delle sofisticatine precisine (a parte le amiche strette dei Goodfellas).

 Era tutto un "E' solo una vostra impressione", "Ok, quella in copertina è la Cantone, ma la copertina non vuole essere offensiva contro la Cantone" ecc.
 Ecco, ora io capisco tutto, ma arrivare a non trovare offensiva una copertina in cui una ragazza morta suicida perché messa alla pubblica gogna, e mettercela mentre, ovviamente sta praticando un atto sessuale, necessita di uno sforzo d'immaginazione davvero notevole.

 E qui casca il secondo asino. LA SATIRA.

 Adesso, ogni volta che si tenta una critica di simili opere (fumettose, audiovisive, libresche ecc), la risposta è "Ma è satira! La satira deve essere libera! Nessuno può mettere il bavaglio alla satira!".
 E io rispondo, "Certo, infatti nessuno vuole imbavagliare nessuno". 

Io non ho mai pensato che dovessero essere ritirate dal commercio tutte le copie di Like4like o che dovessimo dar fuoco alle stampe, ci mancherebbe, ma rimangono comunque aperti due Ma grossi come capanne:

1) Una cosa non è satira solo perché te lo stai dicendo da solo.

Il nostro caro amico Aristofane.
Da rileggere tutti direi
Cioè non basta dire: questa è satira e appiccicarci un foglietto. Ci deve essere una condizione esistente che la rende tale, una motivazione per la sua stessa esistenza. La satira non deve compiacere i potenti e non deve per forza piacere alle masse, ma non è manco possibile definire qualsiasi idiozia venga in mente a chiunque satira.

 Anche perché, la satira deve avere un soggetto da colpire. 
 E in questo caso il soggetto chi era? La Cantone? No, probabilmente l'ansia generalizzata della gente di avere approvazione sui social e di essere disposta, per questo, a mettere tutto in piazza. 
 Ma la Cantone non ha messo in piazza la propria vita sessuale in prima persona. E' la vittima (e non il soggetto agente) di un'altra storia. Quindi, cosa c'entra?

2) Facciamo pure che è satira perché ovviamente non sta a me dire cosa è e cosa non lo è. 

 In tutto ciò però, non esiste nessun grande quaderno delle leggi della satira in cui si dice che essa non sia criticabile.
 Non è la terra di nessuno del "Oh, è satira, stai muto perché faccio il caxxo che voglio".

 La satira, esattamente come tutte le cose della terra, è soggetta a critica e il muro dei the Goodfellas che ti trattano come una povera cretina isterica che se la prende per tutto e non capisce l'immensa profondità di un'imperdibile storia, non va nella direzione maestra della satira: la libertà di parola.
 Se invochi libertà di espressione, prendere chi ti critica per qualcuno che non capisce niente, non è molto coerente.

 Tre ultime cose.

La copertina per venire incontro alle facoltà
mentali dei clienti delle librerie generaliste
1) La copertina cantoniana è come fatto notare da molti, esageratamente "ispirata" da un'immagine dell'autore spagnolo Luis Quiles.

2) Sulla sua pagina, l'editore Shockdom ha scritto che in libreria sarebbe stata distribuita una copertina diversa (un tizio che si fa un selfie con un morto nella bara) perché "il pubblico generalista" avrebbe potuto non capire la prima copertina.

 Quindi, se critichi, la tecnica Goodfellas dello sminuimento (grande hit) permane: vieni declassato a uno che non capisce abbastanza di fumetti e si fa qualcosa per "venire incontro alle tue capacità mentali".

3) Il fumetto, per coerenza, l'ho letto, e non è niente di che. 
 Non lo dico per dare il colpo di grazia, fosse stato bello avrei scritto "Per quale caspita di motivo hanno avuto bisogno di questo casino? E' un capolavoro!".

 Ma non è così. Le storie sono prevedibili, la prima onestamente priva di senso, l'altra scopiazzata da Black Mirror.
 Poi oh, amen, magari sono una sofisticatina, rompina, isterica e tutti quegli altri begli epiteti che fanno sentire alcuni uomini tanto virili.
 Però ci tenevo a dirlo. Ogni tanto anche a me girano vorticosamente le ovaie.

martedì 31 maggio 2016

I ragazzi hanno bisogno di esempi, non di Exempla. La differenza sottile tra un libro che procede per temi didascalici e una storia in cui precipitare follemente. Entrambi possono piacere, ma solo uno lascia qualcosa.

 Molti dei libri che danno da leggere a scuola (in realtà molti dei libri che escono, ma in questo caso specifico è ancora più lampante), con tutte le buone intenzioni, sono secondo me troppo didascalici. 


A girl daydreaming during class, Florida,
 March 1947. Photo by Allan Grant.
 Sono, quelli che si potrebbero definire "Romanzi a tema".
 Io scrittore scrivo un libro e presento un dramma, una problematica, una ferita del nostro tempo, a uso delle nuove generazioni e degli studenti. L'idea da un certo punto di vista è encomiabile, il risultato secondo me rischia però di non essere quello sperato.
 Prendo come esempio un successo dell'anno scorso molto dato come lettura scolastica: "Non dirmi che hai paura" di Giuseppe Catozzella. 
 La storia racconta la breve vita di Samia, atleta somala giunta ultima alle olimpiadi di Pechino e morta in mare mentre cercava di raggiungere le coste italiane col sogno di tornare in Inghilterra per prepararsi adeguatamente a Londra 2012.
 La vita di Samia così breve e così particolare si prestava indubbiamente ad essere raccontata in un libro e il risultato non è male, tuttavia a me, personalmente, non è piaciuto.
 La spiegazione di questo paradosso è molto semplice: la storia della giovane, sfortunata, Samia è potente, il modo in cui è stata raccontata no.
  Questa faccenda della potenza è il tallone d'Achille dei romanzi a tema che hanno sempre un po' il retrogusto posticcio dei romanzi commissione: la sua storia non è solo la sua storia, ma un modo per mostrare la tragedia dei migranti.
 Il risultato può anche essere toccante in un primo momento, ma i sentimenti sembrano tagliati con l'accetta: tutti sono buonissimi o cattivissimi, mancano i chiaroscuri e l'immedesimazione è una faccenda tanto facile quanto labile. Tutti noi parteggiamo per istinto con una ragazza che cerca la libertà, ma se la scrittura non ci colpisce in modo da farci desiderare per primi la libertà che lei va cercando, tempo pochi giorni e ce ne siamo dimenticati.
Dobbiamo sentire il dolore per ricordare il dolore.

 Ovviamente Catozzella e gli scrittori che si sforzano di trattare temi contemporanei hanno colpa fino a un certo punto: c'è bisogno di questo genere di storie ora e non si può aspettare che venga fuori (e verrà) il best seller che spazzerà via le nostre remore e certezze.
 Fanno, diciamo, il loro onesto lavoro.
 Ho parlato del suo libro, ma ce ne sono altri e tutti hanno lo stesso problema: si procede così tanto per temi e una sorta di didascalismo bencelato o malcelato che non sembrano romanzi, ma fiabe per adolescenti.
 L'eroe che sbaglia, capisce l'errore, si redime, comprende che non bisogna discriminare, che la mafia fa schifo, che il camorrista bello però è anche cattivo e punto.
   Si propongono perciò a ragazzi sulla via della maturità, schemi che generalmente riserviamo agli infanti (anzi, le fiabe di un tempo avevano più profondità psicologica).
 Si parte dal presupposto, non si sa perché, che i ragazzini si trovino immersi in pensieri che sono o buoni buoni o cattivi cattivi, le sfumature del dubbio, dell'eventuale fascino del male (che a mio parere sia accentua quando vedi che nei libri i veri buoni non hanno mai un dubbio) non è presa in considerazione.
 In realtà un quindicenne i suoi dubbi amletici ce l'ha, le sue convinzioni, solitamente assai radicali, inizia ad esprimerle (con tutto il tempo di cambiarle 700 volte, ma intanto ce l'ha) e non riguardano spesso teneri fiori che crescono nei campi o aneddoti degni dei fioretti di San Francesco.

 Per dirla in una frase sola: gli adolescenti hanno bisogno di esempi scritti bene, non di Exempla.
 Il santino ha la durata di un libro, una storia che colpisce attecchisce per anni.

 Per far comprendere questo mio lungo discorso, consiglio caldamente la lettura (soprattutto a eventuali insegnanti di medie e superiori) de "La vita secondo Banana" di PP Wong, Baldini e Castoldi.
 Chi è costei?
PP Wong
PP Wong, incredibilmente la prima scrittrice sino-inglese a pubblicare un libro, possiede quel ritmo scorrevole e luminoso che hanno gli orientali, minimalisti senza quel bisogno ricercato di esserlo a tutti costi. La semplicità nella scrittura viene loro naturale e i libri scorrono velocissimi, pur trattando, come in questo caso, temi abbastanza complessi.
 La storia infatti è quella della piccola Xing Li, ragazzina di origine cinese nata e cresciuta a Londra, che durante la festa di compleanno dei suoi 12 anni perde in modo assurdo sua madre (esplode un forno in un ristorante cinese), dopo essere rimasta già orfana di padre alla nascita. 
 Lei e il suo intelligentissimo fratello maggiore adolescente, Lai Ker, vengono dati in affido alla ricchissima nonna, una cinese originaria di Singapore molto severa.
 Come ci si aspetta dagli orientali è una sorta di nonna tigre che iscrive immediatamente i nipoti a costosissime scuole private e pretende eccellenza, soprattutto in campo scientifico: i poeti in famiglia non sono ammessi, le uniche professioni degne di questo nome sono il medico, l'avvocato o il broker.
 Lai Ker, genietto che mette il suo talento a disposizione di progetti sempre più inquietanti di supremazia cinese in Inghilterra, viene lasciato in pace dall'anziana, ma così non è per la povera Xing Li che non solo non brilla a scuola, ma diventa il bersaglio dell'odio di una sorta di reginetta crudele dell'istituto.
 Il libro riesce a mescolare una quantità di temi impressionante: la disabilità mentale di un membro della famiglia e le conseguenze sugli altri (lo zio materno della bimba soffre, si intuisce, di una qualche forma o di esaurimento o schizofrenia e Xing Li che si trova improvvisamente a vivere anche con lui, vive la convivenza con difficoltà), la solitudine di chi rimane senza famiglia e quella dei migranti, strappati spesso senza reale convinzione dai loro luoghi d'origine, il bullismo scolastico e soprattutto il razzismo.

 E' curioso che abbia letto da poco "Americanah" della Adichie, un libro indubbiamente più sontuoso e pregnante di questo che, eppure, come avevo scritto, non riusciva secondo me a centrare esattamente il tema della discriminazione come conseguenza dell'appartenenza a una minoranza.
  PP Wong ci riesce perché capisce una cosa fondamentale: la discriminazione non cessa di esistere perché tutti noi abbiamo qualcuno che riteniamo inferiore a noi.
 E' il punto focale che manca in "Americanah": l'idea che comunque non ci sia una fratellanza di minoranze perché in fondo tutti pensiamo di essere migliori di qualcun altro (che discriminiamo a nostra volta).
 PP Wong riesce invece a raccontare questo nodo fondamentale grazie alla storia di una ragazzina improvvisamente catapultata da un contesto sociale molto protetto, in cui sua madre le aveva fatto da scudo costruendole un mondo in cui origini orientali e nascita occidentale riuscivano a convivere in armonia, ad un contesto improvvisamente nemico, in cui lei è la diversa, la muso giallo, la poveraccia.
 Come fa? Costruendo un reticolo di discriminazione che non va a senso unico, ma procede, per ironia lessicale, per scatole cinesi.

 Xing Li è discriminata dai suoi nuovi compagni ricchi, spocchiosi e insopportabili perché è cinese (è anche ricca, ma nel loro immaginario non esistono cinesi ricchi, quindi percepiscono la sua presenza in una scuola d'élite come una sorta di affronto di classe, altro lato interessante).
 Il suo unico amico è Jay un ragazzo per metà cinese e per metà giamaicano.
 Forse non tutti sanno che in oriente non hanno molta simpatia per le persone di colore, così Jay, le rivela che sia i nonni materni (cinesi) che quelli paterni (giamaicani) hanno rinnegato i rispettivi figli a causa della loro unione, fonte di reciproco fastidio verso una diversità culturale ed etnica per loro inaccettabile.
 Xing Li è sconcertata: com'è possibile che dei nonni non vedano il nipote?
  In realtà anche lei scopre di avere una storia simile nel passato: nessuno gliel'ha mai detto prima, ma suo padre era giapponese e dopo la seconda guerra mondiale se c'erano due popoli che proprio non potevano vedersi erano giapponesi (rei di aver commesso una quantità di atrocità durante la guerra sino-giapponese) e cinesi.

 E non è finita, perché ci sono i cinesi original e quelli nati altrove, e il tetto di cristallo oltre il quale molte persone di origine non britannica non riescono ad andare solo a causa del loro aspetto (la zia di Xing Li è un'attrice che viene chiamata solo per ruoli di prostituta o migrante) e il bullismo e la frustrazione che nasce nelle nuove generazioni.
 E' un libro che sembra semplice e contiene una quantità di spunti di riflessione che potrebbero bastare per dieci.
  Xing Li non è una santa, anzi, detesta sua nonna e vorrebbe che suo zio Ho venisse rinchiuso da qualche parte, però ha una caratteristica indiscutibilmente positiva per essere il personaggio di un libro: sembra una persona vera.
 PP Wong avrebbe potuto raccontare l'appassionante storia della prima attrice cinese della storia oppure l'edificante fiaba di una perfetta ragazzina cinese in grado di vincere il bullismo scolastico con coraggio e trionfo. Non lo fa. Non racconta balle, non regala illusioni e neanche santini.
 Scrive di persone che sembrano vere, sbagliano, vincono, perdono e non sono eccezionali.
Sono come noi ed è questa la chiave per risolvere il 90% dei problemi nel mondo: solo quando riconosci l'altro come uguale a te stesso, allora smetti di avere pregiudizi, paura, odio.

E voi cosa ne pensate? Esistono libri a tema? E' una mia impressione? In realtà Catozzella è lo scrittore definitivo e non me ne sono accorta? Testimoniate!

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