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martedì 10 dicembre 2019

Primo recap del calendario dell'avvento 2019! Racconti classici di Natale, Inni alle Stelle, fantascienza abruzzese, taccuini e molto altro.

Ed ecco, con qualche giorno di ritardo, il primo post di recap del calendario dell’avvento.


Ho cercato di contenermi nelle descrizioni altrimenti diventava un lenzuolo, ma spero di avervi lanciato i giusti input per comprendere chi potrebbero essere i fortunati destinatari dei vostri pensieri e dei vostri doni.

Bando alle ciance che siamo già al 10  dicembre e qua il tempo corre!

Buona lettura a voi!


INNI ALLE STELLE di Giopota ed. Bao Publishing: 

 Ci sono alcuni autori strombazzatissimi e sponsorizzatissimi. Le grandi promesse che poi all'80% si afflosciano. 

 In parte immagino sia fisiologico (chi promette non sempre alla fine mantiene, può già aver precocemente dato il meglio di sé), in parte ci sia una certa ansia di creare il caso attorno agli esordi.

 Molto meglio forse è essere un autore che parte in sordina, senza tante cerimonie e poi inizia a crescere regolarmente e con una certa meraviglia.
 E’ quello che è successo a Giopota, fumettista siciliano, autore di alcune (pregevoli) autoproduzioni e di un bel libro scritto con Luca Vanzella “Un anno senza te”, in cui raccontava che “significa un ano de amor”.

In questa sua prima opera in solitaria, “Inni alle stelle”, dimostra di possedere un insolito e stupefacente mondo dentro di sé.

 Inni è un giovane che vive in una sorta di medioevo fantastico, in una Spagna sotto l'attacco dei saraceni che cercano di espandere Al-Andalus. 

 Prima di sposarsi vuole partire per vedere il mondo e scoprire se anche dentro di sé  esiste un altrettanto meraviglioso universo. 
 Si imbarca in questo cammino, che ricalca con alcuni accenni (l’incitazione Ultreia!, la conchiglia, il continuo riferimento a un santo) il cammino di Santiago. 

 Si dice che al termine ci sia la tomba del santo, ricca di tesori. Inni parte, al contrario della maggior parte dei viaggiatori, per trovare sé stesso e non la tomba dei tesori. 

 Sul suo cammino l’attendono amici, un quasi amore, strani personaggi umanoidi che si trasformano in uccelli, lotte con djinn comandati dai maghi saraceni, condottieti iberici biondissimi e perfidi, plichi magici e molto altro.

 E’ un viaggio misterico carico di simbolismi che ricorda molto alcune delle opere più ermetiche di Pratt con un tratto che rimanda a Miyazaki. 

 Il livello ovviamente non è quello, ma è di certo una piacevole e meravigliosa sorpresa scoprire che un autore sta di nuovo provando a varcare con una certa consapevolezza, le porte dell’ignoto.
 Un libro che piacerà moltissimo agli amanti del cammino di Santiago, ma in generale potrebbe essere una bella scoperta per i grandi amanti di fumetti che magari storcono il naso davanti a tratti considerati troppo manga (il principe è un chiarissimo riferimento, al limite dell’identicità grafica, de “Il castello errante di Howl”). 
 Straconsigliato con sorpresa e grande piacere!


ALICE DI SOGNO IN SOGNO di Giulio Macaione e Giulia Adragna ed. Bao Publishing:

Le opere di Macaione in passato non mi fanno impazzire. Il tratto è troppo classico e non ha sempre avuto sceneggiatori all’altezza o idee proprio rivoluzionarie. Sono quindi davvero sorpresissima da questa sua enorme e improvvisa evoluzione grafica. 
Forse il fatto che i protagonisti fossero adolescenti, che la storia abbia un tono più fantastico unito a un uso dei colori superiore, ha contribuito a questo passo in avanti davvero incredibile.

 “Alice di sogno in sogno” ha una trama abbastanza classica e non proprio imprevedibile. 

 Ricorda, per molti versi le “Witch”, probabilmente la miglior serie a fumetti per adolescenti prodotta in Italia: in un America da telefilm, in un liceo da telefilm, una ragazzina, Alice, viene malamente bullizzata dalle sue compagne. I genitori minimizzano, la scuola serve quasi a niente, l’unico ad aiutarla è il suo migliore amico che però deve incomprensibilmente sfidare i suoi genitori pur di frequentarla.

 Un segreto nel passato e la capacità di Alice di vagare di sogno in sogno coronano il tutto. 

 La storia, aldilà dei protagonisti adolescenti ha delle ingenuità di sceneggiatura che la targettizzano per un pubblico adolescente MA questo a mio parere non è assolutamente un malus
. Perché non dare agli adolescenti quello che vogliono? Belle storie, ben disegnate, che non hanno per forza intenti pedagogici ansiogeni?

 Il regalo perfetto per la nipotina o il nipotino dagli 11 ai 14 anni a cui non si sa mai cosa regalare se non l’ennesima stupidaggine di Accesorize.


IL TACCUINO DEL LETTORE COMPULSIVO di Carlotta Fiore ed. Gribaudo:

 Persone più pazienti di me, lettori meticolosi e meno irruenti, apprezzeranno sicuramente un’idea come il taccuino del lettore.

 Un piccolo carnet dove annotare impressioni di lettura, citazioni, ricordi. Qui e lì, l’autrice, Carlotta Fiore, lascia qualche idea di lettura o scrittura da seguire.

 Allegate una delle millemila penne o matite gorgeous che si trovano in giro et voilà.


IL LIBRO FUORI CATALOGO:

Il mondo dei libri fuori catalogo è talmente sterminato che anche l’idea di regalare un libro usato può non essere tanto pellegrina.
 Certo, ci sono schifezze editoriali che è bene non vedere mai più, ma tanti fuori catalogo oggettivamente inspiegabili, tante perle del passato mai più ristampate (basti pensare al momento bulimico della fantascienza anni ’60-’70 mai più replicato), ma anche vecchie edizioni che potrebbero sollazzare un collezionista o un lettore particolarmente dedito a uno scrittore o a un genere specifico.

 Molti pescano su ebay, io consiglio maremagnum.it che onestamente e personalmente mi dà un filino di fiducia in più (gusti personalissimi sottolineo).


RACCONTI CLASSICI NATALIZI ITALIANI ed. Graphe edizioni e CentoAutori edizioni:

 Ci sono quei tanti regalucci, regaletti e regalini da fare a Natale che si dissolvono poi in cianfrusaglie inguardabili. 
 Per un prezzo civile potete risolvere la situazione regalando dei racconti di Natale classici. 
 C’è chi dice che il natale come lo conosciamo noi lo abbia inventato Charles Dickens, ma leggendo i racconti proposti da Graphe edizioni (5 o 6 euro cadalibretto) o dalla CentoAutori (8 euro cadalibretto) si nota che una certa atmosfera natalizia esisteva anche senza il buon Charles. 

 Racconti non per forza di buoni sentimenti (quello di Boito è ai limiti dell’horror d’antan) restituiscono l’atmosfera di un’Italia d’epoca, come una cartolina dal passato illuminata tassativamente da candelabri o lampade a petrolio.


FAMMI MALE di Francesca Bertuzzi ed. Mondadori:

Stranissimo libro di fantascienza ambientato incomprensibilmente in Abruzzo, l’ho consigliato perché obiettivamente rimane una chicca per gli appassionati del genere ed è adatto anche come regalo LGBT.

 Per il resto rimane uno strano esperimento in cui gente che vive in Abruzzo (che quindi io immagino parlare con accento abruzzese) si atteggia come se ci trovassimo in un sobborgo di Chicago, accadono cose oggettivamente incomprensibili, la gente muore di morte violenta random e la polizia non indaga mai, il tutto mentre malvagie case farmaceutiche conducono esperimenti fuori dal mondo in un paese oggettivamente inquietante: la Svizzera. 
L’autrice, per motivi che onestamente non ravviso, è una protetta di Lansdale. Lascio qui.


QUESTA NON E’ LA MIA FACCIA di Neil Gaiman ed. Mondadori: 
Cicciuta raccolta di saggi del sommo Neil Gaiman sull’arte della lettura, della scrittura e della costruzione della propria anima.


Regalissimo per chi ama lui, la critica letteraria o ambisce a diventare un grande scrittore (che sognare, ce lo insegna anche Neil, non lo ha ancora vietato nessuno).

Intanto i consigli continuano giornalmente su fb e instagram! Sto riuscendo a tenere il ritmo! I miracoli della disciplina!

giovedì 2 marzo 2017

Ogni stagione ha il suo libro. Del come le stagioni dell'anno influenzino le mie abitudini di lettura e perché ciò assurdamente avvenga: Autunno halloweenoso, inverno incolore, primavera giappo ed estate gialla.

 In queste assai belle primissime giornate di Marzo, con un sole freddo, ma coinvolgente a illuminare le torbide strade cittadine, mi sono tornati in mente molti ricordi delle superiori.

 Non che non ci siano stati altri Marzi soleggiati, ma, me ne sono accorta in anni di ritorni a casa da nord al centro, la luce della Lombardia non è quella del Lazio, e non perché nulla è come casa. 

 Semplicemente la luce del Lazio è proprio diversa, qualcuno saprà di certo spiegare più scientificamente la questione, (magari è un'inclinazione dei raggi solari, non lo so), ma quando scendo a casa mia il sole mi sembra sempre più forte, il cielo più azzurro, i colori più pieni.

 O forse sono semplicemente suggestionata perché sono contenta di essere a casa.

 In ogni caso, questo clima bambagioso mi ha messo una fortissima voglia di leggere libri di autori giapponesi. 

 Non che non ce l'abbia di solito, ma è proprio una frenesia che mi ha portato, ad esempio, a dedicare il pomeriggio di ieri alla lettura vorace e compulsiva de "La seconda vita di Naoko" di Keigo Higashino invece che alla stesura di questo post.

 Mi sono accorta di conseguenza di non aver mai parlato di questa perversione libraria, degna della rubrica di Guido Vitiello su Internazionale: la voglia di leggere determinati libri a seconda della stagione.

 Ebbene sì, a seconda dei mesi, per un fatale mix di ricordi, madeleine letterarie e clima, mi assale il desiderio di buttarmi su un certo genere di libri piuttosto che su un altro.

 Come avviene? Cosa mi attira di più stagionalmente (se non si fosse capito dai miei ciclici post sul blog)?

 Ecco le mie preferenze stagione per stagione!


AUTUNNO:

 Ormai lo avrete intuito, in autunno, soprattutto nel mese di ottobre, mi inzucchifico, proprio come il buon imperatore Claudio.


Per me già da metà settembre dovrebbe fare frescho e dovrebbe essere accettabile vagare con una tazza di the caldo tra le mani mentre le foglie cadono.

  Quando poi il calendario oltrepassa la soglia del 30 settembre e si precipita in ottobre, pretendo colori autunnali, sciarpa, vetrine piene di zucche e nebbia sottile. 

 Per dare una mano alla mia pretenziosa immaginazione (soprattutto se il clima non la aiuta), inizio a disegnare vedendo horror e cucinando biscotti alla zucca e passando il mio tempo ad ammassare decorazioni per Halloween, la mia festa favorita in assoluto (NB Non ho quasi decorazioni natalizie e in genere non ho nessuna particolare passione per le festività, quindi è proprio una fissazione circoscritta).

 Si tratta di un mix fatale tra stagione favorita (anche perché c'è il mio compleanno), sollievo per la fine dell'estate (che a me piace eh, ma quando abiti in una città senza mare è un incubo) e gioia per Halloween che mi ricorda molto casa mia, boscosa e ombrosa.

 Ovviamente le zucche chiamano horror o noir, vampiri e fantasmi, sia classici sia moderni.

 Ma anche storie che non sono necessariamente horror, ma nascondono profonde inquietudini quotidiane (penso ai racconti di Yoko Ogawa per dire). Tutto ciò che insomma racconta le fatali ombre che si allungano talvolta cupe sulle nostre vite, che siano sovrannaturali o meno.

 Se poi leggo coi biscotti succitati e il the accanto, ascoltando Guccini (dovete sapere che ho anche la fissazione di ascoltare alcune canzoni in determinate stagioni), ben abbozzolata nella mia copertina, dopo che per tre mesi ho sudato come un suino all'equatore, sono ancora più happy.


INVERNO:

L' inverno è l'unica stagione in cui non ho un genere favorito.

 Probabilmente essendo il periodo dell'anno in cui studiavo di più, è stato anche sempre quello in cui statisticamente ho letto meno e in modo confusamente onnivoro. Quello che mi prestavano leggevo, quello che trovavo in biblioteca ingurgitavo senza un vero senso logico.

 Forse l'unica vera voglia che ho in inverno è di rileggere almeno uno o due libri della saga di Darkover di Marion Zimmer Bradley.

 Il primo motivo è che questa saga tra il fantasy e la fantascienza è ambientata su un modo dove sostanzialmente c'è sempre un rigido inverno e le estati sono al massimo primavere marzoline.

 Il secondo è che lo ricollego al mio periodo universitario, quando mi costringevo a studiare le mie tot pagine al giorno prima di poter leggere almeno un po' dei (fortunatamente molti) libri della saga che compravo in una bellissima libreria che purtroppo ha chiuso.

 Le mie storie preferite sono quelle delle libere amazzoni, Jaelle e Margali, forse perché sono sostanzialmente al chiuso e riprendono molti dei miei must invernali: cibo abbastanza pesante, bagni caldi e coperte.


PRIMAVERA:

 In quarto ginnasio avevo una compagna di classe che veniva dalla Calabria.

 Era una ragazza stranissima (non perché venisse dalla Calabria, ma perché era proprio strana), una di quelle mitomani che dicono di avere tremila problemi e raccontano bugie a piovere. 

 Poiché la madre conosceva la madre di una delle mie migliori amiche mi ritrovai nella situazione di doverle essere amica a forza per aiutarla a inserirsi in paese.

 Tentai, tentò la mia migliore amica e tentò anche un'altra mia compagna di classe con cui andavo molto d'accordo, ma alla fine dell'anno fu chiaro, dopo un increscioso episodio che evito di rivelare, che non era molto a posto.

 L'anno dopo non tornò a scuola e si trasferì. 
 Quello che mi ha lasciato questa strana tizia di cui nulla ho mai più saputo è la conoscenza di Banana Yoshimoto. Mi prestò infatti, nella primavera del quarto ginnasio, "N.P.".

 Chi lo avrà letto capirà che la combinazione tra la stranezza della mia amica e il libro aveva tutte le potenzialità per creare una combo emotiva molto forte.

 E infatti fu così. Tuttora ricordo quando mi prestò il libro nel cortile della scuola e tuttora ricordo la frenesia con cui cercai gli altri in biblioteca.

 Un paio di anni dopo, comprai distrattamente "Lucertola" (la sua migliore raccolta di racconti) all'inizio di Marzo e alcune Pasque dopo usai i soliti soldi della mancetta dei miei nonni per comprare "Presagio Triste".

Anche quello lo ricordo chiaramente e mi è rimasto impresso con una tale forza che ogni primavera la voglia di leggere scrittori giapponesi diventa fortissima.

 E, se posso dirlo, sarà quel loro continuo riferirsi alla fioritura dei ciliegi, ma, ricordi personali a parte, penso davvero che non ci sia stagione che più si adatti a loro.


ESTATE:

 In estate ho due fissazioni ben divise.

  Nella prima parte, il periodo in cui di solito si vota, amo leggere racconti horror classici.

 Ho parlato in alcuni post di come è nata questa mia fissazione.

 Poiché da quando ho compiuto 18 anni sono quasi sempre stata convocata ai seggi come segretaria o scrutatrice (negli ultimi anni come presidente anche, un piccolo incubo vi assicuro), ho passato infinite ore seduta su sedie di frazioni sperdute del mio paese ad attendere che qualcuno venisse a votare a referendum che registravano il 20% di affluenza.

 Quando sei costretta a condividere l'aula di una scuola di musica in cui attendi 200 votanti in 15 ore e vuoi sfuggire a quei discorsi inquietanti che si intessono tra la gente con cui sei intrappolata (e una volta vi giuro, ho dovuto ascoltare per quasi due ore, l'elenco di tutti gli aborti spontanei delle presenti ed erano parecchi) l'unica cosa che puoi fare è leggere.

 Per puro caso ho iniziato a portarmi i racconti di Lovecraft (solo una volta ho azzardato "Il pozzo della solitudine" sconvolgendo il carabiniere di turno che aveva voluto a tutti i costi leggerne la trama, probabilmente anche lui colpito da un impeto di noia) e poi ho continuato con quelli di Poe, poi con "Dracula" di Bram Stoker, poi con "Carmilla"... e insomma ora ogni volta che si avvicina il turno estivo delle elezioni mi parte la frenesia automatica.

 Nella seconda parte, quella in cui ci si rotola felici su una spiaggia nel disperato tentativo di dimenticare che due settimane dopo sarai di nuovo a lavoro, invece, amo moltissimo i gialli, preferibilmente thriller.

 L'estate è l'unica stagione in cui accetto di leggere quei gialli generalmente ansiolitici con serial killer o isole in cui si aggira un devastante assassino o simili. Tra l'altro, preferibilmente, stranieri.

 Due anni fa avevo scoperto "D'estate i gatti si annoiano" di Philippe Georget e il Marlowe di Raymond Chandler, l'anno scorso "L'isola dei cacciatori d'uccelli" di Peter May.

Anche voi avete codesta fissazione da lettori? Pure voi fremete ad ogni stagione per leggere sempre lo stesso filone? E quale? E perché? Non lasciatemi sola nel delirio stagionale! Testimoniate!

lunedì 29 agosto 2016

Le regole di Bechdel e un procelloso polpettone. "L'isola dei cacciatori di uccelli" di Peter May, un giallo (?) virile che pare un fotoromanzo tra disgrazie, morti, tradimenti, figli segreti e poveri uccelli dalla carne tenera.

 Forse non molti conosceranno le cosiddette "Regole di Bechdel".

 Alison Bechdel è una fumettista americana autrice della meravigliosa graphic novel "Fun home" e di una longeva serie purtroppo tradotta in Italia solo in minima parte, "Dykes" che narra le vicende di un gruppo di amiche lesbiche e bisessuali nel corso di trent'anni.

 In una delle tavole più famose, due delle protagoniste escono dalla visione di un film e discutono della solita scarsa  presenza femminile nel film.
 Essendo la faccenda assai ricorrente, una rivela di aver creato tre regole minime che un film dovrebbe superare per essere visto, ossia quelle passate alla storia come "le regole di Bechdel".

Quali sono?

1) Nel film ci devono essere almeno due personaggi femminili di cui si conosca il nome.

2) Le due donne di cui si conosce il nome devono parlare almeno una volta tra di loro.

3) Ciò di cui queste due donne parlano quando si incontrano non deve avere a che vedere con altri personaggi maschi.

 Provate ad adattarle ai film che avete visto (e a fare l'esercizio a sessi invertiti) e vedete quanti li superano.
 Coi libri, bisogna dirlo, va un po' meglio, ma non sempre, specialmente quando ci troviamo al cospetto della narrativa di genere (in proposito bisognerebbe fare a Martin un monumento vista la gigantesca presenza femminile nei suoi fantasy), non ultimi i gialli.

Se l'investigatore è uomo farà misteriosamente parte solo di commissariati maschili, avrà solo informatori maschi, aiutanti maschi, confidenti maschi e le uniche donne che incontrerà saranno in genere avvenenti indagate o morte stecchite. 

 Capisco che immaginare le trame a tavolino per parità di genere non ha alcun senso logico, ma bisognerebbe se non altro rispettare le statistiche. 

 Sarebbe come girare solo film o scrivere libri con attori e personaggi bianchi quando il 25% della popolazione è di colore: possibile mai che i protagonisti incontrino magicamente solo caucasici? Succede anche questo lo so.

 Questo ragionamento nasce dalla lettura di un giallo che mi ha lasciato molto perplessa: "L'isola dei cacciatori di uccelli" di Peter May, libro che ha due pregi e infiniti difetti.

 Pregio 1: E' scritto in modo da farti arrivare alla fine nonostante la trama.
 Pregio 2: Descrive un mondo a me ignoto, quello dell'isola di Lewis, sperduta nel gelido mare scozzese, in balia di preti protestanti estremisti e di una povertà estrema.
 Fine.

 Per il resto la trama, a mio parere, non lo rende neanche un vero giallo quanto una sorta di feuilleton in salsa virile.

Isola di Lewis
 Ma parliamo della trama, nella quale, appaiono tre donne e mezzo (due mogli, una figlia e una zia nel passato) e qualche decina di uomini, in una statistica che forse esiste nel popolo dei nani dei mondi fantasy, dove le nane donne sono rare come i quadrifogli.

 Il bellissimo (come viene ripetuto di continuo) ispettore Fin MacLeod vive a Edimburgo dove un tizio ha sbudellato (termine forte, ma calzante) un suo concittadino in modo particolare. 

 Mentre Fin sta indagando, un'auto pirata uccide il figlio dandogli un motivo per mollare la moglie per la quale  non avrà un pensiero né un rimpianto per l'intero libro.

 Poiché non si può stare a casa a lutto per sempre, il suo capo lo spedisce sull'isola di Lewis a indagare su un secondo omicidio che sembra identico al primo.

 Fin che è originario di quei luoghi procellati dalle tempeste e dalla chiesa protestante, dove a quanto pare vivono solo uomini perennemente intenti in qualche mansione virile, torna lì a malincuore.

 Molte cose ha lasciato in quei luoghi o sarebbe più esatto dire che ci ha lasciato una lunga sequela di disgrazie.

 Lì, dopo un'autopsia da voltastomaco dettagliatissima (e tu dici, vabbeh la subisco, servirà a qualcosa, invece no), il giallo diventa la scusa per raccontare, tramite infiniti flashback, una vita da fotoromanzo.
 Veniamo a scoprire che Fin è rimasto orfano da bambino ed è stato cresciuto da una zia hippie inspiegabilmente tornata a vivere in capo al mondo in mezzo ai bigotti (per inciso Fin MacLeod non ha una parola buona per nessuno, manco per sua zia che se l'è preso a carico) e sin da bambino è stato perseguitato da Marsaili, una graziosa coetanea che rimpiange come un amore perduto, malgrado in nessun punto del libro sembra sia stato effettivamente innamorato di lei.

 La storia tra Fin e Marsaili che poi, ai fatti, dura pochi mesi alla fine delle superiori dopo che lui l'ha vista in topless in spiaggia, si potrebbe tradurre nei versi della celebre canzone:
 "Prendi una donna, trattala male, lascia che ti aspetti per ore, non farti vivo e quando la chiami fallo come fosse un favore".

 Tuttavia Fin rosica molto quando scopre che Marsaili è diventata la moglie del suo ex migliore amico Artair, vicino di casa dall'infanzia e il cui padre, insegnante di inglese, lo aveva aiutato a studiare per accedere all'università.
 Anche lì, Artair, esattamente come Marsaili, sembra essere stato sempre vissuto come un fastidio: "Sì, questo mi si è appiccicato perché abitiamo vicini, ma non è che lo sopporti molto".
 I due hanno un figlio, cosa che ogni tanto ricorda all'imperturbabile Fin che anche lui fino a un mese prima ne possedeva uno anche lui (la moglie come starà? Ce lo chiediamo noi, lui no).

 Poiché la vittima sull'isola di Lewis si rivela essere un bullo di estrema periferia coetaneo di Fin, la trama diventa un fotoromanzone a scatole cinesi che prevede i seguenti step:

Le povere Guga
1) Rievocazione di anni scolastici in cui Fin era un figone che rimorchiava chiunque e portava regolarmente sfiga ai suoi amici, (uno, il cui ruolo nel libro è senza senso, cade anche da un tetto spezzandosi la schiena), mentre il figlio del prete era dedito alle orge.

2) La figlia del figlio del prete (ora prete anche lui) asserisce di essere stata violentata dal morto, ma nessuno le crede.

3) Marsaili lo limona appena il marito si gira, chiaro segno che nonostante le vessazioni passate non l'ha mai dimenticato.

4) Si scopre che il figlio di Artair e Marsaili forse è di Fin, cosa che lo fa felice perché così ha un figlio di riserva (e un po' sticaxxi del suo amico)

5) La caccia delle guga.

 Perché il titolo ha un senso. In questa isola sprocellata, esistono degli uccelli, le guga, il cui sapore è a metà tra la carne e il pesce e che ogni anno vengono mattate a migliaia per due settimane da un gruppo di uomini dell'isola.

 La cosa viene vista come un rito di passaggio virile a cui è doveroso partecipare altrimenti gli altri maschi smettono di riconoscere il tuo odore e le donne chiudono gli accessi al talamo.
 Anche Fin ha partecipato anni prima ed è lì l'origine di tutto, compreso il catastrofico finale.

 A QUESTO PUNTO LEGGI SOLO SE NON LO VUOI LEGGERE PERCHE' E' SPOILER

Cosa accade?
 Marsaili svela a Fin un piccolo particolare: anni prima, arrabbiata col marito, gli aveva rivelato che il figlio non era suo, ma di Fin (cosa che potrebbe essere vera), e questo ha spinto Artair a ricoprirlo di mazzate dall'infanzia.
 Lei non è mai fuggita perché "lui ci avrebbe ritrovato".

 Intanto l'autopsia svela sostanzialmente che l'assassino è Artair, il quale ha perversamente messo in scena un omicidio uguale a quello di Edimburgo per far tornare Fin e potergli uccidere il figlio mentre lui è lì.

 Fin capisce tutto mentre la spedizione per la caccia alle guga dell'anno è partita con Artair e figlio al seguito per l'aspra isola della mattanza, così non gli resta che rischiare la vita dell'equipaggio di un peschereccio per poter salvare il ragazzo, certo che Artair lo ucciderà mentre sono a mattare povere bestie.

 Una volta a destinazione Fin ricorderà altre due sfighe random (dimenticate a seguito di una caduta quasi mortale): durante la sua caccia alle guga, per salvarlo, il padre di Artair era morto.

 Ma no, non è un eroe, perché il padre di Artair aveva abusato per anni di lui e del figlio, cosa che aveva spinto il gruppo di cacciatori di guga a processarlo e infine a prendere per i fondelli Artair per il resto dei suoi giorni (faccenda che aveva minato le sue capacità psichiche).

 Mentre ti aspetti che prenda fuoco l'isola o uno tsunami si abbatta su di loro, vista la fortuna che si porta dietro il bellissimo Fin, essi riescono a salvare il ragazzo il quale, da test del dna a cui l'intera isola si è sottoposta in stile Brembate di Sopra, si scopre essere davvero figlio suo.

 La storia quindi si conclude vittoriosamente: Fin ha un nuovo figlio e può dire addio all'ex moglie (anche se non sembra voglia riprendersi l'ormai sciatta Marsaili).

FINE SPOILER

 Ecco, questo libro ha anche due seguiti che  non leggerò. 
 Non è un buon giallo e l'avesse scritto una donna non sono neanche convinta che  l'avrebbero messo nei gialli vista la polpettonaggine (ho saltato altri pezzi da telenovela, tipo che la figlia del prete è incinta del figlio di Fin e ha finto la gravidanza perché se no il padre la randellava).
 So che ha problemi ben più gravi delle regole di Bechdel, ma ho trovato la palese mancanza di donne (possibile che non ci sia manco una poliziotta? Possibile che non ci sia manco una donna coinvolta se non in funzione delle sue gravidanze?) abbastanza inverosimile e irritante dall'inizio alla fine.
 Forse se la trama avesse retto meglio non ci avrei fatto caso, chissà.

Qualcuno di voi l'ha letto? Provate mai il test di Bechdel sui vostri libri? Pensate che non sia un polpettone, ma un capolavoro? Siete in pena per povere Guga? Testimoniate!

mercoledì 24 agosto 2016

L'arte di creare mondi possibili. Intervista ad Antonio Serra, storico creatore di Nathan Never e Legs Weaver! Uno splendido percorso tra ricordi legati ai libri, consigli di lettura e suggerimenti per aspiranti sceneggiatori!

 Ed eccomi, di ritorno dalle vacanze in Portogallo, un posto meraviglioso di cui vi darò conto, anche se questo non è un blog di viaggi lo so, in alcune prossime "cartoline dal Portogallo" sulle cose più strane e belle fatte e viste in Lusitania.

Ricomincio almeno per questa settimana (causa super mega big surprise che presto saprete) un po' a rallentatore, ma ho riservato per questo ritorno dalle ferie un'intervista davvero speciale, quella ad Antonio Serra, uno dei tre storici creatori di "Nathan Never" il fumetto di fantascienza di maggior successo della storia italiana.

 Più appassionata di Dylan Dog, non l'ho mai seguito con regolarità, ma il caso (e la mia amica Veruska) hanno voluto che conoscessi Antonio che è una persona gentilissima e deliziosa, nonchè un raro esempio di quel misconosciuto mestiere che è lo "sceneggiatore di fumetti" di un genere che, tra l'altro, sta anche scomparendo, quello della lunga serialità.

 Per chi (chi?) non conoscesse Nathan Never, una delle creature più longeve della Bonelli, faccio un pratico riassunto.


Antonio Serra, per una sua breve biografia potete andare
al link del sito Lo Spazio Bianco 
All'inizio degli anni '90, Antonio Serra, Bepi Vigna e Michele Medda (tutti sardi e soprannominati appunto "il gruppo dei tre sardi") ideano per la Bonelli (per la quale già lavoravano come sceneggiatori) il personaggio di Nathan Never, il primo fantascientifico della casa editrice.

 Nathan Never è un uomo sulla quarantina dal doloroso passato che lavora per un'agenzia privata a metà tra polizia mercenaria e investigazione in un futuro fortemente tecnologico e abbastanza distopico.

 Le sue avventure mescolano molti elementi tipici della sci-fi, dalle distopie politiche e tecnocratiche ai viaggi nel tempo e nello spazio, immettendo spesso quegli elementi di critica sociale che hanno reso la miglior produzione fantascientifica degna (se non, a mio parere, superiore) a quella della letteratura di livello.

 (Se siete incuriositi/il mio riassunto di tre righe vi ha solo confuso/volete saperne di più e meglio potete andare alla pagina della Bonelli dedicata a serie e personaggio).

 Ma cosa legge, come si forma, cosa sogna e cosa consiglia a chi vuole intraprendere il suo stesso mestiere, uno sceneggiatore di fumetti di successo? 
 Preparate un quadernino degli appunti perché vi verrà voglia di leggere parecchi libri alla fine dell'intervista.
 Siete pronti? Let's go!

Cosa leggevi da bambino?

 Premetto che sono stato un bambino molto precoce, a 5 anni già leggevo. 
 Fumetti, gli Albi della Rosa che successivamente sono diventati gli Albi di Topolino e all'epoca contenevano una sola storia o due più brevi.

 Si trattava di storie classiche di Topolino, Paperino, spesso di Carl Barks, ed erano stampate al risparmio, quindi avevano questa particolarità per cui una pagina era a colori e un'altra in bianco e nero, alternate.

Poi ho iniziato a leggere libri molto presto.

 Avevo questa maestra alle elementari che non ci dava dei compiti per le vacanze, ma prima della chiusura arrivava con una ventina di libri a scuola, li metteva sulla cattedra e ce li faceva scegliere.

Uno di questi, aveva un razzo in copertina. Era “Dalla terra alla luna” di Jules Verne e avrei voluto prenderlo subito.
Solo che io non sono molto competitivo e non mi sarei mai alzato per primo, così sono rimasto al banco pregando che il libro rimanesse per ultimo.
Rimase proprio quello e l'evento avrebbe dovuto già suggerirmi qualcosa riguardo al mio futuro. Avevo sei anni.

 Dopo Verne, visto che gli adulti mi vedevano appassionato, tentarono di regalarmi Salgari, ma da bambino mi annoiava terribilmente. Penso che risulti più divertente superata una certa età, se ne apprezza lo spirito e anche la ripetitività “professionale”.

 Invece Verne sì, mi piaceva tantissimo, perché univa le mie passioni per le avventure e il cosmo.

Bisogna tener presente che erano anni molto particolari, in cui si andava effettivamente sulla luna, si trepidava per le sorti degli astronauti, c'era la corsa allo spazio, un mondo che non esiste più.

Poi un giorno successe una cosa.
Mio padre (abitavamo a Cagliari) andava ad una libreria che era esattamente dietro l'angolo di casa mia. Facendo la cresta sulla spesa, appena raggiungevo 100 lire, mia madre mi permetteva di andare in libreria da solo.
 Un giorno entro in questa libreria e chiedo un libro di Verne di questa collana per ragazzi diffusa all'epoca, Topobiblo. Ma non l'avevano. 

 Mi dissero però che l'avevano “in edizione integrale”... e lì ho scoperto una terribile verità: fino a quel momento avevo letto solo le riduzioni per ragazzi. Così, pian piano, ho ricomprato e riletto TUTTO.

Oltre a Verne, mi piacevano Rodari, Calvino e in generale tutte le cose che avevano un risvolto fantastico


Mio padre, che viaggiava molto, leggeva tantissimo: un libro nel viaggio d'andata e uno in quello di ritorno. Non amava molto i polizieschi, ma leggeva tantissimi Urania, anche perché aveva fiducia in Fruttero e Lucentini che erano i curatori della collana.

 Così iniziò a selezionare degli Urania adatti a me. 
 Il primo fu “Sparate a vista su John Androki”. Non ricordo assolutamente niente del romanzo, se non la copertina che ricordo tuttora alla perfezione. 
 Mi accorgo che il libro (era comunque sui viaggi nel tempo) mi entusiasma e ne chiedo ancora e mio padre passa direttamente ad Asimov e non rimane deluso.

 Ero un lettore voracissimo, leggevo anche uno o due libri al giorno, avevo iniziato a comprare anche i gialli Mondadori, quelli per ragazzi (I Tre investigatori, gli Hardy Boys) ma evitavo Nancy Drew, che immaginavo “per ragazze”.
 Peccato. Avrei fatto bene a leggere anche quelli!

 La scoperta della letteratura diciamo così “vera” è più tarda.
 Leggendo Agatha Christie che scriveva non tanto gialli, quanto storie vere e proprie, scopro che esiste un modo di raccontare le cose che si differenzia dagli altri, l'esistenza dello stile.
  Ed è una differenza fondamentale. Prendiamo Asimov, ad esempio, aveva idee straordinarie, ma lo stile del racconto non è all'altezza delle sue idee.
Così inizio a saccheggiare di tutto e costruisco un discorso che passa per la fantascienza, ma vira anche verso altri contenuti.

Ci sono degli scrittori o dei libri di fantascienza che ti sentiresti di consigliare?

Do consigli partendo dal presupposto che il lettore potrebbe non conoscere nulla del genere di cui parliamo.
Perciò:

Sicuramente Asimov. I primi quattro libri del ciclo della Fondazione.

Verne, “Dalla terra alla luna” e “Ventimila leghe sotto i mari”, grande capolavoro.

Non sono mai riuscito ad appassionarmi a Philip Dick. L'ho beccato da ragazzo e l'ho trovato confuso, ho provato a rileggerlo da adulto, ma non è riuscito comunque ad appassionarmi. Non dico che non abbia valore, attenti, solo che non è riuscito ad averne per me.

Moorcock? A lui sono arrivato per vie traverse. Iniziai a comprare fumetti e tra questi Conan. A un certo punto la Marvel decise di far sceneggiare alcune storie di Conan a Moorcock, il quale cedette i diritti di Elric (il protagonista della sua saga ndr) per fare un assurdo crossover, Elric vs Conan, che nonostante la sua follia mi piacque molto e mi permise di scoprire un nuovo autore. Ammetto però di aver letto pochissimo.

Mino Milani. Un genio. Del fumetto e della letteratura. I romanzi di Martin Cooper erano per me fonte di emozioni anche “perturbanti”. Mi facevano persino paura.

007. Lo spionaggio è un'altra mia grandissima passione. Mio padre mi portò a vedere i film al cinema e da lì scoprii Fleming che mi aprì una nuova gigantesca finestra narrativa. Non è proprio fantascienza, ma come non citare il calamaro gigante che appare nel romanzo “Doctor No”?

Mark Twain. Incredibile. Anche quando non scrive storie “fantastiche”...

Conan Doyle. Avevo letto ovviamente i racconti polizieschi e mi erano piaciuti, poi dopo che mi era capitata tra le mani una sua biografia, ho scoperto “La Compagnia Bianca” e “Sir Nigel” (romanzi di ambientazione storica ndr) e scoprii che la sua produzione di romanzi storici è ancora migliore. Ma “Il Mondo Perduto” resta un riferimento imprescindibile per chi è appassionato di letteratura fantastica.

Michael Crichton. E' l'ideale dal punto di vista del mio mestiere perché è riuscito a fondere nei suoi romanzi il fantastico all'ambientazione realistica, il tutto sostenuto da una documentazione precisissima. Si considerava il Verne moderno e, secondo me, aveva ragione.


Cosa ti piace leggere adesso?

Ultimamente mi sono appassionato ai saggi storici. 
 Io non ero un ragazzo particolarmente studioso, anche perché ero uno di quelli a cui bastava ascoltare per ricordare la maggior parte delle cose, quindi era sufficiente stare attento in classe e il gioco era fatto.

Anche per questo mi sta affascinando leggere molto libri di storia che, tra l'altro, danno una visione molto diversa dei fatti del passato che avevo studiato a scuola perché molte opinioni sono cambiate, le contestualizzazioni migliorate.

Ad esempio mi è molto piaciuto, nella collana Grandangolo, “La guerra del Peloponneso”, che dà un'ottima interpretazione della dicotomia noi-loro, dove per loro intendo quelli che son vissuti nel passato, diversi da noi culturalmente e tecnologicamente.

Per il resto, compro spesso sugli aeroplani, un'altra passione che ho sempre avuto. Mi interessa tutto: dai modelli ai libri sulla seconda guerra mondiale di cui per fortuna c'è una bibliografia inesauribile.
E per concludere sto acquistando vari libri scientifici di cui, lo ammetto, capisco poco, ma trovo molto intriganti.

Tu sei uno sceneggiatore di fumetti, una professione poco esplorata in Italia, dove i disegnatori in genere sceneggiano anche le loro opere. Qual è stata la tua preparazione?

Dunque, ho frequentato il liceo classico, ma ho sempre avuto la passione per la fantascienza, quindi ho dovuto, gioco forza, costruire storie fantascientifiche usando un approccio umanistico. 

In molti romanzi di FS i personaggi sono costruiti in funzione della trama, io ho cercato di costruire dei personaggi che uscissero da questo schema e fossero maggiormente complessi e sfaccettati. Non so se ci sono riuscito, ma questo era l'intento di molte mie storie.

Da questo punto di vista le storie di spionaggio sono, secondo me, la combinazione perfetta: tecnicismi e trame molto complicate che però devono essere giustificate da profonde motivazioni psicologiche da parte dei personaggi.


Tu sei sardo, e molti artisti rivendicano questa appartenenza con forza, sottolineando quanto provenire dalla Sardegna sia un tratto irrinunciabile della loro formazione. 
 Anche per te è così? Ci sono degli autori sardi che ti hanno influenzato?

Ho letto ovviamente molti testi di scrittori sardi, a partire dal drammatico “Padre padrone” di Gavino Ledda.

 In generale li leggo volentieri perché appunto parlano di “cose sarde” e, benché non ci viva più da trent'anni, mi riconosco sempre.
Potrei dire che gli autori sardi non mi hanno influenzato, ma la sardità sì.

I personaggi di Nathan Never hanno, ad esempio, quell'isolazionismo e quella finitezza che sono parte integrante dello spirito di chi è cresciuto in un'isola.

La sardità colpisce, più che nello stile, nelle intenzioni stesse della scrittura... sei sardo, non puoi fare altrimenti.
Sogno di tornare in Sardegna, ma mi rendo conto che vorrei tornare in una Sardegna più ideale che reale.

Vorresti o scriverai mai un libro?

Ogni anno arrivano degli editor che mi propongono di scrivere un libro. Non dico che non mi piacerebbe, ma ci sono due problemi:
  1. Ci vuole uno stile, bisogna saper scrivere e io dubito di saper scrivere un libro-libro.
  2. Non so di cosa scrivere. Dovrei avere qualcosa da dire oltre i fumetti... qualcosa che evidentemente non ho.

Che consigli daresti ad un aspirante sceneggiatore di fumetti?

Di non farlo.
 Ma se proprio deve farlo, di tener presente che in Italia è molto complicato. Vivendo in un mondo globalizzato, se si conoscono un minimo le lingue, mi rivolgerei agli Usa o alla Francia.

 Se proprio deve farlo in Italia, può proporsi alla Bonelli o alle piccole o medie case editrici che però, a meno che tu non sia Zerocalcare o Leo Ortolani, hanno budget molto molto molto limitati.

Ci sono ovviamente le dovute differenze tra le due cose.

 La Bonelli è una casa editrice professionale che paga in modo dignitoso, ma gli spazi per scrivere si riducono sempre di più perché si sta tendendo a ridurre la lunga serialità per prediligere serie da pochi numeri, 6-8 puntate. E difficilmente accetta proposte “esterne”. Bisogna scrivere i personaggi già editi.

 Le piccole case editrici offrono magari maggiore libertà creativa, ma purtroppo compensi spesso molto risicati se non assenti del tutto. Ma possono comunque far conoscere il tuo lavoro. E, in questo caso, devi presentarti con un disegnatore al seguito. Di fatto, si vendono i disegni, non le sceneggiature.

Per il resto, scuole di sceneggiatura di fumetti vere e proprie non ce ne sono. Molti vengono da scuole di scrittura, come la scuola Holden, nella quale ho insegnato, o hanno studiato altri tipi di sceneggiatura, cinematografica e televisiva, che comunque sono cose molto diverse.

Lo dico anche dopo aver partecipato alla stesura di una serie TV di cui non citerò il titolo, un'esperienza surreale che è anche finita in modo ancora più strano perché, andando male gli ascolti, alla fine la produzione ha concentrato il doppio delle puntate nella metà del tempo e quella che avevo sceneggiato io l'ho trovata sparsa e tagliuzzata qui e lì.

Cosa stai leggendo in questo momento?

“Il passeggero del Polarlys”, un romanzo giovanile di Simenon, costruito come il classico “delitto della camera chiusa”, ambientato su una nave mercantile in viaggio verso la Norvegia funestata da eventi misteriosi. Personaggi splendidi, figure messe lì con quattro pennellate e tratteggiate magnificamente.

Un bel saggio di Francesco Cassata, “Fantascienza?”, sui racconti a tema fantascientifico di Primo Levi.

“Il mistero di Tucidide” di Canfora nel quale il mistero della doppia, e in entrambi i casi plausibile e veritiera, biografia dello storico greco, viene trattata come un giallo e si risolve addirittura con un colpo di scena.

“Viva il Latino” di Nicola Gardini, sull'importanza della nostra “lingua madre”, decisamente interessante e ricco di ragionamenti emozionanti sulla funzione di una lingua e delle sue modalità espressive.

“Viaggio nella paura” di Eric Ambler, un classico dello spionaggio, una scrittura brillantissima.


Infine mi hanno consigliato “The Martian” (“L'uomo di marte” ndr) di Andy Weir e sono molto curioso di iniziarlo...

 Quanti libri vi è venuta voglia di leggere? Io ho puntato Cassata e un bel po' di Verne, di cui sono colpevolmente carente.
Ringrazio ancora Antonio per la sua disponibilità e gentilezza, grazie grazie grazie.

Ps. Il mio pensiero va oggi ai cittadini del centro Italia (che è anche casa mia). Ce la farete (e ce la faremo tutti insieme), siamo il cuore dell'Italia.

martedì 31 maggio 2016

I ragazzi hanno bisogno di esempi, non di Exempla. La differenza sottile tra un libro che procede per temi didascalici e una storia in cui precipitare follemente. Entrambi possono piacere, ma solo uno lascia qualcosa.

 Molti dei libri che danno da leggere a scuola (in realtà molti dei libri che escono, ma in questo caso specifico è ancora più lampante), con tutte le buone intenzioni, sono secondo me troppo didascalici. 


A girl daydreaming during class, Florida,
 March 1947. Photo by Allan Grant.
 Sono, quelli che si potrebbero definire "Romanzi a tema".
 Io scrittore scrivo un libro e presento un dramma, una problematica, una ferita del nostro tempo, a uso delle nuove generazioni e degli studenti. L'idea da un certo punto di vista è encomiabile, il risultato secondo me rischia però di non essere quello sperato.
 Prendo come esempio un successo dell'anno scorso molto dato come lettura scolastica: "Non dirmi che hai paura" di Giuseppe Catozzella. 
 La storia racconta la breve vita di Samia, atleta somala giunta ultima alle olimpiadi di Pechino e morta in mare mentre cercava di raggiungere le coste italiane col sogno di tornare in Inghilterra per prepararsi adeguatamente a Londra 2012.
 La vita di Samia così breve e così particolare si prestava indubbiamente ad essere raccontata in un libro e il risultato non è male, tuttavia a me, personalmente, non è piaciuto.
 La spiegazione di questo paradosso è molto semplice: la storia della giovane, sfortunata, Samia è potente, il modo in cui è stata raccontata no.
  Questa faccenda della potenza è il tallone d'Achille dei romanzi a tema che hanno sempre un po' il retrogusto posticcio dei romanzi commissione: la sua storia non è solo la sua storia, ma un modo per mostrare la tragedia dei migranti.
 Il risultato può anche essere toccante in un primo momento, ma i sentimenti sembrano tagliati con l'accetta: tutti sono buonissimi o cattivissimi, mancano i chiaroscuri e l'immedesimazione è una faccenda tanto facile quanto labile. Tutti noi parteggiamo per istinto con una ragazza che cerca la libertà, ma se la scrittura non ci colpisce in modo da farci desiderare per primi la libertà che lei va cercando, tempo pochi giorni e ce ne siamo dimenticati.
Dobbiamo sentire il dolore per ricordare il dolore.

 Ovviamente Catozzella e gli scrittori che si sforzano di trattare temi contemporanei hanno colpa fino a un certo punto: c'è bisogno di questo genere di storie ora e non si può aspettare che venga fuori (e verrà) il best seller che spazzerà via le nostre remore e certezze.
 Fanno, diciamo, il loro onesto lavoro.
 Ho parlato del suo libro, ma ce ne sono altri e tutti hanno lo stesso problema: si procede così tanto per temi e una sorta di didascalismo bencelato o malcelato che non sembrano romanzi, ma fiabe per adolescenti.
 L'eroe che sbaglia, capisce l'errore, si redime, comprende che non bisogna discriminare, che la mafia fa schifo, che il camorrista bello però è anche cattivo e punto.
   Si propongono perciò a ragazzi sulla via della maturità, schemi che generalmente riserviamo agli infanti (anzi, le fiabe di un tempo avevano più profondità psicologica).
 Si parte dal presupposto, non si sa perché, che i ragazzini si trovino immersi in pensieri che sono o buoni buoni o cattivi cattivi, le sfumature del dubbio, dell'eventuale fascino del male (che a mio parere sia accentua quando vedi che nei libri i veri buoni non hanno mai un dubbio) non è presa in considerazione.
 In realtà un quindicenne i suoi dubbi amletici ce l'ha, le sue convinzioni, solitamente assai radicali, inizia ad esprimerle (con tutto il tempo di cambiarle 700 volte, ma intanto ce l'ha) e non riguardano spesso teneri fiori che crescono nei campi o aneddoti degni dei fioretti di San Francesco.

 Per dirla in una frase sola: gli adolescenti hanno bisogno di esempi scritti bene, non di Exempla.
 Il santino ha la durata di un libro, una storia che colpisce attecchisce per anni.

 Per far comprendere questo mio lungo discorso, consiglio caldamente la lettura (soprattutto a eventuali insegnanti di medie e superiori) de "La vita secondo Banana" di PP Wong, Baldini e Castoldi.
 Chi è costei?
PP Wong
PP Wong, incredibilmente la prima scrittrice sino-inglese a pubblicare un libro, possiede quel ritmo scorrevole e luminoso che hanno gli orientali, minimalisti senza quel bisogno ricercato di esserlo a tutti costi. La semplicità nella scrittura viene loro naturale e i libri scorrono velocissimi, pur trattando, come in questo caso, temi abbastanza complessi.
 La storia infatti è quella della piccola Xing Li, ragazzina di origine cinese nata e cresciuta a Londra, che durante la festa di compleanno dei suoi 12 anni perde in modo assurdo sua madre (esplode un forno in un ristorante cinese), dopo essere rimasta già orfana di padre alla nascita. 
 Lei e il suo intelligentissimo fratello maggiore adolescente, Lai Ker, vengono dati in affido alla ricchissima nonna, una cinese originaria di Singapore molto severa.
 Come ci si aspetta dagli orientali è una sorta di nonna tigre che iscrive immediatamente i nipoti a costosissime scuole private e pretende eccellenza, soprattutto in campo scientifico: i poeti in famiglia non sono ammessi, le uniche professioni degne di questo nome sono il medico, l'avvocato o il broker.
 Lai Ker, genietto che mette il suo talento a disposizione di progetti sempre più inquietanti di supremazia cinese in Inghilterra, viene lasciato in pace dall'anziana, ma così non è per la povera Xing Li che non solo non brilla a scuola, ma diventa il bersaglio dell'odio di una sorta di reginetta crudele dell'istituto.
 Il libro riesce a mescolare una quantità di temi impressionante: la disabilità mentale di un membro della famiglia e le conseguenze sugli altri (lo zio materno della bimba soffre, si intuisce, di una qualche forma o di esaurimento o schizofrenia e Xing Li che si trova improvvisamente a vivere anche con lui, vive la convivenza con difficoltà), la solitudine di chi rimane senza famiglia e quella dei migranti, strappati spesso senza reale convinzione dai loro luoghi d'origine, il bullismo scolastico e soprattutto il razzismo.

 E' curioso che abbia letto da poco "Americanah" della Adichie, un libro indubbiamente più sontuoso e pregnante di questo che, eppure, come avevo scritto, non riusciva secondo me a centrare esattamente il tema della discriminazione come conseguenza dell'appartenenza a una minoranza.
  PP Wong ci riesce perché capisce una cosa fondamentale: la discriminazione non cessa di esistere perché tutti noi abbiamo qualcuno che riteniamo inferiore a noi.
 E' il punto focale che manca in "Americanah": l'idea che comunque non ci sia una fratellanza di minoranze perché in fondo tutti pensiamo di essere migliori di qualcun altro (che discriminiamo a nostra volta).
 PP Wong riesce invece a raccontare questo nodo fondamentale grazie alla storia di una ragazzina improvvisamente catapultata da un contesto sociale molto protetto, in cui sua madre le aveva fatto da scudo costruendole un mondo in cui origini orientali e nascita occidentale riuscivano a convivere in armonia, ad un contesto improvvisamente nemico, in cui lei è la diversa, la muso giallo, la poveraccia.
 Come fa? Costruendo un reticolo di discriminazione che non va a senso unico, ma procede, per ironia lessicale, per scatole cinesi.

 Xing Li è discriminata dai suoi nuovi compagni ricchi, spocchiosi e insopportabili perché è cinese (è anche ricca, ma nel loro immaginario non esistono cinesi ricchi, quindi percepiscono la sua presenza in una scuola d'élite come una sorta di affronto di classe, altro lato interessante).
 Il suo unico amico è Jay un ragazzo per metà cinese e per metà giamaicano.
 Forse non tutti sanno che in oriente non hanno molta simpatia per le persone di colore, così Jay, le rivela che sia i nonni materni (cinesi) che quelli paterni (giamaicani) hanno rinnegato i rispettivi figli a causa della loro unione, fonte di reciproco fastidio verso una diversità culturale ed etnica per loro inaccettabile.
 Xing Li è sconcertata: com'è possibile che dei nonni non vedano il nipote?
  In realtà anche lei scopre di avere una storia simile nel passato: nessuno gliel'ha mai detto prima, ma suo padre era giapponese e dopo la seconda guerra mondiale se c'erano due popoli che proprio non potevano vedersi erano giapponesi (rei di aver commesso una quantità di atrocità durante la guerra sino-giapponese) e cinesi.

 E non è finita, perché ci sono i cinesi original e quelli nati altrove, e il tetto di cristallo oltre il quale molte persone di origine non britannica non riescono ad andare solo a causa del loro aspetto (la zia di Xing Li è un'attrice che viene chiamata solo per ruoli di prostituta o migrante) e il bullismo e la frustrazione che nasce nelle nuove generazioni.
 E' un libro che sembra semplice e contiene una quantità di spunti di riflessione che potrebbero bastare per dieci.
  Xing Li non è una santa, anzi, detesta sua nonna e vorrebbe che suo zio Ho venisse rinchiuso da qualche parte, però ha una caratteristica indiscutibilmente positiva per essere il personaggio di un libro: sembra una persona vera.
 PP Wong avrebbe potuto raccontare l'appassionante storia della prima attrice cinese della storia oppure l'edificante fiaba di una perfetta ragazzina cinese in grado di vincere il bullismo scolastico con coraggio e trionfo. Non lo fa. Non racconta balle, non regala illusioni e neanche santini.
 Scrive di persone che sembrano vere, sbagliano, vincono, perdono e non sono eccezionali.
Sono come noi ed è questa la chiave per risolvere il 90% dei problemi nel mondo: solo quando riconosci l'altro come uguale a te stesso, allora smetti di avere pregiudizi, paura, odio.

E voi cosa ne pensate? Esistono libri a tema? E' una mia impressione? In realtà Catozzella è lo scrittore definitivo e non me ne sono accorta? Testimoniate!

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