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mercoledì 24 agosto 2016

L'arte di creare mondi possibili. Intervista ad Antonio Serra, storico creatore di Nathan Never e Legs Weaver! Uno splendido percorso tra ricordi legati ai libri, consigli di lettura e suggerimenti per aspiranti sceneggiatori!

 Ed eccomi, di ritorno dalle vacanze in Portogallo, un posto meraviglioso di cui vi darò conto, anche se questo non è un blog di viaggi lo so, in alcune prossime "cartoline dal Portogallo" sulle cose più strane e belle fatte e viste in Lusitania.

Ricomincio almeno per questa settimana (causa super mega big surprise che presto saprete) un po' a rallentatore, ma ho riservato per questo ritorno dalle ferie un'intervista davvero speciale, quella ad Antonio Serra, uno dei tre storici creatori di "Nathan Never" il fumetto di fantascienza di maggior successo della storia italiana.

 Più appassionata di Dylan Dog, non l'ho mai seguito con regolarità, ma il caso (e la mia amica Veruska) hanno voluto che conoscessi Antonio che è una persona gentilissima e deliziosa, nonchè un raro esempio di quel misconosciuto mestiere che è lo "sceneggiatore di fumetti" di un genere che, tra l'altro, sta anche scomparendo, quello della lunga serialità.

 Per chi (chi?) non conoscesse Nathan Never, una delle creature più longeve della Bonelli, faccio un pratico riassunto.


Antonio Serra, per una sua breve biografia potete andare
al link del sito Lo Spazio Bianco 
All'inizio degli anni '90, Antonio Serra, Bepi Vigna e Michele Medda (tutti sardi e soprannominati appunto "il gruppo dei tre sardi") ideano per la Bonelli (per la quale già lavoravano come sceneggiatori) il personaggio di Nathan Never, il primo fantascientifico della casa editrice.

 Nathan Never è un uomo sulla quarantina dal doloroso passato che lavora per un'agenzia privata a metà tra polizia mercenaria e investigazione in un futuro fortemente tecnologico e abbastanza distopico.

 Le sue avventure mescolano molti elementi tipici della sci-fi, dalle distopie politiche e tecnocratiche ai viaggi nel tempo e nello spazio, immettendo spesso quegli elementi di critica sociale che hanno reso la miglior produzione fantascientifica degna (se non, a mio parere, superiore) a quella della letteratura di livello.

 (Se siete incuriositi/il mio riassunto di tre righe vi ha solo confuso/volete saperne di più e meglio potete andare alla pagina della Bonelli dedicata a serie e personaggio).

 Ma cosa legge, come si forma, cosa sogna e cosa consiglia a chi vuole intraprendere il suo stesso mestiere, uno sceneggiatore di fumetti di successo? 
 Preparate un quadernino degli appunti perché vi verrà voglia di leggere parecchi libri alla fine dell'intervista.
 Siete pronti? Let's go!

Cosa leggevi da bambino?

 Premetto che sono stato un bambino molto precoce, a 5 anni già leggevo. 
 Fumetti, gli Albi della Rosa che successivamente sono diventati gli Albi di Topolino e all'epoca contenevano una sola storia o due più brevi.

 Si trattava di storie classiche di Topolino, Paperino, spesso di Carl Barks, ed erano stampate al risparmio, quindi avevano questa particolarità per cui una pagina era a colori e un'altra in bianco e nero, alternate.

Poi ho iniziato a leggere libri molto presto.

 Avevo questa maestra alle elementari che non ci dava dei compiti per le vacanze, ma prima della chiusura arrivava con una ventina di libri a scuola, li metteva sulla cattedra e ce li faceva scegliere.

Uno di questi, aveva un razzo in copertina. Era “Dalla terra alla luna” di Jules Verne e avrei voluto prenderlo subito.
Solo che io non sono molto competitivo e non mi sarei mai alzato per primo, così sono rimasto al banco pregando che il libro rimanesse per ultimo.
Rimase proprio quello e l'evento avrebbe dovuto già suggerirmi qualcosa riguardo al mio futuro. Avevo sei anni.

 Dopo Verne, visto che gli adulti mi vedevano appassionato, tentarono di regalarmi Salgari, ma da bambino mi annoiava terribilmente. Penso che risulti più divertente superata una certa età, se ne apprezza lo spirito e anche la ripetitività “professionale”.

 Invece Verne sì, mi piaceva tantissimo, perché univa le mie passioni per le avventure e il cosmo.

Bisogna tener presente che erano anni molto particolari, in cui si andava effettivamente sulla luna, si trepidava per le sorti degli astronauti, c'era la corsa allo spazio, un mondo che non esiste più.

Poi un giorno successe una cosa.
Mio padre (abitavamo a Cagliari) andava ad una libreria che era esattamente dietro l'angolo di casa mia. Facendo la cresta sulla spesa, appena raggiungevo 100 lire, mia madre mi permetteva di andare in libreria da solo.
 Un giorno entro in questa libreria e chiedo un libro di Verne di questa collana per ragazzi diffusa all'epoca, Topobiblo. Ma non l'avevano. 

 Mi dissero però che l'avevano “in edizione integrale”... e lì ho scoperto una terribile verità: fino a quel momento avevo letto solo le riduzioni per ragazzi. Così, pian piano, ho ricomprato e riletto TUTTO.

Oltre a Verne, mi piacevano Rodari, Calvino e in generale tutte le cose che avevano un risvolto fantastico


Mio padre, che viaggiava molto, leggeva tantissimo: un libro nel viaggio d'andata e uno in quello di ritorno. Non amava molto i polizieschi, ma leggeva tantissimi Urania, anche perché aveva fiducia in Fruttero e Lucentini che erano i curatori della collana.

 Così iniziò a selezionare degli Urania adatti a me. 
 Il primo fu “Sparate a vista su John Androki”. Non ricordo assolutamente niente del romanzo, se non la copertina che ricordo tuttora alla perfezione. 
 Mi accorgo che il libro (era comunque sui viaggi nel tempo) mi entusiasma e ne chiedo ancora e mio padre passa direttamente ad Asimov e non rimane deluso.

 Ero un lettore voracissimo, leggevo anche uno o due libri al giorno, avevo iniziato a comprare anche i gialli Mondadori, quelli per ragazzi (I Tre investigatori, gli Hardy Boys) ma evitavo Nancy Drew, che immaginavo “per ragazze”.
 Peccato. Avrei fatto bene a leggere anche quelli!

 La scoperta della letteratura diciamo così “vera” è più tarda.
 Leggendo Agatha Christie che scriveva non tanto gialli, quanto storie vere e proprie, scopro che esiste un modo di raccontare le cose che si differenzia dagli altri, l'esistenza dello stile.
  Ed è una differenza fondamentale. Prendiamo Asimov, ad esempio, aveva idee straordinarie, ma lo stile del racconto non è all'altezza delle sue idee.
Così inizio a saccheggiare di tutto e costruisco un discorso che passa per la fantascienza, ma vira anche verso altri contenuti.

Ci sono degli scrittori o dei libri di fantascienza che ti sentiresti di consigliare?

Do consigli partendo dal presupposto che il lettore potrebbe non conoscere nulla del genere di cui parliamo.
Perciò:

Sicuramente Asimov. I primi quattro libri del ciclo della Fondazione.

Verne, “Dalla terra alla luna” e “Ventimila leghe sotto i mari”, grande capolavoro.

Non sono mai riuscito ad appassionarmi a Philip Dick. L'ho beccato da ragazzo e l'ho trovato confuso, ho provato a rileggerlo da adulto, ma non è riuscito comunque ad appassionarmi. Non dico che non abbia valore, attenti, solo che non è riuscito ad averne per me.

Moorcock? A lui sono arrivato per vie traverse. Iniziai a comprare fumetti e tra questi Conan. A un certo punto la Marvel decise di far sceneggiare alcune storie di Conan a Moorcock, il quale cedette i diritti di Elric (il protagonista della sua saga ndr) per fare un assurdo crossover, Elric vs Conan, che nonostante la sua follia mi piacque molto e mi permise di scoprire un nuovo autore. Ammetto però di aver letto pochissimo.

Mino Milani. Un genio. Del fumetto e della letteratura. I romanzi di Martin Cooper erano per me fonte di emozioni anche “perturbanti”. Mi facevano persino paura.

007. Lo spionaggio è un'altra mia grandissima passione. Mio padre mi portò a vedere i film al cinema e da lì scoprii Fleming che mi aprì una nuova gigantesca finestra narrativa. Non è proprio fantascienza, ma come non citare il calamaro gigante che appare nel romanzo “Doctor No”?

Mark Twain. Incredibile. Anche quando non scrive storie “fantastiche”...

Conan Doyle. Avevo letto ovviamente i racconti polizieschi e mi erano piaciuti, poi dopo che mi era capitata tra le mani una sua biografia, ho scoperto “La Compagnia Bianca” e “Sir Nigel” (romanzi di ambientazione storica ndr) e scoprii che la sua produzione di romanzi storici è ancora migliore. Ma “Il Mondo Perduto” resta un riferimento imprescindibile per chi è appassionato di letteratura fantastica.

Michael Crichton. E' l'ideale dal punto di vista del mio mestiere perché è riuscito a fondere nei suoi romanzi il fantastico all'ambientazione realistica, il tutto sostenuto da una documentazione precisissima. Si considerava il Verne moderno e, secondo me, aveva ragione.


Cosa ti piace leggere adesso?

Ultimamente mi sono appassionato ai saggi storici. 
 Io non ero un ragazzo particolarmente studioso, anche perché ero uno di quelli a cui bastava ascoltare per ricordare la maggior parte delle cose, quindi era sufficiente stare attento in classe e il gioco era fatto.

Anche per questo mi sta affascinando leggere molto libri di storia che, tra l'altro, danno una visione molto diversa dei fatti del passato che avevo studiato a scuola perché molte opinioni sono cambiate, le contestualizzazioni migliorate.

Ad esempio mi è molto piaciuto, nella collana Grandangolo, “La guerra del Peloponneso”, che dà un'ottima interpretazione della dicotomia noi-loro, dove per loro intendo quelli che son vissuti nel passato, diversi da noi culturalmente e tecnologicamente.

Per il resto, compro spesso sugli aeroplani, un'altra passione che ho sempre avuto. Mi interessa tutto: dai modelli ai libri sulla seconda guerra mondiale di cui per fortuna c'è una bibliografia inesauribile.
E per concludere sto acquistando vari libri scientifici di cui, lo ammetto, capisco poco, ma trovo molto intriganti.

Tu sei uno sceneggiatore di fumetti, una professione poco esplorata in Italia, dove i disegnatori in genere sceneggiano anche le loro opere. Qual è stata la tua preparazione?

Dunque, ho frequentato il liceo classico, ma ho sempre avuto la passione per la fantascienza, quindi ho dovuto, gioco forza, costruire storie fantascientifiche usando un approccio umanistico. 

In molti romanzi di FS i personaggi sono costruiti in funzione della trama, io ho cercato di costruire dei personaggi che uscissero da questo schema e fossero maggiormente complessi e sfaccettati. Non so se ci sono riuscito, ma questo era l'intento di molte mie storie.

Da questo punto di vista le storie di spionaggio sono, secondo me, la combinazione perfetta: tecnicismi e trame molto complicate che però devono essere giustificate da profonde motivazioni psicologiche da parte dei personaggi.


Tu sei sardo, e molti artisti rivendicano questa appartenenza con forza, sottolineando quanto provenire dalla Sardegna sia un tratto irrinunciabile della loro formazione. 
 Anche per te è così? Ci sono degli autori sardi che ti hanno influenzato?

Ho letto ovviamente molti testi di scrittori sardi, a partire dal drammatico “Padre padrone” di Gavino Ledda.

 In generale li leggo volentieri perché appunto parlano di “cose sarde” e, benché non ci viva più da trent'anni, mi riconosco sempre.
Potrei dire che gli autori sardi non mi hanno influenzato, ma la sardità sì.

I personaggi di Nathan Never hanno, ad esempio, quell'isolazionismo e quella finitezza che sono parte integrante dello spirito di chi è cresciuto in un'isola.

La sardità colpisce, più che nello stile, nelle intenzioni stesse della scrittura... sei sardo, non puoi fare altrimenti.
Sogno di tornare in Sardegna, ma mi rendo conto che vorrei tornare in una Sardegna più ideale che reale.

Vorresti o scriverai mai un libro?

Ogni anno arrivano degli editor che mi propongono di scrivere un libro. Non dico che non mi piacerebbe, ma ci sono due problemi:
  1. Ci vuole uno stile, bisogna saper scrivere e io dubito di saper scrivere un libro-libro.
  2. Non so di cosa scrivere. Dovrei avere qualcosa da dire oltre i fumetti... qualcosa che evidentemente non ho.

Che consigli daresti ad un aspirante sceneggiatore di fumetti?

Di non farlo.
 Ma se proprio deve farlo, di tener presente che in Italia è molto complicato. Vivendo in un mondo globalizzato, se si conoscono un minimo le lingue, mi rivolgerei agli Usa o alla Francia.

 Se proprio deve farlo in Italia, può proporsi alla Bonelli o alle piccole o medie case editrici che però, a meno che tu non sia Zerocalcare o Leo Ortolani, hanno budget molto molto molto limitati.

Ci sono ovviamente le dovute differenze tra le due cose.

 La Bonelli è una casa editrice professionale che paga in modo dignitoso, ma gli spazi per scrivere si riducono sempre di più perché si sta tendendo a ridurre la lunga serialità per prediligere serie da pochi numeri, 6-8 puntate. E difficilmente accetta proposte “esterne”. Bisogna scrivere i personaggi già editi.

 Le piccole case editrici offrono magari maggiore libertà creativa, ma purtroppo compensi spesso molto risicati se non assenti del tutto. Ma possono comunque far conoscere il tuo lavoro. E, in questo caso, devi presentarti con un disegnatore al seguito. Di fatto, si vendono i disegni, non le sceneggiature.

Per il resto, scuole di sceneggiatura di fumetti vere e proprie non ce ne sono. Molti vengono da scuole di scrittura, come la scuola Holden, nella quale ho insegnato, o hanno studiato altri tipi di sceneggiatura, cinematografica e televisiva, che comunque sono cose molto diverse.

Lo dico anche dopo aver partecipato alla stesura di una serie TV di cui non citerò il titolo, un'esperienza surreale che è anche finita in modo ancora più strano perché, andando male gli ascolti, alla fine la produzione ha concentrato il doppio delle puntate nella metà del tempo e quella che avevo sceneggiato io l'ho trovata sparsa e tagliuzzata qui e lì.

Cosa stai leggendo in questo momento?

“Il passeggero del Polarlys”, un romanzo giovanile di Simenon, costruito come il classico “delitto della camera chiusa”, ambientato su una nave mercantile in viaggio verso la Norvegia funestata da eventi misteriosi. Personaggi splendidi, figure messe lì con quattro pennellate e tratteggiate magnificamente.

Un bel saggio di Francesco Cassata, “Fantascienza?”, sui racconti a tema fantascientifico di Primo Levi.

“Il mistero di Tucidide” di Canfora nel quale il mistero della doppia, e in entrambi i casi plausibile e veritiera, biografia dello storico greco, viene trattata come un giallo e si risolve addirittura con un colpo di scena.

“Viva il Latino” di Nicola Gardini, sull'importanza della nostra “lingua madre”, decisamente interessante e ricco di ragionamenti emozionanti sulla funzione di una lingua e delle sue modalità espressive.

“Viaggio nella paura” di Eric Ambler, un classico dello spionaggio, una scrittura brillantissima.


Infine mi hanno consigliato “The Martian” (“L'uomo di marte” ndr) di Andy Weir e sono molto curioso di iniziarlo...

 Quanti libri vi è venuta voglia di leggere? Io ho puntato Cassata e un bel po' di Verne, di cui sono colpevolmente carente.
Ringrazio ancora Antonio per la sua disponibilità e gentilezza, grazie grazie grazie.

Ps. Il mio pensiero va oggi ai cittadini del centro Italia (che è anche casa mia). Ce la farete (e ce la faremo tutti insieme), siamo il cuore dell'Italia.

giovedì 6 marzo 2014

And the winner is "La grande bellezza"! Ma Sorrentino ha colto davvero lo spirito della città? Il grande mystero rimane sospeso tra Papi che bloccano il traffico, Boris e Pasolini.

Allora, l'altra sera è avvenuto in Italia un fatto che accade solo quando la luna è in capricorno, i pianeti sono allineati perfettamente, le maree scendono, le macchie solari hanno effetti allucinogeni e si vince un premio Oscar: larga parte della popolazione italiana ha visto un film di un certo spessore culturale.
 Era un evento di tale valenza identitaria nazionale, che persino io mi sono trascinata a vederlo a casa di una mia amica, proprio come accadeva negli anni '50 con "La dolce vita" (la vedi la felliniana memoria che ritorna?).
 Gli effetti, per chi bazzica per i social network (ma se siete su questo blog bazzicherete pure voi di sicuro) hanno rivelato un'interessante cartina tornasole dell'Italia contemporanea. 

 Su fb erano tre gli stati d'animo più diffusi durante la messa in onda de "La grande bellezza":

1 ) "Noi non siamo come voi e ci teniamo a dirvelo". 
 Status medio: "Io non guardo "La grande bellezza" di proposito perché non sono un'italiana media. Siamo tutte pecore. Appena ci danno un premio gli americani impazziamo e diventiamo tutti colti. Io NON voglio vedere questo film stasera. Anzi, forse non lo vedrò mai."

2) Capolavoro. 
Status medio "Un film che parla di noi, di questa Italia decadente, dell'Italia che affonda senza speranza, noi e la vacuità, mentre tutto attorno la nostra grande bellezza muore". Allegato favorito: una foto di Pompei che crolla.

3) Ma che è 'sto schifo?
 Status medio "Aò, ho iniziato a vedere 'sto film e dopo dieci minuti voglio spararmi. Ma gli americani si sono bevuti il cervello? Cos'è tutta questa gente nuda? I nani, le ballerine! Noi mica siamo così. Oh, bella Roma per carità, ma che palle. Che danno su Sky?"

Nella mia cerchia di conoscenze feisbukkiane, (che forse, direte voi, devo cambiare), il terzo status, con dovuti picchi di particolare grevità, andava per la maggiore, ma era anche abbastanza prevedibile.
E' molto tempo che vorrei scrivere un post su Roma, una città per la quale i propri abitanti hanno un amore che definire viscerale è riduttivo.
 I romani adorano Roma. Per loro l'esistenza stessa della città è la prova che Dio c'è e ha voluto benedirli facendoli nascere in tale meraviglioso luogo. In nessun'altra città italiana l'orgoglio e l'assoluta matematica certezza che al mondo non esista niente di meglio e che anzi, tutti hanno solo che da imparare, raggiungono tali picchi vertiginosi.
 Il film di Sorrentino, soprattutto nella prima parte, spiega bene questo mistero. Roma è la città eterna, tutte le strade portano a Roma, ha dominato il mondo, è stata grande e lo ha dimostrato. Il romano sin da piccolo viene allevato a suon di storia che lo cita ininterrottamente, di bellezza e di eventi storici che si susseguono con straordinaria frequenza. Sei romano, sei automaticamente superiore, e allora acquisisci questo strano miscuglio  di volgarità e nobiltà che ti permette di danzare sulle rovine di ogni cosa. 
 A Roma, la sciura quale esemplare, non può esistere, perché quella finta cortesia, le mossette, l'ostentazione misurata, possono essere distrutte in qualsiasi attimo da una qualsiasi persona che ti dice, "Ah figasecca, ma che pensi che ce l'hai solo te?"
 Voi penserete sia volgare, io penso che sia assolutamente geniale. E' una città in cui tutti dicono in continuazione che il re è nudo, e il re si diverte da matti.
 Pasolini, di cui un giorno parlerò con più precisione, l'aveva ben capito. La grande capitale italiana, adorata come una divinità dai suoi abitanti, odiata da tanti altri (che però una volta scesi a Roma raramente tornano da dove sono venuti, anzi si adeguano), luminosissima ed enorme, è popolana dentro, ma ha tali nobili natali che non ha nessuna remora ad ammetterlo. Puoi infiocchettarla, metterci la fao, metterci il parlamento, fare la Festa del cinema, ma è la massa quella che conta e detta lo spirito.
 E allora o alla massa ti opponi o dalla sua vitalità, spesso cattiva (si vede bene nel personaggio di Verdone, che ormai quando sta per ottenere un minimo successo decide di andarsene perché Roma lo ha spolpato) ti lasci travolgere. 
Alle superiori, la mia professoressa di italiano ci diede da leggere "Ragazzi di vita", un libro che mi domando come possa essere linguisticamente compreso al di fuori del Lazio, ma vabbeh, non è un problema mio. Non mi piacque, non piacque a nessuno della mia classe, perché era molto violento, confuso e disegnava una città che (ancora) non conoscevamo. La grandezza e le bassezze del mondo, in genere, si iniziano a vedere dopo una certa età, sicuramente dopo il liceo. Pasolini invece ci aveva visto, ovviamente, giusto. L'anima della città era quella: vitale, enorme, volgare, disincantata, debordante, calda come può esserlo solo un'estate romana, e talvolta violenta.
 Sorrentino, che viene da Napoli, un'altra città che ha tutta una sua mitologia personale antica e particolare, ha fatto un primo tempo fantastico. Il secondo tempo, quello che vira sul sacro, mi è piaciuto di meno.
 Motivo 1:
La scena del matrimonio dove c'è il prelato che va a caccia di puzzole. Quello è stato il momento peggiore del film. Perchè? Perché ve lo giuro, appena l'ho vista mi sono trovata dentro il film di "Boris". Chi l'ha visto, non ha potuto non riconoscere la disperata scena che Renè cerca di girare all'inizio, quando ha il direttore della fotografia fichissimo, il tecnico delle luci top, lo scenografo da oscar e via dicendo.
 Era identica: la villa con enorme giardino, il vescovo immorale, la Roma bene, la salottiera, tutti che passeggiano e mangiano.
 La sensazione di trovarsi in un altro film (che prende peraltro per i fondelli i film come "La grande bellezza"), è stata la stessa di quando di tanto in tanto confondo i parcheggi dei centri commerciali in città diverse (un mio grave problema).
 Motivo 2: 
Foto fatta da me medesima la Pasqua 2013
in Via Nazionale a Roma.
 La religione. Il pezzo della santa è stato lunghissimoooooooooooooo e, se serviva per mostrarci una certa spettacolarizzazione della religione, anche un po' didascalico. A Roma la religione cattolica non è la stessa delle altre città. Qua al nord, per dire, il Papa incute un timore reverenziale che sarebbe impossibile raggiungere sulla Prenestina. La chiesa giganteggia lì dove ha una maschera di serietà, di istituzione.
Non è il cardinale che ti parla del coniglio alla cacciatora, né la santa trattata come Totti,  il motivo per cui a Roma la chiesa è siparietto, il motivo è più blando. E' la quotidianità che ti fa perdere qualsiasi contatto col misticismo.
 Se andando all'università, esce in metropolitana l'avviso "Le linee 4, 567, 378, 987 verranno deviate per consentire al Papa di fare la processione nel quartiere x", il tuo cervello smette automaticamente di vedere il Papa come il messo di Dio sulla terra. Il papa diventa una delle assurde varianti romane di intralcio al già caotico traffico cittadino. 
 Se becchi turisti ispirati che vengono dalle Fiji, magari dopo aver risparmiato una vita, solo per vedere il piazza san Pietro, cosa che tu puoi fare prendendo il 64 a qualsiasi ora del giorno, ti accorgi che non percepisci più di tanto la straordinarietà dell'evento.

 Concludendo questo post, che fatta eccezione per il vago riferimento a Pasolini e per il mio reiterato invito a leggere la sceneggiatura de "La grande bellezza" non ha molto a che vedere coi libri (e me ne scuso, non riaccadrà quasi mai più, ma l'occasione era troppo ghiotta), a me il film è piaciuto.
 La mia palma personale per il personaggio va a quello di Galatea Ranzi, la giornalista moglie e madre autrice di 11 libri di cui uno sulla storia del partito, che si sente arrivata, speciale, meravigliosa e rivendica un po' tutto tra cui il suo impegno giovanile. Nell'ambiente femminista ho conosciuto letteralmente GRAPPOLI di queste meravigliose mogli-donne-madri.
 La mia palma alla scena migliore va alla fantastica intervista con l'artista che wannabe Marina Abramovic dando craniate all'acquedotto romano. La distruzione sistematica della patina esteriore: non leggo perché leggo le vibrazioni e caxxate seguenti sono un capolavoro.
 La mia palma alla battuta migliore va alla mitica: "Il mio scrittore preferito è Proust, però anche Ammaniti..."
 Essa dimostra che la via seguita da questo blog è quella giusta: la decadancing del paese passa anche dalla libreria.

giovedì 9 gennaio 2014

Perché leggere una sceneggiatura? Manuali per sceneggiatori e script da decriptare, eroi in viaggio e film da decifrare, viaggio in un mondo nell'ombra.

Age e Scarpelli, due sommi della sceneggiatura italiana vera.
Ormai è chiaro che questa è la settimana dedicata alla sceneggiatura. Il mio cervello, come quello di tutti gli esseri umani (almeno credo) funziona per connessioni logiche perciò appena parlo di un argomento specifico finisce che cado in un pozzo senza fondo di concatenazioni. Oggi parlerò dei manuali di sceneggiatura, un magico mondo particolarmente nascosto e posso assicurare, anche a livello librario, molto complesso da sviscerare.
 In Italia raramente si trova qualcuno che dica "Voglio fare lo sceneggiatore!", più possibilmente avrete l'amico che vuole fare il regista. Spesso il regista si scrive anche la sceneggiatura e il soggetto, talvolta no, sempre è accompagnato in questo faticoso compito da vari et altri autori eventuali. Chi siano costoro e da dove provengano le loro idee è nel 90% dei casi mysterioso. Spesso e volentieri ci sono stirpi di sceneggiatori, ma poiché ce ne sono in tutti i campi artistici, dagli attori ai doppiatori perché stupirsi? Del resto se tuo padre faceva l'aiuto regista perché tu dovresti fare che so, il metalmeccanico? Mentre è giusto e doveroso che, se tuo padre faceva il metalmeccanico tu non possa fare l'aiuto regista. E' un giudizio un po' trachant, ma è abbastanza veritiero. Prendiamo il caso della figlia di Veltroni, auto regista in megaproduzioni ad appena vent'anni. Si vergognava di portare il cartellino col cognome, come se qualcuno potesse ignorare chi era. "Boris" insegna.
  Comunque, com'è come non è, esistono anche dei luminosi esempi di self made man, come Claudio Fava e Monica Zapelli autori della sceneggiatura "I cento passi", vincitrice del prestigioso premio Solinas, rimasta solo carta finché in un impeto di coraggio e botta di fortuna, i due la inviarono al regista Marco Tullio Giordana che infine la lesse facendone poi uno splendido film. Attualmente edita da Feltrinelli, è stata, per molto tempo, una delle rare sceneggiature in commercio. 
 Ma cosa dovreste leggere se voleste capire il magggico mondo degli sceneggiatori o voleste tentare addirittura di stenderne una, magari partendo da un cortometraggio (che pare più facile perché appunto è corto, ma concentrare una bella storia in poche scene è a dir poco complesso)? 
 In Italia la casa editrice specializzata in manuali di tal sorta è la Dino Audino di Roma (sì, si chiama così perché l'editore, una sorta di sosia di Califano porta codesto nome). Ogni anno sforna un buon numero di titoli scritti da autori italiani e traduce dei testi sacri americani come l'ottimo "Il viaggio dell'eroe" di Christopher Vogler. In genere i manuali di scrittura creativa con un risvolto pratico tendono ad essere molto noiosi, ma sia questo testo che un altro simile "L'arco di trasformazione del personaggio" di Dara Marks, hanno dalla loro il grande vantaggio di poter portare esempi visivi. Avete
Ecco il pratico schema archetipico de "Il viaggio dell'eroe"
stasera potrete comodamente applicarlo al primo film in tv.
mai avuto l'evidente sensazione che tutti i santi film americani si svolgano più o meno allo stesso modo? Protagonista vive una condizione di insoddisfazione, capita qualcosa all'improvviso, caos caos, amici, nemici, consigli, climax, depressione, scontro finale, risoluzione? Ebbene gli sceneggiatori americani seguono più o meno tutti pedissequamente le regole di questi sacri testi. Nel primo vengono infatti poste le fondamenta della storia partendo da Aristotele e Propp, nel secondo ci si concentra di più sull'evoluzione del personaggio, che deve avercela, buona o cattiva che sia, altrimenti la storia non funziona. Posso assicurarvi che dopo averli letti, la cosa più divertente sarà mettervi davanti a dei pessimi film e individuare tutte le falle. E' come avere il libretto di istruzioni totale del cinema americano. Dà una certa soddisfazione, lo assicuro.
 C'è stato però un luminoso tempo in cui oltre alla sceneggiatura all'americana, adesso in voga (pagina piena, dialoghi al centro, pochi o nessun accenno ai movimenti di macchina), esisteva anche quella all'italiana (pagina divisa a metà, da una parte la sceneggiatura, dall'altra la descrizione dei movimenti di macchina). C'è un bel libro di Age, "Scriviamo un film" che comprai convinta che mi spiegasse più o meno tecnicamente come si dovesse stendere una sceneggiatura degna di tale nome. Tecnicamente non lo fa, perché ha un carattere molto discorsivo, ma pone le basi ideali e fondamentali per capire per quale arcano motivo un film va scritto, con quali intenti e quali sono le tappe del processo. Tanto gli americani sono in qualche modo fordisti nella creazione di un film (il personaggio e la trama devono seguire archi precisissimi, ve lo giuro, non c'è un film che scappa),
tanto gli italiani almeno nell'epoca d'oro amavano avere una certa forza nelle basi e delle possibilità di anarchia nella stesura. Age comincia infatti descrivendo le varie fasi della stesura della sceneggiatura, che non nasce come Atena già formata dalle mani dell'autore ma prende forma dopo una lunga trafila. 
 Si inizia con il Soggetto che è l'idea generale (Age sostiene che un buon esempio di soggetto siano le singole poesie de "L'antologia di Spoon River" che in poche righe raccontano una storia compiuta e tutte le sue sfumature), e si può proseguire in due modi: con la famosa scaletta, che descrive in breve gli accadimenti scena per scena o col trattamento. Il trattamento, che Age favoriva, è una sorta di piccolo racconto romanzato della storia, splendido è quello del film "Umberto D." di Vittorio De Sica. Solo alla fine si è pronti per scrivere la famosa sceneggiatura.
"Impariamo il mestiere, poi l'arte; anzi no, solo il mestiere si può apprendere. Il mestiere è fatto di regole collaudate che dovrebbero dare un certo margine di sicurezza, disegnare sponde lungo le quali navigare. Sta all'autore, e al rischio che sente di poter correre, apportare varianti alle regole consolidate; varianti che se imbroccate, costituiranno nuovi punti di riferimento per chi verrà dopo. Non dimentichiamo che scriviamo soprattutto per gli altri."
E anche, riferendosi alle sceneggiature che giungevano in condizioni tecnicamente devastanti ai concorsi di cui era giudice:
 "Le buone idee, certo, hanno un loro bagliore e il lettore esperto le sa cogliere anche tra le erbacce di una redazione scomposta. Ma per rendere meno gravoso il suo compito ed evitare il rischio dello smarrimento, la buona forma, la chiarezza dell'esposizione e il rispetto delle regole devono essere applicati."
 Il tono del libro è quello dei chiari e precisi consigli di un grande vecchio che senza tanti giri di parole né toni inutilmente enfatici ti dice come devi lavorare e imparare il "mestiere" come Cristo comanda. Un valido esempio di tale pragmatico approccio è la sua luminosa definizione di quello che noi, tirandocela, ora chiamiamo Brainstorming:
 "Le idee per un film non circolano vestite da idee per un film, riconoscibili. Spesso sono all'interno di un agglomerato di idee o fatti che vanno sbucciati fino ad arrivare al nocciolo che ci occorre e che cerchiamo. Si comincia parlando. Parliamo parliamo, diciamo cose, (in gergo "diciamo stronzate").
Il passo successivo ai manuali è la lettura diretta delle sceneggiature. Come già detto sono molto rare da scovare, qualche anno fa la Marsilio aveva una bella collana "Nuovo cinema Italia" nella quale pubblicava gli script di alcuni film italiani in uscita. Presi "La bestia nel cuore" di cui è interessante anche vedere le differenze col film soprattutto nella parte finale. Esistono però ancora quelle de "Le vite degli altri" di Donnersmark ed. Fandango e "La vita è bella" ed. Einaudi che peraltro ha pubblicato buona parte delle sceneggiature di Almodovar.
 E sorge un'ultima domanda, considerando quanto è realmente scarna, per quale motivo dovremmo leggere una sceneggiatura se non vogliamo scriverne una? Perché non è né un romanzo né tanto meno un'opera teatrale, ma rappresenta comunque una narrazione, un discorso che necessita di altre narrazioni per essere compreso nella sua interezza eppure, in un certo senso è già completo in se stesso. Ciò che è magico nella sceneggiatura è il fatto che l'immaginazione di chi la scrive può non coincidere in nessun modo con quella di chi girerà il film e nasconde sempre la possibilità di poter rimanere muta, come uno spartito che non viene suonato davvero finché non incontra la persona giusta. E potreste avere la grande sorpresa, leggendo la sceneggiatura di un film che avete visto di trovarci tutta un'altra storia, completamente diversa, con personaggi trasmutati e sfumature che nel film non traspaiono. E' un esercizio di lettura davvero particolare, ve lo consiglio.

Ps. Agli sceneggiatori italiani contemporanei non farebbe per niente male ridare una letta ad Age e smetterla di scrivere come se fosse tutto un grande skerzo. La commedia all'italiana funzionava perché anche nei momenti in cui sembrava becera era raffinata, ora anche quando tenta di essere raffinata è solo irrimediabilmente becera. L'altro giorno ho visto un pezzo del remake "Aspirante vedovo" e volevo strillare.

mercoledì 8 gennaio 2014

Ogni serie tv ha il suo libro! Se vi tremano i polsi al pensiero di Dottor House e Jon Snow, se non avete dimenticato Carrie e compagne, se bivaccate davanti Walter White e alla dolce Jess, questi sono i libri che fanno per voi!

Ed ecco che il fortuito ritorno della linea adsl (non mia) mi permette di scrivere nuovamente un post decente. Allordunque, vi avviso che il post di ieri è solo il primo di una serie in cui affronterò il misconosciuto mondo degli sceneggiatori tv e non. Un magggico e variegato mondo tenuto spesso nell'ombra. Tuttavia, poiché non so come mi avete fatto l'immane piacere di leggere numerosi anche ciò che sono riuscita a produrre in 50 minuti di terrore in biblioteca, oggi eviterò di tediarvi con spiegoni da Superquark e dedicherò un nuovo post alle serie tv. Precisamente ai libri che, almeno secondo me, dovreste leggere se vi piacciono determinate serie televisive. Pronti a partire? Si va.
 (Ovviamente la mia è solo una pallida selezione di tutto ciò che l'america è in grado di fornirci a gittata continua. In Italia a parte "Montalbano" non so neanche più cosa si produca).

BREAKING BAD:
La sceneggiatura contemporanea ama l'eroe negativo. Basta co' 'sto stupido manicheismo che ti fa vedere che esistono il bene e il male, la vita è fatta di sfumature! Non è che se uno compie un genocidio di massa non ci debba avere le sue ragioni. Magari ha una vita sentimentale complicata, magari da piccolo gli hanno ucciso il cane e non si è mai più ripreso dal trauma, magari è un mafioso che però c'ha i sensi di vuoto e cade in depressione (acc, già usata questa). Il nuovo trip degli sceneggiatori è farti appassionare all'eroe negativo. Così, ecco pronto "Breaking bad" dove un prof di chimica del New mexico a cui rimane poco da vivere, tanti debiti, due figli, sfighe annesse e connesse, decide di usare la sua laurea con un senso e si mette a produrre metanfetamine. Se anche voi parteggiate per lui non potete non leggere "Mr. Nice" aka Howard Marks ora in ed. economica per Beat. Professore di fisica fricchettone si dà allo spaccio mondiale di droghe leggere, intrattiene rapporti coi servizi segreti e le mafie di mezzo mondo, vive una vita sicuramente meno drammatica del povero Walter White, sfigato sin dal nome, dandosi alla pazza gioia fino all'estradizione. 

ORANGE IS THE NEW BLACK:
Fatelo girare!

 Se siete lesbiche conoscete di sicuro questa serie che fa impazzire tutte noi. Siccome infatti non ci reputavamo abbastanza malmesse nell'immaginario collettivo, abbiamo avuto bisogno di una serie ambientata in un carcere femminile per avere una specie di seguito di "L word". Anche qui un'irreprensibile studentella diventa un corriere della droga per compiacere la sua focosa amante dai grandi occhi azzurri (ve lo dico a me l'attrice che fa la focosa amante non mi piace, anzi, sembra un porcello). Dieci anni dopo, quando ha dimenticato il suo tristo passato e fa teneri saponi con la sua migliore amica, il passato torna a prenderla e viene ingabbiata per due anni. Cosa accade in un carcere femminile? Tante cose disgustose a livello igienico, tante angherie dovute a strane gerarchie e tante storie lesbiche. Se la vita carceraria femminile (quella vera) vi incuriosisce, consiglio a voi tutte (c'è qualche uomo che segue la serie?) "Ricci limoni e caffettiere" edizioni dell'asino, un libretto scritto dalle donne detenute nel carcere di Rebibbia molto grazioso. Cosa si prova appena si entra in carcere? Quali accorgimenti usano le detenute per abbellire le proprie celle? Come si truccano e rimediano prodotti per il corpo? Uno sguardo particolare sulla vita carceraria, quasi un manuale di usi e costumi proveniente da un altro pianeta.

DOTTOR HOUSE: 
Anche qui l'eroe negativo imperat e la dicotomia medicosaggioeintelliggentissimoeguaritore e zoppomalvagioalcolizzatocheodiailmondo fa a pezzi i sogni di tutte le donzelle che anelano al dott. Shepherd. Vi sentite orfani delle sue indagini che invocavano vairus e lupus ogni tre per due? Riguardate incessantemente puntate in cui bambini del South Carolina venivano afflitti da assurde malattie tropicali senza un vero perché (salvo poi scoprire che un vicino di casa aveva scavato un nido di tarantole della Tanzania in giardino)? Vi domandate ancora come possa la fidanzata di Wilson essere morta in un modo tanto artificioso per la serie sceneggiatori che ve siete fumati? Allora non potete perdervi "La vita immortale di Henrietta Lacks" di Adelphi, in cui viene raccontata la fantascientifica storia (tutta vera) delle cellule HeLa. Cosa sono? Cellule tumorali che si riproducono alla velocità della luce, tanto da essere praticamente immortali e da decenni provengono da un lontano campione prelevato ad una donna, Henrietta Lacks, morta in giovane età. Né lei né i suoi familiari hanno saputo fino alla stesura di questo libro che grazie a quelle cellule si sono svolti (e si svolgono) nei laboratori di tutto il mondo millanta ricerche scientifiche. Sì, a leggerla così sembra un po' inquietante e sanguinolenta, ma la storia è affascinante e verissima. E se avete retto tutte le porcherie di Dottor House di sicuro reggerete e apprezzerete anche questo.

SEX AND THE CITY:
L'ho letto con questa inquietante
copertina.
Allora ve lo dico: è una delle mie serie preferite in assoluto. Decade moltissimo nell'ultima stagione (non parliamo dei film, il secondo è da denuncia), ma ha parlato di sessualità femminile come nessuna serie tv è mai riuscita a fare.  Se volete dare un'educazione sessuale come dio comanda ai vostri figli, maschi e femmine, questo è il telefilm per loro (no, non diventeranno dei ricci copulatori, ma delle persone che eviteranno di scrivere libri come "Il sesso santo". Ve lo ricordate? Quello in cui le tre coppie di sposi religiosi chiamavano la vagina "la cosina"). L'unica cosa che mi aveva a lungo lasciata perplessa era stato il personaggio di Samantha. Davvero esistono donne non solo tanto insaziabili, ma anche tanto intraprendenti e soprattutto con tanta energia? Ne ho dubitato fino alla lettura di "Paracadute e baci" di Erica Jong. Allora, la cara Erica meriterà un post a sé. Diciamo che di lei io ho apprezzato davvero solo il celebre "Paura di volare". Ho trovato carino "Come salvarsi la vita" e mi sono chiesta il perché di questo "Paracadute e baci" (molto diverso dai precedenti per l'ideologia di fondo). Una scrittrice, di fronte al fallimento non previsto del suo terzo matrimonio, entra in una sorta di larvale depressione da cui tenta di risollevarsi facendo sesso con mezzo mondo. Tutto e dico tutto e anzi pure di più, quello che faceva Samantha nella serie viene raccontato nel libro. Ciò che rende questo libro completamente differente dai mille erotismi che vanno ora di moda, è l'intelligenza, la grande ironia dell'autrice/protagonista nonostante il continuo frignare. Ha avuto la capacità di rendere un continuo sfilare di amanti improbabili non un libro erotico, ma un peana ad un matrimonio. Samantha Jones è stata chiarissimamente ispirata a Erica Jong, nessuno può togliermelo dalla mente.

IL TRONO DI SPADE: 
E' inutile che vi proponga simil saghe, il vasto mondo del fantasy rapisce i cuori in modo random, senza preavviso e a gusto completamente personale. Sposare la saga è come sposare il propr* fidanzat*: nessuno può capire perché ti piace e se cerchi di proporlo a qualcun altro, soprattutto agli amici, scoprirai che non è che tutti lo/la trovano avvenente come capita a te. Ecco che vi propongo perciò uno di quei bei libretti di filosofia smart and go che tentano di spiegarti Aristotele partendo da qualsiasi cosa. In questo caso ovviamente parlo de "La filosofia del trono di spade". Vi domandate per quale cavolo di motivo Ygritte dica in continuazione al povero Jon Snow: "Tu non sai niente"? Vorreste capire come fa la bionda Targaryen ad adattarsi con relativismo culturale a gogò a tutte le culture esotiche che incontra? Non capite ancora cosa abbia spinto Eddard Stark a suicidarsi ammettendo di essere un traditore? La regina Cersei è davvero perfida come sembra o la dipingono così? E che caspita di ordine non religioso è quello dei corvi?
 Il libretto va giù che un piacere e potrete persino tirarvela dicendo di aver capito l'esistenzialismo francese grazie ad Arya Stark. Ciò detto, secondo me Martin non vedeva nella sua saga la metà delle cose che ci ravvisa questo libro. Ma insomma, è capitato pure a Dante.

NEW GIRL:
L'hipster più amata della tv rappresenta degnamente una generazione di trentenni molto più poveri, confusi e sicuramente meno ambiziosi di quella precedente. La visione comparata di "Friends" e "New girl" vale più di mille studi sociologici al riguardo. Se prima tutti ambivano allo splendido lavoro, alla casa ggggiusta, ai vestiti wow e da stagisti diventavano dirigenti in una casa di moda (la miracolata Rachel), la cara Jess vuole solo fare l'insegnante elementare e per colpa dei tagli governativi viene pure licenziata in continuazione. I suoi coinquilini sono un barista, l'assistente di un cronista radio e un manager perfezionista che lavora in uno spietato gineceo dove tutti vogliono fargli la pelle e non solo. Se questa non è decadenza non so cosa sia. Se anche voi amate le hipsterate definitive ecco per voi "Il kit del 21° secolo. 625 cose che devi sapere del mondo di oggi" ed. Vallardi. C'è tutto: i disegnini fighi, ma essenziali, la copertina con la mascherina di Anonymous, il titolo col numero dentro. Leggero e sbarazzino, è scritto in quel modo finto ironico che vi farà pensare "Oh mio dio quanto sono hipsteramente alla moda!". Nel caso amaste il telefilm, ma non gli hipster (ma non credo sia possibile), in alternativa vi propongo "Joséphine" di Penelope Bagieu ed. Hop!. La travagliata vita di una single parigina poco sex and the city, molto imbranata, con tanta ciccia tutta sui fianchi, cari amici, malvagi padroni di casa e discutibili ex. Carino e veritiero. Dalla casa losangelina a quella francese, tutto il mondo è paese.

Ecco, la prima lunghissima tranche è finita! A presto il seguito! Voi di quale serie siete enormemente fan? Forza, ci son consigli per tutti (quelli non mancano mai).

martedì 7 gennaio 2014

Ciò che nascondono le serie tv! Interviste ai creatori di quei magggici mondi televisivi che ci ipnotizzano facendoci perdere una marea di tempo e regalandoci mondi! (Post col countdown)


Ok,ho tipo i minuti contati in biblioteca per scrivere un post. Oggi grazie ai maledetti tecnici del telefono dei miei vicini di casa mi si è interrotta la linea telefonica e con essa la civiltà e internet. In appena 3 giorni ristabiliranno l'ordine, intanto sono qui che faccio il countdown con la clessidra nella speranza di farcela a scrivere un post decente e di senso compiuto in un'ora. Oggi volevo fare un lungo discorso sui libri dedicati alla sceneggiatura, che sono molto sottovalutati e spesso difficili da scovare. Anni fa era praticamente impossibile trovare delle sceneggiature stampate, adesso noto che le cose stanno migliorando visto che la Neri Pozza ha persino stampato lo script della prima intera stagione di "Downtown Abbey". La domanda è: perchè leggere una sceneggiatura, se non siete degli addetti ai lavori? La risposta ve la darò quando mi sarà tornata la linea adsl, intanto però posso consigliarvi un ottimo libretto di interviste ai più famosi sceneggiatori americani. Sempre relegati in secondo piano rispetto ai registi (secondo me idolatrati un po' troppo rispetto a chi crea il copione da cui il sommo giratore di scene può tirare fuori i suoi capolavori), sono stati sempre abbastanza defilati. Se volete sapere le origini di "Mad Men", i particolari della stesura de "Il trono di spade", se ancora non avete dimenticato "X files" e non potete fare a meno di "How met your mother", "Serial Writers" ed. RTI è il libro che fa per voi. Personalmente io mi sono sempre posta un argine ai telefilm e alle serie da seguire perché so benissimo che passerei tranquillamente la giornata davanti al mio pc a vedere puntate su puntate. Mi ha fregata "Il trono di spade" che ha aperto le porte a "Scandal" (che sta decadendo già a metà della seconda serie), a "Downtown Abbey" e a "New Girl". Confesso peraltro di seguire con ardore "Glee" dalle origini. Anche ora che la serie fa davvero schifo, non riesco ad abbandonare questo inesistente mondo di adolescenti queer canterini e felici. Craig Thomas, tra gli autori di "Futurama" e "The big bang theory" iniziò il suo apprendistato direttamente al David Letterman.Come? Mandando 20 pagine di prova!
Mi permettono di distaccarmi da una realtà dove maledetti tecnici del telefono mi staccano la linea, promettendomi pomeriggi luminosi a base di stacchetti da musical. Siccome stento a credere che ormai esista in Italia qualcuno che ormai non sia vittima di qualche fissazione seriale, non mi faccio remore a consigliarvi questo libro, reo di mostrarci, peraltro, un mondo lavorativo moooolto diverso da quello italiano.
La nuova maravigliosa vita delle bellissime serie tv americane, mettendo spesso in secondo piano i registi, in questo caso spesso considerati ineditamente "addetti ai lavori", ha permesso di gettare una giusta spettacolare luce sui creatori di storie.
  "Avevo diversi amici dell'uni in quel settore, così ho cominciato chiedendo in giro se conoscevano qualcuno che lavorasse per quella trasmissione. Ne ho trovato uno che mi ha concesso un'entratura e ho scritto una ventina di pagine di battute e idee per lo show. Dopo sei mesi mi hanno dato il lavoro."
Son cose che in Italia, mondo dove anche il regno degli sceneggiatori è spesso in mano a potenti famiglie, diciamo che faticherebbero ad accadere. Ce lo vedete un ventenne assunto in un programma megaimportante in prima serata solo per aver mandato venti pagine tramite qualcuno? In un posto dove le risorse umane trovano faticoso anche leggere un cv di due pagine, come minimo quelle venti sarebbero finite nel tritadocumenti. Ci sono poi gli aneddoti gustosi, spesso legati al rapporto tra sceneggiatori e produzione. In America si può dire che il vero padrone di un film e di una serie non è mai né l'autore, nè l'attore star nè tanto meno il povero sceneggiatore. Il padrone incontrastato è la PRODUZIONE. Persino Hitchcock passò giorni d'inferno con David Selznick, gigaproduttore americano molto invasivo a tutti i livelli della creazione del film. Il produttore paga e pesa tantissimo su tutte le scelte, anche artistiche, talvolta con tale invasività che Benioff, uno degli autori de "Il trono di spade" svela nella sua intervista come sia tale intromissione sia il vero motore all'origine della saga.
"L'adattamento della saga era un lavoro titanico e Martin ci aveva fatto sapere che l'aveva costruita di proposito così complicata per rendere impossibile una trasposizione. Ce lo disse quando ci ha raccontato quello che ha passato quando lavorava alla serie "Beauty and the Beast". Le ingerenze della produzione che giudicava i suoi episodi troppo lunghi e costosi lo avevano persuaso a non rimettere più piede a Hollywood. Con i romanzi (Martin) avrebbe potuto spiegarsi come voleva senza che nessuno stravolgesse i suoi progetti."
Talvolta però l'invasività dà anche risultati insperati, come nel caso di "Breaking Bad".
 Lo sceneggiatore Vince Gilligan, aveva pensato la serie a Los Angeles, per poter vivere e lavorare agilmente nello stesso posto dove si trovava la sua famiglia. Poiché lo stato del New Mexico, esattamente come la Calabria e la Sicilia, dava fondi alle produzioni che avessero girato serie e film dalle sue parti, il produttore impose lande desertiche e sconfinate al posto della grande città. Gilligan non era entusiasta all'inizio, ma nell'intervista ammette come uno dei punti di forza della serie, oltre alla grande bravura degli attori, sia proprio l'ambientazione così particolare e apocalittica. C'è poi il creatore di "Mad men" (che a me non piace personalmente, ma forse non lo comprendo boh) che svela come l'idea gli sia nata post 11 settembre, pensando alla grande vitalità della generazione dei suoi genutori, in quegli anni '60 dove tutto sembrava possibile. E...ci sono un sacco di altre interviste e citazioni che vi risparmio sia perché il libro vale la pena per tutti gli appassionati, sia perché il mio tempo in biblioteca sta per scadere. Scusate le condizioni grafiche del blog, ma ho pure dei problemi con la formattazione! Se volete spedirmi dei corni e dei portafortuna saranno graditi!!
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