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lunedì 30 gennaio 2017

Vivere così senza pietà, senza chiedersi perché e non dubitare mai. Vorrei essere capace, ma non lo sono. Una riflessione sulle paure del mondo, la difficoltà di conservare i propri principi e il terrore di sentirsi soli.

Mettiamola così. Vorrei essere una persona migliore. 

Vorrei essere con tutte le mie forze una di quelle che davanti agli sconvolgimenti di questi ultimi due anni continua a dirsi senza nessun dubbio: tutto andrà bene.

 Vorrei essere sinceramente una di quelle persone che sa, senza ombra di esitazione, alcuna che da una società multiculturale e aperta non verranno che miglioramenti e che, se saremo tutti molto bravi, tutto ciò ci porterà alla pace e alla prosperità.

 Vorrei essere una di quelle che non ha incertezze e si affida senza timori e con fedeltà cristallina ai principi di uguaglianza, rispetto e relativismo culturale con i quali è cresciuta.

 Ma non lo sono.
 Anche io ho paura, anche io temo chi potrebbe non capire (tanti anni a convincere la maggioranza degli italiani, occidentalissimi, che i gay non sono il male e ancora non ci siamo completamente riusciti, il timore di dover ricominciare da capo è forte), temo che la secolarizzazione per cui in Italia stiamo ancora lottando svanisca, anche io temo di perdere il lavoro, di impoverirmi, di tante e tante cose.

 L'unico sistema che conosco per combattere la paura è informarmi.

 Mi informo, bene, su siti autorevoli, su libri autorevoli, su saggi che tra l'altro spererei un po' più divulgativi (non semplicistici, divulgativi) perché un saggio su un problema pressate che capisce l'1% della popolazione serve fino a un certo punto.

 Parlo, mi confronto, leggo continuamente spaventosi commenti su fb che oltre a aizzare la voglia di una legiferazione sul web (che per me è parte della vita reale e non una cosa che non c'entra niente, come pensano molti) mi rendono ancora più sospettosa verso il prossimo che, onestamente, non pensavo capace di tanta diffusa cattiveria.


 Devo essere sincera però, è un palliativo. L'aspirina che prendi quando però hai 40 di febbre e la bronchite.

 La prima cosa che ha risollevato il mio morale dall'incresciosa questione e dai sensi di colpa che ne derivano (perché nel mio profondo so che non dovrei mai e mai dubitare), è stato un fumetto francese "Se Dio esiste" di Joann Sfar ed. Rizzoli Lizard, una raccolta sfusa di circostanze, pensieri, momenti di un fumettista francese, dopo l'attacco a Charlie Hebdo (e prima del Bataclan).

 Anche lui aveva i miei stessi timori, le mie identiche domande.

 Joann è per una società multiculturale, è per comprendere fino in fondo le ragioni del prossimo, ma si domanda, ad esempio davanti a un gruppo di donne in burqa (e felici di essere in burqa): com'è possibile che siate felici di essere dei fantasmi?

 E poi se ne vergogna, perché è un pensiero eurocentrico. Forse. O è un pensiero da essere umano cresciuto in una società secolarizzata?

 Joann (che di suo sta già attraversando un difficile momento personale per via della morte del padre), vaga per una Parigi sgomenta e in preda più che al panico allo choc.

 Dove hanno sbagliato (oltre, s'intende a colonizzare mezza Africa)? Perché vengono tanto odiati?

 Dovranno davvero rinunciare alla conquista immane della secolarizzazione (costata alcune guerre civili in età moderna con conseguenti morti) per allentare la tensione con chi di essere secolarizzato non ha alcuna intenzione? 
 Il diritto di satira ha ancora lo stesso margine d'azione e di libertà che aveva vent'anni fa? E la sua limitazione può essere sacrificata sull'altare della convivenza civile?

 In più, esattamente come me, Joann appartiene a una minoranza e sa benissimo che l'unico scudo che una minoranza ha contro i deliri della maggioranza è un paese coi nervi e una democrazia salda, il più possibile lontana da ingerenze religiose e di specifici gruppi di potere.

 Porsi sulla difensiva perché si teme di diventare l'obiettivo di persone nuove che forse non condividono determinate conquiste è poi così sbagliato? Non è forse umano? Ragionevole?

Joann si/ci pone tante domande e non dà nessuna risposta.

 Forse provare un po' di paura, davanti a tutte queste cose, è legittimo. E penso che anche ammetterlo lo sia.

Ciò che NON è legittimo è lasciare che qualcuno usi la nostra paura per farne un'arma di potere, un martello con cui schiacciare chi riteniamo, al momento, la causa di tutti i nostri mali, dimentichi che non c'è mai una sola causa e che chi viene additato come colpevole è solo l'anello più sacrificabile della catena.

 Essere impauriti e cercare di superare la propria paura con armi razionali ha un senso, lasciarsi prendere dall'irrazionalità (mettendoci nelle mani di chi cerca di assecondarci per puro interesse personale) no.

 Del resto, mi sforzo di riflettere, se la mia vita è cambiata è stato anche perché molta gente ha smesso di avere paura e si è aperta, si è informata, ha tentato di capire.

 Ho un debito di comprensione verso gli altri.

 E se ci sono altri, come me, che lottano nel tentativo disperato di capire e di resistere alle lusinghe populiste, suggerisco la lettura di un libro di Sergio Arpaia "Qualcosa là fuori" ed. Guanda e, in contemporanea, la visione di un film "I figli degli uomini" (che curiosamente forse sarebbe stato meglio chiamare, "I figli delle donne").

 E' un accostamento che mi è stato suggerito dal destino: lo stesso giorno in cui ho terminato il libro, mi sono imbattuta nel film su Netflix.

 Nel libro di Arpaia si parla di una catastrofe climatica.

 Siamo tra qualche anno, la temperatura terrestre si è alzata di quei due o tre gradi in più (non è che sia irrilevante, sono io che non lo ricordo) che hanno fatto sciogliere i ghiacci, desertificare grandissima parte dell'Europa e causato migrazioni di massa verso il nord del mondo.

 L'Italia, ormai con un clima da Sudan, è in preda ad una sorta di anarchia politica.
  Napoli nello specifico è una sorta di suq in cui si mescolano estremisti cattolici e popolazione in gran parte islamica per effetto di una precedente ondata migratoria da parte delle popolazioni nord-africane in fuga dalla siccità.

 Livio Delmastro il protagonista, è un ex professore di neuroscienze si calcola sulla sessantina, vedovo e solo.
 In viaggio con un gruppo di profughi che dall'Italia cerca disperatamente di raggiungere la Scandinavia, un luogo ancora ricco e fiorente, diventerà suo malgrado l'ultima roccia per alcuni di loro.

 Perché questo viaggio non è semplice. Molte sono le insidie che si nascondono attraverso l'Europa centrale: gli svizzeri che richiedono un pedaggio di denari, viveri e acqua e vivono arroccati armatissimi tra le montagne. Guerriglie tedesche che rapinano e uccidono i migranti stremati.

 Stanchezza, disidratazione, disperazione, pochissimi resistono fino al momento in cui si giunge sulle agognate coste, ma entrare in Scandinavia e rimanerci una volta entrati è quasi impossibile a causa delle stringenti leggi sull'immigrazione.

 Le idee belle di Arpaia sono due:

1) Far vedere anche il prima.

 Non succede tutto in pochissimi anni, ci sono almeno tre decenni di indifferenza, "Andrà tutto bene", "Mi spiace per gli altri, ma finché non tocca a me sto benissimo".
 Anni di errori politici, anni in cui ci si rende conto che aver negato il cambiamento climatico per poi ricredersi  di colpo non serve a nulla, perché al pianeta surriscaldato dei tuoi sbagli non frega proprio niente.

2) Costruire un'ambientazione credibile perché gli italiani diventino identici ai migranti odierni e vivano le loro stesse cose. 

 In balia della siccità e del caos, di trafficanti d'uomini e nazioni ostili, ci sono gruppi che spendono tutti i propri soldi, che vanno avanti fino allo stremo delle forze, terrorizzati, impauriti, soli.
 E nel libro quelle persone siamo noi.

  Se è difficile in certe condizioni di paura, di confusione e disinformazione empatizzare con gli altri, è istantaneo e facilissimo empatizzare con noi stessi.

 "I figli degli uomini" (che è tratto da un romanzo omonimo di P. D. James che purtroppo non ho ancora letto) parte invece da un curioso espediente fantascientifico: in un futuro non molto lontano, gli esseri umani non riescono più a riprodursi.


Qualsiasi gravidanza in corso finisce in un aborto e nessuna cura, niente, riesce a causarne altre.

 Il mondo cade in preda a uno strano nichilismo. 

 I giovani, consci di essere gli ultimi della loro specie, si isolano in una sorta di autismo, i più vecchi continuano ad andare avanti nonostante l'anarchia imperante.

 In Inghilterra giungono grosse ondate di migranti e profughi (non è dato sapere perché, viene solo accennato che l'Italia è in un qualche stato di devastazione, ma en passant, per giustificare la presenza a Londra di alcune importanti opere d'arte), ma la Gran Bretagna ha varato delle leggi severissime in tema di migrazione.

 Nessun cittadino inglese può aiutare i migranti i quali vengono stipati in posti molto simili alla Giungla di Calais.

 Alcuni gruppi terroristici pro-migranti scovano, ad un certo punto, una donna, migrante anch'essa, incinta.

Ho letto da internet che mentre nel film
a essere infertili sembrano diventate le donne,
nel libro, invece, lo sono gli uomini.
 Con la scusa di metterla in salvo conducendola fino ad un misterioso gruppo di attivisti che si spostano solo su navi (che per molti è una sorta di favola e non esisterebbe sul serio), la imbarcano in un viaggio verso un porto nel nord in cui questi militanti dovrebbero attraccare.

In realtà, una sorta di gruppo scissionista cospira per usarla come arma di propaganda verso il governo: la prima donna incinta e il primo bambino nato dopo vent'anni sono migranti in fuga.

  L'uomo che l'aiuterà è interpretato da Clive Owen ed è un tizio che un tempo credeva a molte cose, militava, lottava, poi dopo la perdita del figlio ha deciso che tutto è ormai inutile.
 Il destino del mondo non è più affar suo.

 Ci sono tante cose anche in questo film.
  Tante domande, tanti momenti in cui ci troviamo a metterci nei panni delle parti in gioco, trovandoli tutti stranamente convincenti.

 Ma allora come si fa a capire qual è la parte giusta? Di cosa bisogna davvero aver paura e quanto?

 Forse bisogna accettare l'esistenza di questioni enormemente complesse in cui districarsi è difficile, soprattutto quando molti hanno gioco a mistificare la realtà.
 Ma se così fosse, e così è, dovremmo imparare a dubitare di chi ci regala soluzioni semplici perché non ne esistono.
 E quello che sembra così facile un giorno, rischia di avere conseguenze disastrose e ben più complicate non molto tempo dopo. E non esiste errore che non si paghi.

 Per completare il post, ecco una bellissima poesia di Brecht, "A chi esita". Forse la risposta che non ci ha saputo dare Joann Sfar ce la dà qui, Brecht.


lunedì 4 luglio 2016

I consigli per l'estate 2016 (parte I)!! Letture marittime (o montane) a base di appassionanti legal thriller vintage, principesse rivoluzionarie, basilico magico, e tostissimi bambini sardi!

 All'alba del tre Luglio, quando ormai alcuni saranno andati anche in vacanza, finalmente riesco a sfornare il primo post di consigli per l'estate.
 Io, da parte mia ho iniziato ad accumulare qualche giallo, come "Il principe dei gigli" di Hans Tuzzi, ma probabilmente farò la mia ondata di spese e giro in biblioteca solo pochi giorni prima della partenza (non fosse altro che se no mi viene la tentazione di leggerli prima).

 Comunque, conto di fare tre infornate di consigli, tanto fino alla fine d'agosto c'è tempo (le ultime parole famose) e preannuncio che in settimana avrete l'oroscopo dell'estate.
 Se seguite il blog dalla sua nascita saprete che c'è sempre un giorno estivo in cui parte la follia e vaneggio come Cassandra in allucinazione. Ovviamente non è niente di serio.

 Bando alle ciance! Consigli per l'estate tutti per voi!


 BASILICO' di Giulio Macaione ed. Bao Publishing:

 Giulio Macaione è un fumettista che ho sempre seguito più per caso che per volontà.

 Una delle mie ex coinquiline di varie case, aveva entrambi i tomi da lui disegnati su terrificante sceneggiatura di Massimiliano De Giovanni: "The fag hag" e "Innamorarsi a Milano". 

 Dovevano essere uno squarcio generazionale sulla vita lgbt milanese, erano una serie di fisime mentali inutili, lunghissime e assurde, inoltre, c'è da dirlo, il tratto di Macaione che ha qualcosa di manga inside, non si adattava molto alla storia.
 Per caso ho poi letto una storia abbastanza carina per la Renbooks e infine mi è capitato tra le mani il suo ultimo lavoro per la Bao: "Basilicò". 

 Memore dei precedenti non avevo grandissime aspettative e invece sono rimasta piacevolmente stupita. 
 Pur con qualche debolezza nel finale, la storia si inserisce in quel filone che mescola forte familismo e un certo realismo magico all'italiana che trova una sua credibilità solo nel profondo sud.

 E infatti la storia è ambientata in Sicilia, subito dopo la morte di una matriarca che ha allevato tra molte difficoltà i suoi cinque figli, tre maschi e due femmine, dopo essere rimasta prematuramente vedova.

 Possibile però che la sua vedovanza (e la sua pargolanza) nascondano un segreto? 

 La storia intreccia ricette siciliane molto estive in cui è sempre coinvolto l'amico basilico, i ricordi della madre defunta e le esistenze non proprio compiute dei suoi cinque pargoli sospesi tra problemi quotidiane e vite fondamentalmente insoddisfacenti.
 Il finale lascia un po ' perplessi, come se Macaione si fosse dimenticato un capitolo, ma chissà magari c'è un seguito!
  Da provare se vi piacciono gli affreschi familiari in stile "Mine vaganti" di Ozpetek.


ZOE'. LA PRINCIPESSA CHE INCANTO' BAKUNIN di Lorenza Foschini ed. Mondadori:

La faccenda della barricadera e del borghese o del rivoluzionario e della nobildonna è uno di quei topoi letterari che hanno un fondamento di verità da qualche parte. 

 Marx sposò la sua Jenny, una nobile tedesca e anche l'anarchico Bakunin ebbe il suo forte ascendente sulla bella principessa russa Zoé Obolenskaja.
 
 Costei apparteneva a una specie ormai scomparsa sulla faccia della terra: appartenente alla classe privilegiata, ricchissima, aveva però ideali rivoluzionari che tentò di mettere in moto concedendo alla causa tutto quello che possedeva.
 L'occasione le si presentò quando, con la scusa di rincorrere un clima più salubre, lasciò il marito in Russia (era il governatore di Mosca), per andarsene all'ombra del Vesuvio, dove conobbe Bakunin che in quel periodo stava cercando il modo di fomentare una rivolta nel regno delle due Sicilie.

 Zoé rimase assai colpita dall'anarchico e gli mise a disposizione il suo patrimonio intrecciando nel frattanto una relazione col polacco  Walerian Mroczkowski, uno dei suoi più fidati collaboratori.
 La faccenda continuò per un po' di anni, ma infine si risolse in maniera drammatica tra un marito che tornava a reclamare la legittima moglie, beni confiscati, figli strappati.

 Se siete appassionate di grandi drammi storici, se Anna Karenina (che si dice sia stata ispirata alla figura di Zoé) è nel vostro cuore, se appena vedete la pubblicità della Principessa Sissi il vostro cuore sobbalza e il concerto di Capodanno vi fa sognare bei tempi andati a base di pizzo, crinoline e corti viennesi, allora è il libro per voi.

I BAMBINI SARDI NON PIANGONO MAI di Gesuino Némus ed. Elliot:

 Gli scrittori sardi hanno più di altri connazionali, la tendenza alla cosiddetta "letteratura di frontiera".

Chiunque conosca  bene (seppur da semplice "continentale") l'isola ne sa intuire facilmente il motivo: se c'è un posto dove il tempo si è fermato (e in generale scorre a lentezze che non si credono più raggiungibili), qui in Italia, quello è la Sardegna. 

Amplissimi spazi brulli in pieno stile Far West (con tanto di insegne per le città bucherellate non si capisce bene da cosa), strade sgombre che si perdono nel niente, manco si fosse sulla Route 66, si intervallano a paesi dell'entroterra dove una popolazione dall'altissima età media è abituata a un isolamento sospeso tra l'eroico e lo stoico.

 "I bambini sardi non piangono mai" è una sorta di giallo dove ciò che conta è più la cornice che la soluzione. 

 Non ne conosco la genesi, ma considerando che l'autore, Gesuino Némus (eteronimo alla Pessoa di Matteo Locci presente come personaggio anche nel libro), ha pubblicato la sua prima opera "La teologia del cinghiale" pochi mesi fa, la costruzione un po' sincopata (e non molto gialla) fa pensare ad un'opera precedente recuperata e rivista.

 Il giallo scorre un po' lento, ma non il contorno fatto da poliziotti continentali, anziani che si considerano giovani a ottanta anni, bambini sardi fieri di non cospargere una lacrima, pastori puzzolenti in modo inverecondo, movimenti di liberazione dell'isola e vicini corsi a cui stare molto attenti.
 Consigliato a chi ha perenne nostalgia per la Sardegna e a chi vuole conoscerne l'anima oltre la splendida visione.

 Vi incuriosisce qualcosa? Avete già riempito la vostra busta/sportina/valigia di altri titoli? Testimoniate!!

LA SIGNORA DI SING SING di Idanna Pucci, Libreria Editrice Fiorentina:

 In questo periodo di migrazioni c'è un gran parlare di discriminazione, integrazione possibile o impossibile, sistemi di valori inconciliabili, razzismo e difesa dei confini, il tutto più a sproposito che a proposito.

 Siccome la storia forse non darà molto da mangiare a chi la studia, ma di sicuro rimane la migliore maestra di vita che abbiamo al momento, straconsiglio per questa estate un bellissimo saggio che si legge come un avvincente romanzo storico: "La signora di Sing Sing".

 Se tutti conoscono (anche grazie al bellissimo film) la storia degli anarchici italiani Sacco e Vanzetti, non molti sanno chi sia Maria Barbella, alias la prima donna condannata alla sedia elettrica negli stati uniti.

 Maria era una giovane sarta, migrata assieme alla famiglia, per ragioni di povertà, dalla Lucania all'America dove lavorava a cottimo in una fabbrica di tappeti.

 Lì iniziò nei suoi confronti un pressante corteggiamento (oggi lo definiremmo stalking) da parte di un connazionale, Domenico Cataldo, una sorta di bullo che infine riuscì a farla cedere promettendole di sposarla, cosa che poi naturalmente non fece. 

 Ormai non più monda per il matrimonio, la povera Barbella cercò in tutti i modi di convincerlo a sposarla (anche perché la famiglia di lei era abbastanza furiosa per l'aver ormai una figlia svergognata) e quando lui non solo si rifiutò, ma la derise anche, lei prese e lo sgozzò.

 Il libro parla del processo che ebbe una grandissima eco mediatica, del pregiudizio verso la straniera proveniente da una barbara terra dove esistevano delitti d'onore inconcepibili nella modernissima America, di un'incomunicabilità che iniziava sin dalla lingua e da un'integrazione che sembrava impossibile.

 Venne condannata alla sedia elettrica, innovativo mezzo per condurre il condannato alla morte.

 Fortunatamente per lei, una ricchissima americana sposata a un nobile italiano, Cora Slocomb, arrivò a scombinare le carte, proprio come nella sceneggiatura di un film. 

 Benefattrice tessile (recuperava giovani donne poverissime insegnando loro il mestiere di sarte), venuta a conoscenza della vicenda della Barbella, smosse mari e monti perché venisse riaperto un processo che giudicava più basato sul pregiudizio che sul fatto reale. 
 Come finì non ve lo dico, altrimenti che legal thriller sarebbe?

martedì 31 maggio 2016

I ragazzi hanno bisogno di esempi, non di Exempla. La differenza sottile tra un libro che procede per temi didascalici e una storia in cui precipitare follemente. Entrambi possono piacere, ma solo uno lascia qualcosa.

 Molti dei libri che danno da leggere a scuola (in realtà molti dei libri che escono, ma in questo caso specifico è ancora più lampante), con tutte le buone intenzioni, sono secondo me troppo didascalici. 


A girl daydreaming during class, Florida,
 March 1947. Photo by Allan Grant.
 Sono, quelli che si potrebbero definire "Romanzi a tema".
 Io scrittore scrivo un libro e presento un dramma, una problematica, una ferita del nostro tempo, a uso delle nuove generazioni e degli studenti. L'idea da un certo punto di vista è encomiabile, il risultato secondo me rischia però di non essere quello sperato.
 Prendo come esempio un successo dell'anno scorso molto dato come lettura scolastica: "Non dirmi che hai paura" di Giuseppe Catozzella. 
 La storia racconta la breve vita di Samia, atleta somala giunta ultima alle olimpiadi di Pechino e morta in mare mentre cercava di raggiungere le coste italiane col sogno di tornare in Inghilterra per prepararsi adeguatamente a Londra 2012.
 La vita di Samia così breve e così particolare si prestava indubbiamente ad essere raccontata in un libro e il risultato non è male, tuttavia a me, personalmente, non è piaciuto.
 La spiegazione di questo paradosso è molto semplice: la storia della giovane, sfortunata, Samia è potente, il modo in cui è stata raccontata no.
  Questa faccenda della potenza è il tallone d'Achille dei romanzi a tema che hanno sempre un po' il retrogusto posticcio dei romanzi commissione: la sua storia non è solo la sua storia, ma un modo per mostrare la tragedia dei migranti.
 Il risultato può anche essere toccante in un primo momento, ma i sentimenti sembrano tagliati con l'accetta: tutti sono buonissimi o cattivissimi, mancano i chiaroscuri e l'immedesimazione è una faccenda tanto facile quanto labile. Tutti noi parteggiamo per istinto con una ragazza che cerca la libertà, ma se la scrittura non ci colpisce in modo da farci desiderare per primi la libertà che lei va cercando, tempo pochi giorni e ce ne siamo dimenticati.
Dobbiamo sentire il dolore per ricordare il dolore.

 Ovviamente Catozzella e gli scrittori che si sforzano di trattare temi contemporanei hanno colpa fino a un certo punto: c'è bisogno di questo genere di storie ora e non si può aspettare che venga fuori (e verrà) il best seller che spazzerà via le nostre remore e certezze.
 Fanno, diciamo, il loro onesto lavoro.
 Ho parlato del suo libro, ma ce ne sono altri e tutti hanno lo stesso problema: si procede così tanto per temi e una sorta di didascalismo bencelato o malcelato che non sembrano romanzi, ma fiabe per adolescenti.
 L'eroe che sbaglia, capisce l'errore, si redime, comprende che non bisogna discriminare, che la mafia fa schifo, che il camorrista bello però è anche cattivo e punto.
   Si propongono perciò a ragazzi sulla via della maturità, schemi che generalmente riserviamo agli infanti (anzi, le fiabe di un tempo avevano più profondità psicologica).
 Si parte dal presupposto, non si sa perché, che i ragazzini si trovino immersi in pensieri che sono o buoni buoni o cattivi cattivi, le sfumature del dubbio, dell'eventuale fascino del male (che a mio parere sia accentua quando vedi che nei libri i veri buoni non hanno mai un dubbio) non è presa in considerazione.
 In realtà un quindicenne i suoi dubbi amletici ce l'ha, le sue convinzioni, solitamente assai radicali, inizia ad esprimerle (con tutto il tempo di cambiarle 700 volte, ma intanto ce l'ha) e non riguardano spesso teneri fiori che crescono nei campi o aneddoti degni dei fioretti di San Francesco.

 Per dirla in una frase sola: gli adolescenti hanno bisogno di esempi scritti bene, non di Exempla.
 Il santino ha la durata di un libro, una storia che colpisce attecchisce per anni.

 Per far comprendere questo mio lungo discorso, consiglio caldamente la lettura (soprattutto a eventuali insegnanti di medie e superiori) de "La vita secondo Banana" di PP Wong, Baldini e Castoldi.
 Chi è costei?
PP Wong
PP Wong, incredibilmente la prima scrittrice sino-inglese a pubblicare un libro, possiede quel ritmo scorrevole e luminoso che hanno gli orientali, minimalisti senza quel bisogno ricercato di esserlo a tutti costi. La semplicità nella scrittura viene loro naturale e i libri scorrono velocissimi, pur trattando, come in questo caso, temi abbastanza complessi.
 La storia infatti è quella della piccola Xing Li, ragazzina di origine cinese nata e cresciuta a Londra, che durante la festa di compleanno dei suoi 12 anni perde in modo assurdo sua madre (esplode un forno in un ristorante cinese), dopo essere rimasta già orfana di padre alla nascita. 
 Lei e il suo intelligentissimo fratello maggiore adolescente, Lai Ker, vengono dati in affido alla ricchissima nonna, una cinese originaria di Singapore molto severa.
 Come ci si aspetta dagli orientali è una sorta di nonna tigre che iscrive immediatamente i nipoti a costosissime scuole private e pretende eccellenza, soprattutto in campo scientifico: i poeti in famiglia non sono ammessi, le uniche professioni degne di questo nome sono il medico, l'avvocato o il broker.
 Lai Ker, genietto che mette il suo talento a disposizione di progetti sempre più inquietanti di supremazia cinese in Inghilterra, viene lasciato in pace dall'anziana, ma così non è per la povera Xing Li che non solo non brilla a scuola, ma diventa il bersaglio dell'odio di una sorta di reginetta crudele dell'istituto.
 Il libro riesce a mescolare una quantità di temi impressionante: la disabilità mentale di un membro della famiglia e le conseguenze sugli altri (lo zio materno della bimba soffre, si intuisce, di una qualche forma o di esaurimento o schizofrenia e Xing Li che si trova improvvisamente a vivere anche con lui, vive la convivenza con difficoltà), la solitudine di chi rimane senza famiglia e quella dei migranti, strappati spesso senza reale convinzione dai loro luoghi d'origine, il bullismo scolastico e soprattutto il razzismo.

 E' curioso che abbia letto da poco "Americanah" della Adichie, un libro indubbiamente più sontuoso e pregnante di questo che, eppure, come avevo scritto, non riusciva secondo me a centrare esattamente il tema della discriminazione come conseguenza dell'appartenenza a una minoranza.
  PP Wong ci riesce perché capisce una cosa fondamentale: la discriminazione non cessa di esistere perché tutti noi abbiamo qualcuno che riteniamo inferiore a noi.
 E' il punto focale che manca in "Americanah": l'idea che comunque non ci sia una fratellanza di minoranze perché in fondo tutti pensiamo di essere migliori di qualcun altro (che discriminiamo a nostra volta).
 PP Wong riesce invece a raccontare questo nodo fondamentale grazie alla storia di una ragazzina improvvisamente catapultata da un contesto sociale molto protetto, in cui sua madre le aveva fatto da scudo costruendole un mondo in cui origini orientali e nascita occidentale riuscivano a convivere in armonia, ad un contesto improvvisamente nemico, in cui lei è la diversa, la muso giallo, la poveraccia.
 Come fa? Costruendo un reticolo di discriminazione che non va a senso unico, ma procede, per ironia lessicale, per scatole cinesi.

 Xing Li è discriminata dai suoi nuovi compagni ricchi, spocchiosi e insopportabili perché è cinese (è anche ricca, ma nel loro immaginario non esistono cinesi ricchi, quindi percepiscono la sua presenza in una scuola d'élite come una sorta di affronto di classe, altro lato interessante).
 Il suo unico amico è Jay un ragazzo per metà cinese e per metà giamaicano.
 Forse non tutti sanno che in oriente non hanno molta simpatia per le persone di colore, così Jay, le rivela che sia i nonni materni (cinesi) che quelli paterni (giamaicani) hanno rinnegato i rispettivi figli a causa della loro unione, fonte di reciproco fastidio verso una diversità culturale ed etnica per loro inaccettabile.
 Xing Li è sconcertata: com'è possibile che dei nonni non vedano il nipote?
  In realtà anche lei scopre di avere una storia simile nel passato: nessuno gliel'ha mai detto prima, ma suo padre era giapponese e dopo la seconda guerra mondiale se c'erano due popoli che proprio non potevano vedersi erano giapponesi (rei di aver commesso una quantità di atrocità durante la guerra sino-giapponese) e cinesi.

 E non è finita, perché ci sono i cinesi original e quelli nati altrove, e il tetto di cristallo oltre il quale molte persone di origine non britannica non riescono ad andare solo a causa del loro aspetto (la zia di Xing Li è un'attrice che viene chiamata solo per ruoli di prostituta o migrante) e il bullismo e la frustrazione che nasce nelle nuove generazioni.
 E' un libro che sembra semplice e contiene una quantità di spunti di riflessione che potrebbero bastare per dieci.
  Xing Li non è una santa, anzi, detesta sua nonna e vorrebbe che suo zio Ho venisse rinchiuso da qualche parte, però ha una caratteristica indiscutibilmente positiva per essere il personaggio di un libro: sembra una persona vera.
 PP Wong avrebbe potuto raccontare l'appassionante storia della prima attrice cinese della storia oppure l'edificante fiaba di una perfetta ragazzina cinese in grado di vincere il bullismo scolastico con coraggio e trionfo. Non lo fa. Non racconta balle, non regala illusioni e neanche santini.
 Scrive di persone che sembrano vere, sbagliano, vincono, perdono e non sono eccezionali.
Sono come noi ed è questa la chiave per risolvere il 90% dei problemi nel mondo: solo quando riconosci l'altro come uguale a te stesso, allora smetti di avere pregiudizi, paura, odio.

E voi cosa ne pensate? Esistono libri a tema? E' una mia impressione? In realtà Catozzella è lo scrittore definitivo e non me ne sono accorta? Testimoniate!

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