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venerdì 20 luglio 2018

L'insostenibile minuzia della giallistica giapponese.Da Keigo Higashino a "Tokyo express" siamo noi a tradurre solo i gialli nipponici più noiosi della storia o li scrivono proprio così?

 Chiunque abbia dai 35 ai 25 anni non può non aver mai visto una puntata di detective Conan.

 Oddio, probabilmente non lo ha visto chiunque non seguisse i cartoni animati, ma il punto è che i giapponesi erano riusciti a produrre e rendere interessante anche un fumetto su contortissime indagini condotte da un ragazzetto, ridotto da non ricordo quale magheggio, nel corpo di un bimbo di otto anni.

 A parte l'inquietante rapporto con la sua fidanzata rimasta adulta che dava brividi di orrore a tratti, era anche interessante, tuttavia non lo si seguiva con lo stesso trasporto della signora in giallo.

  Lì, se diventavi uno spettatore assiduo e capivi il meccanismo, riuscivi pian piano a scoprire l'attimo in cui l'assassino si tradiva e potevi smascherarlo.

 In detective Conan questo era impossibile.

 Tale era la minuzia del dettaglio che tradiva l'assassino da rendere non solo impossibile riuscire a scoprire l'assassino, ma anche seguire decentemente l'indagine.

 Ho sempre pensato che questo eccessivo attaccamento ai particolari che umanamente sfuggirebbero anche al più consumato dei detective fosse legato a una certa incapacità del mangaka di intessere una trama con reali colpi di scena.

 E invece.

 Qualche anno fa comprai tutta contenta un giallo di Keigo Higashino, uno dei pochissimi giallisti nipponici tradotti in italiano.

 Si trattava di "L'impeccabile" uno di quei gialli della "camera chiusa" che a quanto sembra piacciono molto ai nipponici.

 La storia raccontava l'omicidio di un uomo di affari trovato morto avvelenato in casa sua. Nessuna traccia di effrazione, nessuna impronta, nessuna traccia in generale.
 Sua moglie, una bella insegnante di cucito patchwork (peraltro ho trovato lo stesso curioso mestiere in un manga, si vede che in Giappone è una cosa diffusa), era a km di distanza al momento del delitto, tuttavia l'ispettore Kusanagi la vede è SA che l'assassina è lei.

 Non è che ha esitazioni oppure ha un vero motivo per sospettare di lei, no, lui lo SA. E passa conseguentemente tutto il libro a cercare la prova che la incastri.

 Una noia discretamente mortale perché le indagini si arrovellano su minuzie che nella realtà sarebbe impossibile notare, un accanimento senza senso che non lascia mai spazio al dubbio e, ricordo, un finale talmente forzato da essere fantascientifico.

 Pensai di aver beccato il libro sbagliato.


Ci riprovai un anno dopo con un altro libro di Keigo Higashino "Il sospettato X" nel quale sempre l'ispettore Kusanagi indaga sulla morte di un uomo violento che minacciava ex moglie (una sorta di entreneuse avvenente) e la figlia adolescente.

 Anche qui. Non c'è nessun ragionevole motivo, nessun indizio, niente di niente per dubitare dell'innocenza delle due donne e invece Kusanagi SA che sono colpevoli e passa un libro intero a perseguitarle in tante e tali forme che più che un giallo sembra un romanzo sullo stalking.

 Pensai fosse un problema di Keigo Higashino e invece mi è poi capitato di leggere un suo particolarissimo romanzo, non giallo, "La seconda vita di Naoko" nel quale, dopo un incidente mortale, la mente della madre finiva per entrare nel corpo della figlia.

 Un romanzo splendido, delicato e con quel pizzico di morboso che solo i giapponesi sanno dare (ma in mano a un occidentale, col senso di colpa epico che ci ritroviamo, un libro del genere sarebbe finito in tragedia ve lo assicuro).

  Come poteva Higashino aver scritto un libro tanto bello e dei gialli tanto pallosi?

 Il dubbio che qualcosa in generale non tornasse nella giallistica giapponese prese definitivamente piede quando decisi di dedicarmi a "L'uomo che voleva uccidermi" di Yoshida Shuichi in cui una ragazza muore dopo un'uscita serale.
 Ho retto un centinaio di pagine prima di arenarmi definitivamente nella noia marasmatica delle minuzie.

Evidentemente sono un essere cocciuto perché, quando è uscito "Tokyo express"  un classico del giallo nipponico, a quanto sembra amatissimo in patria, ho deciso di dargli una possibilità.

 E lì ho capito che quello dei giallisti giapponesi è proprio un perverso modus operandi.

  Nel libro due giovani, un ragazzo e una ragazza, vengono trovati morti su una spiaggia. Visto che, a quanto sembra, in Giappone il suicidio di coppia non è poi così raro, la questione viene subito derubricata come tale e si va oltre.
 Lui, Sayama, è un funzionario coinvolto in uno scandalo di corruzione lei, Otoki, un'entreneuse (un'altra, sì) che è probabilmente la sua amante anche se nessuno ne ha mai saputo niente.

 L'inizio, devo dire, è molto intrigante perché c'è un uomo d'affari che per motivi oscuri chiede a due colleghe della ragazza di cenare con lui per poi pregarle di accompagnarlo alla stazione del treno.
 Le due, un po' stupite, accettano per poi scorgere qualche binario più giù la loro collega Otoki salire in treno con Sayama.

 Ecco, l'inizio parte davvero bene e continua per un po' per poi schiantarsi sulle rive del piattume (anche se comunque di livello estremamente superiore ai soporiferi gialli di Higashino) quando l'investigatore di turno si fissa su un colpevole e va oltre ogni ragionevole incrocio d'indizi per provare la sua intuizione.

 Devo dire che almeno qui una base per sospettare dell'assassino c'è, ma è il contorto incrociare continuamente orari di treni e aerei che a un certo punto rende quasi più interessante una ricerca di offerte per l'alta velocità su Trenitalia.

 Questa attenzione ossessiva dei gialli nipponici per i dettagli che rende la narrazione difficoltosa, piatta e noiosa mi è ulteriormente incomprensibile alla luce del fatto che altri libri "non di genere" presentano invece una sorta d'investigazione all'occidentale.

 Rileggendo dopo anni "The ring" l'horror dal quale venne tratto il celebre film (bello il film, molto più bello e particolare il libro) mi sono resa conto che lì si tratta di un giallo in piena regola. Un giallo all'italiana in salsa giapponese.

 Il giornalista protagonista deve scoprire chi ha fatto il video e perché prima che scadano sette giorni o morirà.
 Conduce quindi un'indagine al cardiopalma che procede effettivamente per indizi e non per dettagli oggettivamente impercettibili e senza che fino all'ultimo ne conosca i risvolti.

 Si apre quindi una domanda a cui forse sapranno rispondermi gli appassionati di narrativa giapponese (che magari hanno anche la fortuna di leggere in lingua originale): è il canone della giallistica giapponese ad essere fissato su regole palloserrime agli occhi di noi occidentali oppure, per perversi motivi, vengono tradotti solo gialli di tal fatta?

 Agli esperti di narrativa giapponese l'ardua sentenza.

lunedì 4 luglio 2016

I consigli per l'estate 2016 (parte I)!! Letture marittime (o montane) a base di appassionanti legal thriller vintage, principesse rivoluzionarie, basilico magico, e tostissimi bambini sardi!

 All'alba del tre Luglio, quando ormai alcuni saranno andati anche in vacanza, finalmente riesco a sfornare il primo post di consigli per l'estate.
 Io, da parte mia ho iniziato ad accumulare qualche giallo, come "Il principe dei gigli" di Hans Tuzzi, ma probabilmente farò la mia ondata di spese e giro in biblioteca solo pochi giorni prima della partenza (non fosse altro che se no mi viene la tentazione di leggerli prima).

 Comunque, conto di fare tre infornate di consigli, tanto fino alla fine d'agosto c'è tempo (le ultime parole famose) e preannuncio che in settimana avrete l'oroscopo dell'estate.
 Se seguite il blog dalla sua nascita saprete che c'è sempre un giorno estivo in cui parte la follia e vaneggio come Cassandra in allucinazione. Ovviamente non è niente di serio.

 Bando alle ciance! Consigli per l'estate tutti per voi!


 BASILICO' di Giulio Macaione ed. Bao Publishing:

 Giulio Macaione è un fumettista che ho sempre seguito più per caso che per volontà.

 Una delle mie ex coinquiline di varie case, aveva entrambi i tomi da lui disegnati su terrificante sceneggiatura di Massimiliano De Giovanni: "The fag hag" e "Innamorarsi a Milano". 

 Dovevano essere uno squarcio generazionale sulla vita lgbt milanese, erano una serie di fisime mentali inutili, lunghissime e assurde, inoltre, c'è da dirlo, il tratto di Macaione che ha qualcosa di manga inside, non si adattava molto alla storia.
 Per caso ho poi letto una storia abbastanza carina per la Renbooks e infine mi è capitato tra le mani il suo ultimo lavoro per la Bao: "Basilicò". 

 Memore dei precedenti non avevo grandissime aspettative e invece sono rimasta piacevolmente stupita. 
 Pur con qualche debolezza nel finale, la storia si inserisce in quel filone che mescola forte familismo e un certo realismo magico all'italiana che trova una sua credibilità solo nel profondo sud.

 E infatti la storia è ambientata in Sicilia, subito dopo la morte di una matriarca che ha allevato tra molte difficoltà i suoi cinque figli, tre maschi e due femmine, dopo essere rimasta prematuramente vedova.

 Possibile però che la sua vedovanza (e la sua pargolanza) nascondano un segreto? 

 La storia intreccia ricette siciliane molto estive in cui è sempre coinvolto l'amico basilico, i ricordi della madre defunta e le esistenze non proprio compiute dei suoi cinque pargoli sospesi tra problemi quotidiane e vite fondamentalmente insoddisfacenti.
 Il finale lascia un po ' perplessi, come se Macaione si fosse dimenticato un capitolo, ma chissà magari c'è un seguito!
  Da provare se vi piacciono gli affreschi familiari in stile "Mine vaganti" di Ozpetek.


ZOE'. LA PRINCIPESSA CHE INCANTO' BAKUNIN di Lorenza Foschini ed. Mondadori:

La faccenda della barricadera e del borghese o del rivoluzionario e della nobildonna è uno di quei topoi letterari che hanno un fondamento di verità da qualche parte. 

 Marx sposò la sua Jenny, una nobile tedesca e anche l'anarchico Bakunin ebbe il suo forte ascendente sulla bella principessa russa Zoé Obolenskaja.
 
 Costei apparteneva a una specie ormai scomparsa sulla faccia della terra: appartenente alla classe privilegiata, ricchissima, aveva però ideali rivoluzionari che tentò di mettere in moto concedendo alla causa tutto quello che possedeva.
 L'occasione le si presentò quando, con la scusa di rincorrere un clima più salubre, lasciò il marito in Russia (era il governatore di Mosca), per andarsene all'ombra del Vesuvio, dove conobbe Bakunin che in quel periodo stava cercando il modo di fomentare una rivolta nel regno delle due Sicilie.

 Zoé rimase assai colpita dall'anarchico e gli mise a disposizione il suo patrimonio intrecciando nel frattanto una relazione col polacco  Walerian Mroczkowski, uno dei suoi più fidati collaboratori.
 La faccenda continuò per un po' di anni, ma infine si risolse in maniera drammatica tra un marito che tornava a reclamare la legittima moglie, beni confiscati, figli strappati.

 Se siete appassionate di grandi drammi storici, se Anna Karenina (che si dice sia stata ispirata alla figura di Zoé) è nel vostro cuore, se appena vedete la pubblicità della Principessa Sissi il vostro cuore sobbalza e il concerto di Capodanno vi fa sognare bei tempi andati a base di pizzo, crinoline e corti viennesi, allora è il libro per voi.

I BAMBINI SARDI NON PIANGONO MAI di Gesuino Némus ed. Elliot:

 Gli scrittori sardi hanno più di altri connazionali, la tendenza alla cosiddetta "letteratura di frontiera".

Chiunque conosca  bene (seppur da semplice "continentale") l'isola ne sa intuire facilmente il motivo: se c'è un posto dove il tempo si è fermato (e in generale scorre a lentezze che non si credono più raggiungibili), qui in Italia, quello è la Sardegna. 

Amplissimi spazi brulli in pieno stile Far West (con tanto di insegne per le città bucherellate non si capisce bene da cosa), strade sgombre che si perdono nel niente, manco si fosse sulla Route 66, si intervallano a paesi dell'entroterra dove una popolazione dall'altissima età media è abituata a un isolamento sospeso tra l'eroico e lo stoico.

 "I bambini sardi non piangono mai" è una sorta di giallo dove ciò che conta è più la cornice che la soluzione

 Non ne conosco la genesi, ma considerando che l'autore, Gesuino Némus (eteronimo alla Pessoa di Matteo Locci presente come personaggio anche nel libro), ha pubblicato la sua prima opera "La teologia del cinghiale" pochi mesi fa, la costruzione un po' sincopata (e non molto gialla) fa pensare ad un'opera precedente recuperata e rivista.

 Il giallo scorre un po' lento, ma non il contorno fatto da poliziotti continentali, anziani che si considerano giovani a ottanta anni, bambini sardi fieri di non cospargere una lacrima, pastori puzzolenti in modo inverecondo, movimenti di liberazione dell'isola e vicini corsi a cui stare molto attenti.
 Consigliato a chi ha perenne nostalgia per la Sardegna e a chi vuole conoscerne l'anima oltre la splendida visione.

 Vi incuriosisce qualcosa? Avete già riempito la vostra busta/sportina/valigia di altri titoli? Testimoniate!!

LA SIGNORA DI SING SING di Idanna Pucci, Libreria Editrice Fiorentina:

 In questo periodo di migrazioni c'è un gran parlare di discriminazione, integrazione possibile o impossibile, sistemi di valori inconciliabili, razzismo e difesa dei confini, il tutto più a sproposito che a proposito.

 Siccome la storia forse non darà molto da mangiare a chi la studia, ma di sicuro rimane la migliore maestra di vita che abbiamo al momento, straconsiglio per questa estate un bellissimo saggio che si legge come un avvincente romanzo storico: "La signora di Sing Sing".

 Se tutti conoscono (anche grazie al bellissimo film) la storia degli anarchici italiani Sacco e Vanzetti, non molti sanno chi sia Maria Barbella, alias la prima donna condannata alla sedia elettrica negli stati uniti.

 Maria era una giovane sarta, migrata assieme alla famiglia, per ragioni di povertà, dalla Lucania all'America dove lavorava a cottimo in una fabbrica di tappeti.

 Lì iniziò nei suoi confronti un pressante corteggiamento (oggi lo definiremmo stalking) da parte di un connazionale, Domenico Cataldo, una sorta di bullo che infine riuscì a farla cedere promettendole di sposarla, cosa che poi naturalmente non fece. 

 Ormai non più monda per il matrimonio, la povera Barbella cercò in tutti i modi di convincerlo a sposarla (anche perché la famiglia di lei era abbastanza furiosa per l'aver ormai una figlia svergognata) e quando lui non solo si rifiutò, ma la derise anche, lei prese e lo sgozzò.

 Il libro parla del processo che ebbe una grandissima eco mediatica, del pregiudizio verso la straniera proveniente da una barbara terra dove esistevano delitti d'onore inconcepibili nella modernissima America, di un'incomunicabilità che iniziava sin dalla lingua e da un'integrazione che sembrava impossibile.

 Venne condannata alla sedia elettrica, innovativo mezzo per condurre il condannato alla morte.

 Fortunatamente per lei, una ricchissima americana sposata a un nobile italiano, Cora Slocomb, arrivò a scombinare le carte, proprio come nella sceneggiatura di un film. 

 Benefattrice tessile (recuperava giovani donne poverissime insegnando loro il mestiere di sarte), venuta a conoscenza della vicenda della Barbella, smosse mari e monti perché venisse riaperto un processo che giudicava più basato sul pregiudizio che sul fatto reale. 
 Come finì non ve lo dico, altrimenti che legal thriller sarebbe?

venerdì 22 aprile 2016

Non di sola Scandinavia vive la sezione dei romanzi gialli. Quattro titoli per avventurarsi tra i misteri del Mali, polizieschi medievali arabi, Sherlock cinesi e dare una possibilità ad un ormai celebre Botswana.

Questo è il post che stavo scrivendo due giorni fa, prima di partire per incontrare i miei genitori un paio di giornate (distruttive, visto quanto ho camminato, speriamo almeno di essere dimagrite) a Firenze.
 Nel frattempo, in treno, luogo che concilia straordinariamente la lettura, ho iniziato il BELLISSIMO "Americanah" di Cimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana neanche quarantenne a dir poco bravissima. 
 Perciò ho terminato questo post con rinnovata gioia visto che lo scopo era far conoscere storie gialle ambientate in luoghi (e tempi) per noi inconsueti e anche un po' impensabili.
 Sistemando la sezione dei romanzi gialli, di tanto in tanto, mi capitano tra le mani perle ingiustamente ignorate, un po' perché non provengono da grandi nomi, un po' perché non possono apporre la fascetta GIALLO NORDICO in copertina.
 Forza, non c'è solo il freddo e inquietante nord a questo mondo (anche se un tempo, sapevate che il Nord era considerato il punto cardinale delle tenebre?), tutto il mondo ha i suoi investigatori e le sue indagini.

 Siete curiosi? Non vi resta che leggere!

COMMISSARIO HABIB di Konaté Moussa  Del Vecchio editore:


 Il Mali, dov'è il Mali? Più o meno me lo ricordavo da qualche fumosa lezione di storia sul colonialismo.  
Mi era rimasto particolarmente impresso perché ha dei confini che per loro natura in geografia non possono esistere (magari in geometria sì). Dritti, palesemente tracciati da qualcuno a mano, contengono una distesa per la maggior parte desertica a scarsissima densità. La capitale, Bamako, la rammentavo da un esame di geografia in cui fui costretta a imparare tutte le capitali del mondo a memoria (giuro), fine delle mie nozioni.
 Fortunatamente la Del Vecchio editore ha portato in Italia i gialli dello scrittore Moussa Konaté purtroppo defunto.
 Chiariamo le due storie contenute in questo libro, pratico da portare e dal prezzo davvero contenuto, 9,90 euro, hanno un intreccio degno di questo nome, anche abbastanza faticoso da seguire vista la fitta rete di riferimenti sociali a cui si può dare una risposta solo consultando in contemporanea wikipedia.
 Perciò chi ama il giallo ha tutto il gusto dell'investigazione e del dubbio.
 Tuttavia per noi, a mio parere, il motivo di interesse più stupefacente rimane la cornice nella quale queste storie si muovono: cosa c'è in Mali?? Scoprirete un mondo abitato da polizie segrete, metodi di tortura, riti magici arcaici, antiche casate nobiliari, credenze millenarie, polvere, sole, caldo e una popolazione cittadina che vive sospesa tra il 2010 e un'indefinibile epoca arcaica. Lo dico senza giudizio, anche perché darne uno in tal senso vorrebbe dire avere a prescindere un approccio positivista.
 Perciò dov'è il Mali? Cosa succede? E come fa a investigare un commissario di polizia prossimo alla pensione in un mondo stretto tra violenze nuove e riti antichi?
 Come sapere un po' cosa succede in Africa senza sorbirsi per forza un saggio. Straconsigliato.

I GIALLI DI PRECIOUS RAMOTSWE di Alexander McCall Smith:

Voglio citarlo, malgrado siano dei gialli straconosciuti perché ci tenevo a dare una mia opinione sull'opera, almeno quella dedicata a Precious, la prima investigatrice del Botswana, da Alexander McCall Smith, autore zimbawese (bianco).
 Mi capitò di leggerne qualcuno, l'estate di quattro o cinque anni fa e trovai la novità, almeno per me, dell'ambientazione africana, una variante sul tema deliziosa. La mano era felice, si scoprivano tante cose nuove, cibi particolari, usanze lontane e ci si chiedeva dove fosse mai la trama gialla.
 Fosse per me i gialli di Precious non andrebbero neanche nei gialli (oh non li ho letti tutti, magari alcuni sono migliori): i misfatti su cui si indaga sono risibili, Jessica Fletcher sarebbe in grado di risolvere l'arcano in due pagine e anche al lettore non è che ne servano di più.
 Rimane apprezzabile, soprattutto quando non si ha voglia di niente di difficile e di nessun giallo a base di sangue, violenza, drammi e psicodrammi. Non boccio Precious e neanche la scorrevole scrittura di McCall Smith s'intenda, ma ecco, i gialli sono un'altra cosa.

GIALLI D'ORIENTE di AA VV Manni editore:

 Strano libro per tanti motivi.
1) Ha il testo arabo a fronte (ve lo dico, soprattutto ai librai, così nel caso lo ordinaste, quando qualcuno viene implorando libri col testo a fronte in arabo e libri in arabo, avete almeno un testo da proporgli.
2) Sono piccolissimi racconti scritti durante l'era abbaside, il medioevo arabo che si estende dal 750 al 1258.
3) La domanda è: scrivevano quindi davvero dei gialli durante il medioevo in medio oriente?
 Ni. Nel senso che effettivamente hanno la forma propria di un giallo (tenete presente che sono lunghi al massimo 3 o 4 pagine). Succede un fatto, generalmente un furto o un omicidio, e qualcuno viene chiamato a cercare colpevole e movente.
  Quel qualcuno è di solito o un giudice o un sultano o l'autorità massima che esercita la funzione di giudice sul luogo del misfatto.
 Qualche volta ci sono delle intuizioni raffinate, altre volte, insomma, siamo tutti bravi a scoprire il colpevole torturando la gente.
 Si tratta in generale di una serie di exempla in cui gli autori proponevano una casistica morale dell'epoca: cosa fare con ladri? Briganti? Adultere? Come scoprirle ed esercitare la legge islamica.
 Introduzione interessante, precise e non troppo complesse le note, anche la traduzione non è affatto oscura. 
Consigliato soprattutto a chi ama i classici medievali.


SHERLOCK A SHANGHAI di Chen Xiaoqind ed. O Barra O:

Non di solo Qiu Xiaolong vive il giallo cinese. L'autore, oggi in esilio, che ci racconta attraverso i suoi gialli la complessa società cinese contemporanea, ha ovviamente dei predecessori.
 Uno di questi è Chen Xiaoqing, autore cinese della prima metà del '900 che ha immerso il suo amato protagonista (una trentina i volumi a lui dedicati), il detective Huo Sang nell'affascinante Shanghai degli anni '20 e '30.
 Le storie selezionate per il libro sono sette racconti in cui in effetti Chen Xiaoqing imita in modo incredibilmente evidente lo stile di Conan Doyle: un detective intuitivo e portato a dubitare, raffinato deduttore e cortese investigatore, affiancato da una spalla, il suo assistente, ben più avventata, facile all'inganno (e indispensabile per spiegare i ragionamenti dietro alla risoluzione di casi praticamente solo deduttivi).
 Si dice elementare Bao Lang e diventa incontrollabile la voglia di trovare tutti i punti in comune nella perfetta imitazione orientale dell'inglesissimo Sherlock. Il tutto, possibilmente, mentre si divora cibo cinese in quantità.

Aggiungo, nel caso sventurato vi incappaste in biblioteca, come è capitato a me, di evitare come la peste i gialli di Tarquin Hall che hanno per protagonista Vish Puri, detective indiano. Sono ORRENDI.

Vi incuriosisce qualcosa? Avete già letto qualche perla o me ne consigliate altre? Scrivete! 

sabato 12 luglio 2014

Libri incompiuti. Quando opere meravigliose sono rimaste a metà per l'improvvisa dipartita dei loro autori, Camus, Dante, gialli insoluti, sogni e suggerimenti per un certo panzone.

Chissà com'è che siamo preoccupati
Ieri ho trovato su Repubblica un video in cui un giornalista tedesco chiedeva a sua sommità e ciccionazzosità G. R. Martin se avesse intenzione di finire "Il trono di spade". Egli, non proprio finemente gli ha risposto con un bel dito medio alzato a mò di "Mòbbasta con questa domanda, me la state a tirà".
 In effetti nessuna vuole tirarla al nostro uomo con la coppola e barba favorito, tuttavia dovrebbe ritenere legittimo che i fan qualche terrore che non sapremo mai chi caspita scalderà con le sue regali chiappe il trono di spade, possano avercelo. Manda avanti questa serie da inizio anni '90 e pubblica con ritmi elefantiaci peraltro aggiungendo libri su libri in corso d'opera. Credo che tutti sperino si renda conto di essere un sessantacinquenne con un giropanza da colesterolo a mille e si faccia qualche domanda sul perché stiamo lì a ricordarlo tutte le sere nelle nostre preghiere alla Madonna perché non defunga sotto i colpi dei grassi cattivi.
 Già la morte di per sé è una brutta cosa, ma lo diventa ancor di più quando muore uno scrittore, perché assieme a lui muoiono tutti i libri che non ha scritto.
 Certo c'è modo e modo di lasciare incompiuto un libro, con motivazioni differenti ed eventi esterni, ma si può anche avere cura del lettore se si sente approssimarsi la fine. Come e perchè?
 Ecco di seguito alcuni casi famosi di libri incompiuti!

ALBERT CAMUS, "Il primo uomo":
 Se non avete letto questo libro DOVETE leggerlo. Credo che rimarrà per sempre uno dei più grandi rimpianti che la letteratura mondiale potrà mai avere.
 Opera autobiografica di Camus, rimase incompiuto a seguito del terribile incidente stradale in cui morirono lo scrittore e il suo editore, il celebre Gallimard. Camus, per chi non lo sapesse, proveniva da una poverissima famiglia di coloni francesi in Algeria. Cresciuto lì assieme alla madre quasi sorda e alla nonna, una sorta di matriarca tirannica che grazie alle botte e alla severità riusciva però a mandare avanti una famiglia numerosa e indigente, scrive questo libro nel tentativo di ricostruire la figura del padre, morto quando era piccolissimo. La storia si concentra tutta sull'infanzia del piccolo Jacques, alter ego dell'autore, curioso e intelligente, povero e circondato da questa famiglia che si sente francese pur avendo messo a malapena piede in Francia. Interessante la sensazione di alterità vissuta, ma non pienamente consapevole che lo accomuna anche ai ricordi della Duras in Indocina. 
Tuttavia ciò che secondo me rende straordinario questo libro è il percorso scolastico di Jacques. Senza soldi, senza un padre, senza figure di riferimento si innamora dei libri e a loro deve tutto. A loro ed a un maestro caparbio che lo prende assieme ad un altro pugno di ragazzini, i migliori, convincendo le famiglie che li vorrebbero subito a lavoro, a continuare a studiare fino a vincere una borsa di studio. Vi voglio a non piangere alla scena del maestro che li accompagna agli esami e compra loro la merenda, che li consiglia, li spinge, li segue, fa quello che dovrebbe fare un vero maestro. E i libri fanno ciò che dovrebbero fare i libri: insegnare, istruire, permettere di sfuggire alla miseria, della mente, del mondo, della propria vita.
 Tutte le volte che penso ad un'epidemia di e-reader penso a questo libro e capisco che non sono uno strumento democratico. Leggetelo (soprattutto leggetelo perché è un capolavoro) e capirete perché.
 Tristemente incompiuto o forse magico proprio per quello.

CHARLES DICKENS, "Il mistero di Edwin Drood":  
Un affascinante caso di libro incompiuto è questa opera di Dickens, non tanto perché sua quanto perché sua e di genere giallo. Sostanzialmente Dickens morì prima di aver svelato chi fosse l'assassino. La storia è incredibilmente contorta, sostanzialmente zio e nipote sono innamorati della stessa ragazza, Rosa, e quando il nipote (Edwin Drood) sta per impalmarla, improvvisamente finisce nel nulla. Che fine ha fatto? E' morto? Non lo sapremo mai dalla sua viva penna, ma il mistero del libro è talmente affascinante che più autori si sono cimentati nella stesura del finale nel corso sfornando almeno 200 finali diversi. Fruttero e Lucentini ci scrissero anche un libro di successo "La verità sul caso D." in cui hanno immaginato i più famosi investigatori della letteratura indagare a loro modo su questa sparizione ingarbugliata e nel 2009 Mathhew Pearl scrisse un libro dal titolo molto newtoniano "Il ladro di libri incompiuti" in cui il finale della storia si intreccia con un altro giallo, quello della morte di un collaboratore dell'editore del libro mutilo. 
 Anche qui comunque c'è un caso dantesco. Un tipografo del Vermont, quattro anni dopo la morte di Dickens scrisse il finale della storia sostenendo gli fosse stato dettato dal fantasma dello scrittore. 
 Chissà, in ogni caso nel 2012 la casa editrice Gargoyle l'ha ristampato. Cercarlo e tentare di immaginare il proprio finale potrebbe essere un bel gioco per l'estate.

IRENE NEMIROVSKY "Suite Francese": 
Irene Nemirovski per cui io non nutro particolare simpatia scrittoria (ottima scrittrice insopportabili le trine dei suoi romanzi), morì ad Auschwitz nel 1942 dopo esservi stata internata lo stesso anno. Il marito, catturato qualche mese più tardi, morì al suo arrivo nel campo di concentramento. Le due figlie vennero salvate e affidate ad una famiglia, allontanate dalla nonna materna (donna terribile con cui la stessa Irene aveva un pessimo rapporto) e per moltissimi anni nutrirono nei confronti dei genitori una sorta di rancore. Gli rimproveravano infatti di non aver fatto nulla per salvarsi nel momento in cui, a detta loro, era ormai evidentissimo che gli eventi stavano precipitando: perché rimanere così ostinatamente a Parigi nel pieno della guerra invece di scappare? Per questo motivo non aprirono per molto tempo una valigia che la madre aveva loro affidato carica di scritti. Quando infine lo fecero pensarono che quella mole di fogli fosse un diario e non lo lessero. Fu solo dopo altri anni che infine decisero di aprirli e vi scoprirono le prime due parti di un romanzo che avrebbe dovuto constarne di cinque: "Suite Francese". Incompleto, venne dato alle stampe nel 2004 e viene considerato il suo capolavoro.

BEPPE FENOGLIO, "Il partigiano Johnny":
Stroncato da un male incurabile ad appena 40 anni, Fenoglio lasciò incompiuta l'opera a cui probabilmente era più affezionato: "Il partigiano Johnny". La storia, resa famosa anche dal bel film, racconta le vicissitudini vissute da Johnny (un alter ego dell'autore) durante la guerra di liberazione e finisce in un modo che alcuni considerano vago, ma per me è chiarissimo (eviterò di spoilerarvelo se ancora non lo avete letto). Il romanzo non vide la luce che dopo la morte di Fenoglio ad opera di una complessa operazione filologica dell'Einaudi che mescolò due stesure diverse dell'opera, entrambe incomplete in alcuni punti. Lo stesso titolo è frutto dell'editore e non dell'autore.
 Altra opera incompiuta dell'autore, ma sarebbe meglio dire abbozzo, riguarda "Appunti partigiani 1944-46", una delle primissime stesure sull'esperienza partigiana di Fenoglio. In seguito molti degli episodi qui riportati furono inseriti dall'autore nelle opere successive.

STIEG LARSSON, "Trilogia Millennium":
Qualche anno fa, la moda del momento era leggere assolutamente assolutamente e per forza la trilogia Millennium di Larsson. Mi regalarono il primo tomo, che ero molto curiosa di leggere, "Uomini che odiano le donne" e mi piacque moltissimo. Il finale era un po' troppo da filmone americano, con salvataggio all'ultimo minuto, stanza delle torture e via dicendo, tuttavia la storia era ben congegnata (l'idea che il mistero si nascondesse dietro il fotografo e non nella foto era un'intuizione felicissima) e soprattutto il personaggio di Lisbeth Salander tanto surreale quanto fichissimo (quale lesbica non ha sognato una ragazza così?). Tuttavia il secondo, iniziato bene, aveva preso in un tempo rapidissimo le proporzioni di un'immensa caxxata. Lisbeth Salander era una superwoman che poteva lanciare calci volanti su una moto, risolvere teoremi matematici rimasti insoluti per secoli, sconfiggere enormi organizzazioni criminali dedite alla tratta delle bianche e millanta altre cose. Cioè manco Rambo.  Comunque, nell'immaginario di Larsson, quella che a noi è rimasta come una trilogia, doveva essere in realtà una serie di almeno dieci volumi, di cui al momento della morte aveva già progettato il quarto (anche in parte scritto) e il quinto. Ok, Larsson poteva non aspettarsi di morire di infarto a 50 anni, ma poteva almeno avere il buon gusto di lasciare un testamento. I diritti delle sue opere non sono rimasti infatti alla compagna con cui aveva vissuto 32 anni e che aveva partecipato in parte alla creazione delle trame, ma al padre e fratello con cui non aveva nessun rapporto e che hanno totalmente escluso la signora da qualsiasi beneficio e decisione. Non erano infatti sposati e l'unico testamento che il buon Stieg aveva pensato bene di lasciare risaliva al 1977 e vi si diceva che tutti i beni dovevano andare al partito comunista svedese. La compagna tempo fa disse in un'intervista di avere abbastanza materiale per mandare alle stampe il quarto libro incompiuto, ma nulla si è più saputo.

PENSACI GIACOMINO:
 La categoria "Pensaci Giacomino" è dedicata a tutti coloro che avrebbero dovuto pensare o hanno pensato ad una loro precoce dipartita e si sono attrezzati per l'eventualità.
 Il padre sommo fu ovviamente Dante Alighieri di cui in un primo tempo sembrò che la Commedia fosse rimasta incompiuta, mancavano infatti tredici canti. Leggenda vuole che i due figli maschi del sommo vate perquisissero lo studio del padre in ogni dove, smontassero mezza casa, frugassero ovunque, ma niente. Poi otto mesi dopo, uno dei due, Jacopo, sognò suo padre che lo conduceva in una parte della casa e gli indicò una parete. Il giorno dopo il solerte figlio sfondò la parete e tadan ecco i tredici canti. Rimane un mistero il perché Dante dovrebbe aver murato l'ultima parte della sua opera, ma vabbeh, non è un problema nostro. 
Un luminoso esempio di "Pensaci Giacomino" è invece il nostro adorato Andrea Camilleri. Conscio che per quanto non si voglia pensare all'evento, primo o poi esso giungerà, Camilleri ha già scritto l'ultimo libro di Montalbano "Riccardino". Esso  giace nella cassaforte della Sellerio, pronto per essere mandato alle stampe dopo la sua morte, per non lasciare il commissario nostro privo di un finale. L'idea nacque in Camilleri dopo la morte improvvisa del suo amico, lo scrittore Vazquez Montalban, stroncato da un infarto nell'aeroporto di Bangkok senza la possibilità di porre una degna fine alle avventure del suo detective, Pepe Carvalho.
 Questo sì che si chiama rispetto del lettore, forse un certo ciccionazzo americano dovrebbe prendere esempio.

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