Avevo sentito parlare lungamente e molto bene di Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana trapiantata in america e poi di nuovo in Nigeria.
Non ho mai letto molta narrativa africana original e la considero una grossa lacuna, perciò per una volta che me ne sono ricordata (visto che ho una wishlist, ma come tutte le persone disorganizzate, è appuntata solo nella mia testa e facile all'oblio), ho preso in biblioteca "Americanah", un sontuoso (sontuoso è la parola che più mi pare si avvicini alla scrittura della Adichie) libro su uno di quegli amori che non finisco, fanno dei giri immensi e poi ritornano.
Non ho mai letto molta narrativa africana original e la considero una grossa lacuna, perciò per una volta che me ne sono ricordata (visto che ho una wishlist, ma come tutte le persone disorganizzate, è appuntata solo nella mia testa e facile all'oblio), ho preso in biblioteca "Americanah", un sontuoso (sontuoso è la parola che più mi pare si avvicini alla scrittura della Adichie) libro su uno di quegli amori che non finisco, fanno dei giri immensi e poi ritornano.
Per la serie, Venditti non lo sa, ma potrebbe avere un mercato anche in Africa.
L'autrice offre un interessante scorcio (spacciato per motivi misteriosi nella quarta di copertina come una sorta di saga familiare) di una giovinezza molto speciale, quella di Ifemelu brillante studentessa nigeriana, innamorata e fidanzata sin da giovane con un suo coetaneo altrettanto brillante e di buona famiglia che vive molto felicemente la sua adolescenza in quel di Lagos, Nigeria.
Probabilmente anche per il ceto sociale abbastanza elevato dei personaggi e sicuramente per una scelta stilistica, l'elemento folklore rimane sullo sfondo risultando una storia estremamente familiare nonostante la mania nigeriana dell'infilare cocco in ogni piatto, dolce o salato che sia (ecco un libro che non mi ha fatto venire voglia di assaggiare la cucina locale).
I giovani nigeriani benestanti non hanno una vita molto diversa dai loro coetanei europei, o meglio ce l'hanno, ma le aspirazioni, le dinamiche sociali, le amicizie e gli amori, sembrano, almeno sulla carta, molto più simili, di quelle di altre società esotiche, Giappone o Cina per dire.
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| L'autrice |
La sua grande intuizione che poi è il vero filo conduttore dell'intero libro, molto più dell'esile storia d'amore, è l'aver creato uno spazio virtuale dove discutere del razzismo in America (facendo anche confronti dell'Europa).
Non tanto il razzismo evidente che vede la polizia statunitense saltare come un picchio alla vista di un giovane di colore perché potenzialmente sospetto il decuplo di un suo coetaneo bianco, ma, quello di una supposta supremazia culturale e sociale bianca, ben più strisciante.
Quella, che, per dire, costringe le donne afroamericane a stirare con dannosi prodotti chimici i loro splendidi capelli (perché nessuno ti assumerà se sei troppo afro), che ti rende, nella percezione comune automaticamente più selvaggia, erotica e in un certo qual senso disponibile.
Quella, che, per dire, costringe le donne afroamericane a stirare con dannosi prodotti chimici i loro splendidi capelli (perché nessuno ti assumerà se sei troppo afro), che ti rende, nella percezione comune automaticamente più selvaggia, erotica e in un certo qual senso disponibile.
Altro fattore di enorme interesse è la diversa percezione degli autoctoni americani verso gli afroamericani e gli africani original (diversa percezione che hanno in realtà tra loro anche i due gruppi, spesso diffidenti tra loro).
Gli afroamericani sono nati e cresciuti in un contesto di discriminazione che li ha resi automaticamente guardinghi e vittime di un sistema, mentre verso chi giunge da esterno, da un luogo, soprattutto, dove questa discriminazione non esiste (ma mi ha stupito scoprire che i nordafricani discriminano gli africani subsahariani per via della loro carnagione scura) l'atteggiamento è diverso, come se essi godessero di uno speciale status, assai più eguale.
Come se il rapporto di potere fosse bilanciato automaticamente in modo diverso.
Come se il rapporto di potere fosse bilanciato automaticamente in modo diverso.
Oltre le storie d'amore che la protagonista, (immagino ispirata in modo non velatamente autobiografico alla scrittrice), ha, oltre il filone familiare che riguarda in realtà una zia nigeriana trasferitasi col figlio piccolissimo negli Usa, oltre il mondo snob e intellettuale delle università americane, il vero nodo di questo libro non è né l'amore né la famiglia, ma il razzismo nell'America contemporanea visto da un outsider.
Anche per questo, quello che in verità mi ha colpito di più è come l'autrice non abbia la minima percezione del fatto che il razzismo sia solo una delle svariate forme (ovviamente con peculiarità, ragioni e conseguenze proprie) di un problema che riguarda tutte le minoranze: il rigetto che ha la maggioranza verso ciò che considera diverso e perciò destabilizzante verso l'ordine.
La Adichie considera, da una parte ovviamente a ragione, ma da un'altra completamente a torto, il percorso del razzismo americano verso gli afroamericani una discriminazione che nulla ha a che spartite con le altre (ogni tanto cita i latinos random).
La cosa mi ha estremamente colpito, soprattutto perché nella parte finale propone al lettore una sorta di questionario in cui fa varie domande, tra cui:
La cosa mi ha estremamente colpito, soprattutto perché nella parte finale propone al lettore una sorta di questionario in cui fa varie domande, tra cui:
"Se fate parte di un circolo prestigioso, vi chiedete mai se la vostra razza può rendervi difficile l'ammissione?
Temete che i vostri figli non abbiano libri e materiale didattico che rappresentino persone della vostra razza?
Se accendete la tv su un canale generalista o aprite la prima pagina di un giornale generalista, vi aspettate di trovare soprattutto persone di un'altra razza?
Se avete risultati positivi in una certa situazione, vi aspettate di essere additati come esempio per la vostra raazza? O di essere definiti "diversi" rispetto alla maggioranza delle persone come voi?
Se avete bisogno di un aiuto legale o medico, temete che la vostra razza risulti un fattore negativo?"
Mi sono domandata perciò, da minoranza a minoranza, se questa riflessione fosse effettivamente presente nell'ambito di chi è discriminato per motivi razziali. Me lo sono domandata anche in nome di quella cosa che sbalordisce spesso molti: come può una persona di colore in America essere contro i matrimoni gay?
Come può chi è vittima di discriminazione essere contro altre vittime (peraltro perseguitate dallo stesso sistema di potere)?
La mia risposta, leggendo il libro dell'Adichie, ottimo dal punto di vista della scrittura, è che questa riflessione manchi totalmente, manca, effetti, la sensazione di essere prosaicamente tutti sulla stessa barca e di avere un unico nemico, quello che Tim Robbins aveva ben inquadrato, "La tirannia della mente ottusa".
C'è chi è appartiene a una minoranza meno visibile (gli omosessuali appunto) e quindi ha cercato di percorrere la storia nel modo più segreto possibile, e chi, per ragioni evidenti, come gli afroamericani, sono state un bersaglio visibile e ben più aggredibile.
La matrice però, è sempre la stessa: il desiderio perverso di individuare una parte più debole, il capro espiatorio di una società, quello che si carica, per il sollievo della maggioranza, del male contenuto nel mondo. E' la via più sciocca e potente per non occuparsi mai davvero dei lividi del mondo, quelli veri.
Ho trovato, in questo libro splendido eh, degno di essere letto perché scritto in modo superbo, coinvolgente e profondamente interessante, questa mancanza di riflessione una lacuna davvero imperdonabile.
Come può un personaggio che scrive per anni un blog sulla discriminazione, che si sforza di conoscere un altro mondo, che si confronta e riflette, non parlare chiaramente del punto focale della questione?
In verità, una mezza idea sul perché questo accada, ce l'ho e secondo me è molto chiara nella parte più riuscita del libro, quella in cui Ifemelu, tramite il suo fidanzato Blaine, affascinante appartenente alla cerchia universitaria più uptown del mondo, entra in contatto con l'intellighenzia americana, quella casta di eletti che si frequentano solo tra loro, si capiscono solo tra loro e si considerano, soprattutto, tremila metri sopra tutti gli altri.
Gente che: il mio analista, il mio agente letterario, il premio Nobel per cui faccio l'assistente, il regista per cui sto girando, il film che sto producendo.
In questa crema, Ifemelu fa la sua figura, ma ha anche una fiera antagonista: Shan, la bellissima e straordinaria sorella di Blaine, così descritta:
Si capisce, tra le righe, che Ifemelu non la sopporta non tanto perché Shan è una creatura catalizzatrice volontaria (e involontaria) di attenzioni ed eventi eccezionali, quanto perché non le ruba la scena. Non è più lei la persona eccezionale della situazione.
"Quando Shan entrava in una stanza, tutta l'aria scompariva. Non respirava profondamente; non ne aveva bisogno. L'aria fluttuava semplicemente verso di lei, attratta dalla sua autorità naturale, finché non ce n'era più per gli altri. [...]
Aveva l'aria di una persona che era stata in qualche modo prescelta. Qualche divinità le aveva poggiato sopra la sua bacchetta magica; se lei faceva cose ordinarie, diventavano straordinarie."
Si capisce, tra le righe, che Ifemelu non la sopporta non tanto perché Shan è una creatura catalizzatrice volontaria (e involontaria) di attenzioni ed eventi eccezionali, quanto perché non le ruba la scena. Non è più lei la persona eccezionale della situazione.
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| Ifemelu entra a far parte dell'esclusiva élite universitaria di Princeton |
Oh, io della Adichie non so molto, ma a me sembrano pennellate troppo precise per non vederci un fondo di autobiografia, perciò credo che il vero motivo della mancanza della suddetta riflessione sia il rifiuto di mostrarsi deboli.
Tutto in questo libro grida fierezza: la scrittura, l'orgoglio e un'autostima piuttosto imponente della protagonista, lo spirito critico mai domato (e mai soggetto a dubbi) che accompagna il progredire della sua esistenza.
Per paradosso temo che la Adichie sia caduta nello stesso peccato di cui incolpa gli altri: non ha voluto mettere in comune il proprio stato di minorità assieme a quello degli altri perché non si sente come loro. Si sente meglio di loro.
Per paradosso temo che la Adichie sia caduta nello stesso peccato di cui incolpa gli altri: non ha voluto mettere in comune il proprio stato di minorità assieme a quello degli altri perché non si sente come loro. Si sente meglio di loro.
Detto ciò, questo libro stramerita di essere letto, perché è scritto benissimo e solo un libro davvero bello può dare adito a tutte queste riflessioni.
Questo è il mio pensiero dopo averlo lasciato decantare un po', se lo avete letto, fatemi sapere se ho visto i draghi o pensate ci sia un fondo di verità!
Questo è il mio pensiero dopo averlo lasciato decantare un po', se lo avete letto, fatemi sapere se ho visto i draghi o pensate ci sia un fondo di verità!




