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lunedì 13 gennaio 2025

Le mie letture dell'estate 2024! Tra giallisardi e gialli islandesi, cucine angloiraniane, orrori islandesi, delusioni inglesi e addii svedesi

 Assolutamente incredibile (ma vero) avevo lasciato in sospeso il post con le recensioni delle mie letture estive dallo scorso settembre.

In nome dei miei rinnovati buoni propositi di seguire di nuovo maggiormente il blog a sfavore dei social che stanno tendendo verso la broligarchia reazionaria, inauguro questo nuovo corso terminandolo dopo mesi.

 In realtà lo scorso anno anno temo di aver passato davvero troppo tempo sul cellulare a sfavore della scrittura e della lettura.

 E' stato sicuramente colpa dello stress che porta a fare cose il meno impegnative possibili nel tempo libero, ma è stata più colpa mia che non ho saputo gestire la cosa.

 Cercherò di tornare ai bei vecchi tempi nonostante tutti i limiti dati dal lavoro e dal fatto che, contro la mia totale volontà e per colpa della burocrazia italiana, sono dovuta tornare sui libri universitari.

 Un giorno, quando non mi darà ai nervi anche solo il pensiero, racconterò bene la storia, (no non sono un'insegnante come sa chi legge il blog da secoli, sì la laurea magistrale ce l'ho già da 15 anni, ma per fare un lavoro sottopagato non basta manco più quella).

 Intanto vi risparmio i miei rancori personali e vi lascio le recensioni.

Buona lettura!


GIALLOSARDO AAVV Pickwick ed.:
 
 Raramente mi piacciono le raccolte tematiche perché in generale non mi sembra che gli scrittori e le scrittrici rendano troppo bene quando si tratta di scrivere racconti “su commissione”, legati a temi o, come in questo caso, luoghi specifici.
 
 Ci sono però sempre felici eccezioni e “Giallosardo” è una di queste. 
 Devo dire che la media dei racconti è molto buona, si vede chi come Fois è del mestiere, e chi non lo è particolarmente come Ilenia Zedda (il suo racconto mi sembra un esemplare tipico di scuola di scrittura creativa: trick di base interessante, ma poi la resa si impiglia in alcune sottigliezze tipo la coerenza della trama).
 
 Avevo nostalgia della Sardegna e l’ho letto durante alcuni giorni caldissimi a Rodi. 
Assieme ai gyros e all’acqua cristallina, ha aiutato a farmela passare.

 
L’UOMO INQUIETO di Henning Mankell e SOTTO LA CITTA' di Arnaldur Indridason:
 
 I gialli nordici hanno sempre il loro fascino. 
 
 Il problema, nella grande mole delle traduzioni, è non incappare in frequenti delusioni.
 Quest’anno, siccome ho avuto una primavera/estate impegnatissima ed ero riuscita a leggere poco, ho voluto andare sul sicuro e ho puntato due certezze: Mankell e Indridason.
 
 Per puro caso (ossia quello che passa l’usato) ho trovato “L’uomo inquieto” senza sapere fosse l’ultimo capitolo della lunghissima serie del commissario Wallander.
 
 C’è da dire che in generale scrittori e scrittrici raramente trattano bene le loro creature e sanno dargli degni finali, ma in questo caso Mankell è riuscito in un libro molto malinconico, a tratti struggente, a tirare tutte le fila della lunga vita del suo commissario.
 
 La storia inizia quando Linda, l’unica figlia di Wallander, poliziotta anche lei, si fidanza con un broker abbastanza ordinario, figlio di Hakan von Enke un importante ammiraglio svedese che fu coinvolto in un famoso caso di spionaggio ai tempi dei governi di Olof Palme. 

 Un sottomarino russo era stato individuato in acque svedesi e, invece di essere costretto a riemergere, all’ultimo era stato lasciato andare. 

 Hakan non si è mai dato pace per l’evento e aveva iniziato a indagare, convinto che vi fosse una spia del Kgb interna alla marina svedese.
 
 Tutto questo non interessa poi molto Wallander finché prima von Enke e poi sua moglie svaniscono nel nulla. C’entra forse questo antico intrigo internazionale? E, nel caso, chi è che spiava chi e quando?
 
 La storia, benché ricca di colpi di scena, è molto chiara e  lascia ampio spazio alla chiusura di tutte le linee narrative della vita di Wallander rimaste in sospeso.

 Sappiamo che fine farà Bajba, il grande amore estone del commissario, sappiamo cosa accade all’ex moglie e cosa alla figlia, conosciamo il suo crepuscolare tramonto che non anticipo per non fare spoiler, ma spezza il cuore.
 
 Un grande autore che è riuscito a dire degnamente addio ad un grande personaggio con un’indagine interessante e un senso della fine dignitoso e palpabile.
 
 Il romanzo di Indridason invece non ha una particolare rilevanza nella serie del suo commissario Erlendur. 
 Ambientato nell’esotica Islanda, racconta una cruda storia di violenza sulle donne e di tragici e ingiusti tranelli del destino.
 
 Un uomo qualunque viene trovato assassinato nel suo appartamento. Sembra un delitto d’impeto, ma chi mai potrebbe voler uccidere un uomo qualunque? Qualcuno, probabilmente, che sa qualcosa in più, un segreto dietro la maschera della normalità.
 
 Inizia un viaggio a ritroso nella cr. Non dico molto di più: bello da leggere, ma abbastanza tosto per gli argomenti trattati.

 
LA CUCINA COLOR ZAFFERANO di Yasmin Crowther ed. Guanda:
 
 Ogni anno mi piace leggere un romanzo ambientato in Medioriente/India. 
  Non so perché, ma mi piace l’idea di leggere qualcosa di scritto o ambientato in luoghi lontani geograficamente e culturalmente da me. 

 Questa estate è stato il turno di “La cucina color zafferano”, ambientato in parte in Inghilterra e in parte in Iran.
 
 Le protagoniste sono Maryam, iraniana immigrata in Inghilterra ai tempi della rivoluzione islamica, e sua figlia Sara, nata dal matrimonio con un gentile coetaneo inglese.

 Tutto parte da una tragedia involontaria: Maryam si rivela violenta verso il nipote, figlio della sorella minore appena morta e arrivato da poco dall’Iran. Sara cerca di difenderlo e nel tentativo si ferisce perdendo il bambino che ha in grembo.
 
 Disperata per l’avvenimento, Maryam decide di tornare in Iran ad affrontare i fantasmi del passato. 

 In una serie di flashback la scopriamo ragazzina, figlia di un generale dello scià, desiderosa di diventare infermiera e di decidere la sua vita. Riuscirà a fare tutto quello che desidera, ma pagando un prezzo troppo alto nel fisico e nell’anima che la traumatizzerà per sempre.
 
 Allora. La parte migliore sono i flashback dell'infanzia e della giovinezza di Maryam in Iran. Finché il libro parla delle sue vicissitudini fino al momento della partenza per l'Inghilterra devo dire che merita. Il resto, che purtroppo è parecchio, è abbastanza noioso.

 La coda del libro è inutilmente lunga e assume anche vaghi contorni da telenovela turca, le parti dedicate alla figlia Sara sono abbastanza prive di forza.

 Non lo consiglierei a meno che non siate appassionati di storia dell’Iran, per il resto perdibilissimo, infatti l’ho lasciato a Rodi.
 
 
LA STRANIERA di Claudia Durastanti ed. La nave di Teseo:
 
 Interessante e molto molto molto difficile da scrivere questo memoir di Claudia Durastanti.
 
 Erano anni che volevo leggerlo e quando finalmente qualcuno l’ha provvidamente lasciato all’usato mi ci sono fiondata. 

 Conoscevo a grandi linee la storia: i genitori dell’autrice sono entrambe persone sorde che non comunicano attraverso la lingua dei segni. 

 Inoltre Durastanti è nata a Brooklyn dove si erano trasferiti anni prima i nonni materni, lucani, alla ricerca di fortuna e dove lei ha vissuto fino ai sei anni, quando è poi rientrata in Basilicata.
 
 Dico un memoir difficile perché il grande problema dei memoir è sempre lo stesso: perché quelli che sono fondamentalmente fatti tuoi dovrebbero avere un valore per qualcuno? 

 Rendere il personale qualcosa di universale è davvero un’impresa enorme e il pericolo di tracimare nel diario psicanalitico è sempre dietro l’angolo, anche quando si ha una storia interessante da raccontare.
 
 Durastanti riesce a evitare questo fosso non solo perché è brava a raccontare, ma soprattutto perché ha scelto una chiave di lettura e vi è rimasta fedele (quasi) sempre dal titolo al finale: il concetto di straniero nel senso più ampio possibile.
 
 Il senso di estraneità è la base del libro: sono estranei ad un mondo basato sulla parola e i suoni i suoi genitori sordi, è straniera lei quando nasce in America ed è straniera quando torna in Italia, la povertà la rende estranea al benessere dei suoi compagni di classe ed è estranea al contesto lavorativo nel quale osa catapultarsi dopo la laurea poiché il mondo culturale in Italia è appannaggio per la quasi totalità di eredi alto-borghesi.
 
 Dà, a mio parere (anche se fatico a sopportarne i toni un po’ troppo epici qui e lì) il meglio nella prima parte quando riesce a raccontare con l’amore, il dolore, nonché il distacco necessario, due genitori complessi, tormentati, non integrati loro malgrado, anche per loro ostinata e rivendicata volontà.
 
 La seconda ha alcune pennellate che ho trovato interessanti, in primis la sensazione di sentirsi un simpatico trofeo sociale per i propri datori di lavoro: ehi, guarda, ho trovato l’intelligente presentabile tra i povery e la introduco in società. Una sorta di versione moderna del romanzo ottocentesco coi nobili che innalzavano lo zotico brillante di turno per divertimento.
 
 Per altri versi ho trovato mancasse qualcosa. Pensavo e speravo in una qualche complessa riflessione politica sull’estraneità di classe, anche perché aveva tutto il materiale per raccontarla da un punto di vista interessante.
 Invece su quel punto l'ho trovata stranamente debole, l'unica in cui ogni tanto mi è sembrata debordare nel diario personale abbassando il livello del racconto.

 In generale comunque un gran bel libro che consiglio e che è meritatamente finito nella cinquina dello Strega del suo anno. 


ELIZABETH GEORGE:

Questa giallista statunitense era la passione di una mia ex collega di libreria. 

 Quando usciva un suo nuovo libro impazziva letteralmente di gioia e, per anni, me l'aveva caldamente consigliata.

 Io non ho particolare passione per i giallisti anglosassoni quindi avevo tentennato a lungo e mi sono decisa solo questa estate.

 Presa da un moto di ottimismo e allettata dai numerosi titoli in vendita nella mia libreria dell'usato di fiducia, avevo addirittura comprato due titoli!

 Ebbene. Li ho iniziati entrambi e in entrambi i casi ho cercato disperatamente di andare avanti nella trama con tutte le mie forze. Non ci sono riuscita, troppo noiosi, troppo dispersivi e pieni di lungaggini che non lasciavano mai entrare nel vivo dell'indagine.

 Magari sono stata sfortunata io, ma mi sa che non sono il tipo che ama la cara Elizabeth. Mi spiace.

domenica 27 febbraio 2022

Il corpo è minore se non riusciamo mai a liberarci dello sguardo degli altri. Una recensione di "Corpi minori" in una Milano crudele che dona, brilla, pretende e divora

 E' un po' complicato scrivere questa recensione su “Corpi minori”, secondo romanzo di Jonathan Bazzi, astro nascente della narrativa italiana, celebratissimo dopo lo splendido (a me piacque davvero tanto) esordio, “Febbre”.

Tuttavia, sebbene tema, vista l'interminabile ondata di recensioni lusinghiere, di attirarmi gli strali di chiunque, ci tenevo a farla.

 Quando scrissi la recensione di “Febbre” ebbi l'impressione che il suo allora editore, Fandango, non avesse ben capito la bomba che aveva tra le mani e, nel tentativo (giusto a livello commerciale) di dargli maggiori pezze di appoggio, avesse puntato a presentarlo come un libro in cui si parlava anche della condizione contemporanea di qualcuno che ha fatto coming out come sieropositivo.

 In verità, come ormai ben sappiamo, quel libro parlava di altro: una giovane vita con una sensibilità altissima e un certo personale grado di inquietudine ed eclitticità immersa in un contesto familiare e periferico che di sensibile ed eclettico non aveva niente.

 Ho come la sensazione che anche “Corpi minori” sia un libro presentato (in realtà in questo caso anche pensato) con un certo tema di fondo, ma che in realtà sarebbe stato molto più efficace e sincero se si fosse accorto di parlare di altro.

 Sin dall'incipit che dal titolo che dalla frase scelta su retro della copertina, si evince che l'idea di fondo sia quella di presentare una sorta di educazione sentimentale dell'autore/protagonista (essendo, anche questo un memoir) nei confronti della persona amata e nei confronti di Milano.

 In verità, il libro, a mio parere è una grande occasione persa per parlare di qualcosa che affiora e si prende continuamente la scena, in qualsiasi momento, e che divora le varie storie sentimentali e i molti discorsi in cui l'autore si aggroviglia.

 Dico questo, subito, perché a me piace moltissimo come scrive Bazzi, ma non quando usa molti lunghi periodi circonvoluti per giustificare azioni discutibili agli occhi del lettore.

 Non sta alla narrativa essere accomodante, ma se ti esponi al giudizio poi non è scontato che io riesca a empatizzare perché qui e lì scodelli qualche lunga dissertazione sui corpi desideranti.

I corpi desideranti non sono comunque autorizzati a fagocitare le esistenze altrui.

Ma andiamo un po' oltre, perché su questo, tornerò. Il vero tema del libro, quello che si prende la scena è evidentemente MILANO.

 Milano è una città difficile da capire per chi non l'ha vissuta, come in verità tutte le città.

 Ma soprattutto è una città difficile da capire per chi non l'ha vissuta senza avere soldi o una famiglia dietro.

 Lo dico con la massima cognizione di ogni causa. Quando andai al nord, avevo letteralmente 500 euro in tasca, senza aiuti, e ho vissuto numerose situazioni picaresche che ho rivisto con una certa dose di empatia nel libro di Bazzi.

 Premetto. Non ho mai subaffittato niente a nessuno né mi sono mai permessa cose che il mio ignobile stipendio di molti anni non mi abbia concesso di fare. Lo sottolineo perché Milano è una città incredibilmente diversa, e sottolineo INCREDIBILMENTE, per chi ha e non ha i soldi.

Non è solo questione di affitto, è questione di opportunità.

 Assai più di qualsiasi città italiana, Milano è un posto dove qualcuno di brillante, pur non essendo necessariamente figlio di qualcuno, può farcela. Questo non significa che sia un paradiso meritocratico, anzi, l'alta borghesia riserva sempre le giuste quantità di posti di lavoro sopra una certa RAL ai propri rampolli. Lo fa in tutti i settori, dal commercio all'editoria, dalle multinazionali al mondo culturale.

 Diciamo che, vuoi perché comunque si percepisce che i povery talentuosi possano essere un valore aggiunto, vuoi che ci sia ancora adesso una disponibilità lavorativa assai più elevata del resto d'Italia, ci sono molte variabili impazzite. Io, lo ammetto sono stata una di queste (ho svolto un lavoro che mai pensavo nella vita, ovviamente con un RAL da povera perché poi bisognerebbe anche aprire una discussione su questo, ma non qui).

 La variabile impazzita però non può essere presa come regola e cancellare tutte le persone che, non potendosi permettere stage non pagati e master esosi, si trovano a fare lavori malpagati vivendo in posti indecenti (ci ho vissuto anche io), affittati a prezzi da strozzini da gente o fondi immobiliari che posseggono interi palazzi. 

 Non può far dimenticare il fatto che a Milano paghi tutto e paghi tutto tanto e che questo, mi spiace, non sia giustificato da niente. Io sono anni che sono inferocita con l'idea delle gabbie salariali perché non c'è nessun motivo per cui uno stipendio del nord debba valere più di quello del sud solo perché al nord si specula con maggior follia.

Sulla Milano stratosferica e sbrilluccicante che tutto ha da offrire a chi viene dalla sua periferia o dal resto d'Italia, ma solo se sei hai il cash giusto, ci sarebbe da scrivere un libro di epica generazionale.
  E, in parte Bazzi sembra, qui e lì, che desiderasse quasi scriverlo.

 Per qualche motivo però ha deciso che no, il suo sarebbe stato un romanzo d'amore in cui spiegava una cosa in verità non molto interessante: ho un fidanzato bramatissimo, ma a un certo punto mi sembra di non amarlo più, cerco di capire perché, in qualche modo lo capisco (anche se nel libro onestamente non è molto chiaro cosa succeda a tal proposito) e via come se non fosse mai successo niente.

Non voglio essere brutale e non mi permetto di giudicare l'interiorità e il vissuto di Bazzi, ma analizzo il modo in cui l'ha raccontato e in cui l'ho percepito.

 Il racconto sull'emotività dell'autore, onestamente, non è che abbia fatto grande breccia nel mio animo.  La freddezza con cui liquida il povero primo fidanzato che lo mantiene per anni, il modo feroce col quale giudica praticamente tutti coloro che incontra, tentando di capire quasi sempre come sfruttarlo al momento a suo vantaggio, il suo vagare per università proposto come inquietudine di vita e morale non è che sia proprio la lettura più digeribile del mondo.

 Il libro mostra un autore che in parte, ripeto, si espone al giudizio altrui senza farsi sconti, ma in parte sembra nascondere un approccio incredibilmente egoriferito dietro a contorti concetti filosofici rubati qui e lì da insegnanti e autrici. Una citazione di De Monticelli o Stein è inutile se il libro non riesce andare oltre a una superficie e questo desiderio tra essere e apparire esplode anche a livello universitario.

Posso studiare alla Statale, ma perché non andare al San Raffaele? La scuola dei ricchi milanesi, simbolo e status?

Il problema, in generale, di tutto il libro, secondo me si esplicita proprio lì. 

 Bazzi non sembra avere non dico una coscienza politica o di classe, perché mi rendo conto che sono termini desueti, ma una coscienza del fatto che provenire da un ambiente sociale considerato minore è una percezione che introiettiamo dagli altri, ma quando esci dall'adolescenza, deve smetterla di essere un tuo problema.

Non c'è nulla da dimostrare, nessun simulacro a cui aggrapparsi, nessuna università cool da frequentare, nessun circolo di poetesse che fanno yoga e sussurrano alle orecchie, o credulerie sulla cabbala assieme a Paola e Chiara a cui aggrapparsi.

 La Milano di adesso si basa tanto su questo equivoco: l'idea che maggiore è lo splendore sociale che puoi dimostrare, maggiore sarà il tuo valore. 

 Quindi la laurea vale di più se è privata, sei più giusto se fai un lavoro fighissimo pagato una miseria e non il commesso da Zara con uno stipendio da CCNL del commercio, lo psicologo che ti cura è bravo solo se lo paghi tanto.

Non c'è valore oggettivo della persona, c'è il valore che quella persona può mettere sul piatto perché tutti lo ammirino. Partendo da questo presupposto, è ovvio che non si possa mai uscire dall'idea che comunque i natali te li ha dati la temibile Rozzano.

 Ed è proprio per questo motivo, credo, immagino, Bazzi non sia riuscito a scrivere un racconto picaresco sulla Milano brillante e feroce di adesso. Un enorme circo dove puoi ambire a tutto, ma il tuo valore è deciso, se non dalla famiglia, dal cash, e se non dal cash dai posti che frequenti, le persone che conosci, i circoli esclusivi dove bazzichi.

Ed è, sottolineo, un'epica oscura della città che ha radici profonde. 

 Se si legge Bianciardi, Milano è sempre stata così: pronta a ingoiare i suoi abitanti non integrati, a succhiarne lo spirito dopo avergli offerto opportunità che altrove sarebbero impossibili. Non puoi vivere da nessun'altra parte, ma se ci vivi, se non stai molto attento, ne vieni spolpato.

 Ma Bianciardi aveva una coscienza di sé, di ciò che era rispetto a Milano, del rancore e della riconoscenza che le portava, del dolore che questa città gli infliggeva e della riconoscenza che le doveva, che Bazzi non sembra neanche lontanamente contemplare.

 Milano è il posto dei sogni, un parco giochi che però caspita costa e allora troviamo un pollo a cui affibbiare quasi tutto l'affitto, della scuola privata da fare anche senza i soldi per farla, della voglia di viverci, ma di lavorare anche no, di mollare l'affitto non pagato ai coinquilini e di schifarli pure anni dopo. 

 Cosa c'è oltre al corpo desiderante che desidera e fagocita e pretende e fagocita in nome di un passato di svantaggio che pone in perenne condizione di risarcimento sociale?

Cosa c'è oltre alla citazione filosofica, se poi la città (e quello che ti fa) non riesci a vederla?

 Mi spiace, ma il libro, pur scritto davvero bene, per me è un'occasione mancata. Il memoir è un genere che dovrebbe andare oltre alla pirandelliana visione della realtà, raccontarci qualcosa anche di noi, cosa che in "Febbre" succedeva. 

 In "Corpi minori", personalmente, questa astrazione almeno io non l'ho avuta e, onestamente, le recensioni basate sullo sguardo borghese che gioisce del giovane autore che viene dalla periferia (consiglierei sul tema la lettura di quel capolavoro che sono le pochissime pagine autobiografiche di Scerbanenco), mi sembrano solo una conferma della mia sensazione generale.

domenica 21 giugno 2020

La vita non è un film. "Lettere a me stessa" di Kabi Nagata, una recensione tra ansia, speranza e viaggi interrotti.

 L’esperienza della lettura è talmente complessa e sfaccettata che anche dopo anni dà la possibilità di provare nuove emozioni. Ad esempio non mi era mai capitato, fino a pochi giorni fa, di essere in ansia per il futuro di un autore.

 Mi è successo con “Lettere a me stessa” di Kabi Nagata, una sorta di memoir a fumetti, scritto in forma di lettere che l’autrice scrive alla sé stessa del futuro.

 Ero davvero entusiasta (so che suona come “sono veramente euforico”, scusate) di leggerlo dopo il bellissimo “La mia prima volta”, nel quale la Nagata raccontava la sua prima esperienza sessuale avuta con una escort lesbica. 

 Detta così sembra una cosa gigatorbida (so che accostare le parole lesbica ed escort in troppi cervelli è fatale ed è sintomo di qualcosa di incredibilmente perverso, ma la realtà, miei cari, è ben diversa da un porno), in realtà a Nagata aveva deciso di far ricorso a questo espediente come extrema ratio.

 Sostanzialmente, ci racconta, fino alla fine delle superiori la sua vita sembrava, tutto sommato, abbastanza normale. Brava studentessa, con specifici interessi e tanti amici, poi con l’università l’inizio dei problemi. 

 La mancanza di punti di riferimento e di una solida struttura che garantisse una precisa scansione del tempo giornaliero e il contatto forzato (e bramato) con coetanei, precipita l’autrice in una spirale di incertezza, ansia e infine vera e propria depressione. 

 Lascia l’università, inizia alcuni lavoretti part-time e l'insostenibile pressione sociale che la travolge viene aggravata dai genitori che non prendono sul serio il suo disagio, ma pensano che caricarla di aspettative e lanciarle frecciatine sia un modo per stimolarla.

 In realtà finisce per scivolare sempre più a fondo tra autolesionismo e disordini alimentari.

 Ad un certo punto, dopo alcuni terribili anni nei quali ha cercato in ogni modo di riemergere dalla disperazione, Kabi Nagata prende una decisione: non ha mai avuto nessuna esperienza né di tipo sentimentale né, ovviamente sessuale. 

 Pensa che questo sia uno dei veri ostacoli alla vita normale alla quale tanto agogna e così prende il coraggio a due mani e prenota una escort.

 Io devo dire che seguivo il suo malessere benissimo. Capivo tutto, a partire dallo spaesamento fortissimo dopo le superiori.

 In molti provano un lungo periodo di spaesamento e anche di tristezza durante i primi mesi o anche anni universitari: hai fatto di tutto per adattarti alla vita scolastica per anni e, quando finalmente ci sguazzi come un pesce nel suo oceano, ecco che vieni bruscamente spostato in un habitat completamente diverso. 

 L’università è maggiore indipendenza, nuove conoscenze, più responsabilità.
 Intendiamoci, tutte cose belle che iniziano a prepararti alla vita vera (quando leggo di universitari che si lamentano della poca meritocrazia durante gli esami provo sempre un moto di tenerezza, per la serie “non sai cosa ti aspetta caro mio”), ma per alcuni possono essere davvero una seria e insostenibile fonte di disagio.

Per Kabi Nagata è stato così, o almeno è quello che si evince dal suo primo libro che, infine, termina con una nota di speranza che lascia al lettore la sensazione che tutto stia andando al suo posto e presto avremo il giusto lieto fine che rassicurerà tutti quanti.

 E qui veniamo a “Lettere a me stessa” che, nell’originale, se ho ben capito, era diviso in due volumi e, infatti, consta di due epiloghi, uno a metà libro e uno alla fine.

"Lettere a me stessa" di Kabi Nagata ed. JPop
Nella prima parte, Kabi Nagata raccoglie i frutti dei suoi sforzi del libro precedente: l’esperienza con l’escort non le ha dato quello che sperava, ossia non ha scoperto improvvisamente le magie dell’amore e dell’eros. 

 Come scrive, il sesso è comunicazione, e lei è totalmente chiusa in sé stessa: deve prima imparare a comunicare per poter intessere un dialogo di corpi così intimo. 

 Tuttavia, dopo anni passati a vaneggiare di voler diventare una mangaka, ha finalmente deciso di raccontare la sua storia riscuotendo un enorme successo che le ha dato abbastanza una tale indipendenza economica da poter decidere di andare via di casa.

 Ovviamente non è così semplice, si intuisce che i 10 lunghi anni di depressione che ha attraversato hanno lasciato dei segni pesantissimi ed è davvero molto fragile. 

Così da lettrice ho iniziato a provare questa inedita sensazione: ero in ansia per l’autrice.

Voltavo le pagine e mi dicevo: dai Kabi, vedi che sta andando tutto per il meglio? Questa è davvero la volta buona!

 Invece, per ogni passo in avanti ce n’era uno indietro. La mazzata per il lettore arriva dopo il primo epilogo. 
 Tu stai lì che l’hai vista finalmente andare a vivere sola, iniziare a tenere un po’ testa ai suoi genitori, persino uscire con una ragazza e baciarla quando braaaaaaaaam tutto collassa.

Nella seconda parte ha un crollo totale e inaspettato che si ripercuote sullo stesso tratto del disegno, ridotto completamente all'essenziale, a tratti tremante e ancor più stilizzato.
 Impossibile non essere investiti dal crollo emotivo, tanto che, scrive, molti lettori, colti alla sprovvista, hanno dato recensioni negative delle nuove lettere (che, in originale, venivano rilasciate man mano). Ma lei, si dice, non può cambiare la storia della sua vita solo per far loro piacere.

 Ed è qui che si svela tutto l’inganno tra lettore e autore in quei libri, complicati da gestire, che sono i memoir.

 Mentre per l’autore la corrispondenza tra vita e scrittura è spesso (non sempre perché in molti casi viene inserito un elemento di romanzamento) identica, per il lettore il passaggio non è invece così immediato. 

 La sensazione predominante è quella di leggere sempre e comunque una storia che rispetterà i canoni della finzione.

Per questo motivo la seconda parte del libro coglie alla sprovvista il lettore. Abituati, da manuale, a seguire un viaggio dell’eroe codificato in un modo assai preciso, eravamo convintissimi di trovarci nella parabola discendente: il peggio è passato, l’esperienza un po’ borderline con la escort le ha dato il giusto slancio per risolvere i suoi numerosi problemi e tutto sta andando al suo posto.

 Ma, come cantavano saggiamente gli Articolo 31, la vita non è un film e neanche un romanzo. 

 Così, per Kabi Nagata, la parabola che stava scendendo risale improvvisamente, inaspettatamente, senza, sembra, neanche un fattore particolarmente scatenante. 

 Ed è a quel punto che il lettore (e da quello che si evince, anche i genitori della protagonista) capisce finalmente quanto abissalmente profondo sia il disagio che ha soverchiato Kabi Nagata cercando con tutte le sue forze di rimanere a galla.

Veniamo spiazzati perché vediamo minare le nostre certezze: andrà tutto bene, si risolverà tutto, il tempo guarisce ogni cosa.

 Sono formule magiche ci ripetiamo, giustamente, tutti i giorni per superare momenti che appaiono difficili o imperscrutabili. Abbiamo bisogno di credere che andrà tutto bene perché altrimenti rischieremmo di rimanere immobili.

 Poi leggi storie come quelle di Kabi Nagata e rimani spiazzato e rimani in ansia, per lei, ma anche per te.

 Perché sai che se lei non risolverà i suoi problemi, se la storia non avrà un lieto fine, allora l’incantesimo avrà subito una bordata di difficile contenimento. 

 Intendiamoci, accade anche nella vita di incontrare persone perse e sperdute, ma quante volte decidiamo di distogliere gli occhi o quante rischiamo di arrabbiarci perché, nonostante tutti i nostri sforzi, proprio non ne vogliono sapere di essere “aggiustate”?

Ma la vita, che pure, ripeto, ha bisogno di quelle formule magiche per vivere, è spesso devastante e ingiusta e Kabi Nagata, con un’onestà cristallina, una lucidità davvero notevole, continua a ricordarcelo, pur persa nei suoi fiumi di lacrime.

 Le cose andranno meglio per lei? A giudicare dalla copertina del suo terzo libro, almeno al momento sembra di no, ma noi lettori non possiamo far altro che crederci e mandarle i nostri migliori auguri perché essere gentili di certo non basterà, ma non potrà mai neanche farle del male.

Vi lascio, bonus track, "Non è un film" degli Articolo 31 che mi frulla in testa da quando ho iniziato a pensare a questo post!




martedì 24 luglio 2018

Piccole recensioni tra amici! Lou Lubie, Mademoiselle Caroline e Julie Danchez per due memoir alla francese e l'incomprensibile lugubre Londra queer di Peter Ackroyd

 Nonostante tutto komplottih per farmi leggere il meno possibile, tengo duro e cerco di farlo in tutti i ritagli possibili.

 Vorrei anche fare nuovi fumetti sulla preparazione dell'unione civile, speriamo di riuscirci presto. 

 Anche perché ho tutta una nuova serie di imperdibili avventure da raccontare, una su tutte l'ostinato rifiuto delle sarte dell'atelier di tagliarmi l'abito da sposa alla lunghezza che dico io.
 Non si comprende il motivo, ma esse si rifiutano. Perché??

 Bene, dopo questa non richiesta confessione (scusate, la ferita è fresca, sono andata a fare la prova stamattina), eccovi un piccole recensioni tra amici di libri vari ed eventuali dei mille che sono in coda da una vita e attendono che abbia di nuovo indietro il mio tempo libero.

 Let's go!


LA MIA CICLOTIMIA HA LA CODA ROSSA di Lou Lubie ed. Comicout e LA DIFFERENZA INVISIBILE di Mademoiselle  Caroline e Julie Dachez ed. LSWR:

 Si sa che i francesi nutrono una particolare passione per i memoir, ma mi ha incuriosito questa nuova tendenza del racconto personale della malattia nelle graphic.

 Qualche mese fa ho recensito il libro di Adrien Toulmè "Non è te che aspettavo" sulla nascita della sua seconda figlia affetta da sindrome di down, e nell'arco di poco mi è poi capitato di leggere due graphic novel che hanno moltissimo in comune: "La mia ciclotimia ha la coda rossa" di Lou Lubie e "La differenza invisibile", scritto da Julie Dachez e disegnato da mademoiselle Caroline.

 Le storie sono affrontate in un modo assai simile: entrambe le autrici soffrono di uno specifico disturbo poco conosciuto e impossibile da cogliere se non esplicitamente esternato.
 Per capirci, sia Lou che Julie  devono dirti "Guarda soffro di questa cosa" altrimenti ai nostri occhi sono persone solo un po' strane.

 Ed è sulla percezione dell'altro che le due, in realtà, prendono strade diverse.

 Lou Lubie è una fumettista e scrittrice nonché sviluppatrice di videogiochi che soffre di ciclotimia, una sorta di versione soft del disturbo bipolare che lei ipotizza sia stata peggiorata durante l'adolescenza da uno psichiatra poco capace che l'ha imbottita di farmaci (di cui non nega di avere bisogno eh, ma all'epoca le avevano proprio sbagliato diagnosi).

 Essendo onnipresente nella sua esistenza, Lou le fa prendere la forma di una piccola volpe, ora piccola, ora grande, ora tenera, ora malvagia, una sorta di daimon sempre accanto a lei.

 Lou ci dialoga, ci combatte, riesce ad atterrarla, prova a soffocarla, finisce quasi per soccomberle, ma poi, comprende, deve imparare a conviverci, tentando con alcuni accorgimenti e un po' di farmaci, di mantenerla alla sua naturale grandezza volpacchiottosa: non troppo piccola, non troppo grande.

Julie Dachez soffre invece di una forma lieve di sindrome di Asperger, difficile da diagnosticare e scambiata per semplici fissazioni che lei si rifiuta di superare.

 La storia, al contrario di quella di Lou, è raccontata per interposto personaggio: la protagonista fittizia della vicenda è Marguerite, una giovane impiegata che fatica a stare per troppo tempo in luoghi affollati, non sopporta il rumore, non riesce a mentire alle persone, non comprende i doppi sensi o le frasi idiomatiche, non capisce l'ironia ecc.

 Diciamo che tutto questo non solo non la rende la persona più popolare della terra, ma la affatica in modo terribile.

 Al contrario della prima storia in cui Lou analizza la lotta dentro di sé, Marguerite vive gli altri come una lotta.

Da una parte "l'inferno è dentro di me", dall'altra "l'inferno sono gli altri".

 Perciò se è facile empatizzare con Lou, si fa più fatica ad entrare in sintonia con Marguerite e questo, forse, è in parte un merito della graphic.
 Gli amici e i conoscenti di Marguerite non sono, se non in rari casi, persone orribili, anzi, si comportano esattamente come faremmo noi (il fidanzato è quasi un santo).

 Lo stridio tra questa mancata empatia tra protagonista e lettore paradossalmente riesce a rendere reale e tangibile il divario tra di lei e il resto del mondo.
 Anche noi non la capiamo, anche noi pensiamo esageri, anche noi non riusciamo a riconoscere il suo modo (e la sua necessità) di vivere diverso dal comune sentire che ha pieno diritto di esistere senza essere per forza normalizzato.

 Due graphic molto interessanti per chi ama l'autobiografia e le storie che si concentrano su specifici vissuti personali.
 Non temete, riescono, entrambe ad essere straordinariamente leggere nonostante i temi tosti, senza mai scadere nel banale.


QUEER CITY di Peter Ackroyd ed. SEM:

 Avevo molte aspettative su questa storia LGBT della città di Londra.

 Pensavo, credevo, che la capitale di un grosso regno, traboccante nobili, dandy, storia, stranezze british, humour e swing, avesse in sé un potenziale rivoluzionario che noialtri, nell'Europa del sud ci sogniamo.

 Invece l'autore fa un ritratto sin troppo disincantato della capitale europea più carica d'immaginario (assieme a Parigi) di tutte.

 Tutto è così sottotono che pare quasi stia parlando di Brembate di sopra (con tutto il rispetto) e, va bene che la comunità lgbt se l'è sempre vista brutta in ogni dove, ma rimarcare il lato oscuro rispetto a quello luminoso della nostra storia non è che sia il massimo.

 Intendiamoci, non bisogna tacere la storia, orribile, di continue pressanti, ossessive persecuzioni che gli omosessuali hanno subito nella storia, ma è un peccato non parlare con altrettanta forza e convinzione di quello che è stato il maggior pregio di questa specifica minoranza: la volontà di splendere a tutti i costi.

 Dov'è l'arte? Dov'è l'eccesso fatto per gridare al mondo "ehi, comunque si esiste anche noi!"?

Dove sono le rocambolesche storie di sopravvivenza creativa? Dove la forza della battaglia per rimanere ostinatamente visibili, nonostante tutto, a questo mondo?

 E' un ritratto ingiustificatamente triste quello che Ackroyd fa di Londra stessa, declassata a città perennemente bigotta e in balia di reali ed ecclesiastici dediti in realtà a sordide sortite (detta così pare quasi una cosa che si poteva rendere in modo accattivante, ma non preoccupatevi, non succede).

 Persino gli anni '60 vengono descritti in modo lugubre che sarebbe da dirgli, "Guarda Peter se ti sembrava oppressiva Londra magari un giro dalle parti nostre per farti un'idea di quello che c'era fuori."

 Il maggior pregio di questo saggio stranamente bigio e plumbeo, senza nessuna brace a covare sotto la cenere, è lo spazio dato alla storia della comunità lesbica.

 Solitamente gli autori, specialmente se gay maschi (bisogna dirlo), evitano accuratamente di parlare dell'altra metà del cielo gay e quando trattano la storia dell'omosessualità si concentrano esclusivamente su quella maschile.

 E' vero che, pur condividendo lo stesso destino, le due comunità hanno avuto storie molto diverse, ma è anche vero che, almeno a mio parere, c'è sempre stata, in questa omissione, una buona dose di misoginia.

 "Queer city" non si dimentica delle lesbiche e racconta molti episodi, tra i quali i famosi matrimoni "finti" nei quali una delle due, per poter contrarre l'unione, si fingeva un uomo. Erano episodi sporadici, ma non così tanti, visto che ne abbiamo cronache documentate anche in Italia (uscì un saggio, "Storia di Caterina che per - si vestì da uomo" molto interessante in proposito).

 Un peccato. Era uno di quei casi in cui da un saggio mi aspettavo, assieme alla storia, uno spirito, invece stranamente, incomprensibilmente soffocato fino al mutismo.

giovedì 22 marzo 2018

Piccole recensioni tra amici! "Tutta colpa di Miguel Bosè" di Sciltian Gastaldi e "Non è te che aspettavo" di Fabien Toulmè un romanzo di formazione NI e una bellissima graphic su un papà e la sua bambina.

 Prima di passare il fine settimana a fare cose fondamentalissime come gli assaggi per il pranzo di nozze e appuntamenti diffusi vari (vediamo il lato positivo: presto nuovo fumetto in arrivo), volevo riuscire a portare avanti parte delle recensioni in coda, soprattutto quella, molto pasciuta su "Le ferite originali" di Eleonora C. Caruso.


 Purtroppo il tempo a mia disposizione, al solito, è very tiranno, quindi sono riuscita solo a finire decentemente questo piccole recensioni tra amici che mi trascinavo tra un po'.


 Martedì spero di presentarvi la recensione lard lard.


 Good lettura a tutt*!



TUTTA COLPA DI MIGUEL BOSE' di Sciltian Gastaldi ed. Fazi:

 Ero una tenera giovinetta squattrinata quando scroccai per la prima volta e ultima volta un libro intero alla fu Melbooks di Roma.

  Si trattava di "Generation of love" di Matteo B. Bianchi. Lo lessi lì in un pomeriggio, in piedi, appoggiata allo scaffale nel tentativo di non far sembrare che lo stessi leggendo proprio tutto tutto (so che non si fa, ma la povertà imperava), poi l'anno dopo lo comprai nella libreria del mio paese.

 Era uno strano libro, piccolo eppure folgorante, non aveva (non ha, è ancora in commercio) nessuna particolare trama eppure era impossibile smettere di leggerlo.

 Raccontava la breve infanzia e giovinezza di un ragazzo della provincia lombarda che si scopriva gay e aveva fondamentalmente una cotta monumentale per uno che non era mai riuscito a capire se fosse davvero bisessuale.

 "Tutta colpa di Miguel Bosè" di Sciltian Gastaldi cerca con evidente ardore epigonico di entrare nello stesso filone, ma pur avendo dei momenti degni di nota, non riesce mai ad avere quel fuoco incantato del suo predecessore.

 La storia racconta l'infanzia e la giovinezza di Evandro, figlio bisex (rarissimi i personaggi realmente bisex, come i quadrifogli) di un militare e di una mamma sex e vaporosa, provvisto di due fratelli maggiori, uno fascistissimo e una cattolicissima.

 Il problema del libro, pieno zeppo di riferimenti anni '80 (come già dal titolo) è che alterna momenti di vita tragicomici, ad altri completamente esagerati, troppo esagerati, praticamente macchiettistici,

 Certo, è possibile nascere in una famiglia dove ti danno un nome strano (lo stesso autore non ne è immune) e dove tutti vivono in qualche modo estreme passioni, ma bisogna saperle raccontare, altrimenti si precipita a tratti in una sorta di farsa che letteralmente toglie smalto al libro.

 Un peccato perché comunque si legge in modo godibile (anche se io avrei sfoltito un bel po', soprattutto all'inizio va troppo lento per essere una ritmata commedia) e ci sono alcune scene particolarmente azzeccate.

 Il momento in cui, bambino, implora il padre di andare in palestra a fare pugilato (e la sua parvenza di eterosessualità campa poi per anni su quei sei mesi di protovirilità) o quello in cui dirotta scientemente la gita di classe del liceo per andare al Cassero (il primo circolo arcigay italiano) a Bologna, sono fantastici.

 Ed è un peccato si perdano in un pappardellamento spesso eccessivo o in scelte narrative un po' telefonate: la sorella cattolicissima che sforna un imprecisato numero di figli e diventa una fanatica senza che nessuno in famiglia dica niente, il fratello che si innamora di una ragazza di colore e lascia perdere il fascismo (bastasse quello, ne conosco di gente contro i migranti sposata con stranieri).

 Lo consiglio a chi ha voglia di leggere qualcosa di leggero (resistete duramente per le prime 100 pagine, poi ingrana), a chi ha nostalgia degli anni '80, a chi ha voglia di una storia lgbtq che non finisca in tragedia.



NON E' TE CHE ASPETTAVO di Fabien Toulmè ed. Bao Publishing:

 In libreria ultimamente c'è una grossa produzione di libri scritti da genitori sulla loro esperienza di vita con la disabilità di un figlio.

  A parte alcuni luminosi casi, come "Se ti abbraccio non aver paura" di Ervas (non per nulla scritto da uno scrittore di professione sulla base di un'esperienza non sua) o "Pulce non c'è" di Gaia Rayneri , le storie sono ricche di una grandissima umanità, ma non hanno un grande livello letterario (anche perché, in verità, la maggior parte, non aspira neanche ad averlo).

 Generalmente non amo molto questo genere di testi perché ne capisco la necessità e le motivazioni, ma mi sembra, devo dire, di essere sempre un'intrusa, come quando qualcuno che conosci molto poco decide di raccontarti un qualcosa di sé straordinariamente intimo a bruciapelo (mi riferisco, non alla disabilità propria o dei propri congiunti, ma alle sensazioni altalenanti interiori).

 I buoni testi autobiografici però sono buoni per un motivo ossia riescono a scavallare questa sensazione d'intrusione. 

 Ti accolgono nel loro mondo e ti fanno sentire un amico che non spia, ma segue, rispettosamente, le vite degli altri.

 A lavoro ultimamente è arrivato "Non è te che aspettavo", un memoir di Fabien Toulmè, un giovane ingegnere francese, sposato con una ragazza brasiliana con la quale prima dei trent'anni aveva già due figlie, di cui la seconda nata con la sindrome di down.

 Quando si parla di disabilità l'editoria è molto netta: o siamo dalle parti dell'agiografia estrema (il Signore mi ha benedetto con questo figlio) o dalle parti della tristezza estrema ( "Zigulì" era un libro molto sincero, ma davvero molto molto forte). 

 Da una parte è comprensibile, dall'altra mi sono sempre chiesta quanto l'editoria giocasse un ruolo in questo scegliendo di pubblicare solo storie che raccontassero le due sponde estreme.

 "Non è te che aspettavo" è invece, forse grazie anche alla libertà data ancora dai fumetti rispetto alla narrativa, una storia molto più agrodolce, con momenti terribilmente agri, e momenti molto sinceramente dolci.

 La storia comincia senza mezzi termini: Toulmè ha il vero terrore che il suo secondo bebè nasca con la sindrome di down, specificatamente, tra l'altro, quella. 
 La moglie si sottopone a una quantità di analisi infinita (curiosamente non quella apposita per acclarare la sindrome) e tutto sembra regolarissimo. 

 Poi la bambina nasce e Toulmè vede la sua ossessione diventare realtà.

 Per i primi lunghi mesi non accetta la bambina, non vuole neanche cambiarla, piange sempre e anche sua moglie, sebbene in modo minore, non sembra averla presa benissimo. 

 L'unica assolutamente felice è la prima figlia, Louise, fuori di sé dalla gioia per la nascita della sorellina.

 La storia in verità diventa interessante perché non si concentra sulla bambina (io trovo sempre inquietante quando i genitori parlano per interposta persona dei propri figli), ma su quello che Toulmè si trova ad affrontare: da una vita regolare e tranquilla, passa a una vita in cui è necessario vedere specialisti, andare di frequente in ospedale (la bambina ha un problema al cuore) e cercare di cambiare, completamente, forma mentis.

 Se ne accorge quando vede le altre famiglie e piange sul quello che lui ritiene il suo triste destino, quando soffoca tutte le sere le lacrime nel letto e quando si accorge, con la figlioletta in ospedale per l'operazione, di pensare la cosa più brutta.

 E' un libro molto molto sincero, in certi momenti brutale, eppure sempre leggero, quasi allegro paradossalmente. 

 Non c'è l'agiografia né lo sconforto, e non c'è neanche la vita della figlia (io riprovo moltissimo i genitori che mettono in piazza la vita dei propri figli minori, è la LORO storia quella, non la TUA), c'è solo lui con le sue paure, i suoi terrori per il presente e il futuro, ma anche il suo coraggio e la voglia, la pretesa di continuare a essere felice.

 Toulmè si trasferisce in un bel posto (non è poi sempre vero che se sei triste dentro ogni luogo dove vivere è uguale) e ci mette un po' per capire che precipitare in una nuova non calcolata vita può essere difficilissimo all'inizio, ma solo perché è nuova, non perché peggiore.

 Delicato, lo consiglio a tutti e in particolar modo ai papà.

Ps. Leggevo che casualmente oggi è la giornata mondiale della sindrome di down. What coincidenza!



IL MARITO DI MIO FRATELLO II di Gengoroh Tagame ed. Panini:

 Non è una recensione, ma una segnalazione d'uscita visto che so che molti hanno letto la prima parte dopo il precedente post. 
 Ebbene, se siete curiosi di sapere come va a finire la visita di Mike in Giappone dal gemello del suo defunto consorte, avrete le vostre risposte. Preparate fazzolettame vario.
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