Pagine

Visualizzazione post con etichetta islanda. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta islanda. Mostra tutti i post

lunedì 13 gennaio 2025

Le mie letture dell'estate 2024! Tra giallisardi e gialli islandesi, cucine angloiraniane, orrori islandesi, delusioni inglesi e addii svedesi

 Assolutamente incredibile (ma vero) avevo lasciato in sospeso il post con le recensioni delle mie letture estive dallo scorso settembre.

In nome dei miei rinnovati buoni propositi di seguire di nuovo maggiormente il blog a sfavore dei social che stanno tendendo verso la broligarchia reazionaria, inauguro questo nuovo corso terminandolo dopo mesi.

 In realtà lo scorso anno anno temo di aver passato davvero troppo tempo sul cellulare a sfavore della scrittura e della lettura.

 E' stato sicuramente colpa dello stress che porta a fare cose il meno impegnative possibili nel tempo libero, ma è stata più colpa mia che non ho saputo gestire la cosa.

 Cercherò di tornare ai bei vecchi tempi nonostante tutti i limiti dati dal lavoro e dal fatto che, contro la mia totale volontà e per colpa della burocrazia italiana, sono dovuta tornare sui libri universitari.

 Un giorno, quando non mi darà ai nervi anche solo il pensiero, racconterò bene la storia, (no non sono un'insegnante come sa chi legge il blog da secoli, sì la laurea magistrale ce l'ho già da 15 anni, ma per fare un lavoro sottopagato non basta manco più quella).

 Intanto vi risparmio i miei rancori personali e vi lascio le recensioni.

Buona lettura!


GIALLOSARDO AAVV Pickwick ed.:
 
 Raramente mi piacciono le raccolte tematiche perché in generale non mi sembra che gli scrittori e le scrittrici rendano troppo bene quando si tratta di scrivere racconti “su commissione”, legati a temi o, come in questo caso, luoghi specifici.
 
 Ci sono però sempre felici eccezioni e “Giallosardo” è una di queste. 
 Devo dire che la media dei racconti è molto buona, si vede chi come Fois è del mestiere, e chi non lo è particolarmente come Ilenia Zedda (il suo racconto mi sembra un esemplare tipico di scuola di scrittura creativa: trick di base interessante, ma poi la resa si impiglia in alcune sottigliezze tipo la coerenza della trama).
 
 Avevo nostalgia della Sardegna e l’ho letto durante alcuni giorni caldissimi a Rodi. 
Assieme ai gyros e all’acqua cristallina, ha aiutato a farmela passare.

 
L’UOMO INQUIETO di Henning Mankell e SOTTO LA CITTA' di Arnaldur Indridason:
 
 I gialli nordici hanno sempre il loro fascino. 
 
 Il problema, nella grande mole delle traduzioni, è non incappare in frequenti delusioni.
 Quest’anno, siccome ho avuto una primavera/estate impegnatissima ed ero riuscita a leggere poco, ho voluto andare sul sicuro e ho puntato due certezze: Mankell e Indridason.
 
 Per puro caso (ossia quello che passa l’usato) ho trovato “L’uomo inquieto” senza sapere fosse l’ultimo capitolo della lunghissima serie del commissario Wallander.
 
 C’è da dire che in generale scrittori e scrittrici raramente trattano bene le loro creature e sanno dargli degni finali, ma in questo caso Mankell è riuscito in un libro molto malinconico, a tratti struggente, a tirare tutte le fila della lunga vita del suo commissario.
 
 La storia inizia quando Linda, l’unica figlia di Wallander, poliziotta anche lei, si fidanza con un broker abbastanza ordinario, figlio di Hakan von Enke un importante ammiraglio svedese che fu coinvolto in un famoso caso di spionaggio ai tempi dei governi di Olof Palme. 

 Un sottomarino russo era stato individuato in acque svedesi e, invece di essere costretto a riemergere, all’ultimo era stato lasciato andare. 

 Hakan non si è mai dato pace per l’evento e aveva iniziato a indagare, convinto che vi fosse una spia del Kgb interna alla marina svedese.
 
 Tutto questo non interessa poi molto Wallander finché prima von Enke e poi sua moglie svaniscono nel nulla. C’entra forse questo antico intrigo internazionale? E, nel caso, chi è che spiava chi e quando?
 
 La storia, benché ricca di colpi di scena, è molto chiara e  lascia ampio spazio alla chiusura di tutte le linee narrative della vita di Wallander rimaste in sospeso.

 Sappiamo che fine farà Bajba, il grande amore estone del commissario, sappiamo cosa accade all’ex moglie e cosa alla figlia, conosciamo il suo crepuscolare tramonto che non anticipo per non fare spoiler, ma spezza il cuore.
 
 Un grande autore che è riuscito a dire degnamente addio ad un grande personaggio con un’indagine interessante e un senso della fine dignitoso e palpabile.
 
 Il romanzo di Indridason invece non ha una particolare rilevanza nella serie del suo commissario Erlendur. 
 Ambientato nell’esotica Islanda, racconta una cruda storia di violenza sulle donne e di tragici e ingiusti tranelli del destino.
 
 Un uomo qualunque viene trovato assassinato nel suo appartamento. Sembra un delitto d’impeto, ma chi mai potrebbe voler uccidere un uomo qualunque? Qualcuno, probabilmente, che sa qualcosa in più, un segreto dietro la maschera della normalità.
 
 Inizia un viaggio a ritroso nella cr. Non dico molto di più: bello da leggere, ma abbastanza tosto per gli argomenti trattati.

 
LA CUCINA COLOR ZAFFERANO di Yasmin Crowther ed. Guanda:
 
 Ogni anno mi piace leggere un romanzo ambientato in Medioriente/India. 
  Non so perché, ma mi piace l’idea di leggere qualcosa di scritto o ambientato in luoghi lontani geograficamente e culturalmente da me. 

 Questa estate è stato il turno di “La cucina color zafferano”, ambientato in parte in Inghilterra e in parte in Iran.
 
 Le protagoniste sono Maryam, iraniana immigrata in Inghilterra ai tempi della rivoluzione islamica, e sua figlia Sara, nata dal matrimonio con un gentile coetaneo inglese.

 Tutto parte da una tragedia involontaria: Maryam si rivela violenta verso il nipote, figlio della sorella minore appena morta e arrivato da poco dall’Iran. Sara cerca di difenderlo e nel tentativo si ferisce perdendo il bambino che ha in grembo.
 
 Disperata per l’avvenimento, Maryam decide di tornare in Iran ad affrontare i fantasmi del passato. 

 In una serie di flashback la scopriamo ragazzina, figlia di un generale dello scià, desiderosa di diventare infermiera e di decidere la sua vita. Riuscirà a fare tutto quello che desidera, ma pagando un prezzo troppo alto nel fisico e nell’anima che la traumatizzerà per sempre.
 
 Allora. La parte migliore sono i flashback dell'infanzia e della giovinezza di Maryam in Iran. Finché il libro parla delle sue vicissitudini fino al momento della partenza per l'Inghilterra devo dire che merita. Il resto, che purtroppo è parecchio, è abbastanza noioso.

 La coda del libro è inutilmente lunga e assume anche vaghi contorni da telenovela turca, le parti dedicate alla figlia Sara sono abbastanza prive di forza.

 Non lo consiglierei a meno che non siate appassionati di storia dell’Iran, per il resto perdibilissimo, infatti l’ho lasciato a Rodi.
 
 
LA STRANIERA di Claudia Durastanti ed. La nave di Teseo:
 
 Interessante e molto molto molto difficile da scrivere questo memoir di Claudia Durastanti.
 
 Erano anni che volevo leggerlo e quando finalmente qualcuno l’ha provvidamente lasciato all’usato mi ci sono fiondata. 

 Conoscevo a grandi linee la storia: i genitori dell’autrice sono entrambe persone sorde che non comunicano attraverso la lingua dei segni. 

 Inoltre Durastanti è nata a Brooklyn dove si erano trasferiti anni prima i nonni materni, lucani, alla ricerca di fortuna e dove lei ha vissuto fino ai sei anni, quando è poi rientrata in Basilicata.
 
 Dico un memoir difficile perché il grande problema dei memoir è sempre lo stesso: perché quelli che sono fondamentalmente fatti tuoi dovrebbero avere un valore per qualcuno? 

 Rendere il personale qualcosa di universale è davvero un’impresa enorme e il pericolo di tracimare nel diario psicanalitico è sempre dietro l’angolo, anche quando si ha una storia interessante da raccontare.
 
 Durastanti riesce a evitare questo fosso non solo perché è brava a raccontare, ma soprattutto perché ha scelto una chiave di lettura e vi è rimasta fedele (quasi) sempre dal titolo al finale: il concetto di straniero nel senso più ampio possibile.
 
 Il senso di estraneità è la base del libro: sono estranei ad un mondo basato sulla parola e i suoni i suoi genitori sordi, è straniera lei quando nasce in America ed è straniera quando torna in Italia, la povertà la rende estranea al benessere dei suoi compagni di classe ed è estranea al contesto lavorativo nel quale osa catapultarsi dopo la laurea poiché il mondo culturale in Italia è appannaggio per la quasi totalità di eredi alto-borghesi.
 
 Dà, a mio parere (anche se fatico a sopportarne i toni un po’ troppo epici qui e lì) il meglio nella prima parte quando riesce a raccontare con l’amore, il dolore, nonché il distacco necessario, due genitori complessi, tormentati, non integrati loro malgrado, anche per loro ostinata e rivendicata volontà.
 
 La seconda ha alcune pennellate che ho trovato interessanti, in primis la sensazione di sentirsi un simpatico trofeo sociale per i propri datori di lavoro: ehi, guarda, ho trovato l’intelligente presentabile tra i povery e la introduco in società. Una sorta di versione moderna del romanzo ottocentesco coi nobili che innalzavano lo zotico brillante di turno per divertimento.
 
 Per altri versi ho trovato mancasse qualcosa. Pensavo e speravo in una qualche complessa riflessione politica sull’estraneità di classe, anche perché aveva tutto il materiale per raccontarla da un punto di vista interessante.
 Invece su quel punto l'ho trovata stranamente debole, l'unica in cui ogni tanto mi è sembrata debordare nel diario personale abbassando il livello del racconto.

 In generale comunque un gran bel libro che consiglio e che è meritatamente finito nella cinquina dello Strega del suo anno. 


ELIZABETH GEORGE:

Questa giallista statunitense era la passione di una mia ex collega di libreria. 

 Quando usciva un suo nuovo libro impazziva letteralmente di gioia e, per anni, me l'aveva caldamente consigliata.

 Io non ho particolare passione per i giallisti anglosassoni quindi avevo tentennato a lungo e mi sono decisa solo questa estate.

 Presa da un moto di ottimismo e allettata dai numerosi titoli in vendita nella mia libreria dell'usato di fiducia, avevo addirittura comprato due titoli!

 Ebbene. Li ho iniziati entrambi e in entrambi i casi ho cercato disperatamente di andare avanti nella trama con tutte le mie forze. Non ci sono riuscita, troppo noiosi, troppo dispersivi e pieni di lungaggini che non lasciavano mai entrare nel vivo dell'indagine.

 Magari sono stata sfortunata io, ma mi sa che non sono il tipo che ama la cara Elizabeth. Mi spiace.

venerdì 8 settembre 2017

Piccole recensioni tra amici! Come sono andate le letture dell'estate? Tra Turchia, Stati Uniti, Islanda e Langhe, non tutte bene, ma qualche perla, (da segnalare ad Almodovar) c'è.

 Ordunque, con la fine della prossima settimana (quindi tra una decina di giorni) dovrei tornare attiva a pieno ritmo sul blog. 


 Per attiva intendo che finalmente potrò di nuovo concentrarmi su quei bei post ciccioni e pieni di proposte spero interessanti che però richiedono un tempo che per ora è completamente assorbito dal rush finale per il secondo tragico librazzo della seconda tragica giovane libraia.

 Approfitto di questi giorni per post più in stile piccole recensioni tra amici in cui recuperare un po' di recensioni perdute nei mesi scorsi, a partire dai libri letti durante le vacanze portoghesi (delle quali è in preparazione un poliposo fumetto che non vedo l'ora di postare).

 Ecco quindi dopo il libro di King una carrellata di recensioni dalle quali rimane fuori Camilla Lackberg la mysteriosa svedese della quale, finalmente, anche io quest'estate ho capito il segreto.


Bando alle ciance e facciamo parlare i libri! Let's go!



IL BALLO DEGLI AMANTI PERDUTI di Gianni Farinetti ed. Marsilio:

Vari lettori e colleghi mi avevano straconsigliato Farinetti, in parte, penso, perché ho scoperto che il protagonista è gay (motivo per cui suppongo, questa saga non verrà mai convertita in un telefilm), tuttavia temo (spero) di aver iniziato dal libro sbagliato.

 Un libro che verso pagina 80, dopo un'infinita, infinita, noiosa, noiosa, carrellata di simpatici personaggi macchiettistici della provincia piemontese, ho deciso di chiudere e neanche la permanenza in Portogallo, lontana da altri libri, mi ha convinto a riaprire.

 Io capisco che sicuramente i tomi precedenti prima mi avrebbero reso apprezzabili le gag coi muratori rumeni e le loro mogli e tutti i simpatici caratteristi di buon cuore del placido paesello delle Langhe dove Sebastiano Guarienti, sceneggiatore romano in fuga dalla città ha trovato il suo ben retiro.

 Tuttavia è davvero noiosissima come entrata, soprattutto per un giallo. Non è possibile non intravedere una vaga tensione per sterminate pagine e e non si può e non si deve impostare un libro solo per i fan della serie che della serie sanno vita morte e miracoli. O almeno, questo è quello che penso io.

 Di solito mi capita quasi sempre di cominciare saghe o serie di gialli da un punto imprecisato, in parte per caso, in parte perché io detesto leggere in ordine (non riesco a leggere in ordine neanche le raccolte di racconti) e, certo, quando comincio a collezionarne un po', inizio a unire i puntini e squarci di luce si aprono laddove prima c'era solo tenebra.

 In realtà però è una cosa che apprezzo perché mi dà la stessa sensazione di quando conosco qualcuno: non so niente di lui, lo becco in un momento imprecisato della sua vita e devo ricostruirne il passato pian piano.

 Ci sono poi le serie, come questa, che peccano di "Ma tanto mi stai leggendo già dai tre libri precedenti e posso perdermi in facezie". No.


GLI ASSASSINI DEL PROFETA di Mehmet Murat Somer ed. Bompiani:

 Strano, stranissimo giallo che, in verità, a stento definirei un giallo.

Praticamente è come se Almodovar avesse deciso di scrivere una crime story ambientandola in Turchia  e, anzi, secondo me, se Almodovar conoscesse questo libro lo opzionerebbe seduta stante per un film, e non solo perché la protagonista è una donna transgender.

 La storia è quella di un'innominata (nel senso che non rivela mai il suo nome) programmatrice informatica con propaggini hacker che, al contempo, possiede e gestisce un famoso locale notturno lgbt (oddio, sulla presenza della L non ci metterei la mano sul fuoco).

 La trama prende le mosse dalla morte di una serie di ragazze transgender del suo giro, alcune dedite alla prostituzione, altre no, che curiosamente sono accomunate tutte dall'avere i nomi dei sacri profeti.

 Balena quindi alla mente dell'innominata informatica, assai simile, pare ad Audrey Hepburn, la possibilità che ci sia in giro un serial killer, così,  con l'aiuto di una sua amica, famosa drag queen, di un suo amico d'infanzia poliziotto e di una serie di assurdi personaggi (tra i quali un hacker paraplegico, omosessuale represso, fanatico religioso, sì avete letto bene) inizia a indagare.

 Dunque, la trama gialla non è un granché, nel senso, è davvero poca cosa, non c'è intreccio.
 Ma in realtà la trama gialla è solo una scusa per una storia ambientata in un mondo che onestamente non credevo potesse esistere in Turchia (e non voglio pensare come se la passa con Erdogan al momento) e che, lo riconosco, il pianeta doveva conoscere. 

Perché è davvero troppo favolosoh!

 Nell'overdose di gialli che attanaglia l'editoria, spesso si finisce per scegliere la storia col protagonista strano, ambientata chissà dove e con trame contortissime (che raramente finiscono poi per mantenere quel che hanno promesso).

 In base a quel che vi ho scritto, rischiate di pensare che anche questo segua la regola e invece no. E' una storia divertente e spigliata che non sembra studiata a tavolino per vendere, anzi.
 Dà l'idea che lo scrittore si sia divertito molto a scriverla, incurante di tutto ciò che non fosse il suo autentico divertimento, privandola di quella furbizia che molte volte rovina opere potenzialmente assai migliori

 Bella la scrittura, piena di ritmo, mai artificiosa, fatta per divertire.
 Spero che qualcuno ne mandi una copia ad Almodovar. Magari ricomincerebbe a fare quei film folli, ma pieni di vita dei primi tempi e mollerebbe i melodrammi con la Cruz protagonista.


 LA DONNA CHE SCRIVEVA RACCONTI di Lucia Berlin, Bollati Boringhieri:

Minimalismo. Memoir. Vita complicata. Stati Uniti e parecchio Messico.

 Non ho capito bene cosa dovesse stravolgermi di questi racconti. Non nego che Lucia Berlin sia bravissima a scrivere, ma non capisco bene perché dovrebbe interessarmi quello che scrive.
 Non fa che descrivere, tranne brevi momenti, la sua vita costellata da matrimoni falliti, alcolismo, figli, famiglia che non la comprende e lavoro.

 Visto che la Berlin, nonostante il fallimento perpetuo, è ben lungi da essere "Stoner", mi sfugge cosa avrei dovuto vederci dietro questo memoir.

 Mi ha arricchito? No. Mi ha raccontato qualcosa in più? No. Mi ha fatto vivere un'emozione? No. Mi sono rivista in lei? No. Non riesco a trovare un motivo.

 Non basta saper scrivere, bisognerebbe anche saper dire qualcosa oltre sé stessi, ne aveva anche le capacità peraltro.

 Tuttavia temo che questa mia recensione sia tipo ustione per gli occhi per tutti  coloro che idolatrano il minimalismo americano alla Carver. 

 E infatti ammetto che questo sta diventando uno scoglio non sormontabile.

  Detesto queste storie brevi e molto, troppo personali, troppo "questa vita è così piccola, ma allo stesso tempo così grande".

 Le detesto soprattutto perché ambientate in un paese che ritengo incredibilmente egoista e che non riesce a ispirarmi compassione o empatia.

 Ho un problema con l'America temo. Leggo i racconti e li trovo tutti, troppo spesso, dei lunghi resoconti di qualcuno che è solo molto viziato.

 Forse non a caso l'unico racconto di questa raccolta che mi sia davvero piaciuto non ha l'alter ego della Berlin come protagonista, ma una giovanissima immigrata clandestina sudamericana che si trova perduta in un'America troppo crudele.

 Quello che vedono gli altri, non è quello che vive lei, e poichè nessuno sa sfondare né è interessato a sfondare il muro, finisce in tragedia. Una tragedia non inevitabile, come forse lo sono gran parte delle tragedie di questo mondo, se la smettessimo di farci solo gli affari nostri.

Ps. Devo dire che l'accostamento ad Alice Munro mi avrebbe dovuto mettere in guardia.


LA SIGNORA IN VERDE di Arnaldur Indridason ed. Tea:

Non conoscevo Indriasson e, dopo averlo conosciuto, credo di non aver voglia di vivere in Islanda.

 "La signora in verde" parte dalla stessa idea di base di uno dei primi libri di Montalbano, "Il cane di terracotta": un vecchio delitto del passato torna alla luce sotto forma di uno scheletro trovato in un cantiere.

  Chi era quello scheletro decine di anni prima? E perché si trova lì? C'entra forse una misteriosa signora in verde che si aggira, di tanto in tanto, vicino ai capannoni?

 Mi piacciono molto le storie che si sviluppano su due piani temporali e raccontano delle lunghe vite che finiscono per annodarsi in un modo che, infine, risulta fatale.
 Le preferisco di gran lunga alle storie che mostrano il male che ha come sola causa il male stesso (cosa che non dubito esista, semplicemente mi inquieta troppo leggere).

 Potendo scegliere, preferisco qualcosa che posso decifrare a qualcosa che può solo terrorizzarmi.

 "La signora in verde" si legge benissimo, d'un sorso, come si suol dire.

 L'unica pecca è la vita del commissario che non augurerei neanche al mio peggior nemico: ex moglie che a distanza di 20 ancora lo odia ferocemente, figlia drogata incinta male, figlio che lo ignora e una serie di rapporti umani di contorno che forse dovrebbero rendere il tutto molto hard boiled, ma finiscono solo per essere un eccessivo ammasso di sfiga.

 Ah, devo dire che non ho trovato molto credibile il senso degli archeologi islandesi per le indagini, ma vabbeh, un espediente per prendere tempo dovevano pur trovarlo.
 Leggerò gli altri comunque, gran bel giallo.

Voi ne avete letto qualcuno? Cosa ne pensate? Mi maledite perché in realtà Farinetti è un genio e non riesco a comprendere il genio della Berlin?

sabato 5 agosto 2017

Le mie letture estive! Le vacanze sono alle porte: cosa mi accompagnerà in spiaggia? Ucronie, racconti e tanti gialli tra Islanda, Turchia, Italia e Svezia.

 Per chi, come me, vede il capodanno a settembre, siamo agli sgoccioli di questo lungo anno.


 Ancora pochi giorni e finalmente il Portugal mi riaccoglierà tra le sue braccia colme di pastel de nata.


 Quest'anno ho saltato il post sui libri che leggerà il vostro vicino di ombrellone (ma sono certa che saprete meglio di me, che statisticamente beccherete almeno uno che avrà per le mani o il libro di Cognetti o quello di Renzi), ma mi spiaceva saltare quello sulle mie letture estive.


 Come spero di riempire, oltre che di sonno, le mie giornate marine portoghesi?

 Ecco i libri prescelti!


"GLI ASSASSINI DEL PROFETA" di Mehmet Marat Somer:

Sono un po' di anni che corteggio il suo primo libro, "Scandaloso omicidio a Istanbul" in cui Somer racconta una capitale turca sotterranea, quella dei locali lgbt, principalmente T, talmente T (per i profani delle sigle, la T sta per transgender) che la stessa protagonista lo è.

 Di giorno hacker, di notte proprietaria di un locale notturno, si trova a indagare sulla morte di una delle sue dipendenti. Chi è stato? E perchè?
 In biblioteca ho trovato un suo secondo romanzo che a lavoro non avevo mai visto: "Gli assassini del profeta".

 Sempre la stessa protagonista e sempre un assassino che uccide ragazze transgender. Riuscirà la nostra eroina a salvarsi?

 Promette benissimo e ha tutte le qualità per piacermi: follia, un personaggio principale non scontato, componente lgbt, una certa paventata dose di ironia (speriamo mantenga) e un'ambientazione esotica.
 Unica pecca: sembra troppo troppo breve.


"LA DONNA CHE SCRIVEVA RACCONTI" di Lucia Berlin:

 Questo inverno ho letto meraviglie di questa scrittrice americana di chiare origini italiane.

 Racconti fantastrabiliosi, scritti magnificamente, di un'autrice morta quasi dimenticata e ora riscoperta. 
 Non so perché, ma queste storie di rivalsa post-mortem mi mettono sempre sul chivalà.

  Era davvero un caso o ci hanno montato un caso?

 Non ha aiutato il fatto che fosse piaciuta spasmodicamente a persone con cui su Anobii avrei una compatibilità di lettura dello 0% e che troppa gente me la paragonasse a Flannery O'Connor che, per carità, lo so, genio genio, ma rappresenta tutta l'insondabile noia che ai miei occhi caratterizza gli scrittori americani.

 In biblioteca se ne stava in bella mostra, invitante, a dirmi: "Questa estate non vorrai davvero leggere SOLO gialli?? Hai del senso del dovere tu".

 E così entra nella mia valigia come rappresentante del mio personale senso del dovere da lettrice. Speriamo diventi anche altro.


"22/11/'63" di Stephen King:

 Sono ormai due anni che, a più riprese, tento di leggere questo libro. L'ho preso tante di quelle volte in biblioteca che ormai dovrei tenermelo per usocapione.

 E' un'ucronia che parte da un fatto storico che mi ha sempre affascinato: l'uccisione di Kennedy.
 Non mi affascina tanto il mistero dietro (ossia, il: chi fu? Perchè?), quanto l'impatto profondo che ebbe sulla società americana già sull'orlo di una crisi di nervi per la forzata restaurazione sociale post seconda guerra mondiale.

 Il libro di King, che parla di un uomo in grado di tornare nel passato, esattamente durante quei giorni, e di deviare il corso della storia, sembra quindi perfetto per indagare questa sorta di trauma generazionale di una nazione.

 Eppure, ogni volta, dopo 100 pagine, mi blocco e mi metto a leggere altro. La cosa rognosa è che so benissimo che ancora poche decine di pagine e poi tutto diventerà di certo appassionante e coinvolgente, ma niet, faccio scadere il mese di prestito e mi tocca riportarlo in biblioteca.

 Stavolta, complice anche l'overdose di "Mad Men" a cui mi sto sottoponendo durante il disegno del nuovo libro, voglio davvero entrare nell'atmosfera anni '60 e capire.
 Ce la farò?


"LA PRINCIPESSA DI GHIACCIO" di Camilla Lackberg:

 Ogni estate mi prefiggo di leggere almeno uno degli autori di gialli più venduti in libreria. 
 Per la serie: voglio capire.

 Mi riesce difficile dare la stessa possibilità ai romanzi, ma con i gialli sono sempre più bendisposta e, devo dire, raramente rimango delusa. Perciò dopo aver avuto l'estate di Qiu Xiaolong (bello), quella di Chandler (bello), quella di Markaris (insomma) e altri gialli sfusi, stavolta ho voluto dare una possibilità a quella che è stata definita la regina del giallo nordico: Camilla Lackberg.

 Ho letto molte opinioni discordanti su di lei, alcuni la ritengono esageratamente brava e altri esageratamente sopravvalutata.
 Chi avrà ragione?


"IL BALLO DEGLI AMANTI PERDUTI" di Gianni Farinetti e "LA SIGNORA IN VERDE" di Araldur Indriasson:

 Per rimpolpare il mio carnet di gialli sono stata circa 40 minuti davanti alla sezione dedicata della biblioteca.

  Pur avendo combattuto con un signore che ostinatamente si metteva davanti a tuuuuutti gli scaffali dove mi spostavo (spero almeno nel terrore che gli portassi via qualche perla e non per pura malvagità), sono infine riuscita ad avere il mio bottino.

 Non è stato facile perché avevo l'ansia continua del "E se poi te ne penti e sei in Portogallo dove non troverai un libro in italiano manco se preghi in sanscrito?".

 Infine la scelta è caduta su Farinetti, che da mesi, alcuni lettori mi consigliano su fb e su Arnaldur Indridasson che insomma voglio proprio capire che tipo di delitti possono esserci su un'isola quasi del tutto inabitabile che conta 300.000 persone.
 Speriam bene!

 Ecco, l'elenco del mio fausto bottino è terminato. Spero di non rimanere delusa e di dormire presto felice e contenta su una bella spiaggia con un libro addosso.
 Vacanze vi bramo!!

mercoledì 10 settembre 2014

"Rosa candida" e "L'eccezione" di Auour Ava Olafsdottir, splendori e orrori di una narratrice che sa descrivere l'infanzia. Quante stelline con farfalline e glitter diamo ai suoi romanzi?

  Mi accorgo ogni tanto di consigliare pochi romanzi.
 In verità quando ho aperto questo blog ero un po' perplessa sulla necessità della sua esistenza (non che adesso non lo sia). Più che altro perché di bookblogger che danno stellette ai loro romanzi preferiti (classici compresi, che io mi chiedo come si possano dare le stellette ad Aristofane o Kant, ma vabbeh), ce ne sono fantastiliardi.
Immagino così tutte le lit-blogger che immergono
i loro blog in strati di glitter e farfalle
 Certo, nella massa ce ne sono alcuni che fanno un lavoro ammirevole e hanno ottimi gusti, ma in generale non era quello che volevo fare io. Tuttavia, rendervi partecipe di tanto in tanto delle mie romanzesche letture mi pare cosa buona e giusta che sempre di libri parliamo.
 Quest'oggi perciò sono qui per ciarlare di Auour Ava Olfasdottir, autrice islandese scoperta da me e dall'Italia circa tre anni fa. 
 Ovviamente dire di leggere autori islandesi fa molto ficus, ma in realtà era già da un bel po' di tempo che volevo consigliare la sua opera prima "Rosa candida" che ha avuto un inaspettato buon successo alla sua uscita.
 Ricordo che era giunta in negozio una copia per il libraio che avevo preso graziosamente per portarla alla nonna della mia dolce metà, che come le nonne di molti di noi sono costrette in casa da malanni vari ed eventuali. La copertina col pupo raggomitolato a me, che ho l'istinto materno pari a quello di Crono, non faceva nessun effetto e l'avevo bollato in automatico come una sciurata.
 Quel giorno fatale però, la deliziosa cittadina dove abitavo, volle premiarmi con uno sciopero dei mezzi non segnalato e finì che dovetti attendere un autobus per praticamente due ore, così, non avendo altro, iniziai a leggere. 
L'inizio dà una misura perfetta di quella che è la scrittura della Olafsdottir: essenziale, ma curata, delicata, ma non melensa, priva di sbavature. Non è il minimalismo che tanti scrittori soprattutto di racconti, tentano di copiare da Carver, ma un qualcosa di più ricercato, di essenziale.
 C'è una cena di addio in onore del figlio ventenne della famiglia che va a fare un viaggio di un anno all'estero. Viene descritta la cena e si intuisce che a tavola tra figlio che parte, padre e altro figlio, il gemello del ragazzo, afflitto da un qualche ritardo, c'è una mancanza pesante. E' la madre e non è uscita per fare la spesa.
 Ricordo che per le prime tre o quattro pagine continuavo a pensare, "Ma perché sto leggendo di gente che mangia vitello al vino, patate e non so che altro?" eppure non riuscivo a staccarmi, c'era qualcosa di misterioso che lo rendeva interessante.
 Il resto del libro, che narra la storia gentile di una paternità tra i giardini di un bellissimo convento in un posto misterioso che potrebbe essere la Borgogna o le Alpi italiane (gran pregio dei suoi libri: pochi riferimenti culturali e mai luoghi precisi), scorre allo stesso modo: misterioso e interessante.
 La trama non è assolutamente nulla di speciale, non accade nulla, eppure il modo in cui viene descritto il rapporto tra questo ragazzo e la bambina di cui è diventato padre giovanissimo, che le viene improvvisamente data in affido per qualche tempo, è splendida. 
 La Olafsdottir più di qualsiasi altro scrittore abbia mai letto riesce a rendere credibile e vero il rapporto tra le persone adulte e i bambini, che non sono piccoli adulti e neanche bambolotti, ma creature fantastiche che hanno tutto da imparare, spugne che assorbono.
 Insomma, il libro mi aveva conquistata, l'ho consigliato a lungo e nessuno è mai tornato a chiedermi i soldi dell'acquisto.
 Perciò carica di speranze, in questi giorni sono riuscita a procurarmi il terzo libro di questa autrice: "L'eccezione". La trama era intrigante: una giovane donna, Maria, moglie felice e madre di due gemelli di due anni, viene lasciata la notte di capodanno dal marito per il di lui migliore amico. 
La copertina peraltro non c'entra
nulla col libro
Memore della sua scrittura, mi sono detta "Sarà riuscita a rendere speciale una trama che scoppierebbe in una girandola di pregiudizi tra le mani di chiunque".
NI. Lei scrive bene, è innegabile, penso abbia capito che il suo punto di forza sono appunto le descrizioni dell'infanzia e i pezzi in cui la madre abbandonata interagisce con i bambini, cucinando per loro o trascinandoli in una rovinosa spedizione di montagna (con annessi pensieri suicidi) o portandoli ai nonni innamorati dei nipotini, sono le più convincenti.
 Il problema è che la trama è un pappone. Succedono troppe cose e ci sono personaggi che hanno un peso specifico troppo diverso.
 Nella stessa storia, peraltro molto breve , oltre all'abbandono da parte del marito novello gay, si possono annoverare:
1) Ritrovamento del padre biologico
2) SPOILER ma comunque è una cosa pesante legata al padre biologico
3) Tradimenti
4) Il lavoro di lei che fa qualcosa di non identificato con una ONG e continua a dirci che il tradimento non è nulla in  confronto alla visione di esseri umani mutilati.
5) Un'adozione internazionale
6) Vicina di casa psicanalista/scrittrice/persona affetta da nanismo/impicciona
7) Vicino di casa ornitologo
8) Lei bella come un'attrice del cinema, il marito sexy a livelli fenomenali 
9) Il finale
Io e l'incantevole Creamy siamo tentate di darle
una stellina sola, e voi?
  In più, il personaggio della vicina di casa è saccente e onnipresente, quello del marito, che in teoria dovrebbe essere un filino più complementare, tratteggiato in modo quasi stereotipato (senza contare che la sua quasi unica frase in tutto il libro è: "Vai avanti, fattene una ragione").
C'era materiale per scrivere più o meno tre romanzi diversi, tanto che si ha l'impressione di tue trame non ben mescolate che scorrono parallele.
 Insomma una delusione, un papocchio di varia reminescenza mazzantiniana che si riesce a leggere fino alla fine solo grazie agli intermezzi deliziosi dei bambini (anche se pure lì, lei parte con delle considerazioni sugli stereotipi di genere da far accapponare la pelle) e al fatto che essendo corto e la scrittura comunque scorrevole, a quel punto si vede almeno come va a finire. Ovviamente il finale incasina ulteriormente una storia che non ne necessitava.
 Insomma, stelline da blogger veramente poche, ve lo sconsiglio. Persevero comunque e approfittando del fatto che hanno regalato alla mia dolce metà "La donna è un'isola", il suo secondo romanzo, spero che "L'eccezione" faccia onore al suo nome e sia davvero tale nella bibliografia di questa scrittrice.

 Qualcuno o qualcuna vuole stellinare nei commenti e dirmi cosa ne pensa dei libri Olafsdotteriani se letti?

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...