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martedì 23 settembre 2025

Letture dell'estate. Parte I! Gialli scandinavi, gialli da lasciar perdere (?), romanzi alla Shirley Jackson e gli incubi di Stephen King

Scrivo pochi post, ma almeno miglioro coi tempi.

Lo scorso anno vi avevo proposto le recensioni dei miei libri estivi in pieno inverno, adesso siamo solo a fine settembre.

Sono rimasta sostanzialmente fedele alle mie abitudini estive: tanti gialli, autor* collaudat* e altr* nuov*.

Queste sono, (perché ovviamente amo fare le cose con ordine), le letture della seconda parte della mia estate, quella che ho passato sdraiata su un lettino in Grecia.

C’è anche una prima infatti, quella che ho passato a leggere pendolando sul treno dalla costa laziale a Roma in quel di Luglio (treno best posto dove studiare e leggere secondo me).

Arriveranno anche loro.


LA QUINTA DONNA di Henning Mankell:

Mankell è una certezza e il suo commissario Wallander ancor di più.

Tutte le estati mi concedo un suo giallo (e poi mi chiedo perché non li leggo anche in inverno) e non rimango mai delusa.

Qui la storia inizia in Algeria, quando un gruppo terrori

sta giustizia quattro suore francesi e una turista svedese che per uno scherzo del destino era andata a far loro visita.

Anni dopo, in Svezia, alcuni uomini vengono uccisi in modi molto peculiari e Wallander per i tre quarti del libro non sa, comprensibilmente, che pesci pigliare.

Un libro di piste sbagliate che apre le porte a quella che è una delle mie grandi ossessioni: quanto non sappiamo realmente degli altri? Quante porte oscure nascondono gli altri dietro esistenze impeccabili?

E quindi, il lato interessante di questo giallo di cui si conosce il colpevole sin dall’inizio è proprio questo: l’indagine nelle vite di uomini insospettabili che porta a passati coloniali, organizzazioni di estrema destra, secondi lavori poco puliti, a maltrattamenti e scomparse.

E alla domanda che più di tutte le altre è contemporanea: quanto vale davvero la vita di una donna?

Secondo me, uno dei più belli di Wallander.


TRA LA NOSTALGIA DELL'ESTATE E IL GELO DELL'INVERNO di Leif CW Persson:

Titolo poetico per un libro di cui sono riuscita a sostenere a stento 80 pagine.

 Allora, io lo so che i commissari/ispettori/investigatori dei libri, persone limpide e dall’invidiabile ossatura morale retta da una solidissima etica che tende al sol dell’avvenir e al bene della società sono creature immaginarie.

 So che assai più probabilmente i libri che li descrivono come persone diciamo di aree politiche non progressiste sono forse più realistiche. Forse, non lo so, diciamo che le forze dell’ordine non hanno nomea di essere iscritti in massa a Potere al Popolo.

 Tuttavia leggere un libro che in 80 pagine neanche fa partire la trama, ma infila una quantità impressionante di deliri sessisti-omofobi-fascisti e chi più ne ha più ne metta di seguito, ecco diventa un attimo insostenibile.

L’ho quindi abbandonato subito.

 Non prima però di essermi lasciata avvolgere da una serie di dubbi da lettrice: ha senso leggere libri che ci raccontino la realtà solo come piace a noi? Non dovremmo forse affrontare anche cose che non ci piacciono né ci piaceranno mai né ora né mai?

 Diciamo che ho risolto questo dubbio amletico in un modo molto da 2025: eliminandolo.

 Ero al mare e mi sono chiesta se davvero, sommersa di stanchezza, dovessi sprecare parte delle mie vacanze a leggere un libro orrendo per una questione di principio.

 Ho rimandato il dilemma a quando sarò meno stanca, se mai succederà. Anche perché mi sembra che a porci dubbi siamo rimasti in 3 persone in croce sul pianeta e quindi perché tormentarsi.


SHINING di Stephen King:

 Vabbeh è Stephen King. Vabbeh è uno dei libri più famosi di Stephen King. Come si fa a recensirlo?

 Inutile dire che prima ho visto, ormai molti anni fa, il film di Kubrick che indubbiamente interpreta il romanzo in un modo assai più complesso.

 Mentre il libro sposa convintamente la versione sovrannaturale e propone il topos della casa stregata che si anima diventando una trappola per gli incauti inquilini, il film preferiva invece la linea “Giro di vite” ossia: i fantasmi esistono o sono solo nella mente del protagonista?

 Personalmente trovo la seconda idea più affascinante, ma il libro è scritto ovviamente benissimo e amo sempre i personaggi sfaccettati come questi padri sospesi tra la cattiveria più cupa e l’amore più intenso per la prole.

 Mi verrebbe da dire che nei suoi romanzi, almeno quelli di un determinato periodo, King esorcizzava probabilmente il suo più grande terrore ossia la perdita di un figlio perché questi poveri bimbetti hanno sempre vite abbastanza complesse.

  Ci è riuscito molto bene.

 Assolutamente da leggere. Curiosamente in inverno lo avevo iniziato trovandolo molto lento e lo avevo rapidamente abbandonato. In estate l’ho mandato giù in un paio di giornate in spiaggia.

E’ forse questo il vero significato di “libro da ombrellone”?


LA BAMBOLA CHE UCCIDE di Ruth Rendell:

 In estate amo sperimentare nuovi autori e autrici, ma anche andare sul sicuro (più che altro perché se mi deludono tutti poi reperire volumi in lingua italiana all’estero non è facilissimo).

 Ruth Rendell è una doppia certezza: i romanzi sono sempre belli e li trovo sempre a 30 centesimi all’usato.

 In questo caso sono rimasta (piacevolmente) stupita.

 La quarta di copertina e la presentazione generale lo suggerivano come giallo #einvece no.

Si tratta di una storia da risvolti psicologici in pieno stile Shirley Jackson.

 Delia è una giovane sarta che si veste sempre in modo impeccabile, ma è stata condannata a una vita di solitudine da una grande voglia sul viso.

 Sua madre l’ha sempre molto protetta, sebbene le sue buone intenzioni abbiano finito per portare la ragazza a una vita ritirata e priva di amicizie, se non saltuarie frequentazioni di una sorta di club dell’occulto.

 Quando sua madre muore, tutto il suo mondo si riduce al padre, un uomo distratto che si mette quasi subito in cerca di una nuova moglie, e al fratellino, che sviluppa un’ossessione per lo spiritismo in cui trascina anche lei.

 Passano gli anni, il padre si risposa e il fratellino, ormai adulto, scopre le ragazze e abbandona i suoi vaneggiamenti spiritisti. Peccato che ormai Delia ci creda davvero e non riesca a liberarsene.

 Libro ben scritto, è in realtà un romanzo psicologico a tutto tondo.

 L’unico appunto che mi sento di fare è che PALESEMENTE la storia andava retrodatata all’epoca vittoriana (non serviva nemmeno particolare sforzo) dove sarebbe stata credibilissima.

 Rendell sceglie invece degli improbabili anni ’80 in cui però è davvero difficile collocarla a livello di immaginazione, a partire dalle sedute con gli ectoplasmi a finire col villain della vicenda.

 Chissà quali sono stati i motivi della scelta, se editoriali o meno.

 Lettura sicuramente da Halloween.


L’UOMO CON DUE VITE di Hakan Nesser:

 Giudizio sul libro in quanto giallo: non è un giallo.

 La trama gialla è talmente vaga che il poliziotto protagonista indaga letteralmente dal suo letto d’ospedale e appare più o meno a metà del libro.

 La cosa che rende il libro decisamente da leggere è la lunghissima intro di circa 150 pagine e mi ha molto colpito perché risponde perfettamente a una sorta di posto mentale in cui mi rifugio per rasserenarmi di tanto in tanto.

 Un cinquantenne al secondo infelice matrimonio, senza amici e senza interessi particolari, vince una grossa somma di denaro.

 La prima cosa che fa è quella che faremmo tutti: si licenzia.

 La seconda è quella che avrei fatto anche io: si compra una sorta di casetta nel bosco, in una radura autunnale meravigliosa, e lì passa il tempo a mangiare tramezzini, dormire, passeggiare e pensare.

 La famiglia ignora questo acquisto e lui finge di andare a lavoro tutti i giorni per mantenere una pace in cui nessuno può entrare.

 Poi un giorno una ragazza scappata da un centro di recupero per ragazze difficili arriva nel suo villino e tra i due nasce un’amicizia che verrà interrotta violentemente.

 Non vi dico il resto e non so neanche se lo consiglio. Io l’ho trovato molto commovente nella prima parte, nel tirare le fila di una vita che, come moltissime vite, si rende conto di essere arrivato molto in là senza riuscire mai a raggiungere quel barlume di felicità promessa.

 Se lo trovate in biblioteca, una possibilità gliela darei.

SOTTO LA PELLE di Doris Lessing:


Questa autobiografia nello specifico la iniziai anni fa senza finirla e
ci ho riprovato questa estate pensando di terminarla sotto l’ombrellone.

Contro ogni aspettativa non sono ancora riuscita nell’impresa (sono quasi 1000 pagine).

Ci sono parecchie riflessioni interessanti nell’ambito della militanza politica che vorrei condividere e lo farò appena riuscirò a terminarlo (so che sembra più una minaccia che una promessa).

venerdì 7 marzo 2025

Essere o non essere (sui social)? Questo è il problema. Se sia più nobile andarsene o levarci a combattere contro orde di troll organizzati? Una riflessione amletica

 In questi tempi oscuri che durano oscuramente ormai da un decennio e che spero prima o poi compiano (come avviene per tutte le cose umane) una parabola discendente verso il raziocinio, ho passato, come molt3 di no, ormai un tempo considerevole su internet, ma soprattutto sui social.

 Proprio perché ormai i tempi sono oscuri da anni e bene o male quasi tutt3 abbiamo passato questo considerevole tempo sui social, mi stupisce sempre come esista così poca letteratura e come non sia perennemente al centro del dibattito urbi et orbi il modo in cui la propaganda detti il discorso tramite alcune tecniche ormai chiarissime.
 
 La bestia di Salvini, per citarne una, è fatto ormai noto e in verità non è che serva particolare genio per capire come eserciti di troll ben governati riescano a creare, alimentare e gestire il discorso sotto letteralmente qualsiasi post di politica venga pubblicato.

La propaganda è questa cosa che a sinistra abbiamo deciso che fa un po’ schifo,
malgrado se ne sia fatto ampio uso in passato e malgrado non se ne possa fare a meno.
 
 Voi pensate che a sinistra non la usino perché non sono capaci, ma in realtà è vero solo in parte. 
 La verità è che c’è una certa diffidenza verso la propaganda, un sentimento avverso che si alimenta anche dall’uso che la destra ne fa.
 
 Ossia, uno dei modi, pensano molti a sinistra, per differenziarsi da quello che ormai è diventata la destra, è rifiutarsi di usare le loro armi. La propaganda insomma è una cosa vista con un’accezione puramente negativa. 
 Solo che mentre ci si scervella su questi dilemmi morali, abbiamo a che fare con gente clamorosamente amorale che sta devastando la politica planetaria.
 
Per dirla con una massima del passato che abbiamo nascosto sotto il tappeto, andrebbe ricordato che “La rivoluzione non è un pranzo di gala”.
 
 Non lo è per la destra, e purtroppo manco per la sinistra.
 
 Ma sparare sul pianista, in questo caso i partiti politici di sinistra, è un esercizio troppo facile che ci dovremmo stancare di praticare. Questo perché è sempre molto semplice dare la colpa agli altri e non guardare mai le proprie.
 
 Quello che vorrei mettere al centro del discorso è un altro dubbio amletico che mi attanaglia da anni: ha senso o non ha senso stare sui social? 

 Ma soprattutto, ha senso o non ha senso cercare di partecipare e rispondere ai discorsi, ai commenti, alle illazioni, ai post pieni di bufale, alle fake news messe in giro da questa macchina di propaganda oliatissima di estrema destra?

  Non cito a caso la locuzione “dubbio amletico” perché qualche sera fa, mentre combattevo con la cena, mi sono ritrovata per l’ennesima volta a farmi il sangue amaro per un tizio che aveva attaccato briga sotto un mio commento su ig e per l’ennesima volta mi sono domandata: ma a me chi me lo fa fare che sono già oberata da un’ingente quantità di problemi e non ho certo bisogno di ansiarmi con un troll che penso, immagino, venga pure pagato da qualcuno (o programmato da qualcuno che viene pagato)?
 
 Da lì la mia mente, evidentemente capace di salti logici a me lucidamente insospettabili, si è improvvisamente agganciata al celebre monologo Shakespeariano: “Essere o non essere?”
 
 Per curiosità sono andata a rileggermelo ed effettivamente questa riflessione calza perfettamente al dubbio che percorre molt3 dopo il coming out trumpiano collettivo della broligarchia tecnologica mondiale: ma davvero ha ancora senso stare sui social (o anche qua su blogger) a dare i nostri dati a delle tecnocrazie per controllarci o per addestrare macchine che ci sostituiranno/controlleranno (a voi non sale il crimine quando vedete la gente baloccarsi su Linkedin con le AI invece di preoccuparsi? A me sì)?
 
 Per rinfrescare la memoria, riposto a vostro uso e consumo il testo integrale del monologo:

“Essere o non essere: questo è il problema.
 Se sia più nobile tollerare le percosse di una sorte oltraggiosa,
 o levarci a combattere tutte le nostre pene e risolutamente finirle?
 Morire, dormire… null’altro.
 E con il sonno dar termine agli affanni dell’animo e alle altre infinite miserie che sono l’eredità della carne.
 Ecco una fine da bramarsi devotamente!
 Morire, dormire… Dormire. Sognare forse.
 Ma qui è l’intoppo: perché in questo sonno di morte, una volta liberati di questa spoglia mortale, quali incubi ci perseguiteranno?
 Ecco cosa ci ferma!
 È proprio questa idea che ci fa reggere tanto a lungo la sventura di vivere:
 chi sopporterebbe altrimenti il flagello e le offese del tempo, l’ingiuria degli oppressori, la villania dei superbi, gli spasimi dell’amore disprezzato, le lungaggini della giustizia, l’arroganza dei potenti e gli sfregi che subisce dagli indegni l’umiltà dei meritevoli, se è possibile liberarsene da sé con un solo colpo di lama?
 Chi mai vorrebbe portare sudando e gemendo il fardello di una logorante esistenza, se la paura di qualcosa oltre la morte
 – l’inesplorato mondo da cui nessun viandante fece mai ritorno –
 non trattenesse la nostra volontà, facendoci preferire i mali presenti ad altri che non conosciamo?
 E’ così che la coscienza ci rende codardi;
 così l’incarnato della risolutezza si fa pallido roso dalla riflessione.
 Anche le più alte e generose imprese vanno a finire nel nulla e perdono il nome stesso di azioni.”
 Diciamoci la verità, stranamente o forse non tanto, questo monologo racchiude molti dei dilemmi sulla questione.
 
 Ho discusso con tante persone in questo periodo su quale fosse più sensato comportarsi in un’epoca in cui le squadracce sono online e le intimidazioni sono segnalazioni di massa, ricondivisioni di screen e pubbliche gogne (attuate anche da politici).
 
Fondamentalmente, come si chiede Amleto:
 
"Se sia più nobile tollerare le percosse di una sorte oltraggiosa,
 o levarci a combattere tutte le nostre pene e risolutamente finirle?"
 
 Le risposte sono state varie, alcuni vogliono riuscire ad abbandonare i social (ma per lavoro è ormai difficile), altri si limitano a farne un uso privatissimo, altri ancora vorrebbero anche arginare questo dilagare propagandistico nero, ma poi gettano la spugna perché un singolo contro un insieme organizzato cosa mai può fare?
 
 Per quanto condivida e trovi sensate tutte le risposte, a me però il dubbio rimaneva ed è esattamente quello espresso da Amleto:
 
Morire, dormire… Dormire. Sognare forse.
 Ma qui è l’intoppo: perché in questo sonno di morte, una volta liberati di questa spoglia mortale, quali incubi ci perseguiteranno?”
 
 È abbastanza affannoso per un singolo opporsi al dilagare, ma quali incubi ci perseguiteranno per anni se abbandoniamo le nostre spoglie virtuali e ci arrendiamo?
 
 S’intende. La lotta online non è la sola lotta, anzi, per me la lotta online manco dovrebbe esistere, ma non prendiamoci in giro, nuovi mezzi di comunicazione hanno sempre fatto da volano a chi per primo li ha saputi sfruttare e non possono essere ignorati come se vivessimo ancora nel 1960.
 
 La riforma protestante non sarebbe avvenuta in quei termini senza l’invenzione della stampa a caratteri mobili e anche quella non è stata un pranzo di gala in termini di conseguenze.
 
 Vedo su questo punto una certa mancanza di riflessione collettiva. Cosa fare delle nostre esistenze online: essere o non essere?
 
 È sensato permanere e opporci con tutte le nostre forze? Ed è sensato, a questo punto, non pensare che sia necessario organizzarsi in un qualche modo per opporci a una macchina molto ben organizzata?
 
 Perché continuiamo a trattare quello che di fatto è un monopolio del discorso online che ha concrete ricadute sulle nostre vite come qualcosa di cui possiamo disinteressarci? 
 
 Vorrei che fossimo onesti su questo punto. Una parte di noi (al netto di quelli che se ne fregano proprio, ma sono un altro problema) lo fa perché probabilmente perché pensa sia troppo stressante e che la vita ci dia già troppi problemi (lo penso anche io il 90% del tempo) e un’altra parte perché lo ritiene, fondamentalmente, una parte non rilevante in modo sostanziale di tutto il tracollo generalizzato a cui stiamo assistendo.
 
 Questo atteggiamento rispecchia secondo me una sorta di errore di prospettiva storico.

Sempre per citare Mao, citato in realtà da Stephen King in quel manuale politico dei giorni nostri che è “La zona morta”
“Quando soffia il vento del cambiamento, alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento”.
 
 Ecco noi ci troviamo in questa situazione. C’è una parte che sta usando i social come mulini a vento e una parte che si illude di fermare il tutto o costruendo qualche muretto o nascondendosi direttamente dietro.
 
 Del resto, sempre Amleto ce lo dice perché lo facciamo:
 
 “Chi sopporterebbe altrimenti il flagello e le offese del tempo, l’ingiuria degli oppressori, la villania dei superbi, gli spasimi dell’amore disprezzato, le lungaggini della giustizia, l’arroganza dei potenti e gli sfregi che subisce dagli indegni l’umiltà dei meritevoli, se è possibile liberarsene da sé con un solo colpo di lama”.
 
 Fondamentalmente se spegniamo i cellulari e troviamo il coraggio di disintossicarci dai social non vedremmo più tutto questo. Se eliminassimo la nostra presenza online o ci confinassimo in qualche recinto ben custodito potremmo sicuramente sfuggire a ingiurie e villanie con un colpo di lama neanche troppo doloroso.
 
 O no?
 
O siamo al punto in cui se abbandoniamo la battaglia online presto ci troveremo ad affrontarne una molto più perigliosa e pericolosa dal vivo?
 
“Chi mai vorrebbe portare sudando e gemendo il fardello di una logorante esistenza, se la paura di qualcosa oltre la morte
 – l’inesplorato mondo da cui nessun viandante fece mai ritorno –
 non trattenesse la nostra volontà, facendoci preferire i mali presenti ad altri che non conosciamo?”
 
 Io per mia natura sono pessimista e ho sempre il retropensiero che i mali che non conosciamo siano assai peggiori di quelli di cui siamo a conoscenza. Finora la mia esistenza da millennial non mi ha smentito.
 
 E quindi cosa fare? Qual è la risposta tra l’essere o non essere online?
 
La risposta a mio parere è cosa facciamo di quell’esistenza in questo momento e se basti il modo in cui stiamo al mondo nel mondo virtuale. Per me no. Non basta più.
 
 Perché mentre noi ci scambiamo video su gatti e papere, su comici e Asmr, qualcuno lavora per inquinare e far sua ogni singola parte. Per distruggere quel mondo. E ci sta riuscendo.
 
 E io non penso che la soluzione sia attendere, guardare e sottovalutare. Penso che la soluzione sia prendere questa situazione sul serio e capire come affrontarla, non singolarmente, ma in modo organizzato.
 
 Chi deve organizzare? Eh, giovani, il problema sta tutto qui. I partiti un tempo l’ufficio di propaganda ce lo avevano e lo usavano senza farsi troppi problemi, ma adesso viviamo in un’epoca in cui qualcuno può permettersi tutto e manipola il discorso dando l’impressione che gli avversari non possano permettersi niente.
 
 Quindi chi deve fare qualcosa? Che si inizi a pensarci.
 
“È la coscienza che ci rende codardi”.
 
 O forse è la coscienza che pone scrupoli, umani, in tempi disumani. E forse non possiamo più permetterceli.

domenica 27 agosto 2023

I libri delle vacanze 2023! Parte I! "La zona morta" e "Dalia nera", un capolavoro e un romanzo da dimenticare

 E le vacanze sono finite. Ne ho già nostalgia, ma ammetto che quest'anno ho fatto delle ferie degne di questo nome e torno riposata e carica.

 A dimostrazione di ciò, ho persino già prodotto il primo post sui libri letti in spiaggia (spezzetto le recensioni altrimenti viene una cosa infinita) e inizio con un capolavoro e un romanzo di una noia mortale.

 Non tutte le scelte per l'ombrellone riescono col buco. Il secondo libro è stato abbandonato in un hotel a Rethymno.


LA ZONA MORTA di Stephen King:

 Stephen King lo leggo lentamente da molti anni un po' alla volta. 

 Ormai avrò macinato parecchi titoli, ma siccome non ho mai passato un periodo della mia vita a leggere SOLO lui, è finita che con involontaria regolarità leggo 1-2 titoli l'anno. Questo mi permette di scovare ancora delle perle di un certo livello dalla sua bibliografia, anche grazie alla libreria dell'usato di fiducia.

Per qualche motivo questa estate molte persone hanno deciso per mia fortuna di disfarsi di "La zona morta" e gliene sono molto grata perché è un libro BELLISSIMO.

 Spodesta dal podio "Pet Semetary" non tanto per la scrittura, quanto per l'ingegnosità nella costruzione della trama.

  Il libro infatti si regge su un Mcguffin magistrale: tu leggi convinta che il libro stia andando in una direzione e invece King ti rifila un Mcguffin alla Hitchcock in piena regola.

 Il libro quindi parte come un racconto d'autunno di Bradbury, con questo luna park pieno di giochi fantasmagorici, affascinanti e inquietanti, cibo così saporito su carta che viene voglia di mangiarlo anche dal vivo, odore di fieno, e quell'immaginario che regala un'America scoppiettante e affascinante, provinciale e (pensando a come vivevamo in Italia negli stessi anni) futuribile, venata da una nostalgia tremenda, perché scomparsa.

 Cosa se la sia mangiata ce lo dice King nello stesso libro, a dimostrazione che i mali degli Stati Uniti non sono nati con internet, ma hanno viaggiato con altri mezzi per molti decenni: complottisti, circonvenzione di persone fragili, teorie contro gli ebrei, religione usata come arma politica.

 E King indovina anche, con decenni di anticipo, la valle finale di questo incubo: l'imbonitore che distruggerà l'America nutrendosi dei suoi stessi incubi, dell'irrealtà delle proposte, delle stupidaggini conclamate e affascinanti, dell'ignoranza.

 Nel libro King immagina un finale difficilmente applicabile nella realtà, ma per il resto disegna la degenerazione della democrazia americana dall'inizio alla fine.

 La trama, senza fare troppi spoiler, vede come protagonista un giovane e dinoccolato insegnante molto amato dagli studenti e dal nome significativamente anonimo: Johnny Smith.

 Di ritorno da una bellissima serata passata assieme a Sarah, la graziosa collega che intende sposare, ha un terribile incidente d'auto e rimane in coma per quattro anni. Nel frattempo Sarah si sposa e ha un figlio, sua madre precipita in una preoccupante ossessione religiosa con forti tendenze al complottismo e suo padre finisce per sperare che muoia per liberarli dall'attesa della sua dipartita.

 Invece Johnny si sveglia. E quando si sveglia scopre di poter vedere nel passato e nel futuro toccando semplicemente le persone.

 La trama promette quindi un romanzo scritto benissimo, ma dai temi sovrannaturali, e invece King finisce per scrivere un libro incredibilmente politico e, molto molto preveggente, proprio come il suo protagonista.

 King prevede con chiarezza impressionante la degenerazione del paese d'ottobre di Bradbury. La scomparsa di quell'anima sana e sognatrice della società americana: un mondo divorato dall'opportunismo, dall'ignoranza, dalla creduloneria, da forze malvagie che troppa gente ha deciso fosse compito di altra gente contrastare.

 Un romanzo incredibilmente politico, assurdamente contemporaneo. Da leggere, rileggere e straleggere, E regalare a chiunque in questi tempi inquietanti.

Ps. Se posso permettermi a me ste copertine nuove non piacciono, le trovo tutte uguali e spersonalizzanti.


DALIA NERA di James Ellroy:

 Sono da sempre dell'opinione che molt* scrittor*, perlopiù uomini, amino scrivere storie e soprattutto protagonisti che incarnano qualcuno o qualcosa che vorrebbero essere.

 La quantità di commissari e agenti delle forze dell'ordine/investigatori vari ed eventuali che sono sempre sexy, seducenti, pieni di donne (pure se soffrono per qualche oscuro trauma passato) e dediti a hobby solitamente molto virili, assieme ai loro bro, è piuttosto elevato e secondo me riconducibile a questo desiderio manco celato di immedesimazione.

 "Black Dalia", di cui mi avevano parlato benebenissimocapolavoro, straborda in questo senso. 

 La storia ha per protagonista un poliziotto, ex pugile (le prime 70 pagine sono solo sul pugilato, una noia mortale), ovviamente pieno di donne, che fa il poliziotto in coppia con un suo ex avversario che ora è il suo bro. 

 Una ragazza, che si scoprirà essere troppo facilina, viene trovata orrendamente uccisa e mutilata e loro iniziano a indagare.

 Metodo di indagine prediletto: menare la gente per farla confessare o andare a letto con la testimone di turno. Non importa se la testimone è lesbica, pure se è lesbica vorrà andare a letto col sexy poliziotto pugile (perché si sa, una è lesbica finché non incontra l'uomo giusto).

 La storia, nonostante potenzialmente abbia pure una trama complessa, è di una noia mortale, probabilmente per quel costante desiderio del protagonista di raccontarci tutto in modo carichissimo, come se stesse sempre incontrando la donna più gnocca, o pestando il criminale peggiore o incontrando la famiglia borghese più becera.

 E' tutto talmente hard boiled che finisce per essere una parodia dell'hard boiled (genere che a me piace molto) di una noia devastante.

 Lo eviterei come la peste. L'hard boiled è un'altra cosa. Prevede uomini che si scazzottano, femme fatale e amicizie virili, ma non prevede che il tutto sia una caricatura vuota atta a spargere virilità ostentata e compiaciuta su ogni riga. 

 Chandler, nei suoi delitti, sapeva essere anche commovente e profondo, amaro e umano. Qua oltre le scazzottate, le lesbiche convertite e il sangue un tanto al chilo, niente.


lunedì 8 novembre 2021

Piccole recensioni tra amici! Letture a tema halloweenoso: "Il filo avvelenato" di Laura Purcell e "Mucchio d'ossa" di Stephen King

 In questi ultimi tempi di libri ne sto leggendo un bel po', se ne recensissi anche qualcuno non è che sarebbe male.

Cerco oggi di tamponare con bel piccole recensioni tra amici (casualmente a tema halloweenoso visto che ottobre è comunque appena passatoprima di tornare a disegnare un assolutamente non richiesto fumetto a tema archivistico mentre finisco "Squid game" (che riesco a guardare con molta difficoltà poiché va visto tassativamente quando Dolcemetà non è a casa essendo ella grandemente impressionabile). 

  A margine, dopo anni di manga giapponesi non è che io mi stupisca più molto e trovo anzi che questa storia, al contrario di molti manga in cui la violenza è assolutamente gratuita, abbia almeno un'interessante chiave di lettura: lo spietato mondo capitalista. 

 Tuttavia, poiché è una chiave di lettura un tantino raffinata per dei bambini delle elementari, mi domando quale folle genitore abbia lasciato che il proprio pargolo lo guardasse (mi riferisco all'episodio avvenuto in Piemonte in cui dei bambini di terza elementare hanno attuato una sorta di gioco imitativo). 

 Fatta questa bacchettonata (ma lo dico anche per i bambini, io lo avessi visto a 8 anni non avrei dormito per settimane, come mi accadde quando i miei cugini mi fecero vedere "Nightmare" a Natale, ancora li detesto), posso lanciarmi nelle mie recensioni!


IL FILO AVVELENATO di Laura Purcell ed. Mondadori: 

 Il primo libro dell'autrice, "Gli amici silenziosi", mi era piaciuto moltissimo. 

 Bella l'atmosfera gotica, interessante il finale, bella persino la copertina fatta apposta per suggerire il segreto della trama, avevo perciò grandi aspettative su questo secondo.

In gran parte non sono state disattese. "Il filo avvelenato" è una storia dickensiana che sembra fatta apposta per diventare una serie Netflix: Dorothea Truelove, giovane ereditiera rimasta orfana di madre da bambina, è una grande indagatrice dell'animo umano che sogna di cambiare le menti criminali grazie all'uso della frenologia.

  Questa stramba pseudoscienza prevedeva che dalla forma del cranio si potesse indovinare il carattere dell'individuo con tanto di inclinazioni malvagie e benevole.

 Per avere prove a sostegno della sua teoria, Dorothea si reca in un carcere femminile dove passa del tempo in compagnia di alcune detenute. E' qui che conosce la giovane sarta Ruth Butterham, accusata di aver ucciso la sua padrona tramite un lento avvelenamento.

 La storia di Ruth prende presto il sopravvento sulla narrazione. Una lunga serie di sventure, tradimenti e sfruttamento mangia la sua breve vita, ma la verità non è necessariamente quella che Ruth si racconta e racconta.

 La storia è molto appassionante, di certo adatta a chi ama i romanzi inglesi d'epoca vittoriana, tuttavia, dopo una lunga e particolareggiata progressione, l'autrice chiude un po' troppo frettolosamente, lasciando non tanto Ruth quanto Dorothea (che ha altri problemi, anche se non sapeva di averne) in sospeso.

 In ogni caso è davvero una lettura godibile. Bisognerebbe lanciare un appello affinché gli scrittori evitino di farci queste sorprese sul finale. Se leggiamo un libro, vogliamo un finale soddisfacente.


MUCCHIO D'OSSA di Stephen King:

 A proposito di autori che hanno problemi coi loro finali, ecco Stephen King che tuttavia in questo romanzo insolitamente violento, fa del suo meglio per non scadere nel solito trash anni '80.

 Su fb, in molti mi avevano messo in guardia contro questa storia (le mie letture di King sono guidate ultimamente da motivi poco studiati: a seconda di quello che trovo alla mia libreria dell'usato) che ritenevano non tra le migliori di King. 

 Stranamente invece, devo dire che mi ha preso subito nonostante la componente sovrannaturale sia sì presente, ma assolutamente secondaria agli orrori che la realtà può riservarci.

 La storia ha per protagonista, come in molti libri di King, uno scrittore Mike Noonan, che, a seguito della morte improvvisa della moglie, perde la sua vena creativa. Dopo qualche anno, nel tentativo di risollevarsi, decide di trasferirsi per qualche tempo nella loro residenza estiva nel Maine, uno splendido villino chiamato Sarah Laughs.

 Poco dopo essere arrivato, trova in mezzo alla strada una bambina di tre anni, Kyra, e la salva riconsegnandola a sua madre, la bellissima e giovane Mattie, vedova del figlio di un ricco e malvagio magnate dell'informatica che vorrebbe toglierle la figlia.

 Colpito dalla vicenda e attratto dalla ragazza, Mike decide di aiutarla nella battaglia legale e le procura un avvocato che inizia subito a lavorare al caso. Da quel momento in poi, la comunità del piccolo paese inizierà a isolarlo: tutti sono legati a Max Devore e in verità il passato di quella che sembra un delizioso luogo turistico da sogno, non è così limpida.

 Ci sono i fantasmi proprio come uno se li immagina a infestare case, spostare lettere dal frigo e lasciare aliti di vento gelido, ma l'orrore vero è crudo, reale e trova nella malvagità umana e nelle sue meschine vendette uno dei finali più agghiaccianti e terribili di King.

 Perché finché a far impazzire il protagonista o chi per lui è qualche arcano spirito degli indiani d'America, un'invasione aliena o uno mistico mostro proveniente dalle viscere del tempo, è un conto, ma quando la crudeltà è semplice e lucida malvagità umana, è completamente un'altra storia. 

Molto più terribile. Devo dire che a me è piaciuto moltissimo nonostante il finale sia una mazzata considerevole. Lo straconsiglio.

venerdì 23 luglio 2021

Cos'è che vogliono e possono raccontarci le storie di fantasmi? Una recensione di "Pet Sematary" di Stephen King (con un pizzico di "Zeder" di Pupi Avati)

 Di tutti i libri di Stephen King che ho letto finora, "Pet sematary" è forse quel che si avvicina di più al mio personale concetto di horror.

Tra le varie propaggini in cui può incanalarsi il genere, ammetto che la mia preferita è quella dei fantasmi.

 Considerando la morte come una delle più spaventose paure del genere umano e l'unica con la quale tutti, prima o poi, avremo a che fare, è come guardare un abisso che prima o poi ci riguarderà anche se tentiamo di non pensarci. 

Anche per questo, mi domando spesso come mai molte persone  considerino il genere horror una forma di narrativa minore.

 In molti casi, la scusa del sovrannaturale consente di esplorare domande che temiamo di farci per paura, paura che in questo caso viene sublimata in un corpo orrorifico, sia esso un fantasma, un vampiro, un licantropo o un serial killer.


 "Pet Sematary" è,
nonostante il finale splatter (comunque qualcuno dovrebbe aiutare King a scrivere i finali), una grande riflessione narrativa sul tema della morte.

 La trama prende le mosse dalla tenera e allegra giovane famiglia del medico Louis Creed.

 L'uomo, accompagnato dalla bella moglie Rachel, dalla figlioletta Ellie di sei anni e dal piccolo Gage di due, si trasferisce in una splendida casa nel Maine per lavorare come medico universitario.

 La villetta dove la famiglia si trova a vivere è un sogno. Circondata da campi e da un bosco che si perde in altri campi. L'unico neo è una strada assai trafficata da camion che taglia in due la zona dove vengono spesso investiti animali di ogni sorta. 

 La famiglia Creed si trova ad avere come vicini di casa un'affabile coppia di anziani, Jud Candrall e sua moglie, coi quali legano immediatamente. 

 Proprio Jud mostrerà a Creed una stranezza presente vicino casa: un piccolo cimitero in cui i bambini del posto seppelliscono da qualche decennio i loro animali domestici. La vallata retrostante, selvaggia e paludosa, è invece un luogo misterioso e incolto, un tempo appartenente a una tribù indiana che ne reclama il possesso.

 Nei mesi successivi la morte sarà una compagna costante della vita di Creed che, in quanto medico, la sfiora ben più spesso di molte altre persone. Per lui, l'elaborazione della morte sembra non essere qualcosa di problematico avendola sublimata (lui pensa) in un mestiere. 

 Lo è per sua moglie che non ha mai superato la morte della sorella e che diventa una furia quando si tratta di affrontare il tema con la figlioletta, naturalmente curiosa come tutti i bambini.

 Proprio per questo quando muore il gatto di famiglia, investito sulla famosa statale, Creed è piuttosto disperato perché sa che la bambina, influenzata dalla madre, reagirà tragicamente. E' lì che Jud gli svela l'esistenza di un modo per far tornare il gatto dalla morte in un modo che sembra solo apparentemente innocuo.

 L'elemento sanguinario e crudele arriva solo nell'ultimissima parte del libro, mentre per centinaia di pagine assistiamo sostanzialmente alla vita di una famiglia che viene toccata dalla morte proprio perché incapace di affrontarla

 In qualche modo, King allegorizza quello che è il rapporto umano con la morte: se non accettiamo che sia una parte integrante della vita, se non capiamo che solo lasciando andare chi non c'è più, allora saremo destinati a soccombere.

 L'inarrestabile catena di eventi che porta al finale inizia infatti da un primo peccato originale: l'incapacità, da parte della moglie di Creed (e il suo assecondarla in questo), di spiegare la morte a una bambina che in seguito si rivelerà l'unica invece capace di elaborarla e in qualche modo salvarsi.

 Quello che sembra il gesto di pietà e di amore di un padre è invece l'inizio di un'infezione. Quando si dice che la morte è parte della vita s'intende anche che solo morendo gli esseri umani possono lasciare posto ad un nuovo ciclo, a nuove persone, a nuove vite. Il tentativo di interrompere questo ciclo non può che innescare un processo malato e in qualche modo malvagio e di certo innaturale.

 "Pet sematary" affronta questa idea con grande perizia e partendo da un elemento interessante: la morte di un animale, che spesso è il primo contatto di un bambino con la morte. Una sorta di rito di passaggio che non risparmia chi fallisce.

 Non so dire quanto King  ne fosse consapevole, visto il finale truculento, ma sono discretamente convinta che fosse il vero tema alla base del libro, al netto degli indiani, del wendigo e di tutto il contorno mitico americano.

 

Stranamente, "Zeder" di Pupi Avati è un film con un'idea alla base praticamente identica (ma essendo usciti quasi in contemporanea è escluso il reciproco plagio): un aspirante scrittore, trova dei riferimenti a dei misteriosi terreni K all'interno di una macchina da scrivere usata.

 Indagando per mezza pianura padana, scopre che esiste una teoria per la quale alcuni specifici terreni sono in grado di rianimare i morti che vi vengono sepolti. 

 Al contrario del libro di King, Pupi Avati descrive un'indagine in cui è la curiosità il motivo del disastro.

 La curiosità nei confronti della morte è qualcosa che prima o poi, a volerla inseguire a tutti i costi porterà al medesimo (perché peraltro il finale è identico) risultato di chi la morte non riesce ad affrontarla. 

 E' una dicotomia interessante che dimostra, come anche da una stessa identica idea, possano scaturire pensieri e conseguenze completamente opposte e che ci porta un po' al punto iniziale: cos'è che vogliono e possono raccontarci davvero le storie di fantasmi?

  Se non lo avete letto e non avete visto il film di Avati, recuperateli entrambi! Anche se l'horror non dovesse essere il vostro genere, non ve ne pentirete.

martedì 6 luglio 2021

I consigli di lettura per l'estate 2021 parte I! Fannie Flagg, gialli sardi e d'antan, Genova e la memoria collettiva, Stephen King e delitti raffinati!

Ill by Marumichi
 Come ogni santa volta in cui il momento dell'anno richiede un elenco di miei consigli, io mi accorgo di essere già in ritardo. Un secondo prima era maggio, un secondo dopo sto per fare le valigie per la Sardegna.

 
Considerando che l'inverno-primavera hanno avuto una durata percepita di circa 50 anni, considero il modo in cui questa fatua estate, che sembra quasi normale, sta volando via decisamente crudele.

 Purtroppo c'è poco da fare, tutto quello che posso fare per allietarvi è:

1) Ricordarvi che il 7 Luglio alle 18:30 c'è l'ultima diretta prima dell'autunno sulla mia pagina fb che avrà come splendido ospite Giulio Macaione pronto a presentare il suo "Scirocco" ed. Bao Publishing (che sarà nella prossima tranche di consigli per l'estate).

2) Sfornare la prima tornata di consigli estivi. Ho deciso di più post meno ciccioni per i miei normali standard, così almeno li pubblico una volta terminati e non aspetto 5 settimane di rivederli e sistemarli.

Bando alle ciance! Eccoveli serviti!


RITORNO A WHISTLE SHOP di Fannie Flagg ed. Rizzoli:

 Forse per il caldo estivo che rievoca atmosfere del sud degli Stati Uniti, forse per il fatto che puntualmente ogni estate ho voglia di leggere qualche libro ambientato lì durante il periodo della segregazione razziale (io ho le voglie di lettura che vanno letteralmente a stagioni), ma ho sempre pensato che "Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Shop" fosse un libro prettamente estivo.

 Trovo quindi cosa ottima e giusta che il seguito, "Ritorno a Whistle Shop" che racconta le vicende del figlio di Idgie e Ruth, esca in estate, pronto per essere divorato con la calura che si immagina di provare entrando in un polveroso e afoso caffè dell'Alabama.

 Se non avete letto neanche il primo CORRETE IN LIBRERIA. 

Sì, il film è molto bello, ma in alcune parti (assai importanti, tipo l'identità di Idgie), non è molto fedele.


A CHE PUNTO E' LA NOTTE di Fruttero e Lucentini:

Sì è un libro del 1979 e no, non è uscita nessuna specifica riedizione. Lo consiglio perché è l'emblema dei libri d'antan che si vuole leggere da una vita e da una vita si rimanda. 

 Durante il lockdown ho visto il film tratto da "La donna della domenica" (mi manca da leggere anche questo), con Marcello Mastroianni. 

 Con mia grande sorpresa ho scoperto che si tratta di un giallo all'italiana in piena regola: suspense, riferimenti culturali iperpop dell'epoca, quella certa morbosità (un filino maschilista vista con i nostri occhi, ma ovviamente coerente col periodo) e omicidi degni di Dario Argento. 

 Mi sono accorta di avere quindi un'idea sbagliata di Fruttero e Lucentini che credevo appartenere a un passato di gialli un po' polverosi e ho deciso di rimediare. Vergogna su di me.

 Il grande plus economico del ripescare perle dal passato sta anche nel fatto che si trovano facilmente in biblioteca e in quantità all'usato, dove si possono avere davvero a pochissimo (io l'ho pagato ben 0,60 cent). Non male, quando la voglia di libri è tanta e il portafoglio è vuoto.


NESSUN RIMORSO. Genova 2001-2021 di AA VV ed. Coconino Press:

 Tutto ciò che ricordo vividamente del G8 è l'enorme quantità di genovesi che all'epoca si riversò in Sardegna, passando il tempo a leggere convulsamente i giornali nel disperato tentativo di capire cosa accadesse nella loro città e alla loro città.

Che le cose non sarebbero volte al meglio e ci si preparasse a qualcosa di tremendo era nell'aria e mi sento di dire che era nell'aria anche il fatto che avrebbe assunto le enormi proporzioni che ebbe in fatto di violenza. 

 C'era in tutti la sensazione che stessimo guardando da lontano qualcosa di estremamente nefasto.

 Io avevo 17 anni  e, come ogni estate, passavo tre mesi in Sardegna a casa dei miei nonni senza tv (e ovviamente, vista l'epoca, senza cellulare).

 Avevo un amico di Genova nella mia piccola compagnia, che passava le giornate al mare a parlare della sua città come se si trovasse in quel momento in un posto fuori dall'Italia, dove tutto sarebbe potuto orrendamente succedere. 

 Successe, e data la mancanza di tv ricordo molto meglio le foto sui giornali e gli articoli, dei tg e delle immagini che non vidi, stranamente circondata da esuli forzati dalla loro città.

 Quella sensazione di alterità che rese possibile la sospensione di ogni regola democratica è bene che non venga dimenticata in nessun modo e la raccolta Coconino Press, a vent'anni da quella terribile estate, porta avanti questo esercizio di memoria attraverso un'antologia di storie, testimonianze e illustrazioni di scrittori e fumettisti. 

 Necessario.


NEGLI STATES CON STEPHEN KING di Orazio Labbate, Giulio Perrone ed.:

Piccolo libro per grandi appassionati, è l'ideale per gli amanti di Halloween, di King e di chi in generale ama leggere horror in estate. 

 E' una piccola guida letteraria ai luoghi descritti nei più famosi romanzi di King. Orazio Labbate suggerisce sensazioni e riporta particolari d'atmosfera che vi metteranno voglia di fare la valigia per il New England ora.

 Ne riparleremo anche a Ottobre, of course. Intanto, se non amate King, sappiate che fa parte di una collana, "Passaggi di dogana", che potrebbe soddisfare i vostri gusti in molte altre parti del mondo con molti altri scrittori, fate un giro sul sito.

Ps. Se siete anche alla ricerca di un libro King da abbinare, personalmente consiglio "Pet Sematary" che un po' conferma la strana passione dell'autore per i finali trash, ma è davvero tra i più riusciti che abbia letto finora.


NEROINCHIOSTRO di Sara Vallefuoco ed. Giallo Mondadori:

 Come ogni estate, i gialli sono la mia principale fonte di sostentamento letterario. 

 E' da quando l'ho visto in libreria che faccio la corte a "Neroinchiostro", storia ambientata in Sardegna nel 1899 che ha per protagonista un carabiniere inviato in Sardegna dal continente assieme ad altri colleghi per contrastare il brigantaggio. A seguito di una denuncia di furto, viene scoperto il cadavere di un altro carabiniere e inizia una storia di omicidi e segreti.

 Di più non so dirvi perché l'ho comprato MA lo leggerò in santa pace ad agosto, quando sarò comodamente sdraiata su una splendida spiaggia sarda.

 Anche l'atmosfera vuole la sua parte.


LA SERIE OXFORD e I DELITTI DI ALICE di Guillermo Martinez ed. Feltrinelli-Marsilio:

 Se avete voglia di leggere dei gialli d'investigazione molto letterari, i due libri di Guillermo Martinez fanno al caso vostro. Il primo potete trovarlo nella combo dei due libri a 9,90 Feltrinelli ed è La serie Oxford, il secondo è uscito un paio di mesi fa per Marsilio, "I delitti di Alice".

 Potete tranquillamente leggerli in modo indipendente, nel secondo si fa qualche vago accenno al primo libro, ma senza che sia davvero rilevante ai fini della lettura.

 Nel primo, un giovane matematico con borsa di studio per la ricerca a Oxford, viene casualmente coinvolto in una serie di strani omicidi che potrebbero sembrare assai facilmente morti naturali. 

Assistendo il professor Seldom, un luminare della materia, tra moltissimi riferimenti letterari e matematici, giungerà alla soluzione.

 Ammetto che pur essendo davvero godibile, a mio parere è molto più fluido a livello di trama il secondo, "I delitti di Alice", che vede sempre protagonisti Seldom e il suo assistente, ma a partire da una serie di delitti che si intrecciano col lato oscuro della vita di Lewis Carroll.

 Se amate i gialli poco violenti e molto raffinati, fanno al caso vostro.


E finisce così la prima parte! Tenetevi pronti prestissimo per la seconda!

martedì 5 settembre 2017

Gli anni '70 e l'età dell'oro. Quando l'ossessione di una nazione per un tempo mitizzato si incarna in un uomo: Kennedy. E quando in fase di scrittura l'ossessione fallisce: "22/11/'63" di King.

 Alle superiori, avevo un'amica che era letteralmente ossessionata dagli anni '60-'70.
 Tra libri, film, cineforum, manifestazioni, dibattiti e, in seguito, anche gli studi universitari, faceva davvero fosse ogni cosa fosse in un suo potere per afferrare un vago riverbero di un tempo che non avrebbe mai vissuto, ma che avrebbe tanto voluto vedere.

 Bisogna dire che non era una cosa insolita, molti miei coetanei avevano questo morboso desiderio del ritorno a un'epoca in cui sembra si fosse più liberi e i giovani erano il centro del mondo, non una sorta di fastidio sociale.

 Complici, non so quanto involontari, di questa ossessione, genitori e parenti che non facevano che mettere in circolo questo mysterioso virus della nostalgia al suon di: "Eh ma era tutto meglio "Eh ma noi facevamo questo e quello", "Eh ma se solo voi rifaceste esattamente quello che facevamo noi".

 Il risultato, almeno per la mia ex amica, fu che per quanto si iscrivesse a Rifondazione Comunista, fondasse associazioni culturali, andasse alle manifestazioni, scrivesse lettere d'indignazione, andasse a campi europei di giovani uniti per un futuro migliore, tutto ciò che riusciva a ottenere era una pallida imitazione di quello che avrebbe davvero voluto.

  Ossia vivere negli anni '60-'70. L'età dell'oro.

 Per chiunque veda assiduamente film e serie americane (cioè per quasi tutto il mondo) è evidente dopo un po' di tempo che anche gli Usa, esattamente come la mia ex amica,  sono rimasti morbosamente attaccati, a livello d'immaginario, agli anni '60-'70. 

 Una controversa età dell'oro che viene riproposta con una tale insistenza e dovizia di particolari da far venire il dubbio che non sia realmente esistita in quei termini. In poche parole, sembra talmente codificata in modo tale da essere "età dell'oro" da creare una vaga confusione tra quello che è realmente stato e quello che pensano sia stato.

 Episodio principe e mitizzato di un periodo principe e mitizzato è indubbiamente l'assassinio del presidente Kennedy.

 I motivi per cui questo presidente in particolare ricorre ossessivamente nei sogni americani sono sicuramente infiniti e non dubito che oltre alla sua morte tragica c'è assai di più dietro la costruzione del suo mito, non ultima l'idea che Kennedy in persona abbia finito per rappresentare una generazione che ritiene di aver molto sognato e di aver visto i suoi sogni infrangersi a metà di un percorso da allora per sempre incompiuto.

 Non è che voglia minimizzare la morte di un presidente americano, tuttavia sembra una di quelle cosiddette teste di morto che un vero scrittore o regista americano si sente, prima o poi di dover affrontare. Alcuni saggiamente fiutano la trappola e mollano il colpo, altri, convinti di poter contribuire con una nuova versione del mito, cedono alla tentazione e lo fanno.

Stephen King non è ovviamente uno di quelli che dava l'idea di poter fallire, anzi, scrittore gigaamericano che affronta archetipo gigaamericano del periodo più storicamente gigaamericano sembrava potesse dare grandi soddisfazioni e, invece, se non fossi stata in Portogallo, lontana da qualsiasi altra possibilità, avrei mollato questo libro al suo destino.

 La trama. Un professore delle superiori, Jake Epping viene prescelto da Al, il suo paninaro di fiducia, per una missione che egli, ormai consumato da un tumore in fase terminale, non riesce a portare a termine. Il paninaro ha infatti scoperto anni prima, nello scantinato della sua panineria, una sorta di passaggio spazio-temporale che porta dritti nel 1958.

 Il suo ultimo desiderio è che Jake torni nel passato e salvi John Kennedy perché è matematicamente certo che, sopravvivendo il buon John, le cose nel mondo andrebbero molto meglio.

 Jake fa due o tre viaggi nel passato per capire come funziona, rimane vittima del fascino del luogo, si perde nella tragedia familiare di un suo conoscente per quelle 200 inutili pagine che hanno avuto il solo merito di menzionarmi Halloween in pieno agosto, e poi torna indietro da Al.
  Accetta quindi l'incarico e ritorna nel 1958.

  A quel punto deve solo attendere e, nel far passare quei cinque anni tra il 1958 e il 1963, anno dell'attentato, finisce per costruirsi una vita appagante nei dintorni di Dallas portando alla luce il problema macroscopico del libro.

 Una buona storia, soprattutto se costruita in modo classico, ha bisogno di una cosa fondamentale: una motivazione abbastanza forte che regga tutta la baracca.
 Ci deve essere un fine ultimo che regga non solo la tensione della trama, ma anche la sospensione dell'incredulità e soprattutto la coerenza del tutto. 


Ecco, in "22/11/63" la storia non è retta da una vera motivazione.

 Perché un uomo senza eccessivi problemi decide di fiondarsi nel passato? Per curiosità? Ok, ci può stare.

  L'ossessione per il salvataggio di Kennedy era del paninaro e, peraltro, la motivazione del paninaro non è sostenuta da nessuna prova oggettiva: perché crede che il mondo sarebbe andato meglio se Kennedy non fosse morto? Quale miracolo poteva mai fare un presidente fin troppo mitizzato? La guerra fredda sarebbe finita prima? Avremmo distrutto tutti gli arsenali nucleari? I figli dei fiori sarebbero diventati la maggioranza sociale del pianeta?
Ma cosa lo spinge a perseguire una lotta non sua?

 Non si sa. Semplicemente, Al, un paninaro, è convinto di questa cosa senza nessuna base.

 Jake invece continua negli anni a perseguire il proposito primigenio di quest'uomo a cui peraltro non deve nulla, perché, anche lì, questo attaccamento alla causa poteva avere un senso se Al fosse stato suo padre o suo fratello o un uomo a cui doveva la vita. Invece no, era il suo hamburgerario di fiducia. Un po' poco.

 La falla diventa macroscopica nel momento in cui Jake si costruisce una vera e appagante vita negli anni '60, vita che sacrifica per perseguire l'obiettivo primigenio, precipitando e precipitandoci in 150 pagine di noia totale nelle quali spia il futuro killer del presidente.

 150 pagine che, vi assicuro, potreste saltare senza fare un plissè.

 Il finale è degno di uno scrittore alle prime armi e non di King, ed evito di commentarlo perchè altrimenti spoilero troppo.

 So che ne hanno tratto una serie tv e non me ne stupisco, visto che un'altra cosa a cui sembrano audiovisivamente attaccati gli americani è l'estetica anni '60-'70. 

 Non mi stupirei neanche se la serie fosse buona visto che una trama che basa gran parte del suo fascino sull'effetto nostalgia collettiva di una nazione, di certo rende benissimo nella ricostruzione scenica (basti pensare a serie come "Mad men"). Inoltre spero che gli sceneggiatori lavorino molto sui buchi di trama e sulla noia, dando al protagonista motivazioni e intenti più solidi e validi.

 Di sicuro il libro non dà neanche l'idea di un'occasione perduta, ma una ben peggiore, quella di un tomo che, in realtà, non avrebbe proprio avuto motivo di esistere.
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