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domenica 13 febbraio 2022

Il lavoro, questo sconosciuto. Tra Aggretsuko e "Un lavoro perfetto" di Kikuko Tsumura, la grande scomparsa del lavoro dai grandi temi della narrativa

 E' una strana faccenda quella del lavoro al giorno d'oggi.

 Pur essendo la cosa più pervasiva della nostra vita, il luogo (oddio adesso con lo smart working è spesso un metaluogo) in cui passiamo più tempo e che assorbe la maggior parte delle nostre energie, pur essendo ciò che sostanzialmente determina se mangeremo, se avremo un tetto sopra la testa e altre facezie similari, è forse uno dei grandi temi meno indagati dal mondo audiovisivo e letterario.

 Al cinema non ci sono vie di mezzo.

 Si passa da situazioni sociali di indigenza totale o a un mondo meraviglioso e completamente immaginario e probabilmente qualche trenta-quarantenne vive sul serio, ma non io e neanche le persone che conosco (che non sono neanche così poche, anche se mi rendo conto che la classe sociale fa molto).

 Apprezzo che non si attribuisca alla mia generazione quella nevrosi da matrimonio imposto che in effetti si è smesso di vivere, (da questo punto di vista siamo indubbiamente più tranquilli dei nostri predecessori e abbiamo imparato dagli orribili film di Muccino), ma quello splendido universo fatto di case di design, lavori fighissimi e un tenore di vita che adesso può permettersi solo chi è ricco di famiglia, non fa che aumentare quella sensazione di disagio che provo spesso.

 Mi chiedo sempre perché solo io sono molto arrabbiata per le condizioni lavorative in cui versiamo, strabilio quando la gente si mette a discutere con me quando dico cose ovvie come "Se uno lavora dovrebbe essere pagato" (infiniti i distinguo sul tema che vanno dal povero imprenditore che paga tante tasse all'importanza di formarsi in eterno per essere il lavoratore perfetto che un'azienda cerca per circa 3 minuti ogni 5 noviluni quando Venere è in quadrante), mi abbatto e al contempo ho istinti di rivoluzione bolscevica quando scopro che la gente non solo accetta di non ricevere un compenso, ma ha anche un certo moto di fastidio se le fai notare che spaccarsi la schiena per un rimborso spese non ha nessun senso logico.

 Mi guardo attorno e nessuno parla mai davvero di lavoro se non quando qualcuno ne muore. 

 E anche lì, sono mesi che seguo con molta attenzione la vicenda della giovane dottoressa morta in Trentino a seguito di presunte (scrivo presunte perché fino ai tre gradi di giudizio si passano i guai) vessazioni, mobbing e bossing sul posto di lavoro.

 Lo seguo perché in passato alcune di quelle cose sono capitate anche a me e ho provato a parlarne con qualcuno, ma lo scetticismo generale (oltre a un certo fastidio) impongono poi un silenzio imbarazzato.  Devi andare avanti. Se sei fortunat* ci vai. E io in effetti ci sono andata. 

 Ma questo mi ha reso ancora più arrabbiata verso chi dipinge una generazione travolta da lavori favolosi e fantasiosi che nella realtà sono spesso trappole con orari assurdi e stipendi da fame, solitamente in mano ad un'élite di persone per puro merito ereditario o comunque estremamente caldeggiato dal milieu sociale di provenienza.

 Per dare una misura dell'imbarazzo in cui la produzione letteraria e audiovisiva versa, l'unica serie in cui ho visto vagamente affrontare il problema delle sottili trame psicologiche che possono rendere la vita lavorativa un inferno è stata Aggrestuko (per chi non sapesse di cosa parlo, potete andare qui).

So che molti non hanno apprezzato la nuova serie e in effetti anche io l'ho trovata sul finale un po' stralunata come se l'autore non sapesse bene come uscirne. Per il resto però i passaggi in cui il direttore delle risorse umane, il capo ufficio e il CEO collaborano per indurre i lavoratori al licenziamento, è forse una delle cose più veritiere che ho visto produrre sul mondo del lavoro negli ultimi anni.

 Forte di un immaginario statunitense, il mondo del lavoro che vediamo narrato ha sempre qualcosa di estremamente fiabesco.

 Il lavoratore/eroe del racconto è vessato e poco apprezzato nonostante le sue potenzialità. 

 Di solito la colpa non è solo del capo malvagio, ma anche sua perché è troppo timido, non si impegna o osa avere una vita privata. Accade qualcosa che porta il lavoratore a decidere se soccombere o sopravvivere ed egli, facendo sforzi sovraumani, andrà oltre i suoi limiti e diventerà il lavoratore modello (o se è donna sceglierà la famiglia o un lavoro più consono all'equilibrio tra vita privata e lavorativa).

 Quest'idea che il lavoratore sia sempre in qualche modo co-colpevole del proprio disagio è inquietante ed è solo l'ultima delle evidenti prove che il capitalismo ha vinto perché ci ha, come ne L'invasione degli ultracorpi, letteralmente svuotati di noi stessi e trasformati in altro.

 

Forse non a caso, essendo il Giappone un posto dove esiste una parola (karoshi) per indicare la gente che muore di super lavoro, mi è capitato di leggere anche un libro dedicato al mondo del lavoro: "Un lavoro perfetto" di Kikuko Tsumura.

 Non ne avevo letto recensioni positive, ma a posteriori ho come la sensazione che molte di esse dipendessero più dalle aspettative sul libro che sul libro stesso.

 Se si parla di lavoro l'idea, probabilmente, è che l'argomento debba necessariamente essere affrontato con la gravità che gli compete.

 In realtà il lavoro è un macrotema, come l'amore o le relazioni, quindi meriterebbe non dico altrettanti testi, ma molti punti di vista differenti e anche racconti che ondeggino tra la satira, la commedia, il reportage sociale per carità, e la psicologia.

 Quindi non ho trovato strano che il libro avesse dei toni più leggeri del dovuto nell'affrontare in verità un punto molto interessante: è possibile vivere il lavoro in un modo non totalizzante?

 La protagonista, dopo un burn out, si mette alla ricerca di un lavoro che sia il meno impegnativo possibile dal punto di vista mentale. 

 In questo la aiuta una sorta di navigator (a quanto sembra in Giappone l'idea del navigator funziona) che le propone di volta in volta lavori potenzialmente molto semplici, ma sempre con un tocco un po' surreale: guardare video di videosorveglianza per scoprire dove si trovi la refurtiva nell'appartamento di uno scrittore, appendere manifesti in giro per il quartiere, recuperare persone perdute in giro per un parco pubblico.

 Devo dirvi che mi sono immedesimata tantissimo nella protagonista perché anche io ho vissuto dei mesi in cui l'ultima cosa che volevo era un lavoro che mi impegnasse a livello mentale. Attualmente sembra che l'unico rapporto di lavoro benvisto e possibile nei confronti del lavoro sia un rapporto di totale assorbimento.  

 Noi dobbiamo farci assorbire dal nostro lavoro, qualsiasi altra modalità è vissuta con sospetto e anche una certa nota di biasimo.

 Nonostante i suoi buoni propositi, la protagonista si trova impelagata in una serie di situazioni che rendono ogni lavoro potenzialmente stupido, di colpo molto più impegnativo.

 In parte sono le richieste aggiuntive che ogni datore di lavoro fa in modo più o meno esplicito, in parte però c'è anche la sua volontà e il fatto che sia una donna molto intelligente e intuitiva. Non sono solo le pressioni esterne a spingerla a rendere più impegnativo il suo lavoro, ma anche la sua intelligenza impedirle di vivere in modo automatico anche l'impiego più semplice.

 Una sorta di trappola perfetta, alla quale riesce a sfuggire di volta in volta solo chiudendo il rapporto lavorativo.

 I capitoli, ognuno dedicato a un lavoro diverso, sono sostanzialmente dei microracconti e il finale è molto consolatorio e giapponese.

 Tuttavia il punto a mio parere è stato centrato: è possibile decidere volontariamente quale sarà il nostro rapporto col lavoro? Non sottovalutiamo tutti i fattori che come esseri umani e non automi ci rendono da una parte fallaci e dall'altra spesso troppo intelligenti per mansioni che svolgiamo o veniamo costretti a svolgere? 

 Quanto controllo abbiamo sul nostro lavoro e quanto il lavoro e le persone che ne fanno parte hanno controllo sulla nostra vita?

 Sono questi grandi temi sui quali amerei leggere molti romanzi, oltre alle dinamiche del sole cuore amore, delle famiglie disfunzionali, dei dilemmi interiori che ci macerano.

  Il lavoro non è solo il casuale sfondo per qualche dinamica relazionale o il romanzo alla Zola con grande affresco storico e drammatiche lotte sociali. Non è neanche un tabù, come invece sembriamo trattarlo sia nella vita reale che in quella di finzione.

 Il lavoro deve tornare ad essere centrale nel discorso, in tutti i discorsi e nella narrativa.

 Narratori di oggi e di domani, ci siete?

 

mercoledì 1 dicembre 2021

La mia pazza pazza vita in archivio! "I faldoni"

Come saprete se seguite questo blog da molto, a dispetto del nome ormai non sono più una libraia da qualche anno (ma lo sono sempre nell'animo ovviamente). Nel frattanto ho sperimentato un paio di anni nel pazzoh mondo dell'editoria (che non rimpiango) e ora sono tornata al piano originale: gli archivi e le biblioteche, più precisamente in verità gli archivi.

 Poiché i miei fumetti parlano della mia vita, era fatale che prima o poi sarei finita a parlare di archivio (anche se era già successo negli ultimi anni, sì ho un curriculum complicato, ma sempre attinente al mondo della carta, almeno quello).

 So che il mondo degli archivi e degli archivisti potrebbe risultare meno appassionante, ma a me piace trovare sempre il lato surreale della realtà, la rende più interessante. 

 Ecco quindi il mio primo fumetto official dedicato alla vita in archivio: "I faldoni"!








lunedì 11 settembre 2017

Che lavoro fa adesso il principe azzurro? E' passato il tempo di principi e duchi, i romanzi rosa hanno nuovi oggetti del desiderio: capi, coinquilini, amici e fratelli.

 Quando ero piccola leggevo spessissimo i Gente di mia nonna.
 Anzi, per la verità li ho letti fino a pochi anni fa, e grazie a loro posso elencare qualsiasi casata regnante in Europa dalla settima generazione in poi.

 Se c'è musica per le orecchie dei giornalisti di testate del genere, è il suono di qualche reale che annuncia fidanzamenti, matrimoni e figli.

 Avendo poi la stessa età del principe Harry d'Inghilterra e due in meno del principe William, leggevo continuamente articoli su questi due bambini, poi adolescenti che "rubavano il cuore delle coetanee di tutto il mondo".

  Il mio, è vero, non l'hanno mai rubato, ma nel mio caso sarebbe stato più facile se avessero avuto una sorella (per inciso la cugina Eugenia non è poi così male).


 Però in effetti era piuttosto strana l'idea che qualche mia coetanea potesse accasarsi con un nipote, anche non diretto, di Enrico VIII.

 Doveva suonare strana anche alle mie coetanee, perché io di amiche e conoscenti pazze per William e Harry non ne ho mai avute.

  In compenso ho avuto amiche che scrivevano lettere piene di dichiarazioni d'amore a Del Piero e altre che avrebbero dato un braccio per i Backstreet Boys. Insomma, c'era altra gente, altrettanto irraggiungibile, ma più papabile, da bramare.

 Anche i romanzi rosa si sono accorti che non sono più i conti e i principi (per quanto, molti, non ne rifiuterebbero uno) a far palpitare il cuore delle Madame Bovary d'Europa e ormai vanno per la maggiore altri aitanti protagonisti.
 Ma chi? Chi sono questi robusti e nerboruti giovani (qualche volta anche meno giovani, l'uomo di mezza età, se potente, tira parecchio) che rubano il cuore delle novelle Elisa di Rivombrosa della narrativa rosa?

Scopriamolo subito!


IL COINQUILINO:

 Chiunque abbia coinquilinato sa che è più facile dividere la stanza con degli psicopatici che intonano messe nere e sacrificano capretti nelle notti di luna, che con persone sane di mente. 

Tra gente  che fa recapitare mobili in piena notte, trasferisce subdolamente il proprio fidanzato non pagante in casa, tenta di sedurre novizi in attesa di diventare preti (quest'ultima opzione mi è capitata, la coinquilina in questione era talmente folle che potrei scriverci dieci post), raccatta clochard per strada per dar loro un pranzo e un tetto (nobile gesto, magari avvisare prima, mi è capitato anche questo), insomma tra tutte queste possibilità, incappare nel coinquilino sano di mente-bonazzo è praticamente impossibile.

 Con qualcuno questi bonazzi coinquileranno pure, ma a quel punto deve esserci anche la possibilità inversa: ossia che lui trovi attraenti le coinquiline femmine ed etero che si aggirano per la magione (oltre a dover essere a sua volta etero).

 Insomma ragazze, fate prima a rimorchiare alla fermata del bus.

 Tranne nei romanzi rosa. Nei romanzi rosa i coinquilini sexy, un po' selvaggi e liberi (o fidanzati incomprensibilmente con delle vere arpie), piovono a secchi.
 Questi ghepardi con cui condividere l'affitto, si rintanano nelle loro stanze per poi uscire solo per flirtare con le coinquiline e rimorchiare a ogni sospiro. 

 Ovviamente stanno solo attendendo che la cerbiatta dagli occhi nocciola con cui litigano per chi debba buttare la spazzatura, cada loro tra le braccia e dimentichi all'istante l'intero programma di tutta la sessione d'esame successiva. 

 Ma a quel punto cosa importa? Staranno facendo vacanza da qualche parte, perché si sa, solo l'amore conta in questa vita.


L'AMICO D'INFANZIA:

 Non c'è cosa più terrorizzante, credo, per molte donne, che pensare di  finire come Charlotte York in "Sex and the city": una sognatrice vogliosa di accasarsi che alla veneranda età di 34 anni ancora non ne vede la via.

 Il matrimonio è una cosa seria e tocca mettere la faccenda a posto il prima possibile, anche in culla possibilmente. Perciò cosa c'è di più romantico dello scoprire che sì, il mondo è vasto, ma niente è come il cortile di casa?

 Tendenzialmente, verso i 24 anni (anche prima), dopo una qualche bruciante delusione amorosa che ha fatto perdere "fiducia nell'amore", "scavando abissi indicibili nell'animo" e "portando a chiudere per sempre le porte del cuore", salta fuori dalle tenebre del cosmo un qualche amico d'infanzia perso di vista epni prima.

 I motivi per cui ci si è persi di vista in genere sono due:

1) Lei voleva allontanarsi da casa per scoprire il vasto mondo all'università per poi pentirsene dopo due anni, (in fondo al liceo non si stava così male e poi dov'è che vuole andare una ragazza sola per il mondo, eh??).

2) Lui ha commesso un qualche indicibile sbaglio che l'ha reso selvaggio e inavvicinabile.
 Certo, forse c'è una persona che potrebbe aprire di nuovo il lucchetto del suo cuore e può essere solo la vicina di casa che conosce dall'età di due anni e nessun'altra.
Ovviamente tutti gli amici d'infanzia sono di sconvolgente bellezza, i ciospi non li conosce mai nessuno.


L'IMPRENDITORE (preferibilmente se è il vostro capo):

 Forse questa è la più interessante delle incarnazioni del principe azzurro moderno: non più nobile titolato pieno di castelli e latifondi, ma imprenditore di successo, preferibilmente industriale dall'infinito patrimonio.

 Le prede dell'imprenditore (o le cacciatrici dell'imprenditore, a seconda dei punti di vista), sono principalmente due:

 La stagista che non vuole dargliela e che dovrebbe quererarlo per molestie sessuali sul luogo di lavoro.

 L'imprenditrice rivale.

 1) La stagista (o anche dipendente assunta di cui non si era mai misteriosamente accorto fino a un fatale viaggio di lavoro insieme) o lo ammira, inarrivabile nell'ombra, o lo trova un vero stronxo per cui lavora controvoglia (insomma, tocca pur campare in qualche modo).

 Ovviamente appena il capo dei capi posa lo sguardo marlupino sul suo parco ragazze, tutte sono completamente dimentiche delle remore nutrite nei suoi confronti e nessuna corre a denunciarlo al sindacato, anzi, è tutto un deliquio che in confronto madame Pompadour era schizzinosa.

 L'imprenditore che parte sempre con l'idea di "non farsi fregare", finisce per partire leone e tornare agnello, accettando compromessi sermpre maggiori in nome dell'amore. 
Ci si impalma quasi sempre senza nessun contratto prematrimoniale.

2) L'imprenditrice rivale è la bisbetica domata 2.0. 

 Questa donna "inconsapevole della propria femminilità" (nonostante vestiti top e alla moda), dedita con furia al proprio lavoro, cerca solo un uomo che la scuota nel profondo risvegliando la sua vera natura, che insomma, si sa, che una donna che fa un "lavoro da uomo" proprio tutta donna non deve essere.

 L'imprenditrice rivale non ha rivali finché non incontra lui, l'imprenditore che "abbatterà tutti i suoi muri" e "risveglierà i suoi sensi". 

 I due, in genere, sono appunto rivali (o lui è un nuovo collega che tenta di farle le scarpe), ma a furia di litigare verranno travolti dalla vera passione, il progetto a cui lavoravano insieme andrà benissimo e lei si renderà conto che la vita non è solo lavoro, ma anche amore (generalmente questo determinerà il fatto che lui, effettivamente, le farà le scarpe).


LA ROCKSTAR:

 Quante rockstar planetarie esistono al mondo? Un po', non moltissime eppure rappresentano almeno il 10% dei maschi appetibili nei romanzi rosa.

 Ragazzi (o uomini adulti), ricchi, tormentati e circondati da ragazze che "vanno bene per una notte" mentre loro sono in cerca "dell'amore vero". Ah, che disagio quel ginepraio di feste, folle adoranti e groupie avvenenti pronte a concedersi a ogni ardore!

 La rockstar brama qualcuno di semplice, una ragazza acqua e sapone che lo riporti agli antichi giorni in famiglia, quando tutto era così facile, così semplice e nessuno ti assillava per chiederti un autografo pure in bagno.
 La donzella in turno è di solito qualcuno che non conosce la rockstar neanche di striscio (una ragazza studiosa che non sa niente di cose così frivole) ed è proprio questo suo cadere dalle nuvole che attira la rockstar in questione, che vede in essa la prima possibilità dopo tanti anni, di essere "solo sé stesso".

 In alternativa è una dolce fan che si ritrova a condividere con lui qualche momento assurdo per motivi altrettanto assurdi e lui "proprio non riesce a togliersela dalla testa".

 In ogni caso uno dei due ha qualche trauma nel passato da superare, qualche groupie (una cattiva ragazza) seminerà zizzania tra loro, ma l'amore trionferà.

IL FRATELLO (di lui):

Per rendere tutto più contorto o più frizzante o più proibito, può capitare spesso che il principe azzurro in realtà sia un principe azzurro fake.

 Se tutto è iniziato nel migliore dei modi, senza intoppi, se lui è bello bellissimo, fantastico fantasticissimo, dolce dolcissimo, e tanti altri issimi, ha di sicuro un fratello maschio gemello o più o meno della stessa età.

 Questo fratello in questione (che spesso ha, tragicamente, un nome simile) in genere è la pecora nera della famiglia o ha qualche altro motivo per cui è legatissimo al fratello, ma, dopotutto, "un'anima solitaria".

 La donzella, in procinto di sposarsi o di fare qualche altra cosa di fondamentale importanza (conoscere i genitori di lui), all'inizio non capisce proprio "come possano essere fratelli" e lo disprezza, ma poi, col tempo, capisce che il suo cuore inizia a palpitare per il fratello sbagliato. Come risolvere l'incestuosa situazione?

 Spesso ci pensa il fratello fantasticissimo trovandosi un'altra donna per la quale lasciarla oppure capisce che il fratello e la sua fidanzata sono in realtà "fatti l'uno per l'altra" e si fa cavallerescamente da parte.
 Palpit palpit.

 Ho dimenticato qualcuno? Se sì testimoniate nei commenti!


mercoledì 19 aprile 2017

I sogni hanno un prezzo. Vale la pena pagarlo? Il confine tra sfruttamento, sogno e insensata ostinazione esiste? E come capiamo di averlo raggiunto? Una recensione di "Piccoli furti" di Michael Cho.

 In questi giorni ho avuto un'interessante conversazione con l'admin di un altro blog (qualcuna ne conosco anche io).

Si discuteva di un male che affligge la nostra generazione: fino a che punto è lecito spingersi per raggiungere i propri sogni?

 Niente paura non eravamo manco arrivate al mercimonio del corpo o simili, il punto era ancora più teorico: se dopo un tot di anni in cui si tenta e ritenta e ritenta di raggiungere a ogni costo un obiettivo non si riesce, è lecito tentare?

 Non partivamo da una questione astratta, ma da una notizia specifica che non citerò esattamente perché non è il fulcro della questione e poi rischiamo di perderci in millanta giri poco pertinenti.

 Alcuni lavoratori/volontari/nonsocomesidefiniscequestaposizionelavorativa lavorano per anni con un misero rimborso spese quasi full time. Visto che dopo nulla si smuove e cominciano a protestare, ma in realtà c'è da tener conto che essendo un posto nella pubblica amministrazione, anche nel caso prima o poi si aprisse una posizione, ci sarebbe sempre un concorso pubblico a cui potrebbe (giustamente) partecipare chiunque. E quindi tutto diventa un attimo vano.

 Sapendo ciò, ha senso continuare a lavorare per poche lire per inseguire un sogno? 
 Ma soprattutto è il giusto modo per farlo? Non ci staremo autosabotando a forza di eccesso di disponibilità? Perché per il sogno ogni sacrificio, materiale e/o morale è lecito?

 La nostra generazione, o buona parte, ha potuto, grazie a genitori che riuscivano a mantenerla,  inseguire lungamente determinati obiettivi che magari tardavano ad arrivare.

 E, badate bene, non sto dicendo che sia sbagliato, soprattutto quando i famosi obiettivi corrispondono a posizione lavorative che sono appannaggio di una sorta di élite che ne detiene un'ottima parte per diritto di ereditarietà (quindi non è per mancanza di talento che non si riescono ad afferrare).

 Si vede bene in "Tutta la vita davanti" di Virzì, quando la laureata in filosofia senza santi in paradiso cerca inutilmente un lavoro proprio nell'editoria.
 Non solo riceve molte porte in faccia, ma deve anche ascoltare l'amica non laureata, interpretata da Caterina Guzzanti, che le fa una di quelle tirate senza senso di chi tanto ha madre e padre che l'hanno sistemata nella casa editrice di amici.

 Certo, poi c'è anche chi ce la fa senza padrini e madrine e sono molti e devono lavorare il triplo (anche lei nel finale ce la fa più o meno), ma c'è anche chi daje e daje non riesce comunque ad arrivare al traguardo.

 Succederebbe anche se tutti fossimo pari ai blocchi di partenza per semplici questioni numeriche, ingoiare il rospo quando sai che non è proprio giusto è la parte peggiore della faccenda, ma non è che semplicemente potrebbe aver senso mollare il colpo? Riconoscere, come cantava Caterina Caselli che "Si muore un po' per poter vivere"?

 Cos'è questo preambolo? Un inno al "piegate la schiena e adattatevi"?

 No, è più che altro un invito a leggere "Piccoli furti" Michael Cho ed. Rizzoli Lizard che spiega molto meglio di me il senso di empasse in cui ci si trova a cicliche ondate nella propria esistenza e a cosa si arriva quando ci si rifiuta di affrontarle.

  (che io, forse traviata da Boris ho letto Corinna tutto il tempo, ma non è importante) è una trentenne americana che ha studiato lettere e voleva scrivere "il grande romanzo americano", un'ambizione tanto comune nei film e nei telefilm, quanto, diciamo la verità, anche nella vita reale (ho avuto la fissa persino io).
Corrina

 Siccome le tasse scolastiche americane non sono come quelle italiane e ha un debito piuttosto consistente da ripianare al riguardo, decide di trovarsi un altro lavoro temporaneo, pagare e poi chiudersi in casa a scrivere.

 E' quello che pensano in molti. Lo confesso, è quello che pensavo anche io: ma sì, intanto lavoro in libreria (che sottolineo era per me già un lavoro papabilissimo, ma a 25 anni, quando ho iniziato, avevo anche altre aspettative, sensate o meno che fossero) e intanto mi guardo intorno.

 La stragrande maggioranza di quelli che riescono ad afferrare un buon contratto poi rimangono lì. 

 Per ottime ragioni intendiamoci: fuori il mondo del lavoro è pessimo, arrivi a 30 anni in un secondo e la parola "sogno" assume altri significati che non rimandano più solo ad avventura e cose meravigliose, ma anche a povertà, ansia, precariato, impossibilità di costruirsi un'esistenza e altre simpatiche amenità. Il terrore del futuro inizia a uccidere l'avventura (o magari, ti dici, sono le prime avvisaglie del buonsenso).

 Se poi il lavoro somiglia in qualche modo a quello che volevi davvero fare è ancora meglio, no? Hai quasi il sogno e un lavoro, chi sta meglio di te?

 Corrina è in questa situazione. Subito dopo la laurea ha trovato lavoro come copy in un'agenzia pubblicitaria in cui le insegnano che loro sono "i sognatori del capitalismo", che inventare nuovi assurdi oggetti di consumo, come il profumo "per bambine" è giusto e necessario e, dulcis in fundo, la sera l'azienda ti fa trovare pure l'open bar.

 Tra il capo che fa discorsi alla Steve Jobs e come Steve Jobs si veste e seraficamente si comporta, privo di un vero ordine morale che non sia il raggiungimento del successo e del denaro fine a sè stesso, preda di una pesante solitudine e del rimpianto per i suoi sogni di scrittura ormai sepolti, Corrina vaga molto silenziosa per una New York che da brava grande città ti fa sentire come un naufrago su un'isola deserta.

 La sua valvola di sfogo, perché anche lei è umana e in realtà deve scaricare in qualche modo la pressione che comporta un mondo che non le appartiene, è appunto commettere piccoli furti in un anonimo negozietto, sempre lo stesso.

Non fa del male a nessuno pensa, il commesso al banco viene pagato lo stesso, l'azienda è sicuramente assicurata e lei subito dopo si sente meglio.

 Per quanto? E perché?

 La storia rischia di prendere una piega da filmaccio americano, ma si salva, pur finendo troppo bene per giudicarla un buon ritratto generazionale.

 Le cose non finiscono così bene, non sempre e soprattutto non subito.

 Perché in realtà il vero problema penso sia attaccarsi disperatamente all'idea che le cose debbano prendere subito una piega giusta, altrimenti abbiamo perso.

 Ha senso continuare a lavorare dieci anni sottopagati (NB sto parlando del farlo per non rinunciare a un sogno, non del farlo perché costretti dagli eventi avversi) o peggio ancora infilarsi in un tunnel di stage gratuiti (sempre stata dell'idea che per non essere pagata a quel punto sto a casa, a meno che dopo 6 mesi non mi assumi con la certezza del 3000 per 1000) perché quello è il lavoro che vogliamo disperatamente fare?

 Ha senso non riuscire a pensare che potrebbe ripresentarsi in futuro, in altre forme, in altri posti? O che non esista proprio nient'altro che possiamo considerare al suo posto?

 Non sto dicendo che lo abbia, sto dicendo solo di non fare come Corrina: pensare che sia normale compiere piccoli furti, ignorare certi segnali che ci stanno avvisando che il sogno non solo è cambiato, ma ci ha cambiato, e magari non in meglio.

 I sogni hanno spesso un prezzo e la domanda è sempre la stessa da sempre: vale la pena pagarlo?

sabato 15 ottobre 2016

Quando il libraio (o il bibliotecario) è anche scrittore. Sette luminosi esempi tra bouquinistes, librerie segrete, arguzie orwelliane, bombardamenti e Just Kids-

Una delle cose che più mi dispiace (e urta) è quando si definisce il libraio di catena (o il libraio non proprietario in generale, quindi anche i dipendenti delle librerie indipendenti) "commesso".

Non che ci sia qualcosa di male nel fare il commesso, ma molti lo usano con quel disprezzo malcelato di chi compatisce (nel migliore dei casi) chiunque si è ritrovato a fare un lavoro socialmente basso come puah vendere cose.

 Ciò che mi porta perciò a farmi arrivare il sangue al cervello quando sento "commesso" e non "libraio" non è perciò questo lato borghesemente snob di chi disprezza l'onesto lavoro altrui, ma la differenza di mansioni dovuta a una differenza di base: il prodotto.

 Certo, esistono librai e libraie effettivamente incompetenti ma possono esserci due ragioni principali:

1) Sono incompetenti. Punto. Ma bisognerebbe ricordarsi che, sfortunatamente per tutti noi esistono incompetenti in qualsiasi professione, dall'avvocato al cuoco, dal medico all'impiegato, dal bancario al ragioniere.

2) Potrebbe darsi che il libraio a cui voi state rivolgendo la domanda non sia effettivamente competente nell'ambito di vostro interesse. 

 Lavorare in libreria necessita di molte conoscenze, molte, molte, molte in qualsiasi ambito, dalla psicologia alla letteratura, dalla musica all'arte.

 A parte Pico della Mirandola o Alberto Angela credo che pochi riescano a spaziare in ogni ambito, anche dopo anni di lavoro. Come ogni tanto dico, fare il libraio certe volte è come giocare a Trivial tutto il giorno.

Per rafforzare queste mie perorazioni e istanze, ho deciso di portarvi alcuni esempi di illustri librai e di un bibliotecario affinché possiate guardarci con occhi più indulgenti.

 In realtà sotto quel libraio che vi sembra tanto stordito potrebbe celarsi un genio!


LUCIANO BIANCIARDI:

 Prima di giungere a Milano e lanciarsi nel rutilante mondo editoriale (se ci sono aspiranti lavoratori nell'editoria vi sconsiglio ardentemente quel pur bel libro che è "La vita agra" perché vi passa la voglia), Bianciardi fu bibliotecario.

 Durante l'università mi portarono in gita alla biblioteca Chelliana in quel di Grosseto (tra l'altro, perdonatemi grossetani, ma l'unica città della Toscana che proprio non mi è piaciuta), una cittadina che venne pesantemente bombardata durante la seconda guerra mondiale.

 Bianciardi si occupò della ricostruzione della biblioteca distrutta durante uno dei raid aerei nel 1944. 

 Insegnante, si fece trasferire alla biblioteca dove recuperò il recuperabile (dopo il bombardamento, un'esondazione aveva rovinato gran parte del patrimonio), catalogò da autodidatta, integrò il patrimonio con testi moderni, lanciò un frequentatissimo cineclub e istituì persino l'innovativo servizio del Bibliobus che si inerpicava per i paeselli del circondario nel tentativo di portare la cultura fuori da un luogo in cui molti erano restii ad entrare. 

 Elisabetta Francioni, bibliotecaria della Biblioteca nazionale Centrale di Firenze ha scritto un libro sull'esperienza di Bianciardi bibliotecario, "Luciano Bianciardi bibliotecario a Grosseto" ed. Aib:

«La biblioteca civica era stata, negli anni fino alla guerra, una tipica piccola biblioteca di provincia. Frequentata da pochi specialisti di erudizione locale, gelosa e chiusa di fronte al gran pubblico: imperava insomma la conservatrice mentalità tradizionale, che purtroppo ancor oggi resiste in alcune biblioteche italiane.
Bisognava invece adoprarsi in ogni modo per fare della biblioteca un centro attivo di diffusione culturale e di educazione alla lettura [...]. Ma questo non era ancora sufficiente: una parte assai larga dei 37.940 cittadini del comune rimaneva ancora estranea alla vita della biblioteca, specialmente nei ceti operai, artigiani e contadini. 
Questi potenziali lettori andavano cercati, avvicinati, educati [...] con letture, presentazioni, recensioni. Ma non è tutto: restano i piccoli agglomerati rurali, le fattorie, le case coloniche. Ebbene, anche queste verranno raggiunte con un mezzo radicalmente nuovo, il bibliobus.»

 La lasciò dopo il 1954 per cimentarsi nel "lavoro culturale" presso la Feltrinelli a Milano.
 Varie furono le motivazioni: una nuova relazione (Bianciardi era sposato e con un figlio), orizzonti più vasti a chiamare e un orribile incidente sul lavoro che nel uccise ben 43 lavoratori nella miniera di Ribolla (tutti fatti narrati ne "La vita agra").
 Fu una partenza per un nuovo mondo. Ma un'amara partenza e un amaro mondo. 


JONATHAN LETHEM:

Lo scrittore Jonathan Lethem lavorò, adolescente, in una libreria che esiste tuttora (e dove tuttora torna): la Brazenhead Books una piccola libreria di New York molto particolare.

 Libreria dell'usato dove il quattordicenne Lethem leggeva e si lanciava in uno di quei classici lavori estivi da tipica educazione americana, nel 2008 è stata costretta a chiudere a causa degli affitti troppo alti (una storia che molte librerie indipendenti conoscono).
 Tuttavia, il proprietario, Michael Seidenberg, non si è dato per vinto e ha trasferito i libri a casa sua dando vita ad una sorta di libreria/biblioteca/rivendita segreta dove artisti, curiosi, lettori, hipster alla ricerca di emozioni culturali forti e generosi bon vivant amanti delle belle lettere si incontrano per comprare libri, discutere, bere e confrontarsi.

 Molto è leggenda, una buona parte di sicuro è moda, di certo c'è molto fascino in questa libreria abusiva che non so neanche onestamente se esista ancora o se infine sia stata sfrattata per problemi legali (e fiscali) anche dal suo ultimo avanposto (magari qualche newyorchese in ascolto saprà dircelo).


PATTI SMITH:

 Visto che il nobel ha sdoganato i cantautori e visto che la buona Patti ha scritto effettivamente un paio di libri, ci infiliamo anche lei.

 Nella sua bella autobiografia "Just Kids" in cui descrive la sua giovinezza a e il suo straordinario incontro fortuito con un giovanissimo Mapplethorpe, prima compagno, poi coinquilino e amico fondamentale, la Smith descrive la sua lunga e difficile gavetta bohemienne. 

 Prima di scoprire un'attitudine alla poesia (inizia infatti la carriera con quei reading poetici che ogni tanto si vedono nei film indipendenti americani, ma raramente si replicano in Italia), la Smith aveva avuto una figlia (data in adozione) da un amore giovanile e per svariati anni visse sul confine della miseria in un appartamento condiviso col futuro fotografo, anche lui poverissimo.

 Migliorò parzialmente le sue condizioni quando riuscì a trovare lavoro presso Brentano's, una catena di librerie dove lavorava anche Mapplethorpe, anche se in una sede diversa.

 Si conobbero il giorno in cui lui decise di spendere un buono in alcuni manufatti etnici che vendevano nella sede della Smith.
 Tempo dopo vennero lasciati a casa entrambi, Patti per un motivo alquanto curioso:
 "Avevo mancato di far pagare a una cliente cinese le tasse sull'acquisto di un Buddha assai caro. "Perché dovrei pagarci le tasse?" mi aveva chiesto, "non sono americano". Non avevo risposte e così non gliele avevo fatte pagare. Il mio buonsenso mi era costato il posto di lavoro."
Adesso se ho ben capito ha chiuso e c'è Sephora

Ma non fu la sua ultima esperienza in libreria, ne ebbe una seconda:
 "Avevo bisogno di trovare un altro lavoro.  
La mia amica Janet Hamill era stata assunta alla libreria Scribner e ancora una volta, come già aveva fatto durante gli anni del college trovò il modo di spartire con me la sua fortuna. Parlò ai suoi superiori, che mi offrirono un posto.
 Mi parve un impiego da sogno, lavorare nella libreria di un prestigioso editore, casa di scrittore come Hemingway e Fiztgerald e del loro editor, il grande Maxwell Perkins."

 State in campana perciò, magari la libraia che vi sembra troppo vestita da fricchettona, in realtà, è una Patti Smith in potenza.


GEORGE ORWELL:

 Due anni fa scrissi un post sull'esperienza che George Orwell visse come libraio e a cui dedicò un arguto memoir contenuto in Italia nell'antologia "Letteratura palestra di libertà".

 La cosa più sconcertante del suo breve e sarcastico resoconto fu l'incredibile attualità che potei ravvisarvi. 

 Certo, in libreria hanno fatto il loro ingresso cataloghi elettronici e via discorrendo, ma il lato umano, quello del rapporto cliente-libraio è praticamente identico, come identiche sono le richieste assurde dei clienti, identica la follia del Natale, identico lo spaesamento del cliente che entra in un negozio dove generalmente tenta di mettere piede il meno possibile e solo per casi specifici e necessità eccezionali (escludendo i lettori forti).

 Nel suo abile resoconto riusciva a inquadrare una serie di manie, di personaggi, di assurde domande che chiunque, nonostante siano passati non meno di 70 anni, esistono e resistono identiche.

 Vi riposto un pezzo illuminante, per il resto potete andare al vecchio link ("Fare il libraio secondo George Orwell"):

"Nel periodo in cui lavorai in un negozio di libri usati- un luogo che, finché non ci si lavora, è facile immaginare come una specie di paradiso dove affascinanti gentiluomini d'età scartabellano eternamente tra in-folio rilegati in pelle di vitello -mi colpì soprattutto la rarità delle persone davvero interessate ai libri. 
La nostra libreria offriva anche volumi eccezionalmente interessanti, ma dubito che uno sui dieci dei nostri clienti fosse in grado di distinguere un buon libro da uno brutto.
Gli snob a caccia di prime edizioni erano molto più frequenti degli amanti della letteratura; gli studenti orientali che tiravano sul prezzo dei libri di testo economici erano anche più numerosi; ma i clienti più comuni erano le signore dalle idee confuse che cercavano regali di compleanno per i nipotini. 
Molti dei nostri acquirenti appartenevano a quella categoria di persone che, pur essendo capaci di rendersi insopportabili ovunque, riescono a farlo particolarmente bene in una libreria. 
Per esempio, l'adorabile vecchietta che "vuole un libro per un malato" (richiesta frequentissima), o quella che nel 1897 ha letto un libro tanto ma tanto bello e vi chiede se potete procurargliene una copia, peccato che abbia dimenticato sia il titolo sia il nome dell'autore: in cambio, però, si ricorda che aveva la copertina rossa.”

CLAUDE IZNER e le bouquinistes:

 Giallista francese, è in realtà lo pseudonimo per due sorelle parigine Liliane e Laurence Korb, scrittrici e libraie, figlie di un libraio. 


 Sono per la precisione sono "Bouquinistes" ossia i librai che vendono libri usati, vecchi (più o meno di pregio) o d'occasione, nelle bancarelle sulla riva della Senna, dove infatti le scrittrici hanno entrambe la loro attività, una sulla riva destra e una sulla sinistra (se ne possono trovare anche se in modo meno istituzionalizzato anche nelle città italiane).


  Nato come mestiere nel XVI° secolo, i librai possessori delle quasi 1000 bouquinistes francesi hanno acquisito privilegi particolari a seguito all'inserimento nel 2011 nel patrimonio mondiale dell'Unesco (ma quando le due gialliste, una settantaseienne e una sessantacinquenne erano bambine era un mestiere che rendeva pochissimo e la famiglia visse a lungo in povertà).

Le gialliste sono talmente attaccate al loro mestiere che anche il protagonista della loro serie principale, ambientata nella Parigi del 1800 è un libraio:   il trentenne Victor Legris.


 NB. Poiché il bibliotecario è un mestiere enormemente più antico del libraio (il libraio per come lo conosciamo oggi è un'invenzione recentissima, prima editore-tipografo e libraio erano la stessa persona e solo coi secoli, dopo l'invenzione della stampa si sono differenziati), ci sono molti più bibliotecari illustri che librai.

 Sul sito dell'Aib, l'associazione italiana biblioteche, potrete trovarne un elenco esaustivo che vede schierati: premi nobel, matematici, rivoluzionari artisti contemporanei, terroristi (generalmente di sinistra), cantautori, filosofi, poeti e molti molti scrittori.

 Vi sta passando l'idea del libraio e del bibliotecario commesso radiocomandato/polveroso topo di biblioteca?

 Non smetterò di lavorare al riguardo!

mercoledì 13 aprile 2016

Cosa si balla in libreria? La mia playslist mentale quando battaglio con i clienti, lavoro la domenica, attendo con ansia la fine del turno, danzo tra i tavoli e faccio rifornimento con un motivetto ossessivo nella testa,

 La scorsa settimana, sulla pagina fb dell'Aib (l'associazione italiana biblioteche) si segnalava il blog di un bibliotecario danese, https://christianlauersen.net/2015/12/08/library-mixtape/ che aveva avuto l'idea di proporre una playlist di canzoni dedicate alla libreria.

Ho pensato fosse un'idea molto graziosa e da ripetere. Mentre però cercavo canzoni dedicate o ambientate in libreria, l'idea è virata più sul personale, ossia sulle canzoni che mi ossessionano per vari motivi quando sono in libreria.
 Non so se avete presente il bellissimo e tragicissimo film di Lars Von Trier che ha per protagonista Bjork: "Dancer in the dark". Nella storia la protagonista, un'immigrata dell'est nell'America capitalista, in procinto di diventare cieca, viene derubata dall'uomo che offre ospitalità a lei e al figlio. 
 Il furto è doppiamente tragico perché i risparmi della donna servono a pagare l'operazione che eviterà al bambino di diventare cieco come sta avvenendo a lei.
 La storia, tra una tragedia e l'altra, è condita da numerose canzoni e momenti di ballo dovuti al fatto che il personaggio di Bjork è una grande appassionata di musical e si immagina, nelle più svariate situazioni, prendere, danzare e cantare come in un vecchio film anni '50.
 Ovviamente nel film la cosa rende ancora più stridente il contrasto tra la drammaticità degli eventi e la leggerezza che la donna cerca di non perdere nonostante tutto, ma lo sto citando per farvi capire in quale modo le canzoni di cui seguito albergano nella mia mente mentre lavoro.

 In alcuni casi sono un sottofondo musicale, come se fossi esattamente in un film, in altri mi vedo proprio saltare sui tavoli coi clienti che mi fanno da ballerini.
 Ci tengo a sottolineare che, nonostante tutto, io detesto i musical. Li trovo noiosi e quando la dolce metà tenta di trascinarmi a vederli, mi contorco come un'anguilla. Eppure.
 Vabbeh, pronti a scoprire su quali note danzo? Go!


EVERYDAY IS LIKE SUNDAY di Morrissey:


 Una delle cose che apprezzo di più dei turni è lavorare anche la domenica (non sempre ovviamente). Lo so che alla lunga, soprattutto con figli, la cosa porta al logoramento della vita familiare, ma nel frattempo mi godo il suo principale effetto positivo: la scomparsa del blue sunday.
 Come moltissimi, sin da bambina ho odiato la domenica con tutte le mie forze, trovando i miei psicodrammi perfettamente espressi da "Buona domenica" di Antonello Venditti (che è invece la canzone che canticchio nelle domeniche di riposo).
 Quel vago senso di angoscia per la fine della settimana, l'ansia per il lunedì che is coming e la sensazione che in fondo stiamo buttando il nostro tempo.

 Il contrappasso, quando si lavora su turni è che Everyday is like sunday per altri motivi.

 Innanzitutto si perde il senso del tempo e dello spazio: che anno è? Che giorno è? Compleanni dimenticati, domeniche che sembrano sabati, lunedì che sembrano mercoledì, ferie che non ti ricordi mai quando sono, settimane che passano senza una reale percezione.
 I fine settimana danno un senso alla vita temporale degli esseri umani, se lavori su turni il senso scompare e ti ritrovi in giornate infrasettimanali cariche di blue thursday o blue wednesday che ben pochi possono condividere con te.
 Così, soprattutto nei momenti di tristezza lavorativa infrasettimanale, nel mio cervello si attiva questa canzone (ma anche le canzoni degli Smiths tutti sono benvenute) e la serotonina precipita ulteriormente.




WHAT'S MY AGE AGAIN dei Blink 182:

 Mi succede, soprattutto nei pomeriggi in cui sono presa particolarmente bene(sapete quelle giornate in cui, inspiegabilmente, sprizziamo gioia da ogni poro per essere a lavoro?) di essere carica di energie e buona volontà. 

 Consiglio libri ai clienti meglio di Corrado Augias, sono felice di dare le pause ai cassieri per liberarli momentaneamente dallo schiavismo della macchina e faccio rifornimento alla velocità della luce.
  Con grande probabilità se fossi una magazziniera, quindi al riparo da sguardi indiscreti, mi lancerei in balletti da Glee coinvolgendo i fornitori di Bartolini e DHL.
 Visto che nei miei momenti di delirio interiore sono invece in pubblico allora ballo dentro di me e in genere lo faccio sulle note di "What's my age again?" dei Blink 182.
 I motivi inconsci penso siano vari: innanzitutto mi ricorda la mia adolescenza, quando ero più spensierata e fiduciosa (e quindi i giorni di saltellamento in giro erano esponenzialmente di più), secondo poi nessuno può negare il ritmo che può dare al lavoro.
  Infine ha di certo la sua parte il video collegato: loro tre che corrono felicemente nudi per le strade. Ovvio, non correrei nuda da nessuna parte, ma mi sento altrettanto pimpante.



I WANT TO BREAK FREE dei Queen:

 E' la canzone riservata all'ora prima della fine del turno, quando il traguardo dell'uscita è così vicino eppure così lontano. I minuti improvvisamente passano lentissimi e la libertà appare irraggiungibile.
 Soprattutto quando la fine del mio turno coincide con la chiusura della libreria nella mia testa partono i Queen con I want to break free.
 Anche in questo caso mi vedo danzare sui tavoli spiegando ai clienti che devono completare i loro acquisti perché I want to break free. Subito dopo, loro si uniscono a me in un coreografico balletto che io, la scoordinazione fatta persona, non sarei mai in grado di riprodurre.
 Complice il fatto che collego questa canzone ad un assurdo musical spagnolo con protagonista una transessuale narcolettica ("20 centimetri" , mi vedo, tra l'altro, ballare esattamente come lei, avvolta in un vestito verde acqua in un improbabile luogo che finisce per essere un incrocio tra una libreria e un ospedale.




CONTESSA di Paolo Pietrangeli (nella versione dei Modena City Ramblers):

 Spesso il lavoro del libraio, soprattuttissimo se di catena, è ritenuto uno di quelli di serie b/c.

Si suppone che se tu fossi davvero una persona di valore saresti altrove, in un ufficio (a fare quale mansione è irrilevante), non certo ad un bancone a sorbirti le paturnie altrui (a cui, nell'immaginario comune sei anche troppo stupido per rispondere).
 Premesso che per me qualsiasi lavoro è ugualmente dignitoso e che farei un cappottone a tutti coloro che ritengono le proprie mansioni superiori a quelle del prossimo, facesse questi anche il lavoro meno qualificato del pianeta, (lavorare non è mai vergogna), quando è abbastanza chiaro che i clienti sono nell'animo di trattarti come uno sguattero di Downton Abbey, nella mia mente parte un trip che mescola socialismo, luddismo, scioperi, forconi, bandiere rosse, manager prigionieri di operai inferociti, focolai urbani e molto altro. Perdono. Sottolineo, sono solo i trip momentanei di chi è stufo di vedersi trattato come un decerebrato da gente che non ricorda manco l'ordine alfabetico.
 In quei momenti, tra le mie canzoni rivoluzionarie favorite, c'è "Contessa".
 Canticchiarla mi rilassa e permette di mantenere il sorriso fino al prossimo cliente.




CARMINA BURANA:

 Una delle cose più difficili da fare quando si lavora a contatto col pubblico, è mantenere perennemente un livello di sorriso e sopportazione elevato.
Se non è necessario girare con un sorriso plastificato, certo andarsene in giro con la faccia appesa non è quello che si considera un buon servizio (e del resto è pure comprensibile, chi vuole avere a che fare con qualcuno che ti guarda in cagnesco per problemi suoi che in fondo non ti riguardano?).
 Col passare delle ore e dei giorni consecutivi di lavoro la cosa diventa esponenzialmente più difficile, una vera e propria opera teatrale direi, che conosce i suoi momenti critici.
 Essi arrivano quando alcuni clienti, convinti di essere esenti da quell'antico obbligo che è la cortesia, riescono a minare una pazienza forgiata in anni di lavoro.
  Tu pensi che ormai niente possa turbarti e invece no, il cliente in grado di trovare il tuo tallone d'achille arriva sempre e sfuggirgli può essere impossibile quando non hai un collega meno provato di te a cui rimpallarlo.
 Un buon sistema per abbassare il livello di nervosismo è caricarsi mentalmente con la Cavalcata delle valchirie e i Carmina Burana. Per qualche processo psicologico che di sicuro può essere spiegato, immaginare che la conversazione si stia svolgendo con quel sottofondo riesce a distendere un minimo il mio animo. Fino alla prova successiva.



CANZONE CHE TI OSSESSIONA SENZA MOTIVO PER SETTIMANE:

 Uno dei successi degli ultimi anni è il "Manuale di pulizie del monaco buddista". 
 In molti si sono stupiti del suo successo, ma io e altri miei coetanei già conoscevamo le mille risorse che si possono trovare nei lavori ripetitivi e potenzialmente noiosi. Il terribile allenatore di Mila, costringeva lei e Yoghina a pulire i pavimenti della palestra per farle dimagrire e temprare il loro carattere (ciò che mi sfuggiva, semmai, è perché dovessero farlo perennemente con la divisa della squadra e mai in tuta).
 Il punto è che ci sono delle mansioni come il rifornimento standard che hanno bisogno di una loro dose di concentrazione, ma dopo un po' diventano anche automatici e, soprattutto nei momenti in cui i clienti non ti saltano al collo con richieste di vario genere, si finisce per sprofondare in una sorta di trance dove i pensieri si rincorrono l'uno dietro l'altro.
 Il monaco buddista ha ragione: meditazione e lavori ripetitivi possono avere una profonda correlazione. Le migliori idee per i miei post mi sono venute facendo il rifornimento in ordine alfabetico (quando faccio quello dei generi le trame di libri che bramo in modo esponenziale mi distraggono). Tuttavia c'è un terribile nemico: la canzone ossessiva.
 A tutti capita. Si sente un motivetto nuovo o si risente un motivetto antico e, per qualche misterioso motivo, se ne cade preda. Basta che si faccia un po' di silenzio e zak la canzone parte in automatico nel proprio cervello. A nulla serve pensare ad altre canzoni, canticchiarla a voce bassa per esorcizzarla, concentrarsi su altro: lei torna sempre.
 E' una cosa anche carina, ma diventa insopportabile quando, complice il rifornimento ripetitivo, ti martella senza tregua le sinapsi. Attualmente sono flagellata da "Hymn for the weekend" dei Coldplay.



E voi avete una particolare colonna sonora a lavoro? Cosa immaginate di ascoltare, splendidi protagonisti del vostro musical delirante? Testimoniate! Almeno mi sento meno sola -.-"

giovedì 10 dicembre 2015

Cosa regalo quest'anno a Natale? 5 Consigli per 5 categorie a cui non si sa mai che libro prendere: ipermegalettori, conoscenti di cui non ce ne frega quasi niente, amici lontani, branchi di collegi e gente che detestiamo.

 Ok, abbiamo passato la linea gotica dell'Immacolata Concezione (che poi sulla pagina di fb mi dicono non essere quella di Cristo, ma della Madonna stessa, devo dire che ho resettato completamente le mie conoscenze del catechismo).
 Da questo momento in poi ogni giorno è buonissimo per mettersi a fare i regalanti perfetti.
 Per questo, sperando di riuscire a seguire decentemente la faccenda, inizio un ciclo di post a tema regaloso cercando di esservi di aiuto nel propinare a parenti, amici, conoscenti e nemici, i libri a loro più graditi e sgraditi. 
 Non abbiate tema se il libraio ha una fila di trentacinque persone davanti al punto informazioni e non sapete dove mettervi le mani! 
 Oggi inizio con una serie di dritte per capire a quale scaffale della libreria indirizzarsi nei casi di regalo più ostico che vi si possono presentare in questi giorni di fiocchi di neve inesistenti, germogli pieni di gioia, negozi stracolmi e futuri litigi coi parenti.
 Siete pronti? Siete caldi? Via!


COSA REGALARE AGLI AMICI CHE VEDI POCO PERCHE' ABITANO IN ISLANDA (et simili) MA VUOI RICORDARGLI CHE IL VOSTRO LEGAME E' INDISSOLUBILE:
 In questa epoca di nuove migrazioni, anche di lusso, spesso i nostri migliori amici sono finiti a vivere in paesi stranieri: bene che va a Londra, male che va in Canada o in Australia. Il lato positivo è che quando vogliamo viaggiare abbiamo sempre un posto dove trovar ricetto senza buttare soldi negli ostelli, il lato negativo è che sono i nostri migliori amici e non possiamo vederli quando ci piacerebbe o ne abbiamo davvero bisogno (sì, ok c'è skype, ma io sono ancora una fan della vita reale). 
Tra l'altro sono significativamente drogata di madeleine, sarei
capace di mangiarne chili
Il regalo di Natale diventa perciò un nuovo modo non solo per dire ai nostri amici quanto gli vogliamo bene e quanto ci mancano, ma anche quanto, nonostante tutto, loro rimangano le persone più importanti della nostra vita (e no, gli amici che si rifaranno non saranno MAI come noi).
 Per poter vincere la battaglia della lontananza e delle nuove amicizie che sicuramente si faranno, avete un'arma formidabile: l'effetto nostalgia. 
 Gli amici d'infanzia e giovinezza sanno di noi cose che anche i migliori amici adulti non sapranno mai, ci hanno visto crescere e insieme ci sono state innumerevoli scoperte e prime volte. Questo legame è quello che ci permette di rivederli dopo un anno per poche ore e dire: caspita, mi sembra di averti visto ieri!
 Perciò quando scegliete un libro per i vostri migliori amici lontani cercate sempre qualcosa che rimembri altro, una madeleine proustiana di carta. Per fare un esempio di vita vissuta (che spiega anche il motivo per cui questo pezzo è melenso): una delle mie migliori amiche abita a Londra, tra noi c'è un giochetto sui Beatles da 17 anni ormai e assicuro che le nuove chicche sui Fab Four non mancano mai. Ricordate: effetto nostalgia, e non piangete.


COSA REGALARE AGLI AMICI CHE PERO' IN REALTA' SONO CONOSCENTI CHE PERO' DEVI FARGLI UN REGALO COMUNQUE:
 A Natale, specialmente chi torna a casa dopo un anno passato a 1000 e più km di distanza, è un turbinio di ricongiungimenti. Rivedi parenti, amici e quella gente che un tempo ti era amica, ma la distanza ha chiarito che se non fosse per facebook non vi sentireste più da un pezzo. 
 Epperò. I social network ormai hanno impedito di tagliare naturalmente i ponti con una serie di rami secchi coi quali, dopo un tempo ragionevole non sai più che farci, condannandoti a rivederli fingendo calore (certe volte un po' il calore poi ti torna, la maggior parte delle volte no). 
 La variante sono quel corposo gruppo di amici di amici o di compagni di zumba e Yoga o gente con cui condividi qualche pomeriggio effettivo durante l'anno, ma senza trasporto. Insomma, stiamo parlando dei poco poco più che conoscenti, ma non ancora o non più amici.
 Cosa regalare a questa gente per Natale in libreria? Non ci vogliamo spingere oltre il pensierino e facciamo solitamente bene, perciò dateci di Newton et simili come se non ci fosse un domani. In questo caso non conta davvero il titolo (a meno che non abbiate intenzione di approfondire l'amicizia e allora è un'altra storia e anche un'occasione per farlo), ma il pensiero.
 La Newton ha di buono che esistono edizioni di classici con una loro dignità estetica (e in questo caso è più la forma che il contenuto quello che conta) a pochissimo. In alternativa sappiate che esistono moltissimi gialli sotto i 5 euro, il sempreverde "Amico ritrovato" ed. Feltrinelli a 5 euri, raccolte di poesie che si aggirano attorno a quella cifra. Buttatevi sui classici in questi casi quello che conta, soprattutto se volete continuare a veleggiare sulla conoscenza semplice, è rimanere il più neutri possibili. Rapporto neutro, libro neutro (non brutto eh, neutro).

UN REGALO SENTITO PER UNA PERSONA CHE NON SOPPORTI:
 Allora, magari non si evince dal blog, ma generalmente non sono una persona rancorosa. Ciò non toglie che quando qualcuno mi sta sulle scatole ci sta seriamente.
Idee regalo per la vostra lista nera 
 Detto ciò, certe volte non potete esimervi dall'ipocrisia del regalo.
 Magari la persona che vorreste fosse a Bangkok con Giusy Ferreri e Baby K è il marito di vostra sorella, magari è il vostro capo, magari fa parte di una di quelle cerchie di amiche in cui tutte cinguettano come dei passerotti in calore e se non vi unite fate la figura delle asociali scontrose (lo so, anche io cerco di starne costantemente alla larga, ma la vita, prima o poi ti ci rificca dentro).
 Cosa regalare a questi fiori putrescenti del vostro cuore? Tutto ciò che non vogliono. Se sono capre ammaestrate rifilategli Adorno e Agamben, o l'ultima biografia di Hanna Arendt. Se ostentano buon gusto questo Natale avete l'imbarazzo della scelta con le biografie di cui non sentivamo il bisogno: Mara Venier, Loredana Berté, Luca Tommassini. Poi potete regalare inquietanti libri di fotografie insistendo su quanto vi siano costati, gialli di serie Z e tutto quanto il trash contemporaneo possa donarvi. Sbizzarritevi e testate il disgusto su voi stessi: qual è il libro che proprio non vorreste vi regalassero?
 Ah, ovvio, c'è sempre la possibilità che possano renderlo. Rendeteglielo impossibile dicendo che l'avete comprato dall'altro capo d'Italia o in una libreria che ha chiuso cinque mesi prima, non avete più lo scontrino, non ricordate neanche l'indirizzo di quell'Autogrill sull'autostrada del Sole in cui avete fatto frettolosamente l'acquisto.
 A Natale puoiiii, fare quello che non puoi fare maiiiii

COSA REGALARE AI COLLEGHI PARTE II:
L'altro giorno si è presentato a lavoro un signore distinto ed evidentemente danaroso chiedendoci dei libri da regalare alle sue "ragazze", donne sui 25-30 che lavorano, mi è parso di capire, come segretarie alle sue dipendenze. Il tipo guardava il collega, ma cercava il mio sguardo rassicurante, certo che in quanto donna giovane avrei compreso le esigenze consigliandogli qualche "romanzo rosa" adatto alle giovini.
 Oltre a trovarla una roba evidentemente sessista (perché donne sui 25 anni dovrebbero leggere romanzi rosa e perché io più del mio collega dovrei comprenderlo?), ho comunque compreso il suo disagio, quello di chiunque si trovi a dover fare regali ai colleghi sotto Natale.
 Due anni fa avevo suggerito di regalare i libriccini da 1 euro di Stampa Alternativa.
  Il consiglio rimane valido, ma aggiungo altri consigli per tutte le tasche:
1) Cari dirigenti d'azienda e capitani d'industria, invece di industriarvi a cercare l'ultimo libro di Anna Premoli che magari le vostre sottoposte leggono Joyce e a sentirsi trattare come le segretarie di Mad Men possono indisporsi un attimo, andate sul politicamente corretto: carta regalo per tutte e non se ne parla più.
2) Cari colleghi normali di normali colleghi, avete diverse possibilità per ovviare il problema di dover fare un regalo a 10/20 persone spendendo una fortuna: la prima è cooperare con gli altri facendo regali comuni, ma rischiate di entrare in un ginepraio di "Ok, anticipa tu i soldi, poi te li ridò" e passare tutta la primavera a chiedere 5 euro come un impiegato del recupero crediti.
 La seconda è: Babbo Natale segreto. Fate l'anima della festa, scrivete i nomi di tutti i colleghi su dei foglietti e fateli pescare. Ognuno dovrà fare il regalo solo alla persona che pesca. L'idea sembra (e di certo è) cretina, ma toglie tutti da impacci memorabili, figuracce e vi solleva dal dover fare il regalo a tutto l'ufficio. Vedrete che vi asseconderanno e sarete liberi di fare il regalo solo ai colleghi che volete +1.
 (E a quel punto il libro da regalare al collega, a meno che non sappiate esattamente che gusti ha, sarà un'ultimissima uscita da classifica, regalo di circostanza perfect).

COSA REGALARE AL LETTORE STRAMEGAFORTE: 
Es. 1: ciondolo con la libreria di HP
Una vecchia puntata di Big Bang Theory mostrava i quattro nerd indignati dal fatto che un'edizione speciale di un fumetto (o un film, non ricordo) costasse un tot in più solo perché aveva un orpello da collezione. 
 Dopo essersi lamentati lungamente di essere carne da marketing e di volersi opporre ecco che scoprivano da internet l'esistenza di altri venti cofanetti dello stesso prodotto, ma in edizione limitata diversa. 
 Ecco, il lettore stramegaforte ha molte caratteristiche in comune coi veri nerd (anche se i veri nerd tendono a non includerli nel club se non mostrano passioni tecnologiche). E' il motivo per cui se avete un amico lettore stramegaforte, oltre a consigliarvi di regalare lui una stupenda carta regalo per una libreria (impersonale quanto volete, ma lui la vedrà come la chiave per lo scrigno delle meraviglie), vi do due consigli.
La candela del Faust
1) Cercate un'edizione particolare et speciale di un autore che gli piace (cosa in verità difficilina visto che in Italia raramente fanno edizioni con qualcosa di appetitoso per veri appassionati), magari illustrata, magari firmata, magari cofanettata.
 L'ideale se il megalettoreforte è una persona a cui tenete molto, sarebbe stalkerare un autore vivente a qualche presentazione durante l'anno per ottenere la sua firma.
 Il piano in verità ha il problema che, a scanso di colpi di fortuna, richiede una lunga preparazione, con appostamenti alle fiere del libro e in librerie della grandi città. Una volta l'ho fatto per una laurea di una mia amica. Gradì molto. Fossi in voi tenterei la caccia.
2) Se il gadget non va al lettore, il lettore va al gadget. Ossia, se il massimo che l'editoria sa produrre è un paio di cuffie in allegato a Nicholas Sparks, ricordate sempre che i veri lettori amano da impazzire tutta l'oggettistica che si dipana attorno all'amato oggetto libro: segnalibri strani, tazze da the a tema letterario, carnet di lettura, lucine per leggere la notte, borse di tela, magliette degli scrittori e via dicendo. Non è un libro, ma il megafantalettore ama il libro al punto da travalicare il semplice oggetto per assurgere alla gratificazione attraverso artefizi metalibreschi. 
 Su internet e nelle sezioni sempre più gigantesche di cartolerie delle librerie troverete cose di cui non avreste mai sospettato l'esistenza.
 Mi raccomando, è un suggerimento che vale solo per i lettori megaforti, da non usare con gli altri.

 Cosa ne pensate? Ne farete uso? A presto la seconda infornata!


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