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domenica 13 febbraio 2022

Il lavoro, questo sconosciuto. Tra Aggretsuko e "Un lavoro perfetto" di Kikuko Tsumura, la grande scomparsa del lavoro dai grandi temi della narrativa

 E' una strana faccenda quella del lavoro al giorno d'oggi.

 Pur essendo la cosa più pervasiva della nostra vita, il luogo (oddio adesso con lo smart working è spesso un metaluogo) in cui passiamo più tempo e che assorbe la maggior parte delle nostre energie, pur essendo ciò che sostanzialmente determina se mangeremo, se avremo un tetto sopra la testa e altre facezie similari, è forse uno dei grandi temi meno indagati dal mondo audiovisivo e letterario.

 Al cinema non ci sono vie di mezzo.

 Si passa da situazioni sociali di indigenza totale o a un mondo meraviglioso e completamente immaginario e probabilmente qualche trenta-quarantenne vive sul serio, ma non io e neanche le persone che conosco (che non sono neanche così poche, anche se mi rendo conto che la classe sociale fa molto).

 Apprezzo che non si attribuisca alla mia generazione quella nevrosi da matrimonio imposto che in effetti si è smesso di vivere, (da questo punto di vista siamo indubbiamente più tranquilli dei nostri predecessori e abbiamo imparato dagli orribili film di Muccino), ma quello splendido universo fatto di case di design, lavori fighissimi e un tenore di vita che adesso può permettersi solo chi è ricco di famiglia, non fa che aumentare quella sensazione di disagio che provo spesso.

 Mi chiedo sempre perché solo io sono molto arrabbiata per le condizioni lavorative in cui versiamo, strabilio quando la gente si mette a discutere con me quando dico cose ovvie come "Se uno lavora dovrebbe essere pagato" (infiniti i distinguo sul tema che vanno dal povero imprenditore che paga tante tasse all'importanza di formarsi in eterno per essere il lavoratore perfetto che un'azienda cerca per circa 3 minuti ogni 5 noviluni quando Venere è in quadrante), mi abbatto e al contempo ho istinti di rivoluzione bolscevica quando scopro che la gente non solo accetta di non ricevere un compenso, ma ha anche un certo moto di fastidio se le fai notare che spaccarsi la schiena per un rimborso spese non ha nessun senso logico.

 Mi guardo attorno e nessuno parla mai davvero di lavoro se non quando qualcuno ne muore. 

 E anche lì, sono mesi che seguo con molta attenzione la vicenda della giovane dottoressa morta in Trentino a seguito di presunte (scrivo presunte perché fino ai tre gradi di giudizio si passano i guai) vessazioni, mobbing e bossing sul posto di lavoro.

 Lo seguo perché in passato alcune di quelle cose sono capitate anche a me e ho provato a parlarne con qualcuno, ma lo scetticismo generale (oltre a un certo fastidio) impongono poi un silenzio imbarazzato.  Devi andare avanti. Se sei fortunat* ci vai. E io in effetti ci sono andata. 

 Ma questo mi ha reso ancora più arrabbiata verso chi dipinge una generazione travolta da lavori favolosi e fantasiosi che nella realtà sono spesso trappole con orari assurdi e stipendi da fame, solitamente in mano ad un'élite di persone per puro merito ereditario o comunque estremamente caldeggiato dal milieu sociale di provenienza.

 Per dare una misura dell'imbarazzo in cui la produzione letteraria e audiovisiva versa, l'unica serie in cui ho visto vagamente affrontare il problema delle sottili trame psicologiche che possono rendere la vita lavorativa un inferno è stata Aggrestuko (per chi non sapesse di cosa parlo, potete andare qui).

So che molti non hanno apprezzato la nuova serie e in effetti anche io l'ho trovata sul finale un po' stralunata come se l'autore non sapesse bene come uscirne. Per il resto però i passaggi in cui il direttore delle risorse umane, il capo ufficio e il CEO collaborano per indurre i lavoratori al licenziamento, è forse una delle cose più veritiere che ho visto produrre sul mondo del lavoro negli ultimi anni.

 Forte di un immaginario statunitense, il mondo del lavoro che vediamo narrato ha sempre qualcosa di estremamente fiabesco.

 Il lavoratore/eroe del racconto è vessato e poco apprezzato nonostante le sue potenzialità. 

 Di solito la colpa non è solo del capo malvagio, ma anche sua perché è troppo timido, non si impegna o osa avere una vita privata. Accade qualcosa che porta il lavoratore a decidere se soccombere o sopravvivere ed egli, facendo sforzi sovraumani, andrà oltre i suoi limiti e diventerà il lavoratore modello (o se è donna sceglierà la famiglia o un lavoro più consono all'equilibrio tra vita privata e lavorativa).

 Quest'idea che il lavoratore sia sempre in qualche modo co-colpevole del proprio disagio è inquietante ed è solo l'ultima delle evidenti prove che il capitalismo ha vinto perché ci ha, come ne L'invasione degli ultracorpi, letteralmente svuotati di noi stessi e trasformati in altro.

 

Forse non a caso, essendo il Giappone un posto dove esiste una parola (karoshi) per indicare la gente che muore di super lavoro, mi è capitato di leggere anche un libro dedicato al mondo del lavoro: "Un lavoro perfetto" di Kikuko Tsumura.

 Non ne avevo letto recensioni positive, ma a posteriori ho come la sensazione che molte di esse dipendessero più dalle aspettative sul libro che sul libro stesso.

 Se si parla di lavoro l'idea, probabilmente, è che l'argomento debba necessariamente essere affrontato con la gravità che gli compete.

 In realtà il lavoro è un macrotema, come l'amore o le relazioni, quindi meriterebbe non dico altrettanti testi, ma molti punti di vista differenti e anche racconti che ondeggino tra la satira, la commedia, il reportage sociale per carità, e la psicologia.

 Quindi non ho trovato strano che il libro avesse dei toni più leggeri del dovuto nell'affrontare in verità un punto molto interessante: è possibile vivere il lavoro in un modo non totalizzante?

 La protagonista, dopo un burn out, si mette alla ricerca di un lavoro che sia il meno impegnativo possibile dal punto di vista mentale. 

 In questo la aiuta una sorta di navigator (a quanto sembra in Giappone l'idea del navigator funziona) che le propone di volta in volta lavori potenzialmente molto semplici, ma sempre con un tocco un po' surreale: guardare video di videosorveglianza per scoprire dove si trovi la refurtiva nell'appartamento di uno scrittore, appendere manifesti in giro per il quartiere, recuperare persone perdute in giro per un parco pubblico.

 Devo dirvi che mi sono immedesimata tantissimo nella protagonista perché anche io ho vissuto dei mesi in cui l'ultima cosa che volevo era un lavoro che mi impegnasse a livello mentale. Attualmente sembra che l'unico rapporto di lavoro benvisto e possibile nei confronti del lavoro sia un rapporto di totale assorbimento.  

 Noi dobbiamo farci assorbire dal nostro lavoro, qualsiasi altra modalità è vissuta con sospetto e anche una certa nota di biasimo.

 Nonostante i suoi buoni propositi, la protagonista si trova impelagata in una serie di situazioni che rendono ogni lavoro potenzialmente stupido, di colpo molto più impegnativo.

 In parte sono le richieste aggiuntive che ogni datore di lavoro fa in modo più o meno esplicito, in parte però c'è anche la sua volontà e il fatto che sia una donna molto intelligente e intuitiva. Non sono solo le pressioni esterne a spingerla a rendere più impegnativo il suo lavoro, ma anche la sua intelligenza impedirle di vivere in modo automatico anche l'impiego più semplice.

 Una sorta di trappola perfetta, alla quale riesce a sfuggire di volta in volta solo chiudendo il rapporto lavorativo.

 I capitoli, ognuno dedicato a un lavoro diverso, sono sostanzialmente dei microracconti e il finale è molto consolatorio e giapponese.

 Tuttavia il punto a mio parere è stato centrato: è possibile decidere volontariamente quale sarà il nostro rapporto col lavoro? Non sottovalutiamo tutti i fattori che come esseri umani e non automi ci rendono da una parte fallaci e dall'altra spesso troppo intelligenti per mansioni che svolgiamo o veniamo costretti a svolgere? 

 Quanto controllo abbiamo sul nostro lavoro e quanto il lavoro e le persone che ne fanno parte hanno controllo sulla nostra vita?

 Sono questi grandi temi sui quali amerei leggere molti romanzi, oltre alle dinamiche del sole cuore amore, delle famiglie disfunzionali, dei dilemmi interiori che ci macerano.

  Il lavoro non è solo il casuale sfondo per qualche dinamica relazionale o il romanzo alla Zola con grande affresco storico e drammatiche lotte sociali. Non è neanche un tabù, come invece sembriamo trattarlo sia nella vita reale che in quella di finzione.

 Il lavoro deve tornare ad essere centrale nel discorso, in tutti i discorsi e nella narrativa.

 Narratori di oggi e di domani, ci siete?

 

sabato 28 settembre 2019

Nel mio paese c'è un lago. Quando ci accaniamo contro Greta Thunberg siamo solo pigri o siamo proprio scemi? Una riflessione su #fridaysforfuture

Nel mio paese c’è un lago.


Se volete saperne di più trovate ogni link possibile qui
 www.parcobracciano.it
 Un lago di origine vulcanica senza nessun affluente. Si alza quando piove tanto, si abbassa quando piove poco. All'incirca da qualche millennio. E’ sempre stato un bravo lago, sin dal neolitico la gente ha abitato le sue rive trovando risorse per la propria sopravvivenza.

 Questo sventurato lago nei secoli ha però sviluppato un problema: sorge vicino ad una grande città con grandi problemi e poche intenzioni di risolverli.

Anzi, per risolverli solitamente le amministrazioni che si succedono cercano di non scontentare gli abitanti scaricando i problemi sui paesi limitrofi, come appunto, quello in cui sorge il lago.

Ad esempio c’è bisogno di una discarica? Perché incrementare la differenziata e fare qualcosa di serio contro il malaffare quando puoi piazzarla in provincia?

 Circa due anni fa c’è stata una grossa siccità. Visto che la nostra memoria a breve termine ultimamente funziona male, magari l’abbiamo già rimossa, ma c’è stata.

 Una di quelle estati infinite in cui si festeggia l’alta pressione eterna, urrà non piove mai, che bello passeggiamo e andiamo al mare? Beh, quell’acqua che casca dal cielo a qualcosa serve e l’estate infinita non è un sogno, ma l’incubo.

 L’estate eterna prosciuga le riserve d’acqua cittadine, soprattutto se gli impianti di gestione sono vecchi come il cucco e hanno dispersioni in ogni dove senza che nessuno se ne curi.

 E allora, se non vuoi razionare l’acqua ai cittadini, se non vuoi proprio spiegargli che non è un bene inesauribile, da qualche parte la devi prendere. 

 E dove vai? 

 Vai nel lago più vicino, quello da cui solitamente puoi pompare un tot e non dovresti pompare più di quel tot perché se poi vai sotto, sai com’è, un ecosistema millenario muore.

 Certo, non è facile spiegare ai cittadini che dovrebbero pretendere una gestione migliore delle risorse e zero dispersioni, magari un uso più razionale nel quotidiano che oh, l’acqua finisce. 

 Soprattutto perché alcuni di essi sono proprio come i capi che eleggono: ciechi, stolti, stolidi, ottusi, refrattari a qualsiasi ragionevolezza.

Non vedono oltre ciò che vogliono vedere. Un tempo la selezione naturale nella forma più pura dell’istinto di sopravvivenza, (se non sai valutare il pericolo ambientale e la mancanza di approvvigionamento bye bye baby la natura non perdona), avrebbe se non altro messo qualcuno in più sul chi vive. 

 Ma ormai siamo un mondo occidentale viziatissimo: pensiamo di poter ottenere tutto, di avere il diritto di ottenere tutto, che non ci siano mai conseguenze e che, se ce ne sono, la colpa è di certo di amministrazioni incapaci e non di problematiche oggettive.

 Quindi alziamo un casino se chiudono qualche fontanella, ma non ce ne frega una mazza se quella fontanella viene chiusa perché ohibò è in atto una siccità e l’acqua, tesoro bello, non c’è più.

Questa faccenda del lago, probabilmente perché l’ho vissuta da vicino, è emblematica a mio parere del livello globale di prosciuttamento sugli occhi o paese dei balocchi che ci porterà direttamente all’inferno.

 Se non sei neanche in grado di comprendere che non puoi pompare acqua da un bacino lacustre mandandolo al di sotto di qualsiasi ragionevole (e prefissata) soglia di emergenza.

 Se tu amministratore ostini a ricorrere al tribunale delle acque pur di non dover spiegare agli elettori che l’acqua quando manca deve essere razionata (o magari il gestore deve essere cazziato e trascinato in tribunale se disperde il prezioso bene per incuria della rete), se insomma non capisci una cosa che è vicina a te, come puoi comprendere un problema globale?

 I commenti su fb al riguardo erano la fiera della demenza: il lago è fatto per le nostre necessità, è lì apposta per noi, NON E’ VERO CHE STA SUCCEDENDO (che bastava prendere un treno per un’ora anche meno per sincerarsene con i propri occhi, ma sempre meglio pontificare incrostando il sedere incredulo alla sedia), l’abbassamento da siccità è un fenomeno normale (ovviamente, non lo è quando pompi a tutto andare in modo artificiale) e via discorrendo.

 Scuse, parole, idiozie atte a coprire la pigrizia e la totale incapacità di voler affrontare il tema.

Non mi stupisce perciò questo attacco idiota a Greta Thunberg, una ragazzina che ha solo fatto quello che gente ben più adulta e preparata di lei non ha saputo e voluto colpevolmente fare. Non piace a nessuno scoprire che no, non basta dire che il problema non esiste perché scompaia. 

 Puoi farlo a oltranza, puoi farlo fino a quando sarà troppo tardi, ma non svanirà.

 E allora ecco orde di barbari da ogni parte che ci dicono cosa è sbagliato in questa ragazza, ma non si occupano di quello che dice: Greta viene da un paese ricco, ha la sindrome di Asperger, è una femmina (eterno problema di metà del pianeta reo di non passare il proprio tempo a compiacere l’altra metà punto e basta), è manipolata ecc.

Ok. Poniamo che sia tutto vero. Dice forse cose sbagliate? Non ha forse ragione quando sostiene che il risultato ultimo di un regime capitalista incontrollato è una crescita che per sostenersi finirà per succhiare anche l’ultima risorsa del pianeta?

Perché tante persone reagiscono così violentemente davanti a questa prospettiva?

Perché mutare le proprie abitudini in mondo che ti invita a pensare a te stesso, a viziarti, a vivere la vita che è solo una, a non farti condizionare se desideri qualcosa solo per te ecc. per alcuni è, non solo inconcepibile, ma anche minaccioso.

Non è un caso che l’ecologia venga da molti percepita come una lotta di stampo “femminile” e che venga osteggiata da capi di stato notoriamente dediti (e amati da parte del loro elettorato) per la loro virilità tossica. L’uomo non deve chiedere mai, l’uomo non deve farsi condizionare, l’uomo va avanti per la sua strada.
Il successo, il potere, il denaro sono la via per il successo, il resto è debolezza e vale ancor più se applicato alle nazioni.

Certo, ci sono tanti altri motivi per il disinteresse collettivo o la violenta campagna d’odio a cui viene sottoposta Greta: la totale incomprensibile mancanza di ragionevolezza di chi disserta di climatologia quando non è neanche in grado di decifrare un testo breve in italiano, motivi ideologici, soprattutto a sinistra, per i quali la lotta si fa dura e pura e totale oppure non è vera lotta (anzi, essi soli sono i sostenitori della lotta, gli altri sono mentecatti che non capiscono niente), quelli che la vita è tanto amara e allora perché preoccuparsi di qualcosa a cui tanta gente potente in fondo in fondo non crede (come se Trump e i suoi elettori white trash avessero, in caso di catastrofe climatica, le stesse possibilità di salvarsi) o quelli della coerenza folle: se davvero dei ragazzini ci vogliono dalla loro parte allora devono essere senza macchia , duri e puri come manco Gesù Cristo.

Ci sono anche motivi oggettivamente di comodo: perché allora diventerebbe evidente che parte delle migrazioni dal sud del mondo deriva anche dal cambiamento climatico e allora avremmo una responsabilità, (oltre alle numerose storiche), ineludibili nei confronti di chi arriva.

Altri la buttano sul benaltrista: le cosiddette tigri asiatiche non se ne occupano e comunque hanno ragione a non preoccuparsene perché ora è il loro turno di inquinare in nome della crescita incontrollata.
 Tesori belli, i disastri ecologici non seguono le logiche della turnazione economica storica, se il pianeta muore per noi, morirà pure per loro e per i loro cittadini che magari non hanno le stesse libertà di manovra per manifestare o che lo faranno con un ritardo di vent'anni, quando inizieranno a non respirare più.

 Io non dubito che cambiare il proprio stile di vita sia duro, soprattutto quando si pretende che lo stile di vita muti, ma il sistema industriale no.

 E’ inverosimile che una persona, magari con figli, che lavora 9-18, passi le ultime due ore della sua giornata a pellegrinare per i rari negozi plastic free, mercati rionali a km 0 e luoghi dove vendono cereali sfusi. Perché la rivoluzione inizi a compiersi il gesto del singolo dovrebbe essere parte di un sistema.

 Ed è questo a cui dovremmo mirare: una rivoluzione totale che renda la nostra vita su questa terra sostenibile. 

 Tuttavia questo non ci libera dalla responsabilità e dalla possibilità, mentre lo pretendiamo (e magari lo pretendiamo davvero, non che c’abbiamo altro da fare tipo insultare Greta e gli adolescenti che manifestano su fb), di fare qualcosa di diverso. 

Roma non si è costruita in un giorno e niente si ottiene subito e completamente, ma da qualche parte bisogna pur iniziare.

Inoltre, anche se l’apporto dovesse essere minimo, è il fattore di responsabilizzazione che dovrebbe contare: solo convincendo i singoli che anche il loro più piccolo mutamento quotidiano possa entrare a far parte di una rivoluzione che smetterai di avere davanti gente che finge di non vedere il problema. Se non ti senti parte del tutto, quel tutto ti è estraneo.
Se volete mettervi paura, consiglio questa
distopia climatica in cui i migranti climatici
respinti in un pianeta ormai distrutto, siamo
proprio noi.

Non pensiamo sia tragicamente impossibile.

 L'acqua, quando andavo in estate in Sardegna, la razionavano sempre in estate. Si andava alla fonte a riempire le bottiglie. Erano gli anni ’90 non il cenozoico. Nessuno è mai morto, nessuno ha mai protestato o tempora o mores. Era estate, non eravamo in una terra notoriamente ricca d’acqua e sorgenti, e persino chi era in vacanza capiva che quella era la situazione, punto.

Non siamo poi così fragili, siamo solo viziati e, in parte, portati volontariamente a credere che nessuno nel suo piccolo possa fare la sua parte. Possiamo eccome se vogliamo tenerci laghi, mari, ghiacciai, un pianeta da consegnare ai figli che cresciamo con tanta cura, senza capire che anche la salvaguardia del pianeta fa parte della cura.

Ovviamente il problema è ancora più a monte. Il problema è il sistema capitalista.

 Ma mi sembra abbastanza evidente che qua siamo ad un grado talmente zero della faccenda che non possiamo permetterci di passare qualche decennio ad analizzare con sofismi i modi migliori per distruggere un sistema che prospera indisturbato e che ci ha completamente assoggettati.

 Bisogna andare per piccoli passi verso la consapevolezza.

Intanto che capiamo come fare e magari la finiamo di perdere tempo a prendere per i fondelli una sedicenne svedese, rea di pensare che il mondo si possa cambiare, ecco un elenco di libri che possono aiutarci a cambiare il quotidiano (con brevi descrizioni che mi sono dilungata troppamente)!

NB Il post sui saggi seri un'altra volta, questi sono consigli per convincere con calma e sangue freddo qualcuno a mutare minimamente le sue abitudini.


POSSIAMO SALVARE IL MONDO PRIMA DI CENA di Jonathan Safran Foer ed. Guanda:

Premetto, non sono vegana e neanche vegetariana, ma sono una persona ragionevole che peraltro vuole possibilmente mantenersi in salute (anche se il fatto che mi piaccia mangiare non aiuta).

 Perciò non vivo come un drammatico diktat il fatto che dietologi, nutrizionisti e infine anche climatologi o chi per loro ci dicano che, come la metti la metti, la carne rossa benissimo non fa al corpo, per produrne grosse quantità bisogna disboscar foreste, sono comunque piene di ormoni ecc ecc.

 Insomma, limitarne il consumo non mi sembra sta roba impossibile da fare, anche perché se si compra meno spesso magari si può accettare di pagarla di più a macellerie e co. che usano allevamenti nostrani, magari non intensivi.
Idem le uova. Quale fatica costa prendere quelle di galline felici e con un contenitore di cartone?

 Non si sta parlando di rivoluzioni copernicane, ma di piccoli cambiamenti che possono essere apportati senza eccessivi psycodrammi. Insomma, convincere qualcuno a convertire le proprie costolette improvvisamente in braciole di tofu la vedo molto dura, convincerlo a modificare la dieta in modo da limitare alcuni piatti, è più fattibile e meno traumatico. 

Se volete delle buone ragioni per relegare vitelli e maiali a una tantum e poi, col tempo, a mai più, potete leggere il nuovo libro di Safran Foer.


VIVERE FELICI SENZA PLASTICA di  Janmejaya e Chantal Plamondon ed. Sonda:


 
L’ho detto sopra: finché il packaging non diventerà ecologico a sistema, limitare i danni sarà difficile, ma si può fare comunque qualcosa. 


La famosa storia delle borracce invece delle bottigliette, la verdura e la frutta prese sfuse invece che nei cestini di plastica (sponsorizzo grandemente la zucca intera invece che quella tagliata a pezzi: in proporzione la pagate molto meno e rende molto di più), piatti di carta o biodegradabili e via discorrendo. 


 Per avere un’idea delle opzioni da seguire con poco sforzo e massimo risultato, è uscito questo bel libro della Sonda ed. (ma in libreria, vedrete, iniziano a proliferare).


Il principio è sempre quello: a piccoli passi, ma costanti.


ANDAR PER BOSCHI:

 Di certo, immagino che qualcuno ci sia arrivato ben prima di me, uno dei motivi per cui fatichiamo a capire il peso delle nostre azioni sulla natura, risiede nel fatto che in parecchi ormai la natura la viviamo col cannocchiale, principalmente in estate e comunque in luoghi urbanizzati. 

Se magari si mettesse ogni tanto piede in un bosco o simili, ci renderemmo conto di quanto si possa stare bene in un posto silenzioso, tranquillo, fresco e meraviglioso. Ci sono delle mode attualmente sui boschi: gli asili nel bosco e lo Shinrin Yoku (troverete libri a pacchi).

Il secondo è la scoperta dell’acqua calda in salsa orientale per cui se cammini nei boschi abbassi lo stress (ma no?), il primo è una cosa oggettivamente incomprensibile a chi, come me, nei boschi ci andava già da bambina senza eccessive sovrastrutture: ossia portate i bambini nei boschi o fateli giocare con quello che c’è (il tutto con tante teorie pedagogiche dietro che mi mettono ansia, come mi mette ansia tutto quello che è semplice, ma deve diventare complesso per forza, ma è un’opinione mia). 

 Se ne potrebbero consigliare di libri, come “Italia selvatica” di Daniele Zovi della Utet, appena uscito, ma forse è meglio andiate sul catalogo Terre di Mezzo o Ediciclo o Le Guide o simili per scoprire quale libro dedicato ai percorsi nelle vostre zone è papabile.

L'aria buona pulisce i polmoni, abbassa lo stress, e poi insomma, sta per iniziare la stagione del foliage.

Si potrebbero dare altri milioni di consigli, ma quanto è già lungo questo post?? Forza e coraggio, possiamo fare tutti qualcosa, basta farla!

lunedì 23 maggio 2016

"Il magico potere del riordino" di Marie Kondo: una grande intuizione politica sacrificata sull'altare della sciuraggine. Se potessimo davvero controllare le nostre pulsioni all'accumulo, saremmo in grado di cambiare il mondo.

Sono mesi che ormai un best seller impera nelle classifiche di vendita per motivi di difficile comprensione: "Il magico potere del riordino" di Marie Kondo, detta anche Konmari.

Questa giapponese dall'età indefinibile (dai 18 ai 38 anni), sorridente e rilassata come se fosse appena uscita da una settimana alle terme, è invece una sorta di stakanov del riordino, così abnegata alla causa da far quasi spavento.

 Prima di leggere questo libretto, per pura curiosità, ero abbastanza certa che si trattasse di un sistema giapponese per sistemare le cose che teniamo incianfrusagliate a casa.
 Basta entrare da Muji, la catena di casalinghi nipponica, per rendersi conto che nelle case giapponesi tutto debba essere incolore, inodore, smussato e possibilmente piccolo, inquietante, ma vantaggioso per chi possiede stanze sempre più piccole.

  In confronto al minimalismo del sol levante, quello svedese by Ikea sfiora azzardi alla Almodovar.

 Ecco, no, leggendolo, ho scoperto di non averci preso per niente e, anche per questo, il mistero per molte pagine si è infittito.
 Konmari infatti non ha scritto un manuale su come mettere a posto le cose in casa, ma, piuttosto, una sorta di autobiografia sul suo rapporto con l'ordine e disordine sin dall'infanzia.
  Nelle prime pagine sembra di essere precipitati in un romanzo di Banana Yoshimoto prima maniera: Marie ci racconta infatti della sua infanzia surreale.
 Lei, seconda di tre figli, vive una vita pacifica, ma ben presto, grazie alle riviste femminili che sua madre compra regolarmente (non sospettando neanche lontanamente cosa stia per innescare) scopre la magia delle case da copertina.

 Sapete quelle case che siamo convinti esistano solo nelle riviste di design? 

 Pulite come ospedali giapponesi, luminosissime e perennemente abitate da piante e fiori stupendi e rigogliosi (ma mai di plastica), senza una briciola fuori posto, inamidate come se non le avesse mai toccate nessuno, neanche l'arredatore di interni che le ha messe lì?
 Ecco, Marie inizia a sognare case così, perciò, sin da bambina mette forsennatamente in ordine i luoghi dove si trova: casa, dove costruisce finti recipienti dove infilare le cose per categorie, e scuola, dove salta la ricreazione per riordinare scaffali e libri.

 La gioia irresistibile che innesca in lei vedere i suoi luoghi in ordine, è pari solo alla frustrazione che le crea ritrovarseli in disordine dopo due giorni. Ma com'è possibile?? Perché accade??

 Anni di duro allenamento, di frustrazioni familiari (per la sua famiglia, non per lei), di risistemazioni non richieste delle stanze dei fratelli e di decine di oggetti dei parenti buttati di nascosto (fino alla tragica scoperta e all'altrettanto tragico divieto di riordinare), fino al giorno in cui appare all'orizzonte il libro che le cambierà la vita: "L'arte di buttare" di Nagisa Tatsumi.

Illuminata, capirà che non c'è ordine senza una selezione preventiva di cose è importante per noi e di cosa non lo è.

 Ditemi se non sembra la trama di un manga.
 E invece è tutto vero.

Cosa ha reso questo libro un successo allora? In realtà c'è un motivo abbastanza evidente che rende accettabili persino le derive panteistiche che invitano a ringraziare i calzini per il loro servizio e a non stropicciare le maglie perché si offendono e insomma non se lo meritano.

 L'idea di fondo, infatti, è tanto semplice quanto fortissima: se non capiamo quello che è davvero importante per noi, continueremo ad accumulare cose inutili.

Il plus lo dà l'idea che l'accumulo casalingo corrisponda esattamente ad un accumulo di cose inutili all'interno della nostra esistenza: relazioni, hobby che non ci interessano, amicizie che non lo sono più, vestiario che non ci piace, soprammobili osceni. Tutto cospira per farci vivere una vita che non corrisponde a quella che immaginiamo per noi.

 Certe volte l'idea non è niente di spettacolare, ma lo diventa quando coglie nel segno: non ci sentiamo tutti un po' insoddisfatti?
 E non è la più allettante delle magie pensare che esista un metodo che ci consente con efficacia di mettere ordine nella nostra esistenza portandoci a godere appieno di ciò che già abbiamo?
 Perché è questo che in realtà promette il metodo Konmari.

 E come possiamo non fidarci del viso rilassato di una giapponese che nonostante passi la vita a riordinare sembra la più felice delle ragazze?

 Eppure.
 C'è qualcosa che non torna. Mentre le pagine scorrono, c'è come un'enorme omissione.
 Ok, l'accumulo compulsivo, anche se non patologico a livello di "sepolti in casa" è un grande problema del nostro tempo ed effettivamente intasa le nostre esistenze a livelli tossici.
 Il punto è: perché siamo spinti ad accumulare?
 Konmari ha inventato un metodo che spiega come gestire il problema, ma non indaga le cause. Ed è qui la grande falla nel sistema.

 Se Marie Kondo fosse stata meno concentrata a spiegarci che dovremmo aspirare a uno "stile di vita femminile" e che girare sciatta per casa non aiuta autostima e ordine, se insomma non avesse collegato il riordino principalmente a una sorta di vocazione alla femminilità, questo libro avrebbe potuto essere un grandioso manifesto politico.

 Noi accumuliamo perché siamo immersi in un gigantesco sistema consumistico.

 Il fatto che questo manualetto sia farina del sacco di una giapponese, ossia di un'abitante di uno dei paesi più immersi in un sistema di consumo continuo e vorticoso, non è affatto casuale.
 Il magico potere del riordino, la capacità di distinguere quello che è importante da quello che non lo è, avrebbe potuto, con più consapevolezza e meno sciuraggine, essere un'interessante metodologia non violenta, accessibile a tutti e dolce, diciamo, per combattere il sistema economico.

 Se tutti noi diventiamo capaci di gestire la nostra propensione all'accumulo e al consumo, se siamo davvero in grado di selezionare solo ciò che riteniamo essenziale per noi (e che varia da persona a persona, in questo senso è non violento, perché non impone una selezione dall'alto, ma personale), diventiamo improvvisamente padroni di una catena della quale, al momento, siamo spettatori facilmente manipolabili.
 Questo avrebbe potuto essere il magico potere del riordino in mano a una Konmari  consapevole delle sue potenzialità. L'intuizione era giusta, peccato concentrarsi, come dicono appunto gli orientali sul dito e non sulla luna.

 Cara Konmari che non mi leggerai mai, sappi che se usassi un decimo degli sforzi che investi nello spiegare come si piegano i calzini e le magliette, per selezionare meglio le vere ragioni del successo del tuo manuale, potresti diventare una vera rivoluzionaria, di quelle che cambiano il pianeta.
 Invece di finire all'ospedale per "eccesso di riordino", prenditi il tuo tempo e leggi Naomi Klein e ne riparliamo.

mercoledì 11 maggio 2016

Piccole recensioni tra amici! Assurdi poliziotteschi napoletani, cavalli di ritorno, night club cinesi e Qiu Xiaolong e l'ennesima delusione di Banana Yoshimoto (perché?? Sigh).

Chi segue regolarmente il blog sa che il simbolo delle Piccole
recensioni tra amici è l'incantevole Creamy a causa della
fissazione che hanno molti blogger nel recensire i libri
distribuendo stellette
Allora, ricapitolando, ho ancora in coda la recensione di "Americanah" (tra un po' mi scade indegnamente anche il prestito in biblioteca), il fumetto di Marie Kondo e, se seguite fb, sto diventando una persona tecnologica che tenta persino di capire il magico mondo delle gif (per ora ho imparato a scrivere sopra quelle che esistono, imparerò pure a farle spero).

 In tutto questo leggo e accumulo le solite letture di paranza che abbisognano di un piccole recensioni tra amici degno di questo nome.

 Di cui sotto potete ammirare due gialli e sigh la recensione dell'ultimo inutile libro di Banana Yoshimoto. In realtà proprio ieri, mi pare, su La Repubblica, ne ho letta una assai favorevole che vedeva tra le righe della nostra amata giapponese cose che, francamente, non mi pare ci siano.
 Ma, de gustibus non dispudandum est.
 Detto ciò, buone recensioni!


IL PRINCIPE ROSSO di Qiu Xiaolong ed. Marsilio:

 E' la nuova avventura del poliziotto Chen Cao che, integerrimo, tenta di trovare giustizia in una labirintica Cina contemporanea.

  Come ho detto in varie recensioni precedenti, nonostante la qualità dei gialli, ciò che rende davvero degni di lettura i libri di Qiu Xiaolong è la cornice in cui sono ambientati: un mondo difficilmente interpretabile e, a tratti, incomprensibile ai limiti del fantascientifico.

  La Cina odierna ha avuto infatti la straordinaria capacità di innestare un sistema economico capitalista in una sorta di oligarchia che usa simboli, veterostruttura partitica, linguaggio e sì, anche valori da un certo punto di vista, del vecchio sistema comunista.

 Posso assicurarvi che il risultato, appare se non altro da questi libri, è una somma micidiale del peggio dell'uno e del peggio dell'altro, il tutto nascosto dietro una facciata quieta e sorridente.
  Forse anche per questo, ho guardato la puntata del programma di Severgnini "L'erba del vicino" che metteva a confronto Italia e Cina con un certo sconcerto: Xiaolong forse non restituisce un ritratto complessivo ottimale del suo paese d'origine (neanche "Gomorra" alla fine parla dell'Italia in toto), ma se avete visto anche voi la trasmissione sembrava uscita dal MinCulPop cinese.

 Detto ciò, questo nuovo libro non ha una grande trama a livello giallistico. O meglio ce l'ha, ma è estremamente laboriosa, anche per la scelta stilistica operata dall'autore, interessante per un romanzo giallo, ma assai pericolosa: il protagonista sa di essere al centro di un intrigo, ma non sa perché e deve capirlo.
 Al cinema è un meccanismo che funziona alla grandissima, su carta bisogna stare molto attenti perché perdere il filo per il lettore è un attimo. 
 E così, devo ammettere, è successo a me: ad un certo punto non capivo più a chi dovessimo dare i resti e solo sul finale finale ho capito qualcosina. 
 Tuttavia, anche se la tensione non è la solita, non mancano i soliti elementi storici e sociali interessantissimi: la scoperta dell'opera lirica cinese, i sistemi sottili e sordidi per far fuori funzionari scomodi, ma inattaccabili, il mondo dei night club (mitico il momento in cui si scopre che le dark room con uomini di colore si chiamano "Obama club") e il decadimento generale di un mondo che è passato dal comunismo assoluto a chiedere enormi somme di denaro anche solo per mantenere una tomba in stato decoroso.
 Mettetelo da parte per l'estate, vi servirà.


IL GIARDINO SEGRETO di Banana Yoshimoto ed. Feltrinelli:

 Penso sarà il trentamilionesimo post in cui cerco di infilare la recensione di questa ennesima, dimenticabile, prova della nostra ormai fu Banana Yoshimoto.
 Il volumetto nulla è che l'incomprensibile terzo libro di una saga che non si comprende bene cosa la renda tale.

 La protagonista è infatti sempre la stessa Shizukuishi una ragazza vissuta tra i monti con la nonna a coltivare piante in grado di avere influssi benefici sulle persone e che, al momento di amore geriatrico della nonna, si ritrova sbattuta nella grande Tokyo dove, sostanzialmente, deve imparare a vivere.

 Penso che la cara Banana abbia riciclato l'idea da un suo vecchio racconto contenuto in "Lucertola" (una bella raccolta di racconti sottolineo, "Strana storia sulla sponda di un fiume" era considerevole): lì una ragazza aveva sempre vissuto in una comunità isolata sui monti gestita da una sorta di setta giapponese (i suoi libri sono pieni di strane sette, sarebbe bello leggere un saggio su questo fenomeno).

 Ad un certo punto, aveva deciso che basta, era il momento di andare nella grande città e lì aveva trovato lavoro e l'amore, nelle vesti di un ragazzo molto fragile in grado di costruire oggetti dotati di una qualche forma di potere energetico (creava oggettini che influenzavano benevolmente la vita delle persone).

 Nella nuova saga questo personaggio non è più il suo fidanzato, ma il suo datore di lavoro, un ragazzo dal fisico fragile e gay con un robusto compagno che va e viene dall'Italia (soprattutto da Torino, città magica per eccellenza).
  Bisogna dire che i momenti in cui i due interagiscono sono i migliori della serie, ma rimangono comunque molto deboli, come se, ripeto ogni volta, ormai avesse perso quel mordente un po' sinistro e rivoluzionario (nei confronti di una società molto rigida) che pervadeva le sue prime opere.

 In questo terzo libro, la relazione instaurata col giardiniere in procinto di divorzio nei primi due libri, finisce in vacca a causa di un antico amore. Ne segue un viaggio.
 E' meglio del secondo tomo, ma tocca anche dire che difficilmente poteva fare di peggio perché il livello era davvero davvero scadente, pessimo. C'erano momenti in cui la protagonista parlava col televisore che va bene la visione panteistica della vita, ma c'è un limite a tutto.
 Continuo a cascarci sperando in un colpo di coda alla "Kitchen", stupida me che non mi disilludo mai.


IL CAVALLO DI RITORNO di Beppe Lanzetta ed. Cento Autori:

 C'è un genere poco esplorato in Italia che è quello dell'assurdo totale.
 Il maggior esponente contemporaneo è indubbiamente Andrea Pinketts che unisce alla oggettiva follia delle trame, anche una forte sperimentazione stilistica e lessicale.
Manca ancora il post su Pinketts 
 Purtroppo, è il caso di dirlo, dopo di lui, il diluvio.
 Mi ha fatto perciò molto molto molto piacere scoprire che la serie di gialli del commissario Peppenella by Beppe Lanzetta, rientra perciò in questo filone a cui si dà ingiustamente poco spazio (suppongo per ragioni di marketing).

 Inizio a leggere questo romanzo con la convinzione di trovarmi dalle parti de "La squadra" e scopro che sono atterrata nel pianeta di Christopher Moore.

 Il commissario c'è, grasso, divoratore di kebab e tracannatore di birra, vedovo e provvisto di una figlia che non si augurerebbe al peggior nemico, circondato da collaboratori imbucati da onorevoli e proverbialmente incapaci.

 Il nemico c'è: Napoli stessa. Una città che si rifiuta ostinatamente di sottoporsi a qualsiasi regola, nel male e anche nel bene che può fare lo stato: per la serie, ok, un 150 anni fa avete cacciato i borboni, ci sono state due guerre mondiali, un referendum per la repubblica e svariati altri eventi degni di nota, ma noi non è che siamo stati mai convinti a rinunciare alla nostra città-stato.

 I coprimari latitano un po', come se questo primo libro fosse stato concepito per essere unico.

 La storia parte con una dose di sangue: due ragazzini di nome Diego entrano in casa di un vecchio custode intento in un rapporto omosessuale con un marchettaro arabo e nel tentativo di spaventarlo (per ritorsione) fanno un casino e lo ammazzano.
 Da quel momento in poi delirio is coming. I due Diego appartengono infatti a una banda chiamata "Banda della merda" formata da 87 adolescenti maschi tutti chiamati Diego e gestiti da un vecchio delinquente che usa la tecnica del "cavallo di ritorno".
 Ossia: io ti rubo una cosa e tu invece di denunciare il fatto ai carabinieri, paghi una sorta di piccolo riscatto per riaverla indietro. Se ti rifiuti, puoi dire addio a ciò che ti hanno rubato.
 Il punto è che si passa dal cavallo di ritorno per macchine di lusso a cavalli di ritorno per statue e monumenti: il comune di Napoli pagherà per riavere il Cristo Velato o la statua di Dante?
 E poi, c'entrano o non c'entrano questi 87 Diego con la scia di sangue che vede agire una sorta di serial killer in città, intento a lasciare cadaveri in ogni dove con dodici coltellate?

 Rifiuti tossici, malattie fulminanti, cognati ammalati, crociere disastrose, turchi con l'infarto, veri e propri uffici della camorra, anziane viziose, carusielli, custodi, traffici di statue, kebab, albanesi e infinite altre cose scorrono come un film di cui cerchi di capire disperatamente il bandolo.
 Il bandolo alla fine c'è e, bisogna ammettere che è la parte più debole della trama.
 Una delle regole del romanzo giallo è che l'assassino deve comparire, ma, per quanto apprezzi la teoria de "La promessa" di Durrenmatt (ossia che il caso possa governare i delitti in modo completamente casuale rendendo vano qualsiasi tentativo di arrivare alla scoperta dell'assassino con la logica), però, insomma, secondo me una soluzione molto più logica e apprezzabile di chi fosse il serial killer ci poteva essere (tanto che alla fine pensavo di averci azzeccato e il brusco passaggio di mano mi ha spiazzato, ma male).
 In ogni caso, che dire, un poliziottesco alla napoletana a tinte forti. 
 Consigliato, a chi non cerca gialli beneducati (e io ho già il secondo)!

E voi avete ne avete letto qualcuno? Vi intriga qualcosa? Commentate numerosi!

giovedì 17 marzo 2016

Lo scrittore che sembra aver viaggiato nel tempo: Samuel Butler in "Erewhon". Può un'utopia ottocentesca tecnofoba su un paese dalla morale curiosamente sovvertita essere lo specchio preciso dei nostri tempi? Tra delitti, ricchi, macchine astute, luddismo e crononauti fa paura dirlo ma: sì!

Una delle leggende più famose di internet è quella di John Titor, un sedicente crononauta che apparve su alcuni forum nell'anno 2000 asserendo di provenire dal 2036. 
 Il viaggiatore spaziotemporale diceva di essere giunto ai nostri tempi alla ricerca di un particolare modello IBM che avrebbe potuto risolvere una sorta di bug:
 "Io sono stato "inviato" per prendere un computer IBM denominato con la sigla 5100. È stato uno dei primi computer portatili prodotti e ha la capacità di leggere i più vecchi linguaggi di programmazione IBM in aggiunta a APL e Basic. Il sistema ci serve per "debuggare" vari programmi per computer nel 2036."

 Ovviamente, qualsiasi cosa significhi per i profani della programmazione come me.
  Il lato affascinante di questo personaggio fantascientifico è che rispondeva alle domande che gli venivano poste riguardo al futuro prossimo venturo. Egli fece una serie di predizioni alla Nostradamus, parlando di guerre civili americani, di una breve terza guerra mondiale nel 2015, ma anche di una prossima guerra in Iraq e della destabilizzazione del medio oriente. 
 Poi, un giorno, svanì (da notare che il suo andare avanti e indietro nel futuro usava il metodo di "Ritorno al futuro": macchina d'epoca lanciata verso l'eternità alla massima potenza). Ovviamente si sarà trattato di un affascinante troll con una bibliografia fantascientifica di tutto rispetto, però posso assicurarvi che leggendo "Erewhon" di Samuel Butler, vedrete la faccenda di Titor con occhi diversi.
 Perché questo denso piccolo libro che data 1872 è spaventoso nella precisione con cui parla di molti mali e ossessioni del nostro tempo.  In alcuni capitoli la sua preveggenza è tale da far sorgere il dubbio che il caro Butler sia stato una sorta di crononauta e che la mitica Erewhon (annagramma di Nowhere) non sia una terra utopica/distopica che si erge oltre enormi montagne nebbiose del nuovo mondo, ma un modo occulto per parlare di uno strano e incomprensibile, a occhi ottocenteschi, futuro.
 Pensate che stia farneticando o tentando di dare il là spettacoloso al post? Vediamo la trama.
 Il narratore è un giovane senza eccessiva arte né parte che lavora in una colonia inglese (quale non è dato sapere). Mentre lavora, anche a causa dei racconti di un bruttissimo indigeno, guarda con cupidigia le montagne circostanti, misteriose e inesplorate: è convinto che oltre le nebbie si celino terre che vale la pena di rivendicare, così un giorno parte.
  Il servo lo segue, ma poi di colpo lo abbandona terrorizzato e dopo una serie di peripezie giunge a "Erewhon", una terra rimasta isolata dal resto del mondo dove si è sviluppata una civiltà dagli usi e costumi alquanto peculiari. E questo è il punto, vediamo se capite qual è la differenza tra Swift e Butler.
 Gli abitanti di "Erewhon" sono tutti bellissimi (Butler per dire che sono splendidi continua a descriverli come magnifici italiani, grazie Samuel), in salute e relativamente giovani. Tra di loro non ci sono malati, disabili, persone eccessivamente anziane e il motivo è presto detto: ammalarsi o nascere cagionevole di salute a Erewhon è un vero e proprio reato.
Alcuni pensano che Erewhon, nell'immaginario di Butler, si
trovasse in Nuova Zelanda
 Chiunque si ammali viene processato e, in caso di conclamata e ostinata non guarigione, rinchiuso in galera (un tempo venivano giustiziati, ma poi sai...il buoncuore). 
 Altro motivo di reclusione è la povertà: i poveri sono considerati praticamente appestati, del resto di certo se un cittadino è povero ci sarà un motivo e di sicuro quel motivo è una colpa. Essere ricchi invece è un merito incredibile che scusa molte cose, truffe ladrocini compresi. Infatti chi è così stupido da farsi raggirare è colpevole, agli occhi della legge, anche più del raggiratore.
Del resto:
 "Quei potenti organismi che sono i nostri banchieri e i nostri industriali più importanti possono parlare coi i loro pari da un capo all'altro del paese nel giro di un secondo. Le anime ricche e sottili possono sfidare qualsiasi ostacolo materiale [...] Per il ricco la materia è immateriale, l'organizzazione perfezionata del suo sistema extracorporale ha liberato la sua anima. Questo è il segreto, questa è la vera ragione per cui i ricchi ricevono omaggi dai poveri;sarebbe  un errore  supporre che tale deferenza sia ispirata da motivi vergognosi; è il rispetto naturale per tutte le creature viventi hanno per gli esseri di cui riconoscono la superiorità".

 Inoltre in questo misterioso Erewhon non ci sono macchine perché durante una guerra civile avvenuta centinaia di anni prima, la popolazione, incitata da un pensatore che scrisse un fondamentale pamphlet "Il libro delle macchine", distrusse la tecnologia molto avanzata di cui erano in possesso e che stava rapidamente prendendo possesso dei loro lavori e delle loro vite.
 E' probabilmente il capitolo più famoso del libro, il più citato. 
 In principio credevo si trattasse di una satira luddista, ma in effetti i tre capitoli in cui Butler parla delle macchine sono piuttosto complicati e molto oscuri in alcuni punti come se lo scrittore volesse esprimere dei concetti che però non ha afferrato completamente (non sono rari i momenti in cui lo dice di dover saltare alcuni punti perché gli risultano incomprensibili). 
 Il concetto principale attorno a cui continua a ruotare è che l'uomo sta perfezionando così tanto le macchine che un giorno esse acquisiranno una sorta di coscienza e riusciranno persino a riprodursi, soppiantando l'uomo e rendendolo schiavo per poi eliminarlo al momento in cui sarà diventato completamente inutile. 
Cito solo uno dei pezzi, ma i capitoli andrebbero letti per intero perché sono piuttosto complessi da seguire:
 "La forza dell'abitudine è immensa, e il mutamento avverrà in modo così lento che l'uomo non sarà mai ferito troppo vivamente nel suo senso di dignità. La nostra schiavitù si avvicinerà senza rumore e a passi impercettibili; fra le aspirazioni dell'uomo e quelle delle macchine non ci sarà mai un conflitto aperto. Le macchine battaglieranno invece eternamente fra di loro e avranno sempre bisogno dell'uomo per mezzo del quale la loro lotta verrà condotta. Non vi è motivo, in realtà, di preoccuparsi per la felicità futura dell'uomo finché egli potrà essere di qualche utilità alle macchine. E quando diventerà  la razza inferiore, starà infinitamente meglio di adesso. Non è assurdo e irragionevole essere gelosi dei nostri benefattori? E non peccheremmo di completa follia se rifiutassimo i vantaggi che non possiamo ottenere altrimenti, solo perché di quei vantaggi altri profitteranno più di noi?"

 Ci sono poi due capitoli conclusivi sulle abitudini generali da leggere con moooolta attenzione. Il primo parla dell'introduzione della dieta vegana come unico regime alimentare, idea imposta da un profeta fervente animalista il quale:
 "Aveva molto tempo da perdere e, non contento di occuparsi dei diritti degli animali, volle anche fissare le regole del giusto e dell'ingiusto, esaminare i fondamenti del dovere, del bene e del male [...]La base su cui egli decise doversi unicamente fondare il dovere era tale, come è ovvio, da non lasciar posto a molti degli antichi usi del paese. Quegli usi, sostenevano erano tutti sbagliati: e non appena qualcuno si azzardava ad avere opinioni diverse, il vecchio signore si appellava al potere invisibile, con cui lui solo era in comunicazione diretta, e invariabilmente il potere invisibile gli dava ragione."

 Il secondo capitolo si concentra sui fruttariani! E questo senza aver parlato dei maestri dell'irragionevolezza, delle banche musicali (un modo satirico e sottile per parlare delle fissazioni beghine religiose di chi pensa di accumulare, tramite preghiere e opere di carità, bot per il paradiso, come se si potesse essere in credito con Dio), del reato di lutto e molto altro.
Il film da rivedere in proposito: la saga di "Ritorno al futuro"
 Non so, ovviamente se fossi una gombloddista penserei realmente che Samuel Butler è un crononauta o un rettiliano alieno malvagio. Siccome sono una persona razionale la penso come Peppino De Filippo sui fantasmi "Non è vero, ma ci credo".
 Perché ve lo giuro, dopo aver letto questo libro è come se molti pezzi di questo mondo incomprensibile fossero andati a posto: perché Trump sta vincendo le primarie repubblicane (perché non dovrebbe? E l'apice del sogno capitalista), perché ci si sta avviando verso il tecnobarocco, perché la povertà non è più motivo di vergogna per una società, ma solo per il singolo, il povero ecc. ecc.
 Non è che prima non le vedessi è solo che vige il "teorema dell'alieno": quando qualcuno di esterno ti mostra con stupore le tue contraddizioni, è solo allora che le metti a fuoco veramente.
 Da leggere e straleggere.

 Qualcuno lo ha già letto?? Avete avuto la mia stessa impressione o ho le allucinazioni? Commentate e confortatemi!

Ps. Non posso esimermi da un'ultima citazione che ci riguarda da vicino. Butler doveva avere un ideale estetico italiano visto che per definire la bellezza degli erewhoniani continua a dire che sembrano italiani bellissimi. Tuttavia aveva delle opinioni che purtroppo, vista l'odierna cronaca nera del nostro paese, sembrano ancora valide:

"Gli italiani poi, adoperano lo stesso termine per "delitto" e "sventura". Sentii una volta una signora italiana parlare di un suo giovane amico che, stando alle sue descrizioni, pareva dotato di ogni virtù possibile e immaginabile "Ma" esclamò "Povero disgraziato, ha ammazzato suo zio."Riferii a un amico questa frase, che avevo udito durante un viaggio in Italia fatto da ragazzo con mio padre ed egli non parve affatto sorpreso. Mi raccontò anzi che per un paio di anni, in una città italiana, aveva usato noleggiare sempre la carrozza di un cocchiere siciliano, un bel giovane che conquistava subito per i suoi modi simpatici. Un giorno però costui era scomparso. Il mio amico chiese sue notizie e apprese che si trovava in carcere perché aveva sparato al padre tentando di ucciderlo. Fortunatamente la cosa non aveva avuto serie conseguenze. Di lì a qualche anno il simpatico giovanotto riapparve e lo abbordò tutto espansivo.
"Ah caro signore", gli disse, "sono cinque anni che non la vedo: tre da militare e due di disgrazia".
I due di disgrazia erano quelli che il povero ragazzo aveva passato in carcere. Non mostrava il minimo scrupolo di coscienza. Padre e figlio andavano, ora, d'amore e d'accordo, e probabilmente così avrebbero continuato a fare per l'avvenire, a meno che uno dei due non capitasse la disgrazia di ferire mortalmente l'altro."

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