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martedì 24 gennaio 2017

Forse non tutti sanno che esistono le Light novel. Tra Yoshimoto, Murakami, Shinkai e Katayama, l'anello di congiunzione tra la narrativa e il fumetto (almeno il manga) esiste e arriva dritto dritto dal Giappone.

 Vi ricordate qual è la prima cosa in assoluto che avete comprato appena sono entrati in corso gli ormai odiatissimi euro?

 Io sì.

 "Kitchen" di Banana Yoshimoto. 
Peraltro vorrei super vedere il film, ma non lo trovo da nessuna
parte, sigh
Mio nonno che, nonostante avesse 70 anni, all'epoca era un entusiasta perenne delle novità, aveva preso per ognuno di noi nipoti il kit che la banca d'Italia aveva emesso per abituare gli italiani alla nuova moneta.

  Si trattava di un sacchetto con dentro 25 euro in monete di diverso valore e ricordo chiaramente lo sconcerto quando me lo diede: come farò ad usarlo? Come farò a capire il resto??

 Lo stesso sconcerto corse chiaramente sul volto della libraia da cui andai il primo ufficiale giorno dell'euro e che probabilmente sperava si trattasse solo di un brutto sogno. Volevo pagare in euro.
 Ci mettemmo tipo venti minuti a calcolare il resto che peraltro, nei primi tempi della conversione, era preciso al centesimo (le cose costavano anche 6 euro e 13 centesimi).


Tra l'altro il libro lo avevo già letto e comprato, ma finivo sempre per riregalarlo (un altro mio libro con questa trista sorte è "Non ci sono solo le arance" che avrò ricomprato 4 volte), ma aveva quel quid in più che, tuttora, devo dire mi colpisce.

 Alla fine del libro c'è un piccolo saggio che proprio non ti aspetti di Giorgio Amitrano, storico traduttore della Yoshimoto (e se posso dirlo, io che sono una che mai e mai fa caso alle traduzioni perché non ne ho le competenze, da quando ha smesso di tradurre i romanzi della Yoshimoto la differenza si nota eccome e in peggio).

 O perlomeno non me lo aspettavo io, che essendo stata alle superiori una forte lettrice di manga (dopo ho continuato quasi solo con le storie autoconclusive), non avevo notato quello che un lettore medio forse aveva malmostato: le situazioni molto surreali, i problemi che si risolvono per caso o ispirazione del momento, i colpi di fortuna o sfortuna molesti.

Un mondo simile a quello reale eppure con qualcosa di inverosimile.
 Lo stesso mondo dei manga. 

 Ed è quello che fa notare nel suo breve, ma denso intervento Amitrano che racconta come la Yoshimoto sia riuscita a trasferire nella narrativa il linguaggio degli shojo manga, i manga per ragazze per la precisione, (anche se poi alla fine della fiera le divisioni più che di pubblico mi sembrano di argomenti che magari interessano più o meno un certo pubblico).

 Amitrano scrive:
"Quando critica e pubblico in coro hanno riconosciuto il rapporto tra alcuni dei libri più venduti in Giappone negli ultimi anni, Kitchen e Tsugumi (1989) della Yoshimoto e Noruwei no mori (Norwegian wood) di Haruki Murakami e il manga per ragazze, questo genere, sino ad allora ignorato se non da rari sociologi, nonostante le sue tirature astronomiche, è balzato di colpo all'attenzione della stampa, della critica letteraria e in genere di tutti coloro che l'avevano sempre liquidato come un fenomeno di subcultura. 
Ill. by Heejine Park

 Molti hanno così avuto la sorpresa di accorgersi che lo Shojo Manga, nato come forma di intrattenimento convenzionale e edulcorato, si era evoluto in un genere narrativo sofisticato e complesso e che, nell'indifferenza generale, si era formata una cultura sommersa che dal manga si irradiava nella letteratura, nel cinema, nella musica e nella moda"


 In effetti anche Norwegian Wood, l'unico romanzo di Murakami che avrebbe pretesa di verosimiglianza non introducendo nessun elemento fantastico, ha degli elementi tipici del manga

 Le storie surreali (ma potenzialmente credibili) di alcuni personaggi (come Reiko l'insegnante di musica sedotta dalla sua procace allieva adolescente), il carattere estremo o il destino fatale di molti personaggi (tasso di suicidio direi fuori dalla norma anche per il Giappone) e in generale la stessa pacata serenità, davanti alle più assurde sfaccettature dell'esistenza, propria della protagonista di "Kitchen" della Yoshimoto.

 Leggiamo e ci diciamo, sì succede tutto questo, sì è triste, sì è drammatico, ma in sottofondo c'è quel quid irreale che lo rende (in)credibile.

 Perché ho fatto 'sto pippone?

 Perché stamattina volevo postare su fb la copertina di una light novel di cui è uscito in questi giorni anche il film nei cinema italiani (ma non temete, tra due giorni già lo tolgono): "Your name" di Makoto Shinkai (in Italia edito da JPop).

 La storia racconta la vicenda di due liceali, una ragazza, Mitsuha, che vive in paese sulle montagne e Taki, un ragazzo di Tokyo. 
 Un giorno si svegliano e scoprono di essere l'uno nel corpo dell'altro e, una volta capita la strana situazione, cercando di aiutarsi vicendevolmente a risolvere i problemi delle loro rispettive vite. 
 Accade però che ritornino nei loro corpi e Taki cerchi in tutti i modi di contattare Mitsuha, ma lei non gli risponda..

 Insomma, il film è acclamatissimo e la light novel sembra promettere molto bene.

Solo che mentre mi accingevo a postare ho pensato: ma tutti sanno cos'è una light novel?

 E così è venuta l'idea di questo post.

 Le light novel sono romanzi tratti da manga o dai quali sono stati tratti manga.

 Hanno uno stile rapido, molto visivo e, proprio come i romanzi di Banana Yoshimoto e Norwegian Wood, anche quando trattano storie non fantastiche, hanno in comune con i manga la sospensione della credibilità e una serie di topoi che li rendono la versione in prosa degli shojo (proprio come detto da Amitrano).

 Un esempio, che potrebbe essere l'anello mancante ideale tra le light novel e la Yoshimoto, è un romanzo di Kyoichi Katayama: "Gridare amore dal centro del mondo".

Non so se tuttora sia il romanzo più venduto nella storia del Giappone, ma nel 2004 superò il record proprio di Norwegian Wood di Murakami.

 La storia è un sick-lit ante litteram (da cui poi è stato tratto anche un manga, belli entrambi) e racconta la drammaticissima storia d'amore tra due liceali: Aki e Sakutaro si innamorano e iniziano a vivere tutte le tipiche prime volte della prima grande storia d'amore. 

 Tutto fila tenero e liscio finché Aki non scopre di avere la leucemia e allora la storia vira su binari ovviamente tristissimi.

 La storia, direte voi, è verosimile, ovviamente, la differenza infatti sta tutto nel modo in cui viene raccontata e che, in questo specifico caso, compie un passo ulteriore da Murakami e poi Yoshimoto: qualsiasi pretesa di letterarietà viene abbandonata.

 Eppure, nella sua semplicità e assenza di pretenziosità, nella sua essenzialità che rischierebbe facilmente di scadere nel banale, riesce ad essere emotivamente coinvolgente, proprio come lo sono certi manga, in modo quasi inspiegabile.

 E non c'è niente da fare, siamo proprio davanti a un altro genere letterario.

 Ebbene, non vedo l'ora di leggere "Your name" e sento di aver scritto dopo anni il primo post di quel tentativo di rubrica degli inizi: rieduchescional libraia.

 L'editoria, proprio come la biblioteca, è un organismo vivente, tocca starci dietro.

 E voi conoscevate già le light novel? Ne avete letta qualcuna? Ne consigliate qualcuna? Testimoniate!

mercoledì 11 maggio 2016

Piccole recensioni tra amici! Assurdi poliziotteschi napoletani, cavalli di ritorno, night club cinesi e Qiu Xiaolong e l'ennesima delusione di Banana Yoshimoto (perché?? Sigh).

Chi segue regolarmente il blog sa che il simbolo delle Piccole
recensioni tra amici è l'incantevole Creamy a causa della
fissazione che hanno molti blogger nel recensire i libri
distribuendo stellette
Allora, ricapitolando, ho ancora in coda la recensione di "Americanah" (tra un po' mi scade indegnamente anche il prestito in biblioteca), il fumetto di Marie Kondo e, se seguite fb, sto diventando una persona tecnologica che tenta persino di capire il magico mondo delle gif (per ora ho imparato a scrivere sopra quelle che esistono, imparerò pure a farle spero).

 In tutto questo leggo e accumulo le solite letture di paranza che abbisognano di un piccole recensioni tra amici degno di questo nome.

 Di cui sotto potete ammirare due gialli e sigh la recensione dell'ultimo inutile libro di Banana Yoshimoto. In realtà proprio ieri, mi pare, su La Repubblica, ne ho letta una assai favorevole che vedeva tra le righe della nostra amata giapponese cose che, francamente, non mi pare ci siano.
 Ma, de gustibus non dispudandum est.
 Detto ciò, buone recensioni!


IL PRINCIPE ROSSO di Qiu Xiaolong ed. Marsilio:

 E' la nuova avventura del poliziotto Chen Cao che, integerrimo, tenta di trovare giustizia in una labirintica Cina contemporanea.

  Come ho detto in varie recensioni precedenti, nonostante la qualità dei gialli, ciò che rende davvero degni di lettura i libri di Qiu Xiaolong è la cornice in cui sono ambientati: un mondo difficilmente interpretabile e, a tratti, incomprensibile ai limiti del fantascientifico.

  La Cina odierna ha avuto infatti la straordinaria capacità di innestare un sistema economico capitalista in una sorta di oligarchia che usa simboli, veterostruttura partitica, linguaggio e sì, anche valori da un certo punto di vista, del vecchio sistema comunista.

 Posso assicurarvi che il risultato, appare se non altro da questi libri, è una somma micidiale del peggio dell'uno e del peggio dell'altro, il tutto nascosto dietro una facciata quieta e sorridente.
  Forse anche per questo, ho guardato la puntata del programma di Severgnini "L'erba del vicino" che metteva a confronto Italia e Cina con un certo sconcerto: Xiaolong forse non restituisce un ritratto complessivo ottimale del suo paese d'origine (neanche "Gomorra" alla fine parla dell'Italia in toto), ma se avete visto anche voi la trasmissione sembrava uscita dal MinCulPop cinese.

 Detto ciò, questo nuovo libro non ha una grande trama a livello giallistico. O meglio ce l'ha, ma è estremamente laboriosa, anche per la scelta stilistica operata dall'autore, interessante per un romanzo giallo, ma assai pericolosa: il protagonista sa di essere al centro di un intrigo, ma non sa perché e deve capirlo.
 Al cinema è un meccanismo che funziona alla grandissima, su carta bisogna stare molto attenti perché perdere il filo per il lettore è un attimo. 
 E così, devo ammettere, è successo a me: ad un certo punto non capivo più a chi dovessimo dare i resti e solo sul finale finale ho capito qualcosina. 
 Tuttavia, anche se la tensione non è la solita, non mancano i soliti elementi storici e sociali interessantissimi: la scoperta dell'opera lirica cinese, i sistemi sottili e sordidi per far fuori funzionari scomodi, ma inattaccabili, il mondo dei night club (mitico il momento in cui si scopre che le dark room con uomini di colore si chiamano "Obama club") e il decadimento generale di un mondo che è passato dal comunismo assoluto a chiedere enormi somme di denaro anche solo per mantenere una tomba in stato decoroso.
 Mettetelo da parte per l'estate, vi servirà.


IL GIARDINO SEGRETO di Banana Yoshimoto ed. Feltrinelli:

 Penso sarà il trentamilionesimo post in cui cerco di infilare la recensione di questa ennesima, dimenticabile, prova della nostra ormai fu Banana Yoshimoto.
 Il volumetto nulla è che l'incomprensibile terzo libro di una saga che non si comprende bene cosa la renda tale.

 La protagonista è infatti sempre la stessa Shizukuishi una ragazza vissuta tra i monti con la nonna a coltivare piante in grado di avere influssi benefici sulle persone e che, al momento di amore geriatrico della nonna, si ritrova sbattuta nella grande Tokyo dove, sostanzialmente, deve imparare a vivere.

 Penso che la cara Banana abbia riciclato l'idea da un suo vecchio racconto contenuto in "Lucertola" (una bella raccolta di racconti sottolineo, "Strana storia sulla sponda di un fiume" era considerevole): lì una ragazza aveva sempre vissuto in una comunità isolata sui monti gestita da una sorta di setta giapponese (i suoi libri sono pieni di strane sette, sarebbe bello leggere un saggio su questo fenomeno).

 Ad un certo punto, aveva deciso che basta, era il momento di andare nella grande città e lì aveva trovato lavoro e l'amore, nelle vesti di un ragazzo molto fragile in grado di costruire oggetti dotati di una qualche forma di potere energetico (creava oggettini che influenzavano benevolmente la vita delle persone).

 Nella nuova saga questo personaggio non è più il suo fidanzato, ma il suo datore di lavoro, un ragazzo dal fisico fragile e gay con un robusto compagno che va e viene dall'Italia (soprattutto da Torino, città magica per eccellenza).
  Bisogna dire che i momenti in cui i due interagiscono sono i migliori della serie, ma rimangono comunque molto deboli, come se, ripeto ogni volta, ormai avesse perso quel mordente un po' sinistro e rivoluzionario (nei confronti di una società molto rigida) che pervadeva le sue prime opere.

 In questo terzo libro, la relazione instaurata col giardiniere in procinto di divorzio nei primi due libri, finisce in vacca a causa di un antico amore. Ne segue un viaggio.
 E' meglio del secondo tomo, ma tocca anche dire che difficilmente poteva fare di peggio perché il livello era davvero davvero scadente, pessimo. C'erano momenti in cui la protagonista parlava col televisore che va bene la visione panteistica della vita, ma c'è un limite a tutto.
 Continuo a cascarci sperando in un colpo di coda alla "Kitchen", stupida me che non mi disilludo mai.


IL CAVALLO DI RITORNO di Beppe Lanzetta ed. Cento Autori:

 C'è un genere poco esplorato in Italia che è quello dell'assurdo totale.
 Il maggior esponente contemporaneo è indubbiamente Andrea Pinketts che unisce alla oggettiva follia delle trame, anche una forte sperimentazione stilistica e lessicale.
Manca ancora il post su Pinketts 
 Purtroppo, è il caso di dirlo, dopo di lui, il diluvio.
 Mi ha fatto perciò molto molto molto piacere scoprire che la serie di gialli del commissario Peppenella by Beppe Lanzetta, rientra perciò in questo filone a cui si dà ingiustamente poco spazio (suppongo per ragioni di marketing).

 Inizio a leggere questo romanzo con la convinzione di trovarmi dalle parti de "La squadra" e scopro che sono atterrata nel pianeta di Christopher Moore.

 Il commissario c'è, grasso, divoratore di kebab e tracannatore di birra, vedovo e provvisto di una figlia che non si augurerebbe al peggior nemico, circondato da collaboratori imbucati da onorevoli e proverbialmente incapaci.

 Il nemico c'è: Napoli stessa. Una città che si rifiuta ostinatamente di sottoporsi a qualsiasi regola, nel male e anche nel bene che può fare lo stato: per la serie, ok, un 150 anni fa avete cacciato i borboni, ci sono state due guerre mondiali, un referendum per la repubblica e svariati altri eventi degni di nota, ma noi non è che siamo stati mai convinti a rinunciare alla nostra città-stato.

 I coprimari latitano un po', come se questo primo libro fosse stato concepito per essere unico.

 La storia parte con una dose di sangue: due ragazzini di nome Diego entrano in casa di un vecchio custode intento in un rapporto omosessuale con un marchettaro arabo e nel tentativo di spaventarlo (per ritorsione) fanno un casino e lo ammazzano.
 Da quel momento in poi delirio is coming. I due Diego appartengono infatti a una banda chiamata "Banda della merda" formata da 87 adolescenti maschi tutti chiamati Diego e gestiti da un vecchio delinquente che usa la tecnica del "cavallo di ritorno".
 Ossia: io ti rubo una cosa e tu invece di denunciare il fatto ai carabinieri, paghi una sorta di piccolo riscatto per riaverla indietro. Se ti rifiuti, puoi dire addio a ciò che ti hanno rubato.
 Il punto è che si passa dal cavallo di ritorno per macchine di lusso a cavalli di ritorno per statue e monumenti: il comune di Napoli pagherà per riavere il Cristo Velato o la statua di Dante?
 E poi, c'entrano o non c'entrano questi 87 Diego con la scia di sangue che vede agire una sorta di serial killer in città, intento a lasciare cadaveri in ogni dove con dodici coltellate?

 Rifiuti tossici, malattie fulminanti, cognati ammalati, crociere disastrose, turchi con l'infarto, veri e propri uffici della camorra, anziane viziose, carusielli, custodi, traffici di statue, kebab, albanesi e infinite altre cose scorrono come un film di cui cerchi di capire disperatamente il bandolo.
 Il bandolo alla fine c'è e, bisogna ammettere che è la parte più debole della trama.
 Una delle regole del romanzo giallo è che l'assassino deve comparire, ma, per quanto apprezzi la teoria de "La promessa" di Durrenmatt (ossia che il caso possa governare i delitti in modo completamente casuale rendendo vano qualsiasi tentativo di arrivare alla scoperta dell'assassino con la logica), però, insomma, secondo me una soluzione molto più logica e apprezzabile di chi fosse il serial killer ci poteva essere (tanto che alla fine pensavo di averci azzeccato e il brusco passaggio di mano mi ha spiazzato, ma male).
 In ogni caso, che dire, un poliziottesco alla napoletana a tinte forti. 
 Consigliato, a chi non cerca gialli beneducati (e io ho già il secondo)!

E voi avete ne avete letto qualcuno? Vi intriga qualcosa? Commentate numerosi!

mercoledì 1 luglio 2015

"Il lago" di Banana Yoshimoto e il sacrosanto diritto a leggere quello che stracavolo ci pare quando ne abbiamo bisogno. Perché la lettura è tante cose, anche lo zucchero nel caffè. (Post con incontro with Yoshimoto e spoiler nel finale!)

 Come ogni inizio estate, la Feltrinelli ha tradotto un libro di Banana Yoshimoto.

Per chi non lo sapesse perché magari non la segue come scrittrice o magari la segue e non ci ha mai fatto caso, la Feltrinelli non segue un ordine cronologico nella traduzione delle sue opere. 

Cioè, gli ultimi tradotti non sono per forza gli ultimi prodotti. E infatti "Il lago", appena uscito, risale al 2005, tanto che l'avevo visto già in edizione in inglese più volte, domandandomi, nella mia ignoranza linguistica, di cosa parlasse.

 La Yoshimoto, come scrissi in un vecchio post, è una scrittrice che nella mia adolescenza, significò molto per me e la compro ormai per affetto e per inerzia visto che ha perso grandissima parte della sua verve e praticamente tutto il suo fascino.

 Ormai è quasi un rito estivo, misto alla speranza vana di leggere nuovamente qualcosa di affascinante, misto alla segreta speranza di cogliere quel misterioso qualcosa che mi riporti per un'ora ai miei quindici anni. 

Anche perché, diciamocelo, la lettura di un libro della cara Banana, non comporta mai più di un'ora, massimo due.

 Da "Il lago" mi aspettavo qualcosina di meglio

 Nel mio immaginario i laghi sono luoghi privilegiati di mistero e follia pronti a occultare segreti inquietanti. Non è quello che accade in questo libro.

 La storia parla di Chihir, nata in una famiglia piuttosto particolare (pare imprenditore, madre gestrice di una specie di locale notturno) della pettegola provincia giapponese e da adulta, dopo la morte prematura della madre, conosce un ragazzo a dir poco singolare di cui si innamora.

 A quel punto la Yoshimoto rimane sospesa su tre trame: una lavorativa su un murales (insensata), una più delicata sull'innamoramento tra i due ragazzi e infine quella più interessante sul passato di lui.   Il finale, che è la cosa migliore, avrebbe meritato, come ormai praticamente tutte le trame della Yoshimoto, maggior senso dell'oscurità e del dolore.

 Insomma, al solito c'ho sperato, al solito è stato un buco nell'acqua. 

 Ma il mio bel rituale di giappolettura estiva per un breve pomeriggio (peraltro dopo una giornata lavorativa infernale), mi aveva in qualche modo appagato comunque. 

 Certe volte non è importante il contenuto di ciò che si legge, ma il fatto che, per almeno due ore, puoi smettere di pensare e preoccuparti e buttarti in un altro mondo. 

 "Il lago" non era un capolavoro, ma forse, anche per quel disimpegno che nulla chiede al cervello, mi ha fatto passare due ore serene e, alla fine, stavo meglio e avevo molta meno voglia di fare a pezzi i piatti di casa.
Benjamin Malaussène al cinemà
 Come faccio ogni volta che compro un libro, ho postato la foto sulla pagina di fb per condividere il mio acquisto compulsivo.

 Internet è un mondo ricco, ma anche strano, in cui ci si sente un po' liberi di poter dire tutto ciò che si vuole, così tra gli altri commenti ne è apparso uno in cui, in modo poco ortodosso tra l'altro, mi si accusava di privilegiare libri del genere quando Balzac giaceva solitario e ignorato sugli scaffali. 

 Visto che la conversazione col commentatore non scorreva su binari piacevoli e, al contrario di Benjamin Malaussène, nessuno mi paga per sopportare tutti i deliri altrui, ho bannato il contestatore in questione dalla pagina.

 Mò penso sia stato eccessivo, ma dopo una giornata passata a gestire deliri reali, era la cosa più sensata da fare (anche perché non ho mai capito chi commenta violentemente post di pagine che il medico non gli ha certo ordinato di seguire).

 Il commentatore non si è però dato per vinto e mi ha scritto sulla mail accusandomi in qualche modo di essere "venduta" e di dover ormai parlare di certi libri per il mio "ruolo". Vi risparmio la risposta a questa telenovela di rimbeccamenti internet e vado al punto: possibile che una debba giustificarsi se compra un libro della Yoshimoto?

 Pennac tempo fa aveva stilato una lista dei diritti del lettore e tra questi c'era anche quello sacrosanto a leggere quello che più aggrada. 

 Ovvio, anche io faccio dei distinguo: leggere SOLO narrativa considerata bassa alla lunga magari non è proprio edificante e non ti aiuta a innalzarti intellettualmente, leggere libri omofobi, razzisti, sessisti e via dicendo non aiuterà certo la tua mente ad aprirsi ecc. ecc.

 Ma, in generale, ogni lettore, nella sua carriera, ha il sacrosanto diritto di leggere quello che gli pare. 
 Giudicare una povera donna che si legge il suo bel Newton a base di sole cuore amore in metro, è facile. Magari a casa ha tutto Proust, ma dopo una giornata delirante a lavoro, vuole solo staccare il cervello e trovarsi su un'isoletta abbandonata della Gran Bretagna a sorseggiare the con un tizio avvenente.

No beh, Francè in questo sonetto m'hai popo
delusa. Io mi aspettavo de mejo. Sinceramente
tua. (Ecco a recensire i classici mi sento un po'
così).
Ci sono tanti motivi per cui si legge. 

 Ci sono tanti clienti che leggono solo classici e quella è una loro scelta, io ne leggo, anche se ne parlo raramente, è un mio limite, ma  francamente mi sento un po' idiota a dare giudizi su Petrarca. 

 Non perché siano libri intoccabili, ma perché, aver passato il giudizio del tempo è la loro miglior recensione. 

 Piuttosto forse mi piacerebbe recensire i libri meno conosciuti degli "alti" scrittori, il lato socialista di London, le dissertazioni politiche di Dickens (o i racconti di fantasmi) ecc.
 Tuttavia dare sottilmente del "venduto" a una persona solo perché si ostina a leggere libri di scrittrici giapponesi dal fulgido passato, mi pare eccessivo.

 Certe volte non si legge per istruirsi, ma per scappare. L'importante è sempre non leggere SOLO per scappare.

 Ammiro molto chi riesce a mantenersi sempre sulla barra del libro necessario e non devia mai su quello per sollievo e per piacere, di sicuro, spenderà in modo più proficuo di me ogni goccia del suo tempo. Ma come si dice dalle mie parti, "E metticelo un po' di zucchero nel caffè, già la vita è tanto amara".

 Frase nazionalpopolare per dire che ok, bisogna guardare in faccia la realtà, essere vigili, e leggere, e capire e interpretare, istruirsi, ma anche chiudere gli occhi e vagare per due ore in un altro mondo senza impegno può essere legittimo e non far male a nessuno.

PS. (CON SPOILER)
Oggi a Milano c'è stata Banana Yoshimoto.
Come mi è capitato di dire, dovevo riuscire a vederla vari anni fa a Roma, durante il festival delle letterature alla Basilica di Massenzio.

  Purtroppo all'epoca, George dabliu Bush decise di venire in città proprio quel giorno bloccando tutto il centro (c'era tanto di quel dispiego di forze che c'era persino la forestale che non pensavo manco fosse un corpo dello stato inteso in quel senso) e facendo slittare l'incontro con la giapposomma in un teatro con capienza minima. Il mio sogno perciò si infranse.

Foto mia di oggi!!
 Questa volta invece ce l'ho fatta!! 

 Forse lei non è più al top della forma scrittoria, non sarà di sicuro all'altezza dei classici, di certo molto del mio fangirlamento risale ad un attaccamento di adolescenziale memoria, ma l'emmmmozione di vedere un'autrice che molto ha significato per te dal vivo, di avere una dedica con tanto di cuore è stato fantastico.

Comunque per la cronaca:

1) Banana Yoshimoto non è per niente piccola come ti aspetteresti da una giapponese.

2) Spoiler. Nel finale del libro si scopre che il protagonista è stato rapito da piccolo da gente non identificata che l'ha riempito di farmaci e fatto il lavaggio del cervello (ah, appare pure un personaggio che pare uscito paro paro da "X-1999" delle Clamp, altra opera di cui attendo la fine).
 Oggi Yoshimoto ha spiegato che l'ispirazione risale a episodi avvenuti durante il conflitto tra Giappone e Corea, nei quali cittadini giapponesi venivano rapiti da bambini da navi coreane e "addestrati" in modo da diventare spie una volta più adulti.

 Ok, ora forse si capisce un po' meglio la questione, e va bene che lei preferisce lasciare sempre una grande situazione di non detto, ma quando il non detto è troppo rischia di essere un po' evanescente.
 Detto ciò, è stata una giornata suuuuuuper (e non me la sento più di suonare "L'avvelenata" come quando ho ricevuto la mail del tizio di cui sopra).

martedì 11 novembre 2014

Nuova rubrica: "Piccole recensioni tra amici"! Recensioni mignon (per i miei standard) di libri vari ed eventuali che mi passano tra le mani. Per cominciare: Dylan Thomas, Shopping e inutili magie giapponesi

Tutti i bravi bookblogger hanno delle rubriche fisse.
Peraltro sono legata a Creamy dal fatto che mia
madre, quando ero bambin,a sosteneva somigliassi
a Yu.
 E il venerdì fanno shopping in libreria, e la domenica si rotolano tra i prati col loro libro preferito postando foto su twitter al grido di "Domenica con libri e prati #157", e il lunedì si impegnano a recensire solo autori indocinesi, e la quarta domenica del mese parlano solo degli autori che iniziano per S.
 Insomma trovano il modo di strutturare il loro blog in modo meno caotico del mio e indubbiamente più saggio, sia perché ciò dà una parvenza giornalistica al blog, sia perché così magari alcuni lettori che si appassionano a determinate rubriche stanno lì che aspettano con ansia la nuova foto della blogger che si sdraia in un campo di lupini #158. 
 E' una cosa che ho cercato di fare anche io con "Rieduchescional libraia" o "Piccoli libri per piccoli tragitti", tuttavia sia in casa che a lavoro posseggo uno schema organizzativo che non mi permette di condurre qualcosa in modo lineare, vivendo in un caos perpetuo. Tutto ciò per dire che le rubriche fisse proprio non sono il mio genere.
 Nonostante ciò, ho deciso di inaugurare una nuova rubrica, senza alcuna cadenza, dal titolo "Piccole recensioni tra amici" (parafrasando il libro di Arto Paasilinna "Piccoli suicidi tra amici") in cui farò delle recensioni non lunghissime di quei libri che ho letto,ma farci un post lungo diventa un po' difficile.
 Simbolo di tale rubrica sarà l'incantevole Creamy, poichè, come scrissi nel post sui bookblogger, dare voti ai libri, mi trasmette sempre quella sensazione di coccarda: "Tieni tesoro, meriti due stelline brill brill".
 Inizio con due romanzo e una biografia. Let's go!

"CONFESSIONI DI UNA VITTIMA DELLO SHOPPING" di Radhika Jha:
 Libro già citato in occasione del post sui libri coi titoli tradotti peggio in italiano, è una di quelle opere giapponesi che generalmente piacciono a tutti gli appassionati dell'oriente e possono lasciare svariati punti interrogativi in tutti gli altri.
 L'autrice, indiana, ha vissuto molti anni in Giappone, ed è riuscita a fare un'ampia provvista di quella morbosità estrema nei rapporti e nel rapporto col corpo che codesto amabile popolo fa mostra di possedere.
 Nella storia, una ragazza, Kayo, dal seno very procace si sposa giovanissima e fa un figlio quasi subito, così senza un vero perché. Negli anni successivi diventa una classica donna abbrutita dalla vita, sciatta, con un marito che ama i suoi seni e un'altra figlia al contrario di lei volenterosa e intelligente.
  Tutto regolare ,sennonché ad un certo punto, riappare dal niente la sua migliore amica d'infanzia, Tomoko, una donna bellissima vestita grandi firme dalla testa ai piedi. Grazie a lei, Kayo scopre il grande fascino dello shopping compulsivo, del possedere vestiti meravigliosi e di sentirsi grazie ad essi una persona migliore.
 Poiché io questo grande fascino dello shopping l'ho provato raramente (peraltro in genere mi appassiono assai di più alle cose per la casa che al vestiario), tecnicamente tale discesa negli inferi dei debiti fatti per entrare in possesso delle ultime scarpe in coccodrillo di Prada, avrebbe dovuto annoiarmi prima di subito.
 In realtà il libro ha poco a che fare con lo shopping e ne ha sai di più col capriccioso animo umano.
 Cosa spinge una ragazza che non vuole essere giudicata solo dal suo seno (che in Giappone fa tre quarti di bellezza pare), che non vuole vivere la stessa vita di sua madre, a sposarsi giovanissima rinchiudendosi volontariamente in una gabbia? In quale modo la pressione sociale può influire sull'anima di coloro che si sentono più deboli e anelano all'accettazione a qualsiasi costo, anche il più folle o irragionevole?
 Questo libro fa ciò che ci si aspetta da un romanzo:racconta un fatto per svelarti un essere umano e non è poco, non è poco.
Voto: 7 e 1/2

"DYLAN THOMAS. ESSERE UN POETA E VIVERE DI ASTUZIA E BIRRA" di PAUL FERRIS:
 In questi giorni si festeggia (oddio festeggiare è un verbo inquietante) l'anniversario della morte di Dylan Thomas, meraviglioso e strambo poeta inglese, morto giovane a causa di una commistione di problemi respiratori (broncopolmonite unita ad un'eccessivo inquinamento presente in città durante il suo ultimo e letale viaggio a New York).
 In realtà prima di leggere questa accuratissima biografia di Paul Ferris edita da Mattioli 1885, avevo (complice una scarsa conoscenza della letteratura inglese contemporanea), un'idea molto romantica della sua persona.
Sapevo che come molti poeti, specialmente se provenienti dal volgo e non da famiglie benestanti, aveva vissuto lungamente in povertà o grazie all'aiuto di mecenati, ma ignoravo davvero il suo lato ambiguo.
  Un poeta tanto geniale quanto assolutamente ambizioso sin dalla più tenera età, quando, viziato e incoraggiato da due genitori che sentivano (specialmente il padre) di essere anch'essi superiori alle persone che li circondavano, inviava poesie a riviste e concorsi. Tale era la sua smania di vincere e primeggiare che nonostante il talento precoce copiò, poi scoperto, una poesia non sua, senza pentirsene.
 Aveva, al contrario, di molti poeti della sua generazione, un comportamento molto edonistico ed egoistico, poco proiettato all'esterno, in empatia col mondo, ma non coi problemi del mondo. Il suo atteggiamento picaresco, quasi da Puck della situazione, attraversò nel tempo tutte le parti della sua breve vita: un poeta della sua risma (conscio del suo talento al contrario di tanti altri scrittori che in vita si reputarono banali, come Lovecraft), non aveva remore nell'implorare i suoi numerosi benefattori, con lettere che travalicavano di parecchio la soglia della dignità. Sposato ad un'effervescente ragazza irlandese, Caitlin MacNamara, molto amata (e talvolta odiata visto che a Dylan non piaceva nei suoi periodi americani che gli si ricordasse di possedere una famiglia), ebbe svariati amori (anche bisex nel suo primo periodo cittadino). E soprattutto tra una poesia e una preoccupazione, beveva e beveva e beveva.
 La biografia è davvero un tesoro per gli appassionati, più impegnativa per chi si approccia a lui per la prima volta e viene investito da una quantità di informazioni gigantesca.
 Apprezzo maggiormente le biografie che gli autori riescono a strutturare tentando di empatizzare col personaggio (insuperabile "Il talento di miss Highsmith") rendendolo più una persona, che la figura bidimensionale di un libro di letteratura,  cosa che manca a questo lavoro, seppur grandioso.
 Ps. Mi ha molto divertito scoprire che il nome Dylan, prima che il poeta diventasse famoso, fosse un nome molto raro, proveniente dalla citazione di una saga nordica.
 Voto: 7

"IL DOLORE LE OMBRE LA MAGIA" di BANANA YOSHIMOTO:
  Ho già spiegato come io non riesca a staccarmi da questa autrice per sentimentali motivi di origine adolescenziale (mi colpì tantissimo quando avevo quattordici anni e per tantissimo intendo che mi spalancò un mondo) e continui a leggerla in nome di quell'antico amore. Questo libro è il terzo di una tetralogia, 100 paginette per ogni libro. Il primo, "Andromeda Heighs" non era ovviamente all'altezza dei suoi primi libri, ma almeno aveva uno spunto di storia, non era moralista e sembrava possedere alcuni spunti interessanti. Il secondo, uscito pochissimi giorni fa è un pianto.
 Io apprezzo molto i libri e anche i film che parlano dei momenti vuoti della vita. Quelli in cui vorresti fare disperatamente qualcosa, ma qualunque direzione ti appare sbarrata, chiusa da un muro invalicabile.
 Sono momenti di stasi dovuti ad un misto di sfortuna e scoraggiamento che gettano gli esseri umani in un limbo frustrante. Mi ci sono ritrovata ed è per questo che amo molto il film "Somewhere" di Sofia Coppola che in molti considerano un'epica palla.
 Questo libro cerca un po' di riprodurre quel fatale momento di vuoto, fallendo miseramente. Più che il vuoto della vita, questo interminabile libretto sembra un esercizio di scrittura della Yoshimoto, in evidente difficoltà nel riempire 100 pagine di un qualche significato. E' tutto un amore per la vita, una fatica, un andare avanti, che per carità, avrebbe anche un senso se fosse vagamente sentito dall'autrice. Invece, il tutto risulta freddo, inutile e noiosetto. Se un editor fosse passato dalle sue parti avrebbe tranquillamente depennato tutto, per andare avanti e saltare dal primo al terzo, che come un'idiota so già che leggerò.
 Voto: 1.

Ah un appunto sulle nuove uscite. Ho comprato tutta diligente la prima edizione di "1Q84" all'uscita. Una copertina discutibile peraltro ripetuta sui due libri, al colmo dell'originalità.
 Ora è uscita una seconda edizione, cofanetto, bellissima. Mi sento un tantinello presa in giro ecchecavolo.

Ah, tenete presente che io sono come le insegnanti delle superiori, mi tengo coi voti molto bassi, così potete fidarvi che quando vedete un 9 o un 10, sto parlando di qualcosa di davvero superlativo.

giovedì 5 dicembre 2013

Autori e libri che ci si vergogna a leggere. "A proposito di lei" di Banana Yoshimoto: per quale arcano motivo non riesco ad abbandonare l'ormai stucchevole giapponese?

 
Laura Pausini 2000 anni fa. Peraltro google
immagini mi ha svelato che ha pure fatto
delle foto per "Max" O.o
Allora, ci sono quei libri che uno si vergogna non solo di aver letto, ma che gli piacciano ancora. 
 Quegli autori che nonostante ogni evidenza ci si ostina a voler leggere ed apprezzare, salvo rinnegarli pubblicamente  con sdegno e convinzione, (in genere quando si sta facendo un colto aperitivo o si partecipa alla chicchissima presentazione o si è tipo ad un dibattito post riunione di partito), una volta capito che ammettere non è molto cool. E' un po' il dramma della ragazza appassionata di heavy metal che la notte piange i suoi amori perduti con Laura Pausini e Tiziano Ferro, ella non sa perchè "Sere nereeeee" faccia così presa sul suo cuore straziato, ma tant'è. E' il dramma dell'appassionato di De Gregori che si ritrova a cantare in pieno revival "Il ballo del mattone", dell'hipster indie che viene catturato dalla calda voce di Michael Bublè che canta "Feliz navidad".
 Abomini inspiegabili che passeggiano con noi in questo mondo.
 La stessa cosa avviene coi libri. Uno può passare le giornate a sollazzarsi con Heidegger e poi cadere nel tunnel della Mazzantini. In questi giorni non potete capire quante nefaste accoppiate sto vendendo. Vedo "Sale zucchero e caffé" di Vespa (declinato in mille modi, come hanno fatto anche notare dei colleghi sulla pagina di fb, l'operazione di marketing "Mettiamo un titolo con del cibo romantico/evocativo in mezzo" sta dando i suoi frutti, ma anche copiosi strafalcioni), messo nelle stesse buste che contengono Hegel e Chomsky. 
 Un mio collega mesi fa evocava i tempi in cui aveva letto "Un ponte sull'eternità" di Bach. Era stato in gioventù perché piaceva ad una sua fidanzata di allora, se ne vergognava eppure per qualche perverso scherzo della memoria, lo ricordava ancora con strano piacere, com'era mai possibile??
I tempi in cui si spacciava per una hipster
ante litteram e scriveva di ubriacature moleste,
trans e gente dedita a incredibili festini sessuali.
 Ecco, anche io ho degli autori che mi ostino a leggere pur vergognandomene. Uno di questi è Banana Yoshimoto. Lessi il primo libro della Yoshimoto all'inizio delle superiori e ne rimasi straordinariamente colpita. Ero un'appassionata di manga e come tutti gli adolescenti avevo un certo lato morboso che prevedeva assurdi pensieri di morte (O se mancassi da questo mondo tutti mi rimpiangerebbero!), perciò leggere "Kitchen" ed "N.P." fu per me davvero un'esperienza. Qualcuno da qualche parte nel mondo aveva i miei stessi pensieri. Ovviamente ce li aveva anche la mia compagna di banco, ma quando sei adolescente ti illudi di essere unico, speciale, unicamente sensibile, l'unico essere degno di pensiero dell'universo destinato ad un grande avvenire. Che una scrittrice giapponese e non la mia fricchettonica compagna di banco potesse avere una grande affinità con me era una cosa abbastanza speciale da poter avvenire con assoluta tranquillità a me e solo a me.
 Col tempo recuperai tutta la sua perduta bibliografia e mi piacque pure, escludendo "Sly" che non ho più riletto, una strana storia di aids e paesi nordafricani di cui non capii bene il senso. Una volta raggiunta l'età della ragione, comunque, avrei dovuto lasciarla perdere, sia per sopraggiunto raziocinio sia perchè, oggettivamente, la signora che viene da Tokyo, con l'avanzare degli anni è assurdamente peggiorata.
 Nonostante il terribile "Delfini", storia di una che rimane incinta di un uomo afflitto da gerontofilia molesta e sogna creatura acquatiche, nonostante "High & Dry", la strana storia un po' pedofila del primo amore di una tredicenne con poteri paranormali e il suo insegnante di arte molto più old con madre scultrice, nonostante il terrificante "Moshi moshi", in cui assistiamo a decine di pagine di spiegazione sul perché una donna a 50 anni decide di andare a vivere con la figlia durante un'assurda vedovanza, ecco che non solo non imparo la lezione, ma compro "A proposito di lei".
 Ve lo dico Yoshimatiani nascosti e non, pure 'sto libro lascia molto a desiderare. Inizia bene, finisce persino col colpo di scena, c'è pure una certa aria sinistra dovuta al fatto che la cara Banana si è dichiaratamente ispirata ad un film di Dario Argento, ciò che non va è l'intermezzo.
 Non si può costruire una storia con tanto di scuola di streghe a Torino (!), morti ammazzati, maledizioni, fantasmi, donne perverse, e poi infarcirla di frasi su come la felicità sia un piumone di un futon bianchissimo e steso al sole tutto il giorno. C'è un contrasto tra la volontà di scrivere qualcosa di veramente torbido e le frasi da romanzo sulle piccole gioie della vita, che distrugge la trama.
 Appena terminato di leggere "Moshi moshi" feci una certa riflessione. E' ovvio che la Yoshimoto, per quanto molto si consideri (non fa che scrivere come vorrebbe vestirsi la notte in cui le assegneranno il Nobel) non è una grande scrittrice, ma tutt'oggi, dopo i fumi dell'adolescenza, ritengo che i suoi primi romanzi e alcuni suoi racconti, avessero quella piccola scintilla che esiste solo quando c'è un certo talento. Quella scintilla da svariato tempo a questa parte non esiste più. Cosa le è accaduto? Può davvero prosciugarsi la vena poetica, quella letteraria? Non è così anziana dopotutto.
 Come scrissi sulla mia recensione di Anobii, i primi romanzi della Yoshimoto avevano quel tocco fantastico perché parlavano di cose STRAordinarie in modo ordinario. 
Rendeva credibili sette religiose, telepatia, ipnotismo, fantasmi, medium e qualsiasi altra cosa le venisse in mente, perché trattava tutto con quell'indifferenza propria di chi in fondo ti sta solo spiegando come si riempie una moka o da che parte tramonta il sole. Ad un certo punto ha iniziato il percorso inverso: ha iniziato a parlare di cose ordinarie come se fossero straordinarie. Perciò tutto ci appare meraviglioso, lavare una tazzina, sbattere le palpebre, infornare una torta, ogni cosa è preziosissima e rende la vita splendidissima, anche se stai solo facendo i piatti per la quarta volta in una giornata e il detersivo ti è appena finito. D'un tratto, più o meno all'altezza del suo matrimonio e spargolamento, la Yoshimoto si è trasformata in una Gamberale d'Oriente (pure l'ultimo libro della Gamberale parla degli originalissimi piccoli piaceri della vita "Per dieci minuti" se velo siete perso).
 La mia teoria è che entrando in un ruolo prestabilito, quello di moglie e madre, in un paese formale e rigido socialmente come il Giappone, non abbia avuto la forza di conservare la sua originalità e l'abbia disgraziatamente persa. Ogni tanto, in qualche riga, in qualche trovata, tu lettore speranzoso di rileggere "Moonlight shadow" cerchi di rivedere quella luce che ti aveva colpito, ma temo ormai decisamente che quella luce non esista più e per quanto evidente sia, non riesco a rassegnarmi.
 Questo per dire varie cose:
1) Yoshimatiani di tutto il mondo NON comprate "A proposito di lei", è un filino meglio degli altri, ma vi dovete sorbire trenta inutili pagine del cielo che è azzurro, l'aria che è fresca e il sole che scalda, messi nel mezzo così ad nullam.
2) Yoshimatiani che tanto comunque lo comprerete come me, non sentitevi stupidi, attribuisco questa nostra ostinazione ad un molesto inguaribile imprinting adolescenziale.
3) Se mi state deridendo perché leggo la Yoshimoto e critico la Mazzantini sappiate che fate benissimo.
4) Se non avete mai letto la Yoshimoto e vi salta così la voglia comprate "Kitchen", "N.P." al massimo "Amrita" e basta.
5) Ora che la personale sputtanatio è avvenuta, ci tengo che anche voi confessiate i libri che vi vergognate a leggere eppur ineluttabilmente stazionano sul vostro comodino! 
 
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