Pagine

Visualizzazione post con etichetta lettori forti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lettori forti. Mostra tutti i post

giovedì 11 febbraio 2016

C'è un nesso tra la mancanza di una narrativa rosa al maschile e il dislivello tra lettori e lettrici? Il caso Alice Sheldon vs Fausto Brizzi e la sua moglie vegana (con una spolverata di sindrome di Stoccolma).

 Uno dei temi che mi prometto sempre di trattare (e che poi, come faccio spesso, rimando all'infinito) è se esista effettivamente una differenza tra quello che leggono le donne e quello che leggono gli uomini. Per togliere ogni indugio vi dico già come la penso: NO.
 Io ho sempre letto quello che mi piaceva e anche parecchio a periodi, ci sono stati anni in cui leggevo molti romanzi mainstream diciamo, alle superiori ho fatto il pieno di classici, per un po' di tempo mi sono appassionata a saggistica random, ora sono nel periodo fantascienza, domani chissà. So bene cosa non mi piace (la narrativa rosa o la psicologia, per dire) e non faccio alcuna differenza tra autrici e autori.
 Tuttavia so bene che ci sono uomini che leggono pochissime autrici (o non le leggono) e che considerano interi settori, come la narrativa rosa, prettamente femminili.
 Per quel che riguarda il primo pregiudizio non credo ci sia soluzione se non l'intelligenza e la voglia di mettersi in discussione. A livello razionale bisognerebbe, da lettore forte almeno, capire che se nel tuo paniere ci sono dieci libri dieci di autori maschi, forse c'è qualcosa che non stai notando a livello inconscio. 
 Ok, può accadere che quella volta che entri in libreria ti piacciano solo libri di autori maschi, ma allora dovrebbe accadere anche di comprare solo autrici donne (prescindendo dai classici, dove comunque tra Austen, Woolf, sorelle Bronte, Dickinson, Plath ecc, non si può dire che manchi la scelta). Il punto è che la storia della letteratura insegna che questo non è un bieco pregiudizio, fior fior di autrici hanno dovuto fingersi uomini per riuscire a convincere il non gentil sesso a prendere in considerazione i loro libri: è successo ad Anne Bronte o Mary Ann Evans aka George Eliot. 
Il caso più eclatante fu di certo quello che coinvolse la scrittrice Alice Sheldon che per per vari anni scrisse sotto il falso nome di James Tiptree jr  guadagnandosi l'ammirazione dei colleghi maschi, solitamente poco propensi a riconoscere il talento delle colleghe.
  Sul fatto che potesse essere una donna ci furono alcune illazioni, ma la cosa venne fuori solo dieci anni e molti premi dopo lasciando arrabbiate svariate scrittrici di sci-fi che avevano scritto sempre col nome femminile lottando per rompere il pregiudizio che le donne non fossero in grado di scrivere di fantascienza. Gli uomini rimasero perlopiù allibiti per non essersi accorti dell'inganno, poiché molti fan e colleghi corrispondevano regolarmente con lei senza essersene mai resi conto, ci furono anzi autori, come Silverberg, che si spinsero a scrivere: "C'è qualcosa di ineluttabilmente virile nella scrittura di Tiptree". Per la serie Epic Fail.
L'autrice ebbe modo di spiegare la sua decisione:
" Io sono entrata nel campo della fantascienza come un uomo, cioè per meglio dire con uno pseudonimo maschile, nel quale mi sono a tal punto identificata che persino il mio agente, Bob Mills, credeva che fossi un uomo. Ci fu una ragione iniziale per questa scelta, anzi due, per essere precisi. 
In primo luogo, non volevo far sapere ai miei colleghi di università che scrivevo (sono una psicologa sperimentale in pensione); ero già nota per aver appoggiato quelle che allora venivano considerate come bizzarre teorie etologiche, mentre i miei colleghi erano fedeli seguaci di Hull, e la notizia che scrivevo fantascienza avrebbe dato un colpo decisivo alla mia rispettabilità. 
In secondo luogo – e questa è la ragione principale – ero sicura che non sarei riuscita a pubblicare le mie prime storie. Ero preparata a passare i tradizionali cinque anni a tappezzare le pareti con le lettere di rifiuto."
 A margine è significativo notare una cosa che già notava l'autrice all'epoca: una volta confessata la sua vera identità non visse più un premio. Eppure, diceva con amarezza, la sua scrittura non poteva essere talmente peggiorata.
  Questo discorso, non ci crederete, ha qualcosa a che spartire con Fausto Brizzi e il suo "Ho sposato una vegana". 
 Il motivo è che il libro del regista non racconta la storia d'amore con una donna sostenitrice feroce di un regime alimentare, non è un vero memoir: per costruzione, linguaggio, ritmo e modo di trattare l'argomento, siamo infatti dalle parti del romanzo rosa per uomini.
 Ebbene sì. L'avesse scritto una donna, 'sto libro troneggerebbe nella sezione della rosa e con una copertina dai disegni stile fidanzatini di Peynet e i colori pastello. 
 L'ha scritto Brizzi e si sono limitati ad un cuore formato da sedani (o porri, forse porri). Il contenuto e il successo (è tra i primi dieci in classifica) dimostra che la narrativa d'amore per uomini in stile chick-it (come si direbbe? Galletto-it?) dimostrano che se ci fossero più libri del genere gli uomini non si dimostrerebbero per niente diversi dalle donne.
 Perché è questo che è "Ho sposato una vegana": un chick-lit al maschile.
 Brizzi nei suoi vari film descrive sempre questo universo maschile fatto di uomini un po' bambinoni (ma fondamentalmente buoni e ancora attaccati ai sogni dell'infanzia) che si legano a donne che sembrano arpie intente principalmente alla conservazione feroce del nido.
 La loro vita senza le non troppo dolci metà sarebbe teoricamente perfetta, ma per motivi misteriosi (penso l'amore) senza costesse non stanno stare.
Il mondo di questi uomini è fatto di calcetto, passioni che si trascinano dall'adolescenza, cene con gli amici, belle ragazze che non possono rimorchiare perché impegnati con la suddetta arpia.
 La differenza con le donne alla ricerca di un principe azzurro che le domini, nonostante una vita potenzialmente già appagante, è davvero inesistente. Si sostituiscono le scarpe col calcetto e stiamo sempre lì.
 Nel libro Brizzi racconta la sua storia d'amore con l'attuale moglie, un rapporto che, senza erotismo, gira dalle parti delle 50 sfumature. Lì mr Grey costringeva Ana a pratiche per cui non provava nessun vero interesse tanto da piangere come un vitello, qui la moglie di Brizzi costringe un marito che non prova nessuna voglia di diventare vegano ad esserlo per forza.
 Durante la lettura l'unica cosa che ti viene in mente è: Fausto scappa!! 
Lei potrà pure essere bionda e bellissima, ma nel momento in cui lo vedi costretto a ingozzarsi di tortellini di nascosto, a litigare per una mozzarella fresca, a spazzolare i catering dai set cinematografici e a sospirare come Oliver Twist davanti ai polli allo spiedo, allora c'è qualcosa che non va. Intendiamoci, il punto non è essere o meno vegano, ma essere o meno costretto. 
 Brizzi racconta la faccenda pensando che sia una tragicomica storia d'amore, tu pensi sia una tragicomica sindrome di Stoccolma e, come tutti sappiamo, la sindrome di Stoccolma non è molto divertente.
 In qualsiasi caso, il punto non è come Brizzi abbia deciso di scegliersi la moglie, ma il libro che ha scritto: un romanzo rosa per uomini. 
 Secondo me, superare il pregiudizio per cui gli uomini "leggono meglio" o "leggono fantascienza o romanzi d'avventura o storie di guerra" potrebbe aprire nuove frontiere. 
 Nelle statistiche di lettura, c'è una domanda che meriterebbe una risposta: perché c'è uno straordinario divario tra lettrici donne e lettori uomini?
Perché la storia che la lettura sia vista come un'attività femminile (ho sentito anche questa teoria da molti), regge fino ad un certo punto.
 Voglio dire, se hai 16 anni e sei circondato da idioti brufolosi che inneggiano all virilità posso anche capire, se nei hai 40 magari dovresti iniziare a pensare con la tua testa.
14 punti percentuali di differenza (e se ben ricordo sono anche aumentati di un
punto percentuale)
 Secondo me, il problema è un altro (tra gli altri): manca un intero segmento di mercato, quel segmento di cui meriterebbe di far parte il libro di Brizzi e di cui, in definitiva, fa parte anche la produzione di Fabio Volo. Gli uomini non leggono la narrativa rosa perché non è tarata sui loro interessi (perché dovrebbero leggere gli psicodrammi di una stylist a Parigi?) non perché la considerano troppo cheap per i loro gusti. Invertendo i fattori di genere, il risultato di trama vedrete che non cambierà.
 Perciò, tirando le fila: fossi nelle case editrici punterei di più sui chick lit per maschi e se leggete solo autori maschi (o donne) fate lo sforzo di lanciarvi in un'autrice donna nel campo magari che preferite (ce ne sono ottime in TUTTI), potreste scoprire che eravate solo abituati male. 
Ah, Brizzi, scappa.

Ps. In questi giorni sono in ferie! Risposterò con regolarità da martedì o giù di lì!

sabato 6 febbraio 2016

Il bestiario dei lettori I: il Lettore Integralista. Ritratto di una creatura integerrima, flagello dei librai di catena, adoratore dei classici e mortale nemico di altri suoi simili, fiero lupo solitario della carta stampata.

 Dopo aver classificato clienti e anche colleghi blogger, ieri mentre sonnecchiavo a lezione (siccome appartengo alla fiera generazione della "formazione continua", continuo a formarmi anche post-università, volente o nolente), ho pensato che manca ancora un bel bestiario dei lettori, tenere creature di cui anche io faccio parte e che non per forza incrocio a lavoro, ma anche nella vita quotidiana.
Nel mio immaginario il "lettore integralista" ha come
icona il personaggio interpretato da Jack Nicholson in
"Qualcosa è cambiato"
 Per aprire le danze ho pensato di iniziare con un lettore non proprio popolare tra i suoi simili amanti della carta stampata: il lettore integralista (abbreviato in LI per non ripeterlo settemilamiliardi di volte). 
Il lettore integralista è una delle specie di lettori più insopportabili e più necessarie alla filiera libro.
 E' necessario in quanto lettore forte e grande acquirente, costantemente interessato alle novità e che spesso diventa sponsor accanito di libri pubblicati da microcase editrici che si occupano di argomenti che definire di nicchia sarebbe un complimento.
 Insopportabile perché ha una sorta di grandeur che al confronto la grandeur francese viene declassata al grado di semplice spocchia.
 Lui non legge come tutti i poveri mortali, lui LEGGE. Dotato di un'autostima enorme e di un'indefessa fiducia nella propria intelligenza, il lettore integralista ha una serie di amici lettori integralisti e talvolta tiene dei blog letterari talmente sofisticati che le masse a stento riescono a capire il senso del tema trattato (ovviamente in un trionfo di subordinate e citazioni da far venire mal di testa a Cicerone).
 Come si comporta, dove vive, cosa fa e soprattutto cosa legge costui?

LE LIBRERIE:
 Il lettore integralista è integralista pure nella scelta delle librerie. Poco avventuroso, ha alcuni luoghi rassicuranti gestiti da librai che giudica competenti e alla sua altezza e, di solito, ne sono anche amici.
Il panico del libraio all'avvistamento del lettore integralista
Solo loro sono degni di dissertare con loro dei massimi sistemi, di ordinare il volume introvabile e, persino, gesto audace sopra ogni limite: di consigliarli.
 Puoi dire infatti di aver conquistato un LI il giorno in cui lui verrà da te con fare apparentemente disinvolto chiedendo: "Ha qualcosa da consigliarmi?".
 Ovviamente tale immane fortuna è appannaggio dei librai indipendenti (e molti di essi, esasperati, ne farebbero volentieri a meno), perché il LI non mette quasi mai piede in una libreria di catena, luogo in cui risaputamente lavorano dei mentecatti con la terza media presa alle serali.
 Le poche volte in cui è costretto a mettere piede in questi supermercati del sapere (lui che si nutre solo alle gastronomie dell'anima) ci tiene a rendere i presenti consci del grande onore che viene loro accordato.
 Il LI ci tiene infatti a mettere in chiaro che considera il libraio di catena alla base della catena alimentare del sapere, una sorta di robot con sembianze umane privo di spirito e intelligenza. Questa convinzione della mancanza di anima del libraio di catena si rende più chiara quando egli non si pone il problema di insultarlo liberamente o di sottolineare che egli non sa niente, che di sicuro non conosce l'autore tal dei tali e che anzi, di certo, in realtà non legge. In compenso ne sottovaluta la pazienza di Giobbe.

METODI DI SELEZIONE LETTURE DEL LETTORE INTEGRALISTA:
 Il lettore integralista non è un lettore alla moda. Se c'è una cosa davvero apprezzabile di costui è che ha gusti personali molto spiccati che subiscono scarsamente le influenze esterne.
Il Venerabil Jorge, un esempio estremo di Lettore Integralista,
da non prendere in considerazione
 Ci sono due tipi di lettori integralisti.
1) Il lettore integralista che legge solo i classici. Ne appare un esempio in "Norwegian wood" di Murakami": il migliore amico di Watanabe, un ragazzo con principi morali diciamo volubili, ma con principi libreschi molto perentori. Non leggeva autori che non fossero morti da almeno una cinquantina di anni perché solo la prova del tempo può dirci se essi valgano o meno.
 Ecco il precetto di codesto tipo di lettore è lo stesso: perché mai dovrebbero perdere tempo dietro a contemporanei di certo dimenticabili, quando ci sono centinaia di classici di valore che attendono di essere letti. Una teoria anche condivisibile.
2) Il lettore integralista che legge solo cose per cui prova un vero interesse. Sì, voi direte, lo fanno tutti i lettori. In realtà vi accorgerete che generalmente nella vita di un lettore comune c'è un altissimo tasso di serendipità, libri presi alla bancarella perché sembravano interessanti o costavano poco, bookcrossing, una copertina accattivante, un amico che te lo presta a scatola chiusa.
 Il LI no. Lui legge solo cose di cui sa vita, morte e pure miracoli. Si è informato su internet, sa tutto della biografia dell'autore, l'anno di prima edizione e le analisi critiche che ne sono state fatte.
  No serendipity, please.

CASE EDITRICI e GENERI LETTERARI:
 Il lettore indie e alla moda legge case editrici indipendenti o autori in voga di cui parlano tutti. Il lettore integralista no, lui legge solo certificato.
 Ha perciò delle storiche case editrici che ama molto, anche se non manca mai di notarne le cadute di stile e di pontificare che "Un tempo il livello era diverso". Tra le più mainstream possiamo citare l'Adelphi, ma costui è anche un grande sostenitore delle pubblicazioni della fondazione Lorenzo Valla o Scheiwiller o la Leo Olschki.
 Le ragioni di tale scelta sono dovute al fatto che il LI legge moltissima critica letteraria e saggistica (le uniche pubblicazioni contemporanee di un certo livello ai suoi occhi). La narrativa di genere viene percepita come un'autentica debolezza, un guilty pleasure nella maggior parte dei casi da celare.
 Se leggerà gialli, il LI leggerà Simenon o, al limite, Sciascia. La fantascienza che è? Se magna? Il fantasy è un abominio a meno che non si tratti di Tolkien che può essere sempre giustificato con qualche motivazione politica. 
 Fortunatamente per lui  Mary Shelley, Stevenson e Stoker hanno messo mano all'horror in tempi non sospetti, ma letture del genere rimangono comunque uno svago che si concede di rado, come un cioccolatino di tanto in tanto durante una lunga dieta.

RAPPORTO CON GLI ALTRI LETTORI:
 Al contrario di molti altri tipi di lettore che ignorano cordialmente i loro simili, il LI ha pochi amici e molti nemici.
 I rari amici sono altri lettori forti di livello medio-alto, gente che magari cede spesso ai cioccolatini dell'anima trascurando la sacra via di chi fa della lettura una disciplina paramilitare.
 I nemici sono tutti gli altri. Agli occhi degli altri lettori infatti il LI è come quel vecchio che nel palazzo tutti detestano perché o si fa gli affaracci altrui denunciandoli all'amministratore condominiale o pone veti di ogni genere dai bambini in cortile ai gatti in casa.
 Il LI detesta infatti i lettori forti che però leggono solo generi discutibili e trascurabili come la narrativa rosa o d'avventura. Wilbur Smith gli causa crisi d'orticaria, Sophie Kinsella sudori freddi.
 Non sopporta i lettori che leggono magari bene, ma solo in talune circostanze, come le vacanze o periodi particolarmente propizi. Un vero lettore o lo è sempre o non lo è mai.
 Considera al limite del mentecatto i non lettori, vera e propria specie inferiore che è inutile trarre dal proprio stato di cattivo selvaggio.
 Anzi, guarda chi cerca di addomesticarli all'uso della carta stampata come un missionario sciroccato che dovrebbe spendere meglio il proprio tempo: a cosa serve che una persona legga un libro l'anno e che quel libro sia l'autobiografia di Zanetti? Piuttosto è meglio che non infanghi il buon nome della categoria e se ne stia fermo!
 Il LI non partecipa a gruppi di lettura e non presta mai i suoi libri. Egli è un lupo solitario, sacerdote consapevole e orgoglioso del culto letterario.

IL LATO POSITIVO: Se incrociate un vero LI e riuscite a carpirne la fiducia, avrete accesso ad un mondo di autentiche chicche letterarie. Il livello culturale di base che vi si chiederà è molto elevato, ma sarà un'esperienza assai stimolante e ricca di nuovi orizzonti. State solo attenti a non passare al lato oscuro. Il suo.

E voi ne conoscete qualcuno o (peggio ancora) lo siete voi stessi?? Testimoniate!


sabato 2 gennaio 2016

I libri distillati della Centauria: scandalo sconvolgente o inquietante fonte di domande? Tra barboni, faide tra lettori, oscuri antenati, tentativi d'evasione, piaceri e doveri alcune considerazioni per far luce (secondo me).

Nella libreria dove lavoro viene tutti i giorni un barbone a leggere.
© askal bosch /Flickr  
In realtà ne vengono vari, ma lui in particolare legge indefessamente tutto il pomeriggio, tutti i pomeriggi, con un'attenzione e un gusto che destano quasi ammirazione. 
 Prende il suo libro, tutti romanzi d'avventura in genere (ultimamente si è appassionato a Winslow) e legge rapito per quelle cinque ore. Poi rimette il libro a posto, raccoglie le sue cose e se ne va.
 Non è l'unica persona che legge in libreria "a scrocco", lo faccio anche io quando mi trovo in stazione prima di un viaggio, lo fanno tanti anziani che potrebbero andare in biblioteca, ma (catalogo diverso a parte), immagino vogliano quello che giornate troppo solitarie non sanno offrirgli; un po' di sana confusione.
 Ma torniamo al barbone (parole usata in modo non offensivo, so che sarebbe meglio clochard ma preferisco lessicalmente barbone) bibliofilo. Perché cito questo episodio deamicisiano?
 In questi giorni in molti mi hanno segnalato un'iniziativa che mi era sfuggita visto che il delitto, almeno per ora, si sta consumando in edicola e non in libreria: i libri distillati.
 Cosa sono? Rimettendo insieme i pezzi il quibus è questo: la casa editrice Centauria ha preso alcuni romanzi di grande successo commerciale (e aggiungo, romanzi molto commerciali) e li ha tagliuzzati facendone un'edizione ridotta. Una delle vittime, per dire, è "Uomini che odiano le donne" di Stieg Larsson, che passa dalle 800 e rotte pagine alle 260. E', sostanzialmente una versione per adulti delle riduzioni dei classici che in genere si fanno per i ragazzi.
 Ora, ho letto una levata di scudi e questo post è per unirmi alla levata, ma temo che questa geniale idea non sia venuta a Centauria senza una qualche indagine di marketing. 
La pietra dello scandalo
 Voi non potete immaginare l'estrema confusione che regna negli one shot lettori, quelli che entrano in libreria una volta ogni morte di papa alla ricerca di un best seller di cui sentono l'improvvisa necessità perché altrimenti sono gli unici dell'ufficio a non poter ciarlare in pausa pranzo, (immagino nella loro testa la scritta lampeggiante "Quando finisce questo strazio e torniamo a parlare di Masterchef??"), o i genitori che accompagnano la figliolanza a recuperare i libri da leggere per le vacanze. 
 Esiste effettivamente gente che chiede se esistano edizioni ridotte (generalmente sperano in quelle dei classici) e ho sentito domandarmi anche se la differenza tra l'edizione cartonata e quella economica fosse che nella seconda tagliavano dei pezzi (credo che il ragionamento sia: se è economica si usa meno carta quindi meno storia da stampare).
 Questi casi succitati tuttavia, sono accomunati da una cosa: il dovere. Chi va cercando improbabili riduzioni, generalmente, è costretto a leggere controvoglia o senza reale convinzione, non cerca ciò quel bene chiamato "piacere della lettura" e credo che sia questo il motivo per cui generalmente non finiscono (o neanche cominciano) il libro che comprano.
 Sui motivi per cui si legge ho riempito di post questo blog e non perché mi ritenga incoerente. Semplicemente esistono molti motivi per cui si legge: per acculturarsi, per conoscere, perché ci si sente soli, per sognare, per sfuggire alla realtà, per provare a capire le emozioni degli altri e via dicendo.
 Una citazione di Pennac molto famosa recita che "Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere". Fa Bacio Perugina, ma calza al caso nostro: perché le persone hanno letto per interi i romanzi commerciali che Centauria vorrebbe smerciare tagliuzzati? Cosa ne ha determinato il successo quand'anche erano lunghi quasi mille pagine? Perché le persone che li leggevano volevano dilatare il loro tempo per vivere.
 C'è spesso questa faida tra lettori acculturati e lettori commerciali.
Umberto Eco è come l'ultima fase del cammino dell'illuminazione
del lettore: sei giunto all'apice della tua formazione quando per
distrarti leggi Tacito e Benedetto Croce
Come dico spesso, anche io non capisco bene il senso di essere lettori forti, ma solo di titoli di livello medio-basso (a quel punto se sei allenato a leggere, tenta la fuga verso l'alto no?),  tuttavia il motivo per cui tutti, anche i lettori forti, forse escluso Umberto Eco, leggiamo ogni tanto libri commerciali è uno: vogliamo evadere. Vogliamo fuggire dalla nostra vita e dilatarla verso altre.
 E' il piacere di dimenticarci completamente per qualche ora di chi siamo e cosa stiamo facendo, del posto in cui siamo, dei nostri problemi, delle beghe giornaliere, delle litigate con i coniugi, dei figli che non danno tregua, dei problemi al lavoro, del lavoro che non si trova, dell'amore che manca, che non arriva mai, che non è mai come vogliamo noi. La narrativa "d'evasione" non si chiama così per caso, essa appunto, ci aiuta ad evadere, a costi davvero bassi e con una possibilità di successo altissima.
 E' il motivo del successo delle saghe amorose degli adolescenti, tipo "After" (il sogno di sposare un One Direction), ma anche delle tregende borghesi alla Mazzantini (sindrome da telenovelasss in piena regola). La lettura in questo caso, come in quasi tutti, ma in questo in particolare è un piacere e non un dovere.
Ill. by Caro Martini
 E' quello che vedo chiaramente provare tutti i giorni al signore che citavo all'inizio. 
Un uomo che non non ha niente, e tutti i giorni viene in libreria per prendersi almeno il suo diritto all'evasione attraverso i romanzi che piacciono e non può avere (e tutte le volte che lo vedo mi parte il trip di biblioteche itineranti per senzatetto o di raccolte libri, anche se immagino che per molti non sia un problema di vitale importanza).
 E l'ho preso ad esempio non per lacrimevoli parabole da libro "Cuore", ma per rendere chiaro perché l'iniziativa di Centauria, oltre alle diecimila domande che pone anche a livello di proprietà intellettuale (Larsson, per dire, è morto, sarebbe felice di uno scempio del genere?), a mio parere, sia davvero senza senso. Se si va sul sito della casa editrice si capisce che il senso è quello di offrire una lettura smart da consumare "nel tempo di un film". Il lancio della collana recita "Abbiamo ridotto le pagine, non il piacere".
  Il punto è: se la lettura diventa una cosa da sorbire in fretta, con ansia, di corsa, dov'è il piacere? No, perché se il senso è far capire la trama allora facciamo film montati in mezz'ora e romanzi in stile bignami. Che sprechiamo carta a fare? Che si editi tutto a monte!
 Uno dei leitmotiv dei lettori è: cosa farò quando avrò finito questo libro? Quando si trova una storia bella e coinvolgente si vorrebbe che il libro fosse più lungo di diecimila pagine, si spera in seguiti, in prequel, in spin off. E' il motivo per cui attorno ai grandi successi librari sorgono una serie di libri collaterali. Le saghe fantasy, horror e di fantascienza sono l'esempio più eclatante (fatevi un giro su internet per vedere quanti libri su "Il trono di spade" esistono), ancora adesso ci sono orde di fan che sperano in un rinsavimento della Rowling e nella prosecuzione di Harry Potter e gridano al miracolo ad ogni racconto sul mondo potteriano che mette online.
 Questo perché leggere è un piacere, e non ho mai sentito nessuno al mondo che vorrebbe diminuire il tempo in cui prova quel piacere. In genere lo si vuole allungare e sorbire lentamente,non diminuire e gustare frettolosamente. 
 Quindi per chi sono questi Centauria? La risposta è: per non lettori. E la domanda successiva è: perché i non lettori dovrebbero leggere? Per sapere cosa succede in un libro di cui, come dicono molti di loro, possono vedersi un film?
 Le riduzioni in passato sono già esistite, di solito però avevano motivi pedagogici: si rivolgevano ad un pubblico che si riteneva non in grado di affrontare una lettura troppo lunga o complessa. i bambini e le persone non particolarmente alfabetizzate, anche se in molti hanno fatto notare un antenato inquietante: la selezione Reader's Digest di cui ricordo alcuni volumi a casa dei miei nonni (e ora capisco anche perché mio nonno me ne abbia sempre ben tenuta lontana).
 Non penso che la motivazione attuale si discosti tanto da quella passata e lo dico per un motivo principale: se queste riduzioni fossero stati classici tagliuzzati io avrei comunque gridato allo scandalo, ma avrei visto un tentativo appunto di avvicinare masse non proprio abituate a letture impegnative ai grandi classici. Magari qualche viaggiatrice annoiata avrebbe scoperto che Anna Karenina non era la palla biblica che pensava e avrebbe pensato di comprare un'edizione estesa, per dire.
 Ma, signori miei e signore mie, aver bisogno, dopo la scuola dell'obbligo e nella maggior parte dei casi anche il diploma, di una versione ridotta di libri come "La solitudine dei numeri primi" o "Venuto al mondo" è sintomo di un problema agghiacciante. Il punto non è essere lettori mordi e fuggi, o almeno non solo quello (se devi leggere di corsa e per forza, fai altro), il punto è che il bignamino di romanzi di nessuna particolare complessità rilevano come ci si aspetti ormai da noi un livello d'attenzione infinitamente inferiore e una capacità di comprensione incredibilmente compromessa.
 Un tempo le riduzioni erano riservate a chi non era in grado di afferrare concetti troppo complessi. Ora ce lo dicono chiaramente: guardate, vi tagliuzziamo Grisham così ci potete arrivare anche voi e godervi la lettura senza perdere tempo nelle descrizione, nelle trame secondarie, nelle sfumature, nelle caratterizzazioni dei personaggi, nelle digressioni. Senza perdere tempo a leggere, fondamentalmente.



giovedì 10 dicembre 2015

Cosa regalo quest'anno a Natale? 5 Consigli per 5 categorie a cui non si sa mai che libro prendere: ipermegalettori, conoscenti di cui non ce ne frega quasi niente, amici lontani, branchi di collegi e gente che detestiamo.

 Ok, abbiamo passato la linea gotica dell'Immacolata Concezione (che poi sulla pagina di fb mi dicono non essere quella di Cristo, ma della Madonna stessa, devo dire che ho resettato completamente le mie conoscenze del catechismo).
 Da questo momento in poi ogni giorno è buonissimo per mettersi a fare i regalanti perfetti.
 Per questo, sperando di riuscire a seguire decentemente la faccenda, inizio un ciclo di post a tema regaloso cercando di esservi di aiuto nel propinare a parenti, amici, conoscenti e nemici, i libri a loro più graditi e sgraditi. 
 Non abbiate tema se il libraio ha una fila di trentacinque persone davanti al punto informazioni e non sapete dove mettervi le mani! 
 Oggi inizio con una serie di dritte per capire a quale scaffale della libreria indirizzarsi nei casi di regalo più ostico che vi si possono presentare in questi giorni di fiocchi di neve inesistenti, germogli pieni di gioia, negozi stracolmi e futuri litigi coi parenti.
 Siete pronti? Siete caldi? Via!


COSA REGALARE AGLI AMICI CHE VEDI POCO PERCHE' ABITANO IN ISLANDA (et simili) MA VUOI RICORDARGLI CHE IL VOSTRO LEGAME E' INDISSOLUBILE:
 In questa epoca di nuove migrazioni, anche di lusso, spesso i nostri migliori amici sono finiti a vivere in paesi stranieri: bene che va a Londra, male che va in Canada o in Australia. Il lato positivo è che quando vogliamo viaggiare abbiamo sempre un posto dove trovar ricetto senza buttare soldi negli ostelli, il lato negativo è che sono i nostri migliori amici e non possiamo vederli quando ci piacerebbe o ne abbiamo davvero bisogno (sì, ok c'è skype, ma io sono ancora una fan della vita reale). 
Tra l'altro sono significativamente drogata di madeleine, sarei
capace di mangiarne chili
Il regalo di Natale diventa perciò un nuovo modo non solo per dire ai nostri amici quanto gli vogliamo bene e quanto ci mancano, ma anche quanto, nonostante tutto, loro rimangano le persone più importanti della nostra vita (e no, gli amici che si rifaranno non saranno MAI come noi).
 Per poter vincere la battaglia della lontananza e delle nuove amicizie che sicuramente si faranno, avete un'arma formidabile: l'effetto nostalgia. 
 Gli amici d'infanzia e giovinezza sanno di noi cose che anche i migliori amici adulti non sapranno mai, ci hanno visto crescere e insieme ci sono state innumerevoli scoperte e prime volte. Questo legame è quello che ci permette di rivederli dopo un anno per poche ore e dire: caspita, mi sembra di averti visto ieri!
 Perciò quando scegliete un libro per i vostri migliori amici lontani cercate sempre qualcosa che rimembri altro, una madeleine proustiana di carta. Per fare un esempio di vita vissuta (che spiega anche il motivo per cui questo pezzo è melenso): una delle mie migliori amiche abita a Londra, tra noi c'è un giochetto sui Beatles da 17 anni ormai e assicuro che le nuove chicche sui Fab Four non mancano mai. Ricordate: effetto nostalgia, e non piangete.


COSA REGALARE AGLI AMICI CHE PERO' IN REALTA' SONO CONOSCENTI CHE PERO' DEVI FARGLI UN REGALO COMUNQUE:
 A Natale, specialmente chi torna a casa dopo un anno passato a 1000 e più km di distanza, è un turbinio di ricongiungimenti. Rivedi parenti, amici e quella gente che un tempo ti era amica, ma la distanza ha chiarito che se non fosse per facebook non vi sentireste più da un pezzo. 
 Epperò. I social network ormai hanno impedito di tagliare naturalmente i ponti con una serie di rami secchi coi quali, dopo un tempo ragionevole non sai più che farci, condannandoti a rivederli fingendo calore (certe volte un po' il calore poi ti torna, la maggior parte delle volte no). 
 La variante sono quel corposo gruppo di amici di amici o di compagni di zumba e Yoga o gente con cui condividi qualche pomeriggio effettivo durante l'anno, ma senza trasporto. Insomma, stiamo parlando dei poco poco più che conoscenti, ma non ancora o non più amici.
 Cosa regalare a questa gente per Natale in libreria? Non ci vogliamo spingere oltre il pensierino e facciamo solitamente bene, perciò dateci di Newton et simili come se non ci fosse un domani. In questo caso non conta davvero il titolo (a meno che non abbiate intenzione di approfondire l'amicizia e allora è un'altra storia e anche un'occasione per farlo), ma il pensiero.
 La Newton ha di buono che esistono edizioni di classici con una loro dignità estetica (e in questo caso è più la forma che il contenuto quello che conta) a pochissimo. In alternativa sappiate che esistono moltissimi gialli sotto i 5 euro, il sempreverde "Amico ritrovato" ed. Feltrinelli a 5 euri, raccolte di poesie che si aggirano attorno a quella cifra. Buttatevi sui classici in questi casi quello che conta, soprattutto se volete continuare a veleggiare sulla conoscenza semplice, è rimanere il più neutri possibili. Rapporto neutro, libro neutro (non brutto eh, neutro).

UN REGALO SENTITO PER UNA PERSONA CHE NON SOPPORTI:
 Allora, magari non si evince dal blog, ma generalmente non sono una persona rancorosa. Ciò non toglie che quando qualcuno mi sta sulle scatole ci sta seriamente.
Idee regalo per la vostra lista nera 
 Detto ciò, certe volte non potete esimervi dall'ipocrisia del regalo.
 Magari la persona che vorreste fosse a Bangkok con Giusy Ferreri e Baby K è il marito di vostra sorella, magari è il vostro capo, magari fa parte di una di quelle cerchie di amiche in cui tutte cinguettano come dei passerotti in calore e se non vi unite fate la figura delle asociali scontrose (lo so, anche io cerco di starne costantemente alla larga, ma la vita, prima o poi ti ci rificca dentro).
 Cosa regalare a questi fiori putrescenti del vostro cuore? Tutto ciò che non vogliono. Se sono capre ammaestrate rifilategli Adorno e Agamben, o l'ultima biografia di Hanna Arendt. Se ostentano buon gusto questo Natale avete l'imbarazzo della scelta con le biografie di cui non sentivamo il bisogno: Mara Venier, Loredana Berté, Luca Tommassini. Poi potete regalare inquietanti libri di fotografie insistendo su quanto vi siano costati, gialli di serie Z e tutto quanto il trash contemporaneo possa donarvi. Sbizzarritevi e testate il disgusto su voi stessi: qual è il libro che proprio non vorreste vi regalassero?
 Ah, ovvio, c'è sempre la possibilità che possano renderlo. Rendeteglielo impossibile dicendo che l'avete comprato dall'altro capo d'Italia o in una libreria che ha chiuso cinque mesi prima, non avete più lo scontrino, non ricordate neanche l'indirizzo di quell'Autogrill sull'autostrada del Sole in cui avete fatto frettolosamente l'acquisto.
 A Natale puoiiii, fare quello che non puoi fare maiiiii

COSA REGALARE AI COLLEGHI PARTE II:
L'altro giorno si è presentato a lavoro un signore distinto ed evidentemente danaroso chiedendoci dei libri da regalare alle sue "ragazze", donne sui 25-30 che lavorano, mi è parso di capire, come segretarie alle sue dipendenze. Il tipo guardava il collega, ma cercava il mio sguardo rassicurante, certo che in quanto donna giovane avrei compreso le esigenze consigliandogli qualche "romanzo rosa" adatto alle giovini.
 Oltre a trovarla una roba evidentemente sessista (perché donne sui 25 anni dovrebbero leggere romanzi rosa e perché io più del mio collega dovrei comprenderlo?), ho comunque compreso il suo disagio, quello di chiunque si trovi a dover fare regali ai colleghi sotto Natale.
 Due anni fa avevo suggerito di regalare i libriccini da 1 euro di Stampa Alternativa.
  Il consiglio rimane valido, ma aggiungo altri consigli per tutte le tasche:
1) Cari dirigenti d'azienda e capitani d'industria, invece di industriarvi a cercare l'ultimo libro di Anna Premoli che magari le vostre sottoposte leggono Joyce e a sentirsi trattare come le segretarie di Mad Men possono indisporsi un attimo, andate sul politicamente corretto: carta regalo per tutte e non se ne parla più.
2) Cari colleghi normali di normali colleghi, avete diverse possibilità per ovviare il problema di dover fare un regalo a 10/20 persone spendendo una fortuna: la prima è cooperare con gli altri facendo regali comuni, ma rischiate di entrare in un ginepraio di "Ok, anticipa tu i soldi, poi te li ridò" e passare tutta la primavera a chiedere 5 euro come un impiegato del recupero crediti.
 La seconda è: Babbo Natale segreto. Fate l'anima della festa, scrivete i nomi di tutti i colleghi su dei foglietti e fateli pescare. Ognuno dovrà fare il regalo solo alla persona che pesca. L'idea sembra (e di certo è) cretina, ma toglie tutti da impacci memorabili, figuracce e vi solleva dal dover fare il regalo a tutto l'ufficio. Vedrete che vi asseconderanno e sarete liberi di fare il regalo solo ai colleghi che volete +1.
 (E a quel punto il libro da regalare al collega, a meno che non sappiate esattamente che gusti ha, sarà un'ultimissima uscita da classifica, regalo di circostanza perfect).

COSA REGALARE AL LETTORE STRAMEGAFORTE: 
Es. 1: ciondolo con la libreria di HP
Una vecchia puntata di Big Bang Theory mostrava i quattro nerd indignati dal fatto che un'edizione speciale di un fumetto (o un film, non ricordo) costasse un tot in più solo perché aveva un orpello da collezione. 
 Dopo essersi lamentati lungamente di essere carne da marketing e di volersi opporre ecco che scoprivano da internet l'esistenza di altri venti cofanetti dello stesso prodotto, ma in edizione limitata diversa. 
 Ecco, il lettore stramegaforte ha molte caratteristiche in comune coi veri nerd (anche se i veri nerd tendono a non includerli nel club se non mostrano passioni tecnologiche). E' il motivo per cui se avete un amico lettore stramegaforte, oltre a consigliarvi di regalare lui una stupenda carta regalo per una libreria (impersonale quanto volete, ma lui la vedrà come la chiave per lo scrigno delle meraviglie), vi do due consigli.
La candela del Faust
1) Cercate un'edizione particolare et speciale di un autore che gli piace (cosa in verità difficilina visto che in Italia raramente fanno edizioni con qualcosa di appetitoso per veri appassionati), magari illustrata, magari firmata, magari cofanettata.
 L'ideale se il megalettoreforte è una persona a cui tenete molto, sarebbe stalkerare un autore vivente a qualche presentazione durante l'anno per ottenere la sua firma.
 Il piano in verità ha il problema che, a scanso di colpi di fortuna, richiede una lunga preparazione, con appostamenti alle fiere del libro e in librerie della grandi città. Una volta l'ho fatto per una laurea di una mia amica. Gradì molto. Fossi in voi tenterei la caccia.
2) Se il gadget non va al lettore, il lettore va al gadget. Ossia, se il massimo che l'editoria sa produrre è un paio di cuffie in allegato a Nicholas Sparks, ricordate sempre che i veri lettori amano da impazzire tutta l'oggettistica che si dipana attorno all'amato oggetto libro: segnalibri strani, tazze da the a tema letterario, carnet di lettura, lucine per leggere la notte, borse di tela, magliette degli scrittori e via dicendo. Non è un libro, ma il megafantalettore ama il libro al punto da travalicare il semplice oggetto per assurgere alla gratificazione attraverso artefizi metalibreschi. 
 Su internet e nelle sezioni sempre più gigantesche di cartolerie delle librerie troverete cose di cui non avreste mai sospettato l'esistenza.
 Mi raccomando, è un suggerimento che vale solo per i lettori megaforti, da non usare con gli altri.

 Cosa ne pensate? Ne farete uso? A presto la seconda infornata!


giovedì 3 dicembre 2015

Perché tra le mille possibilità dovremmo scegliere di usare il nostro tempo per leggere e/o per scrivere? "On Writing" di Stephen King ha un'ottima risposta, la sola necessaria, che distrugge le nostre giustificazioni, ed è terribile e meravigliosa.

 Non ho mai avuto un buonissimo rapporto coi manuali di scrittura. 
 Penso in realtà che chiunque aspiri a diventare uno scrittore (mestiere equivoco in tutti i sensi), non si fidi mai completamente di quello che gli consigliano gli altri, per quanto grandi scrittori.
 Il motivo è presto detto, se da una parte possono esserci assiomi universali: lavora sodo, non scoraggiarti, impara qualcosa dai rifiuti che ricevi e continua a tentare, da un'altra è pur vero che ognuno ha un suo metodo di lavoro che deriva dall'esperienza e, spesso, da alcune esperienze di vita.
 Personalmente ho sempre ritenuto una leggenda metropolitana per faciloni il fatto che starlette della tv, conduttori, attori o chi per loro siano in grado di scrivere un libro. Nessuno li ritiene scemi, ma se avete mai provato a scrivere, sapete che anche produrre un libro che appare semplicissimo, con una trama imbarazzante, ritiene un lavoro di costanza che è difficile apprendere improvvisamente.
 Se c'è una cosa che i manuali di scrittura opera dei grandi scrittori insegnano, è che come diceva Capote, "Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta, e questa frusta è intesa unicamente per l'autoflagellazione". Ossia, senza un grandissimo lavoro, costante, senza sconti e giustificazioni, che inizia prestissimo, andare da qualsiasi parte, anche un vicolo cieco, è impossibile. Anche Shakespeare avrà avuto il suo da fare.
 Come ce lo ha avuto Stephen King che lo ha descritto benissimo in un suo libro finalmente riedito dopo tanti anni fuori commercio: "On writing. Auotbiografia di un mestiere", che Frassinelli ha rieditato recentemente.
 Non ho mai parlato di Stephen King nel blog perché pur avendo letto vari libri non ne ho mai subito, come lettrice, una grande fascinazione. Ovviamente sa scrivere molto bene, le sue trame, come lui stesso ammette partono da idee semplici, ma di enorme impatto nell'immaginario, e la cosa interessante è che pur spaziando più o meno nello stesso genere, l'horror (con punte di fantasy e fantascienza), riesce a trovare spunti assai diversi tra loro.
 Detto ciò, preferisco trame che hanno idee più complesse e magari di meno immediato impatto, ma è un mio gusto personale.
 Non mi aspettavo perciò che questo saggio sul mestiere di scrivere mi colpisse così tanto. Invece è superlativo perché riesce a centrare tutti i punti scoperti di chi desidera diventare scrittore.
 La prima parte è costituita da una sorta di zibaldone autobiografico che fotografa diversi momenti della sua vita, dalla primissima infanzia fino all'età adulta. Malgrado seguano un percorso cronologico ben definito e pur non descrivendo tutti episodi inerenti strettamente alla scrittura, sono quelli che King ha scelto per parlare di ciò che lo ha reso un autore. Non si parla solo del primo racconto inviato e rifiutato, del primo soldo pagato da sua mamma come giusto compenso come un raccontino che, da piccolissimo, aveva scritto. Non ricorda solo le avventure tipografiche folli del suo intelligentissimo fratello maggiore o come, tra mille generi, abbia inconsapevolmente deciso di dedicarsi all'horror. Nel suo racconto complessivo si parla di come un essere umano si renda conto che tutto, nella sua vita, possa ricondurre ad un unico equivocabile destino, una sorta di vocazione che, senza misticismo o vanteria, non si può non riconoscere.
Stephen King giovane (ebbene sì)
 Dietro al suo primo lavoro riconosciuto, "Carrie", ci sono anni passati a scrivere su tavoli di lavoro tra un turno di lavoro in fabbrica e le lezioni scolastiche la mattina, c'è l'ansia di non sapere come campare una famiglia costruita giovanissimo e che non si riesce a sostenere con un lavoro prima da operaio, poi da insegnante. Ci sono i ricordi di quando bambino, figlio di una donna abbandonata dal marito (da quel che si capisce mai più rivisto), con due bimbi piccoli, costretta a vagare per gli Stati Uniti alla ricerca di un lavoro più umile dell'altro (ma King ha solo parole buone per questa madre che continua a definire spassosa e divertente), ha vissuto in una serie di case assurde, in campagne che ritornano nei suoi libri, in province addormentate e spaventose.
 Ci sono il primo dolore fisico, l'esperienza della droga, dell'alcolismo, la prima tristissima sbronza, presagio di un problema che sarebbe diventato enorme, un ritratto meraviglioso di sua moglie Tabitha, il dovere e la necessità di scrivere ovunque, qualsiasi giorno dell'anno sia, perché King riconosce questa principale grande fatica nello scrivere: la costanza. 
 Le storie, lasciate a loro stesse per troppi giorni, perdono smalto e gli autori stentano a riconoscerle e non riescono a vincere la stanchezza tipica di chi preferirebbe fare altro piuttosto che starsene incollato per ore ad una scrivania.
 Quello del tempo è un grande cruccio sia di scrive che di chi legge. 
 Entrambe le categorie, scrittori e lettori sono accomunati, seppur in modo diverso, dalla necessità di ritagliarsi a tutti i costi il tempo per dedicarsi ai libri (i loro e quelli degli altri). In una vita che è composta da tante altre cose fondamentali, lavoro, famiglia, impegni e incombenze inderogabili di vario genere, riuscire a trovare il tempo per qualcosa che non è strettamente legato alla sopravvivenza può diventare oltre che difficile, un ulteriore carico di lavoro. 
 Perché, dopo una giornata passata a lavoro, si dovrebbe trovare il tempo, dopo cena, di scrivere o di leggere? Non sarebbe meglio rilassarsi e guardare la tv? Non sarebbe meglio, in pausa pranzo, ciarlare coi colleghi invece di cercare di scrivere un paragrafo? Addormentarsi sulla metro o il treno di ritorno invece di continuare almeno un poco a scrivere o a leggere?
  Come moltissime persone, l'altra mattina ho preso la metro, dovevo starci un quarto d'ora, avevo il libro con me, ma avevo sonno e non l'ho tirato fuori. Distrattamente ho iniziato a guardare il cellulare. Poi ho alzato gli occhi e ho visto praticamente tutto il vagone intento a fare la stessa cosa e non solo mi è presa tristezza, ma ho capito che stavo buttando il mio tempo. Per aver scritto questa cosa si è scatenato il pandemonio: come mi permettevo di ritenere chi legge libri superiori agli altri? Come sapevo che gli altri non stavano leggendo sullo schermo? Tanta gente non legge perché ha bisogno di farlo in condizioni di rilassatezza e non coi minuti contati.
In questi giorni, sulla pagina di fb, ho scritto una frase semplicissima.
 Premettendo che sì, ritengo i lettori forti mediamente più acculturati degli altri (e non vedo lo scandalo), non prendiamoci in giro: il 90% dei cellulari degli altri su cui mi cade l'occhio sono su fb, tetris con la frutta, video (porno e non) ecc ecc, altro che libri. Non avrei neanche bisogno del dato empirico: in Italia i lettori sono pochissimi, quelli di e-book ancor meno e sì, penso che siano una concausa del nostro tracollo civile. Alcuni, poi, mi hanno scritto che leggere è un hobby.
 Ecco, io penso che questo libro di Stephen King esprima benissimo quello che penso io: leggere NON è un hobby, scrivere NON è un hobby. Leggere e scrivere, per chi è realmente appassionato è altro. Non voglio dire facilonerie come "è la vita" o "è tutto", io direi semplicemente che è ineluttabile. 
 E davanti a questa ineluttabilità si sacrificano tante cose, si scrive sui tavoli da lavoro nelle pause e si impara a leggere correndo da un bus all'altro. Si litiga coi familiari che non capiscono perché dopo ore che non vi vedete vi attaccate ad un pc, si rinuncia ad ore di sonno e si passano giornate di frustrazione e di vero e proprio odio verso la scrittura. Si passano pomeriggi di vacanza all'estero chiusi in albergo a scrivere e si va avanti, anche senza riconoscimento, solo perché qualcosa dentro dice che bisogna andare. 
 E' nell'ultimo capitolo che King descrive cosa significa essere uno scrittore. 
 Un pomeriggio, durante una tranquilla passeggiata, sul finire degli anni '90, viene investito da un pazzo in macchina, un personaggio degno dei suoi libri. E' un incidente gravissimo, che comporta una convalescenza molto lunga e svariate operazioni alle gambe. King è costretto non tanto a stare a casa molto tempo, quanto a soffrire dolori atroci che gli antidolorifici non soffocano.
 Sua moglie gli consiglia velatamente di scrivere, anche se il dolore gli offusca le idee e rende difficile creare frasi di senso compiuto. Tre settimane dopo King è chino sulla scrivania e cerca di terminare lo stesso libro che stiamo leggendo: "On writing".
  Lo aveva iniziato tempo prima e mai continuato per frustrazione. Scopre, rileggendolo che non è così male, così ricomincia a scrivere e si accorge che col passare delle ore il dolore non scompare, ma si attenua, che diventa in qualche modo una parte sopportabile all'interno di quella che la sua vita. Perché è questo il grande premio della scrittura (e a mio parere anche della lettura), è talmente potente da continuare a mantenere la rotta nella propria vita, anche quando quella rotta sembra perduta. 
 Se si è fedeli alla scrittura e alla lettura, esse non possono mai abbandonarci. Se noi siamo costanti nella nostra devozione, anche loro lo saranno nei nostri confronti.
 Penso che al di là dei consigli di grammatica e sintassi, che a prescindere dalla meravigliosa parte autobiografica, questo libro meriti tra tutti i materiali di scrittura per questo motivo: non ci dice come scrivere, ci dice perché scrivere. E leggere. Due attività che sono diversissime eppure unite in mondo indissolubile.
 E proprio per questo, anche se non è la più bella o la più importante, voglio chiudere questo post con la citazione di cui sotto. 

"Mi trascino dietro un libro dovunque vada e approfitto di qualsiasi opportunità per sbirciare tra le sue pagine. 
Il trucco sta nell'impratichirsi a leggere a piccoli sorsi e non soltanto a lunghe golate. Le sale d'attesa sono l'ideale, ovviamente, ma anche gli atri dei cinema prima di uno spettacolo, le interminabili e noiose code alla cassa del supermercato, e il posto preferito del mondo intero, il cesso. [...]Secondo il galateo leggere a tavola è da maleducati ma, se intendete sfondare, la maleducazione deve essere la penultima della buona società. Tanto i giorni come i suoi membri sono contati, se siete intenzionati a scrivere con schiettezza. Dove altro potreste leggere? C'è sempre il tapis roulant o qualsiasi altro attrezzo adoperiate al centro sportivo dei dintorni per tenervi in forma. Io cerco di esercitarmi un'ora al giorno e credo che impazzirei senza un buon romanzo a farmi compagnia. Molte palestre ormai sono dotate di uno schermo televisivo. Però la tv è l'ultima cosa di cui avete bisogno. Leggere richiede tempo e il capezzolo catodico ve ne ruba fin troppo.
 Soltanto dopo lo svezzamento dall'ossessione effimera per la tv si apprezza il piacere della lettura. Mi spingo a suggerirvi che, spegnendo quello scatolone che blatera senza posa, migliorerete la vostra qualità di vita oltre a quella di scrittura. Quante puntate di Frasier o ER ci vogliono per rendere completa l'esistenza di un cittadino americano medio? Quante televendite? Quanti servizi esclusivi da Washington di pasciuti cronisti bianchi della CNN? Oddio tappatemi la bocca. Scusatemi, cari presentatori, predicatori e intrattenitori: ho finito".

Oh, lo dice Stephen King. 

Ps. Il libro è del 1997, King ancora non poteva sapere di smartphone, social e internet diffuso, per lui la grande distrazione era ancora la tv. Penso che in luogo di tv si possano tranquillamente aggiungere tutti questi nuovi mezzi di comunicazione.

mercoledì 1 luglio 2015

"Il lago" di Banana Yoshimoto e il sacrosanto diritto a leggere quello che stracavolo ci pare quando ne abbiamo bisogno. Perché la lettura è tante cose, anche lo zucchero nel caffè. (Post con incontro with Yoshimoto e spoiler nel finale!)

 Come ogni inizio estate, la Feltrinelli ha tradotto un libro di Banana Yoshimoto.

Per chi non lo sapesse perché magari non la segue come scrittrice o magari la segue e non ci ha mai fatto caso, la Feltrinelli non segue un ordine cronologico nella traduzione delle sue opere. 

Cioè, gli ultimi tradotti non sono per forza gli ultimi prodotti. E infatti "Il lago", appena uscito, risale al 2005, tanto che l'avevo visto già in edizione in inglese più volte, domandandomi, nella mia ignoranza linguistica, di cosa parlasse.

 La Yoshimoto, come scrissi in un vecchio post, è una scrittrice che nella mia adolescenza, significò molto per me e la compro ormai per affetto e per inerzia visto che ha perso grandissima parte della sua verve e praticamente tutto il suo fascino.

 Ormai è quasi un rito estivo, misto alla speranza vana di leggere nuovamente qualcosa di affascinante, misto alla segreta speranza di cogliere quel misterioso qualcosa che mi riporti per un'ora ai miei quindici anni. 

Anche perché, diciamocelo, la lettura di un libro della cara Banana, non comporta mai più di un'ora, massimo due.

 Da "Il lago" mi aspettavo qualcosina di meglio. 

 Nel mio immaginario i laghi sono luoghi privilegiati di mistero e follia pronti a occultare segreti inquietanti. Non è quello che accade in questo libro.

 La storia parla di Chihir, nata in una famiglia piuttosto particolare (pare imprenditore, madre gestrice di una specie di locale notturno) della pettegola provincia giapponese e da adulta, dopo la morte prematura della madre, conosce un ragazzo a dir poco singolare di cui si innamora.

 A quel punto la Yoshimoto rimane sospesa su tre trame: una lavorativa su un murales (insensata), una più delicata sull'innamoramento tra i due ragazzi e infine quella più interessante sul passato di lui.   Il finale, che è la cosa migliore, avrebbe meritato, come ormai praticamente tutte le trame della Yoshimoto, maggior senso dell'oscurità e del dolore.

 Insomma, al solito c'ho sperato, al solito è stato un buco nell'acqua. 

 Ma il mio bel rituale di giappolettura estiva per un breve pomeriggio (peraltro dopo una giornata lavorativa infernale), mi aveva in qualche modo appagato comunque. 

 Certe volte non è importante il contenuto di ciò che si legge, ma il fatto che, per almeno due ore, puoi smettere di pensare e preoccuparti e buttarti in un altro mondo. 

 "Il lago" non era un capolavoro, ma forse, anche per quel disimpegno che nulla chiede al cervello, mi ha fatto passare due ore serene e, alla fine, stavo meglio e avevo molta meno voglia di fare a pezzi i piatti di casa.
Benjamin Malaussène al cinemà
 Come faccio ogni volta che compro un libro, ho postato la foto sulla pagina di fb per condividere il mio acquisto compulsivo.

 Internet è un mondo ricco, ma anche strano, in cui ci si sente un po' liberi di poter dire tutto ciò che si vuole, così tra gli altri commenti ne è apparso uno in cui, in modo poco ortodosso tra l'altro, mi si accusava di privilegiare libri del genere quando Balzac giaceva solitario e ignorato sugli scaffali. 

 Visto che la conversazione col commentatore non scorreva su binari piacevoli e, al contrario di Benjamin Malaussène, nessuno mi paga per sopportare tutti i deliri altrui, ho bannato il contestatore in questione dalla pagina.

 Mò penso sia stato eccessivo, ma dopo una giornata passata a gestire deliri reali, era la cosa più sensata da fare (anche perché non ho mai capito chi commenta violentemente post di pagine che il medico non gli ha certo ordinato di seguire).

 Il commentatore non si è però dato per vinto e mi ha scritto sulla mail accusandomi in qualche modo di essere "venduta" e di dover ormai parlare di certi libri per il mio "ruolo". Vi risparmio la risposta a questa telenovela di rimbeccamenti internet e vado al punto: possibile che una debba giustificarsi se compra un libro della Yoshimoto?

 Pennac tempo fa aveva stilato una lista dei diritti del lettore e tra questi c'era anche quello sacrosanto a leggere quello che più aggrada. 

 Ovvio, anche io faccio dei distinguo: leggere SOLO narrativa considerata bassa alla lunga magari non è proprio edificante e non ti aiuta a innalzarti intellettualmente, leggere libri omofobi, razzisti, sessisti e via dicendo non aiuterà certo la tua mente ad aprirsi ecc. ecc.

 Ma, in generale, ogni lettore, nella sua carriera, ha il sacrosanto diritto di leggere quello che gli pare. 
 Giudicare una povera donna che si legge il suo bel Newton a base di sole cuore amore in metro, è facile. Magari a casa ha tutto Proust, ma dopo una giornata delirante a lavoro, vuole solo staccare il cervello e trovarsi su un'isoletta abbandonata della Gran Bretagna a sorseggiare the con un tizio avvenente.

No beh, Francè in questo sonetto m'hai popo
delusa. Io mi aspettavo de mejo. Sinceramente
tua. (Ecco a recensire i classici mi sento un po'
così).
Ci sono tanti motivi per cui si legge. 

 Ci sono tanti clienti che leggono solo classici e quella è una loro scelta, io ne leggo, anche se ne parlo raramente, è un mio limite, ma  francamente mi sento un po' idiota a dare giudizi su Petrarca. 

 Non perché siano libri intoccabili, ma perché, aver passato il giudizio del tempo è la loro miglior recensione. 

 Piuttosto forse mi piacerebbe recensire i libri meno conosciuti degli "alti" scrittori, il lato socialista di London, le dissertazioni politiche di Dickens (o i racconti di fantasmi) ecc.
 Tuttavia dare sottilmente del "venduto" a una persona solo perché si ostina a leggere libri di scrittrici giapponesi dal fulgido passato, mi pare eccessivo.

 Certe volte non si legge per istruirsi, ma per scappare. L'importante è sempre non leggere SOLO per scappare.

 Ammiro molto chi riesce a mantenersi sempre sulla barra del libro necessario e non devia mai su quello per sollievo e per piacere, di sicuro, spenderà in modo più proficuo di me ogni goccia del suo tempo. Ma come si dice dalle mie parti, "E metticelo un po' di zucchero nel caffè, già la vita è tanto amara".

 Frase nazionalpopolare per dire che ok, bisogna guardare in faccia la realtà, essere vigili, e leggere, e capire e interpretare, istruirsi, ma anche chiudere gli occhi e vagare per due ore in un altro mondo senza impegno può essere legittimo e non far male a nessuno.

PS. (CON SPOILER)
Oggi a Milano c'è stata Banana Yoshimoto.
Come mi è capitato di dire, dovevo riuscire a vederla vari anni fa a Roma, durante il festival delle letterature alla Basilica di Massenzio.

  Purtroppo all'epoca, George dabliu Bush decise di venire in città proprio quel giorno bloccando tutto il centro (c'era tanto di quel dispiego di forze che c'era persino la forestale che non pensavo manco fosse un corpo dello stato inteso in quel senso) e facendo slittare l'incontro con la giapposomma in un teatro con capienza minima. Il mio sogno perciò si infranse.

Foto mia di oggi!!
 Questa volta invece ce l'ho fatta!! 

 Forse lei non è più al top della forma scrittoria, non sarà di sicuro all'altezza dei classici, di certo molto del mio fangirlamento risale ad un attaccamento di adolescenziale memoria, ma l'emmmmozione di vedere un'autrice che molto ha significato per te dal vivo, di avere una dedica con tanto di cuore è stato fantastico.

Comunque per la cronaca:

1) Banana Yoshimoto non è per niente piccola come ti aspetteresti da una giapponese.

2) Spoiler. Nel finale del libro si scopre che il protagonista è stato rapito da piccolo da gente non identificata che l'ha riempito di farmaci e fatto il lavaggio del cervello (ah, appare pure un personaggio che pare uscito paro paro da "X-1999" delle Clamp, altra opera di cui attendo la fine).
 Oggi Yoshimoto ha spiegato che l'ispirazione risale a episodi avvenuti durante il conflitto tra Giappone e Corea, nei quali cittadini giapponesi venivano rapiti da bambini da navi coreane e "addestrati" in modo da diventare spie una volta più adulti.

 Ok, ora forse si capisce un po' meglio la questione, e va bene che lei preferisce lasciare sempre una grande situazione di non detto, ma quando il non detto è troppo rischia di essere un po' evanescente.
 Detto ciò, è stata una giornata suuuuuuper (e non me la sento più di suonare "L'avvelenata" come quando ho ricevuto la mail del tizio di cui sopra).

venerdì 5 giugno 2015

I 12 motivi per cui bisognerebbe frequentare una donna lettrice secondo l'Huffington Post. Un elenco un filino inquietante, con punti fumosi e altri un attimo insensati. Tra curiosità, regali, comari, vacanze, la mia confutazione perplessa punto per punto.

 Stamane, prima di andare a lavoro, mentre vagavo per il web alla ricerca di articoli da spammare allegramente sulla pagina di fb (sempre carica di amabili suggerimenti), sono incappata nell'ennesimo elenco da giornalazzo (peccato fosse l'Huffington Post in questo caso, giornale da cui ci si aspetterebbe assai meglio)  in grado di elencarci i 12 motivi per cui è meglio frequentare una donna lettrice.
 Gli elenchi vanno di gran moda nel web, nel faccio uso anche io. 
Sono comodi, lineari e permettono di schematizzare bene i post, perciò non ho nulla contro (per la serie non si sputa nel piatto dove si mangia). Ciò detto però, quando si fa un elenco si deve avere un minimo di materiale con cui riempirlo, non si può andare a sentimento o creare sul momento per riempire una pagina.
 Per prima cosa i lettori lo capiscono, per seconda cosa si rischia di infilare un'idiozia dietro l'altra, specie se l'elenco, di suo, non è che parli proprio dei massimi sistemi.
 Riempirlo di Gif animate tanto cool, poi, non fa che peggiorare la situazione se l'articolo è tutt'altro che cool.
 L'effetto finale rischia di essere quello di un "matusa" che tenta di usare mezzi da gggggiovane (e usa la parola matusa, tra l'altro).
 Al link potete trovare l'articolo completo, di cui sotto, le mie personali obiezioni a questo articolo che non è manco carico di stereotipi, è proprio senza senso o pieno di nulla.
 Oh, perlomeno per quel che è l'opinione mia.
 Ma vediamo se sarete d'accordo!



1. Sapete già che non le dispiace passare del tempo da sola. Le persone che leggono sanno come intrattenersi, per ore e anche senza di voi.

In che senso? A quale essere umano non piace avere del tempo per se stesso? E in qualsiasi caso non stiamo parlando di un cane che deve essere in grado di attendere il padrone fuori dal supermercato, nè di un bambino che deve saper "intrattenersi" mentre i genitori sono in altre faccende importantissime affaccendati.
 Senza contare che generalmente il tempo da passare soli è talmente poco che una sa intrattenersi giocoforza. Anzi, ha tanti di quegli intrattenimenti arretrati tra amici che non vede da secoli, libri, film, sonno e via dicendo, che probabilmente al riapparire della dolce metà direbbe: oddio sei già qui?
 Ah, nel finale, il punto in questione suggeriva che se voi rampanti uomini lavoratori farete tardi dal lavoro non dovrete temere reprimende dalla moglie oziosa: una donna che legge si distrae e dimentica che non siete a tavola a condividere l'arrosto con lei, ergo essa sa sopravvivere anche senza di voi.

2. È empatica. Gli studi hanno dimostrato che le persone che leggono romanzi sono particolarmente comprensivi con gli altri.

Mah, mi piacerebbe pensarla così e non dubito che questi studi esisteranno, resta da capire come mai conosca tanti lettori forti che hanno l'empatia di un sasso. 
 Ma forse leggere libri come la biografia di Marina Ripa di Meana, per dire, rischia di non aiutare molto lo sviluppo di tale capacità.

3. Sa analizzare le situazioni. È una persona a cui potete rivolgervi se vi trovate di fronte ad una decisione difficile.

 Non comprendo perché la lettura di Fabio Volo o di decine di Harlequin (Harmony) Mondadori dovrebbe renderci particolarmente brave (i maschi no?) nell'analisi delle situazioni.
  Immagino che anche le ricette di Benedetta Parodi e le storie vere di Barbara D'Urso ed Eleonora Daniele aiutino in tal senso. Del resto, in effetti, se hai letto delle tragedie altrui vuoi non essere in grado di dire la tua quando qualcuno ti espone la propria?
Le comari lo fanno da una vita del resto e senza aver mai letto un libro, nella maggior parte dei casi.

4. Mantiene il senso della prospettiva. Non si lascerà certo trasportare dagli eventi negativi di Handsmaid Tale (Il racconto dell'ancella), il suo immedesimarsi non vuol dire farsi trascinare in una società totalitaria o essere costretta a partorire figli per altre coppie (si riferisce agli episodi del romanzo).

Un punto misterioso che non si capisce bene cosa voglia dire.Innanzitutto perché citare un libro, bellissimo tra l'altro, della Atwood completamente a caso?
Secondo poi, qual è il senso? Ci viene comunicato che se una donna legge un libro non ne verrà automaticamente plagiata rivendicando gli Hunger Games come Katniss o prendendo la barca come Ulisse? Più che mantenere il senso della prospettiva, mi pare dovrebbe essere una cosa normale, altrimenti bisognerebbe rivolgersi ad uno psicologo, temo.

5. Saprete facilmente come farla divertire.   Tutto quello di cui un lettore ha bisogno per vivere un'avventura è un posto dove stare comodi e una buona storia.

"Tesoro vorrei fare un viaggio."
"No amore, tu leggi, non hai bisogno di spendere e spandere per andare a vedere Londra o Tokyo, puoi sederti nella libreria sotto casa e sarai felice"
 "Ma non potremmo andare al cinema stasera?"
"No leggiamo, non ti diverti?"
"Una birretta fuori con gli amici?"
"E' più avventuroso pantofolare, guarda quante buone storie"
 "Ma neanche una passeggiata col cane?"
"Stiamo più comodi sul divano tesoro, leggi"
Dopo 365 giorni così immagino il grande divertimento.

6. Sarà capace di insegnarvi nuove cose.

E che cose saprà insegnarvi!
 E' in grado di insegnare cose solo perché legge? 
 Non credo che basti. Immagino che le trilogie sentimentali con uomini muscolosi, ricchi e villosi non abbiano lo stesso valore della Treccani. Piluccare romanzi casuali e mediamente mediocri e non aprire mai un saggio temo che non doni particolare arricchimento (anche se, bisogna a metterlo, aiuta gli uomini che non sanno proprio dove mettere le mogli quando hanno da fare, v. punto 1).
Inoltre, fatto non irrilevante, non basta leggere. Bisognerebbe capire cosa si sta leggendo o si finisce come la sentinella in Piedi che mentre manifestava contro la libertà altrui aveva il coraggio di leggere "Le origini del totalitarismo" di Hannah Arendt.


7. È curiosa. 

 Mah, non saprei. Per la milionesima volta: bisogna prima vedere cosa legge, non basta che legga. Poi, immagino siano curiosi anche i molti che non leggono, ma ascoltano musica che io non so neanche che esista, o tutti quelli che hanno la pazienza di scalare le montagne mentre io mi rotolo sul divano. Saranno curiosi i bravissimi in matematica e gli appassionati di cinema.
 Temo che essere curiosi non sia una prerogativa di chi legge, ma semplicemente di chi ha una passione.

8. Sa ascoltare. Chiunque passi ore ed ore a leggere le storie di qualcun'altro sarà di sicuro interessato a quello che avete da dire.

Ma anche no. Che razza di logica è? 
 Un conto è una storia ben scritta e appassionante, un altro la cartella medica della vicina ottantenne, i guai di vostro figlio che a 45 anni ancora non vede la via della laurea, un altro ancora l'indimenticabile racconto del vostro viaggio di nozze.
 Chi legge non è un boccalone che viene incantato come il topo da un pifferaio di Hamelin qualunque che ti racconta la propria giornata, ma una persona a cui piace calarsi in una storia che ha scelto, è libero di abbandonare se la annoia e che, soprattutto, nessuno le ha imposto.
 Quindi no, il lettore non sa ascoltare a prescindere.

9. Saprete sempre cosa regalarle.

Consiglio giusto se usato con parsimonia.
 Un libro è come un diamante, per sempre. Quindi vuol dire che se regalate un libro bellissimo una se lo ricorda per sempre, ma se ne regalate uno che fa schifo o prende il vostro interlocutore per scemo allora il danno sarà eterno. 
 Detto ciò, (potete sempre cavarvela con un buono regalo da spendere in libreria) non si può regalare SEMPRE un libro. Anche una vacanza è gradita, un vestito, una cena, un concerto. Non fate come i miei parenti che un anno a Natale mi regalarono 12 dico 12 libri. 
Splendido regalo direte voi, peccato che non me ne piacesse uno, rispondo io. Era l'epoca in cui andava di moda Cristian Jacq, ve lo ricordate? Egizi romanzati. Una palla epica. L'anno dopo ho dovuto diffondere la voce che ok, ero una grande lettrice, ma gradivo ricevere anche altre cose, come tutte le persone del globo.

10. Ha una grande memoria per i dettagli. 

Mah, non so, io ad esempio ho memoria per i dettagli, ma selettiva. Come hanno sempre detto i miei maestri e professori: la ragazza si impegna molto, ma principalmente in quello che le interessa, per il resto tralascia. Perciò ho una memoria di ferro per i particolari che trovo avvincenti e particolari, ma per il resto potrei ignorare un elefante che mi cammina davanti in pieno giorno.
 La lettura non ha nessun ruolo in questo mio esercizio.

11. Non vive fuori dal mondo, non importa in quale universo parallelo sia immersa. 


Mah, no, i lettori non vivono fuori dal mondo. Anche se è uno stereotipo comune quello della povera scema (raramente il povero scemo) che pensa di realizzare i propri sogni proprio come le protagoniste dei romanzi d'amore(Sansa Stark dimostra come ciò porti solo guai e sofferenza), in generale i lettori hanno i piedi ben piantati per terra. 
Poi possono o leggere saggi e libri che li tengono ben piantati nel mondo contemporaneo e li rendono anzi assai più consapevoli di chi non legge e guarda la tv dieci minuti al giorno, fregandosene di tutto, oppure romanzi che li aiutino a straniarsi per un po' dal mondo reale, perché allentare ogni tanto serve.
 Il punto 11 comunque è in contrasto col 4, il punto in cui ci viene ricordato che una donna che legge non è per forza vittima di circonvenzione di incapace da parte del tomo che sta leggendo.

12. L'aspetto migliore di uscire con una lettrice?
Probabilmente vi incoraggerà ad aprire un libro, così anche voi potrete godere dei benefici della lettura. 

Forse l'unico punto vero di questo elenco inquietante.
  I lettori se non pedanti e davvero appassionati possono riuscire a contagiare i non lettori, specialmente se ci dividono il letto e possono usare ricatti degni della "Lisistrata". Una donna lettrice, ma anche un uomo lettore, che francamente non vedo questa grande differenza di genere, sanno a quali libri rifarsi per ricattare la propria dolce metà.

 E voi di questo elenco, cosa ne pensate? Sono troppo in bacchettone mood?

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...