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giovedì 3 dicembre 2015

Perché tra le mille possibilità dovremmo scegliere di usare il nostro tempo per leggere e/o per scrivere? "On Writing" di Stephen King ha un'ottima risposta, la sola necessaria, che distrugge le nostre giustificazioni, ed è terribile e meravigliosa.

 Non ho mai avuto un buonissimo rapporto coi manuali di scrittura. 
 Penso in realtà che chiunque aspiri a diventare uno scrittore (mestiere equivoco in tutti i sensi), non si fidi mai completamente di quello che gli consigliano gli altri, per quanto grandi scrittori.
 Il motivo è presto detto, se da una parte possono esserci assiomi universali: lavora sodo, non scoraggiarti, impara qualcosa dai rifiuti che ricevi e continua a tentare, da un'altra è pur vero che ognuno ha un suo metodo di lavoro che deriva dall'esperienza e, spesso, da alcune esperienze di vita.
 Personalmente ho sempre ritenuto una leggenda metropolitana per faciloni il fatto che starlette della tv, conduttori, attori o chi per loro siano in grado di scrivere un libro. Nessuno li ritiene scemi, ma se avete mai provato a scrivere, sapete che anche produrre un libro che appare semplicissimo, con una trama imbarazzante, ritiene un lavoro di costanza che è difficile apprendere improvvisamente.
 Se c'è una cosa che i manuali di scrittura opera dei grandi scrittori insegnano, è che come diceva Capote, "Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta, e questa frusta è intesa unicamente per l'autoflagellazione". Ossia, senza un grandissimo lavoro, costante, senza sconti e giustificazioni, che inizia prestissimo, andare da qualsiasi parte, anche un vicolo cieco, è impossibile. Anche Shakespeare avrà avuto il suo da fare.
 Come ce lo ha avuto Stephen King che lo ha descritto benissimo in un suo libro finalmente riedito dopo tanti anni fuori commercio: "On writing. Auotbiografia di un mestiere", che Frassinelli ha rieditato recentemente.
 Non ho mai parlato di Stephen King nel blog perché pur avendo letto vari libri non ne ho mai subito, come lettrice, una grande fascinazione. Ovviamente sa scrivere molto bene, le sue trame, come lui stesso ammette partono da idee semplici, ma di enorme impatto nell'immaginario, e la cosa interessante è che pur spaziando più o meno nello stesso genere, l'horror (con punte di fantasy e fantascienza), riesce a trovare spunti assai diversi tra loro.
 Detto ciò, preferisco trame che hanno idee più complesse e magari di meno immediato impatto, ma è un mio gusto personale.
 Non mi aspettavo perciò che questo saggio sul mestiere di scrivere mi colpisse così tanto. Invece è superlativo perché riesce a centrare tutti i punti scoperti di chi desidera diventare scrittore.
 La prima parte è costituita da una sorta di zibaldone autobiografico che fotografa diversi momenti della sua vita, dalla primissima infanzia fino all'età adulta. Malgrado seguano un percorso cronologico ben definito e pur non descrivendo tutti episodi inerenti strettamente alla scrittura, sono quelli che King ha scelto per parlare di ciò che lo ha reso un autore. Non si parla solo del primo racconto inviato e rifiutato, del primo soldo pagato da sua mamma come giusto compenso come un raccontino che, da piccolissimo, aveva scritto. Non ricorda solo le avventure tipografiche folli del suo intelligentissimo fratello maggiore o come, tra mille generi, abbia inconsapevolmente deciso di dedicarsi all'horror. Nel suo racconto complessivo si parla di come un essere umano si renda conto che tutto, nella sua vita, possa ricondurre ad un unico equivocabile destino, una sorta di vocazione che, senza misticismo o vanteria, non si può non riconoscere.
Stephen King giovane (ebbene sì)
 Dietro al suo primo lavoro riconosciuto, "Carrie", ci sono anni passati a scrivere su tavoli di lavoro tra un turno di lavoro in fabbrica e le lezioni scolastiche la mattina, c'è l'ansia di non sapere come campare una famiglia costruita giovanissimo e che non si riesce a sostenere con un lavoro prima da operaio, poi da insegnante. Ci sono i ricordi di quando bambino, figlio di una donna abbandonata dal marito (da quel che si capisce mai più rivisto), con due bimbi piccoli, costretta a vagare per gli Stati Uniti alla ricerca di un lavoro più umile dell'altro (ma King ha solo parole buone per questa madre che continua a definire spassosa e divertente), ha vissuto in una serie di case assurde, in campagne che ritornano nei suoi libri, in province addormentate e spaventose.
 Ci sono il primo dolore fisico, l'esperienza della droga, dell'alcolismo, la prima tristissima sbronza, presagio di un problema che sarebbe diventato enorme, un ritratto meraviglioso di sua moglie Tabitha, il dovere e la necessità di scrivere ovunque, qualsiasi giorno dell'anno sia, perché King riconosce questa principale grande fatica nello scrivere: la costanza. 
 Le storie, lasciate a loro stesse per troppi giorni, perdono smalto e gli autori stentano a riconoscerle e non riescono a vincere la stanchezza tipica di chi preferirebbe fare altro piuttosto che starsene incollato per ore ad una scrivania.
 Quello del tempo è un grande cruccio sia di scrive che di chi legge. 
 Entrambe le categorie, scrittori e lettori sono accomunati, seppur in modo diverso, dalla necessità di ritagliarsi a tutti i costi il tempo per dedicarsi ai libri (i loro e quelli degli altri). In una vita che è composta da tante altre cose fondamentali, lavoro, famiglia, impegni e incombenze inderogabili di vario genere, riuscire a trovare il tempo per qualcosa che non è strettamente legato alla sopravvivenza può diventare oltre che difficile, un ulteriore carico di lavoro. 
 Perché, dopo una giornata passata a lavoro, si dovrebbe trovare il tempo, dopo cena, di scrivere o di leggere? Non sarebbe meglio rilassarsi e guardare la tv? Non sarebbe meglio, in pausa pranzo, ciarlare coi colleghi invece di cercare di scrivere un paragrafo? Addormentarsi sulla metro o il treno di ritorno invece di continuare almeno un poco a scrivere o a leggere?
  Come moltissime persone, l'altra mattina ho preso la metro, dovevo starci un quarto d'ora, avevo il libro con me, ma avevo sonno e non l'ho tirato fuori. Distrattamente ho iniziato a guardare il cellulare. Poi ho alzato gli occhi e ho visto praticamente tutto il vagone intento a fare la stessa cosa e non solo mi è presa tristezza, ma ho capito che stavo buttando il mio tempo. Per aver scritto questa cosa si è scatenato il pandemonio: come mi permettevo di ritenere chi legge libri superiori agli altri? Come sapevo che gli altri non stavano leggendo sullo schermo? Tanta gente non legge perché ha bisogno di farlo in condizioni di rilassatezza e non coi minuti contati.
In questi giorni, sulla pagina di fb, ho scritto una frase semplicissima.
 Premettendo che sì, ritengo i lettori forti mediamente più acculturati degli altri (e non vedo lo scandalo), non prendiamoci in giro: il 90% dei cellulari degli altri su cui mi cade l'occhio sono su fb, tetris con la frutta, video (porno e non) ecc ecc, altro che libri. Non avrei neanche bisogno del dato empirico: in Italia i lettori sono pochissimi, quelli di e-book ancor meno e sì, penso che siano una concausa del nostro tracollo civile. Alcuni, poi, mi hanno scritto che leggere è un hobby.
 Ecco, io penso che questo libro di Stephen King esprima benissimo quello che penso io: leggere NON è un hobby, scrivere NON è un hobby. Leggere e scrivere, per chi è realmente appassionato è altro. Non voglio dire facilonerie come "è la vita" o "è tutto", io direi semplicemente che è ineluttabile. 
 E davanti a questa ineluttabilità si sacrificano tante cose, si scrive sui tavoli da lavoro nelle pause e si impara a leggere correndo da un bus all'altro. Si litiga coi familiari che non capiscono perché dopo ore che non vi vedete vi attaccate ad un pc, si rinuncia ad ore di sonno e si passano giornate di frustrazione e di vero e proprio odio verso la scrittura. Si passano pomeriggi di vacanza all'estero chiusi in albergo a scrivere e si va avanti, anche senza riconoscimento, solo perché qualcosa dentro dice che bisogna andare. 
 E' nell'ultimo capitolo che King descrive cosa significa essere uno scrittore. 
 Un pomeriggio, durante una tranquilla passeggiata, sul finire degli anni '90, viene investito da un pazzo in macchina, un personaggio degno dei suoi libri. E' un incidente gravissimo, che comporta una convalescenza molto lunga e svariate operazioni alle gambe. King è costretto non tanto a stare a casa molto tempo, quanto a soffrire dolori atroci che gli antidolorifici non soffocano.
 Sua moglie gli consiglia velatamente di scrivere, anche se il dolore gli offusca le idee e rende difficile creare frasi di senso compiuto. Tre settimane dopo King è chino sulla scrivania e cerca di terminare lo stesso libro che stiamo leggendo: "On writing".
  Lo aveva iniziato tempo prima e mai continuato per frustrazione. Scopre, rileggendolo che non è così male, così ricomincia a scrivere e si accorge che col passare delle ore il dolore non scompare, ma si attenua, che diventa in qualche modo una parte sopportabile all'interno di quella che la sua vita. Perché è questo il grande premio della scrittura (e a mio parere anche della lettura), è talmente potente da continuare a mantenere la rotta nella propria vita, anche quando quella rotta sembra perduta. 
 Se si è fedeli alla scrittura e alla lettura, esse non possono mai abbandonarci. Se noi siamo costanti nella nostra devozione, anche loro lo saranno nei nostri confronti.
 Penso che al di là dei consigli di grammatica e sintassi, che a prescindere dalla meravigliosa parte autobiografica, questo libro meriti tra tutti i materiali di scrittura per questo motivo: non ci dice come scrivere, ci dice perché scrivere. E leggere. Due attività che sono diversissime eppure unite in mondo indissolubile.
 E proprio per questo, anche se non è la più bella o la più importante, voglio chiudere questo post con la citazione di cui sotto. 

"Mi trascino dietro un libro dovunque vada e approfitto di qualsiasi opportunità per sbirciare tra le sue pagine. 
Il trucco sta nell'impratichirsi a leggere a piccoli sorsi e non soltanto a lunghe golate. Le sale d'attesa sono l'ideale, ovviamente, ma anche gli atri dei cinema prima di uno spettacolo, le interminabili e noiose code alla cassa del supermercato, e il posto preferito del mondo intero, il cesso. [...]Secondo il galateo leggere a tavola è da maleducati ma, se intendete sfondare, la maleducazione deve essere la penultima della buona società. Tanto i giorni come i suoi membri sono contati, se siete intenzionati a scrivere con schiettezza. Dove altro potreste leggere? C'è sempre il tapis roulant o qualsiasi altro attrezzo adoperiate al centro sportivo dei dintorni per tenervi in forma. Io cerco di esercitarmi un'ora al giorno e credo che impazzirei senza un buon romanzo a farmi compagnia. Molte palestre ormai sono dotate di uno schermo televisivo. Però la tv è l'ultima cosa di cui avete bisogno. Leggere richiede tempo e il capezzolo catodico ve ne ruba fin troppo.
 Soltanto dopo lo svezzamento dall'ossessione effimera per la tv si apprezza il piacere della lettura. Mi spingo a suggerirvi che, spegnendo quello scatolone che blatera senza posa, migliorerete la vostra qualità di vita oltre a quella di scrittura. Quante puntate di Frasier o ER ci vogliono per rendere completa l'esistenza di un cittadino americano medio? Quante televendite? Quanti servizi esclusivi da Washington di pasciuti cronisti bianchi della CNN? Oddio tappatemi la bocca. Scusatemi, cari presentatori, predicatori e intrattenitori: ho finito".

Oh, lo dice Stephen King. 

Ps. Il libro è del 1997, King ancora non poteva sapere di smartphone, social e internet diffuso, per lui la grande distrazione era ancora la tv. Penso che in luogo di tv si possano tranquillamente aggiungere tutti questi nuovi mezzi di comunicazione.

mercoledì 5 marzo 2014

Capolavori scritti in pochi giorni. I velocisti della letteratura: da Soseki a Bradbury, da Faulkner a Manzoni fino a Simenon, ecco le aquile reali che illudono gli scrittori polli.

Uno dei grandi dibattiti della letteratura è sulla quantità di tempo necessaria a scrivere un capolavoro. 
Per gli antichi romani più ci mettevi a scrivere meglio era, Catullo, per dire, parlava di tale Cinna che ci mise ben nove anni a scrivere un'opera che non c'è mai arrivata. Per loro, se non passavi tot anni a lucidare i tuoi versi, pure fossero degli orrori, non eri uno scrittore degno di questo nome.
 Gli antichi greci, che erano gente molto più seria e si svagavano in mille e più modi, parlavano di frenesia dovuta alla possessione del dio. Che poi 'sta possessione fosse aiutata da vino, dei, sostanze allucinogene varie, non è che Democrito e i suoi fossero tanto precisi sul tema.
 Nei nostri tempi moderni, in cui c'è poco tempo per fare tutto (e in genere quello che si fa riesce pure male) la moda del libro scritto di getto in pochissimo tempo è ormai la regola. 
 C'è sempre questa famosa frase che io odio: "Sentivo l'urgenza di dire una cosa". Perché? Cosa? Chi ti ha lasciato pensare che noi sentissimo l'urgenza di saperla? E soprattutto che vuol dire?? Pare che l'intellettuale moderno si vergogni di dire che ha fatto delle ricerche su un libro, che ci ha meditato persino!
 Purtroppo per noi, alcuni geni hanno dettato loro il passo, scrivendo in effetti immortali capolavori in pochissimi giorni. In tal modo gli hanno lanciato la fatale idea che non importa tu sia capra o aquila reale: "SE VUOI PUOI".
E fu così che tante capre iniziarono a scrivere.
 Ma andiamo a vedere a quali geni dobbiamo queste felici dimostrazioni di rapidità!

NATSUME SOSEKI con "IL SIGNORINO":
Il premio nobel Natsume Soseki ci mise un mucchio di tempo a raccogliere materiale su "Bocchan", uno dei libri più letti della storia in Giappone. 
Poi un giorno di Luglio partì di brocca a scrisse 109 pagine di seguito, leggenda vuole senza neanche mai correggerle. Se non lo avete mai letto fatelo (l'ho già consigliato), perché racconta in un soffio una storia di formazione al contrario, ossia il rifiuto di formarsi e uniformarsi alla società. Giovane professore di buona famiglia spedito a insegnare in un istituto tecnico in capo al Giappone, deve scontrarsi con tutte le meschinità del genere umano: trappoloni e maldicenze dei colleghi, gerarchie da rispettare anche se assolutamente insensate, deboli che soccombono in nome di un onore che non serve più e classi di alunni senza speranza alcuna. 

WILLIAM FAULKNER con "MENTRE MORIVO": 
Raramente la genesi di un romanzo riesce a unirsi in modo tanto simbiotico alla trama, allo scrittore e alla storia. 
"Mentre morivo" fu scritto dal buon Faulkner nell'arco di una sola estate, in piena notte, mentre lavorava come fuochista in una centrale elettrica. Il piano di lavoro era una carriola rovesciata. Una situazione che se fosse veritiera meriterebbe la palma per miglior immedesimazione del metodo di scrittura (disastratissimo) con la trama del grande romanzo americano (ovviamente disastratissima tra povertà, aborti e piaghe bibliche varie ed eventuali).


RAY BRADBURY con "FAHRENHEIT 451": 
  E' rimasta celebre nella storia la risposta di Tenco alla domanda "Perché scrivi solo cose tristi?" "Perché quando sono felice esco"
 La combinazione reclusione/fiato sul collo è stata per il caro Ray la soluzione ideale.(e sorvoliamo sulla sua triste fine). Ray Bradbury scrisse il suo capolavoro in poche settimane, chiuso in una sala della biblioteca in cui si poteva noleggiare una macchina da scrivere a ore. Ci si costrinse perché, se non avesse avuto non solo la tranquillità, ma anche il dovere morale di non buttare i soldi che versava per il noleggio, avrebbe passato i suoi pomeriggi a giocare con le figlie o in altre faccende affaccendato. Per quanto la passione sia forte, talvolta anche i grandi possono cedere alla noia e alla solitudine delle ore trascorse in stanza a buttare giù pagine su pagine.

FEDOR DOSTOEVSKIJ con "IL GIOCATORE":
Il deterrente "Fiato sul collo" è stato potente anche per Fedor Dostoevskij che si ritrovò a scrivere il giocatore in un mese con l'aiuto della sua già citata seconda moglie, la stenografa Anna Stitkina. Oppresso dai debiti, aveva l'obbligo di consegnare al tizio, a cui aveva già venduto i diritti delle sue opere pubblicate, un nuovo romanzo entro una certa data. Se non fosse riuscito nell'impresa avrebbe perso i diritti di tutte le opere prodotte nei successivi nove anni. Preso da cotanta ansia, Dostoevskij non scelse comunque la strada facile della trametta senza complessità strutturale et profondità et discreta lunghezza, ma anzi, riuscì a sfornare "Il giocatore". Al termine del mese era libero e aveva trovato moglie (e mi pare di ricordare che Hollywood sia riuscita a tirare fuori una storia d'ammmore romantica pure questa vicenda).

STENDHAL con "LA CERTOSA DI PARMA":
 Caso di volli, sempre volli, fortissimamente volli. Come Bradbury, anche Stendhal aveva molto di meglio da fare che starsene chiuso a casetta a scribacchiare come un pazzo.Tuttavia il genio sa quando c'è da andare a caccia e corteggiare dame a Civitavecchia, e quando invece seppellirsi nello studio e diventare un eremita. E' quel che si dice, un investimento: non campo per due mesi per poter fare quel che mi pare nel futuro prossimo venturo. Così le leggende vogliono che Stendhal, recluso a casa sua per 52 giorni nel 1838, diede ordine alla servitù tutta di non disturbarlo e di non voler essere disturbato.
 La risposta per tutti doveva essere: "Il signore è a caccia".
 D'ora in poi darò anche io mandato di rispondere così.

IL CASO SIMENON: 

George Simenon ha avuto una sterminata produzione, dovuta in gran parte al metodo estremamente veloce di scrittura che aveva elaborato.
 Ogni romanzo, (dopo una gestazione mentale di durata variabile) veniva scritto in una-due settimane, per poi essere rivisto in pochi giorni solo successivamente. Metodo (spesso contestato dai "veri" intellettuali) molto simile a quello usato da Camilleri che in quanto a grafomania sta cercando di emulare il maestro. Ricordo un anno in cui non facevamo in tempo a esporre una pila di libri di Montalbano che uscivano altre tre opere di Camilleri in contemporanea. 


SYLVIA PLATH con "ARIEL":
 Nel mio immaginario la Plath, che cito spesso, si accosta ad un'altra figura femminile, Francesca Woodman, fotografa suicida a 23 anni che ci ha lasciato un quantitativo di foto impressionanti. La cara Sylvia non credeva all'invasamento del dio, anzi, lavorava come una pazza da mane a sera sulle sue poesie, vedendo, rivedendo e correggendo. Tuttavia, il suo capolavoro, pubblicato postumo, "Ariel" venne da lei scritto per i suoi tre quarti in appena tre mesi. Una vampata prima della fine che sottolinea non solo una straordinaria prolificità, ma anche un talento che forse era lì lì per scatenarsi in tutta la sua potenza. Il suo potrebbe essere uno straordinario caso in cui essere troppo sgobboni era un ostacolo e non un merito. Un po' come quei compagni di classe che magari studiavano come pazzi, ma l'agognato nove non lo prendevano mai.

ALESSANDRO MANZONI  con "IL 5 MAGGIO": 
Manzoni ci ammorba con la storia dei panni sciacquati nell'Arno sin dalla nostra adolescenza. Sappiamo che passò infiniti anni a scrivere "Fermo e Lucia" e poi "I promessi sposi", quindi evitiamo di immagazzinare la possibilità che in effetti, anche lui, avesse doti di velocista. Eppure è accaduto.
 "Il Cinque Maggio" è stato scritto dal sommo in appena tre giorni, appena appresa la morte di Napoleone, esiliato e neoconvertito al cristianesimo a un passo dalla fine. La pappardella che si usava imparare a memoria un tempo (è toccato pure a me) è frutto dunque di un invasamento momentaneo del Manzoni. Mai più ripetuto.


NOTIZIE DUBBIE:  
Nel bellissimo libro di Fruttero e Lucentini "I ferri del mestiere", Fruttero rievoca una notte del 1976 in cui, in occasione della morte di Agatha Christie, gli venne commissionato da "Paese sera" un racconto "alla maniera di". 
Solo che gli venne commissionato dall'oggi al domani, così si imbottì di caffè è scrisse come un pazzo (talmente tanto come un pazzo che sostiene di essere stato solo in casa, mentre la moglie lo nega fermamente). 
Così scrive: "All'alba avevo finito, debitamente esausto, ma tripudiante: allora era possibile! Vedevo davanti a me e a Lucentini una carriera di fulminei "storytellers" notturni, sostenuti da tazzoni di caffè, sigarette, qualche superalcolico, simpamima e chissà, addirittura cocaina. Decine, centinaia di racconti come Cechov, Maupassant, O. Henry.... Non andò purtroppo così, quella restò l'unica volta, l'unica notte."
 Seguendo la sua traccia ho provato a cerca informazioni sul metodo di lavoro di Cechov e Mapuassant, ma internet non è stato generoso. Sicuramente qualche laureato in lettere potrà giungere in nostro soccorso.

I POLLI CHE SI CREDONO AQUILE, ILARIA D'AMICO-FABRIZIO CORONA:
Quando scrivere di corsa non è segno di genialità. Rimembro questa intervista della D'Amico che diceva di aver scritto il proprio libro "Dove io non sono" tutto di seguito, in pochi giorni (in verità io rimembro addirittura una sola notte), di getto, d'urgenza e tutte quelle cose lì.
Di Corona ci sono invece notizie più precise, con orgoglio rivendicò di aver scritto in soli cinque giorni il suo romanzo giallo "Chi ha ucciso Norma Jean?", protagonista un paparazzo senza scrupoli.
 Ricordo quando ci arrivò in libreria. Mi riesce difficile immaginarlo seduto ad una scrivania a fare lo Stendhal di turno mentre dice a tutti i suoi vari assistenti, "No guarda, lasciatemi in pace per cinque giorni che devo scrivere, dite che sono a caccia!".
Non suona eh? Chissà perchè.

 E voi rimembrate altri capolavori scritti alla velocità della luce?

martedì 17 dicembre 2013

Consigli per il Natale parte II. Libri per il nonno, il prozio, il nipote emiskilliano, l'amico nerd e quello lontano (e fa pure rima tiè)!

Ed eccoci di nuovi su questi schermi, in pieno Vanna Marchi style, per il secondo capitolo dei consigli per i libri natalizi (e direte voi è anche ora che mi dia una mossa che Natale è dietro l'angolo, anche se non me ne rendo conto perché vivo in una sorta di bolla temporale che mi porta a credere sia ancora ottobre).
Molti di voi, come me, prenderete qualsiasi mezzo pubblico e non d'Italia per tornare alla casa natia e passare sei appassionanti giorni di abbottamento molesto di qualsiasi cibaria esistente sulla terra (in particolare le più pesanti e caloriche), in compagnia di parenti che vedete in quell'unica occasione e di amici che tentano di infilarsi nelle pieghe di tempo che la vostra vampirizzante famiglia gli concederà.
 Gli altri, che abitano ancora nei luoghi della loro infanzia, subiranno un po' di meno gli influssi malefici del natale, ma comunque non potranno evitare gli amabili parenti.
 Ed ecco perchè oggi vi darò consigli su come ammansirli librariamente.

IL PARENTE ANZIANO: 
Vista l'età media della popolazione italiana, l'anziano non può mai mancare in casa e non so i vostri vecchietti cosa reclamano per Natale, in miei in genere nulla e se perseveri capace pure che si offendono. Quindi, cosa regalare ad una nonna e a un nonno medio, ad una prozia, ad una cugina di tua nonna, insomma alle due generazioni precedenti?
E' presto detto: un cesto.
Ma poiché questo è un blog sui libri e non sulla gastronomia, vi dirò che esistono dei libri che anche il vostro bisnonno, nonostante la miopia incipiente, può apprezzare. 

 Libro risolutivo per il caso I. L'anziano che non legge. Il papa. Non potete sbagliare. Quest'anno la sezione di religione è talmente traboccante di libri su Pope Francesco che non potete lamentarvi. Si va dall'enciclica low cost agli illustrati pasciuti a seconda di quanto il vostro anziano parente ami leggere e ancora soprattutto riesca. 
 Evangelii Gaudium, l'ultima esortazione del pope, è al modico prezzo di 2,70, l'ideale se l'età media della famiglia è alquanto alta.
Ps. E' possibile che voi abbiate un nonno ex anarchico, o appartenente agli Uaar, puntate sulla loro passione di una vita: libri di funghi, botanica, piante di montagna, battaglie degli alpini.

 Libro risolutivo per il caso II. L'anziano che legge. 
Se legge molto ed è ironico c'è il sempre pronto "Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve". In alternativa vi propongo un libro che fece furore lo scorso Natale: "La storia del mondo in 100 oggetti" di Neil MacGregor ed. Adelphi, 49 euro. E' grosso e lungo, scritto grande, l'ideale per chi ha tanto tempo da passare. Pieno di aneddoti e interessante, vostro nonno ci si ritroverà di sicuro e inizierò a rifilarvi personali esperienze e ricordi legati ad ogni oggetto. Auguri.
 Ps. Se già ce l'ha, quest'anno è uscita "La storia del mondo in dodici mappe". Sempre grosso, ed. Feltrinelli, 39 euri, scritto più piccolo. 
Lato positivo: potete farvelo prestare.


IL NIPOTE CHE VORRESTE ACCULTURARE A SUON DI SCHIAFFI: 
Emis Killa. Sicuramente quelle corna sono per me: una vekkia
con più di vent'anni ke lo insulta e non kapisce la sua musika.
Ho anche io degli esemplari di parenti che rappresentano il peggio di quella già insopportabile e villana età che è l'adolescenza. Ormai sono abbastanza vecchia da voler mettere sotto il rubinetto dell'acqua fredda tutti i tredicenni brufolosi con Emis Killa, Fedez e Clementino a palla nelle orecchie. "Sì la vita è cattiva, voi adulti mi fate schifo, tutto mi fa schifo". L'unico rimedio contro tali starnazzamenti è la crescita, ma se volete velocizzare il processo visto che a Natale, siete costretti a fargli un regalo istigateli alla lettura. Come? Per prima cosa NON regalategli il libro che nella vostra infanzia ha toccato il vostro piccolo cuore bibliofilo che è proprio il motivo per cui gli daranno fuoco assieme ai loro gangsta amici il giorno della Befana. Blanditeli. I ragazzini leggono poco, ma le figure li convincono con più facilità, perciò: graphic novel! Anche qui, non so con quale specie di ominide o femminide adolescentis avete a che fare, adattatevi possibilmente ai loro gusti, io vi lascio due consigli.

 Consiglio per fiocco rosa: 
 "Anya e il suo fantasma" di Vera Brosgol ed. Bao Publishing 16,00 euros (ben spesi).
 Un'adolescente di origine russa nell'America di (più o meno) oggi. Odia le sue origini, si vergogna della madre e non è per niente popolare, finge di avere un altro cognome, meno esotico e sogna il belloccio della scuola. Un giorno cade in un pozzo e ci rimane due giorni prima che qualcuno fortunosamente la trovi. Sul fondo, assieme a lei, c'è uno scheletro. Quando uscirà dal pozzo Anya non sarà da sola... Disegni puliti, storia graziosamente dark (ok il pozzo c'è anche in "The ring" ma non c'entra nulla), non particolarmente impegnativa. Se riescono ad aprire la prima pagina dovrebbero riuscire a finirlo tutto.


Consiglio per fiocco azzurro: 
 "Scott Pilgrim. Una vita niente male" di Bryan Lee O'Malley ed. Rizzoli 9,90 euros.
Constando la serie di sei volumi, se quello in questione non è il vostro nipote favorito potete prendergli solo il Vol. I e centellinare gli altri per le future ricorrenze (o sperare vanamente che si appassioni e si compri gli altri da solo.
Trama: Ragazzetto appassionato praticamente solo di musica, incontra la ragazza dei suoi sogni, Ramona. Tutto sarebbe fantastico se Scott non dovesse affrontare i suoi sette malvagi (e di ambosessi) ex. Follia, surrealità, azione, ideali e spiegazioni allegoriche (cioè a suon di combattimenti e botte) sull'ammmore. Finirà che ve lo farete prestare.



L'AMICO LONTANO: 
Tutti ci istigano a non trovarci il lavoro sotto casa e noi lo facciamo, semovendoci inquieti per tutta la penisola e oltre e va bene, lo hanno fatto i nostri padri e i nostri nonni, possiamo farlo pure noi. Peraltro, al contrario di loro che migravano e paese mio che stai sulla collina addio per sempre, grazie a internet e co. possiamo mandare avanti amicizie a suon di skype e whatsapp, ma il regalo a Natale per gli amici ormai lontani ci vuole sempre e non virtuale.
 Visto che in Italia esiste ancora questo istituto misconosciuto chiamato "piego di libri" che ci concede di inviare un pacco che contenga  ESCLUSIVAMENTE libri alla modica cifra di "1,28 per i pacchi fino a 2 chili e 3,96 per quelli da 2 a 5 chili, capite bene che se in quest'epoca di nomadismo estremo, avete amici ai quattro angoli dell'Italia, vi conviene spedirgli un libro.
 Una piccola casa editrice, L'Orma editore, ha creato una collana "I pacchetti" fatta apposta per questa tariffa. Sono piccoli libri, generalmente sui 5 euro già impacchettati in una sovracoperta con tanto di posto per l'adesivo postale e la diciura "piego libri" scritta sopra. Per rimarcare l'inedita accoppiata libro/posta, la collana contiene solo tomi di scrittori e personaggi dei secoli che furono, composti dalle loro lettere. Non vi preoccupate, non si tratta di pesantate cosmiche, ma di una selezione tematica: c'è Gramsci che tormenta il figlio sui suoi studi in "Come va il tuo cervellino?", F. Nietzsche che si ridicolizza con lettere degne di Liala dedicate a Lou salomè, in "Mia venerata". C'è Verdi che si sganascia dalle risate in "E' così bella cosa il ridere...".


"Mnemotecniche e rebus" di Umberto Eco ed. Guaraldi, 8 euros.

In alternativa, ci sono tanti piccoli libri leggeri e spedibilissimi. Io ve ne cito solo uno, uscito da poco. L'intervento di Umberto Eco ad un convegno sulla memoria, in cui percorrere le mnemotecniche nella storia, tra codici, rebus e molta logica.
Per amici studiosi, ma anche appassionati di gialli.
 Altrimenti potete saccheggiare la collana i Sassi della casa editrice Nottetempo, personalmente a me è piaciuto molto "A chi spetta una buona vita?" di Judith Butler.


L'AMICO NERD:

Tutti abbiamo un amico nerd. In genere ce lo portiamo dietro dalle scuole dell'obbligo (sempre che l'amico nerd non siate voi stessi) e gli vogliamo bene anche perché nella loro cieca fiducia in "Guerre stellari", "Il trono di spade" e Tolkien, ravvisiamo un'innocenza e una purezza che ormai da tempo abbiamo perduto. Questa loro esaltazione per il capitano Kirk e dottor Who, ci suona sospetta di tanto in tanto, magari quando stai cercando di spiegargli i tassi d'interesse richiesti dal tuo mutuo e ritieni che la Morte Nera non possa effettivamente considerarsi una casa in cui sperare di vivere un giorno, ma vabbeh, l'amico nerd è nerd appunto per questo. 
Coi consigli sparo un po' nel buio perché ogni nerd che si rispetti ha la propria personale fissazione con una nerdata specifica. In generale comunque, l'asse da seguire è: assecondatelo.


 Valido per tutti coloro che sbavano dietro Star Wars, lo spazio e gli abissi più profondi dell'universo è "Il codice Sith", 16,90 euros ed De Agostini. 
Copertina rossa con scritte nere e maligne, pagine tagliate diversamente a seconda dei capitoli, illustrazioni considerevoli e tutto ciò che un bravo Sith deve sapere: divinità, armi, lato oscuro, eroi e punti deboli dei nemici, gli sporchi jedi. Consiglio valido anche per il nipote 14enne che ha appena scoperto George Lucas.
Se è più sul genere maghi elfi e Tolkien è uscito recentemente "Difendere la terra di mezzo. Scritti su Tolkien" di Wu Ming 4 ed. Odoya 18 euri.
Ho letto sul loro sito che ritengono non sia facile trovarlo impilato all'ingresso delle librerie. Non temete ce lo trovate eccome. Vende ed è lì bello esposto nella sua copertina blu blu.

"Il blocco dello scrittore"  di Matteo Curtoni e Maura Parolini, ed. Fabbri editori, 12 euros.
Vi avviso, è un po' una ruffianata, ma può funzionare, specialmente se leggete disperati questo articolo la sera del 24 in preda al panico per la dimenticanza del regalo. Tuttavia è da mettere in atto solo se ve la sentite di affrontarne le conseguenze. Un nerd vero pensa di avere un giardino incantato dentro di sé, mondi meravigliosi che meriterebbero un vasto pubblico, saghe all'altezza di Asimov, personaggi che "JeikeiRowling chi ti credi di essere?", storie in grado di produrre merchandising per generazioni e schiere di appassionati fanatici. Vezzeggiatelo con "Il blocco dello scrittore", un vero e proprio block notes con esercizi di scrittura, consigli dei Grandi e soprattutto tante pagine su cui sbizzarrirsi. Tenete presente che i primi lettori fortunelli dell'opera somma sarete voi.

Più scrivo più mi vengono in mente tipologie e libri da consigliare, penso che potrei andare avanti fino al prossimo Natale e (lo dico per voi) non è bene.
 Mollo il pc che è meglio.
 Se avete richieste per consigli a qualunque altra tipologia ancora non citata chiedete e vi sarà scritto!

giovedì 21 novembre 2013

Piccoli libri per piccoli tragitti. "Lo zen nell'arte della scrittura" di Ray Bradbury o anche la gioia dello scrivere e il tradimento dei libri.

 Non so se la rubrica diventerà settimanale, ma insomma questa settimana ho un piccolo libro per un piccolo tragitto da consigliarvi ergo ve lo consiglio. Non so se vi addentrate mai nella magica sezione di scrittura creativa, prima di lavorare in libreria io lo facevo raramente perché ho sempre pensato che: A) Tanti consigli finiscono per confonderti/influenzarti- B) Non penso che possa realmente esistere un manuale di scrittura creativa. A mio parere o sai scrivere o non lo sai. Anche se, vista la quantità di porcherie che giungono giornalmente, mi rendo conto che la facoltà di discernimento e l'autocritica non sono di questo mondo.
 Da quando lavoro nel sacro luogo invece, mi sono resa conto che nella sezione di scrittura creativa ci sono effettivamente dei manuali, ma soprattutto è infarcita di piccoli, incantevoli libri che ti spacciano come consigli di grandi scrittori, quando sono solo raccolte di articoli e saggi che nel corso della loro vita tali sommi hanno scritto a proposito della propria carriera.
 Nella massa ho trovato questo bellissimo libretto di Ray Bradbury edito dalla DeriveApprodi: "Lo zen nell'arte della scrittura". Ok, sono d'accordo con chiunque provi orticaria, disgusto e ribrezzo per qualsiasi libro si intitoli "Lo zen e l'arte di fare qualcosa". Ormai con lo zen ci puoi fare tutto, le pulizie, innamorarti, scalare una montagna, cucinare un uovo. Lo zen è fuori e dentro di noi. 
 Tuttavia devo scagionare il curatore dell'edizione italiana: non è stato lui ad inventarsi il titolo per far alzare le vendite, "Lo zen  nell'arte della scrittura" è proprio il titolo di uno dei saggi contenuti in questa raccolta del caro Ray. Se mi si permette peraltro, il più brutto. Dal mio punto di vista infatti, la scrittura non ha proprio nulla di zen, anzi, è un continuo affannare, arrabbiarsi, cercare e sentirsi ora felici ora frustrati. Ma Ray ha sicuramente più ragione di me.
In questo piccolo libro Ray Bradbury fa secondo me una cosa da vero scrittore: è sincero senza smantellare il mito. Io gli scrittori che mi dicono che è tutta fatica e tecnica e il talento c'entra fino ad un certo punto non li capisco. Sembra che facciano i servi della gleba, tanto che ti viene da dirgli, guarda falla finita con questa sofferenza e molla la penna, il pc o qualunque cosa usi per scrivere e vai a fare l'ingegnere. La gioia infatti è uno dei caposaldi del mestiere di scrivere di Bradbury, per lui chiunque non la provi è un falso scrittore

"Ho sempre cercato di scrivere la mia storia. Dategli un'etichetta, se volete, chiamatela fantascienza o fantasy o mistery o western. Ma, nel profondo, tutte le buone storie sono un solo tipo di storia, la storia scritta da un singolo uomo e dalla sua verità individuale. [...] Com'è che uno si dà per vinto? Perchè sceglie degli obiettivi incoerenti. Perché vuole la fama letteraria troppo presto. Perchè vuole guadagnare troppo presto"

 Tutte problematiche che affliggono tanti pseudoscrittori (anche di successo) di adesso. Siamo pieni di giovani prodigi che non si ripetono, di libri con trame vergognose, di guizzi magari d'inventiva che si perdono nell'inesperienza. Anche secondo me non c'è per forza bisogno di essere un enfant prodige. Ci può volere del tempo a trovare la propria storia.

"Nel corso del mio ventesimo e ventunesimo anno di età, ho girato intorno a mezzogiorni estivi e a mezzanotti di ottobre sentendo che nelle stagioni chiare e in quelle scure ci doveva essere qualcosa che ero veramente io. L'ho trovato infine, un pomeriggio. Avevo allora 22 anni"

La storia che iniziò a rendere Bradbury (secondo le sue testuali parole) un vero scrittore fu infatti "The Lake", scritto a 22 anni. 

"Scrissi il titolo "The Lake" sulla prima pagina di una storia che sarebbe finita due ore più tardi. Due ore dopo ero seduto alla macchina da scrivere sotto un portico al sole, con le lacrime che cadevano dalla punta del mio naso e i capelli dritti sul collo."

Per dieci ininterrotti anni, Bradbury aveva inseguito una buona storia. Il suo metodo di lavoro era la continua riscrittura settimanale di un racconto che abbozzava di Lunedì. Indefessamente provava e provava, senza perdersi d'animo, poi un giorno venne "The Lake". 
 Altra genesi interessante è quella dello splendido "Fahrenheit 451", raccontata nel saggio "Investire gli spiccioli" parla invece delle mille distrazioni che uno scrittore con una vita familiare e sociale non infelice deve affrontare per costringersi in casa a scrivere invece di scorrazzare per il mondo.
 "Non lo sapevo, ma stavo letteralmente scrivendo un romanzo da quattro soldi. Nell'estate del 1950 mi costò 9 dollari e 80 cents scrivere e terminare "The fire man" che più tardi sarebbe diventato Fahrenheit. 451"

Tentato infatti dal continuo giocare con le due figlie piccole, Bradbury si chiudeva nella sala dattilografia della biblioteca dell'Università della California, lì noleggiava una macchina da scrivere per mezz'ora e poi scriveva come un pezzo per far rendere al massimo il suo investimento. In capo a poche settimane il capolavoro che tutti conosciamo era tra le sue mani.
 C'è poi il capitolo dedicato alla lettera di un prestigioso ammiratore, un curioso articolo sul suo odio verso i paesaggi irlandesi (li detestava), un'immaginaria Repubblica di Platone robotica in cui una generazione di ragazzi e bambini convince bibliotecari e professori a leggere Asimov e a nutrirsi di fantascienza.
 Poi, cita un lungo pezzo di "Fahrenheit 451", il momento in cui Montag, il pompiere, entrando in casa del suo capo Beatty, scopre che è piena di libri. Ne domanda le motivazioni, sconcertato, e Beatty gli risponde che lui possiede quei libri, ma non li legge, li lascia morire, perché loro lo hanno tradito.

 "Io i libri li ho mangiati come l'insalata, i libri sono stati il mio sandwich a pranzo, il mio pasto, la mia cena e il mio spuntino di mezzanotte. Ho strappato le pagine, le ho mangiate col sale, le ho condite con salsa piccate...E poi..."
 E Montag, prontamente, "E poi?"
"Beh, la vita mi è venuta addosso". Il capo dei pompieri chiude gli occhi per ricordare. "La vita, la solita, la stessa. L'amore che non era proprio quello giusto, il sogno che si è inacidito, il senso che andava a pezzi. La morte che è andata troppo presto dagli amici che non lo meritavano, l'omicidio di qualcuno o di qualcun'altro, la pazzia di qualcuno vicino, la morte lenta di una madre, il suicidio improvviso di un padre, una carica di elefanti, un attacco di malattia. E da nessuna parte, da nessuna parte quello giusto per quel momento, da infilare nel muro pericolante della diga che crolla per mandare indietro il diluvio, dare o prendere una metafora, perdere o trovare una similitudine. E al confine lontano dei trenta e vicino all'orlo dei trentuno, mi sono tirato su, tutte le ossa rotte, ogni centimetro della mia carne scorticato, ammaccato, sfregiato. Mi sono guardato allo specchio e ho trovato un vecchio perso dietro la faccia spaventata di un giovane, ho visto l'odio per tutto e per tutti, così lo chiami tu, che vada in malora, e ho aperto le pagine dei libri della mia bella biblioteca e cosa ho trovato? Cosa? Cosa?"
Montag suppone "Le pagine erano vuote!"
"Perdinci! Vuote! Oh, c'erano le parole, sì, sì, ma correvano sui miei occhi come olio bollente, non significavano niente. Non davano nessun aiuto, nessun sollievo, nessuna pace, nessun rifugio, nessun vero amore, nessun letto, nessuna luce."

 Scusate la lunga citazione, ma era incantevole e la sento particolarmente adatta a queste giornate, per me, un po' difficoltose. In ogni caso il libro è incantevole e dimostra che per fare lo scrittore la prima cosa che serve non è la fatica, ma la gioia di scrivere.
 Leggetelo leggetelo leggetelo (e fatemi sapere!).

venerdì 11 ottobre 2013

Ogni occasione ha il suo libro. Un piccolo luminoso saggio per chi viaggia sui mezzi ma per poco tempo. Zadie Smith, "Perché scrivere".

Qualche tempo fa, consigliai due libretti piccoli e comodi da portare in giro. E' vero che una delle obiezioni più grandi che si fa alla carta stampata e favore dell'e-reader è: in questo modo si porta meno peso. Ma è anche vero che a meno che stiate prendendo un Frecciarossa Torino-Napoli o non stiate tentando di arrivare da Ponte Milvio alla Tuscolana, difficilmente avrete il tempo di leggere consequenzialmente Anna Karenina. Sempre più spesso mi capita di leggere i libri in modo spizzicoso, cioè un pezzetto fastidioso alla volta, col risultato che finché non arrivo alla parte centrale, la trama mi rimane abbastanza nebulosa (dimentico i fatti o non riesco a collegarli bene), e in ogni caso l'inizio rimane sempre avvolto da una fastidiosa incertezza. Accade perché finisce che leggo dieci pagine in treno la mattina, venti in pausa pranzo e tre la sera, aggiungendo il fatto che tendo a leggere 5 o 6 libri in contemporanea, il caos è servito.
Zadie Smith in una foto con un senso:
lo scrittore legge un libro.
 Come risolvere la perigliosa questione? Se Ranganathan diceva che ogni lettore ha il suo libro, allora deve esistere un libro adatto per ogni occasione. Così ho risolto scegliendo alcuni libri piccoli, brevi e leggeri, ma non per questo meno interessanti, che entrano senza drammi nella borsa.
Oggi vi propongo uno dei più belli che mi è capitato tra le mani: "Perché scrivere" di Zadie Smith ed. Minimum Fax 5,90 euros 75 pagine.
Zadie Smith è questa ancor abbastanza giovine scrittrice inglese (di origine anche giamaicana) che fece il botto anni fa ormai, col romanzo "Denti bianchi". Una storia di integrazione e sincretismo culturale in una Londra anni '80, in cui due famiglie, una perfettamente inglese e una di origine bengalese e musulmana, convivono in un'amicizia che attraversa i padri e i confusissimi figli. Ok, descritta così pare la trama di un libro pieno di spezie, cibo e amore, targata Garzanti. Invece dovete aspettarvi (per chi non l'ha letto) una lezione avanzata di ciò che succede alle prime e alle seconde generazioni di migranti che d'un tratto non sono più migranti, ma locali, eppur non sono locali, ma qualcos'altro ancora. Una lezione, che, in questi tristi tempi di affondamento barconi e clandestinità potrebbe insegnarci qualcosa.

 Ma appunto non è questo il libro che consigliavo, ma "Perché scrivere", due piccoli saggi, uno sul ruolo dello scrittore nel nostro tempo, uno sul fallimento che ogni opera, anche di successo, porta allo scrittore. ,  Perché, nella nostra epoca, qualcuno sente ancora la necessità di mettersi a sedere e scrivere il libro che (lui o lei pensa) cambierà la storia? Come fa a non sentirsi ridicolo in questo mondo privo di senso?
Per rispondere si aggrappa ad una lunga schiera di grandi scrittori che prima di lei si sono posti in ogni epoca, angosciati, questo dubbio, sentendosi assediati sempre e comunque dalle nuove tecnologie, da nuovi modi di pensare, da altre generazioni. Per la serie: nulla di nuovo sotto il sole. E cita un George Orwell che non conoscevo, il quale individua ben quattro motivi per scrivere, di cui il migliore, quello che la stessa Smith dice che andrebbe stampato sulle magliette (che io peraltro comprerei) è Puro Egoismo:
 "La grande massa degli esseri umani non è formata da persone intensamente egoiste. Dall'età di trent'anni in poi, o giù di lì, abbandonano quasi del tutto la sensazione di essere individui: e vivono soprattutto per gli altri, o semplicemente schiacciati sotto il peso di un lavoro abbrutente. Ma c'è anche una minoranza di persone armate di talento e forza di volontà che si ostinano a vivere la propria vita fino alla fine, e gli scrittori appartegono a questa categoria. Gli scrittori seri, vorrei aggiungere, sono in genere più vanitosi ed egocentrici dei giornalisti, benché meno interessati ai soldi."
Gli altri tre motivi sono "L'entusiasmo estetico", "L'impulso storico" e lo "Scopo politico". Tutti, assicuro, ugualmente condivisibili.
 E la Smith, ancora si domanda, che senso ha essere Scrittori in un mondo con internet?
"Su internet è probabile che il tuo nome si sganci da quella pagina e diventi semplicemente un "contenuto" che gira per il mondo, è accessibile a chiunque e forse verrà considerato scritto da nessuno. Ma allora come verranno pagati gli scrittori? Non ne ho idea. Forse ogni cittadino pagherà una tassa per la cultura. Forse gli scrittori torneranno a cercare la protezione dei mecenati."
Una roba insomma che pare cataclismatica, eppure con gli esempi e soprattutto i lamenti degli scrittori famosi e ormai stramorti da lei citati, diventa improvvisamente una cosa accettabile, solo l'ennesimo capitolo di quel libro sulla storia dei libri che certo non finirà ora perché ci destreggiamo con gli e-reader. Tuttavia non porsi domande rimane secondo me da sciocchi. Ogni cambiamento porta con se una rivoluzione, il progresso non è mai pacifico. 
 Il secondo saggio è interessante per chi scrive o aspirerebbe a farlo, ma anche per chi legge. La frottola del libro nato per ispirazione infusa dal dio non regge più da anni, ma anche la faccenda del lavoro duro inizia a mostrare le sue crepe. La Smith pone come archetipo il fallimento. Il libro è sempre un fallimento, perché, per quanto successo abbia, tradirà sempre le aspettative dello scrittore. Non basta essere bravi, non basta impegnarsi né avere talento. Tra lo scrittore e il suo libro si frapporrà sempre un fantasma: colui che lo scrittore è. Una sorta di terzo incomodo che non può consentire alle parole ai pensieri di modellarsi in modo assoluto, potendovi solo aspirare. E' per questo che esistono pochissimi scrittori eccelsi, anche perché, citando Rezzori da lei citato:
"Nel profondo del cuore, chiunque abbia dedicato la sua vita alla scrittura sa che, come in ogni altra arte, bisogna essere eccellenti. E se non si è eccellenti, si è mediocri. E quando si scopre di essere irrimediabilmente mediocri, si prova un dolore che spezza il cuore."
Indicativamente, perciò, se non vi si spezza, raramente sarete dei veri buoni (anche se non eccellenti) scrittori.  
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