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martedì 6 giugno 2017

6 letture per chi ha amato Stranger things! Cani neri, tanta nostalgia, Stand by me, colori venuti dallo spazio fino alla val Padana, tornadi, Goonies ed estati incantate.

Con quasi un anno di ritardo, ho deciso di scrivere un post sulle letture alla Stranger Things.

 Una di quelle cose, "Se ti piace questo allora ti piacerà anche quello" che io per prima spero sempre di trovare sul webbe rimanendone spesso delusa.

 L'anno scorso, dopo aver visto l'intera serie su Netflix in due giorni (peraltro non essendoci la dolce metà a controllarmi, mi ero ingozzata di toast formaggio e prosciutto e waffles dalla prima puntata in poi), avevo avuto l'idea di scrivere un post a tema, ma poi mi ero un filino scoraggiata: il tempo che ci avevo messo a realizzare la faccenda e mezzo mondo ci aveva già provato.

 Poi è tornato giugno e, come chi segue il blog da anni, ormai ben sa, appena sento il caldo e le elezioni in coming inizia a partirmi la fregola dei libri un po' gotici, sovrannaturali, meglio ancora se ambientati in estate (per capire l'accoppiata caldo-elezioni-gotico andare al vecchio post).

 Il caldo, soprattutto il primo caldo dell'estate, fa scattare immediatamente in me questa necessità di avere un libro horror tra le mani. Come le tempeste evocano fantasmi, anche il caldo eccessivo è popolato di demoni, quelli che sorgono nelle campagne assolate, nelle città deserte e negli incubi della canicola.

 Un'accoppiata che spesso si fa è quella tra le storie preadolescenziali e l'estate (altro vecchio post che potete trovare qui).
 La famosa ultima estate che tutti viviamo prima di diventare grandi. Non che non si cresca anche in inverno, ma in effetti, soprattutto prima di vivere in un mondo ansiogeno, le estati erano fatte per essere liberi.

 Persino io che ho 32 anni e non 50, ho passato tutte le estati della mia adolescenza a scorrazzare libera nel paesello sardo di mio nonno. 

Certo, non potevo andare chissà dove, certo era un posto (all'epoca) lontano da dio e dagli uomini, ma era ancora un mondo dove riuscivi a fidarti di tuo figlio abbastanza da farlo campare in pace un pomeriggio senza aver bisogno di attaccarti al cellulare.
 Una cosa, adesso, impensabile.

 Non è che ne faccio una colpa ai genitori odierni, ci mancherebbe. 

 I miei, se fossero esistiti i cellulari all'epoca, mi avrebbero chiamato in continuazione, ma appunto per questo ringrazio che non esistessero. Intere giornate a fare di tutto, inventare recite, scrivere, leggere, cercare amici, andare in bicicletta e annoiarsi, annoiarsi un sacco.

 Immagino che sia anche da qui che pesca l'immaginario di Stranger things: uno degli ultimi periodi dell'adolescenza, dove davvero chiudevi la porta di casa ed eri pronto a lanciarti in mille avventure in cui i tuoi non potevano seguirti.

 Con un anno di ritardo ho letto i post di consigli dei vari altri che si sono cimentati e no, non mi sono piaciuti. 

 Troppi libri che non c'entravano niente e non centravano il punto: il punto non è l'orrore, non sono (del tutto) le citazioni, non gli anni '80 e neanche i protagonisti ragazzini.

 Il punto è un'epoca che non tornerà mai più: la nostra adolescenza e quel senso di ignoto e di libertà che internet, pur donandoci molte e moltissime altre cose, ci ha tolto. 

Se ci abbiamo guadagnato o perso, ai posteri l'ardua sentenza.

 Intanto voi godetevi i miei consigli!


UN'ESTATE DA RAGAZZI di Richard Cox ed. Baldini e Castoldi:

 Vera causa scatenante di questo post, è uno di quei casi in cui, appena vista la foto del libro sui social, ho capito istintivamente che mi sarebbe piaciuto.

Ogni tanto mi succede sia con le persone che con i libri, sin da subito ho l'impressione che ci sarà un luminoso futuro per noi, che diventeremo amici o che divorerò 500 pagine in due giorni.

 Ecco, "Un'estate da ragazzi" è stato all'altezza delle aspettative: un giorno e mezzo sul lago di Garda e ho finito questa storia d'estate, preadolescenza e sulle nefaste conseguenze che le cattive azioni (le nostre e quelle dei nostri genitori) possono avere sul mondo.

 E' il 1979 e su Wichita, in Texas, si abbatte un tornado devastante che causerà la morte di 49 persone. 

 Bobby, Adam, Jonathan e David sono quattro amici e tutti perdono qualcuno durante il tornado, o meglio, i primi tre perdono qualcuno nel 1979, David perderà suo padre, ucciso da Bobby molti anni dopo, nel 2008.

 Perché Bobby ha ucciso il padre di David? Che c'entri in qualche modo il loro quinto strambo amico d'infanzia Todd? Durante il tornado Todd era rimasto gravemente ferito e aveva vissuto quattro anni in una sorta di coma vigile, prima di tornare da uno spazio misterioso, dove riusciva a sentire canzoni del futuro. Che c'entri forse la scomparsa di Joe, il ragazzino che nel 1983 avrebbe dato qualsiasi cosa pur di unirsi al loro gruppo di quattordicenni fichissimi?

 La storia scorre via con niente, in qualche momento mostra un po' la corda, Cox non è King, ma si tiene bene e, soprattutto sul finale, evita di strafare (cosa che per circa cinquanta pagine ho temuto con orrore).

 Ve lo riciccerò tra i consigli per l'estate perché è un libro da ombrellone perfect (bello cicciuto, scorrevole, appassionante), ma rimane incomprensibile la decisione di cambiare il titolo originale, il ben più evocativo "I ragazzi dell'estate", continuamente ripetuto nella trama.


QUELL'ESTATE DI SANGUE E LUNA di Eraldo Baldini e Alessandro Fabbri ed. Einaudi:

 Avevo scovato questo libro l'anno scorso per puro caso e mi era davvero davvero piaciuto.
 E' possibile scrivere una storia alla Stephen King, con ragazzini che scorrazzano per il New England in accaldate estati costellate da adulti sinistri, campi di grano, libertà e misteriosi avvenimenti che spianano l'inesorabile strada verso l'età adulta, ambientandola in Italia e, oltretutto, senza scimmiottare gli americani?

 Eraldo Baldini e Alessandro Fabbri ci sono riusciti.

 Sono gli anni '60, sta per avvenire l'allunaggio e in un paese della bassa padana, un gruppo di ragazzini segue sui giornali l'esaltante avvenimento: l'uomo sta attraversando le stelle per diventare padrone dell'universo, l'uomo può tutto.

 La storia parte da un'evidentissima citazione Lovecraftiana: è arrivato qualcosa dal tanto amato spazio e si è abbattuta su un terreno coltivato. Da quel momento in poi per il paesello dell'Emilia Romagna non c'è più pace: morti cruente e misteriose, cani impazziti, animali che migrano fuori stagione, la terra stessa diventa maligna e maleodorante.

 C'è un rimedio a tanta devastazione? I quattro ragazzini protagonisti del racconto, nelle loro sfrenate scorribande estive, cercano di sbrogliare il filo della matassa e scoprono un terrore antico, un mostro che non viene dalle stelle, ma si nasconde da millenni in attesa di un antico tributo di sangue.

 La modernità ha cancellato quel tributo e lui è tornato a riscuoterlo.

 Benissimo scritto, assolato, con l'elemento sovrannaturale perfettamente maneggiato. Se volete saperne di più, la mia vecchia recensione estesa al link.

In ogni caso, è il libro, tra tutti quelli consigliati, che più si avvicina in modo assoluto alle atmosfere di "Stranger things".


L'ESTATE DEL CANE NERO di Francesco Carofiglio ed. Marsilio:

 Forse molti ricorderanno che ne "Il prigioniero di Azkaban", Harry Potter veniva spaventato dalla professoressa di divinazione durante la lettura dei fondi di caffè (o di the, non ricordo). Sul fondo della tazza di Harry appariva infatti un cane nero, il gramo.

 Cos'è? Una sorta di cane fantasma particolarmente famoso prima di HP per la sua apparizione ne "Il mastino dei Baskerville" di Conan Doyle. La sua apparizione è infatti nefasta: chi lo vede o ne avverte in qualche modo la presenza è destinato, solitamente, a morire.

 Creatura sovrannaturale a quanto sembra particolarmente popolare nel Regno Unito, in Italia il quadrupede sovrannaturale appare nel titolo di un romanzo di Francesco Carofiglio "L'estate del cane nero".

 Siamo negli anni '70 e quattro ragazzini, tra cui, finalmente, anche una femmina, vivono la loro ultima estate da bambini e la prima da adolescenti in una Puglia selvaggia e caldissima, misteriosa e carica di segreti. 

 Un romanzo più di formazione che sovrannaturale, eppure le corse in bici a perdifiato, i bagni al mare spensierati, i primi turbamenti, il sole accecante, quel senso di libertà assoluta finiscono per avere, trent'anni dopo, il gusto di un sogno lontano, di qualcosa troppo intenso per poter essere davvero accaduto. E altrettanto impossibile appare la fugacità di quell'attimo: un secondo prima sei un qualcuno che sfiora la vita adulta con fiducia e gioia assoluta, il secondo dopo infrangi il vetro dell'illusione e vedi cosa c'è dietro. Il cane nero ti ha raggiunto.



STAND BY ME ("Il corpo") in STAGIONI DIVERSE di Stephen King ed. Sperling e Kupfer:

 E' un collegamento talmente ovvio che quasi nessuno degli elenchi che ho trovato in rete lo citava. 

Probabilmente è lapalissiano, ma l'anno scorso, la prima cosa che ho fatto dopo aver finito la serie, è stato ripescare il film che avevo visto qualche volta da adolescente e mai più.

 Dopo il film ho recuperato il libro in cui è stato raccolto il racconto lungo di King a cui è ispirato, contenuto nella raccolta "Stagioni diverse".

 Quando ero più piccola ricordo chiaramente che tutti sostenevano come King non scrivesse davvero le sue storie, ma avesse una sorta di esercito di ghostwriter.

 Anzi, ricordo che in una bufala ante litteram, si sosteneva che in fondo non le avesse davvero mai scritte lui e fosse solo un tizio x trovato per strada e adibito al ruolo di "grande scrittore americano".

 Ignoravo all'epoca che sarebbe bastato leggere un libro come questo per capire che King non solo esiste e non solo scrive, ma ha un marchio inconfondibile fatto di assolati momenti familiari che nascondono orrori spesso banali.
 Un'atmosfera che, a parer mio, viene condensata particolarmente bene in questa storia.

 Quattro ragazzini della sterminata provincia americana ciondolano durante una torrida estate.

  Uno di loro è mezzo sordo perché il padre alcolizzato gli ha letteralmente cotto le orecchie sul fuoco, un altro viene da una famiglia da triste pedigree e viene trattato dagli insegnanti come un delinquente (anche se non lo è), uno è cicciotto e pauroso e il quarto, il protagonista, ha perso il fratello maggiore, il preferito dei genitori, in un incidente.

 E' il 1959, si crepa di caldo e la noia regna sovrana. Ma dalla noia possono nascere molte avventure, specie se hai tanta libertà e la fantasia di inventartele. Così il cicciotto rivela di aver origliato da suo fratello maggiore che lungo la ferrovia è stato intravisto il corpo di un ragazzino scomparso giorni prima.

 I quattro decidono di partire alla ricerca del cadavere e staranno via due giorni, gli ultimi di quell'ultima estate che passeranno tutti insieme.

  C'è tutto: nostalgia, una libertà che non conosciamo più, l'età adulta che arriva con la violenza di un cadavere mangiato dagli insetti, gli amici dell'infanzia, tanto indimenticabili quanto spesso perduti, per sempre.


L'ESTATE INCANTATA di Ray Bradbury ed. Mondadori:

E' l'estate del 1928 in una piccola città della provincia americana.

 Ci sono due protagonisti, due fratelli ragazzini, Douglas e Tom Spaulding che fungono in realtà da filo conduttore per raccontare l'estate incantata di questa cittadina, dove tutti vivono una quotidianità che nasconde risvolti straordinari, come se nelle pieghe dei giorni potesse nascondersi un tocco sovrannaturale che non siamo mai in grado pienamente di cogliere o di afferrare.

 Il titolo originale "Dandelion wine" allude al vino distillato ai denti di leone che il nonno prepara ogni estate per gustarselo in inverno, quando i mesi caldi saranno lontani e le giornate troppo brevi, ma, concordo coi molti che preferiscono, una volta tanto, il titolo italiano.

 L'estate incantata infatti è quella della città in cui soprattutto anziani e bambini vivono piccole enormi epifanie personali: l'anziana che le bambine canzonano accusandola di non essere mai stata giovane e bambina (quanti di noi da piccoli credevano che i grandi non fossero mai stati bambini?), la surreale e impossibile (doveva ancora venire Macron) storia d'amore tra un trentenne e una settantenne, lui affascinato dalle foto di gioventù di lei e lei tradita dalla somiglianza di lui con un amore di tanti anni prima. 

 E' un'estate incantata perché alcuni terminano il loro viaggio e altri lo iniziano. 

 Douglas inizia l'estate immaginando solo giornate spensierate, case sull'albero e corse all'aperto da mane a sera, scoprirà che arriva un momento in cui la morte fa capolino e anche la più bella delle estati, può finire. Atmosfera da vecchia provincia americana a mille.


I GOONIES di James Kahn ed. Salani (in pubblicazione):

 Famoserrimo film che ha infestato l'infanzia di tutti i nati negli anni '80, è un tale concentrato dell'epoca da sembrare, proprio come Stranger things, un'operazione nostalgia studiata a tavolino.

 Invece no, è davvero del 1985 e non è in verità neanche tratto da un libro essendo il soggetto originale scritto da Steven Spielberg.

Tuttavia ci troviamo davanti a uno di quei casi in cui il film è diventato talmente famoso da generare un libro omonimo, stampato in Italia mooooolti anni fa (più di 30 ormai), ma che finalmente quest'autunno dovrebbe rivedere la luce in libreria.

 La trama la scrivo giusto per le quattro persone che hanno perso questo capolavoro adolescenziale assoluto.

 Quattro ragazzini, (il solito cicciotto, uno di origine asiatica, il protagonista timidino e belloccino che diventerà poi il corpulento Sam Gamgee da adulto e un quarto più spigliato) per salvare il loro quartiere proletario dallo sfratto datogli da perfidi ricchi senza scrupoli, decidono di trovare il tesoro di Willy l'orbo.

 Costui era un pirata che avrebbe perso il suo galeone carico d'oro proprio davanti alla loro costa, galeone mai più recuperato. 

 Nella soffitta del belloccino timidino (provvisto di fratello maggiore belloccio e palestrato) trovano una mappa del tesoro e decidono di seguirla incrociando fatalmente il loro destino a quello della banda Fratelli, criminali tanto pasticcioni quanto perfidi.

 Il mix di avventura. mistero, pirati, temi horror (il terrificante fratello deforme della banda Fratelli), amori adolescenziali (la povera Barbs di Stranger Things è letteralmente copiata da qui), passaggi segreti, cattivi cattivissimi, pietre preziose e lieto fine, è qualcosa che incomprensibilmente all'alba degli anni 2000 non si riesce a ripetere.
 Come se l'avventura fosse rimasta confinata in un'epoca mitologica e ormai mitica, gli anni '80.

E voi? Avete altri libri da consigliare! Fatelo! Così li cerco anche io!

 E citando Alison Bechdel "Si dice che le case abitate da adolescenti, siano infestate da poltergeist"...

mercoledì 5 marzo 2014

Capolavori scritti in pochi giorni. I velocisti della letteratura: da Soseki a Bradbury, da Faulkner a Manzoni fino a Simenon, ecco le aquile reali che illudono gli scrittori polli.

Uno dei grandi dibattiti della letteratura è sulla quantità di tempo necessaria a scrivere un capolavoro. 
Per gli antichi romani più ci mettevi a scrivere meglio era, Catullo, per dire, parlava di tale Cinna che ci mise ben nove anni a scrivere un'opera che non c'è mai arrivata. Per loro, se non passavi tot anni a lucidare i tuoi versi, pure fossero degli orrori, non eri uno scrittore degno di questo nome.
 Gli antichi greci, che erano gente molto più seria e si svagavano in mille e più modi, parlavano di frenesia dovuta alla possessione del dio. Che poi 'sta possessione fosse aiutata da vino, dei, sostanze allucinogene varie, non è che Democrito e i suoi fossero tanto precisi sul tema.
 Nei nostri tempi moderni, in cui c'è poco tempo per fare tutto (e in genere quello che si fa riesce pure male) la moda del libro scritto di getto in pochissimo tempo è ormai la regola. 
 C'è sempre questa famosa frase che io odio: "Sentivo l'urgenza di dire una cosa". Perché? Cosa? Chi ti ha lasciato pensare che noi sentissimo l'urgenza di saperla? E soprattutto che vuol dire?? Pare che l'intellettuale moderno si vergogni di dire che ha fatto delle ricerche su un libro, che ci ha meditato persino!
 Purtroppo per noi, alcuni geni hanno dettato loro il passo, scrivendo in effetti immortali capolavori in pochissimi giorni. In tal modo gli hanno lanciato la fatale idea che non importa tu sia capra o aquila reale: "SE VUOI PUOI".
E fu così che tante capre iniziarono a scrivere.
 Ma andiamo a vedere a quali geni dobbiamo queste felici dimostrazioni di rapidità!

NATSUME SOSEKI con "IL SIGNORINO":
Il premio nobel Natsume Soseki ci mise un mucchio di tempo a raccogliere materiale su "Bocchan", uno dei libri più letti della storia in Giappone. 
Poi un giorno di Luglio partì di brocca a scrisse 109 pagine di seguito, leggenda vuole senza neanche mai correggerle. Se non lo avete mai letto fatelo (l'ho già consigliato), perché racconta in un soffio una storia di formazione al contrario, ossia il rifiuto di formarsi e uniformarsi alla società. Giovane professore di buona famiglia spedito a insegnare in un istituto tecnico in capo al Giappone, deve scontrarsi con tutte le meschinità del genere umano: trappoloni e maldicenze dei colleghi, gerarchie da rispettare anche se assolutamente insensate, deboli che soccombono in nome di un onore che non serve più e classi di alunni senza speranza alcuna. 

WILLIAM FAULKNER con "MENTRE MORIVO": 
Raramente la genesi di un romanzo riesce a unirsi in modo tanto simbiotico alla trama, allo scrittore e alla storia. 
"Mentre morivo" fu scritto dal buon Faulkner nell'arco di una sola estate, in piena notte, mentre lavorava come fuochista in una centrale elettrica. Il piano di lavoro era una carriola rovesciata. Una situazione che se fosse veritiera meriterebbe la palma per miglior immedesimazione del metodo di scrittura (disastratissimo) con la trama del grande romanzo americano (ovviamente disastratissima tra povertà, aborti e piaghe bibliche varie ed eventuali).


RAY BRADBURY con "FAHRENHEIT 451": 
  E' rimasta celebre nella storia la risposta di Tenco alla domanda "Perché scrivi solo cose tristi?" "Perché quando sono felice esco"
 La combinazione reclusione/fiato sul collo è stata per il caro Ray la soluzione ideale.(e sorvoliamo sulla sua triste fine). Ray Bradbury scrisse il suo capolavoro in poche settimane, chiuso in una sala della biblioteca in cui si poteva noleggiare una macchina da scrivere a ore. Ci si costrinse perché, se non avesse avuto non solo la tranquillità, ma anche il dovere morale di non buttare i soldi che versava per il noleggio, avrebbe passato i suoi pomeriggi a giocare con le figlie o in altre faccende affaccendato. Per quanto la passione sia forte, talvolta anche i grandi possono cedere alla noia e alla solitudine delle ore trascorse in stanza a buttare giù pagine su pagine.

FEDOR DOSTOEVSKIJ con "IL GIOCATORE":
Il deterrente "Fiato sul collo" è stato potente anche per Fedor Dostoevskij che si ritrovò a scrivere il giocatore in un mese con l'aiuto della sua già citata seconda moglie, la stenografa Anna Stitkina. Oppresso dai debiti, aveva l'obbligo di consegnare al tizio, a cui aveva già venduto i diritti delle sue opere pubblicate, un nuovo romanzo entro una certa data. Se non fosse riuscito nell'impresa avrebbe perso i diritti di tutte le opere prodotte nei successivi nove anni. Preso da cotanta ansia, Dostoevskij non scelse comunque la strada facile della trametta senza complessità strutturale et profondità et discreta lunghezza, ma anzi, riuscì a sfornare "Il giocatore". Al termine del mese era libero e aveva trovato moglie (e mi pare di ricordare che Hollywood sia riuscita a tirare fuori una storia d'ammmore romantica pure questa vicenda).

STENDHAL con "LA CERTOSA DI PARMA":
 Caso di volli, sempre volli, fortissimamente volli. Come Bradbury, anche Stendhal aveva molto di meglio da fare che starsene chiuso a casetta a scribacchiare come un pazzo.Tuttavia il genio sa quando c'è da andare a caccia e corteggiare dame a Civitavecchia, e quando invece seppellirsi nello studio e diventare un eremita. E' quel che si dice, un investimento: non campo per due mesi per poter fare quel che mi pare nel futuro prossimo venturo. Così le leggende vogliono che Stendhal, recluso a casa sua per 52 giorni nel 1838, diede ordine alla servitù tutta di non disturbarlo e di non voler essere disturbato.
 La risposta per tutti doveva essere: "Il signore è a caccia".
 D'ora in poi darò anche io mandato di rispondere così.

IL CASO SIMENON: 

George Simenon ha avuto una sterminata produzione, dovuta in gran parte al metodo estremamente veloce di scrittura che aveva elaborato.
 Ogni romanzo, (dopo una gestazione mentale di durata variabile) veniva scritto in una-due settimane, per poi essere rivisto in pochi giorni solo successivamente. Metodo (spesso contestato dai "veri" intellettuali) molto simile a quello usato da Camilleri che in quanto a grafomania sta cercando di emulare il maestro. Ricordo un anno in cui non facevamo in tempo a esporre una pila di libri di Montalbano che uscivano altre tre opere di Camilleri in contemporanea. 


SYLVIA PLATH con "ARIEL":
 Nel mio immaginario la Plath, che cito spesso, si accosta ad un'altra figura femminile, Francesca Woodman, fotografa suicida a 23 anni che ci ha lasciato un quantitativo di foto impressionanti. La cara Sylvia non credeva all'invasamento del dio, anzi, lavorava come una pazza da mane a sera sulle sue poesie, vedendo, rivedendo e correggendo. Tuttavia, il suo capolavoro, pubblicato postumo, "Ariel" venne da lei scritto per i suoi tre quarti in appena tre mesi. Una vampata prima della fine che sottolinea non solo una straordinaria prolificità, ma anche un talento che forse era lì lì per scatenarsi in tutta la sua potenza. Il suo potrebbe essere uno straordinario caso in cui essere troppo sgobboni era un ostacolo e non un merito. Un po' come quei compagni di classe che magari studiavano come pazzi, ma l'agognato nove non lo prendevano mai.

ALESSANDRO MANZONI  con "IL 5 MAGGIO": 
Manzoni ci ammorba con la storia dei panni sciacquati nell'Arno sin dalla nostra adolescenza. Sappiamo che passò infiniti anni a scrivere "Fermo e Lucia" e poi "I promessi sposi", quindi evitiamo di immagazzinare la possibilità che in effetti, anche lui, avesse doti di velocista. Eppure è accaduto.
 "Il Cinque Maggio" è stato scritto dal sommo in appena tre giorni, appena appresa la morte di Napoleone, esiliato e neoconvertito al cristianesimo a un passo dalla fine. La pappardella che si usava imparare a memoria un tempo (è toccato pure a me) è frutto dunque di un invasamento momentaneo del Manzoni. Mai più ripetuto.


NOTIZIE DUBBIE:  
Nel bellissimo libro di Fruttero e Lucentini "I ferri del mestiere", Fruttero rievoca una notte del 1976 in cui, in occasione della morte di Agatha Christie, gli venne commissionato da "Paese sera" un racconto "alla maniera di". 
Solo che gli venne commissionato dall'oggi al domani, così si imbottì di caffè è scrisse come un pazzo (talmente tanto come un pazzo che sostiene di essere stato solo in casa, mentre la moglie lo nega fermamente). 
Così scrive: "All'alba avevo finito, debitamente esausto, ma tripudiante: allora era possibile! Vedevo davanti a me e a Lucentini una carriera di fulminei "storytellers" notturni, sostenuti da tazzoni di caffè, sigarette, qualche superalcolico, simpamima e chissà, addirittura cocaina. Decine, centinaia di racconti come Cechov, Maupassant, O. Henry.... Non andò purtroppo così, quella restò l'unica volta, l'unica notte."
 Seguendo la sua traccia ho provato a cerca informazioni sul metodo di lavoro di Cechov e Mapuassant, ma internet non è stato generoso. Sicuramente qualche laureato in lettere potrà giungere in nostro soccorso.

I POLLI CHE SI CREDONO AQUILE, ILARIA D'AMICO-FABRIZIO CORONA:
Quando scrivere di corsa non è segno di genialità. Rimembro questa intervista della D'Amico che diceva di aver scritto il proprio libro "Dove io non sono" tutto di seguito, in pochi giorni (in verità io rimembro addirittura una sola notte), di getto, d'urgenza e tutte quelle cose lì.
Di Corona ci sono invece notizie più precise, con orgoglio rivendicò di aver scritto in soli cinque giorni il suo romanzo giallo "Chi ha ucciso Norma Jean?", protagonista un paparazzo senza scrupoli.
 Ricordo quando ci arrivò in libreria. Mi riesce difficile immaginarlo seduto ad una scrivania a fare lo Stendhal di turno mentre dice a tutti i suoi vari assistenti, "No guarda, lasciatemi in pace per cinque giorni che devo scrivere, dite che sono a caccia!".
Non suona eh? Chissà perchè.

 E voi rimembrate altri capolavori scritti alla velocità della luce?

giovedì 21 novembre 2013

Piccoli libri per piccoli tragitti. "Lo zen nell'arte della scrittura" di Ray Bradbury o anche la gioia dello scrivere e il tradimento dei libri.

 Non so se la rubrica diventerà settimanale, ma insomma questa settimana ho un piccolo libro per un piccolo tragitto da consigliarvi ergo ve lo consiglio. Non so se vi addentrate mai nella magica sezione di scrittura creativa, prima di lavorare in libreria io lo facevo raramente perché ho sempre pensato che: A) Tanti consigli finiscono per confonderti/influenzarti- B) Non penso che possa realmente esistere un manuale di scrittura creativa. A mio parere o sai scrivere o non lo sai. Anche se, vista la quantità di porcherie che giungono giornalmente, mi rendo conto che la facoltà di discernimento e l'autocritica non sono di questo mondo.
 Da quando lavoro nel sacro luogo invece, mi sono resa conto che nella sezione di scrittura creativa ci sono effettivamente dei manuali, ma soprattutto è infarcita di piccoli, incantevoli libri che ti spacciano come consigli di grandi scrittori, quando sono solo raccolte di articoli e saggi che nel corso della loro vita tali sommi hanno scritto a proposito della propria carriera.
 Nella massa ho trovato questo bellissimo libretto di Ray Bradbury edito dalla DeriveApprodi: "Lo zen nell'arte della scrittura". Ok, sono d'accordo con chiunque provi orticaria, disgusto e ribrezzo per qualsiasi libro si intitoli "Lo zen e l'arte di fare qualcosa". Ormai con lo zen ci puoi fare tutto, le pulizie, innamorarti, scalare una montagna, cucinare un uovo. Lo zen è fuori e dentro di noi. 
 Tuttavia devo scagionare il curatore dell'edizione italiana: non è stato lui ad inventarsi il titolo per far alzare le vendite, "Lo zen  nell'arte della scrittura" è proprio il titolo di uno dei saggi contenuti in questa raccolta del caro Ray. Se mi si permette peraltro, il più brutto. Dal mio punto di vista infatti, la scrittura non ha proprio nulla di zen, anzi, è un continuo affannare, arrabbiarsi, cercare e sentirsi ora felici ora frustrati. Ma Ray ha sicuramente più ragione di me.
In questo piccolo libro Ray Bradbury fa secondo me una cosa da vero scrittore: è sincero senza smantellare il mito. Io gli scrittori che mi dicono che è tutta fatica e tecnica e il talento c'entra fino ad un certo punto non li capisco. Sembra che facciano i servi della gleba, tanto che ti viene da dirgli, guarda falla finita con questa sofferenza e molla la penna, il pc o qualunque cosa usi per scrivere e vai a fare l'ingegnere. La gioia infatti è uno dei caposaldi del mestiere di scrivere di Bradbury, per lui chiunque non la provi è un falso scrittore

"Ho sempre cercato di scrivere la mia storia. Dategli un'etichetta, se volete, chiamatela fantascienza o fantasy o mistery o western. Ma, nel profondo, tutte le buone storie sono un solo tipo di storia, la storia scritta da un singolo uomo e dalla sua verità individuale. [...] Com'è che uno si dà per vinto? Perchè sceglie degli obiettivi incoerenti. Perché vuole la fama letteraria troppo presto. Perchè vuole guadagnare troppo presto"

 Tutte problematiche che affliggono tanti pseudoscrittori (anche di successo) di adesso. Siamo pieni di giovani prodigi che non si ripetono, di libri con trame vergognose, di guizzi magari d'inventiva che si perdono nell'inesperienza. Anche secondo me non c'è per forza bisogno di essere un enfant prodige. Ci può volere del tempo a trovare la propria storia.

"Nel corso del mio ventesimo e ventunesimo anno di età, ho girato intorno a mezzogiorni estivi e a mezzanotti di ottobre sentendo che nelle stagioni chiare e in quelle scure ci doveva essere qualcosa che ero veramente io. L'ho trovato infine, un pomeriggio. Avevo allora 22 anni"

La storia che iniziò a rendere Bradbury (secondo le sue testuali parole) un vero scrittore fu infatti "The Lake", scritto a 22 anni. 

"Scrissi il titolo "The Lake" sulla prima pagina di una storia che sarebbe finita due ore più tardi. Due ore dopo ero seduto alla macchina da scrivere sotto un portico al sole, con le lacrime che cadevano dalla punta del mio naso e i capelli dritti sul collo."

Per dieci ininterrotti anni, Bradbury aveva inseguito una buona storia. Il suo metodo di lavoro era la continua riscrittura settimanale di un racconto che abbozzava di Lunedì. Indefessamente provava e provava, senza perdersi d'animo, poi un giorno venne "The Lake". 
 Altra genesi interessante è quella dello splendido "Fahrenheit 451", raccontata nel saggio "Investire gli spiccioli" parla invece delle mille distrazioni che uno scrittore con una vita familiare e sociale non infelice deve affrontare per costringersi in casa a scrivere invece di scorrazzare per il mondo.
 "Non lo sapevo, ma stavo letteralmente scrivendo un romanzo da quattro soldi. Nell'estate del 1950 mi costò 9 dollari e 80 cents scrivere e terminare "The fire man" che più tardi sarebbe diventato Fahrenheit. 451"

Tentato infatti dal continuo giocare con le due figlie piccole, Bradbury si chiudeva nella sala dattilografia della biblioteca dell'Università della California, lì noleggiava una macchina da scrivere per mezz'ora e poi scriveva come un pezzo per far rendere al massimo il suo investimento. In capo a poche settimane il capolavoro che tutti conosciamo era tra le sue mani.
 C'è poi il capitolo dedicato alla lettera di un prestigioso ammiratore, un curioso articolo sul suo odio verso i paesaggi irlandesi (li detestava), un'immaginaria Repubblica di Platone robotica in cui una generazione di ragazzi e bambini convince bibliotecari e professori a leggere Asimov e a nutrirsi di fantascienza.
 Poi, cita un lungo pezzo di "Fahrenheit 451", il momento in cui Montag, il pompiere, entrando in casa del suo capo Beatty, scopre che è piena di libri. Ne domanda le motivazioni, sconcertato, e Beatty gli risponde che lui possiede quei libri, ma non li legge, li lascia morire, perché loro lo hanno tradito.

 "Io i libri li ho mangiati come l'insalata, i libri sono stati il mio sandwich a pranzo, il mio pasto, la mia cena e il mio spuntino di mezzanotte. Ho strappato le pagine, le ho mangiate col sale, le ho condite con salsa piccate...E poi..."
 E Montag, prontamente, "E poi?"
"Beh, la vita mi è venuta addosso". Il capo dei pompieri chiude gli occhi per ricordare. "La vita, la solita, la stessa. L'amore che non era proprio quello giusto, il sogno che si è inacidito, il senso che andava a pezzi. La morte che è andata troppo presto dagli amici che non lo meritavano, l'omicidio di qualcuno o di qualcun'altro, la pazzia di qualcuno vicino, la morte lenta di una madre, il suicidio improvviso di un padre, una carica di elefanti, un attacco di malattia. E da nessuna parte, da nessuna parte quello giusto per quel momento, da infilare nel muro pericolante della diga che crolla per mandare indietro il diluvio, dare o prendere una metafora, perdere o trovare una similitudine. E al confine lontano dei trenta e vicino all'orlo dei trentuno, mi sono tirato su, tutte le ossa rotte, ogni centimetro della mia carne scorticato, ammaccato, sfregiato. Mi sono guardato allo specchio e ho trovato un vecchio perso dietro la faccia spaventata di un giovane, ho visto l'odio per tutto e per tutti, così lo chiami tu, che vada in malora, e ho aperto le pagine dei libri della mia bella biblioteca e cosa ho trovato? Cosa? Cosa?"
Montag suppone "Le pagine erano vuote!"
"Perdinci! Vuote! Oh, c'erano le parole, sì, sì, ma correvano sui miei occhi come olio bollente, non significavano niente. Non davano nessun aiuto, nessun sollievo, nessuna pace, nessun rifugio, nessun vero amore, nessun letto, nessuna luce."

 Scusate la lunga citazione, ma era incantevole e la sento particolarmente adatta a queste giornate, per me, un po' difficoltose. In ogni caso il libro è incantevole e dimostra che per fare lo scrittore la prima cosa che serve non è la fatica, ma la gioia di scrivere.
 Leggetelo leggetelo leggetelo (e fatemi sapere!).
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