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martedì 17 dicembre 2024

I consigli del Natale 2024! Ereditiere svizzere, fake news storiche, ambientalismo, Susan Sontag e Sylvia Plath, pittrici nella capitale, orsi pignoli, ricette favolose e minacce lavanda!

 Padre l’altro giorno mi ha rimproverata perché non curavo più il blog.

Ma come, ce l’hai da tutti questi anni e adesso lo lasci andare così.

 A prescindere dal suo sempiterno ruolo genitoriale, in fondo ha ragione, quest’anno è stato proprio un anno di magra scrittoria e il prossimo, da un certo punto di vista non sarà, temo, migliore perché (poi vi racconterò quando avrò fatto almeno la metà degli esami e la fine mi sembrerà meno lontana e io sarò meno infuriata) ho dovuto iscrivermi ad una scuola di specializzazione universitaria (no, non faccio l’insegnante, è sempre per archivisti).

 Quindi insomma il tempo è quello che è, e tra lavoro principale, lavoretti collaterali, perché ormai la vita costa talmente tanto che il lavoro principale non basta più da solo, e università, i momenti da dedicare al diletto sono davvero molto pochi.

 Ma sogno sempre che le cose migliorino, che questo periodo geopolitico ed economico orrendo prima o poi finisca e che si riesca a passare il tempo a fare qualcosa che piace, come scrivere, leggere e disegnare, senza che il lavoro e le ansie fagocitino ogni pezzetto delle nostre non sempiterne vite.

 Comunque, ho voluto, quale atto di riappropriazione rivoluzionaria del proprio tempo, riuscire a scrivere un post di consigli natalizi.

Come ogni anno mi sembra di non avere nulla da consigliare e come ogni anno ho titoli per almeno due post. Intanto godiamoci questo, magari riesco a trovare il tempo per il secondo prima della vigilia di Natale (altrimenti, comunque, c’è sempre la Befana).

Buona lettura!


LYDIA, L’ULTIMA DEGLI ESCHER di Lukas Hartmann, Armando Dado ed.:


Natale, tempo di Mitteleuropa. La principessa Sissi, le usanze chiaramente nordeuropee che a Roma fanno un attimo sorridere (gli abeti finto innevati con 15 gradi fuori dalla finestra), il Ciobar con la panna che fa tanto caffè viennese in our dreams e altre minuzie cospirano per condurre la mia mente verso libri da impero austroungarico.

 Quest’anno la palma spetta a “Lydia, l’ultima degli Escher” la biografia di una ricca ereditiera ottocentesca che, agli occhi di una donna contemporanea, grida vendetta.

 Cosa spinge la donna più ricca della svizzera, unica erede di un impero ferroviario, a non sfruttare la propria libertà, ma a sposare il tipico tizio che tuo padre non voleva sposassi e hai invece sposato letteralmente pochi giorni dopo la sua morte?

 La risposta dovrebbe essere: un grande amore. Ma non sembra essere così visto che poco dopo si è perdutamente innamorata di un pittore. Quindi boh, autosabotaggio? Di sicuro questo libro potrebbe contenere la risposta.

Ritratto di signora”, ma reale. Una biografia per tornare a quel periodo storico al limitare tra due mondi, come il nostro.



ROMA PITTRICE. Artiste al lavoro tra XVI e XIX secolo, a cura di Ilaria Marielli Mariani, Raffaella MorselliOfficina Libraria ed.:

Avete presente il tipico “regalo per un medico” che immancabile arriva come richiesta in libreria tutti gli anni?

 Ebbene, per quest’anno ho finalmente un consiglio convincente!

Ovviamente non è solo per un medico, è un regalo un po’ più importante per una persona “con cui fare bella figura” che, per inciso, potrebbe anche essere vostra madre.

Si tratta del catalogo della mostra “Roma pittrice” attualmente in svolgimento al Museo di Roma a, sì, Roma.

Non è “una mostra sulle pittrici donne” come se stessimo parlando di rarità floreali della Papua Nuova Guinea, ma una mostra estremamente ricca sulle artiste attive nella capitale tra ‘500 e ‘800.

Sono TANTISSIME. E dove stavano?

 Principalmente in collezioni private e nei magazzini delle opere non esposte di musei, pinacoteche e quant’altro. Quindi, insomma, come al solito non è che le donne prima del 1968 stavano chiuse in casa, semplicemente la memoria le ha occultate, perché ricordiamocelo car* miei, da un certo punto di vista la memoria è sempre un esercizio di potere.

Nel catalogo, bello corposo, troverete un interessante saggio introduttivo, le opere esposte e anche le biografie delle autrici, una vera chicca perché di molte allo stato attuale si sa molto poco e si è dovuto scartabellare negli archivi (suggerimento: storic* scartabellate un po’ di più) per trovare delle informazioni.

Regalatevelo, o fatevelo regalare. Ah, ovviamente non dimenticatevi dei medici, apprezzeranno.


OPS!ABBIAMO UN PROBLEMA di Jacob Grant, Lapis Edizioni:

Chiaro segno del mio invecchiamento: alcuni libri per bambin* mi commuovono.

 Io non ho nessun particolare trasporto per i libri per bambin* (neanche per i bambin* devo dire), ma ultimamente, vuoi che sto invecchiando un po’ pure io, vuoi che i figli e le figlie delle mie amiche mi stanno facendo riavvicinare involontariamente al mondo degli infanti, qualcosa sta cambiando.

Questo illustrato ne è la prova. 

 Si tratta della storia di un orso molto pignolo (che mi ricorda caratterialmente un po’ Dolcemetà) fissato con ordine e pulizia. 

 Un giorno si trasferisce in una nuova casa con la sua fida orsetta di pezza MA qualcosa non va e l’orso inizia a rovistare ovunque finché diventa chiaro che l’inflessibilità alla lunga può fare seri danni, anche alle persone a cui vogliamo più bene.

Un libro che forse dovrebbero leggere molti adulti.


SONTAG. UNA VITA di Moser Benjamin ed. Bur:

 Per troppi anni Susan Sontag è stata messa da parte. Ricordo che quando Dolcemetà scriveva la tesi, ci mettemmo davvero troppo a recuperare da qualche parte le sue “Note sul camp” e che dei suoi testi in generale, in circolo, non si trovava davvero nulla.

Finalmente, in nome dei corsi e ricorsi storici, Sontag sta tornando in libreria e questo Natale è uscita anche questa sua corposa biografia che attinge anche ai suoi archivi personali.

Il prezzo, come quello dei libri in generale, è veramente alto (32 euro), ma almeno sono 700 pagine quindi ciccia da leggere ce n’è.

Sì lo so: la carta, i diritti, i traduttori, i distributori. So benissimo che costa tutto. Ma non è che siccome lo so, il mio stipendio e quello di tutti gli altri sì alza, quindi se qua non si fa qualcosa i libri rimarranno sugli scaffali, pure quelli belli.

Intanto approfittate della tredicesima, vostra e degli altri, e fatevelo regalare.


QUANTO LONTANO SIAMO GIUNTI. Lettere alla madre di Sylvia Plath ed. Guanda:

Lessi questo libro una quindicina di anni fa, in una vecchissima edizione posseduta dalla biblioteca di Bergamo e all’epoca mi piacque tantissimo.

 Sono le lettere che Plath scrisse alla madre e che restituiscono assai più dei diari un’immagine reale della poetessa. I diari infatti sono stati manipolati, tagliati, aggiustati e dio solo sa che altro dal marito, Ted Hughes, che usò la scusa del “non voglio turbare i miei figli”. Il sospetto, visto il suicidio di Plath e della successiva compagna di Hughes, è che lui non facesse questa grandissima figura.

 Com’è e come non è, almeno queste lettere tra le sue grinfie non sono finite e sono vive, vivaci, dubbiose, arrabbiate, entusiaste, tristi.

 Sono lo spaccato di vita di una ragazza ricca di talento, con poche risorse economiche, tante aspirazioni e molte ansie per il futuro.  Lettere personali nel senso più completo del termine, che restituiscono un ritratto di persona reale e senza filtri.

Regalo idealissimo per grandi lettrici e grandi lettori.


IL CAPANNO DI ASH di Suzy Wang, Bao Publishing:

Suzy Wang è un’autrice che amo moltissimo. Ha quella capacità, estremamente difficile da coltivare e secondo me frutto di un talento naturale (con buona pace di chi pensa che la propensione naturale non esiste perché secondo me, invece, esiste eccome) per le sfumature. 

 Le sue graphic novel, dal tratto che ricorda i fumetti giapponesi old style e si rileggono con piacere più e più volte di seguito e ogni volta si scoprono particolari nuovi, considerazioni nuove, dettagli che a una prima occhiata erano sfuggiti.

Ash” è un libro bellissimo che racconta tante cose insieme senza nominarne esplicitamente nessuna.

È una cosa che apprezzo particolarmente nell’epoca dei “romanzi a tesi”: devo dimostrare una cosa e te la devo dimostrare così esplicitamente che devo dirtela a lettere cubitale e ripetertela 50 volte senza lasciarti immaginare o ragionare. La morte, insomma, dell’astrazione.

In questo libro invece si mescolano tante cose: riflessioni sull’identità di genere, ambientalismo, solitudine, interdipendenza dell’umanità con la natura e interdipendenza del singolo con la collettività. Ho amato in particolar modo quest’ultimo tema perché se c’è una cosa che sto iniziando a non sopportare più è la gente che inneggia allo starsene soli in casa con loro stessi perché tutti gli altri sono una delusione.

Posto che anche io evito volentieri tanta gente, è abbastanza ovvio che il rapporto con l’altro necessiti di fatica, impegno, gestione del conflitto e opinioni divergenti. Avere un rapporto con gli altri è faticoso, ma è anche indispensabile per vivere in modo più ricco la propria vita.

(E no, le esperienze di vita negative che abbiamo tutt* non mi faranno cambiare idea).

È questo un po’ il cuore di questo romanzo, dove un* ragazzin* che si sente poco compreso dai genitori che derubricano a “una fase” il suo bisogno di affermare la propria identità di genere, il suo ambientalismo e il rifiuto di alcune consuetudini viste come segno di maturità (la patente) decide di partire alla ricerca del capanno nel bosco del nonno defunto.

Lui sa che questo mitico capanno esiste tra le montagne boscose attorno al vecchio ranch di famiglia e si attrezza per ritrovarlo durante le vacanze estive dagli zii. Riuscirà nel suo intento e partirà per lui un periodo di solitudine selvaggia assieme al suo amato cane, in una profonda connessione con la natura.

Sembrerebbe il paradiso, invece con sua enorme sorpresa scoprirà che l’essere umano è, fino in fondo, un animale sociale e l’isolamento non salva noi stess* e neanche il pianeta.

Bellissimo. Consigliato dai 10 ai 110 anni.


IL RICETTARIO DEI FRATELLI GRIMM di Robert Tuesley Anderson, Guido Tommasi Editore:

 In un mondo in cui è sempre estate, mi sono appassionata a un trend di Instagram in cui si propongono le ricette dei romanzi fantasy d’impianto medievale.

 

 Dato che nell’idea del medioevo è sempre inverno, è tutto un tripudio di salse, stinchi di maiale grassi che più grassi non si può, contorni di mele bagnate nella sugna, alcolici ricolmi di erbe aromatiche e torte frollose che possono essere ripiene di mele speziate o maiale frollato chi lo sa.

 Ho il sospetto che siano piatti più belli a vedersi che buoni a mangiarsi, ma quando se non a Natale è bello navigare nell’eccesso alimentare?

Il ricettario dei fratelli Grimm” propone ricette ispirate e nominate nelle fiabe dei fratelli tedeschi che, andando a memoria, non pasteggiavano a pasta con le vongole.

 Sì, certo, nelle fiabe si mangiavano anche bambini, ma ho idea che ci troveremo davanti a una versione woke. Maledetto politicamente corretto che occulta il sano cannibalismo.


LA MINACCIA COLOR LAVANDA di Irene Villa ed. Ets:

 Quanti libri Lgbt ci sono in giro (finalmente) da qualche anno a questa parte? Tanti davvero tanti.

Quanti di questi libri, effettivamente si occupano della prima lettera dell’acronimo alias la L alias le lesbiche e il lesbismo in generale? Pochi davvero pochi.

 È ancora, se non difficile sicuramente più raro, trovare fumetti, romanzi e saggi che raccontino e parlino del lesbismo, di fatto confermando uno dei più grossi problemi della comunità che noi lesbiche letteralmente ci portiamo in ogni dove: l’invisibilità.

 Questo libro di Irene Villa, frutto della sua ricerca di dottorato a Verona, parla del lesbismo nella teoria femminista e nel mondo queer. Finalmente un contributo teorico serio, ragionato, contemporaneo e, posso assicurarvi, molto scorrevole da leggere sul lesbismo.

 Se infatti prima avevamo solo il problema dell’invisibilità, adesso abbiamo anche il problema della sineddoche, quella simpatica forma retorica per cui si nomina una parte e si intende il tutto.

Ossia si pensa che alcune derive terf appartengano a tutte e non solo ad alcune.

Quindi bene che finalmente vengano pubblicati nuovi studi che portino aria fresca, nuove voci, un più variegato pensiero critico e mostrino che siamo esattamente come tutti gli esseri umani: pensiamo e ragioniamo in modo diverso anche condividendo uno stesso orientamento sessuale.


STORIE FALSE di Michel Pretalli e Giovanni Zagni, Mimesis ed.:

La storia è maestra?

Mica tanto. Come ci insegna essa stessa, in un’interessante contraddizione, come umanità abbiamo una certa coazione a ripetere gli stessi errori.

 Le fake news, le bufale, le truffe, la ciarlataneria e qualsiasi declinazione possibile del tema e del termine ci inseguono sin dagli albori della storia e ciclicamente, con una facilità impressionante, ci cadiamo. O almeno ci cade una buona parte della popolazione con rischi che vanno da una personale perdita di denaro a una guerra mondiale con milioni di morti.

Storie false” mette insieme alcune delle bufale più conosciute, alcune in grado di cambiare (sempre in peggio, non vi preoccupate) il corso della storia.

Del resto, a giudicare dalle immagini AI che girano su fb in cui teneri agricoltori, bambini con torte e vecchine adorabili chiedono di essere solo salutati perché “nessuno lo fa”, scatenando selve di commenti entusiasti, è già un miracolo che la società non sia ancora collassata.

Pare sia un libro divertente. Immagino che potremmo rientrare nel black humor.

Da regalare al parente complottaro, per non vederlo mai più a pranzo di Natale.

mercoledì 5 marzo 2014

Capolavori scritti in pochi giorni. I velocisti della letteratura: da Soseki a Bradbury, da Faulkner a Manzoni fino a Simenon, ecco le aquile reali che illudono gli scrittori polli.

Uno dei grandi dibattiti della letteratura è sulla quantità di tempo necessaria a scrivere un capolavoro. 
Per gli antichi romani più ci mettevi a scrivere meglio era, Catullo, per dire, parlava di tale Cinna che ci mise ben nove anni a scrivere un'opera che non c'è mai arrivata. Per loro, se non passavi tot anni a lucidare i tuoi versi, pure fossero degli orrori, non eri uno scrittore degno di questo nome.
 Gli antichi greci, che erano gente molto più seria e si svagavano in mille e più modi, parlavano di frenesia dovuta alla possessione del dio. Che poi 'sta possessione fosse aiutata da vino, dei, sostanze allucinogene varie, non è che Democrito e i suoi fossero tanto precisi sul tema.
 Nei nostri tempi moderni, in cui c'è poco tempo per fare tutto (e in genere quello che si fa riesce pure male) la moda del libro scritto di getto in pochissimo tempo è ormai la regola. 
 C'è sempre questa famosa frase che io odio: "Sentivo l'urgenza di dire una cosa". Perché? Cosa? Chi ti ha lasciato pensare che noi sentissimo l'urgenza di saperla? E soprattutto che vuol dire?? Pare che l'intellettuale moderno si vergogni di dire che ha fatto delle ricerche su un libro, che ci ha meditato persino!
 Purtroppo per noi, alcuni geni hanno dettato loro il passo, scrivendo in effetti immortali capolavori in pochissimi giorni. In tal modo gli hanno lanciato la fatale idea che non importa tu sia capra o aquila reale: "SE VUOI PUOI".
E fu così che tante capre iniziarono a scrivere.
 Ma andiamo a vedere a quali geni dobbiamo queste felici dimostrazioni di rapidità!

NATSUME SOSEKI con "IL SIGNORINO":
Il premio nobel Natsume Soseki ci mise un mucchio di tempo a raccogliere materiale su "Bocchan", uno dei libri più letti della storia in Giappone. 
Poi un giorno di Luglio partì di brocca a scrisse 109 pagine di seguito, leggenda vuole senza neanche mai correggerle. Se non lo avete mai letto fatelo (l'ho già consigliato), perché racconta in un soffio una storia di formazione al contrario, ossia il rifiuto di formarsi e uniformarsi alla società. Giovane professore di buona famiglia spedito a insegnare in un istituto tecnico in capo al Giappone, deve scontrarsi con tutte le meschinità del genere umano: trappoloni e maldicenze dei colleghi, gerarchie da rispettare anche se assolutamente insensate, deboli che soccombono in nome di un onore che non serve più e classi di alunni senza speranza alcuna. 

WILLIAM FAULKNER con "MENTRE MORIVO": 
Raramente la genesi di un romanzo riesce a unirsi in modo tanto simbiotico alla trama, allo scrittore e alla storia. 
"Mentre morivo" fu scritto dal buon Faulkner nell'arco di una sola estate, in piena notte, mentre lavorava come fuochista in una centrale elettrica. Il piano di lavoro era una carriola rovesciata. Una situazione che se fosse veritiera meriterebbe la palma per miglior immedesimazione del metodo di scrittura (disastratissimo) con la trama del grande romanzo americano (ovviamente disastratissima tra povertà, aborti e piaghe bibliche varie ed eventuali).


RAY BRADBURY con "FAHRENHEIT 451": 
  E' rimasta celebre nella storia la risposta di Tenco alla domanda "Perché scrivi solo cose tristi?" "Perché quando sono felice esco"
 La combinazione reclusione/fiato sul collo è stata per il caro Ray la soluzione ideale.(e sorvoliamo sulla sua triste fine). Ray Bradbury scrisse il suo capolavoro in poche settimane, chiuso in una sala della biblioteca in cui si poteva noleggiare una macchina da scrivere a ore. Ci si costrinse perché, se non avesse avuto non solo la tranquillità, ma anche il dovere morale di non buttare i soldi che versava per il noleggio, avrebbe passato i suoi pomeriggi a giocare con le figlie o in altre faccende affaccendato. Per quanto la passione sia forte, talvolta anche i grandi possono cedere alla noia e alla solitudine delle ore trascorse in stanza a buttare giù pagine su pagine.

FEDOR DOSTOEVSKIJ con "IL GIOCATORE":
Il deterrente "Fiato sul collo" è stato potente anche per Fedor Dostoevskij che si ritrovò a scrivere il giocatore in un mese con l'aiuto della sua già citata seconda moglie, la stenografa Anna Stitkina. Oppresso dai debiti, aveva l'obbligo di consegnare al tizio, a cui aveva già venduto i diritti delle sue opere pubblicate, un nuovo romanzo entro una certa data. Se non fosse riuscito nell'impresa avrebbe perso i diritti di tutte le opere prodotte nei successivi nove anni. Preso da cotanta ansia, Dostoevskij non scelse comunque la strada facile della trametta senza complessità strutturale et profondità et discreta lunghezza, ma anzi, riuscì a sfornare "Il giocatore". Al termine del mese era libero e aveva trovato moglie (e mi pare di ricordare che Hollywood sia riuscita a tirare fuori una storia d'ammmore romantica pure questa vicenda).

STENDHAL con "LA CERTOSA DI PARMA":
 Caso di volli, sempre volli, fortissimamente volli. Come Bradbury, anche Stendhal aveva molto di meglio da fare che starsene chiuso a casetta a scribacchiare come un pazzo.Tuttavia il genio sa quando c'è da andare a caccia e corteggiare dame a Civitavecchia, e quando invece seppellirsi nello studio e diventare un eremita. E' quel che si dice, un investimento: non campo per due mesi per poter fare quel che mi pare nel futuro prossimo venturo. Così le leggende vogliono che Stendhal, recluso a casa sua per 52 giorni nel 1838, diede ordine alla servitù tutta di non disturbarlo e di non voler essere disturbato.
 La risposta per tutti doveva essere: "Il signore è a caccia".
 D'ora in poi darò anche io mandato di rispondere così.

IL CASO SIMENON: 

George Simenon ha avuto una sterminata produzione, dovuta in gran parte al metodo estremamente veloce di scrittura che aveva elaborato.
 Ogni romanzo, (dopo una gestazione mentale di durata variabile) veniva scritto in una-due settimane, per poi essere rivisto in pochi giorni solo successivamente. Metodo (spesso contestato dai "veri" intellettuali) molto simile a quello usato da Camilleri che in quanto a grafomania sta cercando di emulare il maestro. Ricordo un anno in cui non facevamo in tempo a esporre una pila di libri di Montalbano che uscivano altre tre opere di Camilleri in contemporanea. 


SYLVIA PLATH con "ARIEL":
 Nel mio immaginario la Plath, che cito spesso, si accosta ad un'altra figura femminile, Francesca Woodman, fotografa suicida a 23 anni che ci ha lasciato un quantitativo di foto impressionanti. La cara Sylvia non credeva all'invasamento del dio, anzi, lavorava come una pazza da mane a sera sulle sue poesie, vedendo, rivedendo e correggendo. Tuttavia, il suo capolavoro, pubblicato postumo, "Ariel" venne da lei scritto per i suoi tre quarti in appena tre mesi. Una vampata prima della fine che sottolinea non solo una straordinaria prolificità, ma anche un talento che forse era lì lì per scatenarsi in tutta la sua potenza. Il suo potrebbe essere uno straordinario caso in cui essere troppo sgobboni era un ostacolo e non un merito. Un po' come quei compagni di classe che magari studiavano come pazzi, ma l'agognato nove non lo prendevano mai.

ALESSANDRO MANZONI  con "IL 5 MAGGIO": 
Manzoni ci ammorba con la storia dei panni sciacquati nell'Arno sin dalla nostra adolescenza. Sappiamo che passò infiniti anni a scrivere "Fermo e Lucia" e poi "I promessi sposi", quindi evitiamo di immagazzinare la possibilità che in effetti, anche lui, avesse doti di velocista. Eppure è accaduto.
 "Il Cinque Maggio" è stato scritto dal sommo in appena tre giorni, appena appresa la morte di Napoleone, esiliato e neoconvertito al cristianesimo a un passo dalla fine. La pappardella che si usava imparare a memoria un tempo (è toccato pure a me) è frutto dunque di un invasamento momentaneo del Manzoni. Mai più ripetuto.


NOTIZIE DUBBIE:  
Nel bellissimo libro di Fruttero e Lucentini "I ferri del mestiere", Fruttero rievoca una notte del 1976 in cui, in occasione della morte di Agatha Christie, gli venne commissionato da "Paese sera" un racconto "alla maniera di". 
Solo che gli venne commissionato dall'oggi al domani, così si imbottì di caffè è scrisse come un pazzo (talmente tanto come un pazzo che sostiene di essere stato solo in casa, mentre la moglie lo nega fermamente). 
Così scrive: "All'alba avevo finito, debitamente esausto, ma tripudiante: allora era possibile! Vedevo davanti a me e a Lucentini una carriera di fulminei "storytellers" notturni, sostenuti da tazzoni di caffè, sigarette, qualche superalcolico, simpamima e chissà, addirittura cocaina. Decine, centinaia di racconti come Cechov, Maupassant, O. Henry.... Non andò purtroppo così, quella restò l'unica volta, l'unica notte."
 Seguendo la sua traccia ho provato a cerca informazioni sul metodo di lavoro di Cechov e Mapuassant, ma internet non è stato generoso. Sicuramente qualche laureato in lettere potrà giungere in nostro soccorso.

I POLLI CHE SI CREDONO AQUILE, ILARIA D'AMICO-FABRIZIO CORONA:
Quando scrivere di corsa non è segno di genialità. Rimembro questa intervista della D'Amico che diceva di aver scritto il proprio libro "Dove io non sono" tutto di seguito, in pochi giorni (in verità io rimembro addirittura una sola notte), di getto, d'urgenza e tutte quelle cose lì.
Di Corona ci sono invece notizie più precise, con orgoglio rivendicò di aver scritto in soli cinque giorni il suo romanzo giallo "Chi ha ucciso Norma Jean?", protagonista un paparazzo senza scrupoli.
 Ricordo quando ci arrivò in libreria. Mi riesce difficile immaginarlo seduto ad una scrivania a fare lo Stendhal di turno mentre dice a tutti i suoi vari assistenti, "No guarda, lasciatemi in pace per cinque giorni che devo scrivere, dite che sono a caccia!".
Non suona eh? Chissà perchè.

 E voi rimembrate altri capolavori scritti alla velocità della luce?

venerdì 28 febbraio 2014

Tra moglie e marito non mettere il dito. Le tre tipologie più diffuse di coppie di scrittori: chi vive nell'ombra, chi si fa la sua vita e chi precipita nell'autodistruzione (perché tutti uccidono l'oggetto del proprio amore, ma non tutti ne muoiono).

Ieri, ero presa da una delle mie attività favorite e principali, ossia vagavo per una libreria (non quella dove lavoro che non ce la faccio, mi prendono le crisi d'ansia a vedere i miei colleghi che lavorano mentre io bivacco felice). Mi son fermata alla ricerca di sugose novità nelle graphic novel e mi è piovuta tra le mani "Superzelda" di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta, ed. Minimum Fax, sulla vita di colei che è principalmente ricordata come la moglie affascinante e molto instabile di Scott Fitzgerald.
 Mi è dunque venuta l'idea per questo post sulle coppie famose di scrittori. Cosa accade quando due grandi talenti si incontrano?
  Poche le possibilità:
- Amore e rispetto (rara ipotesi).
- Annientamento da parte della personalità più forte dell'altra (più o meno intenzionalmente).
- Ok, stiamo insieme, ma ognuno si fa gli affari suoi.
 Delle tre la terza è secondo me quella che ha presentato le maggiori garanzie di sopravvivenza. Un talento ha bisogno di tempo per scrivere, aria per respirare, esperienze solitarie da fare. Tuttavia avere un punto fermo può essere utile alla propria stabilità ed ecco il motivo della coppia a monte.
 Una mediazione che è difficile per noi comuni mortali, figurarsi per le eccelse menti. Ma andiamo a vedere i casi più comuni di coppie di scrittori famosi.

UNO E' FAMOSO L'ALTRO ROSICA NELL'OMBRA:

SCOTT FITZGERALD/ZELDA SAYRE:
 Ricordata tutt'ora per essere stata la moglie instabile, invidiosa e visivamente non bellissima del sommo Fitzgerald, la povera Zelda sta finalmente avendo una sua rivalutazione. Lui insisté tantissimo per sposarla, lei che aveva un carattere eccentrico già da bambina, accettò. Lui divenne un grande scrittore, lei ebbe un esaurimento nervoso per aver cercato di dimostrare che oltre le gambe c'era di più.
 Scrisse un libro complementare a "Tenera è la notte" (per la cui scrittura il marito aveva saccheggiato i suoi diari), "Lasciami l'ultimo walzer", tentò di diventare ballerina fuori ogni tempo massimo, scriveva racconti con il perenne confronto del consorte ormai eletto a Grande scrittore americano (e pagato cifre abnormi per l'epoca). Persino Woody Allen ha continuato a dare credito alla leggenda nera della moglie vampiro in "Midnight in Paris". Morì bruciata nell'ospedale psichiatrico dove era rimasta per dodici anni, mentre suo marito era in altre relazioni affaccendato.

LEV TOLSTOJ/SOFIA BERS: 
Tolstoj si sposò con una bella ragazza di origine tedesca di nome Sofia. Ebbero un numero assurdo di figli e lei oltre a pascerli, doveva compiacerlo, ma soprattutto ricopiare e ricopiare le infinite pagine dei suoi lavori, in un'epoca in cui la macchina da scrivere era ben lungi dal divenire. Se pure voi foste costrette ad accudire una dozzina di pargoli, perennemente incinte e col vago desiderio di ritagliarvi del tempo per scrivere un pochino (cosa che riuscivate a fare prima del frettolosissimo matrimonio), non portereste un pochino di rancore a vostro marito? Passata alla storia come una rompipalle di epica grandezza che non faceva campare in pace il marito talentuosissimo, diseredata da egli stesso che non la volle accanto neanche nel momento in cui spirò, passò gli ultimi anni della sua vita a litigare con la figlia Aleksandra (che non essendo stata per niente voluta dalla madre adorava il padre). Costei ci ha lasciato dei bellissimi diari, in cui riversò tutto il suo talento, le sue speranze, i suoi dolori e il suo odio. Avrebbe meritato molto di più.
 Ugualmente russo, meno travagliato (ma forse perché ben più corto) fu il matrimonio tra DOSTOEVSKIJ e la sua seconda moglie Anna, anch'essa aspirante scrittrice, anch'essa ridotta a badante del genio, ma con meno astio. Di lei ci rimane la biografia che scrisse sul consorte "Dostpevskij mio narito".

GERTRUDE STEIN/ALICE TOKLAS: 
Conoscete quel particolare fenomeno che è la simbiosi lesbica? E' abbastanza frequente e finisce per sincronizzare così bene una coppia formata da due donne da renderle psicologicamente indispensabili l'una all'altra, spesso molto simili nel vestiario e nei movimenti, identici gli interessi e le amicizie.
  Gertrude Stein e Alice Toklas rappresentano uno di questi casi, al punto che la Stein scrisse la propria autobiografia sotto il titolo di "Autobiografia di Alice Toklas", attribuendo fittiziamente il racconto alla compagna di una vita. Geniale per niente modesta, la Stein fu talent scout, amica e mecenate dei più grandi artisti della sua epoca, mentre Alice Toklas, aspirante scrittrice, rimase nell'ombra. Alla morte della Stein, la Toklas pubblicò un libro di memorie sottoforma di ricettario e nel frattempo venne depredata dagli eredi della Stein. I problemi per le coppie di fatto erano gli stessi anche all'epoca.


OGNUN PER SE' DIO PER TUTTI:

SIMONE DE BEAUVOIR/JEAN-PAUL SARTRE: 
Un grande classico per chi crede al mito della coppia aperta. Conosciutisi a vent'anni, non si sposarono mai, rimanendo fedeli alla loro totale contrarietà alla borghese istituzione matrimoniale. Simone non cadde mai nella trappola della vestale né ci volle mai cadere, ammirava Sartre, il quale, nell'unico momento in cui prima dei trent'anni la de Beauvoir rischiò di appiattirsi su se stessa, la rimproverò dicendo di trovarla poco interessante "Un tempo pensavate un sacco di cosette, Castoro".
 Entrambi ebbero avventure amorose, Sartre, nonostante i suoi occhi da pesce molte di più, persino poco prima di morire, cosa che mandava su tutte le furie la de Beauvoir perché le sue conquiste lo stancavano e lo riempivano degli alcolici che gli erano assolutamente negati. Per lui, lei rinunciò ad un'appassionata storia d'amore con lo scrittore americano Nelson Algren. Quando morì, lei gli dedicò "La cerimonia degli addii" in cui affermava che la morte di Sartre li aveva divisi e la sua, in quanto non credenti, non li avrebbe riuniti.

MARY SHELLEY/PERCY SHELLEY:
 Figlia di una femminista ante litteram che morì nel darla alla luce, Mary fece tesoro degli insegnamenti della madre vivendo una vita, per l'epoca, sui generis. Iniziò una relazione con Percy Shelley mentre lui era ancora sposato con la prima moglie (la quale non era per niente convinta dei suoi tentativi di fare di loro una coppia aperta). Morta costei, si sposarono ed ebbero quattro figli, ma lei continuò a scrivere inventando "Frankenstein". Quando lui morì annegato, si dedicò alla scrittura come mezzo di sostentamento per l'ultimo figlio, l'unico sopravvissuto.

ELSA MORANTE/ ALBERTO MORAVIA:
 Sono una coppia che potrebbe racchiudere un po' tutti e tre i casi, ma per profondo rispetto all'animo inquieto della Morante, li metto in questa sezione. Si conobbero giovani, lei povera, affamata e ambiziosissima, lui già scrittore affermato grazie a "Gli indifferenti". I biografi ci raccontano di un lui quieto e posato e una lei ambiziosa, chiusa, rivaleggiante. Forse era vero, ma forse i biografi dimenticano le radici di entrambi: lui ben nato e imparentato con mezzo mondo che contava, lei figlia naturale riconosciuta da un padre non suo e vissuta in povertà fino all'arrivo di lui. Se un grande orgoglio è spinto tutti i giorni alla gratitudine verso qualcuno, i risultati possono essere devastanti. Finì nel 1962, lei si era innamorata dell'ennesimo omosessuale che si suicidò, lui stava da un po' con Dacia Maraini. Morirono l'una in solitudine, l'altro accanto a una donna che poteva essere la nipote.

ERNEST HEMINGWAY/MARTHA GELLHORN:
 Non si può dire che Erne st non le abbia tentate tutte, dalla ragazzotta con cinquant'anni di meno sposata in tarda età, alla mogliettina standard, fino a lei, Martha Gellhorn, terza moglie che durò in carica solo quattro anni perché in altre faccende affaccendata. Era infatti costei una delle più famose reporter di guerra della sua generazione e non aveva né tempo né voglia di starsene ferma in un posto a vezzeggiare o seguire il grand'uomo. Dopo aver litigato per quattro anni divorziarono.

TI AMERO' FINO AD AMMAZZARTI:

TED HUGHES /SYLVIA PLATH: 
Caso in cui lui andrebbe percosso con un bastone e in certi momenti pure lei (ovviamente un bastone metaforico).
 Sylvia Plath si suicidò mettendo la testa nel forno a 31 anni. Lasciava due figli avuti con Ted Hughes, poi poeta laureato, che l'aveva appena abbandonata per una donna che fece la stessa identica fine. Perfezionista, talentuosa e probabilmente bipolare, la Plath voleva tutto e fingeva di desiderare solo un piatto di panna e mirtilli: voleva essere pubblicata, essere famosa, avere un buon lavoro, avere una splendida famiglia e via dicendo. Ted era bello, traditore e rompipalle (leggetevi le lettere che la Plath mandava tutta felice alla madre dall'ospedale: "Oh, sono qui che ho avuto un aborto e Ted viene a trovarmi con la nostra prima figlia per chiedermi quando torno che non ne può più di cambiare pannolini"). Caso perfetto di maschilismo da parte di lui e poca lucidità e consapevolezza sul fronte dell'autonomia da parte di lei. 
Quando la Plath si suicidò, Hughes tornò in pompa magna, bruciò i suoi ultimi diari (in cui parlava dell'ultimo anno passato insieme), si affrettò nel tentativo di farla passare alla storia come Sylvia Plath Hughes (non riuscito per fortuna), rimaneggiò abbondantemente i suoi diari pubblicati e praticamente fagocitò la Sylvia post matrimonio. Se leggete la sua prosa dopo il fatidico sì non si capisce praticamente niente e non perché fosse instabile.
 La critica femminista dell'epoca disse che il modo di comportarsi di Hughes l'aveva indotta al suicidio e poi aveva cercato di cancellarla come poetessa. Visto il comportamento, darei ragione alla critica.

SIBILLA ALERAMO/DINO CAMPANA: 
 Caso di reciproca distruzione portato agli onori del vasto pubblico da quel terribile film che è "Un viaggio chiamato amore" di Michele Placido (perché fa il regista io mi chiedo, perché?). Una vita colma di qualsiasi disgrazia lei (stupro, figlio tolto dal marito al momento dell'abbandono, storie lesbiche finite male, madre folle), una vita inquietissima lui (viaggiò ovunque spostandosi in continuazione, persino le sue spoglie non ebbero pace, fatte saltare in aria dai tedeschi con la cappella che li custodiva). 
 Si conobbero alla maniera facebook dell'epoca: scrivendosi lettere su quanto fossero belli i reciproci manoscritti. Per tre anni se le diedero di santa ragione, poi lei lo convinse ad andare da uno psichiatra e lui troncò ogni rapporto.

PAUL VERLAINE/ARTHUR RIMBAUD: 
Secondo il mio libro di letteratura delle superiori Pascoli aveva una relazione incestuosa tra le sue sorelle, tuttavia Verlaine e Rimbaud erano solo amici: incesto batte omosessualità 1-0. 
 La conosciutissima storia vede Verlaine poeta lanciato e con moglie rompipalle e sfornalattanti al seguito che invita questo sedicenne sconosciuto ad albergare da lui. 
 Solo che Rimbaud è un sedicenne come ne nascono uno per secolo: bello, bizzoso, ma soprattutto talentuosissimo. Tra i due inizia una storia d'amore che produce qualsiasi sconquasso, riducendo Verlaine ad un crash mentale totale. Prima molla Rimbaud dicendo che vuole tornare dalla moglie, poi quando Rimbaud lo segue per annunciargli che vuole lasciarlo, per la disperazione gli spara. Ne seguono: per Verlaine il processo per sodomia e la prigione, per Rimbaud  la decisione di partire per l'Africa, dove non scrisse più e divenne un mercante d'armi. Finirono uno alcolizzato, l'altro morto con una gamba amputata.

IL CASO: E' STATO SOLO UN GIOCO, UN AFFARE DA POCO, MA MI SONO INNAMORATA DI TE.

VIRGINIA WOOLF/VITA SACKVILLE-WEST: 
Virginia Woolf era una donna molto particolare che ebbe la grande fortuna di sposare (ma riconosciamogli anche il merito di aver scelto bene) un uomo che le fu devotissimo fino alla fine e si prese cura di lei.
 Purtroppo per lui, la relazione di Virginia passata alla storia fu quella che lei ebbe con Vita Sackville-West nobildonna piuttosto eccentrica, amante ed esperta di giardini, già presa da un'altra relazione lesbica principale, quella con la scrittrice Violet Trefusis. Virginia le scriveva lettere appassionate e le dedicò il romanzo "Orlando" ispirandosi, per il/la protagonista alla sua figura. La Sackville-West la tenne sulla corda per un po', poi, come ben spiega Nadia Fusini, nella biografia dedicata alla Woolf, la scaricò gettandola nell'assoluta disperazione. Sappiamo tutti come si è suicidata Virginia, mentre Vita è morta, con mio sconcerto, l'anno in cui è nata una delle mie zie (1962 ossia l'altroieri).

 Di sicuro ho dimenticato millanta coppie, quali sono i matrimoni/relazioni tra scrittori che ricordate e io ho vergognosamente omesso?

domenica 1 settembre 2013

La poetessa sturm und drang per eccellenza: Sylvia Plath. O anche quando un diario diventa un falso storico.

 Non amo molto la poesia. Lo dico. Sono un tipo molto più da romanzi. C'è qualcosa nella poesia che mi sfugge completamente e credo abbia a che vedere con una parte del mio carattere: come vi sarete accort* dai miei numerosi post sui clienti non sono la regina della pazienza. Ritengo che la poesia abbisogni di una riflessione che non sono disposta a dedicargli perché non ho voglia di soffermarmi preferendo leggere subito altro. Ecco. 
 Posta questa premessa personale che capisco troverete assolutamente inutile, oggi voglio consigliarvi un'autrice che in verità non avrebbe nessun bisogno di essere consigliata, essendo essa una sorta di mostro sacro: Sylvia Plath.
 Sylvia Plath rientra a pieno titolo in quel bacino di poeti e poetesse maledetti, molto sturm un drang, tormentatissimi a livello personale, morti giovani e suicidi. La sua prevedibile vita è (assieme al talento ovvio) probabilmente la chiave del suo grande successo post-mortem. Personalmente io l'ho scoperta grazie ad un libro non di poesia: "Le lettere alla madre" che vi consiglio molto pur essendo purtroppo fuori commercio.
 Dico purtroppo perché sono un documento molto interessante per chi volesse davvero capire questa autrice, di cui sono invece ancora in stampa per Adelphi "I Diari".


 Può sembrare un controsenso, ma ve li consiglio e non ve li consiglio. Ve li consiglio se non conoscete assolutamente questa autrice e volete farvi un'idea su di lei. Soprattutto nella parte pre-matrimonio sono molto interessanti per comprendere i suoi strani stati d'animo (i biografi a posteriori sostengono soffrisse probabilmente di una sindrome bipolare) fatti da allegrie incredibili e depressioni profondissime. Si scopre che l'ispirazione poetica istantanea è solo una leggenda e il suo lavoro frutto di un impegno incessante e maniacale. In più, a grandi linee, si evince la parabola della sua breve vita. 
 E qui veniamo al motivo per cui i "Diari" non sono consigliabili. Sono stati infatti ampiamente  rimaneggiati da suo marito, il poeta Ted Hughes, che nei pochi brani su di lui che ha avuto il buon gusto di lasciare non fa certo una figura lusinghiera. 
 Aggiungo poi, per chi lo ignorasse, che la Plath si uccise dopo un periodo di profondo sconforto causato dall'abbandono di Hughes. Alla sua morte lui, che era ancora legalmente suo marito, distrusse i suoi diari degli ultimi anni e molti altri brani che lo riguardavano, adducendo come scusa che per i loro due figli sarebbe stata molto dura leggerli. E' vero che la Plath asseriva che:
 "Ogni donna ama un fascista / lo stivale sulla faccia / e il cuore brutale / di un bruto a te uguale"
(e aggiungerei, avrebbe anche potuto parlare per sé sola), ma bisogna affrontare questi "Diari" con la consapevolezza che, da un certo punto di vista, sono un falso storico.
 Per chi volesse ignorarla personalmente e volesse invece considerarla solo come poetessa/scrittrice consiglio il bellissimo "La campana di vetro", l'unico romanzo che scrisse, anch'esso autobiografico, sul suo periodo di tirocinio in un giornale a NY con tentativo di suicidio annesso.
 Ah, ultimamente noto che nella sezione di critica letteraria stanno spingendo molto una sorta di Sylvia Plath de' noantri: la poetessa milanese Antonia Pozzi, anch'essa molto tormentata, anch'essa morta suicida nel campo dell'abbazia di Chiaravalle, anch'essa provvista di uomo (suo padre) pronto a rimaneggiare le sue opere.
 Incuriosita, ho letto alcune sue poesie, ma per ora ho solo capito che amava molto la montagna, perciò mi riprometto di leggere la sua biografia "Per troppa vita che ho nel sangue" di Graziella Bernabò ed. Ancora.
. Sembra ben scritta, qualcun* l'ha già letta e ha opinioni in merito?
 Buona domenica poetica!

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