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mercoledì 25 maggio 2016

Lettere e libri dall'inferno. Quando lo scrittore è il diavolo in persona: composizioni demoniache, lettere tentatrici, codici enormi scritti in una notte e un certo figlio degenere.

 E' curioso che siano stati dei film a spingermi a studiare i libri.

 Casualmente, nel corso della mia adolescenza, ho subito la fascinazione di una serie di personaggi cinematografici (tra l'altro, io non sono mai stata una fanatica cinefila anzi) che mi hanno indotto a pensare che i libri antichi e i loro misteri fossero il top del top: trattasi del sempre citato Indiana Jones, del sempre citato "Il nome della rosa" (di cui vidi casualmente il film a 13 anni e ne rimasi fortemente impressionata) e de "La nona porta" un film di Polanski che parte in modo fantastico e finisce in modo miserevole.

 Tratto da un best seller di Arturo Pérez-Reverte, "Il club Dumas" (che provai anche a leggere, ma all'epoca ero troppo fresca di studi bibliologici e trovavo errori di codicologia e storia del libro ovunque) ha per protagonista Dean Corso, bibliologo esperto valutatore di libri che, al contrario di quello che si potrebbe pensare, non vive una triste vita sepolto in casa, polveroso e avvizzito, ma è un figone con le fattezze di Johnny Depp che vive una vita di sballo, donne e pericolo.
 La storia comincia quando un editore, collezionista di libri antichi, in possesso di una seicentina stampata a Venezia appunto nel 1666 da un misterioso tipografo, Aristide Torchia chiede il suo aiuto. In tutto il mondo ne esistono solo tre copie, ma effettivamente solo una sarebbe autentica e ingaggia Corso per identificarla.
 Il particolare non è irrilevante: all'interno dell'opera ci sono infatti delle importanti xilografie (illustrazioni ottenute da una matrice lignea) che sarebbero copie esatte di un perduto e malvagio tomo, l'Horrido Delomelanichon, opera del demonio in persona.

 Il finale mi deluse, ma i miei successivi studi no.
 Ho già parlato del Codice Voynich, maraviglioso tomo trovato a Frascati e purtroppo ora in America (ma almeno digitalizzato) che nessuno ha mai tradotto e le cui illustrazioni parlano di mondi ignoti, e dell'Hypnterotomachia Polyphili, il sogno d'amore di Polifilo, reale capolavoro di tipografia veneziana il cui significato, probabilmente esoterico è ancora indecifrato.

 E' giunto perciò il momento di dedicare il post a un autore, presunto almeno, molto particolare: il diavolo in persona.
 Al demonio sono stati attribuiti negli anni i più disparati tomi, tutti mysteriosamente bruciati (ma possiamo sempre cullarci nella speranza DanBrowniana che si trovino nei famosi sotterranei del Vaticano, dove, stando a libri e film dovrebbe esserci qualsiasi cosa dai vampiri agli alieni, anzi, i miei complimenti ai preti che sarebbero riusciti a scavare dei sotterranei in una città dove la metro C non riesce a vedere la luce). Eppure, qualcosa sarebbe effettivamente sopravvissuto ai secoli.
 Cosa? Andiamo a scoprirlo!

GIUSEPPE TARTINI:

 Tartini era un compositore e violinista di natali istriani che visse la sua vita principalmente a Padova.
 
 Ebbe una giovinezza abbastanza tumultuosa che culminò in un matrimonio dai tratti romanzeschi. Si innamorò ricambiato della nipote di un cardinale, la sposò di nascosto, ma quando vennero scoperti scoppiò il finimondo: fanciulla chiusa in convento e lui costretto alla fuga.

 L'episodio comunque ebbe un effetto benevolo sul suo carattere e la sua carriera: iniziò a suonare il violino e divenne più tranquillo. Nel frattempo anche il cardinale si dava una calmata e lo faceva recuperare per riconsegnarlo alla moglie. Il culmine della sua carriera lo raggiunse rimanendo tre anni alla corte praghese, ma non è questo il motivo per cui appare in questo elenco.

 Giuseppe Tartini infatti fu protagonista di una curiosa vicenda: un aneddoto racconta infatti che una sua complessa composizione conosciuta come "Trillo del diavolo" gli fosse stata ispirata in sogno dal demonio stesso.

 Secondo la leggenda, il compositore sognò il diavolo pronto a esaudire ogni suo desiderio. 

Incuriosito, il musicista gli diede da suonare il proprio violino e il demonio in persona intonò una musica particolarissima e meravigliosa. Al suo risveglio Tartini che la ricordava confusamente provò a metterla per iscritto, ma il risultato, a suo dire, era niente in confronto alla magnificenza del sogno.
 La leggenda ebbe il suo apice quando si incontrò con un altro musicista ritenuto toccato dalla buona o cattiva grazia del signore degli inferi: Niccolò Paganini, su cui giravano dicerie oscure. Si diceva che suonasse così bene perché aveva stipulato un patto col diavolo in persona.
 Com'è come non è, potete ascoltare "Il trillo del diavolo" suonato da Uto Ughi nel video.




LETTERA DEL DIAVOLO:

 E' in realtà la pietra dello scandalo da cui è nata l'idea di questo post. 
Qualche giorno fa il Corriere della Sera aveva rispolverato in un articolo questa storia siciliana raccontata a grandi linee anche nel romanzo  "Il Gattopardo" di Tomasi di Lampedusa.

 La vicenda riguardò infatti una sua antenata: Isabella Lampedusa, ai voti Suor Maria Crocefissa (nel romanzo la beata Corbera).
  La storia della suora è ai limiti del leggendario: di famiglia ricca desiderò farsi suora sin da bambina e il papà le fece costruire un monastero tutto per lei. Lì, crescendo, iniziò a essere colta da varie crisi mistiche che andavano dall'avere visioni dei santi e della Madonna, a ricevere segni sul corpo (una grossa croce sul petto, pare) e anche una serie di incontri col demonio che sperava, inutilmente, di tentarla.
 Una delle varie volte che lo incontrò, il diavolo cercò di farle scrivere una missiva contro Dio, ma senza successo. 
 La scrisse allora si suo pugno in un linguaggio ignoto a noi esseri umani per fargliela solo firmare (poi dici che i bancari non hanno qualcosa di demoniaco), ma la ragazza, saggiamente, non capendo cosa c'era scritto e comunque non fidandosi del diavolo, scrisse solo "ohimè".
 Tra un viaggio all'inferno per placare i dolori delle anime dannate e le visite della Santa Inquisizione che non vedevano il suo misticismo di buon occhio, la sua vita venne trascritta su un libro al cui interno venne anche infilata la presunta lettera del demonio. Mai tradotta, è conservata nel monastero di Palma di Montechiaro (o quella è una copia, non sono riuscita a trovare info al riguardo).
 In ogni caso, potete ammirarla nella foto.


CODEX GIGAS:

La terza presunta opera diabolica dovrebbe essere nientepopodimeno che il più grande manoscritto al mondo: il Codex Gigas.

 Pesante una settantina di chili, contiene ben 5 libri tra cui:

- Una Bibbia completa. (Non voglio addentrarmi nella palese ovvietà che forse il diavolo non dovrebbe essere in grado di trascrivere testi sacri).
- Una storia degli ebrei di Tito Flavio Giuseppe, un curioso storico e militare romano di origine ebraica.
- Una Storia Universale di Isidoro di Siviglia, scrittore e vescovo cristiano spagnolo del VII sec. D. C.
- Una serie di considerazioni mediche.
- Un trattato di storia locale, Cronache Boeme, dello storico Cosmas di Praga.

 Le origini del manoscritto non sono molto note, ma probabilmente era già stato completato alla fine del 1200 quando passò da un piccolo e misconosciuto monastero ceco, Podlazice, a quello di Brevnov, più importante e vicino alla capitale. 
La miniatura incriminata
 Lì rimase finché gli svedesi nel 1500 lo portarono via per poi entrare a far parte della collezione della regina Cristina di Svezia finché non venne donato alla Biblioteca nazionale svedese.
 La sua grandezza, la magnificenza, l'enorme dispendio di risorse e lavoro, una firma probabilmente errata, ma soprattutto l'inconsueta miniatura a piena pagina del demonio che vi appare seguita immediatamente da un breve testo per l'esorcismo dagli spiriti maligni, hanno cospirato affinché una leggenda nera ammantasse il codice.
 La miniatura è secondo gli studiosi inconsueta per molti versi: la figura demoniaca è insolitamente grande e la postura, nonché le fattezze umanoidi risentono degli influssi dei trattati di medicina araba che però, non si capisce bene come possano essere entrati nell'immaginario del miniaturista che si è cimentato nell'opera.
 In ogni caso, cosa dice la leggenda? Che questo manoscritto fu terminato in una notte da un monaco che per vari motivi avrebbe promesso l'impossibile impresa. 
 Alcuni dicono che avesse infranto i voti e dovesse farsi perdonare, altri che lo facesse per la gloria, insomma tutte motivazioni che lo spinsero a contrarre un patto col demonio che lo scrisse al suo posto e lo miniò già che c'era, immortalandosi così a piena pagina.
 Lasciate stare la pagina di wikipedia e fidatevi delle molto più precise e dense informazioni che la Biblioteca nazionale svedese mette (in inglese) a nostra disposizione, assieme al codice digitalizzato.

 Potete trovare tutto al link ------------>http://www.kb.se/codex-gigas/eng/highlights/


KEPLERO, FIGLIO DEGENERE:

 Per completare questo elenco, ho deciso di infilare un saggio molto interessante che è arrivato ultimamente a lavoro: "Il figlio della strega" di Paolo Aldo Rossi e Marco Ghione ed. VirtuosaMente.

L'opera racconta una storia poco conosciuta della vita del buon Keplero che potrebbe a ragione conquistarsi la palma di figlio più degenere della storia ever.
 La mamma dell'astronomo era infatti una piccola signora dal carattere non molto amabile che si era procurata più di un nemico nel paese in cui viveva. 
 Codesti nemici (tra cui tale Ursula, molto molto agguerrita) colsero la palla al balzo quando cominciò a circolare un libro non pubblicato ufficialmente del suo pargolo "Somnium"

 Si trattava di una storia allegorica in cui un giovane figlio di una strega veniva iniziato all'astronomia da queste magiche donne.

 Peccato fossimo all'inizio del 1600, epoca ancora di Santa Inquisizione. I nemici della madre di Keplero ebbero gioco abbastanza facile ad accusare la signora di stregoneria allertando le autorità (per la serie, la storia che i vicini di casa possono essere i tuoi peggiori aguzzini è vecchia come l'esistenza degli agglomerati urbani).

 La coriacea anziana rimase sotto processo per sei anni, venne imprigionata e torturata, e il figlio passò gran parte di quegli anni a cercare ogni appiglio per ottenerne l'assoluzione, dalla difesa strenua in tribunale alle pressioni di amici potenti.
 Infine ce la fece, ma non vorrei sapere cosa deve aver passato Keplero una volta tra le mani della madre. 
 Nel libro potete trovare il "Somnium", alcune lettere, documentazione e una ricostruzione scrupolosa della storia che sembra romanzesca e invece è tutta vera.

 E in conclusione, annuncio presto un post sulle streghe! Come avevo scritto in passato l'inizio dell'estate concilia sempre il mio lato gotico, non so perché!


giovedì 13 febbraio 2014

Rieduchescional libraia: curiosità e stranezze della storia del libro. Gandalf santi, assassini e anche domatori del mostro di Lochness, libri mysteriosi e alberi punti da insetti. Perché la storia del libro è tutto tranne che noiosa!


Quando studiavo mi vedevo così. Ebbene sì.
Ed ecco il grande ritorno della neonata rubrica rieduchescional libraia!
Quando facevo l'università in molti pensavano studiassi robe talmente noiose che pur di non starmi a sentire quando ripetevo o magari parlavo di quello che si era fatto in aula ai rarissimi corsi che ho seguito, in molti avrebbero preferito mettersi a gridare e correre nella regione più vicina in esilio. Dopo il primo ingenuo anno di matricola, ho capito che era meglio sedare questi miei inquieti desideri e lasciare che lo studente di medicina continuasse ad ammorbarmi con le sue nozioni di anatomia e quello di giurisprudenza con terrorismi psicologici sempre nuovi sulle leggi che violavo anche solo innalzando il bicchiere. La selezione naturale delle facoltà era iniziata.
Con questo primo post di numerosi post sulle curiosità, stranezze e bizzarrie della storia del libro ho intenzione di vendicarmi del silenzio impostomi.


Siete pronti per questo libresco, forse non tutti sanno che a stampo librario? Si cominci!

LA NOCE DI GALLA:
Un tempo non esistevano le bic e fin qui nessuna novità, ma vi siete mai chiesti di cosa fosse composto l'inchiostro indelebilissimo che ancora permane sui manoscritti? No? Che strano! Ve lo dico io. 
 E' un composto di vetriolo, acqua, gomma arabica, ma soprattutto lei: la noce di galla. Che cos'è? Avete presente quando un'ape o una vespa vi pungono e vi viene un'epica bolla sulla pelle? Ebbene, la noce di galla è la bolla che viene alle querce quando un insetto la punge! Allora, che ad un albero potessero venire le pustole a me già sembrava assurdo, ma la cosa che mi sono sempre chiesta è: come caspita hanno capito gli antichi che era un ingrediente fondamentale per tirar fuori quel duraturo inchiostro conosciuto ancora appunto come ferro-gallico? A chi è mai venuta l'idea di mescolare una noce di galla con gomma arabica e altri reagenti?
Nota a margine: Gli arabi forse non hanno mai usato l'inchiostro ferro-gallico,  ne utilizzavano uno molto più antico e meno resistente, motivo per il quale i loro manoscritti sono infinitamente più delicati dei nostri.

IL CATHACH DI SAN COLUMBA:
Parliamo di San Columba di Iona, un personaggio che definire assurdo è molto riduttivo. 
 Costui che dovrebbe a mio parere essere il santo protettore di fotocopiatori e copisterie, era un monaco irlandese di nobile stirpe che apparteneva a quella generazione cristiana, ma ancora abbastanza sincretista. Diciamo che aveva le idee un po' confuse. Voglioso di copiarsi un salterio da tenersi tutto per sé, Columba di notte si copiava abusivamente la copia di San Finnian. Con una mano scriveva e con l'altra si faceva divinamente luce. Una notte venne scoperto e san Finnian se la prese a morte tanto che lo portò in giudizio davanti al re. Il re obbligò Columba a restituire la copia e quello se la prese così tanto che scatenò una battaglia in cui fece fuori mezzo esercito reale. Poiché gli irlandesi avevano ancora una visione semipagana del cristianesimo davano, come già detto, un valore molto particolare al libro in quanto oggetto. Ossia ritenevano che contenendo esso la parola del Signore, fosse alla stregua di un oggetto magico in grado di avere magici effetti. Perciò ecco che San Columba si lanciava nella battaglia brandendo una spada in una mano e il cathach nell'altra, convinto che esso fosse in grado di proteggerlo da ogni male. Columba vinse e per espiare i suoi peccati (aveva comunque fatto fuori un po' di gente) se ne andò in esilio a convertire. Il povero san Colombano, monaco irlandese che fondò importanti monasteri per mezza Europa, compreso quello di Bobbio in Italia, viene spesso confuso col suo focoso compatriota.
Nota assurda: Tra le altre cose attribuite a san Columba c'è anche quella di essere stato una sorta di Gandalf ante litteram. Secondo il suo antico biografo, un giorno mentre cercava di attraversare il fiume Ness, emerse un orrido mostro che lui sconfisse al grido di “Torna da dove sei venuto!”.
Il mostro, pare la prima apparizione del tenero Nessie, scappò e non se lo trascinò via come accadde a Gandalf. Lui era San Columba mica cavoli.

PERGAMO:
Resti pergamaschi.
Nell'uso comune attuale la parola pergamena indica o una carta di valore importante tipo “la pergamena della laurea” o una specie di rotolo mezzo bruciacchiato ai lati sempre presente nelle fantasiose illustrazioni di mondi medievali/fantastici. In realtà per pergamena si intendevano un tempo solo i fogli fatti di pelli d'animale ottenuti mediante conce laboriose che interrompessero il processo di putrefazione. Prendono il loro nome dall'antica città dell'Asia Minore, Pergamo (oggi Bergama, ridete pure), che non viene mai ricordata eppure era un fiorente centro culturale in grado di rivaleggiare con Alessandria. Proprio per questo motivo in realtà fu inventata la pergamena. Tentando il colpo basso infatti, Tolomeo V d'Egitto bloccò l'esportazione del papiro costringendo i pergamaschi (li chiamo io così) e il loro re Eumene II a inventare qualcos'altro e quel qualcosa fu la pergamena. Dalle mie rimembranze ho questo ricordo per il quale tutti i manoscritti che passavano e spassavano per Pergamo venivano momentaneamente requisiti per essere copiati e sistemati nell'ampia biblioteca. Fatto che sta che la biblioteca di Pergamo non la ricorda nessuno, ma in qualche modo sono rimasti nella storia.

MANOSCRITTI PALINSESTI
Per fare una pergamena ci vuole una pecora, per fare un libro ci vogliono tante pecore, per avere tante pecore ci vogliono tanti soldi, per avere tanti soldi bisogna essere ricchi...potrei parafrasare la canzone di Endrigo ancora per molto, ma per vostra fortuna mi fermo qui. Ebbene nel medioevo certo non erano molto animalisti, scuoiavano bestie, principalmente pecore e capre, per fare pergamene e da lì libri (vi darò anche questo particolare agghiacciante: i libri più pregiati venivano fatti con la pelle dei feti d'agnello o agnellini, venivano particolarmente bianche). 
Accadeva però che insomma non è che si avessero sottomano i soldi per fare strage di greggi, così i monaci prendevano vecchi manoscritti su cui dei loro simili avevano travagliato in passato e raschiavano via il testo per scriverci sopra. Tale era la potenza dell'inchiostro però che esso rimaneva impresso nella parte sottocutanea della pergamena pronto qualche secolo dopo ad essere riportato in vita da una qualche reazione chimica.
Tutto ciò potrebbe essere solo un gustoso aneddoto se non fosse che i testi che i monaci raschiavano via erano spesso le uniche copie di classici greci e latini. Il più famoso palinsesto in assoluto è stato rianimato dal fu Angelo Mai, sì proprio lui, l'uomo che tutti ricordiamo in quanto grazioso dedicatario dei “Sepolcri”. Rovinando foreva un manoscritto (qui ci sono grandi dissertazioni: è giusto rovinare un'opera per trarne un'altra opera?) a causa di un composto chimico, riportò però alla luce il testo originario che guarda un po' era l'unica copia sopravvissuta di parte del De Republica di Cicerone. In seguito se ne sono scoperti altri, anche doppi palinsesti (copia su copia), tra i quali un'opera di Archimede.

HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI: 
Esiste un'edizione dell'Adelphi che riproduce il solo testo.
Letteralmente "Battaglia d'amore nel sonno di Polifilo". 
Avete presente “La nona porta”? Il film in cui Johnny Depp è una sorta di bibliofilo che deve venire a capo di un mistero legato ad un libro medievale che non si sa chi ha scritto né illustrato?
  Il film è tratto da un libro secondo me pallosissimo e filologicamente scritto un po' alla carlona “Il club Dumas” di Reverte e prende chiaramente ispirazione da questo incunabolo di cui ci son sopravvissute pochissime copie (io ho avuto l'onore di vederne una, splendida, è meglio per il vostro stomaco se non sapete chi possiede una delle altre due) e che rimane:
A) Fulgido esempio di composizione stilistica rinascimentale di un libro a stampa.
B) Un grande mistero.
Si sa che è stato stampato da Aldo Manuzio, ma non si conosce né l'autore del testo né dei disegni entrambi molto enigmatici. Il testo infatti parla della “battaglia d'amore nel sonno” di questo Polifilo che sogna la sua amata Polia, rapita e portata nel bosco da una serie di creature magiche. Il testo è alquanto oscuro poiché si comprende l'esistenza di un sottotesto iniziatico che però la mancanza di paternità della penna e la grande complessità simbolica non consente di decifrare.
Anche le stampe particolarmente chiare e pulite sono a sfondo esoterico, (Jung stesso vi ravvisò numerosi archetipi onirici), ma tutt'oggi sfugge l'interpretazione.
Se volete sollazzarvi e divertivi a fare Indiana Jones, ecco la scansione completa Hypnerotomachia Pholiphili. Oltre al film “La nona porta” di cui vi consiglio la visione (nonostante il pessimo finale) alla luce di questo collegamento, il manoscritto ha ispirato anche il libro “Il codice dei quattro” di Ian Caldwell e Dustin Thomason.

Allora, pensate ancora che la storia dei libri antichi sia una cosa noiosa? ;)



venerdì 8 novembre 2013

La mysteriosa epoca d'oro delle librerie. E' mai esistito un tempo in cui i librai non guardavano al soldo, ma alla cultura? E deve o non deve la libreria avere una funzione pedagogica, e come?

Johannes Gutenberg inventore della stampa,
fu la prima vittima della brama di denaro che 
da essa poteva derivare: il suo assistente e il
suo finanziatore si imparentarono tra loro, gli 
fregarono l'idea e iniziarono a stampare alla
grandissima arricchendosi. Dopo sfighe varie
ed eventuali il buon Gutenberg morì, ma 
insomma è di lui che noi ci ricordiamo non
 di chi gli fregò l'idea
Il post sul perché del successo di Fabio Volo ha creato più interesse di quello che credevo e una valanga di commenti, tutti molto interessanti. 
 Codesti commenti mi hanno confermato un'impressione che avevo sin da quando ho iniziato a lavorare in libreria la credenza molto diffusa che le librerie debbano avere, al pari delle biblioteche, una funzione pedagogica.
 In molti rievocano presunti tempi d'oro in cui le librerie cambiavano la storia e i librai scoprivano talenti o comunque aiutavano sconosciuti talenti di valore ad emergere, in cui la libreria non era solo un negozio, ma altro, una specie di tempio del sapere e di meraviglie.
 Certo, sono esistiti librai e librerie che si avvicinano a questo immaginario, come il buon Giangiacomo Feltrinelli, che era editore-libraio e tante altre cose o la mitica Sylvia Beach proprietaria della Shakespeare & company parigina di inizio '900. Tuttavia non erano la norma e non lo sono mai stata. Anzi, fino all'800, cioè fino all'invenzione della macchina continua per stampare e di altre innovazioni tecniche nella composizione soprattutto della carta, le librerie per come le conosciamo noi non esistevano per niente. 
 Sin dalla lontana invenzione di Gutenberg la stampa e il suo prodotto ovvero il libro a stampa erano visti sotto una luce principale: IL DENARO. 

 C'è un libro che vi consiglio caldissimamente se volete farvi un'idea della storia del libro a stampa, si tratta de "La nascita del libro" di Lucien Febvre e Henry-Jean Martin. L'idea di base è dimostrare come la storia della stampa abbia mutato fortissimamente la mentalità economica stessa dell'occidente lasciandola virare in senso capitalista. Nessuno nel '500, a meno che non fosse straricco investiva in un libro perché ci credeva e ne apprezzava il valore, tutto quello che l'editore (che in genere era anche stampatore e distributore) faceva era: investire un capitale e fare qualsiasi cosa per farlo fruttare, anche perché se no falliva e addio. Se poi le cose andavano bene poteva anche concedersi alla cultura più alta, come il buon Aldo Manuzio.
"In primo luogo, un fatto che non bisogna mai perder di vista: sin dalle origini stampatori e librai lavorano soprattutto per guadagnare. Proprio come gli editori odierni, i librai del '400 non accettano di finanziare la stampa d'un libro se non sono certi di poterne vendere un sufficiente numero di copie entro un periodo ragionevole. Non stupisca dunque se la scoperta della stampa ha l'effetto, quasi immediato, di diffondere ancora di più i testi che avevano già molto successo in forme manoscritte e di farne cadere altri nell'oblio" (L.F.-H.-J. M.).
Quali erano questi testi di sommo successo dell'epoca? Opere religiose in larghissima parte, visto che l'alfabetizzazione era quella che era, molta gente o leggeva ed era in grado di capire solo testi sacri e nella stragrande maggioranza delle volte manco quelli. 
Prove di razzismo medievale su Rieduchescional libraia.
 Tra le opere di maggior diffusione andavano in giro dei fogliacci stampati con xilografie che raccontavano inquietanti storie illustrate che tanto piacevano al volgo. Come l'inquietantissima e iperdiffusa storia del truculento omicidio di un bambino di nome Simone che venne rapito a Trento e ritrovato sgozzato nel ghetto ebraico. Per vendetta gli ebrei maschi vennero processati e ammazzati e le donne convertite. Con gran gusto e gran successo si producevano e vendevano si vendevano xilografie sulla sua storia. Era quindi best seller dell'epoca, una roba che dovrebbe farci quasi rivalutare Fabio Volo.
 Nella storia del libro, il racconto popolare, come ha fatto notare qualcuno ieri, ha vinto sempre, perché: popolarità=soldi.  Quando è stata dunque quest'epoca magica dei librai? Non è mai esistita. 
 L'oggetto libro è semplicemente dotato di un'ambiguità così forte da non poter essere equiparato, come ho detto spesso, ad un tanga di pizzo, quindi da un negozio che lo vende, dai librai stessi, ci si aspetta di più, ma cosa dovrebbe fare allora il libraio? Rifiutarsi di vendere libri dall'incasso sicuro? Per cento Fabi Voli vendiamo almeno un "Mein Kampf" e non so quanti libri altrettanto morbosi sul nazismo. Quelli è pedagogico venderli? Ed è pedagogico e giusto che una persona in qualità di libraio faccia una selezione di ciò che vada o non vada venduto o esposto? 
 Dove dovrebbe stare la forza di scelta in un libraio che prima di tutto è imprenditore, visto che se non vende fallisce? Nella selezione dei libri che posso assicurare si fa anche nelle grandi catene (anche se misteriose leggende scrivono che gli ordini vengono fatti da un sommo burattinaio che decide tutto dall'alto, suppongo non dorma e non abbia famiglia visto che deve leggersi i cataloghi di tutte le case editrici della terra)? 
 Non potete capire quante cose escano giornalmente. In un'epoca in cui esiste financo il Print on demand ormai trovare qualcosa di valore è peggio della ricerca del sacro Graal, anzi quella secondo me era più facile.
 Quello che voglio dire con questo so molto palloso post, è che la libreria non può avere una funzione pedagogica perché, a scanso di personaggi eccezionali a condurle, non è nella sua natura. La biblioteca ha una funzione pedagogica perché è un servizio, è dei cittadini, è di tutti. La libreria è di un solo padrone che fa cassa e può farla in modo illuminato e (se è bravo, capace, appassionato sarà questo il suo modo di lavorare sempre anche nelle difficoltà) ma deve farla.
 In un'epoca in cui c'è la scuola dell'obbligo, l'alfabetizzazione scolastica è altissima, le possibilità di acculturarsi altrettante, il fatto che la domanda premi ancora robe alla Fabio Volo o  "Fallo felice" o "50 sfumature di bianco rosso e verdone", il fatto che l'unica cosa che riesci a far prendere in mano a tanta gente sia la storia di due adolescenti che sognano di volare tre metri sopra il cielo su una moto per  corse clandestine è triste e specchio di una società che sta perdendo un'occasione storica.
  Ed è quello che volevo dire ieri: è la domanda che fa la libreria non viceversa.

(Ps. Il fatto che io riporti un dato di fatto/un dato di fatto storico non vuol dire che sia d'accordo, ma la storia non ammette opinioni è tale e basta).

domenica 3 novembre 2013

Libri sui libri. Dalle invettive sulla stampa, creatura meretrice serva del demonio, alla storia universale della distruzione dei libri. Chicche per veri intenditori.

Di ritorno (tristissimo ritorno) dalle ferie, mi pare giusto prepararmi psicologicamente al rientro lavorativo dedicando un nuovo post ai libri sui libri, quelle trappole che possono rivelarsi fascinosissime (e pericolossisime per il portafogli "Uuuuuh il nuovo libro fotografico da 157 euro sulla Biblioteca Vaticana! Lo voglio!") o palle mortali. 
 Oggi, onde risparmiarvi palle cosmiche, voglio consigliarvi due libri sul tema, molto interessanti  e soprattutto nel secondo caso, molto Indiana Jones/Nome della Rosa.
 Il primo è un piccolo libro molto interessante in questi mala tempora di lotta all'ultimo sangue tra i fieri sostenitori del libro di carta e quelli dell'e-book. C'è già stata nella storia una rivoluzione dai tratti similissimi, che gettò nel panico i nostri progenitori: la temibile invenzione della stampa. Quando il caro Gutenberg, sfornò, perfettamente formata, la sua Bibbia a 42 linee, (e ancora ci si chiede come abbia potuto riuscire in un risultato tanto buono praticamente al primo colpo), non è che il mondo disse: wow un nuovo fichissimo mezzo tecnologico che ci permetterà di passare agli amanuensi alla stampa su carta! 
Non  tutti la presero benissimo, in molti si interrogavano sulle conseguenze pratiche, sociali e persino morali del nuovo strumento, forse forgiato dal maligno stesso. La faccenda della riproducibilità del libro sconvolse più di un intellettuale e poiché la maggior parte degli intellettuali dell'epoca erano monaci e il diavolo non era ancora un'entità ultraterrena fuori moda, a chi si iniziò a dare, nel delirio e nella confusione, la colpa di tale scoperta? Ma a lui ovviamente!
 In "Stampa meretrix. Scritti quattrocenteschi contro la stampa" a cura di Franco Pierno ed. Marsilio dopo l'introduzione storica, si precipita nel mondo a tratti surreale a tratti incredibilmente contemporaneo, delle invettive che Filippo da Strada, domenicano a Venezia, getta contro la stampa, implorando il Doge di non  farsi complice di tale nefanda tecnologia.Così scriveva: 
"Mai come in questo tempo, la città ebbe un così ridotto numero di libri o di persone che li apprezzano a sufficienza. Le opere a stampa creano una città senza soldi e senza cuore. Se per te la luce proviene dalle tenebre, essa, allora per te, verrà dalle stampe."


La stampa sconcentrava (se non dovevi più scriverti il libro come si era certi che lo leggevi davvero?) e in un attimo favoriva la fornicazione tra i giovani, l'evergreen delle preoccupazioni maggiori di chi giovane più non è.

 "Dimostrerò che le stampe sono state originate per istigazione del diavolo. Tramite gli stampatori i vizi sono cresciuti ovunque. Infatti le stampe deturpano i costumi delle ragazze e scacciano il fiore virginale della purezza della carne innocente dei giovani che imparano le turpitudini impresse." 
 Non immaginate Playboy, all'epoca per diventare sex addicted bastavano Petrarca e Ovidio.
E ancora:
 "La scrittura è degna di venerazione e deve essere ritenuta il più nobile di tutti i beni che l'oro ammassa per noi, a patto che non abbia subito le brutture nel postribolo delle stampe. Non devi forse definire prostituta quella che simula di amarci tanto, dedita solo al guadagno rapace?"

 Il povero Filippo dedicò gran parte della sua vita a combattere contro i mulini al vento, cosa che mi fa essere molto pessimista nella mia lotta contro gli e-book, ma si sbagliava (oddio non su tutto) sugli effetti deleteri della carta stampata, quindi che ne so, magari il digitale mi stupirà nei secoli.
 Il secondo libro che secondo me è una chicca per chiunque sia un vero appassionato di libri e mysteri è: " Storia universale della distruzione dei libri" di Fernando Bàez.
  E' fantastico. Partendo dalla frase di Heine "Dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini", l'autore ripercorre la storia dei roghi di libri, come censura e distruzione di intere civiltà. La violenza contro i libri come chiave di lettura per una storia ragionata della violenza umana. Dalla distruzione (non realmente avvenuta) della biblioteca di Alessandria ai roghi nazisti, con un'interessante e ampia parentesi sui roghi durante la guerra civile spagnola, non manca nulla. In più, al contrario del tizio della storia degli spettri, Bàez è bravissimo a rendere incandescente la materia, raccontando il tutto con piglio romanzesco, infarcendo il volume di aneddoti gustosi e di incursioni non prettamente attinenti (come il meraviglioso capitoletto sui libri che basano le loro storie, citazioni e personaggi su libri mai esistiti, es. il "Necronomicon" di Lovecraft).
 Ve lo consiglio molto, vale il suo prezzo!
 E con questo torno a sdraiarmi mesta sul mio letto a rimpiangere le ferie perdute...
 Buoni libri maledetti a tutt*!

domenica 15 settembre 2013

Mysteriosi manoscritti di giochi e scacchi! Il "Libro de los juegos" e il "De ludo scachorum", quando gli antichi ne sapevano già molto più di noi.


Come ho già scritto, il mio modello di vita lavorativo fin da bambina è sempre stato il caro Indiana Jones. Costui è il principale artefice delle mie disgrazie lavorative, avendomi indotto a studiare cose che ancor oggi considero spettacolari, ma che insomma non è che ti lancino proprio nel mondo del lavoro del XXI° secolo.
 La sezione di archeologia/libri antichi, per piccina che sia, esercita perciò su di me il tipico fascino dell'ex a cui una non vorrebbe più cedere, ma che alla fine in qualche modo ti irretisce di nuovo tragicamente. 
Dalle sue splendenti nebbie è apparso questo libro fantastico  "Il labirinto dei giochi perduti. Giochi da tavolo dal mondo antico al medioevo" di Ezio Zanini ed. Il Cerchio.
  Faccio ancora parte di quella generazione che nella sua infanzia invece di trafficare con videogiochi (che comunque c'erano in abbondanza) o pc (che invece erano ancora in divenire), si lanciava in indimenticabili giochi da tavolo. Questo nobile passatempo, affonda le sue radici nella notte dei tempi e molto spesso, nelle varie culture nascondeva spesso significati simbolici e astrazioni logico-matematiche che popolavano le fantasie e i mondi di culture diverse. Il libro è ben costruito, divide i giochi in sezioni a seconda delle modalità di gioco (scacchi, dadi, su tavola ecc.) e si rifà ampiamente a quel capolavoro che è il "Libro de los Juegos".
 Per chi non lo conoscesse, trattasi di un manoscritto meraviglioso, con straordinarie miniature commissionato dal re di Spagna Alfonso X il saggio più o meno a metà del 1200. Si ritiene, sia dalle miniature che dalla completezza delle informazioni e dai giochi in esso catalogati ed esplicati, che sia frutto del lavoro di studiosi delle tre diverse religioni monoteiste, e proprio per le sue forti influenze islamiche viene considerato un particolare capolavoro.
 Nel "Libro de los juegos" non si affrontavano solo problemi matematici (soprattutto di scacchistica) particolarmente complessi, ma un'intera concezione cosmica che veniva in tal modo tripartita:


1) Giochi di dadi, considerati a prescindere inferiori agli scacchi, rappresentavano in modo allegorico la totale casualità della vita e il concetto di predestinazione.
 Insomma, "Forrest Gump" all'ennesima potenza.






2) Gli scacchi, frutto unico dell'ingegno del giocatore, rappresentava il concetto di libero arbitrio e di poter forgiare il proprio destino grazie alle capacità personali. Ovviamente era il gioco star.




3) Le tavole. Quei giochi in cui la congiunzione di casualità e ingegno veniva posta come ideale compromesso tra le parti dal buon Alfonso X, uomo che alla mediazione, anche interculturale ci teneva. Un destino era frutto del libero arbitrio e di una dose di casualità (come anche Machiavelli dixit).


Interessante il modo in cui vengono rappresentati i giocatori accaniti (Alfonso era un fan de los juegos, ma condannava duramente l'azzardo): completamente nudi. Privi di dignità e spogliati dei loro beni, sicuramente incapaci di qual che fosse allegoria.
Capolavoro manoscritto successivo e tutto italiano di tale tradizione è il "De Ludo Scachorum" del frate mito di generazioni di ragionieri, colui che inventò la partita doppia: Frà Luca Pacioli. Costui, grande matematico e appassionato di scacchi e giochi logici, scrisse un manoscritto illustrato nientepopòdimeno che dal buon Leonardo da Vinci, il "De divina proportione".
Nel suo trattato scacchistico, casualmente ritrovato solo nel 2006 (ah, la storia dei fortunosi ritrovamenti librari merita un post a sé!), forse anch'esso illustrato dal buon Leonardo, racchiuse più e più strategie logico-matematiche particolarmente complesse, (che per lui che lo definiva un iocondo tractato, non dovevano essere poi così difficili, beato...).
 Non potendo purtroppo accedere direttamente a tale meraviglia, possiamo però gettarci nella lettura e risoluzione de "I giochi matematici di Frà Luca Pacioli. Trucchi, enigmi e passatempi di fine Quattrocento" di Dario Bressanini e Toni Toniato, ed. Dedalo.  Il libro presuppone che si sia degli sfigati del '400 privi di divertimenti in una notte d'inverno. Io direi che possiamo anche essere dei nerd del XXI° sec. che molliamo Dungeons&Dragons per una serata e proviamo a capire come fare scacco al re di tre rapide mosse.

 Spero di non avervi annoiato. Personalmente trovo che poche cose al mondo siano affascinanti quanto queste opere fantastiche, ingegnose e misteriose che giungono terribilmente moderne fino a noi.

domenica 25 agosto 2013

Libri da Indiana Jones. "La falsa scienza" e il vero verissimo Manoscritto Voynich.

Quando ero bambina subii un imprinting devastante per la mia esistenza: vidi Indiana Jones.
 Non  che abbia mai amato eccessivamente il cinema, ma le avventure del caro Indiana che combatteva i nazisti mi colpirono al punto che iniziai a concepire l'archeologo come unico mestiere degno di nota. Fu per sua colpa che mi iscrissi al liceo classico, convinta che la conoscenza del greco antico mi avrebbe consentito di scoprire la tomba perduta di Alessandro Magno e, sempre per sua colpa, che deviai leggermente dall'archeologia allo studio dei libri antichi immaginandomi cacciatrice di tesori indicati solo su perduti manoscritti. 
 Come progettare la propria vita su basi completamente sbagliate.
 Tuttavia se Indiana Jones e i suoi epigoni hanno avuto tanto e tale successo vuol dire che non solo io sono stata vittima del fascino dell'archeologo con la frusta e la quantità di libri su misteri, manoscritti, segreti crittografici e compagnia bella lo confermano.
 In libreria è arrivato quest'estate un libro inopinatamente sistemato in scienze, per il suo titolo equivoco, "La falsa scienza" di Silvano Fuso edito da Carocci.


 Il libro fa un elenco di misteri scientifici e archeologici che si sono rivelati alla lunga o alla breve dei falsi storici. Ci sono i fatidici teschi di cristallo su cui anche Indiana si è concentrato ultimamente, il gigante di Cardiff e il rospo ostetrico, gli OOPArt, gli oggetti archeologici fuori dal tempo (di cui uno, ovviamente greco è però originale!!) e le teorie teoricamente vere, ma praticamente indimostrabili di un eminente fisico sui viaggi nel tempo!
 E' costruito in modo agile e intelligente. Ogni capitoletto, di poche pagine, comincia facendovi riflettere su un caso assurdo che poi viene spiegato nelle righe successive svelandovi l'esistenza di personaggi misteriosi e assurdi che hanno attraversato la storia cercando di piegarla alla loro fantasia.
 Presa dalla foga mi sono lanciata alla ricerca di un libro che parlasse di libri misteriosi da leggere  e consigliare, ma al momento le mie ricerche hanno dato frutti strani e instabili. La maggior parte dei libri su tali libri o sono molto barbosi o meritano un posto nella sezione di esoterismo, la qual cosa non è mai garanzia di bontà.
 Mi è venuto allora in mente di consigliarvi IL libro misterioso per eccellenza: il manoscritto Voynich.
 Lo conoscete?

 Si tratta di un manoscritto, ritrovato in una villa vicino Frascati, che dei monaci mai abbastanza maledetti vendettero all'inizio del '900 a tale Voynich, un mercante di libri rari. Attualmente si trova nella biblioteca della Yale University, la quale almeno ha avuto il buon gusto di farne una scansione completa che ha messo su internet.

 Il manoscritto, redatto su pergamena, è datato indicativamente a inizio '400, appena prima della rivoluzione di Gutenberg e la sua particolarità è quella di essere scritto in una lingua che non esiste e di mostrare piante che non sono mai esistite. 
 I crittografi si dannano su di lui da ormai un secolo e tutto quello che possono dirci è che non si tratta di un falso storico, ma non si sa ancora neanche per quale fine sia stato costruito.
 E' solo uno dei manoscritti reali e misteriosi che esistono, dovrò dedicargli un post.
 La loro scoperta è stata praticamente l'unica cosa che ha davvero giustificato lo studio e i miei sogni di bambina, che si vedeva scappare tra le piramidi con un varano appeso al collo e un manufatto rarissimo tra le braccia (non certo arrampicata su degli scaffali alle prese con padri della domenica).
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