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martedì 17 novembre 2015

Like Sheldon Cooper! Vite stravaganti, morti e scoperte di se geni della fisica (e non solo), tra fughe in Russia, scomparse, mutismo cosmico, fissazioni per gli autobus, superstizioni poco scientifiche e parafuffologia.

 Dopo aver passato una mattinata all'insegna della ricerca inutile della garanzia della mia lavatrice (rotta), e aver scoperto che "il magico potere del riordino" che va tanto di moda ora, forse non è l'ennesima fuffata new age, ma un modo per non perdere tre ore della tua vita a cercare uno scontrino, tento di scrivere il post a tempo record (visto che alla fine ho pubblicato questo post a mezzanotte e mezza, come capirete, non ce l'ho fatta).
 Non nascondo che sono tre giorni che penso ad un post sensato sulla strage di Parigi, ma non sono certa di riuscire a farlo (ossia, se devo finire per scrivere ovvietà o stupidaggini preferisco non farlo), nel dubbio, ho deciso di dedicarmi ad una delle mie tipologie di post preferite: un breve elenco di chicche librarie gustose su un tema.
 Il tema del giorno, ispirato dall'uscita dell'edizione economica de "Il genio che visse due volte" di Fabio Toscano ed. Sironi sul fisico Lev Landau, genio sovietico poco gradito ai sovietici, riguarda le vite più o meno folli, di matematici e fisici più o meno folli.
 Il celeberrimo Sheldon di "The big bang theory" non è solo un personaggio di fantasia. Gli sceneggiatori probabilmente hanno scartabellato le biografie di vari scienziati per ottenere il più classico degli archetipi: il genio stravagante ai limiti della normalità.
 Non ne siete convinti? Leggete oltre e cambierete idea!


PAUL DIRAC:
Nella mia ignoranza scientifica, avrei continuato a misconoscere l'esistenza di Dirac se qualche anno fa non fosse uscito un corposo volume di Graham Farmelo, "L'uomo più strano del mondo".  
Premio nobel inglese di origine svizzera, Dirac fu tra i fondatori della meccanica quantistica (la qual cosa è l'unica che posso dirvi con cognizione di causa riguardo le sue scoperte scientifiche), ma, come molti geni, aveva le sue stravaganze, nella vita e nella matematica.
 Era infatti fissato con la bellezza matematica, tanto da considerarla parte integrante del suo lavoro e non nel senso che amava circondarsi di quadri e statue mentre disegnava formule: Dirac pensava che le equazioni stesse dovessero sprigionare bellezza. Come? Non lo so, ma se vi interessa è in commercio un suo saggio dal titolo "La bellezza come metodo" Indiana edizioni.
 Comunque, per riprendere le fila della vita di Dirac, dal libro di Farmelo si evince come le sue molte stranezze che alcuni attribuirono ad una sorta di autismo, avessero altre radici.
  Suo padre, un uomo autoritario e repressivo, condizionò molto il carattere che Dirac sviluppò: taciturno al limite del mutismo, riservatissimo e con problemi empatici non indifferenti (a giudicare dagli aneddoti era un  vero e proprio Sheldon, incapace anche di comprendere emozioni e toni se non apertamente spiegati). Tuttavia, ebbe buoni amici (a cui fece anche scherzi crudeli, come far recapitare un alligatore vivo), una moglie per ben 47 anni che ne era gelosissima, due figli e due figliastri. 
 Si racconta che pianse un'unica volta nella sua vita: quando morì Einstein.

NIKOLA TESLA:
 Se dovesse esistere un prototipo dello scienziato folle, ma geniale, la palma per la miglior interpretazione andrebbe indubbiamente a Nikola Tesla.  
 Ingegnere elettronico e fisico di origine serba e croata, studiò ingegneria a Vienna per poi partire per gli Stati Uniti con una lettera di raccomandazione indirizzata in suo favore a Thomas Alva Edison. Tra i due non fu amore, anzi, Tesla si sentì truffato quando non ritenne di essere stato adeguatamente pagato per una complessa invenzione che avrebbe fruttato all'azienda di Edison fior di quattrini.
 Si licenziò e gran parte della sua vita fu passata a inventare, immaginare e combattere, nemici veri e immaginari. Ebbe un gigantesco contenzioso con Marconi, non perdonò mai Edison, fu grandissimo amico di Twain e non ebbe mai tra i suoi interessi il denaro, (in compenso si premurò di deufradare scoperte non brevettate, come quelle del povero Galileo Ferraris) tanto che, in diversi periodi della sua vita, per far fronte a spese legali di vario tipo, visse in povertà o fu costretto a lavori umili.
 Le sue stravaganze che a posteriori sembrano un mix di disturbi ossessivo-compulsivi (odio per i gioielli, amore smodato per i piccioni,un rapporto inquietante con un piccione bianco e una certa ossessione per il numero tre e i suoi multipli) lo resero agli occhi della comunità più stravagante che attendibile.
Tutt'ora bisogna ammettere che la bibliografia che lo riguarda è a dir poco schizofrenica. Assieme alla sua breve autobiografia, ci sono libri di livello scientifico e altri che sfociano apertamente nella new age komplottista (bisognerebbe creare un nuovo termine per questa branca fuffologica).
 Nonostante le sue numerose scoperte e invenzioni, Tesla ebbe anche le sue fissazioni cosmogoniche: c'è tutta una parte delle sue teorie dedicate alla grande energia terrestre che affonda le sue radici in libri teosofici orientali, senza contare i suoi tentativi di comunicazione con gli alieni.
Se vi va di approfondire, sicuramente si consiglia la lettura della sua autobiografia, "Le mie invenzioni", ed. Piano B e di "Lampi" di Jean Echenoz, Adelphi edizioni (e se vi piaceranno sappiate che avrete di leggere).

UN GENIO NELLO SCANTINATO:
  Libro diverso dagli altri perché non dedicato ad un genio riconosciuto, ma ad un genio decaduto e perduto: Simon Norton.
Costui sarebbe rimasto nell'oblio di noi tutti che non ci interessiamo a cose matematiche come "la teoria dei gruppi", è arrivato sino a chi ha una laurea solo umanistica, grazie ad un suo inquilino: Alexander Masters. 
 Finito casualmente a coabitare con Norton, Masters ne scopre la vita: bimbo prodigio che si identificava con i numeri, studente di successo, ricercatore a Cambridge. Poi, un tracollo nervoso che lo porta a perdere il posto e a rinunciare alla matematica.
 Penseremmo tutti ad un uomo sull'orlo del suicidio e invece, secondo Masters, Norton se ne sta felice e appagato dalla sua nuova grande passione: il servizio dei trasporti pubblici inglese, che studia e testa con grande fervore.

WOLFGANG PAULI:
 Nato a Vienna, Wolfang Pauli visse e morì in Svizzera (ogni tanto succede qualcosa anche lì), fu uno dei padri della fisica quantistica e, grazie a studi che vanno oltre la mia comprensione, vinse il premio Nobel. 
La sua vita non fu particolare come quella di altri fisici, ma i suoi studi, che sconfinavano nella psicologia e parapsicologia sì. 
 Dal suo incontro con Jung, al quale si rivolse in seguito a forti problemi nervosi, nacque infatti un lungo studio sulla sincronicità e le coincidenze. Se ho ben compreso, perché la parapsicologia mi è ignota almeno quanto la fisica, Pauli e Jung (addirittura più Pauli di Jung) volevano dimostrare una sorta di connessione  cosmica dell'universo che porta tutto e tutti a influenzarsi a vicenda, questo tirando in ballo l'I-Ching e altre faccende assai poco scientifiche.
 Lo stesso Pauli fu vittima connivente di questa teoria se non altro peculiare. Gli venne attribuito infatti una sorta di potere jattorio sulle apparecchiature (generalmente assai costose) presenti nei laboratori dei fisici teorici.Esse pare si rompessero in sua presenza, e alcuni suoi illustri colleghi gli rifiutavano l'ingresso nei loro studi.
 Non so, ma tutto ciò è assai poco scientifico, ma forse mi fa finalmente comprendere tutti quei libri di parafuffologia scritti da gente con dottorati serissimi.

ETTORE MAIORANA E BRUNO PONTECORVO:
 C'è stato un momento storico in cui l'Italia sfornava geni della fisica come se fosse la cosa più semplice del mondo. E non geni qualunque, ma persone in grado di cambiare il corso degli eventi, come Fermi e altri artefici del proprio destino in un modo che nel nostro mondo ormai troppo convenzionale e programmatore sarebbe ormai impossibile.
 I due, indimenticati, più originali, furono indubbiamente Ettore Majorana e Bruno Pontecorvo.
 Sul primo sono stati scritti fiumi d'inchiostro, anche Sciascia rimase affascinato dal destino di questo ombroso e geniale fisico siciliano che mostrò un talento precocissimo, fu in via Panisperna e mostrò, durante un viaggio di studio a Lipsia, una non velata simpatia per il nazismo.
 La sua scomparsa, preceduta da preannunci di suicidio, ha dato vita ad ogni sorta di leggenda popolare. C'è chi lo vuole clochard a Roma, chi rinchiuso in un monastero, chi in Sudamerica e chi complice della Germania nazista. 
  Dulcis in fundo, la vita di Bruno Pontecorvo, la mia storia preferita, la più romanzesca, irripetibile, incredibile.
 Nel 1950, dopo essere sfuggito alle leggi razziali, escluso dal progetto Manhattan per le sue idee comuniste, dopo essere diventato un fisico di grande successo e aver ottenuto la cittadinanza britannica, Pontecorvo scompare assieme a tutta la sua famiglia. Riapparirà 5 anni dopo: si è trasferito in un Unione Sovietica, ma spergiura di non aver portato con sè documenti e ricerche segrete. Solo dopo molti anni gli verrà concesso di viaggiare per motivi di studio e, verso la fine della sua vita, confidò ad alcuni colleghi di essersi amaramente pentito del suo gesto. Una storia che sembra inventata, tra spionaggio, guerra fredda, nazismo, fascismo e atomica.

martedì 12 maggio 2015

La matematica come rivolta. La vita struggente di un formidabile genio:"Evariste Galois" di Leopold Infeld, tra rivoluzione, matematica, brindisi minacciosi al re e quella frase terribile, "Non ho tempo".

Come ogni tanto rimembro, qualche anno fa, lavorai per un anno in una biblioteca.
  In quell'occasione, nonostante il contratto iperprecario, venni mandata a fare un corso di aggiornamento sul mitico Sebina, storico programma di catalogazione nazionale.
 Ero piena di belle speranze, perchè si trattava di un corso per bibliotecari professionisti, ma quando vi giunsi, scoprii che era una tre giorni di apprendimento a dir poco base. Dopo venti minuti già dormivo sul banco.
Fortunatamente avevo a disposizione un pc con una connessione, così, iniziai a vagare nell'etere e, non so come, capitai sulla pagina di wikipedia dedicata a Evariste Galois.
 Scoprii che nella Francia post napoleonica, durante gli ultimi colpi di una monarchia ormai avviata verso la scomparsa, era vissuto un matematico che morì a neanche 21 anni durante un duello d'onore.
 Codesto matematico aveva una storia alquanto peculiare. Ben lungi dallo starsene chiuso in casa a produrre formule, era un ferventissimo repubblicano, dall'animo a dir poco indomito e il carattere assai strano. Produsse poco a livello di quantità, ma ebbe intuizioni talmente fondamentali e concentrate, che, sui suoi lavori, venne fondata una branca dell'algebra astratta. 
La storia mi colpì tantissimo. Era a dir poco romanzesca e mi stupì che nessuno ne avesse mai tratto un film. Scartabellando, scoprii invece che, in effetti, negli anni '70, aveva visto la luce un curioso lungometraggio sperimentale di italica produzione che si intitolava: "Non ho tempo" e il regista era Ansano Giannarelli.
 Giannarelli, morto qualche anno fa, era stato mio professore all'università ed era all'epoca ancora il presidente dell'Archivio Audiovisivo del movimento operaio. Gli scrissi chiedendogli dove potessi trovare una copia del suo film e lui, assai gentilmente, me ne preparò una copia apposta da andare a recuperare all'archivio.
Ansano Giannarelli
 A casa, esaltatissima, organizzai una miniproiezione con alcuni miei amici che non comprendevano il mio improvviso entusiasmo verso un oscuro matematico francese e che, dopo la visione, continuarono a non comprenderlo.
 "Non ho tempo" infatti era un film probabilmente troppo cinefilo per le nostre povere menti, intriso di sperimentazioni di regia assai anni '70, con un attore che aveva almeno il doppio degli anni del povero Galois e un sotto testo politico che soverchiava la biografia.
 Scrissi a Giannarelli che mi era molto piaciuto, ma dovetti fare un po' la figura della bimbominkia ante litteram, quando sottolineai che immaginavo Galois assai diverso: ossia più giovane, eroico e possibilmente piacente (in questo senso giocava il fatto che l'attore crudelmente scelto era di rara bruttezza).
 Non mi rispose e mi rammarico tuttora per non essermi spiegata meglio.
 Ciò che intendevo dire è ben spiegato in "Evariste Galois" di Leopold Infeld, fisico prestato alla scrittura che rimase folgorato dall'esistenza di Galois negli anni '60 e ne studiò le gesta dando alle stampe quest'opera, che descrive, in modo un po' romanzesco, la vita in verità assai romanzesca di questo ragazzo.
 Nato in una famiglia benestante e "politicamente impegnata" (suo padre era storico sindaco del suo paese, suicida in tarda età a causa delle calunnie della chiesa locale nei suoi confronti), Galois venne mandato a studiare in collegio a Parigi. Tale luogo era ovviamente intriso di severità e di quella tipica magniloquenza burocratica di cui si ammantano tutti i posti e le persone che si credono grandi quando sono solo pretenziosi.
Il libro, che non si occupa dell'infanzia di Galois (sul quale le fonti storiche sono comunque pochissime), prende le mosse da un grande sommovimento di un gruppo di studenti contro i cosiddetti "gesuiti", modo in cui chiamavano gli istitutori più conservatori.
 Si trattava più o meno di un tentativo di okkupazione che però, all'epoca, aveva conseguenze ben più gravi: i sobillatori vennero infatti scoperti ed espulsi.
 Galois rimase semplice spettatore, pur avvertendo interiormente i primi moti di violenta ribellione che l'avrebbero scosso nella sua breve vita. Convinto perciò, di aver saltato un grande appuntamento con la storia (da giovani sembra tutto irreparabile), piuttosto abbattuto, decide sedicenne, di iscriversi ad un corso di matematica del collegio, materia all'epoca non considerata fondamentale.
 In brevissimo tempo diventa più bravo dei suoi professori, trovando in uno di essi un mentore in grado di spingerlo a spedire i suoi lavori ai grandi accademici dell'epoca, che per ben due volte persero le sue, a quanto pare, assai oscure dissertazioni.
 Passano due anni, Galois tenta l'ammissione al Politecnico, fallendola per due volte di fila: risponde male ai professori e trova assolutamente cretino dover spiegare delle cose che sono ovvie solo perché è così che si fa. Riesce ad essere ammesso ad una scuola meno importante, la Normale, dove continua i suoi studi matematici e accentua la sua fervente attività rivoluzionaria.
 Sono gli anni in cui una rivoluzione popolare tira giù con grande facilità dal trono, il re Carlo X, che va in esilio abdicando in favore di un nuovo ramo degli Orleans, nella figura di Luigi Filippo. Questo nuovo re si attira l'odio dei rivoluzionari che speravano nell'avvento della repubblica e non di un gioco di mano dinastico.
 Galois è tra questi. Inizia a frequentare gli ambienti rivoluzionari fino ad un episodio surreale che lo condurrà ad uno spettacolare processo: durante una sorta di riunione privata in un'osteria, in preda ad un alto tasso alcolico generale, egli brindò al re "Luigi Filippo" con un coltello in mano. A quanto brindare alla salute di qualcuno con un pugnale in mano equivaleva a minacciarlo esplicitamente di morte e così il buon Galois venne buttato in prigione.
 Se la cavò grazie ad un famoso avvocato ingaggiato dai suoi amici, ma ciò non gli impedì di finire di nuovo in galera dopo breve tempo per aver girato in uniforme e armato. In questo caso, minore il reato, ma anche minore la risonanza, perciò paradossalmente finì in prigione quasi un anno, durante il quale comunque si diede da fare: tentarono di ucciderlo a tradimento e assistette ad una rivolta dei detenuti.
 Se non altro ebbe il tempo di elaborare in un senso vagamente più compiuto una sua teoria sulla risolvibilità delle equazioni (che non enuncerò visto che non ne capisco nulla) che andava a completare il lavoro di un altro famoso e sfortunato matematico dell'epoca: il bel norvegese Abel, morto ad appena 27 anni.
Uscito di prigione, la sua vita non durò molto. Poco dopo venne coinvolto in un duello per difendere l'onore di una donna misteriosa dove fu ferito a morte. La faccenda, assai losca, viene da alcuni ritenuta un sordido piano delle spie monarchiche per liberarsi di questo esuberante giovine che morì due giorni dopo tra le braccia del fratello minore Alfred, in ospedale. Era il 31 maggio del 1932.
 La storia, ha un tocco finale che sembra uscito da un film. 
 La notte prima del duello, nel quale Galois era assolutamente convinto di morire, il matematico lavorò per 13 ore filate riempiendo fogli su fogli di teorie e formule, il più delle quali assai nebulose per chi ne decriptò successivamente il lavoro.
 Ai margini dei fogli scritti di corsa, egli scriveva infatti "Non ho tempo".
 Il libro di Infeld soffre un po' dei decenni trascorsi e soprattutto nella parte finale, quella "romantica" in un eccessivo tono enfatico, tuttavia c'è da ricordare che lo scrittore era un fisico che è riuscito a scrivere un libro su un matematico, accessibile a tutti.
   Inoltre, questa biografia, assai partecipata, scritta da un autore che prova una sincera ammirazione per il Galois matematico e ragazzo (Infeld probabilmente si riconosceva nell'irriverenza contro il potere di Galois in quanto fisico contrario alle armi nucleari e attivista per la pace), consente di cogliere in pieno quello che cercai malamente di dire a Giannarelli anni fa.
 Non volevo che l'attore che impersonava Galois fosse un giovane attore belloccio per il mio diletto, ma perché la giovinezza nella storia di questo ragazzo è un'asse portante quanto la matematica. E' evidente, come in poche biografie, quanto l'ansia di fare, le emozioni viscerali, i desideri ciechi e accecanti, l'anelito rivoluzionario possano essere potenti durante la primissima giovinezza.
 Galois, che aveva probabilmente un carattere assai estremo per sua natura, non trovò modo di mitigare questi suoi estremismi con gli anni che non gli furono concessi, ma grazie a questa mancanza di tentennamenti, grazie a questa sua ansia di combattere ogni ordine precostituito (dal re, all'accademia fino al mondo accademico matematico verso cui ebbe parole di fuoco in una sua lunga prefazione che scrisse in prigione) visse in modo ardente una vita brevissima.
 Una biografia che è come un romanzo di formazione portato alle sue estreme conseguenze, senza climax, senza presa di coscienza, senza compromessi, in cui l'algebra diventa un curioso e inedito mezzo per una rivolta interiore.
 In un'epoca in cui si è passati da un prete che asseriva "che l'obbedienza non è una virtù" ad uno stato di obbedienza generale a dir poco inquietante, leggere le gesta di Galois potrebbe ricordarci che dubitare sempre, di tutto, (ma con intelligenza, con uno spirito critico proprio, non seguendo masse pecorone) è un dovere. 

venerdì 20 giugno 2014

Dimmi cosa leggi e ti dirò che facoltà fai. Parte I. Come leggere il proprio destino universitario nei fondi della propria libreria. Quando la bibliografia fa davvero la matricola.

Ok, lo so che è pericoloso generalizzare, ma vista l'ondata maturanda di questi giorni, non ho potuto resistere all'idea di predire il futuro di questi solerti ragazzini e ragazzine ancora pieni di speranze verso il futuro, inconsapevoli della catastrofe universitaria a cui stanno per correre incontro. Catastrofe perché nell'ordinato mondo di aule, banchi e professori che forse odiate, ma si ricordano il vostro nome, non c'è posto per un delirio in cui nessuno si premura di spiegarvi niente e dovrete apprendere nozioni come in "Hunger Games" prima che i vostri simili o il fato vi facciano fuori (ecco, soprattutto se state per varcare la soglia di un ateneo pubblico di cospicua grandezza vedetevi come Katniss e tutto andrà meglio).
 Ecco perciò questo post ultrageneralista che creerà un coro di: ma io non sono così! Ma regà stiamo quieti se fà sempre pè ride.
 Dimmi cosa leggi e ti dirò di che facoltà fai!

LETTERE: 
La strada per pasolinare è lunga. Nel dubbio io capirei come
si monta un sifone.
 Per forza di cose e di nome, la maggior parte dei lettori forti si concentrano in questa facoltà di cui attualmente si fatica a coglierne un senso lavorativo. Se non vuoi fare l'insegnante o non speri in una favolosa carriera da critico letterario, si comprendono poco i motivi di tale scelta (oltre, ovviamente alla soddisfazione e all'arricchimento personale, cose belle che però il giorno dopo della laurea vi sembreranno spesso una cretinata). In un mondo okkupato dalle banche e in cui il lavoro intellettuale non ha valore (monetario), sarebbe sempre meglio accompagnare alla lettura smodata dei classici, un corso accelerato di meccanica, non quantistica ma dei sifoni. Tuttavia la matricola e lo studente di Lettere ignorano beati la loro condizione e continuano a nutrirsi del meglio della letteratura mondiale, un po' per scelta, un po' per forza di corsi. Il rischio principale che corrono davanti agli innumerevoli corsi di letteratura è cadere nella sindrome "dante alighieri", scorgendo significati profondi in qualsiasi virgola del proprio autore preferito, virgola che non mancheranno di farvi notare. Lettere non darà lavoro, ma l'allure intellettuale la garantisce ancora.

MATEMATICA E INFORMATICA: 

Troppo facile e troppo scontato, ma anche troppo così. I matematici e gli informatici (sia ingegneri sia informatici puri), hanno in genere passioni nerd, che col passare degli anni assumono un valore lavorativo esponenziale. Come leggevo in un altro blog (I Hate Milano) ad una certa età pensi che chi al liceo stava sempre davanti al pc non ti sembra più così nerd (in genere avrà ormai un ottimo lavoro da programmatore informatico in qualche azienda). Costoro leggono perciò in genere fantasy e fantascienza, sognano il giorno in cui programmeranno un automa e daranno vita alle tre leggi della robotica. Dick gli è da ispirazione, Asimov pure, Harrison Ford in "Blade runner" anche. Visto che in genere la loro adesione alla facoltà è dettata da una vera passione e vocazione (difficile fingere di apprendere nozioni matematiche), amano leggere anche manuali e libri sulle loro materie, come il bellissimo "La cattedrale di Turing". Ragazzi, vedrete che col passare degli anni le disequazioni diventeranno la vostra principale arma di rimorchio.

BIOLOGIA, AGRARIA, SCIENZE FORESTALI: 
Avevo, durante parte dell'università, una facoltà di agraria poco lontana. I suoi discepoli erano quasi tutti uomini, barbuti, perennemente inzaccherati di terra e intenti in un qualche esperimento botanico nelle serre dell'università. Durante le rare riunioni politiche erano i più agguerriti sostenitori delle ragioni di sinistra e la loro fisionomia mi rimandava ad un lontano tempo istorico-fantastico in cui esistevano i famosi Kulaki, i contadini sovietici repressi da Stalin. Mediamente più sani del resto degli studenti che almeno oltre che rimanere chini sui libri, fanno anche qualcosa di pratico, sono interessati ai risvolti più alti dei loro studi. Gli appartenenti alle nobili facoltà a contatto vero con la natura sviluppano infatti un senso etico molto elevato che traducono in letture come il classico Thoureau "Vita nei boschi", "Nelle terre estreme" di Krakauer o saggi come "Quel che una pianta sa"  di Daniel Chamovitz. 

MEDICINA:
Dal film "L'ultima alba", ma io non conterei di lavorare con
la Bellucci se fossi in voi.
Medicina fa parte di quelle facoltà da lettore non forte, non fosse altro per la mole dello studio. In considerazione della sempre più alta percentuale di donne e anche qui di un elevato tasso di vocazione (posso fare anche il medico per i danari ma se svengo davanti al sangue o il terrore a prescivere la Tachipirina allora la mia carriera è già segnata dall'inizio) l'iscritto a medicina può mostrare una passione per i libri sui diritti umani e i drammi in zone di guerra. Magari hanno deciso di diventare epidemiologi dopo aver letto "La città della gioia" di Dominique Lapierre o chirurghi dopo "Pappagalli verdi" di Gino Strada. Forse sono stati folgorati dai libri per medici senza frontiere come "Dignità" o "Mondi al limite" o gli è capitato tra le mani uno di quegli agghiaccianti atlanti sui conflitti mondiali. Se è questo il caso di sicuro continueranno a leggere libri del settore, meno sicuramente partiranno. Una cosa rimane certa: spesso trovano così incomparabilmente cretine le serie tv su di loro da rifiutarsi di guardarle.

DAMS:  
Al solo nominare "L'intervista a Hitchcock" di
Truffault si causano svenimenti.
Il Dams ha dei visori forti più che dei lettori forti, ma in genere chi lo fa con adeguata passione finisce sempre per aver letto molto, solo nell'ambito che gli interessa però.
 Amano le vite degli altri, attori e registi che invidiano segretamente e attraverso i cui libri sperano di sorbire segreti e linfa vitale. I registi hanno una passione smodata per Fellini e potrebbero recitarvi a memoria la sua biografia scritta da Tullio Kezich, hanno letto qualsiasi libro intervista delle loro star preferite dai fratelli Lumiere ad ora. Variante dell'ultimo decennio: gli appassionati di serie tv. Essi sono pericolosissimi perché esplorano un territorio a lungo vergine, e non solo leggono la saggistica al riguardo parlandotene poi come di un manuale di meccanica quantistica in grado di svelarti l'origine dell'universo (vedi dottor House e dentro c'è come minimo il "Faust"), ma scrivono. E sfornano tesi di laurea che vengono pubblicate e inondano le librerie con titolo come "La filosofia del dottor House" o "Lost moderno. Lettura di una serie tv". La filologia spiccia non è mai stata così di moda.

GIURISPRUDENZA: 
Non me ne vogliano i numerosissimi giurisprudenti, ma tutti i miei numerosi conoscenti dediti a tale facoltà o non leggevano o erano dediti allo "sciura time". 
 Giurisprudenza, nonostante sia sovraffollata rimane una facoltà trendy. La parola avvocato continua a fare sempre più effetto di biologo, come la metti la metti. 
 Ci sono perciò due filoni: quelli che leggevano cose da sciura anche prima di entrare in facoltà e quelli che si mettono a leggerle dopo per far bella figura durante le conversazioni coi colleghi. Vedendosi già magistrati, politici e avvocati, la lotta per il potere comincia in facoltà. Ecco quindi fiorire Fabio Volo, Duchesne, per essere autoironici, chick-lit, qualche saggio di politica (che metta ben in evidenza l'appartenenza), se proprio impegnati ultimamente vanno di moda Rodotà, Settis e Zagrebelsky. Il gusto personale è generalmente raro, Fazio risolve tanti problemi suggerendo una discreta scaletta il sabato sera. E tutti ringraziano.

LE FACOLTA' CHE NON LEGGONO. ECONOMIA E INGEGNERIA: 
La facoltà di ingegneria dona poteri praticamente
sovrannaturali.
Gli adepti di tali facoltà non leggono per motivi molto diversi. 
 Gli ingegneri non hanno tempo. Essi stanno per dominare il mondo dall'alto delle loro stratosferiche conoscenze e impossibili esami che ci tengono a rimarcare di continuo, sono milioni di volte più difficili di tutti gli altri (possono forse rendere le armi solo davanti a Medicina). Se devono impegnare i loro neuroni a calcolare integrali, a capire come non far crollare un palazzo, ad architettare complesse strumentazioni biomediche o le macchine ecologiche del futuro, come possono avere tempo da dedicare a letture frivole come i romanzi? Un consiglio, è vero che geneticamente l'appellativo "ingegnere" garantisce un certo appeal dopo i trentacinque anni, ma io qualcosa, giusto per fare conversazione col prossimo, lo leggerei. Non è detto che la creazione di un radar interessi il prossimo come voi.
"Io devo guadagnare milioni, ti pare che ho il tempo
di leggere?"
Gli economisti non leggono perché loro già sanno tutto quello che c'è da sapere. 
 Nella nostra epoca capitalista il mondo è nelle loro mani, quindi perché perdere tempo con la biografia di Maria Antonietta? Al massimo, si attengono a ciò che riguarda la loro materia, management, Keynes, qualcosa di finanza. Ultimamente però fa fico rileggere i grandi classici a uso e consumo. Se uno si sente proprio pronto a dominare il mondo, dirà che sul comodino tiene "L'arte della guerra" di Sun Tsu e "Il principe" di Machiavelli. 
 Fanno eccezione gli economisti utopisti che sognano un mondo migliore fatto di banche per i poveri, economia sostenibile, industria ecologica e consumismo tenuto a freno. Essi sognano leggendo Vandana Shiva e Yunus il banchiere dei poveri. In ogni caso gli altri economisti hanno sempre il dubbio che costoro abbiano sbagliato mestiere e dovessero dedicarsi alla sociologia, bella e inutile.

In considerazione della quantità di facoltà esistenti mi fermo qui per non tediarvi troppo. Alla prossima settimana la seconda parte, se avete richieste, proteste, testimonianze, illazioni e insulti (nel limite del buongusto e della decenza) commentate commentate commentate!

lunedì 5 maggio 2014

Il cliente nerd. Tra fumetti, super Mario, programmi ignoti e scienziati pazzi, comportamento, abitudini del maggior fruitore (maschio e femmina) di fantasy e informatica della libreria!

Ultimamente ho scoperto un giovane comico romano, Edoardo Ferrario, tramite la sua fantastica serie di video youtube "Esami".
 In essi, (per chi non li conoscesse andate subito a guardarli!) passa in rassegna gli esami di diversi corsi di laurea evidenziando assurdità peculiari degli studenti di ogni facoltà.
 L'ultimo video è ambientato nella facoltà di Matematica e malgrado contenga un falso storico, (a Matematica ci sono le ragazze, ormai l'unica facoltà a maggioranza maschile è rimasta Ingegneria), mi ha fatto venire in mente lui, il cliente da cui da un po' mi riprometto di parlare: il cliente nerd.

Dedico questo post al ragazzo che viene in libreria di tanto in tanto, vestito da Sampei, con tanto di cappello di paglia e infradito.

 COMPORTAMENTO E ABITUDINI DEL CLIENTE NERD: 
Il disegnatore di "Berserk rende bene il tipo"
 Essere maschio nel 98% dei casi, si muove con altri due o tre fidi amici identici a lui (raramente uno della triade è più carino) e ha in media sui 25-30 anni, ma vi sono anche picchi in alto. Si veste come capita, principalmente con magliettoni e ha sempre sempre sempre sempre uno zaino.
 Non ho mai capito cosa ci ficchino dentro, ma lo zaino non manca MAI. Si aggira quieto per la libreria, sempre davanti agli stessi scaffali e di tanto in tanto interpella il libraio con richieste assurde. In compenso non obietta mai: se un libro non c'è, è fuori commercio o è irreperibile per altri motivi, incassa l'informazione senza fare un verso e se ne va.

 Ma cosa legge questa simpatica creatura?

 INFORMATICA: 
Nel film "Her" la storia d'amore ideale del cliente nerd
 Si può dire che la sezione di informatica viva grazie agli anziani che cercano invano di imparare a usare un computer e al cliente nerd. Egli, già duramente provato dall'assenza di traduzioni italiane di libri su molti programmi (non immaginate quanti) per lui fondamentali, tenta di trovare qualcosa che ancora non ha letto su Css C++ Illustrator, Arduino e compagnia cantante. Sottopone a martirio il libraio di turno chiedendo di fare ricerche tramite acronimi che il catalogo non riconoscerà mai e manifesta incessante stupore per l'ignoranza del suo interlocutore, reo di non conoscere le ultime novità in fatto di programmazione in K++++.
Interessante notare come raramente si interessi della saggistica sull'argomento, come il ruolo dei nuovi media nella società o l'impatto di internet sulle vite umane. Da bravi eredi del buon Turing essi vogliono scoprire la macchina da dentro e lasciare le varie implicazioni filosofiche fuori. 

GIOCHI DI RUOLO:  
A quale edizione sono arrivati?
Boh, io mi son persa
Il cliente nerd ha una vera passione per i giochi di ruolo in tutte le loro forme. Partono bambini con l'adorazione per i Libri Game e finiscono per passare intere nottate a giocare a Dungeons & Dragons attorno a un tavolo (anche qui si ripete il solito schema dei sessi: 6 maschi e 1 femmina che o è la fidanzata di qualcuno e si rompe pure a stare lì, o è la fomentatissima fidanzata nerd di uno di loro o è una tipa invasata a caso). Essi si nutrono di manuali del giocatore e soprattutto riescono nella rara impresa di star dietro agli infiniti aggiornamenti, aggiunte, negazioni e ritorni alle origini delle regole..
 Non disdegnano altresì fumetti ironici tratti da giochi di ruolo (Drizzit e Deficients & Dragons). Pensi siano in grado di ridere di loro stessi, in realtà riescono a montare faide e discussioni che causano rotture di storiche amicizie, anche su un'innocua vignetta.

VIDEOGIOCHI/FUMETTI:
 Magari incapaci di sostenere una conversazione sensata per più di due minuti, riescono però a fare sarti carpiati con la sola potenza dei pollici dopo sessioni ininterrotte dietro l'ultimo videogioco fantastrabilioso.
  Più competenti dei programmatori stessi, sanno dirti con estrema precisione tutte le specifiche di gioco di qualsiasi cosa sia mai stato messo in commercio e, per aumentare le loro conoscenze, si nutrono di libri sull'argomento. Ultimamente impazziscono per Atari, il videogioco su ET che fu un fallimento e, in un impeto di ecologia, i produttori americani pensarono bene di seppellire in massa nel deserto.
  Altra forma alternativa di interesse sono i fumetti. Attenzione: non graphic novel, ma fumetti fumetti. Il vero nerd di una certa età ha un'antica passione per la Bonelli, i ggggiovani prediligono i manga (anche per la loro dose di erotismo implicito) e qualcosa, ma giusto qualcosa, della Marvel. Tutto ciò che non spendono in vestiario finisce in serie giapponesi su una tizia e un tizio che non si baceranno mai o piena di adolescenti dallo sguardo demoniaco e i poteri sovrannaturali.

TESLA:  
Alcuni nerd invece dell'informatica provano uno spiccato interesse per taluni argomenti scientifici, primi tra tutti la fisica e la matematica (misteriosamente la biologia e le neuroscienze sono materiale per gente più empatica). Come i ragazzi del video "Esami" fanno battute che capiscono solo loro (anche col povero libraio/a) e vanno cercando "Elementi di fisica postnucleare quantistica metafisica carpiata doppia" come se chiedessero l'ultimo romanzo di Sophie Kinsella. Hanno poi alcuni miti personali: Einstein, Feynman, ma soprattutto lui: Tesla, il genio incompreso. Anche in questo caso sono abbastanza distaccati dalle cose terrene: Odifreddi non è ciccia per loro, lui e le sue stupide dissertazioni col Papa. In ogni caso le librerie generaliste li stancano facilmente: abbiamo già tutto quello che sanno, ci vuole ben altro per stupirli.

FANTASY:
Dal film "Guida galattica per autostoppisti". Zooey Deschanel potrebbe
essere il loro modello di donna ideale. E anche il mio.
 Il cliente nerd legge pochi romanzi, ignora completamente alcuni settori e ha una conoscenza enciclopedica solo di alcuni: fantasy, fantascienza, qualcosa di Horror e il romanzo storico, ma solo quello che riguarda re Artù. 
Pare un luogo comune, ma è la sincera verità.
Ha letto cinque volte il "Silmarillion" di Tolkien e almeno dieci "Il signore degli anelli", considera "Lo hobbit" un libro per bambini, ma gli vuole comunque tanto bene, vorrebbe saltare al collo di George Martin e recluderlo in una stanza a pane e acqua finché non avrà finito il trono di spade. 
 In genere ha una passione smodata per una saga precisa, spesso ignota, magari stampata in Italia a pezzi, in parte e praticamente introvabile. Anche la fantascienza lo attira, più Asimov che Bradbury, ma insomma non disdegna nessuno dei grandi. Sua grande hit: "Guida galattica per autostoppisti" e tutti i suoi seguiti.
 Aggiunta "Star Wars": Malgrado la pessima fine che sta facendo al cinema, il cliente nerd è legatissimo a Luke Skywalker e co. perciò non può fare a meno di comprare i grandi libri dei poster, i romanzi e quelle macchine succhiasoldi che sono i libri illustrati per il decennario, il ventennario, il cinquantenario. Edizioni limitate che vengono più della Morte Nera.

I ragazzi nei loro sogni le
immaginano così.
LA FEMMINA DEL CLIENTE NERD:
La femmina del cliente nerd è molto rara, ma esiste (come per i nani de "Il signore degli anelli" ce n'è una ogni millanta uomini). 
Ama i fumetti, il fantasy e i giochi di ruolo come i suoi simili, ma sostituisce l'informatica con una passione bulimica per i libri. Dire che è una lettrice forte è diciamo un eufemismo, esce infatti dalla libreria con pile che non riesce neanche a trasportare, raramente si rivolge al libraio e ha una conoscenza enciclopedica di tutte le saghe fantasy e horror mai scritte. 
Si accoppia raramente col nerd maschio, in genere se lo fa è col più carino o quello che conosce dall'età di due anni. La maggior parte, dall'alto delle proprie magliette informi e tagli di capelli altrettanto informi, sogna principi azzurri con canini e spade. Non vaga in branco, ella è sempre fieramente sola.

 E voi pensate che ci sia qualcosa che mi sfugga? Siete un cliente nerd e pensate vi stia infamando? Oppure al contrario volete aggiungere qualche fissazione? Non me ne vogliate, sono abbastanza nerd anche io.

giovedì 17 aprile 2014

Basta leggere un libro per essere colti? Secondo i dati Ocse siam capre sia in Literacy che in Numeracy, cosa dovrebbe insegnarci questo? Che forse la cultura orale è fuori moda ormai da un pezzo. Almeno secondo me.

Stavo per scrivere un dilettevole post su un piccolo libro su un piccolo tragitto sulla casata degli Svevi (tanto ne scriverò domani), quando ho letto questo interessante articolo di Wired dal titolo  "Sicuri che leggere libri significhi essere colti?".
Mi sono anche chiesta: ma le nozioni scientifiche come
ci sono arrivate secondo costei? Oralmente?
Ohibò, mi son detta, ovviamente no, altrimenti questo blog, che si basa sul delirio culturale degli italiani visto dalla misera prospettiva di una misera libraia in erba non avrebbe senso. Peraltro è un argomento su cui rifletto spesso e pensate, da mesi, cercando di trovarci una risposta sensata.
 Mi perdo in pensieri sulla cultura alta e sulla cultura bassa, sul fatto che leggere "Bella Belèn" magari non è il top, ma mette un libro in mano a qualcuno, faccio digressioni storiche di senso compiuto sforzandomi di pensare che nella storia una delle spinte maggiori alla lettura da parte della popolazione analfabeta era il desiderio non tanto di acculturarsi quanto di imparare a leggere autonomamente un solo libro: la Bibbia (non a caso il libro più stampato e venduto della storia, il primo che Gutenberg pace all'anima sua ha messo sotto torchio ecc ecc).
 Ogni volta che metto mano al pc non mi sento all'altezza di sviscerare i motivi che spingono una persona a leggere e se davvero decriptare delle frasi da un tomo (parlo di tomi perché come mi sforzo di dire ogni volta se uno non legge un libro di carta figurati se ha l'e-reader) possa migliorare in qualche modo la sua intelligenza. Penso agli intellettuali fascisti e nazisti la cui intelligenza non ha impedito loro di farsi complici di un regime, penso ad autori leggendari e capaci dalle idee dubbie, insomma penso un sacco di cose.
 Poi leggo il tipico italico articolo che meriterebbe di stare su un blog privato e non sul giornale che si vanta di essere più all'avanguardia in Italia: "Wired".
 L'articolo possiede tutte le più grandi qualità della chiacchierata da bar:

1) L'attacco che misconosce la possibilità di una mediazione tra le parti. 
2) La peggiore approssimazione sostenuta da qualche statistica messa lì senza un vero perché.

 Ma andiamo con ordine. L'articolo non corrisponde in alcun modo al suo titolo. 
 L'autrice non si chiede veramente se leggere libri significhi essere colti, ma ci sciorina una serie di esperienze tutte personali sul fatto che lei legge voracemente eppure non sa fare una marea di cose e misconosce interi campi del sapere. A questo punto la risposta alla sua domanda se l'è data da sola: è' ovvio che non basta leggere per essere colti, bisogna capire cos'è che leggi e con quali intenti. Se mi comunichi che in una settimana divori due romanzi e un saggio, ma non sai niente di chimica, mi domando: a) Quanto tempo hai? b) Che saggi leggi? Sempre gli stessi? Perché se sei conscia delle tue lacune non tenti altro?
Conoscete il fantastico fumetto "Lovelace e
Babbage?" La nostra cara Ada, prima
programmatrice della storia, era figlia di lord Byron.
La madre, per farle passare ogni voglia di poesia,
la crebbe guidandola verso le materie scientifiche.
Che, come notate, si apprendono anche da un libro.
Incredibile eh.
 La curiosità è la base del sapere, senza puoi divorare tutti i libri che ti pare e magari ammassare delle nozioni, ma già a metterle in correlazione potresti fare fatica.
Io non sono mai stata attratta eccessivamente dalle materie scientifiche (esclusa non si sa perchè la chimica), non sono brava a fare i calcoli, ma sono sempre stata curiosa.
 Un vero lettore non considera, come lei scrive, un non lettore (che mette allo stesso livello, non si sa perché del non compratore di libri come se le biblioteche e il prestito in generale non esistessero) un minus habens. Ci sono molti lettori forti che rimangono stolidi come delle mummie (mi pare che questo articolo ne sia un esempio più che perfetto), che leggono in modo disordinato, senza una vera curiosità, pensando che la massa faccia più della qualità. Magari sanno tutto dei Sumeri e ignorano completamente cos'è un neurone a specchio.
 Ciò che rende una persona se non altro propensa ad essere colta non è leggere o meno, ma essere curiosi o meno. La lettura è solo un mezzo, secondo me il mezzo più potente per molti, per soddisfare e incrementare questa curiosità. Se ti manca  allora puoi pure compilare la lista di tomi letti più lunga del secolo, ma rimarrà solo quello che è, ossia, una lista.
 Quando si arriva al fatidico momento dell'elenco delle cose che uno può fare oltre a leggere (e quindi dimostrare che non è stupido come crediamo noi lettori che pare si stia seduti su un sofà tutto il giorno a giudicare il prossimo), scopro che posso zappare la terra, fare volontariato o scrivere software. 
 Mi sfugge perché se leggo non dovrei farlo, ma andiamo al punto: l'autrice vuole andare a parare a queste famose statistiche dell'Ocse. 
 L'Ocse ci dice che siamo all'ultimo posto nelle competenze alfabetiche e al penultimo in quelle matematiche.
 Voi cosa deducete? Io che un paese dove non si legge e dove pubblico un post in cui nei commenti vengo informata che prima di studiare tocca spedire il bambino a passeggiare nei boschi coi nonni che è più importante delle tabelline (ma il calcetto no, quello non si deve toccare), non può sperare di svettare. Che molto probabilmente tra la nostra incapacità Literacy e Numeracy un nesso di un qualche tipo c'è. 
Dalla graphic novel "Enigma" di
Tuono Pettinato e Francesca Riccioni
No, lei insiste sul fatto che legge, ma non sa fare niente di matematico.
 Voi avete capito qualcosa? Io no, perché continuo a non capire cosa impedisca ad una persona capace nelle materie scientifiche di arricchirsi leggendo e viceversa. Inoltre non capisco esattamente perché le materie scientifiche e la lettura dovrebbero in qualche modo essere separate. E' ovvio che nel momento in cui fa un esperimento sei alle prese con un'esperienza fisica, ma tutte le persone a cui vorrai comunicarlo, escludendo i video, ne verranno a conoscenza tramite le famose pubblicazioni.
 Persino il padre dell'informatica Alan Turing e il famoso fisico Feynman fanno risalire la loro grande sete di conoscenza, la loro curiosità, la miccia che li ha portati ad essere grandi nei loro scientifici campi, alla lettura.
 Bambino silenzioso e solitario, studente bistrattato dai compagni fino all'arrivo del grande amico/amore Christopher Morcom, Turing legge con avidità e rimane folgorato da "Il mondo fisico" di Eddington. Negli anni, pur di leggere pubblicazioni di cui ha notizia, ma a causa della guerra e della mancanza di traduzioni non gli saranno disponibili, arriverà ad imparare il tedesco!
 Feynman invece, fa risalire la sua folgorazione per la fisica all'educazione paterna. Suo padre non era un genio eppure sapeva stimolare l'intelligenza del figlio. Come? Regalandogli libri e leggendogli una pagina dell'enciclopedia britannica ogni sera. E non solo, portandolo all'aria aperta, sottoponendolo a domande continue che lo aiutassero a ragionare. 
 Dite che sarebbe stato un genio anche senza questa educazione? Ebbene Feynman aveva (anzi ha visto che è ancora viva) una sorella minore interessata come lui alle materie scientifiche. Ai tempi studiare scienze non era ancora cosa per donne e il padre non le riservava le stesse attenzioni che aveva per il figlio maschio. Fu Feynman che la spinse a leggere i libri e a diventare curiosa, la stimolò e incoraggiò e adesso (i geni della famiglia dovevano essere ottimi) è una celebre astrofisica. Senza quello stimolo Joan Feynman sarebbe diventata comunque quel che è? Non credo.
Dalla bellissima graphic novel "Feynman" di Ottaviani e Myrick. Leggere
attentamente: Feynman è partito per il college e ha lasciato il suo libro
preferito alla sorella che però lo trova ostico. Cosa le suggerisce?
La versione facilitata per pupi stanchi? Ebbene no.
 La domanda che ci si doveva porre davanti allo studio dell'Ocse non è l'insensata: Sicuri che leggere significhi essere colti? Ma: sicuri che non ci sia un nesso tra la lettura e la curiosità?
 Perché, i nostri disastrosi dati Ocse questo ci dicono: non leggiamo e non siamo curiosi. Se fossimo un popolo di lettori assidui che però non sa fare 2+2 allora potrei pormi una domanda diversa, idem se fossimo dei geni dei numeri e delle capre delle lettere. Ma siamo capre in entrambi i campi!
 Perciò è vero, leggere libri non significa essere colti. Leggere con curiosità e coscienza vuol dire essere colti, altrimenti si ingollano solo nozioni casuali di cui non si sa evidentemente cosa farci.
 Il discorso del perché si legge e cosa rende colti è così vasto che qualsiasi cosa io possa scrivere mi brucerei solo le mani. Si legge per una bella storia, per se stessi, per consolarsi, per imparare, per arricchirsi, anche per apprendere formule matematiche, per conoscere il passato. Leggere per diventare più colti è solo una delle infinite varianti. 
 Leggere rende curiosi, ma non basta un solo libro, serve esercizio e stimolo continuo, serve voglia e attenzione. 
 Probabilmente le classifiche Ocse potrebbero anche essere lette in un altro modo: siamo pigri. Ragionare su quanto si è letto, riflettere e aver voglia di scoprire richiede impegno e direi anche molta umiltà. Io avrò letto non so quanti libri, mai fatto liste, ma ignoro interi argomenti (mai affrontati perché appunto non ritenendomi portata mi richiederebbero un impegno supplementare) e me ne vergogno perché so che se mi impegnassi magari capirei poco, ma almeno scoprirei qualcosa.
 Inoltre, cosa che considero l'argomento definitivo, faccio notare che la trasmissione orale della conoscenza è fuori moda da svariati secoli.

 E secondo voi? Leggere rende colti o no? Stimola la curiosità o no? Siamo pigri? Sono esagerata io?
 Ve lo assicuro, non ho certezze. Come diceva Socrate "So di non sapere".

 (Comunque il momento che fa più rizzare i capelli a qualsiasi buon libraio è quando veniamo informati dell'agghiacciante alternativa alla lettura: scrivere un libro. Orde di persone che non sanno mettere due parole in fila e quattro in croce, che non leggono, ma non si sa perché scrivono, e si pubblicano. Mamma mia che brutto mondo. Esisterà una statistica Ocse per l'incompetenza?)



domenica 15 settembre 2013

Mysteriosi manoscritti di giochi e scacchi! Il "Libro de los juegos" e il "De ludo scachorum", quando gli antichi ne sapevano già molto più di noi.


Come ho già scritto, il mio modello di vita lavorativo fin da bambina è sempre stato il caro Indiana Jones. Costui è il principale artefice delle mie disgrazie lavorative, avendomi indotto a studiare cose che ancor oggi considero spettacolari, ma che insomma non è che ti lancino proprio nel mondo del lavoro del XXI° secolo.
 La sezione di archeologia/libri antichi, per piccina che sia, esercita perciò su di me il tipico fascino dell'ex a cui una non vorrebbe più cedere, ma che alla fine in qualche modo ti irretisce di nuovo tragicamente. 
Dalle sue splendenti nebbie è apparso questo libro fantastico  "Il labirinto dei giochi perduti. Giochi da tavolo dal mondo antico al medioevo" di Ezio Zanini ed. Il Cerchio.
  Faccio ancora parte di quella generazione che nella sua infanzia invece di trafficare con videogiochi (che comunque c'erano in abbondanza) o pc (che invece erano ancora in divenire), si lanciava in indimenticabili giochi da tavolo. Questo nobile passatempo, affonda le sue radici nella notte dei tempi e molto spesso, nelle varie culture nascondeva spesso significati simbolici e astrazioni logico-matematiche che popolavano le fantasie e i mondi di culture diverse. Il libro è ben costruito, divide i giochi in sezioni a seconda delle modalità di gioco (scacchi, dadi, su tavola ecc.) e si rifà ampiamente a quel capolavoro che è il "Libro de los Juegos".
 Per chi non lo conoscesse, trattasi di un manoscritto meraviglioso, con straordinarie miniature commissionato dal re di Spagna Alfonso X il saggio più o meno a metà del 1200. Si ritiene, sia dalle miniature che dalla completezza delle informazioni e dai giochi in esso catalogati ed esplicati, che sia frutto del lavoro di studiosi delle tre diverse religioni monoteiste, e proprio per le sue forti influenze islamiche viene considerato un particolare capolavoro.
 Nel "Libro de los juegos" non si affrontavano solo problemi matematici (soprattutto di scacchistica) particolarmente complessi, ma un'intera concezione cosmica che veniva in tal modo tripartita:


1) Giochi di dadi, considerati a prescindere inferiori agli scacchi, rappresentavano in modo allegorico la totale casualità della vita e il concetto di predestinazione.
 Insomma, "Forrest Gump" all'ennesima potenza.






2) Gli scacchi, frutto unico dell'ingegno del giocatore, rappresentava il concetto di libero arbitrio e di poter forgiare il proprio destino grazie alle capacità personali. Ovviamente era il gioco star.




3) Le tavole. Quei giochi in cui la congiunzione di casualità e ingegno veniva posta come ideale compromesso tra le parti dal buon Alfonso X, uomo che alla mediazione, anche interculturale ci teneva. Un destino era frutto del libero arbitrio e di una dose di casualità (come anche Machiavelli dixit).


Interessante il modo in cui vengono rappresentati i giocatori accaniti (Alfonso era un fan de los juegos, ma condannava duramente l'azzardo): completamente nudi. Privi di dignità e spogliati dei loro beni, sicuramente incapaci di qual che fosse allegoria.
Capolavoro manoscritto successivo e tutto italiano di tale tradizione è il "De Ludo Scachorum" del frate mito di generazioni di ragionieri, colui che inventò la partita doppia: Frà Luca Pacioli. Costui, grande matematico e appassionato di scacchi e giochi logici, scrisse un manoscritto illustrato nientepopòdimeno che dal buon Leonardo da Vinci, il "De divina proportione".
Nel suo trattato scacchistico, casualmente ritrovato solo nel 2006 (ah, la storia dei fortunosi ritrovamenti librari merita un post a sé!), forse anch'esso illustrato dal buon Leonardo, racchiuse più e più strategie logico-matematiche particolarmente complesse, (che per lui che lo definiva un iocondo tractato, non dovevano essere poi così difficili, beato...).
 Non potendo purtroppo accedere direttamente a tale meraviglia, possiamo però gettarci nella lettura e risoluzione de "I giochi matematici di Frà Luca Pacioli. Trucchi, enigmi e passatempi di fine Quattrocento" di Dario Bressanini e Toni Toniato, ed. Dedalo.  Il libro presuppone che si sia degli sfigati del '400 privi di divertimenti in una notte d'inverno. Io direi che possiamo anche essere dei nerd del XXI° sec. che molliamo Dungeons&Dragons per una serata e proviamo a capire come fare scacco al re di tre rapide mosse.

 Spero di non avervi annoiato. Personalmente trovo che poche cose al mondo siano affascinanti quanto queste opere fantastiche, ingegnose e misteriose che giungono terribilmente moderne fino a noi.
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