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giovedì 3 dicembre 2020

La sorelle Mitford. Storia di sei sorelle che si gettarono a capofitto nella vita e nel mondo tra guerre, ideologie, letteratura ed estremismi.

 Trovo ci sia un certo filo comune nella vita degli autori e personaggi che hanno vissuto la loro infanzia e giovinezza in condizione di particolare isolamento familiare.

Tendenzialmente sono sospesi tra due estremi affascinanti: non avendo avuto un forte condizionamento all’omologazione coi propri coetanei diventano persone particolarmente originali, ma rischiano anche di liminare verso un certo estremismo personale.

 Probabilmente ci saranno svariati studi scientifici in merito, ma non essendo una psicologa, mi attengo alle prove letterarie.

Le sorelle Mitford, da questo punto di vista, sono molto interessanti.

 In Italia non sono molto conosciute, ma in Inghilterra sono personaggi così impressi nell’immaginario collettivo da essere diventate anche le protagoniste di una serie di romanzi storici by Jessica Fellowes, editi da noi da Neri Pozza. 

 E sempre Neri Pozza ha edito in Italia una bellissima, coinvolgente, lunga (eppure troppo breve) biografia: “Le sorelle Mitford” di Mary S. Lowell, il cui unico difetto è una certa piaggeria cerimoniosa.

Si trattava di sei sorelle (e un fratello, l’indispensabile maschio senza il quale titolo ed eredità finiscono al primo parente maschio, pure se di vertordicesimo grado come si vede bene in “Downton Abbey”), figlie del David Freeman-Mitford, barone Redesdale e di sua moglie Sidney.

 A parte il figlio maschio, che ebbe un cursus honorum di studi abbastanza normale, (prima di morire in guerra nonostante vaghe simpatie naziste), le sei sorelle furono cresciute in casa, con rapporti abbastanza limitati con l’esterno e la convinzione della madre che il corpo fosse in grado di guarire da solo (quindi anche con pochi medici in giro e solo in casi estremi, tipo l’appendicite).

 Se sia stata questa infanzia tutto sommato molto tranquilla, ma anche molto isolata, a scatenare l’immaginazione di queste sei ragazze molto intelligenti, è un dubbio che sorge spontaneo in relazione, soprattutto ad alcune di loro.

 La maggiore, Nancy Miford, era la classica ragazza brillante e arguta che, una volta debuttato in società ci sguazzò dentro con insolito fervore. Si innamorò delle persone sbagliate (per orientamento sessuale o per poca corresponsione), sposò un uomo abbastanza sbagliato perché si stava avvicinando ai trenta e troppi treni erano già passati invano, e scrisse alcuni famosi libri, piuttosto arguti, sul dorato mondo della nobiltà inglese.

Il più famoso rimane “L’amore in un clima freddo” che racconta le vicende di Fanny che assiste al disfacimento della ricca famiglia Montdore. Lady e Lord Montdore, dopo molti anni di matrimonio, riescono ad avere una sola adorata figlia, Polly, e la crescono viziatissima tra gli agi riponendo in lei grandi speranze (matrimoniali). Tuttavia, pur essendo molto bella, la ragazza risulterà poco attraente ai suoi coetanei gettando sua madre nella disperazione: se non si sposerà, a cosa sarà servito tutto ciò che hanno fatto per lei?

 Le cose precipitano quando Polly, con un abile colpo di scena, decide di sposare un suo zio acquisito, da poco vedovo e abbastanza attempato. I suoi genitori la diseredano e sono costretti a cercare il primo parente maschio disponibile per addossargli tutta la loro fortuna, ma anche le loro morbose attenzioni.

 Il libro sembra, da un certo punto di vista, rispecchiare pienamente quanto si racconta di Nancy Mitford: è brillante, arguto, spiritoso, sa cogliere le evidenti contraddizioni e follie di un sistema che si basa su matrimoni e figli, figli e matrimoni. 

Tuttavia a me non è piaciuto particolarmente: mi sembra manchi la giusta profondità che dia un senso al tutto. 

Ha le vesti di una sorta di satira che però non affonda davvero il coltello nella piaga. Del resto Nancy nel belmondo rimase tutta la vita, rimanendo fedele in qualche modo alla sé stessa che era stata da giovane, nel bene, ma anche nel male.

 L’ho trovato freddo, proprio come il titolo e il finale è, a mio parere, abbastanza agghiacciante.

 Non fu però l’unica sorella scrittrice. Altre si tentarono e quella che lo fece con maggior successo fu Jessica, detta Decca, la sorella comunista, autrice di un’autobiografia (a cui purtroppo ha dedicato un solo volume che si interrompe troppo presto), “Figlie e ribelli”, in cui racconta la sua infanzia e la sua prima giovinezza.

 E’ da lei che  la Lowell pesca a piene mani per raccontare il tedio dell’isolamento al quale le sorelle erano costrette, ingegnandosi con continui giochi tra di loro. Jessica cercò di convincere la madre a mandarla a scuola, ma ci riuscì solo per brevissimo tempo e venne ritirata quasi subito, dopo un innocuo gioco tra bambini.

Passò quasi tutto il suo tempo a desiderare il mondo esterno, tanto che, ragazzina, aprì in banca il conto “Fuga da casa”, sul quale riversò i soldi di varie paghette e regali per anni. Giovanissima, si appassionò al socialismo e venne a sapere che un altro suo lontano parente, il giovane Edmond Romilly, nipote di Churchill, era un fervente comunista. Riuscì a incontrarlo, fortunosamente, solo anni dopo, quando, dopo aver debuttato in società, si ritrovarono allo stesso tavolo.

 Bastò una cena e pochi mesi dopo, con uno stratagemma, riuscirono a raggiungere la guerra civile spagnola. Fu addirittura mandato un cacciatorpediniere a recuperarla, ma non ci fu modo di dissuaderla. Tutto ciò che ottennero fu che si trasferissero a Parigi, dove si sposarono e vissero per qualche tempo in condizioni di relativa povertà.

 La sua è una vita avventurosissima. Dopo poco decisero di raggiungere gli Stati Uniti, dove svolsero i lavori più disparati, sempre in un crescendo di incoscienza giovanile, fedeltà agli ideali e genuina voglia di divertirsi e prendersi DAVVERO gioco del sistema.

 Se Romilly morì giovane in guerra, lei ebbe ancora molti e molti anni che passò tra battaglie per i diritti civili, figli, matrimoni, inchieste sul lucro nel sistema funerario americano (libro che la rese famosissima e che mi piacerebbe leggere), comunismo e molto altro. Il suo libro è un vero gioiello (purtroppo, come dicevo, si interrompe troppo presto).

 Mettendo a confronto i due libri, a mio parere, è lampante la differenza di intenti e personalità tra le due sorelle.

 Delle altre, due furono un po’ meno straordinarie:

 Pamela si dedicò alla campagna, si sposò, divorziò ed ebbe una lunga relazione con una donna, la cavallerizza italiana Giuditta Tommasi (che è stranamente omessa nella biografia, dove, a quanto sembra, va bene parlare di nazismo, ma non di lesbismo, che insomma sappiamo sempre che è meglio fingere che le lesbiche non esistano).

 La più giovane, Deborah, divenne duchessa dopo che suo marito, a seguito della morte del fratello maggiore in guerra, ereditò titolo e magione alla Downton Abbey.

 Ultime, ma non certo per importanza, vengono Diana e soprattutto Unity, le sorelle naziste.

 Diana era ritenuta, per l’epoca, di straordinaria bellezza e fece, giovanissima, un ottimo matrimonio con l’erede Guinness, a cui diede due figli. Pochi anni dopo però, si innamorò di Oswald Mosley, un politico britannico che, parabolò da idee conservatrici a idee fasciste, fondando quello che fu il partito fascista britannico.

 La sua storia è molto interessante per comprendere la fascinazione che parte della nobiltà inglese ebbe, tutto sommato, nei confronti del nazifascismo. Non solo Edoardo VII, il re che aveva abdicato (e forse pensava di tornare sul trono grazie a Hitler), ma se ne parla anche in “Quel che resta del giorno”, in cui il duca mostra simpatie naziste davanti alle quali lo sconcertato e fedele maggiordomo non sa come comportarsi.

 Prima dell’eroica resistenza inglese agli attacchi nazisti, ci fu anche la tentazione di un’alleanza o di una non belligeranza coi tedeschi, e la storia di Diana e di quello che divenne il suo secondo marito è davvero interessante in questo senso.

 Ma ancor più interessante è la figura di Unity, il vero personaggio da tragedia greca (o farsa suprema) della schiera di sorelle. I genitori, che la concepirono inquietantemente a Swastika, le appiopparono anche un nome improbabile, Unity Valkirye, che non promise bene sul resto della sua esistenza.

Unity Mitford

 Da ragazza sembra fosse brillante, spiritosa e originale, e scoprì. grazie a Diana e al marito le idee fasciste della quale divenne fervente sostenitrice. Convinse i suoi a inviarla, per il suo anno all’estero, non a Parigi come tutte le altre sorelle, ma a Berlino e lì, non appena ebbe imparato il tedesco, iniziò una minuziosa opera di avvicinamento a Hitler.

Pedinandolo in uno dei suoi ristoranti favoriti, riuscì a farsi rivolgere la parola e col tempo entrò nella sua cerchia più ristretta. Il loro rapporto divenne così intimo che non solo Eva Braun fu  gelosissima di lei, ma girarono voci che avesse avuto un figlio segreto da Hitler o che lui volesse sposarla.

  Il suo sogno era un’alleanza tra Inghilterra e Germania e lavorò alacremente anni per questo. Quando però divenne evidente che ci sarebbe stata una dichiarazione di guerra, sospesa tra la fedeltà alla patria e quella verso Hitler, si sparò alla testa.

 Incredibilmente sopravvisse e venne rimpatriata con l’aiuto del dittatore che teneva moltissimo a lei. Non fu, ovviamente, più la stessa, e morì una decina di anni dopo per complicanze dovute alla ferita.

Diana Mitford 
 La cosa interessante è che lei e Decca, politicamente ai due antipodi, erano anche, reciprocamente, sorelle preferite, anche per la vicinanza d’età. 

 Quando anni dopo Decca scriverà la sua autobiografia, non riuscirà, nonostante le distanze siderali tra di loro, ad averne un ricordo o un giudizio negativo. Anche questo è notevole nel suo libro: la mancanza di tesi e lo spazio a quell’ambiguità dei sentimenti che ti consentono di voler bene a qualcuno che non vedi da decenni e che ha commesso le azioni peggiori. I fratelli e le sorelle sono anche questo.

Leggere “Le sorelle Mitford” è una grandissima avventura, trepidante, piena di colpi di scena, di azioni incredibili e avventurose, di guerre e prigioni, ideologie e prese di posizione. Furono tutte, indubbiamente, delle donne non solo brillanti, ma anche abbastanza coraggiose da gettarsi nella vita.

Da un certo punto di vista fanno tenerezza i genitori.

 Come molti genitori di persone particolarmente intelligenti e spericolate, sono invece pacatissimi e ordinari (pur con qualche fondamentale stranezza che ha comunque impostato il corso degli eventi) e non si capacitano dei continui colpi di testa della loro prole.

 La mela, si dice, non cade lontano dall’albero, ma certe l’albero sottovaluta la sua natura.

lunedì 10 dicembre 2018

I consigli natalizi 2018 parte I! Una super infornata un po' polemica tra Guareschi, inverni troppo corti, pattinatrici sul ghiaccio, magia, epidemie, passeri e unicorni.

Come ogni Natale arriva il fatidico momento in cui, per ragioni misteriose (magari i terrapiattisti le conoscono) mi ritrovo dal 20 novembre al 10 dicembre in un soffio.

 Tutti i miei buoni propositi sono quindi andati già a farsi friggere ed è perciò che ho deciso di fare un post un po' diverso dal solito.

 Per riuscire a stipare tutti i consigli che voglio darvi userò il metodo "Donna moderna" (da me così ribattezzato anche se poi è lo stesso che usano tutti i giornali): segnalazione del libro con qualche riga e non il mio solito spiegone.

 Ovviamente, essendoci tra di essi dei libri che considero particolarmente belli e meritevoli, quelli avranno futuro post a parte. Su tutti "Trottole" di Tillie Walden, un vero capolavoro.

 Mi perdonerete nei consigli di quest'anno un tono un po' polemico, ma in me al momento convivono un insolito spirito natalizio che risorge dopo anni e una certa rabbia verso tanti concittadini che ormai il significato del natale lo hanno perso da quel dì e usano la festa solo per i loro porci comodi.

 Sto cercando di essere festosa nonostante tutto, ma è dura!

 Forza, coraggio e consigli!


 INVERNO di Alessandro Vanoli ed. Il Mulino:

 In questi anni sempre peggiori in cui l'estate dura ormai almeno 5 mesi (e scusatemi, amanti dell'estate, ma quando vivi in una città afosa 5 mesi d'estate non sono stupendi, sono l'inferno), ricordare i vecchi lunghi e sconfinati inverni, i loro silenzi e le lunghe giornate passate in casa, agli amanti del gelo può far solo piacere.

 Questo piccolo saggio del Mulino farà felici le persone che, come me, vorrebbero godersi di nuovo la stagione fredda, quella vera, anche per ritrovare con gioia quella calda.

 Cosa portava con sé il generale inverno d'un tempo? Freddo, ma anche riflessione, notti infinite e pomeriggi proficui.


LE GRANDI EPIDEMIE ed. Besa:

 Si può regalare un libro sulla peste e sulla lebbra a natale?

 Sì, nel 2018, neomedioevo, si può. 

 Quando le malattie fortunatamente debellate cominciano a sembrare favole e la gente torna a credere alla terra piatta, ecco un regalo che potrete fare a chi mette in dubbio il progresso della scienza: 5 agili volumetti, scritti in modo divulgativo e interessante sulla storia, gli aneddoti e l'eziologia delle epidemie che hanno devastato generazioni attraverso i secoli.

 Non bisogna andare neanche troppo indietro nel tempo, la spagnola la ricorda anche mia nonna.


UNICORNI di Valeria Arnaldi ed. Ultra:

 Icona prima queer poi man mano sempre più mainstream, non si riesce a girare negozio senza vedersi comparire un unicorno davanti. 

 Ma questi benedetti unicorni perché piacciono tanto? Chi li ha inventati? Perché nel medioevo si credeva esistessero e perché poteva avvicinarli solo una ragazza vergine? 

 Un libro della prolificissima Valeria Arnaldi che cerca di spiegare l'iconografia e le origini di un animale leggendario che vive adesso uno dei suoi più scintillanti momenti.
 Ideale regalo lgbtq, per appassionat* e per nipotin* e amici glitterati.


GIOVANNINO NEI LAGER di Giovannino Guareschi ed. Rizzoli:

 A Roma si rubano le pietre d'inciampo, a Napoli si fanno le statuette di Hitler da mettere nel presepe e intanto si butta la gente per strada mentre si frigna per le radici cristiane dell'Europa.

  In questa grande confusione, farebbe bene a molti questo splendido libro di Guareschi: "Giovannino nei lager", tomo nel quale i figli dello scrittore hanno riunito le opere della prigionia del padre "Favola di Natale", "Diario Clandestino" e "Ritorno alla base".

 L'autore di Don Camillo e Peppone, dopo l'armistizio, rifiutandosi di combattere al fianco dei tedeschi, fu internato per ben due anni in svariati campi di prigionia tra la Polonia e la Germania.

 Ne uscì segnato, ma non piegato, anche grazie al fatto che scrisse tantissimo benché poi decise di pubblicare ben poco di quelle pagine che stese per risollevare il morale suo e dei suoi compagni.

 Lo spirito dell'opera è chiaro sin dall'introduzione di "Diario Clandestino", intitolata "Istruzioni per l'uso":
 "Io, insomma, come milioni e milioni di personaggi come me migliori di me e peggiori di me, mi trovai invischiato in questa guerra in qualità di italiano alleato dei tedeschi, all’inizio, e in qualità di italiano prigioniero dei tedeschi alla fine. 
Gli anglo-americani nel 1943 mi bombardarono la casa, e nel 1945 mi vennero a liberare dalla prigionia e mi regalarono del latte condensato e della minestra in scatola. Per quello che mi riguarda, la storia è tutta qui. 
Una banalissima storia nella quale io ho avuto il peso di un guscio di nocciola nell’oceano in tempesta, e dalla quale io esco senza nastrini e senza medaglie ma vittorioso perché, nonostante tutto e tutti, io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno.  
Anzi, sono riuscito a ritrovare un  prezioso amico: me stesso…. Per venire alla mia storia, dirò che io assieme a un sacco d’altri ufficiali come me, mi ritrovai un giorno del settembre 1943 in un campo di concentramento in Polonia, poi cambiai altri campi, ma dappertutto la faccenda era la stessa dei campi di prigionia…. L’unica  cosa interessante, ai fini della nostra storia, è che io, anche in prigionia conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi: Non muoio neanche se mi ammazzano!. E non morii. Probabilmente non morii perché non mi ammazzarono: il fatto è che non morii. Rimasi vivo anche nella parte interna e continuai a lavorare…"


LA PREGHIERA DI UN PASSERO CHE VUOLE FARE IL NIDO SULL'ALBERO DI NATALE di Gianni Rodari ed. Einaudi Ragazzi:

 Vi ricordate quel concetto per il quale le favole per bambini hanno in realtà una morale profonda, mascherata per far passare il concetto anche alle menti semplici dei più piccoli?

  Ecco, poiché le menti semplici adesso ce l'hanno anche parecchi adulti, consiglio di regalare a piene mani questa bellissima edizione illustrata da Sarah Wilkins di una poesia natalizia di Rodari che ha per protagonista un passero.

 Il povero volatile, solo nel gelo invernale, guarda smanioso una famigliola intenta a fare l'albero di natale e a ingozzarsi di leccornie oltre la finestra.

 Tesse per loro una poesia in cui promette che se lo faranno entrare salvandogli la vita, non darà fastidio, ma mangerà solo briciola e porterà tanta gioia.
 Lo spirito del natale, quello vero.


MAMMA HO PERSO L'AEREO di Kim Smith, Chris Columbus e John Hughues ed. Mondadori:

 Ma che ne sanno i 2010 di un'epoca in cui potevi lasciare per sbaglio tuo figlio a casa senza sapere se fosse vivo o morto e senza poterlo contattare per giorni, bloccato da una bufera di neve dall'altro capo dell'America? 

 Quando cellulari e altri miliardi di forme di comunicazioni e controllo erano lungi dal divenire, si potevano fare film come "Mamma ho perso l'aereo" (e il protagonista poteva persino sopravvivere!).

 Per raccontare ai più piccoli di questa mirabolante epoca preistorica a cui misteriosamente siamo sopravvissuti, ecco un illustrato con la storia di Kevin alle prese coi ladri e i mille trucchetti per fermarne l'avanzata casalinga!



TROTTOLE di Tillie Walden ed. Mondadori:


 Regalo perfetto per gli amanti delle graphic novel di alto livello e dei bei libri in generale (anche se non leggono graphic, magari così gli viene la voglia).


 Premio Eisner 2018, è la storia autobiografica di Tillie Walden, campioncina di pattinaggio sul ghiaccio. 

 Dopo un'infanzia abbastanza felice in New Jersey, in cui la gioia di pattinare e l'energia della passione rendono tutto luminoso ed esaltante, alle soglie dell'adolescenza Tillie e family si trasferiscono in Texas.

 Ora, da quel che si evince dai programmi di Netflix e un po' in generale da film e telefilm, il Texas non è il posto ideale dove vivere se non sei molto religioso, molto americano e non eterosessuale

 Tillie è solo molto americana e ci mette un bel po' ad inserirsi in un contesto chiuso, peggiorato dal fatto che il pattinaggio, il suo unico appiglio, non le piace più.

 Vorrebbe smettere, ma se lo facesse cosa le rimarrebbe? Così gli anni del liceo passano tra allenamenti, difficoltà, innamoramenti proibiti, coming out, madri assenti e madri tigre e un mondo che diventa sempre più feroce.

 Una graphic stupenda (a cui dedicherò un post lungo quanto prima) che insegna una cosa fondamentale: nessuno esce indenne dalla propria esistenza, ma con un po' di coraggio tutti possiamo limitare i danni.


 LO SCHIACCIANOCI di E.T.A. Hoffmann ed. Bur:

 Forse non tutti sanno che il celeberrimo balletto de Lo Schiaccianoci, prende le mosse da una storia dell'autore tedesco Hoffmann, lo stesso, per intenderci de "L'uomo della sabbia", capace di fondere fantastico, horror e magico in modo estremamente originale.

 Che lo Schiaccianoci non sia una favola come un'altra si evince dai tanti momenti inquietanti: i topi assassini, il re dei topi con sette teste (dite quello che volete, ma se io vedo arrivarmi in camera una pantegana con sette teste non la prendo bene), le battaglie tra giocattoli e sorci.

 Rimane tuttavia una meravigliosa storia natalizia (tutto comincia la vigilia di Natale e finisce due giorni dopo) con un sapore retrò da Vienna prenazismo, dove tutto era oro klimtiano, sacher torte, Freud e nobildonne nelle cioccolaterie mirabilmente stuccate.

 L'edizione della Bur uscita in occasione di questo Natale ha delle mirabili illustrazioni fiabesche che rimandano un po' all'immaginario magico dell'est europeo. Splendido.


SORELLE MITFORD di Mary S. Lovell ed. Neri Pozza:

 . 
Tutti conosciamo almeno una persona appassionata di Downton Abbey e anni '20 in Francia o in Inghilterra

 Per costoro quest'anno è uscito un libro che definire ad hoc è riduttivo: la biografia delle sei sorelle Mitford che misero a ferro e fuoco il beneducato mondo dell'aristocrazia inglese.

 Per la serie "ognuno è complice del suo destino", le sei sorelle ebbero percorsi di vita molto diversi, soprattutto in ambito politico. Per una Unity Mitford completamente ossessionata dal nazismo e da Hitler, ci fu una Jessica Mitford che partì per combattere nella guerra civile spagnola.

 Sposate, piene di amanti (Pamela Mitford ebbe come compagna di vita un'italiana, Giuditta Tommasi), di avventure e tragedie, appassioneranno gli amanti del genere e non solo.
 Io lo regalerò a mia suocera, assieme al dvd speciale sui matrimoni a Downton Abbey (poi me li farò prestare).


LA VECCHIA DEI CAMINI di Carlo Lapucci ed. Graphe.it

 Lamentavo, un paio di anni fa, la mancanza di adeguata bibliografia sulla befana, la vecchina che popolò le mie gioie infantili portando i regali e le calze nell'ultimo giorno di festa utile.

 Quest'anno la Graphe.it editrice ha pubblicato un piccolo saggio sulle origini di questa creatura natalizia tutta italica.

 Con mio grande stupore, ho scoperto che una tradizione identificherebbe la befana in Procula, la moglie di Ponzio Pilato. Costei, per espiare i peccati del marito (anche se non sono convinta si possano espiare peccati conto terzi) avrebbe stretto una sorta di patto con Dio decidendo di rimanere a vagare sulla terra fino al giorno del giudizio.
 Per veri appassionati dell'anziana signora.


 ARTE E MAGIA. IL FASCINO DELL'ESOTERISMO IN EUROPA ed. Silvana:


 Fino al 29 Gennaio a palazzo Roverella a Rovigo sarà in corso una mostra sul rapporto tra arte e magia in Europa. 

 Il modo in cui l'esoterismo e il concetto di magico sono riusciti a influenzare l'arte del vecchio continente tra la fine dell'800 e la la prima guerra mondiale ha dato vita a un'interessante mostra che mi piacerebbe tantissimo vedere (spero di riuscirci) e che ha prodotto uno splendido catalogo della Silvana Editrice.

 Per appassionati d'arte e non solo.


Prestissimo (forse anche domani) seconda infornata!!

giovedì 10 novembre 2016

Sogniamo o siam desti? Mentre l'Europa dorme e Trump diventa presidente degli Stati Uniti dovremmo volgere uno sguardo al passato, tra Leigh Fermor e Leavitt in quei foschi anni '30 così simili ai nostri.

 In questi tempi oscuri, mi sono appassionata anche io, fatalmente, a tutti quei film e serie tv che hanno come tema il periodo inglese diciamo post-vittoriano.

Sono diventata una grande fan di "Downton Abbey" e adesso (ma veleggiamo già su epoche successive) sono fall in love per "The Crown" che narra le avventure di una giovane Elisabetta II.
 Sto sviluppando, in contemporanea, anche un certo interesse per i libri inglesi ed è capitato che trovassi al banco dell'usato della festa dell'Unità, "Mentre l'Inghilterra dorme" di David Leavitt.

 Il libro è ambientato durante gli anni '30 esattamente tra le due guerre.

 La Spagna è un focolaio che attira giovani di tutta Europa per parteggiare per i fascisti o per i repubblicani anarchici e/o comunisti resistenti e una certa ombra cupa sta calando sul vecchio continente.
 La storia, straziante, si concentra su un amore tra due ragazzi, Brian benestante e dandy con aspirazioni scrittorie ed Edward un bellissimo ragazzo di estrazione sociale minore, avido lettore, appassionato di treni e molto molto dolce.

 Mi direte voi: no vabbeh, la classica storia d'amore travagliata con le famiglie che dividono i giovani, il finale etero e il rimpianto.

 No. L'idea interessante di Leavitt (che da quel che ho letto si è ispirato a un episodio reale della vita del poeta Stephen Spender) è che nulla si opponga a questo amore se non quel senso di vaga insoddisfazione del quotidiano che spesso distrugge le coppie migliori.

 C'è sempre il fatidico frangente in cui alla passione segue un amore più quieto, certe volte tanto quieto da chiedersi se è ancora amore.

Sembrerebbe facile rispondersi o almeno nei romanzi rosa lo è: lo (o la) amo ancora o no? E la risposta o sorge spontanea dal cuore o arriva come un'epifania improvvisa.
  Tuttavia noi tutti sappiamo che quasi mai accade e capire dove si perda l'amore nelle sterminate praterie della routine non è così semplice.

 Talvolta si tira avanti in eterno una relazione ormai finita perché non si riesce a lasciar andare e a smettere di sperare, altre volte si decide di rompere per poi rendersi conto che l'amore era lì, ancora intatto, solo che non sapevamo vederlo.

 E' questo secondo caso che colpisce il protagonista del libro, una sorta di stordita cecità dovuta in parte alla giovane età, in parte alla pavidità verso il suo futuro.

 Intendiamoci, una comprensibile pavidità: in un'Inghilterra in l'omosessualità era reato (cosa per cui andò in carcere Wilde e si suicidò dopo "cure ormonali" il povero Turing) l'idea di un matrimonio eterosessuale di convenienza con una donna non spiacevole e stimolante a livello intellettuale (come era ad esempio la moglie di Wilde), era un'opzione molto allettante.

 Ed è la via che intraprende Brian prima di un brusco risveglio che giunge con quel tragico attimo di ritardo.

 Nel momento in cui le nebbie si dissipano ed arriva il coraggio di capire, riconoscere e combattere per il proprio grande amore, il grande amore se n'è andato troppo lontano da noi.
 Nella Spagna in piena guerra civile precisamente.

 Ora, questa poteva essere la recensione sulla tragicità dell'amore e la caducità delle relazioni, ma il titolo ci conduce verso un'altra strada: "Mentre l'Inghilterra dorme".


Che sonno sta dormendo l'Inghilterra? Quello dei mostri. 
 Sono gli anni dell'avanzata del fascismo e del nazismo e l'Inghilterra se ne sta rintanata nel suo guscio, convinta che tutto sia troppo lontano nel tempo, nello spazio e nel pensiero, perché i disastri politici continentali possano avere un effetto anche su di lei.

 La Spagna è in preda a una guerra civile? Rimaniamo a guardare come finisce.
 Hitler e Mussolini stanno praticando una cultura liberticida e instaurando un regime (col favore delle masse bene inteso?)? E vabbeh, fatti loro.
 Foschi presagi avanzano, ma l'Inghilterra preferisce dormire e non capire. Si dedica alla sua routine, certa che nulla volgerà alla catastrofe e tutto, in qualche modo si risolverà.

 Quando ero alle superiori mi chiedevo sempre, studiando, davanti all'evidenza del delirio in cui l'Europa stava scivolando all'alba della seconda guerra mondiale, come nessuno si fosse reso conto della corsa verso l'inferno?

 Rimasi altrettanto basita quando lessi l'autobiografia di Simone de Beauvoir che cadde letteralmente dal pero quando la Francia entrò in guerra. Si domandava, attonita, come fosse potuto accadere letteralmente da un giorno all'altro (basti pensare che sua sorella era partita due giorni prima per il Portogallo e non riuscì a tornare per sei anni a causa delle frontiere chiuse).
 Pensavo "Simone, tanto intelligente e tanto stordita?".

 Poi questi ultimi anni mi hanno aperto gli occhi. 

 Una Crimea ripresa lì, un colpo di stato con conseguente repressione e liste di proscrizione lì, una Brexit là, una spolverata di Le Pen laggiù e infine, da ieri. un inquietante miliardario in aria di suprematismo bianco, sessista e xenofobo che governa una delle nazioni più potenti del mondo.

 Ok, l'Inghilterra dormiva, ma non mi sembra che noi siamo tanto svegli.

Certo la situazione probabilmente non peggiorerà, certo finirà tutto per il meglio, ma se prendete un libro di Leigh Fermor, "Tempo di regali" vi stupirà scoprire inquietanti analogie.

 Leigh Fermor era un giovane studente inglese, quando nel 1933 mise lo zaino in spalla e decise di percorrere l'Europa a piedi, fino ad arrivare a Costantinopoli.
 Armato di passaporto, zaino e ottima volontà, aveva grandi speranze e l'energia positiva tipica dei diciottenni che si aspettano solo il meglio dalla vita.

 Il viaggio durò due splendidi anni e Leigh Fermor trasse ben tre libri sulla sua esperienza: "Tempo di regali", "Fra i boschi e l'acqua" e "La strada interrotta".

 La cosa più interessante è la curiosa ombra che accompagna l'autore nei suoi vagabondaggi.
 Carico di entusiasmo si addentra in un'Europa che sta scoprendo il nazionalismo più spinto, che chiude le frontiere e diffida di ogni vicino.

 Spensierato studente, viene ancora accolto con ospitalità e gentilezza, ma  la sensazione, chiarissima, è che sia l'ultimo ospite.
  L'Europa si sta trasformando in Mordor, "ove l'ombra cupa scende" e i suoi abitanti sono in preda a una confusione politica che trasforma in un batter d'occhio comunisti convinti in fascisti fanatici.

 Un episodio in particolare mi sembra agghiacciante nel descrivere l'oblio nel quale si stava eclissando il vecchio continente. 

 Hitler è salito al poter e nel resto d'Europa imperversa una certa antipatia nei suoi confronti che rimane però cauta e perplessa, Leigh Fermor che si trova in Germania, scrive questo:

 "In una di quelle città del Reno di cui non ricordo il nome, riuscii a farmi un'idea di quanto rapido fosse stato il cambiamento per molti tedeschi 
A tarda notte, in un bar frequentato da lavoratori, avevo fatto amicizia con diversi operai in tuta che avevano appena terminato il loro turno. Avevano più o meno la mia età e uno di loro, un tipo divertente e un po' clownesco, mi propose  di sistemarmi per la notte a casa sua [...] 
 La sua uniforme delle S.A. perfettamente stirata era appesa a a una stampella. Mi illustrò questi oggetti di culto con zelo feticista tenendo per ultimo il pezzo forte della collezione. Era una pistola automatica, un parabellum Luger credo, attentamente oliato e avvolto in un tessuto impermeabile [...]
Quando feci notare che l'ambiente era alquanto claustrofobico con tutta quella roba sulle pareti, rise, sedette sul letto, e disse: 
"Mensch! Avresti dovuto vedere cosa c'era l'anno scorso! Ti saresti fatto una risata! Allora erano  tutte bandiere rosse, stelle, falci e martelli, immagini di Lenin e Stalin lavoratori di tutto il mondo unitevi! 
Prendevo a pugni chiunque cantasse lo Horst Wessel Lied! Ero tutto Bandiera Rossa e Internazionale, allora! Non ero solo un sozi ero un kommi, ein echter Bolschewik!" 
 Salutò con il pugno chiuso. "Avresti dovuto vedermi! Scontri per strada! Riempivamo di botte i nazisti, come loro riempivano di botte noi. Ridevamo a crepapelle.  
Poi all'improvviso, quando Hitler salì al potere, capii che erano tutte stupidaggini e bugie. Mi resi conto che Adolf era l'uomo che faceva per me. All'improvviso!" 
 Schioccò le dita in aria "Ed eccomi qua."
 E gli amici di un tempo? chiesi. "Sono cambiati anche loro! - tutti quelli che hai incontrato al bar. Uno per uno! Adesso sono tutti nelle S.A."
E dunque un sacco di persone aveva fatto la stessa cosa?
Un sacco? Spalancò gli occhi.
 
"Milioni! Sono rimasto a bocca aperta, credimi, per la facilità con cui sono passati tutti dall'altra parte!". 
 Scosse la testa dubbioso per un attimo. Poi un ampio sorriso divise in due il suo volto, mentre faceva passare le pallottole da una mano all'altra come grani di un rosario."

 Paura eh? Se volete spaventarvi ancora di più vi lascio con un pezzo del libro di Leavitt (in tutto questo ho omesso di dirlo perché ovvio, scritto benissimo e molto molto struggente) che potrebbe metterci la pulce definitiva nell'orecchio.

 
Miguel de Unamuno
"A Burgos, Franco fu proclamato generalissimo.
 
Frattanto le nazioni europee, sotto la vergognosa guida di Anthony Eden, si attenevano al patto di non aggressione che Germania e Russia stavano violando sfacciatamente. 
 Per me il personaggio più triste di tutta la vicenda era il povero Unamuno, il vecchio rettore dell'università di Salamanca: simpatizzante nazionalista, un bel giorno si ritrovò a condividere un palco con il comandante della legione straniera spagnola, orbo da un occhio. 
 Quando i sostenitori dei legionari si misero a gridare "Viva la morte!" il vecchio umanista capì di non poterlo tollerare. Strappato il microfono al generale stupefatto, condannò lo slogan, affermando che, per vincere, era necessario fare opera di persuasione oltre che di conquista.
 "Morte all'intelligenza!" fu la risposta della folla"

Perciò, domandiamoci seriamente, stiamo sognano o siamo desti? 

martedì 18 ottobre 2016

Piccoli racconti crudeli d'ottobre! Quando le colpe dei nonni ricadono sui nipoti ne "Le zucche di Ognissanti".

 La scorsa settimana, tra una cosa e un'altra, non ho poi pubblicato il mio piccolo raccontino crudele.


 Ripeto la solfa usata nell'introduzione de "Le papere assassine" per chi se la fosse persa (per gli altri, potete anche saltare).

 All'inizio dell'università avevo scritto una manciata di raccontini a tema horror molti brevi, semplici e senza particolari pretese (negli anni poi ne ho scritti altri con lo stesso stile).

 In genere io non pubblico materiale personale su questo blog, ma questi racconti in particolare secondo me potevano avere un senso nel mese di Halloween.

 Il racconto che state per leggere, lo avevo già pubblicato su un sito che mi piaceva moltissimo durante l'università, "La tela nera" che parlava (e parla tuttora) di cultura horror, noir e scifi e organizzava anche concorsi (anche il racconto che vorrei pubblicare la prossima settimana era già stato pubblicato lì).

 Questa settimana, tutto per voi "Le zucche di Ognissanti", una storia sulle colpe dei padri, anzi nonni, che ricadono sui figli.


 "LE ZUCCHE DI OGNISSANTI"



Angela aveva dei vicini di casa molto silenziosi.

 Non li vedeva mai in giro, sapeva della loro esistenza solo perché talvolta si affacciavano a bere il loro the scuro e fumante.

 In tutto erano solo tre ragazzi: due femmine e un maschio e  lo furono per parecchio tempo o meglio finché una delle ragazze non svanì. 
 Nel nulla, proprio nel nulla. Venne la polizia, li interrogò entrambi, ma non ne cavò niente: alibi inconfutabili e nessun movente.

Era accaduto la sera della vigilia di Ognissanti.

 La mattina dopo Angela aveva trovato sui loro scalini due bellissime zucche arancioni intagliate con la classica boccaccia scura e dentellata, e con una candela dentro che spandeva tutt’attorno una breve luce.

Il giorno era davvero molto nuvoloso e le zucche contro la parete di pietra della casa erano davvero meravigliose, di un arancione vivo come non mai.

Erick ed Anne non credevano fosse una buona cosa festeggiare Ognissanti quell’anno: esattamente la stessa sera di dodici mesi prima, la loro amica Ira era svanita nel nulla proprio andando a cercare delle zucche per la vigilia.

 Ma dopo molto pensare, si dissero, il modo migliore per esorcizzare la paura forse era proprio quello di andare nello stesso posto a cogliere quelle zucche.

 Il campo dove crescevano, stranamente incolte, era a nord del paese. 
 Loro, che erano tedeschi, non avevano mai ben capito certi atteggiamenti così assurdi degli italiani: perché lasciare terreni incolti appena dietro il paese? Non aveva senso, se non il naturale lassismo che sembrava affliggere quell'incomprensibile popolo.

In ogni caso bisognava riconoscere che il campo delle zucche era un posto davvero insolito.
 Nei terreni attorno, c’erano infatti delle buone coltivazioni e il terreno era molto fertile: chissà perché lasciare quel fazzoletto di terra con le zucche così vuoto.
  Forse, avevano dedotto, privi di qualsiasi spiegazione plausibile, era un territorio statale lasciato inselvatichire da una legione di leggi contorte e burocrazia.

Questa volta in due, si avviarono nel plumbeo pomeriggio del 31 ottobre a cogliere queste due zucche.
Erano le cinque del pomeriggio, tirava un forte vento e non passava nessuno.

Una volta sul posto però, Anne si rese conto di non riuscire a parlare per l'angoscia: era dal momento in cui avevano avvistato quello strano campo costellato da macchie arancioni che aveva i brividi.

Sapeva, oscuramente, che non dovevano essere lì.

“Erick andiamo via, io ho paura”, gli sussurrò in italiano.
“Ma smettila!”, replicò lui bruscamente in tedesco.

Anne allora si guardò attorno e notò che le zucche erano sparse un po’ ovunque, scomposte al suolo, come abbandonate, e che erano unite dai loro tralci verdastri, ma prive di ogni perizia agricola. 
In quello stato di selvatico abbandono avevano qualcosa di minaccioso.

“Se i nonni ti vedessero adesso, sai quante risate si farebbero?”, continuò lui ridacchiando.

Anne ebbe la fulminea visione del glorioso nonno Von Larck, eroe della seconda guerra mondiale pluridecorato al valore. Era un’immagine, quella, che le si era stampata nella mente durante l’infanzia quando quell’enorme quadro che lo raffigurava era appeso nella grande villa di campagna della sua famiglia.

Lei, Ira ed Erick si erano conosciuti proprio perché i loro tre nonni erano stati molto amici durante la seconda guerra mondiale. Avevano combattuto in Italia nello stesso reggimento, esattamente dalle parti in cui loro abitavano in quel momento. 
 Purtroppo, nessuno di loro non era tornato se non il nonno di Anne, in preda ad un’assurda frenesia.

Non era stata una bella guerra, ma lui tanto fece e tanto raccontò di civili tratti in salvo ed eroiche gesta in favore delle popolazioni locali che nella loro città erano stati trattati come eroi nazionali, raggi di luce in una stagione di puro, oscuro, orrore.

La moglie di Von Larck e le vedove dei suoi due amici erano diventate inseparabili e i loro tre figli crebbero insieme.

 Ognuno di loro ebbe a sua volta ebbe un solo figlio, Ira, Erick ed Anne, e decisero che dovevano crescere anche loro come fratelli.

Quindi, una volta cresciuti, ad Ira era venuta l’idea di passare qualche tempo in Italia proprio nel posto dove i loro nonni avevano così gloriosamente combattuto; così si erano ritrovati ad abitare in un appartamento nel mezzo di un bel borgo medievale.

Ira era scomparsa e loro cercavano le zucche.

 Ad un tratto, mentre saggiavano la consistenza di un esemplare grazioso ma piccolino, Erick gridò un’esclamazione in tedesco e indicò ad Anne una fila di dieci zucche bellissime sotto un noce su di una piccola altura lì vicino.

 Correndo tra i tralci, arrivarono fin lì e pensarono che quelle dieci zucche fossero davvero belle: grandi, sode, mature e di un arancione acceso ai limiti dello sgargiante. 

 Se ne stavano tutte e dieci in fila perfetta sotto questo noce da cui cadevano tante foglie rosse, come gocce di sangue. 

 Se fosse stata una coltivazione, avrebbero detto che dovevano essere di una qualità di gran lunga superiore a tutte le altre.

“Prendiamo due di queste”, disse Erick.

Anne annuì un po’ sollevata: avevano trovato le zucche e non era ancora sera, non c'era motivo di agitarsi dopotutto.

Con i coltelli portati da casa staccarono le due più grosse dal terreno e se le misero in braccio.

 Poi, mentre stavano per andar via, Anne notò un riflesso in controluce provenire tra le pieghe della corteccia del noce. 

 Si avvicinò e con una mano pulì la macchia splendente coperta dal muschio che le era parso di vedere. Sembrava una targa dorata.

“Cosa c’è Anne?”, domandò Erick tornando indietro.
“Aspetta un attimo. Qui c’è scritto qualcosa. Mi pare che sia una targa di commemorazione. Dice che…dice che nell’Ottobre del ’44 c’è una battaglia tremenda tra i tedeschi in ritirata e i partigiani. I partigiani furono massacrati e per giorni i loro corpi rimasero insepolti su questo campo. Sotto questo albero i tedeschi fucilarono i dieci capi partigiani una volta vinto e…”

Anne si interruppe e soffocò a malapena un grido.

 “Cosa c’è adesso Anne?”, chiese Erick esasperato.

Anne indicò tre nomi sotto la targa.

“Il massacro fu compiuto ad opera di…”

Anche Erick si fermò per deglutire, una foglia rossastra gli si poggiò sulla mano.

  Non riuscì a pronunciare  i tre nomi,

 Stava per gridare ad Anne di andarsene, quando i tralci della zucca che aveva tra le braccia gli si strinsero ai polsi, come se avessero preso improvvisamente vita.

Imprecò in lingua e guardò terrorizzato Anne, ma la vide combattere disperatamente con i tralci animati della sua zucca. 
 Gridò il suo nome prima di scorgerne molti altri uscire dal suolo come alti serpenti per cingerle le caviglie, la vita e il collo.

 La terra tra le zucche in fila indiana si aprì, ritirandosi come le acque del mar Morto, e lei venne inghiottita senza nemmeno un grido a causa di una foglia che le si era infilata in bocca di traverso.

Questa fu l’ultima cosa che Erick vide con chiarezza, poi il respiro gli mancò e con lui la terra sotto i piedi. 
 Decine di tralci lo avvolsero e sprofondò, tra le dieci bellissime zucche.

 Angela quella mattina di Ognissanti tornava da una festa col suo borsone rosso, sperò che anche quell’anno i vicini tedeschi avessero acceso le zucche sugli scalini di pietra della casa.

 Rimase felicemente sorpresa quando, tutte attorno al muro del loro appartamento, trovò dieci zucche incredibilmente belle, perfettamente intagliate e tutte con una candela splendente che spandeva tutt'attorno una breve luce.


venerdì 20 novembre 2015

Perché e quando la Quiet generation è diventata inquieta? Alcune riflessioni, immagino inutili, sui fatti di Parigi, sul perché dei giovani decidono di ucciderne altri, di lasciare un mondo che consideriamo perfetto, sulla crudeltà umana, sulla guerra civile spagnola e un enigmatico consenso.

 Devo dire che in questi giorni molto confusi e molto convulsi, a parte decidere di pubblicare la vignetta domenica, non ho scritto nessuna opinione rispetto a quanto avvenuto a Parigi (e alle sue conseguenze).
 
Poi non so, ho letto, come penso molti altri le vite dei miei praticamente tutti coetanei, uccisi al Bataclan e come già per la strage in Turchia qualche mese fa, di giovani che andavano a sostenere il popolo curdo, mi è presa una grande tristezza, e, anche se non era assolutamente necessario al mondo, ho deciso di scriverci in post.
  In questi giorni ho letto decine di editoriali, stati di fb, dichiarazioni di governi e alleanza, tentativi di analisi più o meno onesti.
 Mi hanno colpito due cose principalmente:
1) Nel 2001 ero abbastanza grande per ricordarmi come all'indomani la reazione emotiva e di odio fu molto più forte di quella odierna.
2) Nessuno ci sta capendo niente.
 Ovvio, non penso che comprendere le mille ragioni di una tragedia del genere, di ciò che ha portato tutti a questo punto sia una cosa facile. Potrei facilmente ricordarmi e ricordare tutte quelle inutilissime eppure affollatissime marce per la pace a cui ho partecipato al liceo. Potrei ricordare che si andò insensatamente a destabilizzare regioni che non andavano destabilizzate perché gli americani (e questa è una loro colpa collettiva) sono incapaci di votare presidenti degni di questo nome e potrei anche riportare alla memoria una strage che assurdamente nessuno ricorda.
 Non è la prima volta che l'Europa viene colpita, ce la vogliamo ricordare la strage del 2004 in Spagna? Quasi 200 persone morte sui treni dei pendolari? Perché io sì, e undici  anni siamo di nuovo qui e pure peggio di prima, visto che mezzo Nordafrica è in fiamme.
 Allora, se ci si mette a ricercare le grandi verità storiche e geopolitiche è ovvio che al nocciolo non solo non ci arriveremo mai, ma pure se dovessimo arrivarci (e a me pare che nessuno ci vada manco vicino, mi ricordo una presentazione di Loretta Napoleoni a cui ho partecipato in cui lei faceva un quadro politico-economico internazionale che pareva inattaccabile concludendo che l'Isis voleva solo un suo stato e mai avrebbe fatto attentati), non penso che sarebbe comunque facilmente risolvibile.
 Ho un'idea della realtà un po' più complessa di quella enunciata da alcuni nostri politici e non politici che confondono videogioco e realtà e inneggiano a bombardamenti definitivi, ignorando, oltre a una serie di regole diplomatiche e di tensioni internazionali un dato ineluttabile: l'Isis è tra noi non perché i terroristi si nascondano infingardi nelle orde di profughi che arrivano, Isis è tra noi, perché alcuni di noi, europei, giovani principalmente, si lasciano affascinare o rapire da un regime religioso (o come vogliamo definirlo), come quello che propongono.
 Se posso dire la mia, in tutti gli articoli che ho letto ho trovato tre enormi e gravissime mancanze, davvero enormi in confronto a quella che è stata la storia europea che ha già conosciuto regimi totalitari, liberticidi, crudeli e annichilenti.
  1.  Ci si concentra enormemente sulla religione di appartenenza e quasi per niente su ciò che questa religione può voler dire per questi individui al di là del sacro.
  2.  Il discorso è completamente slegato da qualsiasi riflessione economica.
  3.  Non si guarda indietro al nostro passato se non in modo confuso e particolaristico senza riuscire a mettere insieme gli elementi in un quadro di insieme.
 Perché dunque, questi giovani coetanei dei giovani che hanno ucciso, trovano affascinante una sirena di violenza, sangue e religione?
 La mia opinione è che gli esseri umani siano in gran parte delle persone incredibilmente deboli e rancorose. Lo dimostrano tutti i giorni e lo hanno dimostrato in ogni momento buio della storia e non fingiamo, sono stati tanti: il desiderio di dimostrare la propria superiorità sui propri simili è sempre stato gigantesco.
 Le religioni e i regimi totalitari hanno questa grande somiglianza: sono totalizzanti. Ti portano una ricetta già pronta e ti dicono: se seguirai le mie regole e le mie indicazioni, non solo non avrai nulla da temere, ma sarai anche legittimato a sentirti superiore al prossimo e a perseguitarlo. Non tutte lo fanno così esplicitamente, ma se neghiamo un dato così enorme alla base allora non si capisce niente.
In "Persepolis" di Marjane Satrapi ci sono
alcuni episodi rivelatori del sentire comune.
La famiglia che si para vestita di tutto punto
come se fossero sempre stati ferventi credenti
quando prima non gliene importava nulla, perché
questo li rende socialmente preminenti. O l'uomo
che vieta il viaggio per l'operazione al cuore al
parente di Marjane. 
 Questa è una cosa che si comprende molto bene quando, per qualche motivo, si è minoranza perseguitata. Per perseguitata non intendo necessariamente uccisa o costretta a nascondersi, ci sono altre forme, più in sintonia con il nostro vivere democratico: si chiama tolleranza. E' il grande favore che quella parte di popolazione che, per qualche motivo (economico o semplicemente numerico per dire) è in una condizione di superiorità rispetto ad altri, fa a questi altri. Io ti tollero, ma ricordati che ti sono superiore.
 Non mi sono mai illusa sull'intima bontà degli esseri umani. A parer mio, negli uomini c'è un'enorme la tendenza alla sopraffazione dell'altro, complicata da propensione alla vanità che necessita di un bisogno di riconoscimento da parte di altri di questa superiorità. La conquista più grande della civiltà è, a parer mio, riuscire a educare gli esseri umani a non sentire questa necessità. Ovviamente questa è la parte più difficile. 
E qui veniamo ad un altro punto che molti analisti hanno considerato solo in parte. Non so perchè. L'età di tutti i coinvolti: i terroristi e le vittime dei terroristi. Sono quasi coetanei e vanno in una fascia d'età che varia principalmente dai 25 ai 35 anni. Si potrebbe definire anche un fatto generazionale. 
Manifesto per l'arruolamento di volontari
francesi per il fronte popolare nella guerra
civile spagnola
Tutti a chiedersi:
capiamo un siriano che ne ha viste di cotte e di crude, un iracheno che si è sentito invaso, un libico che si è trovato confuso, ma chi glielo fa fare ad un giovane cresciuto in Europa, con uno stile di vita occidentale, libero, pieno di possibilità, con welfare che ha le sue falle, ma comunque esiste ad andare a farsi ammazzare (e ammazzare) in Siria? O, nel caso delle donne, a ricoprirsi di dodici strati di velo e finire a fare anche le schiave sessuali?
 Dunque, ricordo che sono anni che ogni tre per due, più di un sociologo ha cercato di fare il colpaccio tentando di trovare una definizione a effetto per definire la mia generazione. Finì che qualcuno decise che eravamo i Millennials, ma ricordo che per un periodo andò di moda anche "Quiet generation", la generazione tranquilla.
 Ci vedevo un velo di disprezzo, noi in fondo bambagiati, in fondo vezzeggiati, in fondo così viziati da non avere le forze o la voglia di mutare nessuna delle situazioni spiacevoli del nostro tempo. Che poi, non avevamo neanche il diritto di dire che essere sfruttati lavorativamente era spiacevole, che il sistema capitalista stesse partorendo mostri sempre più giganteschi, che le disuguaglianze sociali crescevano in modo esponenziale, che davvero forse eravamo bambagiati, ma avevamo davvero meno possibilità dei baby boomers. La nostra era comunque la migliore delle epoche storiche.
 Così la quiet generation stava zitta, ma a quanto pareva non lo era poi tanto.
 Ci sono dei periodi storici che vanno a risacca, si accumula si accumula si accumula e poi ad un certo punto parte come un elastico di colpo. Non erano forse giovani quelli che fecero la marcia su Roma? Non c'erano centinaia di interventisti ventenni durante la prima guerra mondiale? Non vennero ragazzi e ragazze da tutto il mondo a combattere su entrambi i fronti una guerra civile che si svolse sanguinosissima in Spagna negli anni '30? Una popolazione dilaniata e frotte di giovani che affluivano da tutta Europa e certo non solo per aiutare il fronte popolare. E ancora giovani pronti ad immolarsi durante la rivoluzione di Mao, la stessa gioventù nazista.
 Le condizioni storiche erano diverse, ma l'età era la stessa. E allora, cosa fa sì che ogni tot di tempo generazioni che sembravano tanto quiete si scoprano improvvisamente inquiete, agitate da incubi che non credevano di avere?
C'è un libro che secondo me è rivelatore e ci risponde senza cercare troppe scuse. Si chiama "Hitler e l'enigma del consenso", un saggio di Ian Kershaw sull'inquietante adesione quasi totale del popolo tedesco al regime nazista. Cosa spinse un intero popolo verso un delirio di sangue e onnipotenza che nulla lasciava presagire?
 Le stesse cose predette: insoddisfazione, frustrazione dopo i trattati della prima guerra mondiale che vedevano pesanti ripercussioni economiche e morali su una nazione orgogliosa. Il terreno era fertile perché qualcuno in grado di proporre "un'idea" che aggregasse e ispirasse le masse stanche e nervose trovasse consenso.
 Ne trovò fin troppo visto che la Germania non ha praticamente avuto resistenza, e ad ogni livello sociale, segno che non era solo un'oligarchia a guidare o una popolazione dal basso a richiedere. Tutti si lasciarono trascinare per una serie di motivi che si annodarono al punto da rendere possibile l'orrore.
 Ora tutto riappare, come una gigantesca trappola. Quindici anni fa c'erano dimostrazioni di proporzioni epiche contro la globalizzazione, un fenomeno che sconcertava, sui quali ci si interrogava, le coi conseguenze sgomentavano. Poi, qualche repressione qui e lì e tutto è sparito.
 Ma ne sono svaniti gli effetti? Una società che collassa a più livelli, la sparizione di punti di riferimento, un mondo con distanze sempre più brevi e certezze ormai sempre più inesistenti e generazioni precedenti che si appoggiano alle successive con un peso enorme. Il tutto mentre un'economia di mercato sempre più spinta e un individualismo sempre più gigantesco ci suggerivano che tutti gli -ismi erano uguali, tutti sbagliati, la causa unica dei mali del mondo.
 Così ogni volta che si provava ad avanzare un'opinione diversa, un'obiezione, ci si sentiva rispondere "E' già successo, abbiamo già visto. E' inutile che credi in questo, è inutile che lotti, è inutile che provi a cambiare. Piuttosto, adattati a questo sistema che dona ricchezza a tutti, se solo quei tutti si impegnano e vogliono".
 Ma era una menzogna. Perché non solo non è vero che tutti possono accedere davvero alla ricchezza, ma non è neanche la ricchezza la misura giusta delle nostre vite (e qui vado citando un saggio scritto a più mani da Sen, Fitoussi e Stielgliz "La misura sbagliata delle nostre vite").
  E così il risentimento si monta a smarrimento in persone molto fragili, socialmente svantaggiate, strette nelle maglie molto pretenziose e  mentre in altre, frustrate da una mancanza di riconoscimento  o semplicemente ansiose di dimostrare la propria superiorità (non fingiamo che non sia anche un nostro problema, l'omofobia, la violenza contro le donne, hanno tutte la stessa radice: la volontà di imporre la propria supremazia frustrata su qualcuno che riteniamo inferiore) è scusa per testare e comprovare la propria onnipotenza.
Gerda Taro 
  In questo senso credo che lo stesso martirio, la volontà di morire dopotutto giovani in guerra, ne faccia parte: per morire bisogna avere una determinazione fortissima, e il desiderio di annientare l'altro può essere un deterrente abbastanza vanaglorioso e potente. 
 E perché prendersela coi propri coetanei o quasi?
 Perché ogni guerra ha un preciso nemico, e in questo caso è un doppio. Un doppio verso il quale si provano sentimenti ambivalenti, perché ricorda tutti i giorni la possibilità se non di un'altra vita, di un'altra scelta che, in un regime totalitario e fanatico non può e non deve esistere. E' qualcuno con cui condividiamo l'appartenenza alla stessa generazione, qualcuno a cui, volenti o nolenti siamo legati e con cui, volenti o nolenti dobbiamo confrontarci.
Uno dei pochi articoli che mi è piaciuto di questi giorni titolava "Ora siamo noi i nostri padri", nel senso che per anni abbiamo campato sulle conquiste delle generazioni passate e ora dobbiamo lottare per mantenerle.
 Ecco, io penso che sarebbe stato più giusto dire "Ora siamo noi i nostri nonni", perché sono stati loro a ricostruire qualcosa di buono dopo la seconda guerra mondiale, nell'intento che tutto ciò non tornasse mai più. Hanno costruito un'Europa che si basasse sulla fratellanza e non possiamo dire, viste le innumerevoli nazionalità dei ragazzi del Bataclan, che non ci siano riusciti.
 Ma poi la ricostruzione si è interrotta, tante cose sono rimaste a metà in tutto il mondo. La strage di Suruc, in Turchia, che ha visto l'uccisione, a opera di un kamikaze di 18 anni, di 32 ragazzi della federazione dei giovani socialisti in partenza per alcune opere sociali verso Kobane è anch'essa figlia di questa interruzione.
 C'è bisogno di una grandissima forza di volontà per distruggere quel bisogno di sopraffazione del prossimo, di vanità, di imposizione delle nostre regole agli altri e passa, in primo luogo, per l'autocritica, per la comprensione dell'enormità di ciò che stiamo facendo. 
Uno degli ultimi selfie dei ragazzi uccisi a Suruc
 La generazione quieta non lo era poi così tanto, e ora, anche secondo me, dovremmo portare il fardello di reggere l'enormità del colpo subito, il tentativo di destabilizzare il mondo che abbiamo sempre conosciuto. E magari migliorarlo, perché il nostro non è più il migliore dei mondi possibile.
 E per me, la base molto più che religiosa è sempre economica.
 Finché non esisterà un mondo economicamente giusto, ci saranno sempre sirene di guerra che trascineranno i tanti smarriti o fragili o, non prendiamoci in giro, anche gli ansiosi di essere crudeli, a cui sembra di sentire finalmente una voce, una direzione, una causa.
 Il modo per lasciare, secondo loro, il loro segno sul mondo.

Dunque, volevo citare molti libri, ma alla fine, per quanto lungo e contorto sia stato il post, non sono riuscita a citarne nessuno. Di seguito, quelli che avevo in mente:
- "L'enigma del consenso"
- "Persepolis" di Marjane Satrapi 
- "La banalità del male" di Hanna Arendt
- "L'uccisore" racconto di Eraldo Baldini
- "Gerda Taro. Una fotografa nella guerra civile spagnola" di Irme Schaber
-  "La guerra civile spagnola" di Paul Preston

Continuo a ricordare che questo mio post tanto lungo, quanto penso inutile, non vuole indagare le cause di una guerra, ma i motivi di alcune decisioni. E, soprattutto, non ho alcuna pretesa di aver ragione. Vorrei solo capire.

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