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giovedì 23 novembre 2017

L'Italia fuori dal mondiale. Il calcio è sempre una facezia o ha avuto una parte nella storia? 4 Storie e 5 libri correndo dietro un pallone tra Auschwitz, rivoluzione ungherese, desaparecidos e guerra civile iugoslava.

 Ebbene sì, è accaduto. L'Italia è fuori dal mondiale.

 Una notizia, ne do atto al mondo, che insomma nel mare magnum del delirio a cui veniamo sottoposti giornalmente dalla politica internazionale, può fregare relativamente. Eppure.

 Eppure i mondiali rendono le estati per chi non le ama troppo, come me, sopportabili, e per chi le adora, indimenticabili, tra gli ultimi baluardi dell'immaginario collettivo in un mondo liquido.

 Non posso ovviamente avere memoria dei mondiali del 1986 perché avevo due anni e anche di Italia '90 ricordo a stento la canzone di Bennato e Nannini come una sorta di sogno nelle serate estive in Sardegna.

 Ho più memoria di Usa 1994. Avevo dieci anni ed ero in Sardegna con mia madre e mia sorella, al solito. Come fossimo nel pieno negli anni '50, in una casa che non aveva elettrodomestico alcuno (esclusa la lavatrice), ascoltavo le partite alla radio tentando di capirci qualcosa da sola, visto che mio padre se ne stava dall'altra parte del Tirreno a lavoro.

 Il 1998 me lo ricordo come un anno fiacco in cui vinsero oscuramente i francesi e nel 2002 ero completamente disinteressata, presa com'ero a scrivere, durante i pomeriggi caldissimi di partite con gol continuamente annullati, il romanzo che credevo mi avrebbe dato la gloria.

 Il 2006, stranamente, è stato l'unico mondiale che ho seguito dall'inizio alla fine e ricordo benissimo dove fossi a ogni partita (compresa la volta in cui, durante Italia-Ucraina, vista in un centro sociale, rischiammo le botte di un raid di fascisti di Latina). Etcetera etcetera etcetera. 

 Perché vi racconto questi inutili spaccati di vite che non sono la vostra?

 Per arrivare al vero punto della faccenda: per tutti gli italiani non usualmente appassionati di calcio, come me, che a stento ne capiscono le regole, i mondiali non sono tanto una gara sportiva quanto un insieme di ricordi. E' più semplice fissare nella memoria qualcosa legato a un momento comune.

E  poi, siamo poi completamente certi che lo sport sia una sciocchezzuola senza veri legami col presente? Una distrazione dalle cose importanti, avulsa dal corso della storia?
 Non proprio. Non sempre. Ho raccolto alcuni libri che dimostrano come calcio e storia si siano incrociati, dolorosamente, qui e lì.

Non ci credete? Let's go!


DALLO SCUDETTO AD AUSCHWITZ di Matteo Marani ed. Imprimatur:

 In questi tempi di revisionismo storico, in cui si cerca di far passare  nazisti e fascisti per poveri perseguitati della libertà di parola e non per gente che si rifà a regimi che hanno causato lo sterminio calcolato di milioni di persone, una guerra mondiale e un'Europa ridotta in macerie, fa bene ricordare la storia di Arpad Weisz.

 Forse, infatti, non tutti sanno che l'allenatore più giovane a vincere uno scudetto italiano fu proprio lui, a trentaquattro anni, ex calciatore ungherese, con l'Ambrosiana.

 Ma andiamo con ordine.

  Il buon Arpad nasce nel 1896 in un paese vicino a Budapest. Crescendo dimostra di saper giocare a calcio, viene anche convocato in nazionale e inizia a giocare in alcune squadre italiane finché un infortunio lo blocca.

 Scopre però di saper allenare e, sostenuto dalla moglie, iniziano i successi culminati nello scudetto dell'Ambrosiana. MA.
 Ci sono, purtroppo, due MA grossi come una capanna nella vita di Arpad: è ebreo e in Italia c'è il regime fascista.

 Quando vengono promulgate le leggi razziali (sì, proprio quelle che adesso qualcuno cerca di farci credere che furono uno scherzetto da niente), è costretto a riparare in Olanda assieme alla moglie ai figli. Lì ricomincia ad allenare, ma la mano lunga del nazifascismo lo raggiunge infine nel 1942.

 Deportati ad Auschwitz, i figli e la moglie verranno subito uccisi nelle camere a gas, mentre lui vivrà ancora 15 mesi in un altro campo di concentramento prima di esservi riportato e assassinato nel gennaio del 1944.

 Esiste un libro con la sua storia, "Dallo scudetto ad Auschwitz" di Matteo Marani ed. Imprimatur e, proprio in questi giorni, è uscita una graphic novel a lui dedicata, "Arpad Weisz e il littoriale" di Matteo Matteucci ed. Minerva.

 E' MOLTO BENE rinfrescarsi la memoria dei tempi andati e delle vittime che ha mietuto.


LA SQUADRA SPEZZATA di Luigi Bolognini ed. 66thand2nd:

 Più dell'esclusione dal mondiale fu questo libro nello specifico a darmi l'idea per questo post (sì, parecchio e parecchio tempo fa, c'è un grande limbo dove galleggiano decine di post ipotetici).

 Negli anni '50 la nazionale ungherese era fortissima, imbattuta per 28 partite e 4 anni fino alla finale dei mondiali del 1954 giocati in Svizzera.

 Durante l'ultima partita, a Berna, persero 3 a 2 contro la Germania Ovest (praticamente lo smacco definitivo in tempi di guerra fredda) e non ci fu nessuna rivincita negli anni successivi.

 Nel 1956 infatti i carri armati sovietici invasero Budapest per sedare l'insurrezione antisovietica causando morti, feriti e profondi strascichi politici e sociali nel paese magiaro antisovietico e socialista al tempo stesso (come anche lo stesso protagonista di questo romanzo di docufiction).

 Cosa c'entra la rivoluzione con la nazionale ungherese? 

 Molti tra i giocatori migliori militavano nell'Hònved, squadra che nei giorni dell'insurrezione si trovava in Spagna per una partita della coppa dei campioni.

 I giocatori, alla luce delle tristi notizie ad est, rifiutarono di tornare e rimasero in occidente nonostante l'Uefa  finisse per squalificarli tutti per due anni.

 Il più famoso di loro, Ferenc Puskàs, riuscì a tornare ai mondiali, nel 1962, nella nazionale spagnola dopo l'avvenuta naturalizzazione. Aveva troppi anni di più e la Spagna non andò oltre i gironi.


L'ULTIMO RIGORE DI FARUK di Gigi Riva ed. Sellerio:

 Il Faruk del titolo era Faruk Hadzibegic, capitano della nazionale iugoslava che calciò (male) il calcio di rigore decisivo ai quarti di finale Argentina-Jugoslavia di Italia 1990.

 La nazionale iugoslava perse e due anni dopo non esisteva più, assieme al paese, mai vero paese, che dopo la morte di Tito aveva iniziato ad agitarsi fino a correre verso la sanguinosissima guerra civile.

 Non ricordo ovviamente nulla di questa partita e ho un'insieme di immagini angosciose della guerra civile nei balcani. 

 Ricordo le letture a scuola, i servizi al telegiornale, le signore che chiedevano l'elemosina in metropolitana dicendo di venire alla Bosnia e la confusa sensazione che un giorno le bombe sarebbero arrivate anche da noi.

 Ma nel 1990 la Iugoslavia era ancora una nazione e aveva ancora una nazionale e l'interrogativo di Riva è: se Faruk non avesse sbagliato quel rigore, se la nazionale avesse vinto i mondiali, si sarebbe potuta evitare se non rimandare la guerra?

 La nazionale, come anche il tifo degli ultras, era già frantumata in mille pezzi che non combaciavano: croati, serbi, bosniaci, montenegrini, musulmani, cristiani.
  Ma in effetti se c'è una cosa che gli eventi sportivi e l'uso politico che molti ne hanno fatto (come si vedrà poi nel libro seguente) ci hanno insegnato è che c'è una stretta correlazione tra un evento sportivo nazionale e nazionalismo.

 Una vittoria di una nazionale composta da tutte le parti di una nazione avrebbe contribuito a far rinascere un forte spirito nazionalista?
 Ho i miei serissimi dubbi in proposito. Faruk, almeno a mio parere, può dormire tutti i sogni tranquilli che desidera.


I MONDIALI DELLA VERGOGNA di Pablo Llonto ed. Alegre:

1978. Argentina.
 Due anni prima un colpo di stato militare aveva deposto Isabel Peròn, vicepresidente e moglie del defunto presidente Juan Domingon Peròn, e aveva instaurato una dittatura con a capo il generale Jorge Rafael Videla.

 Il regime, di stampo fascista, mirò con ogni mezzo alla soppressione di qualsiasi movimento democratico (con particolare repulsione verso le istanze comuniste), facendo un ampio uso di violenze, torture, rapimenti e uccisioni di oppositori (spesso mai più ritrovati, i famosi desaparecidos).

 Per citare solo una delle sue innumerevoli vittime, cadde sotto i suoi colpi anche il fumettista Héctor Oesterheld, l'inventore de "L'Eternauta", rapito e ucciso come anche le sue quattro figlie (di cui due in avanzato stato di gravidanza).

 Come ogni regime fascista che si rispetti, anche quello argentino faceva leva sempre sugli stessi capisaldi: nazionalismo esasperato e glorificato in primis.

 E il mondiale che l'Argentina ospitò e vinse fu l'emblema sportivo del modo in cui il mondo si comportò con la dittatura argentina: accontentandosi di una verità di facciata che rendeva la vita più semplice a tutti.

 Mentre i dissidenti continuavano ad essere catturati e uccisi, il mondo celebrava una festa sportiva che di festoso aveva ben poco, contribuendo a legittimare un regime la cui immagine usciva splendente.

 Li chiamano i fascisti in doppiopetto, quelli che hanno la faccia pulita davanti e il manganello dietro la schiena

 E il mondo li applaudì molto quei mondiali del 1978 che contribuirono a un'ondata nazionalista di cui il paese non aveva certo ulteriore bisogno.
  Del resto è semplice voltare le spalle all'orrore e fingere che non esista nessun centro di detenzione e torture nella Scuola meccanica dell'esercito, a poca distanza da uno stadio pieno ed entusiasta.

 Per vergognarci un po' tutti insieme e metterci in guardia sulla deriva del nostro presente, si può leggere il libro "I mondiali della vergogna" di Pablo Llonto ed. Alegre.


 E ora? Pensate ancora che i mondiali siano una facezia in confronto ai "veri problemi" del mondo?


giovedì 10 novembre 2016

Sogniamo o siam desti? Mentre l'Europa dorme e Trump diventa presidente degli Stati Uniti dovremmo volgere uno sguardo al passato, tra Leigh Fermor e Leavitt in quei foschi anni '30 così simili ai nostri.

 In questi tempi oscuri, mi sono appassionata anche io, fatalmente, a tutti quei film e serie tv che hanno come tema il periodo inglese diciamo post-vittoriano.

Sono diventata una grande fan di "Downton Abbey" e adesso (ma veleggiamo già su epoche successive) sono fall in love per "The Crown" che narra le avventure di una giovane Elisabetta II.
 Sto sviluppando, in contemporanea, anche un certo interesse per i libri inglesi ed è capitato che trovassi al banco dell'usato della festa dell'Unità, "Mentre l'Inghilterra dorme" di David Leavitt.

 Il libro è ambientato durante gli anni '30 esattamente tra le due guerre.

 La Spagna è un focolaio che attira giovani di tutta Europa per parteggiare per i fascisti o per i repubblicani anarchici e/o comunisti resistenti e una certa ombra cupa sta calando sul vecchio continente.
 La storia, straziante, si concentra su un amore tra due ragazzi, Brian benestante e dandy con aspirazioni scrittorie ed Edward un bellissimo ragazzo di estrazione sociale minore, avido lettore, appassionato di treni e molto molto dolce.

 Mi direte voi: no vabbeh, la classica storia d'amore travagliata con le famiglie che dividono i giovani, il finale etero e il rimpianto.

 No. L'idea interessante di Leavitt (che da quel che ho letto si è ispirato a un episodio reale della vita del poeta Stephen Spender) è che nulla si opponga a questo amore se non quel senso di vaga insoddisfazione del quotidiano che spesso distrugge le coppie migliori.

 C'è sempre il fatidico frangente in cui alla passione segue un amore più quieto, certe volte tanto quieto da chiedersi se è ancora amore.

Sembrerebbe facile rispondersi o almeno nei romanzi rosa lo è: lo (o la) amo ancora o no? E la risposta o sorge spontanea dal cuore o arriva come un'epifania improvvisa.
  Tuttavia noi tutti sappiamo che quasi mai accade e capire dove si perda l'amore nelle sterminate praterie della routine non è così semplice.

 Talvolta si tira avanti in eterno una relazione ormai finita perché non si riesce a lasciar andare e a smettere di sperare, altre volte si decide di rompere per poi rendersi conto che l'amore era lì, ancora intatto, solo che non sapevamo vederlo.

 E' questo secondo caso che colpisce il protagonista del libro, una sorta di stordita cecità dovuta in parte alla giovane età, in parte alla pavidità verso il suo futuro.

 Intendiamoci, una comprensibile pavidità: in un'Inghilterra in l'omosessualità era reato (cosa per cui andò in carcere Wilde e si suicidò dopo "cure ormonali" il povero Turing) l'idea di un matrimonio eterosessuale di convenienza con una donna non spiacevole e stimolante a livello intellettuale (come era ad esempio la moglie di Wilde), era un'opzione molto allettante.

 Ed è la via che intraprende Brian prima di un brusco risveglio che giunge con quel tragico attimo di ritardo.

 Nel momento in cui le nebbie si dissipano ed arriva il coraggio di capire, riconoscere e combattere per il proprio grande amore, il grande amore se n'è andato troppo lontano da noi.
 Nella Spagna in piena guerra civile precisamente.

 Ora, questa poteva essere la recensione sulla tragicità dell'amore e la caducità delle relazioni, ma il titolo ci conduce verso un'altra strada: "Mentre l'Inghilterra dorme".


Che sonno sta dormendo l'Inghilterra? Quello dei mostri. 
 Sono gli anni dell'avanzata del fascismo e del nazismo e l'Inghilterra se ne sta rintanata nel suo guscio, convinta che tutto sia troppo lontano nel tempo, nello spazio e nel pensiero, perché i disastri politici continentali possano avere un effetto anche su di lei.

 La Spagna è in preda a una guerra civile? Rimaniamo a guardare come finisce.
 Hitler e Mussolini stanno praticando una cultura liberticida e instaurando un regime (col favore delle masse bene inteso?)? E vabbeh, fatti loro.
 Foschi presagi avanzano, ma l'Inghilterra preferisce dormire e non capire. Si dedica alla sua routine, certa che nulla volgerà alla catastrofe e tutto, in qualche modo si risolverà.

 Quando ero alle superiori mi chiedevo sempre, studiando, davanti all'evidenza del delirio in cui l'Europa stava scivolando all'alba della seconda guerra mondiale, come nessuno si fosse reso conto della corsa verso l'inferno?

 Rimasi altrettanto basita quando lessi l'autobiografia di Simone de Beauvoir che cadde letteralmente dal pero quando la Francia entrò in guerra. Si domandava, attonita, come fosse potuto accadere letteralmente da un giorno all'altro (basti pensare che sua sorella era partita due giorni prima per il Portogallo e non riuscì a tornare per sei anni a causa delle frontiere chiuse).
 Pensavo "Simone, tanto intelligente e tanto stordita?".

 Poi questi ultimi anni mi hanno aperto gli occhi. 

 Una Crimea ripresa lì, un colpo di stato con conseguente repressione e liste di proscrizione lì, una Brexit là, una spolverata di Le Pen laggiù e infine, da ieri. un inquietante miliardario in aria di suprematismo bianco, sessista e xenofobo che governa una delle nazioni più potenti del mondo.

 Ok, l'Inghilterra dormiva, ma non mi sembra che noi siamo tanto svegli.

Certo la situazione probabilmente non peggiorerà, certo finirà tutto per il meglio, ma se prendete un libro di Leigh Fermor, "Tempo di regali" vi stupirà scoprire inquietanti analogie.

 Leigh Fermor era un giovane studente inglese, quando nel 1933 mise lo zaino in spalla e decise di percorrere l'Europa a piedi, fino ad arrivare a Costantinopoli.
 Armato di passaporto, zaino e ottima volontà, aveva grandi speranze e l'energia positiva tipica dei diciottenni che si aspettano solo il meglio dalla vita.

 Il viaggio durò due splendidi anni e Leigh Fermor trasse ben tre libri sulla sua esperienza: "Tempo di regali", "Fra i boschi e l'acqua" e "La strada interrotta".

 La cosa più interessante è la curiosa ombra che accompagna l'autore nei suoi vagabondaggi.
 Carico di entusiasmo si addentra in un'Europa che sta scoprendo il nazionalismo più spinto, che chiude le frontiere e diffida di ogni vicino.

 Spensierato studente, viene ancora accolto con ospitalità e gentilezza, ma  la sensazione, chiarissima, è che sia l'ultimo ospite.
  L'Europa si sta trasformando in Mordor, "ove l'ombra cupa scende" e i suoi abitanti sono in preda a una confusione politica che trasforma in un batter d'occhio comunisti convinti in fascisti fanatici.

 Un episodio in particolare mi sembra agghiacciante nel descrivere l'oblio nel quale si stava eclissando il vecchio continente. 

 Hitler è salito al poter e nel resto d'Europa imperversa una certa antipatia nei suoi confronti che rimane però cauta e perplessa, Leigh Fermor che si trova in Germania, scrive questo:

 "In una di quelle città del Reno di cui non ricordo il nome, riuscii a farmi un'idea di quanto rapido fosse stato il cambiamento per molti tedeschi 
A tarda notte, in un bar frequentato da lavoratori, avevo fatto amicizia con diversi operai in tuta che avevano appena terminato il loro turno. Avevano più o meno la mia età e uno di loro, un tipo divertente e un po' clownesco, mi propose  di sistemarmi per la notte a casa sua [...] 
 La sua uniforme delle S.A. perfettamente stirata era appesa a a una stampella. Mi illustrò questi oggetti di culto con zelo feticista tenendo per ultimo il pezzo forte della collezione. Era una pistola automatica, un parabellum Luger credo, attentamente oliato e avvolto in un tessuto impermeabile [...]
Quando feci notare che l'ambiente era alquanto claustrofobico con tutta quella roba sulle pareti, rise, sedette sul letto, e disse: 
"Mensch! Avresti dovuto vedere cosa c'era l'anno scorso! Ti saresti fatto una risata! Allora erano  tutte bandiere rosse, stelle, falci e martelli, immagini di Lenin e Stalin lavoratori di tutto il mondo unitevi! 
Prendevo a pugni chiunque cantasse lo Horst Wessel Lied! Ero tutto Bandiera Rossa e Internazionale, allora! Non ero solo un sozi ero un kommi, ein echter Bolschewik!" 
 Salutò con il pugno chiuso. "Avresti dovuto vedermi! Scontri per strada! Riempivamo di botte i nazisti, come loro riempivano di botte noi. Ridevamo a crepapelle.  
Poi all'improvviso, quando Hitler salì al potere, capii che erano tutte stupidaggini e bugie. Mi resi conto che Adolf era l'uomo che faceva per me. All'improvviso!" 
 Schioccò le dita in aria "Ed eccomi qua."
 E gli amici di un tempo? chiesi. "Sono cambiati anche loro! - tutti quelli che hai incontrato al bar. Uno per uno! Adesso sono tutti nelle S.A."
E dunque un sacco di persone aveva fatto la stessa cosa?
Un sacco? Spalancò gli occhi.
 
"Milioni! Sono rimasto a bocca aperta, credimi, per la facilità con cui sono passati tutti dall'altra parte!". 
 Scosse la testa dubbioso per un attimo. Poi un ampio sorriso divise in due il suo volto, mentre faceva passare le pallottole da una mano all'altra come grani di un rosario."

 Paura eh? Se volete spaventarvi ancora di più vi lascio con un pezzo del libro di Leavitt (in tutto questo ho omesso di dirlo perché ovvio, scritto benissimo e molto molto struggente) che potrebbe metterci la pulce definitiva nell'orecchio.

 
Miguel de Unamuno
"A Burgos, Franco fu proclamato generalissimo.
 
Frattanto le nazioni europee, sotto la vergognosa guida di Anthony Eden, si attenevano al patto di non aggressione che Germania e Russia stavano violando sfacciatamente. 
 Per me il personaggio più triste di tutta la vicenda era il povero Unamuno, il vecchio rettore dell'università di Salamanca: simpatizzante nazionalista, un bel giorno si ritrovò a condividere un palco con il comandante della legione straniera spagnola, orbo da un occhio. 
 Quando i sostenitori dei legionari si misero a gridare "Viva la morte!" il vecchio umanista capì di non poterlo tollerare. Strappato il microfono al generale stupefatto, condannò lo slogan, affermando che, per vincere, era necessario fare opera di persuasione oltre che di conquista.
 "Morte all'intelligenza!" fu la risposta della folla"

Perciò, domandiamoci seriamente, stiamo sognano o siamo desti? 

venerdì 20 novembre 2015

Perché e quando la Quiet generation è diventata inquieta? Alcune riflessioni, immagino inutili, sui fatti di Parigi, sul perché dei giovani decidono di ucciderne altri, di lasciare un mondo che consideriamo perfetto, sulla crudeltà umana, sulla guerra civile spagnola e un enigmatico consenso.

 Devo dire che in questi giorni molto confusi e molto convulsi, a parte decidere di pubblicare la vignetta domenica, non ho scritto nessuna opinione rispetto a quanto avvenuto a Parigi (e alle sue conseguenze).
 
Poi non so, ho letto, come penso molti altri le vite dei miei praticamente tutti coetanei, uccisi al Bataclan e come già per la strage in Turchia qualche mese fa, di giovani che andavano a sostenere il popolo curdo, mi è presa una grande tristezza, e, anche se non era assolutamente necessario al mondo, ho deciso di scriverci in post.
  In questi giorni ho letto decine di editoriali, stati di fb, dichiarazioni di governi e alleanza, tentativi di analisi più o meno onesti.
 Mi hanno colpito due cose principalmente:
1) Nel 2001 ero abbastanza grande per ricordarmi come all'indomani la reazione emotiva e di odio fu molto più forte di quella odierna.
2) Nessuno ci sta capendo niente.
 Ovvio, non penso che comprendere le mille ragioni di una tragedia del genere, di ciò che ha portato tutti a questo punto sia una cosa facile. Potrei facilmente ricordarmi e ricordare tutte quelle inutilissime eppure affollatissime marce per la pace a cui ho partecipato al liceo. Potrei ricordare che si andò insensatamente a destabilizzare regioni che non andavano destabilizzate perché gli americani (e questa è una loro colpa collettiva) sono incapaci di votare presidenti degni di questo nome e potrei anche riportare alla memoria una strage che assurdamente nessuno ricorda.
 Non è la prima volta che l'Europa viene colpita, ce la vogliamo ricordare la strage del 2004 in Spagna? Quasi 200 persone morte sui treni dei pendolari? Perché io sì, e undici  anni siamo di nuovo qui e pure peggio di prima, visto che mezzo Nordafrica è in fiamme.
 Allora, se ci si mette a ricercare le grandi verità storiche e geopolitiche è ovvio che al nocciolo non solo non ci arriveremo mai, ma pure se dovessimo arrivarci (e a me pare che nessuno ci vada manco vicino, mi ricordo una presentazione di Loretta Napoleoni a cui ho partecipato in cui lei faceva un quadro politico-economico internazionale che pareva inattaccabile concludendo che l'Isis voleva solo un suo stato e mai avrebbe fatto attentati), non penso che sarebbe comunque facilmente risolvibile.
 Ho un'idea della realtà un po' più complessa di quella enunciata da alcuni nostri politici e non politici che confondono videogioco e realtà e inneggiano a bombardamenti definitivi, ignorando, oltre a una serie di regole diplomatiche e di tensioni internazionali un dato ineluttabile: l'Isis è tra noi non perché i terroristi si nascondano infingardi nelle orde di profughi che arrivano, Isis è tra noi, perché alcuni di noi, europei, giovani principalmente, si lasciano affascinare o rapire da un regime religioso (o come vogliamo definirlo), come quello che propongono.
 Se posso dire la mia, in tutti gli articoli che ho letto ho trovato tre enormi e gravissime mancanze, davvero enormi in confronto a quella che è stata la storia europea che ha già conosciuto regimi totalitari, liberticidi, crudeli e annichilenti.
  1.  Ci si concentra enormemente sulla religione di appartenenza e quasi per niente su ciò che questa religione può voler dire per questi individui al di là del sacro.
  2.  Il discorso è completamente slegato da qualsiasi riflessione economica.
  3.  Non si guarda indietro al nostro passato se non in modo confuso e particolaristico senza riuscire a mettere insieme gli elementi in un quadro di insieme.
 Perché dunque, questi giovani coetanei dei giovani che hanno ucciso, trovano affascinante una sirena di violenza, sangue e religione?
 La mia opinione è che gli esseri umani siano in gran parte delle persone incredibilmente deboli e rancorose. Lo dimostrano tutti i giorni e lo hanno dimostrato in ogni momento buio della storia e non fingiamo, sono stati tanti: il desiderio di dimostrare la propria superiorità sui propri simili è sempre stato gigantesco.
 Le religioni e i regimi totalitari hanno questa grande somiglianza: sono totalizzanti. Ti portano una ricetta già pronta e ti dicono: se seguirai le mie regole e le mie indicazioni, non solo non avrai nulla da temere, ma sarai anche legittimato a sentirti superiore al prossimo e a perseguitarlo. Non tutte lo fanno così esplicitamente, ma se neghiamo un dato così enorme alla base allora non si capisce niente.
In "Persepolis" di Marjane Satrapi ci sono
alcuni episodi rivelatori del sentire comune.
La famiglia che si para vestita di tutto punto
come se fossero sempre stati ferventi credenti
quando prima non gliene importava nulla, perché
questo li rende socialmente preminenti. O l'uomo
che vieta il viaggio per l'operazione al cuore al
parente di Marjane. 
 Questa è una cosa che si comprende molto bene quando, per qualche motivo, si è minoranza perseguitata. Per perseguitata non intendo necessariamente uccisa o costretta a nascondersi, ci sono altre forme, più in sintonia con il nostro vivere democratico: si chiama tolleranza. E' il grande favore che quella parte di popolazione che, per qualche motivo (economico o semplicemente numerico per dire) è in una condizione di superiorità rispetto ad altri, fa a questi altri. Io ti tollero, ma ricordati che ti sono superiore.
 Non mi sono mai illusa sull'intima bontà degli esseri umani. A parer mio, negli uomini c'è un'enorme la tendenza alla sopraffazione dell'altro, complicata da propensione alla vanità che necessita di un bisogno di riconoscimento da parte di altri di questa superiorità. La conquista più grande della civiltà è, a parer mio, riuscire a educare gli esseri umani a non sentire questa necessità. Ovviamente questa è la parte più difficile. 
E qui veniamo ad un altro punto che molti analisti hanno considerato solo in parte. Non so perchè. L'età di tutti i coinvolti: i terroristi e le vittime dei terroristi. Sono quasi coetanei e vanno in una fascia d'età che varia principalmente dai 25 ai 35 anni. Si potrebbe definire anche un fatto generazionale. 
Manifesto per l'arruolamento di volontari
francesi per il fronte popolare nella guerra
civile spagnola
Tutti a chiedersi:
capiamo un siriano che ne ha viste di cotte e di crude, un iracheno che si è sentito invaso, un libico che si è trovato confuso, ma chi glielo fa fare ad un giovane cresciuto in Europa, con uno stile di vita occidentale, libero, pieno di possibilità, con welfare che ha le sue falle, ma comunque esiste ad andare a farsi ammazzare (e ammazzare) in Siria? O, nel caso delle donne, a ricoprirsi di dodici strati di velo e finire a fare anche le schiave sessuali?
 Dunque, ricordo che sono anni che ogni tre per due, più di un sociologo ha cercato di fare il colpaccio tentando di trovare una definizione a effetto per definire la mia generazione. Finì che qualcuno decise che eravamo i Millennials, ma ricordo che per un periodo andò di moda anche "Quiet generation", la generazione tranquilla.
 Ci vedevo un velo di disprezzo, noi in fondo bambagiati, in fondo vezzeggiati, in fondo così viziati da non avere le forze o la voglia di mutare nessuna delle situazioni spiacevoli del nostro tempo. Che poi, non avevamo neanche il diritto di dire che essere sfruttati lavorativamente era spiacevole, che il sistema capitalista stesse partorendo mostri sempre più giganteschi, che le disuguaglianze sociali crescevano in modo esponenziale, che davvero forse eravamo bambagiati, ma avevamo davvero meno possibilità dei baby boomers. La nostra era comunque la migliore delle epoche storiche.
 Così la quiet generation stava zitta, ma a quanto pareva non lo era poi tanto.
 Ci sono dei periodi storici che vanno a risacca, si accumula si accumula si accumula e poi ad un certo punto parte come un elastico di colpo. Non erano forse giovani quelli che fecero la marcia su Roma? Non c'erano centinaia di interventisti ventenni durante la prima guerra mondiale? Non vennero ragazzi e ragazze da tutto il mondo a combattere su entrambi i fronti una guerra civile che si svolse sanguinosissima in Spagna negli anni '30? Una popolazione dilaniata e frotte di giovani che affluivano da tutta Europa e certo non solo per aiutare il fronte popolare. E ancora giovani pronti ad immolarsi durante la rivoluzione di Mao, la stessa gioventù nazista.
 Le condizioni storiche erano diverse, ma l'età era la stessa. E allora, cosa fa sì che ogni tot di tempo generazioni che sembravano tanto quiete si scoprano improvvisamente inquiete, agitate da incubi che non credevano di avere?
C'è un libro che secondo me è rivelatore e ci risponde senza cercare troppe scuse. Si chiama "Hitler e l'enigma del consenso", un saggio di Ian Kershaw sull'inquietante adesione quasi totale del popolo tedesco al regime nazista. Cosa spinse un intero popolo verso un delirio di sangue e onnipotenza che nulla lasciava presagire?
 Le stesse cose predette: insoddisfazione, frustrazione dopo i trattati della prima guerra mondiale che vedevano pesanti ripercussioni economiche e morali su una nazione orgogliosa. Il terreno era fertile perché qualcuno in grado di proporre "un'idea" che aggregasse e ispirasse le masse stanche e nervose trovasse consenso.
 Ne trovò fin troppo visto che la Germania non ha praticamente avuto resistenza, e ad ogni livello sociale, segno che non era solo un'oligarchia a guidare o una popolazione dal basso a richiedere. Tutti si lasciarono trascinare per una serie di motivi che si annodarono al punto da rendere possibile l'orrore.
 Ora tutto riappare, come una gigantesca trappola. Quindici anni fa c'erano dimostrazioni di proporzioni epiche contro la globalizzazione, un fenomeno che sconcertava, sui quali ci si interrogava, le coi conseguenze sgomentavano. Poi, qualche repressione qui e lì e tutto è sparito.
 Ma ne sono svaniti gli effetti? Una società che collassa a più livelli, la sparizione di punti di riferimento, un mondo con distanze sempre più brevi e certezze ormai sempre più inesistenti e generazioni precedenti che si appoggiano alle successive con un peso enorme. Il tutto mentre un'economia di mercato sempre più spinta e un individualismo sempre più gigantesco ci suggerivano che tutti gli -ismi erano uguali, tutti sbagliati, la causa unica dei mali del mondo.
 Così ogni volta che si provava ad avanzare un'opinione diversa, un'obiezione, ci si sentiva rispondere "E' già successo, abbiamo già visto. E' inutile che credi in questo, è inutile che lotti, è inutile che provi a cambiare. Piuttosto, adattati a questo sistema che dona ricchezza a tutti, se solo quei tutti si impegnano e vogliono".
 Ma era una menzogna. Perché non solo non è vero che tutti possono accedere davvero alla ricchezza, ma non è neanche la ricchezza la misura giusta delle nostre vite (e qui vado citando un saggio scritto a più mani da Sen, Fitoussi e Stielgliz "La misura sbagliata delle nostre vite").
  E così il risentimento si monta a smarrimento in persone molto fragili, socialmente svantaggiate, strette nelle maglie molto pretenziose e  mentre in altre, frustrate da una mancanza di riconoscimento  o semplicemente ansiose di dimostrare la propria superiorità (non fingiamo che non sia anche un nostro problema, l'omofobia, la violenza contro le donne, hanno tutte la stessa radice: la volontà di imporre la propria supremazia frustrata su qualcuno che riteniamo inferiore) è scusa per testare e comprovare la propria onnipotenza.
Gerda Taro 
  In questo senso credo che lo stesso martirio, la volontà di morire dopotutto giovani in guerra, ne faccia parte: per morire bisogna avere una determinazione fortissima, e il desiderio di annientare l'altro può essere un deterrente abbastanza vanaglorioso e potente. 
 E perché prendersela coi propri coetanei o quasi?
 Perché ogni guerra ha un preciso nemico, e in questo caso è un doppio. Un doppio verso il quale si provano sentimenti ambivalenti, perché ricorda tutti i giorni la possibilità se non di un'altra vita, di un'altra scelta che, in un regime totalitario e fanatico non può e non deve esistere. E' qualcuno con cui condividiamo l'appartenenza alla stessa generazione, qualcuno a cui, volenti o nolenti siamo legati e con cui, volenti o nolenti dobbiamo confrontarci.
Uno dei pochi articoli che mi è piaciuto di questi giorni titolava "Ora siamo noi i nostri padri", nel senso che per anni abbiamo campato sulle conquiste delle generazioni passate e ora dobbiamo lottare per mantenerle.
 Ecco, io penso che sarebbe stato più giusto dire "Ora siamo noi i nostri nonni", perché sono stati loro a ricostruire qualcosa di buono dopo la seconda guerra mondiale, nell'intento che tutto ciò non tornasse mai più. Hanno costruito un'Europa che si basasse sulla fratellanza e non possiamo dire, viste le innumerevoli nazionalità dei ragazzi del Bataclan, che non ci siano riusciti.
 Ma poi la ricostruzione si è interrotta, tante cose sono rimaste a metà in tutto il mondo. La strage di Suruc, in Turchia, che ha visto l'uccisione, a opera di un kamikaze di 18 anni, di 32 ragazzi della federazione dei giovani socialisti in partenza per alcune opere sociali verso Kobane è anch'essa figlia di questa interruzione.
 C'è bisogno di una grandissima forza di volontà per distruggere quel bisogno di sopraffazione del prossimo, di vanità, di imposizione delle nostre regole agli altri e passa, in primo luogo, per l'autocritica, per la comprensione dell'enormità di ciò che stiamo facendo. 
Uno degli ultimi selfie dei ragazzi uccisi a Suruc
 La generazione quieta non lo era poi così tanto, e ora, anche secondo me, dovremmo portare il fardello di reggere l'enormità del colpo subito, il tentativo di destabilizzare il mondo che abbiamo sempre conosciuto. E magari migliorarlo, perché il nostro non è più il migliore dei mondi possibile.
 E per me, la base molto più che religiosa è sempre economica.
 Finché non esisterà un mondo economicamente giusto, ci saranno sempre sirene di guerra che trascineranno i tanti smarriti o fragili o, non prendiamoci in giro, anche gli ansiosi di essere crudeli, a cui sembra di sentire finalmente una voce, una direzione, una causa.
 Il modo per lasciare, secondo loro, il loro segno sul mondo.

Dunque, volevo citare molti libri, ma alla fine, per quanto lungo e contorto sia stato il post, non sono riuscita a citarne nessuno. Di seguito, quelli che avevo in mente:
- "L'enigma del consenso"
- "Persepolis" di Marjane Satrapi 
- "La banalità del male" di Hanna Arendt
- "L'uccisore" racconto di Eraldo Baldini
- "Gerda Taro. Una fotografa nella guerra civile spagnola" di Irme Schaber
-  "La guerra civile spagnola" di Paul Preston

Continuo a ricordare che questo mio post tanto lungo, quanto penso inutile, non vuole indagare le cause di una guerra, ma i motivi di alcune decisioni. E, soprattutto, non ho alcuna pretesa di aver ragione. Vorrei solo capire.

domenica 26 aprile 2015

Quattro letture per il 25 Aprile, il giorno in cui l'Italia vide la fine di un incubo (di cui fu ampiamente connivente) durato più di vent'anni. Dai singoli ad un intero popolo che seppero dire NO, dal coraggio immenso delle donne al sacrificio estremo di sette fratelli, per non dimenticare mai.

 Ieri è stato il 70esimo anniversario della Liberazione, un 25 Aprile che pare tanto lontano, ma era a malapena due generazioni fa. 
Quest'anno grande pubblicità è stata stranamente fatta in tv, dopo anni in cui dovevi quasi vergognarti a festeggiare una ricorrenza fondante della storia d'Italia. All'inizio ero sorpresa piacevolmente, poi ho iniziato a notare che si parlava di festa per la libertà, liberi da tutti i regimi, tutte le dittature, tutto misto, di tutto un po'.
 Insomma, il 25 Aprile non è come il primo Maggio, generica festa di tutti i lavoratori. 
 Il 25 aprile l'Italia si liberò con l'aiuto degli alleati, ma anche con una sollevazione popolare da parte di giovani coraggiosi cresciuti sotto il regime fascista che seppero vedere oltre l'indottrinamento, di antifascisti perseguitati o costretti a nascondersi durante il ventennio, di tante persone che dopo anni di connivenza si svegliarono improvvisamente (un po' troppo come fa notare il Pertini di Paz: "Prima della liberazione eravamo 4 ora siamo 40 milioni"), ecco l'Italia si liberò da un regime ben preciso: quello fascista.
 Anni di revisionismo ci hanno consegnato leggende come "Il cattivo tedesco e il bravo italiano", titolo anche di un bel libro della Laterza by Filippo Focardi.
 Il concetto era che: ok, i fascisti c'erano, ma era una roba all'acqua di rose, mica come il nazismo, il nostro era un regimetto così, una farloccata durante la quale i treni arrivavano in orario, è stata fatta la riforma della scuola da Gentile e le leggi razziali ci furono imposte, ma non è che ci credevamo davvero.
Andrea Pazienza ovviamente
Beh, che qualcuno informi gli ebrei del ghetto di Roma a cui venne fatto credere che spogliandosi di tutto il loro oro avrebbero avuto salva la vita e invece sono stati prima depredati e poi deportati in massa. Mi sa che loro alla storiella non ci credono.
 Comunque codesto non è un post per analizzare la storiografia della resistenza, ma per proporre delle letture ad hoc per la celebrazione.
 Lo dedico idealmente al partigiano a cui era intitolato il mio liceo.
 Il primo preside, curiosamente omonimo di un grande della letteratura italiana, aveva fatto la resistenza ed era molto amico di questo ragazzo che venne catturato, torturato e ucciso dai fascisti. Le tracce che rimasero di lui sono raccontate in "Lettere dei condannati a morte della resistenza italiana" ed. Einaudi: una scritta col sangue sul muro del carcere e una pagnotta rafferma su cui aveva scolpito un addio alla madre. Null'altro. Aveva 27 anni.

 Di seguito i miei consigli. Buone letture!

"PREFERIREI DI NO" di Giorgio Boatti ed. Einaudi: 
Fiumi di inchiostro si sono scritti sulla resistenza durante, un po' meno su quella prima. 
 Sappiamo di Matteotti, assassinato dopo il discorso in parlamento, del giovane Gobetti, morto per i postumi di un'aggressione fascista, dei fratelli Rosselli assassinati su mandato mentre erano rifugiati in Francia,  meno di altri  piccoli coraggiosi. 
 In "Preferirei di no" si narra la storia dei 12 professori che soli su 1250 ordinari all'università si rifiutarono di prestare giuramento al regime fascista
 Si trattava di: Francesco Ruffini, Mario Carrara, Lionello Venturi, Giorgio Errera, Vito Volterra, Giorgio Levi Della Vida, Edoardo Ruffini Avondo, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Ernesto Buonaiuti, Gaetano De Sanctis, Mario Carrara.
 Non erano gli antifascisti sovversivi e infuocati che si potrebbero immaginare, anzi, a molti professori segretamente comunisti e socialisti venne consigliato di giurare per continuare un'opera di resistenza all'interno dell'università onde evitare di lasciare il posto a soli professori convintamente fascisti.
  I 12 appartenevano a branche svariate e diversissime, dalla filosofia alla chimica, dalla matematica all'antropologia, tutti erano accomunati da uno spirito critico che impediva loro di cedere, anche solo per convenienza, (persero la cattedra, vennero ostracizzati dal mondo accademico e da quel momento furono ovviamente sorvegliati speciali), anche solo con intenti di eventuali resistenze accademiche sul lungo periodo, al giuramento. Dissero no.
 Mille furono i modi in cui si giustificarono i tanti, anche illustri, che dissero sì: alcuni "tenevano famiglia", altri temevano la povertà, altri lo consideravano un pro forma che non avrebbe modificato il loro insegnamento. Ma non era un pro forma dimostrare che era possibile, in qualche modo, fare i conti con la propria coscienza, sapersi caricare sulle spalle il rischio di opporsi a qualcosa che non potevano in nessun modo sopportare.
 E' una resistenza meno spettacolare, ma forse la più significativa: troppi si voltano dall'altra parte di fronte all'orrore dicendo che hanno qualcosa o qualcuno da proteggere. Alcune volte esistono cose che superano tutto questo, ed è riconoscerle che ci rende esseri umani degni di questo nome.

"IL POPOLO CHE DISSE NO" di Lidegaard Bo ed. Garzanti:  
Davvero in tutta Europa il nazismo attuò il suo piano di sterminio della popolazione ebraica senza che le nazioni riuscissero ad opporre una vera resistenza per timore di ritorsioni, connivenza, convenienza, terrore o menefreghismo? Non proprio.
  Hannah Arendt ne "La banalità del male" fa un elenco dei diversi modi in cui i cittadini dei vari stati si comportarono nei confronti delle leggi razziali e della deportazione degli ebrei e già lì vengono fuori molti e variegati distinguo. Ci furono però due casi molto particolari di popolazioni che trassero in salvo i loro concittadini ebrei: i bulgari (che impedirono con grandi manifestazioni ai tedeschi di deportare gli ebrei bloccando i treni su cui molti erano già stati fatti salire a forza) e i danesi. 
Su questi ultimi  è stato scritto un bel libro, "Il popolo che disse no" nel quale si porta alla luce il coraggio di un popolo che seppe salvare 6500 dei 7000 ebrei presenti sul territorio nazionale con una catena di solidarietà e resistenza che coinvolse tutti i cittadini fino al re Cristiano X di Danimarca.
  I danesi si erano lasciati invadere dai tedeschi con relativa tranquillità, non opponendo eccessiva resistenza, ricevendone tuttavia in cambio un trattamento meno duro di altri stati. 
 Svariati poteri erano inoltre lasciati al re in carica. 
 Cristiano X era un uomo autoritario, ma decisamente peculiare e astuto, che non si sottomise mai davvero ad Hitler: i numerosi aneddoti presentano infatti un sovrano che opponeva quella resistenza minima, ma decisiva per conservare la dignità della sua nazione.
 Due su tutti l'irrinunciabile giro in carrozza tra le vie della città per mostrarsi presente ai suoi sudditi e la crisi del telegramma (sostanzialmente Hitler gli aveva scritto un biglietto d'auguri per il compleanno lungo come un papiro e lui aveva risposto "Grazie mille ciao").
 La stessa dignità che mostrarono i danesi quando fu chiesto loro di consegnare gli ebrei: il popolo disse no. Quando la Germania chiese ai danesi di consegnare i loro ebrei, nessuno denunciò i propri concittadini e, nell'arco di due settimane, presi anzi una complessa rete che permise loro di migrare in Svezia o di nascondersi ai nazisti.
  Leggenda vuole che lo stesso re avesse fatto cucire la stella gialla di Davide sul bavero della sua giacca, ma è l'esagerazione di un frase comunque potente. Al primo ministro che gli chiedeva cosa avrebbero fatto se i nazisti avessero chiesto agli ebrei danesi di girare con la stella di David, lui rispose "Allora la indosseremo tutti". Anche i 500 che vennero comunque deportati non furono lasciati al loro destino: il governo danese fece pressioni e trattò perché essi gli venissero restituiti.
 Un episodio che dimostra come anche nelle condizioni più estreme si possa scegliere. E un popolo in coro scelse di dire no.

"UN FIORE CHE NON MUORE" di Ilenia Rossini ed. Red Star Press:
Per molti anni si è sminuito il peso attivo avuto dalle donne nella lotta partigiana , uno dei veri viatici fondamentali per l'evoluzione del ruolo femminile nell'arcaica società italiana.  Generalmente si attribuiva alla parte femminile della resistenza un ruolo minoritario, di supporto, come se comunque essere una staffetta o ospitare partigiani ricercati non fosse in qualche modo pericoloso, fondamentale o causa di eventuali torture e condanne a morte. 
 C'era invece una parte di supporto che era fondamentale e non secondaria, ma anche una parte femminile dedita ad azioni di battaglia sul campo. Finalmente negli ultimi anni sono andati in stampa vari libri sulle donne resistenti, come "La resistenza taciuta" ed. Bollati Boringhieri, sulle vite di dodici partigiane donne.
 Il libro che mi sento di consigliare per chi volesse avvicinarsi a questo argomento è però "Il fiore che non muore" perché permette di avere un primo approccio più generale, una sorta di introduzione all'argomento tramite tante piccole biografie, i comunicati dei Gruppi di Difesa della Donna, gli appelli alle donne resistenti delle varie città e altri documenti della resistenza dedicati specificatamente alla parte femminile a cui, finalmente, veniva riconosciuto un ruolo necessario, un'importanza mai raggiunta prima. 
Elsa Oliva
Molte sono le storie di queste ragazze, spesso giovanissime, che rischiavano la vita con uno sprezzo del pericolo inimmaginabile  (e a mio parere doppiamente inimmaginabile visto il modo in cui venivano educate le donne all'epoca).
 Su tutte spiccano alcune storie che lasciano a bocca aperta, come quella di Elsa Oliva che, giovanissima, appartenente ad una famiglia antifascista, iniziò ad impegnarsi nella resistenza con attività di supporto. Dopo l'armistizio, lavorando all'anagrafe di Bolzano, produsse numerosi certificati falsi che salvarono la vita ai militari deportati dai nazisti.
  Scoperta, venne catturata per essere processata in Germania, ma riuscì a fuggire e a raggiungere i suoi genitori a Domodossola. Tuttavia, poiché era ricercata dalle SS decise di unirsi al fratello partigiano sui monti. Qui, si impegna nella lotta in qualità di combattente e, dopo numerose operazioni, viene di nuovo catturata. Prima che venga emessa per lei una sentenza di morte, simula il suicidio riuscendo a fuggire con l'aiuto di alcuni religiosi per poi tornare alla lotta sulle montagne. Sopravvivrà infine alla guerra.
 Altre ragazze, coraggiose, non ce la fecero, come Norma Pratelli a cui il Corriere della Sera ha dedicato una piccola web series in questi giorni, torturata e uccisa dai nazifascisti il giorno prima della liberazione della sua cittadina, Massa Marittima. O come Edera Francesca De Giovanni che, partigiana, venne torturata e infine uccisa. A 21 anni questa ragazza prima di morire gridò ai suoi assassini: "Tremate!Anche una ragazza vi fa paura!"
E poi ci sono Iris Versari, Piera Galassi, Teresa Vergalli...Ancora non avete cercato il libro?

"I MIEI SETTE FIGLI" di Alcide Cervi ed. Einaudi: 

Per concludere questa rassegna non posso non citare il libro di Alcide Cervi, il padre dei sette celebri fratelli assassinati tutti insieme durante il regime fascista. Il loro rimane uno degli episodi più celebri della resistenza a causa del suo particolarmente epilogo drammatico.
 I fratelli Cervi appartenevano ad una famiglia contadina stanziata vicino Reggio Emilia e politicamente assai attiva. Socialisti convinti, erano impegnati sia in attività di resistenza attiva sia di supporto offrendo ospitalità a moltissimi partigiani.
 Catturati durante un rastrellamento fascista, furono uccisi tutti insieme per rappresaglia dopo che alcuni partigiani ebbero ucciso Davide Onfiani, segretario comunale di Bagnolo in Piano. Lasciarono alcuni figli che crebbe Alcide Cervi assieme alle nuore vedove poiché la madre dei Cervi morì nel giro di pochissimo di crepacuore.
 Nel libro, il padre dei Cervi rievoca le lotte politiche della sua famiglia sottolineando l'impegno sempre vivo dei suoi figli che si dividevano tra l'intenso lavoro nei campi a cui applicarono notevoli migliorie attraverso studi da autodidatti e la lotta antifascista. 
 Il padre, che li appoggiava pienamente, ricorda alcuni episodi di vita partigiana, i molti ragazzi nascosti e infine il tragico epilogo. Sopravvisse ai sette figli uccisi fino al 1970, quando novantacinquenne morì.
 Oltre al libro di Alcide Cervi, vari altri libri sono stati scritti sulla vicenda, fu dedicato loro un film con protagonista Gian Maria Volonté, Calamandrei scrisse la tragica epigrafe per la madre che non resse al dolore e nell'album "Appunti partigiani" dei Modena City Ramblers si può ascoltare "La pianura dei sette fratelli".

 Voi ne avete letto qualcuno? Quali suggerireste sull'argomento? 

mercoledì 5 febbraio 2014

Due piccoli libri per piccoli tragitti per interpretare l'inquietante follia dei nostri tempi. "La quarta Italia" di Joseph Roth e "Noi sognavamo un mondo diverso" di Germano Nicolini. Quando la storia si ripete.

In certi momenti mi sembra di essere nata in tempi particolarmente tetri. 
Siamo sospesi in questa strana epoca in cui una buona parte di quelli che ci governano sono degli ignoranti e contemporaneamente rischiamo il linciaggio su fb se non abbiamo dissertato in modo filosoficamente abbastanza elevato. L'altro giorno ho scritto su fb un fuggevole commento sul fascismo di mezza riga e sono stata assalita: quello era tutto ciò che sapevo sul fascismo? Certo che no, ma che senso ha mettermi a scrivere un trattato su un social network discutendo con gente che manco conosco e mai conoscerò? E come controbattere a gente che scrive quanto sia giusto bruciare un libro perché il giornalista che lo ha scritto ha “tradito”? Perché ho sempre di più la penosa sensazione che stiamo scivolando nel caos più completo?
Per trovare tracce di interpretazione dei nostri tempi folli oltre all'inquietante realtà, cerco di affidarmi ai libri ed è per questo che oggi propongo questi due piccoli libri adatti a piccoli tragitti: “La quarta Italia” di Joseph Roth ed. Castelvecchi, e “Noi sognavamo un mondo diverso” ed. Imprimatur di Germano Nicolini.
Il primo è composto da una serie di articoli che lo scrittore tedesco scrisse alla fine degli anni '20 per il giornale "Frankfurter Zeitung" Frutto di un reportage nell'Italia fascista, Roth, che viaggiando aveva visto già vari mirabili esempi di dittatura, strabilia ironico e perplesso davanti alla pericolosa idiozia di quella italiana. Sin dal suo arrivo in stazione, costellato da giovani fascisti vestiti di tutto punto, fieri e visibilissimi nelle loro uniformi perfette e quasi cinematografiche, spie in borghese comprese (in Russia il regime vegliava oppressivo, ma nell'ombra) Roth ravvisa l'infantilismo di un popolo.
“Queste spie sembrano provare un piacere ingenuo per la loro vistosità. Il loro metodo non è sorveglianza, ma intimidazione. Si stenta a credere che così tante persone in Italia si lascino ingannare dai provocatori che con tutta la loro pericolosità mi appaiono infantili.”
Lo straniamento è tale che Roth fatica eppure deve trovare una congruenza tra quello che sembra un set del cinema eppure è la realtà.
“Non avevo l'impressione di essere accolto dal romanticismo trasparente di un film poliziesco bensì da una pericolosa dura inesorabilità. Mi rifiuto di pensare che queste pistolette possano sparare. Eppure possono sparare.”
Ciò che continua a colpirlo nei giorni seguenti è l'indottrinamento delle giovani generazioni, convinte senza alcun dubbio dei meriti e degli ideali della causa fascista, ragazzi altezzosi che si gridano saluti fascisti per strada, piccoli balilla ammaestrati come uccellini. Il duce è ovunque, visibile e pressante, nelle librerie, per le strade, sui giornali. Ed è alla censura giornalistica che Roth dedica l'articolo più interessante. Lo scrittore riteneva infatti che Mussolini avesse imposto pesanti sanzioni agli editori ancor prima che ai giornalisti e una censura estrema perché la stampa libera era di sincero ostacolo alla manipolazione nazionale.
Coloro che con Mussolini sono dell'opinione che in realtà oggigiorno non esista una stampa veramente “libera”, che tutti o la maggior parte dei giornali dei paesi democratici appartengono a gruppi d'interesse economico e non sono dunque in grado di rappresentare incorrottamente il bene dell'opinione pubblica nazionale. Tutti coloro che con Mussolini sono dell'opinione che con l'odierna dipendenza dei giornali controllati dal capitale, solo i giornalisti controllati dalle autorità e le penne condannate a non esercitare alcuna critica, sono chiamati a rappresentare l'opinione pubblica, tutti loro dovrebbero solamente pensare a quei giorni in cui a quella disprezzata stampa “non libera” “legata al capitale” era quasi riuscito di scatenare una vera tempesta popolare contro Mussolini. In confronto alla quale la famosa “marcia su Roma” sarebbe rimasta un gioco da soldatini di piombo. Tanta ribellione un giornale è pur sempre ancora in grado di provocarla.
Il libro è piccolino, ma illuminante. Non solo storicamente il punto di vista del viaggiatore straniero è stato incredibilmente efficace nell'isolare le falle nei sistemi altrui, ma in questo caso è un vero, lungimirante, ironico eppur adeguatamente lucido, genio che ci ha fatto l'onore di affrescare un accecamento nazionale.
Il secondo piccolo libro, si collega spiritualmente al primo. E' l'intervista a Germano Nicolini, il celebre comandante Diavolo della resistenza, appartenente alla generazione di giovani successiva a quella raccontata da Roth, quella finita dritta nel carnaio della II guerra mondiale e ne uscì adeguatamente temprata. Se personalmente mi metto a pensare a qualche modello di vita che ci aiuti a ritrovare una retta via in questo delirio, non riesco a trovare nessuno di più plausibile di quella generazione lì che fu ormai dei nostri nonni e bisnonni.
Ciò che colpisce di questa intervista non sono tanto le avventure partigiane (che comunque vengono raccontate per credo volontà dell'intervistatore, il giornalista Massimo Storchi solo in minima parte), ma il dopoguerra. Emergono i tratti validi, valorosi e fermi di un mondo che disgraziatamente non esiste più. Non una mitica età dell'oro, ma un posto dove il senso del dovere e l'umanità non erano solo isolati atti eroici.
Il comandante partigiano Diavolo, al secolo Germano Nicolini, infatti, nel dopoguerra venne accusato dell'uccisione di un prete durante l'attività partigiana. Nonostante si sapesse chi fossero i veri responsabili venne incarcerato per dieci anni. Il partito gli propose due volte una fuga sicura nell'est, ma lui rifiutò e in carcere studiò alacremente economia. Una volta uscito iniziò a lavorare in una cooperativa, 
“Iniziai dall'apprendistato perché non avevo esperienza, ma me la sono cavata piuttosto bene fino ad arrivare al direttore di CopItalia, ma ho sempre mantenuto il mio attaccamento all'ideale cooperativo: la partecipazione aziendale era fondamentale, bisognava inserire nel processo decisionale il parere dei dipendenti. Quando ci fu da rivedere il contratto nazionale mi alzavo all'alba per fare i lavori più umili della filiera, andavo nei magazzini di ortofrutta a vedere come si lavorava. Ero nella commissione nazionale che trattava il nuovo accordo, dovevo sapere di cosa stavo parlando. La cosa ovviamente non piaceva. Chiedevamo “Ma chi te lo fa fare?”. Ma dovevo farlo. Il ruolo di chi lavorava era per me fondamentale. Io facevo così e credo fosse giusto, ma erano altri tempi.”
Tempi che, per quel che ho visto, lavorativamente io ormai sono praticamente fantascienza, ma forse perché era il classico momento di cambiamento e rivolgimento totale dopo una grande devastazione. Con foga Nicolini dice che:
 “Un sogno ce l'avevamo! Cioè il sogno di un miglioramento della vita [...]Si chiedeva il miglioramento della vita, perché la mia libertà è tale nel momento in cui porta con sé la libertà degli altri. Io non mi posso sentire libero se gli altri non sono nella mia stessa condizione, pur con delle differenze. La meritocrazia è necessaria certo: serve qualcosa che spinga al miglioramento, per poter far bene, per andare oltre all'incentivo economico, una soddisfazione morale.”
E cosa vede nel presente un simile uomo del secolo?
Avevo già citato la lettera di Ulivi
nella sua versione integrale nel post sui
libri che più mi avevano fatto piangere.
“Oggi questa nostra democrazia, tutt'ora zoppa e incompiuta sta vivendo un vuoto di potere politico molto rischioso, come dimostrano segni intollerabili di nostalgia del fascismo. E' politicamente delittuoso far finta di non vedere [...] Nei miei tanti incontri coi ragazzi delle scuole non tralascio mai di ricordare il monito di un giovane martire della resistenza modenese, Giacomo Ulivi, studente diciannovenne fucilato dai fascisti nel novembre del 1944. Prima dell'esecuzione, nella sua lettera agli amici, scrive: “No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto ciò è successo perché non ne avete più voluto sapere.” Esortazione a coloro che ancora oggi non ne vogliono più sapere e, sfiduciati, si ritraggono dalla lotta per quel mondo diverso che noi resistenti sognavamo.”

Dopo aver letto questo secondo piccolo libro penso di aver trovato una risposta, per quanto triste, al mio dilemma sulla follia dei nostri tempi. Non c'è direzione né logica perché non esiste più nulla di collettivo per cui sognare. Non interessa a troppi che l'altro sia libero, che tutti siano nella stessa condizione, che tutti migliorino la propria vita. Si vuole solo scavare scavare scavare alla ricerca di qualcosa per sé, della colpa, dello scaricamento di responsabilità per poter gridare “La colpa è tua, il resto è mio. Ridammi i miei soldi, il potere che mi hai tolto, il tesoro che hai rubato.”
La domanda è: per farci cosa? Per costruire cosa? Per ottenere cosa?

Nicolini e gli altri sognavano un mondo diverso, io per ora rivedo solo apparire le metaforiche, ridicole, poliziesche, infantili pistolette che facevano tanto sorridere eppur terrorizzavano Roth.
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