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martedì 15 giugno 2021

"Visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano". Una recensione di "L'acqua del lago non è mai dolce" di Giulia Caminito.

 Qualche anno fa, un'amica di Dolcemetà, dopo aver girato mezzo mondo era infine tornata a vivere nella propria sonnolenta cittadina natale, pronunciò una frase che all'epoca mi colpì molto e che infatti non era sua.

 Parlando della sua sonnolenta cittadina, dalla quale si era tenuta orgogliosamente alla larga per tanto tempo, disse che nonostante tutto era davvero difficile non provare un attaccamento forzato.

  “Sai com'è la storia, no?”, disse, “visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano.”

 Non sapevo all'epoca si trattasse di un verso di “Piccola città” di Guccini, una canzone che durante il lockdown mi ha letteralmente tormentato consumandomi di nostalgia. 

 Chiusa in casa, avevo una voglia disperata di tornare alla mia piccola città sul lago, Bracciano, una nostalgia struggente che non si è placata dopo la fine del periodo Covid più duro e che in un certo senso è stata determinante nella scelta di trasferirsi a Roma (anche se in verità è stato molto più destino che altro).

 Questo senso di attaccamento matto e disperatissimo è una delle cose che mi ha più colpito de “L'acqua del lago non è mai dolce” il libro di Giulia Caminito ed. Bompiani, (meritatamente nella cinquina dello Strega), ambientato ad Anguillara, uno dei tre paesi sdraiati sul lago di Bracciano.

 La storia, per stessa ammissione dell'autrice, non è autobiografica, ma alcuni personaggi ispirati, alcuni cenni, alcuni ricordi e di certo il suo attaccamento per il paese di Anguillara e il territorio lacustre in generale, lo sono e si capisce ad ogni riga.

 Lo dico subito, leggere questo libro, ambientato nel posto dove anche io sono cresciuta (e più o meno negli stessi anni visto che Giulia Caminito ha solo qualche anno in meno di me) è stata un'esperienza difficile e anche stranissima.

Ma qual è la trama del libro?

La storia racconta l'adolescenza e la giovinezza di Gaia, ragazza di basso ceto sociale, figlia di una donna volitiva e fortissima di nome Antonia. Ha tre fratelli e un padre che si è ritrovato con la schiena spezzata perché un giorno è caduto da un'impalcatura a nero e nessuno ha visto, sentito e denunciato.

 Antonia combatte con le unghie e con i denti per la propria famiglia e cerca da anni di farsi assegnare un alloggio popolare. La sua pratica passa di mano in mano fino ad arrivare nella mano giusta riuscendo così a ottenere una casa in un bel quartiere. 

 Troppo bello per gente come loro e sin da subito la famiglia si trova male, circondata dal sospetto dei vicini benestanti. Trova così il modo di scambiare il proprio alloggio con quello di una donna che ne ha avuto uno fuori città, ad Anguillara, un posto di provincia, ma non troppo, dove la vita costa meno e i figli forse si troverebbero meglio.

 L'avventura di Gaia inizia così, con gli stessi calcoli che fanno i molti romani che decidono di trasferirsi sul lago (principalmente ad Anguillara che Bracciano è terra di figli e nipoti dei militari dell'enorme scuola di Artiglieria locale, tipo me).

 Ma anche se a due passi dalla città, Anguillara è un paese, col suo microcosmo che solo chi è vissuto in un paese conosce e Gaia ci si tuffa come un pesce.

 Vive enormi amicizie, dolori feroci, estati avvolte nella canicola allietata dai tuffi estivi, le serate nei locali del lungolago, la noia delle giornate dove non rimane altro che passeggiare sulla riva o andare a Roma a fare qualche vasca, il maledetto treno della tratta Roma-Viterbo che ci mette un'ora e mezza a fare quaranta chilometri. E ha un carattere ferocissimo Gaia, una voglia di vivere, di arrabbiarsi, gridare, pretendere, dibattersi che la rendono un personaggio di incredibile vitalità, anche grazie ad alcuni stralci del libro, scritti in un evidente stato di grazia.

 Ho letto molte recensioni di questo libro, tante interpretazioni per la sua protagonista (e anche tanti travisamenti), ma mi è difficile essere obiettiva nel parlarne. Quello che ho provato leggendolo è stata un'emozione nella lettura che non provavo da molto tempo e che in un certo senso ha concentrato l'eco di tante cose che ho vissuto anche io, in altro modo certo, ma in modo simile.

 C'è un passaggio che per alcuni sarà solo la descrizione del tragico pendolarismo che mezza Italia è costretta a vivere su mezzi pubblici vecchi e sempre in ritardo. 

 Gaia descrive il suo forsennato salire e scendere dai treni della tratta Roma-Viterbo che, dovendo sopperire alla mancanza di metropolitane a Roma, fa millemila fermate costringendo chi vive fuori a un calvario per una manciata di chilometri.

 Quella descrizione per me è stato il flash esatto di spossanti e rabbiosi anni passati a saltare sul medesimo treno, con la medesima ansia, le medesime arrabbiature oscene contro chi si sentiva male costringendo il treno a fermarsi a “Gemelli” in piena galleria, ma vicino all'ospedale, contro i poveracci che di tanto in tanto si suicidavano. Ho letto esattamente quello che ho vissuto, parola per parola.

E vi assicuro che è un'esperienza stranissima, che va oltre il “romanzo ambientato in un posto che conosco”.

Sarà stata in parte una felice congiuntura di comuni destini, ma in verità il merito va alla splendida scrittura di Giulia Caminito, che in questo libro riesce lì dove molti falliscono: dare la giusta forma a qualcosa che per molto tempo è esistito con enormità schiacciante solo dentro di te.

 Riesce a raccontare il fervore e la rabbia di una giovinezza che va oltre, secondo me, lo stesso contesto sociale in cui l'autrice ha scelto di inserire la sua protagonista. La povertà, l'ingiustizia sociale, una madre ingombrante sono parte di Gaia, ma Gaia sembra avere una fiamma che va oltre quello che l'autrice ha apparecchiato per lei.

 C'è molta rabbia e moltissima nostalgia in questo romanzo.

 Una nostalgia che condivido per quello che eravamo e che non saremo mai più, per un posto che ha significato la giovinezza ed è legato a un insieme di ricordi, di amori, di amicizie ed esperienze che non sono replicabili in nessun altro momento dell'esistenza.

 Ci sono tante altre cose in questo libro, è vero, cose sulle quali gran parte della critica e delle recensioni si sono concentrate.

 C'è la povertà, c'è una certa violenza giovanile a cui i giovani, bisogna essere onesti e sinceri, sono abituati (i giovani di ogni epoca, me compresa), c'è odio, amicizie indimenticabili, ci sono persone che perdiamo nel cammino perché come cantavano I tre allegri ragazzi morti, “Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa o che sia vera”.

 Ma quello che alla fine rimane davvero e rende questo libro così speciale rispetto alle molte altre valide giovinezze raccontate in tanti altri romanzi, è un senso di inesplicabile nostalgia per un luogo e persone, comprese le persone che noi stessi eravamo, che sono esistite in un certo modo solo in un determinato frangente, e che in quel modo esatto, anche se torneremo, non potremo rivedere mai più.

"Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?"

martedì 5 novembre 2019

Piccola città, bastardo posto. Scrittori che hanno detestato le città dove hanno vissuto (ma che forse, senza di esse, non avrebbero scritto i loro capolavori).

 Se c'è un posto nella mia esistenza che non ho sopportato con tutte le mie forze, quello è stato Bergamo.

  Non me ne vogliano i bergamaschi, ma come cantava Guccini la ricordo "come un incubo oscuro, un periodo di buio gettato via".

 Quanto sono stata infelice in quella città è difficile spiegare anche se, anni dopo, a posteriori, posso ovviamente dire che la maggior parte delle colpe fossero ovviamente mie (sebbene continui a pensare che il luogo non ne sia completamente esente).

 Prima, non mi era mai successo di detestare una città.

 Ho sempre amato moltissimo il posto dove sono cresciuta e ho sempre trovato splendida la città dove avrei voluto vivere e sono riuscita a passare un solo bellissimo e fondamentale anno della mia vita, Roma.

 Non avevo mai preso in considerazione l'idea di vivere altrove, ma si sa, l'amore fa fare cose orribili.

 Perciò quando mi trasferii a Bergamo venivo da una città che adoravo e in cui mi trovavo benissimo, vicino a casa, che conoscevo da sempre, un posto che mi sembrava il centro di tutto.

 Trovarsi dall'altro capo d'Italia in una cittadina dai costumi diciamo diversi (non essendo una fervente cattolica o un'amante della montagna molte attività mi erano precluse), senza nessun amico, senza parenti e senza, ovviamente, lavoro, fu lo shock totale. 

 L'amore aiutava, ma l'amore non è che può tutto e, anche quando mi trasferii a Milano, le cose non andarono bene per altri due anni. Quattro anni che mi sono sembrati infiniti, in cui ho detestato ogni singolo ciottolo che ho calpestato.

 Eppure, senza quei quattro anni non avrei niente di quello che ho oggi: l'amore, il lavoro, il blog, i fumetti, i miei nuovi amici.

 Le città che amiamo hanno una grande influenza su di noi, ma assai più misteriosa è l'influenza delle città che odiamo.

 Se anche non fosse vero che l'odio è composto per tre quarti dal nostro amore (e non lo è), di certo è un sentimento potente in grado di accendere qualcosa di forte dentro di noi.
Quando riusciamo a dominarlo, a non lasciarci sconfiggere, possiamo farne grandi cose.

 Per dare man forte al mio delirio, ho ideato questo post sulle città detestate dagli scrittori (o sugli scrittori che detestarono alcune città).

 Di sicuro ci sono tanti altri esempi che saprete fornirmi e che io, ovviamente, attendo con ansia!


OVIDIO E TOMI:

 Uno dei capostipiti dell'odio per un luogo è indubbiamente Ovidio.

 Il ritratto che i professori fanno alle superiori di questo prolifico scrittore è ai limiti di "Chi" o "Novella 2000". Descritto come un raffinato viveur, dedito alla bella vita, alle poesie e alle feste, benvoluto dalle alte cariche e con una verve creativa irresistibile, a un certo punto viene spedito a languire e, infine, a morire, sul Mar Nero, nell'attuale Romania.

 Di colpo la capitale sgargiante gli viene proibita, proprio a lui, stella incontrastata del belmondo romano.

 Perché? Per come? L'ipotesi più accreditata, o che ti lasciano intendere al liceo, propro in nome del momento Novella 2000, è che avesse avuto una storia con la donna sbagliata: la figlia dell'imperatore Augusto.

 Di certo c'è che per sua stessa ammissione qualcosa combinò e quel qualcosa lo portò in un esilio talmente drammatico da spingerlo a scrivere un complesso di componimenti detto "Tristia".

 L'attacco riassume tutto il dramma di chi si consuma di nostalgia:

 "Senza di me - ma non sono geloso - andrai, piccolo libro, a Roma: ahimè, che non è permesso andarvi al tuo padrone. Va', ma disadorno, come si addice al libro di un esiliato. Infelice, metti l'abito che si conviene a questo mio tempo!"


LEOPARDI e QUALSIASI CITTA':

 L'emblema assoluto della persona che riuscì nella rara impresa di odiare praticamente tutte le città in cui mise piede fu Leopardi.

 E' la cosa che più mi rimase impressa alle superiori su quello che è in realtà uno dei più grandi poeti italiani della storia. Ma cosa vogliamo farci? Non faceva altro che lamentarsi!

 Recanati no perché era un posto sperduto nelle Marche, il padre tirannico, la gobba, l'infelicità. Possiamo capirlo del resto, in tanti ci siamo sentiti stretti nel posto dove siamo nati.

Tuttavia il resto della sua esistenza non può che suggerirci due possibili soluzioni: o si trattava di una persona particolarmente lamentosa e incontentabile, oppure, più empaticamente, le sofferenze interiori ti rendono insopportabile qualsiasi luogo.

 Questo perché.

 Roma no, perché se la immaginava in un modo dai libri e invece si rivelò un luogo squallido e corrotto.

 E Milano no perché era noiosa e c'era un pessimo clima.

 E Firenze no perché era fetidissima ed ebbe una serie di quegli sventurati affari amorosi con donne nobili, già sposate che proprio non lo volevano.

 Napoli non si capisce bene, forse trovò una certa pace perché era una città che più si confaceva al suo carattere o forse perché finalmente aveva finalmente un amico (qualcuno dice anche un amore): Antonio Ranieri. Certo è che alla fine ci morì.


GUCCINI e MODENA:

 Non è propriamente uno scrittore, anche se è ANCHE questo, ma Guccini è di certo colui che mi ha dato lo spunto per questo post.

 In autunno mi piace ascoltare alcune sue canzoni, come "La canzone dei dodici mesi" o "Eskimo", ma quest'anno mi è presa brutta anche con "Piccola città" che avevo sempre sottovalutato.

 Alcuni versi come "Piccola città che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele", mi spezzano il cuore per la nostalgia.

  Ed è strano, visto che per sua stessa ammissione Guccini dedicò questa canzone alla sua città natale: Modena, in un momento di particolare adorazione verso la città d'elezione del suo cuore, Bologna.

 Per lui Modena rappresentava un periodo oscuro del dopoguerra, quando miseria e mancanza di prospettive non riempivano proprio il cuore di un giovane di belle speranze.

 Eppure è difficile pensare che questa sia canzone cattiva verso una città, è un tale concentrato di ricordi d'infanzia, di quel periodo che, qualsiasi cosa faremo, ovunque andremo, chiunque conosceremo, rimarrà la nostra pietra d'angolo, da lasciare stupefatti.

 Più passano gli anni, malgrado faccia nuove cose, per quante persone conosca, rimango sconcertata dalla forza invincibile di quei primi vent'anni della mia vita, un monolite che niente riesce a scalfire nel bene e nel male.


SIMONE de BEAUVOIR e ROUEN:

 Quando piangevo il mio esilio bergamasco, una delle cose che mi davano una certa speranza nel futuro era il pensiero che anche Simone de Beauvoir aveva passato due odiosi anni in una cittadina di provincia dove l'unica cosa che le faceva passare il tempo era andar per montagne.

 Il posto in questione era Rouen, dove insegnava in una scuola femminile dove non succedeva mai niente se non qualche scandalo lesbico tra insegnanti e storie varie di esuli russe bianche.

 Rouen era quanto di più noioso potesse accadere a una delle più grandi scrittrici del novecento: il nulla cosmico, la noia, un lavoro che la appassionava solo a tratti e il pensiero continuo che la vita stesse scorrendo in tutta la sua potenza. Altrove.

 Fu però anche il posto dove Simone de Beauvoir conobbe un'alunna fondamentale per la sua esistenza di scrittrice, quell'Olga che le diede successivamente l'idea per "L'invitata", il suo fortunato romanzo d'esordio.


BIANCIARDI e MILANO:

Milan l'è un gran milan, ma è anche una città difficile, dura, che tanto dà, ma molto di più chiede. 

 Pochi posti in Italia possono vantare un tale ventaglio di possibilità per chi desidera lanciarsi verso più grandi orizzonti, ma pochi posti risucchiano in modo altrettanto voluttuoso energie e stipendi. 

 Bene lo sapeva Luciano Bianciardi che basò la sua opera narrativa sull'ossessione che questa città (e il lavoro che gli aveva dato) procurò a un'esistenza sempre in lotta.

 Voglio dirlo, pochi scrittori mi danno un senso d'immedesimazione, d'identità, come Bianciardi. 

 Nella sua totale insofferenza verso un mondo ipocrita, verso tanti salamecchi, verso i ricchi che si atteggiano a poveri e i poveri che venderebbero l'anima pur di essere (o peggio apparire) ricchi, mi rivedo in un modo quasi straniante.

  Probabilmente perché Milano ha su di me la stessa impressione: un luogo verso il quale sono andata (io più casualmente di lui) e che mi ha dato in un certo senso ciò a cui aspiravo, ma anche un posto dove chi è insofferente e "contro" trova un'esasperazione ai suoi pensieri tortuosi.

 Bianciardi lottò fino alla fine per non integrarsi in un mondo che disperatamente lo avrebbe accolto e divorato. Milano della quale non poteva fare a meno e che infine lo distrusse.


GOETHE e L'ITALIA:

Il grand tour nel sud dell'Europa era il must per giovani del nord e mitteleuropa dell'ottocento.

 Erano molto innamorati dei nostri cieli, di un buon clima che potesse guarire le infinite malattie polmonari che molti lutti addusse ai nordeuropei e di, incredibile ma vero, una certa libertà di costumi.

 Leggere adesso "Viaggio in Italia" di Goethe è un vero spasso.
 Nessun travel blogger può permettersi di essere così sincero, né, probabilmente vorrebbe (ho in canna da tempo un post sui rapporti tra blogger e servizio al potere che non ho cuore di pubblicare), ma Goethe, che non aveva problemi social e neanche di autobranding poteva pur scrivere quello che gli pareva.

 Scopriamo perciò che Venezia non gli piacque particolarmente, la considerò sporca e poco accogliente, che a Firenze si concentrò immotivatamente su monumenti minori e che visitò Bologna di una manciata di ore decretando fosse noiosa e per niente affascinante.

 Pieno di pregiudizi verso Roma che da buon protestante considerava il corrotto centro del cattolicesimo, scopre invece una città viva e piena d'interessi in cui si intrattiene piacevolmente prima di partire alla volta di Napoli, amatissima e dove secondo me c'è la frase top del libro.

 Un locale infatti gli dice che al nord: "sempre neve, case di legno, gran ignoranza e denaro assai".

 Il gran finale però non è all'altezza.
La Sicilia si rivela un luogo troppo difficoltoso però il nostro che si imbatte in una Messina rasa al suolo dal terremoto, in grandissime difficoltà di viaggio nell'entroterra e in generale Goethe è ormai folgorato dalla sympatia napoletana che non ravvisa nei siciliani (infatti a un certo punto prende armi e bagagli e torna prima a Napoli e poi a Roma).

 Un gran tour così sincero adesso sarebbe impossibile. Nessuno vuole finire male all'epoca dei social.


DOSTOEVSKIJ e SAN PIETROBURGO:

Strano forse a dirsi vista la preminenza dell'atmosfera cittadina nei suoi romanzi, ma Dostoevskij detestava la sua San Pietroburgo. 

 I motivi di tale odio possono essere stati molteplici: nato a Mosca vi venne spedito dal padre per frequentare un'accademia militare in vista di una carriera che non prese mai il via (e che non prese neanche mai in considerazione davvero).

 Era, San Pietroburgo una città che doveva forse apparire strana all'epoca, lui la descrive "astratta e premeditata", essendo stata costruita dallo zar con uno scopo preciso: quello di sembrare una città quanto più simile all'Europa.

 In perenni economie, cambiò venti casi scrivendo un capolavoro dietro l'altro, ci sarebbe comunque riuscito lontano da lì?


JOYCE  e ROMA:

Roma è una città con la quale i nordici, intesi come nord Europa, hanno sempre avuto un ambiguo rapporto.

  Keats ci andò tentando di non morire (e ci morì), gli Shelley ci persero una figlia (in generale l'Italia non portò fortuna alla loro prole) e Joyce, a quanto sembra, la odiò visceralmente.

 Mentre già si trovava a Trieste, rispose a un annuncio di lavoro di una banca che cercava in quel di Roma un corrispondente in grado di leggere e scrivere in varie lingue.

  Joyce rispose e fu assunto andando ad abitare vicino via Frattina. Tuttavia, come scrisse in numerose lettere al fratello, odiò Roma con tutte le sue forze.

 Sette mesi pessimi che gli bastarono a decidere di scappare, ma che vengono ritenuti dagli studiosi fondamentali nella genesi del suo capolavoro, l'Ulisse, confermando questo strano rapporto fruttuoso tra scrittori e città profondamente odiate.


domenica 24 luglio 2016

Un anno in libreria. La "Canzone dei dodici mesi" di Guccini riscritta ad uso e consumo di librai, clienti, lettori e di chiunque voglia scoprire il fabuloso scorrere delle stagioni dal bancone di una libreria.

 In questi giorni in cui mi è davvero difficoltoso aggiornare il blog (ma tengo botta scrivendo nei luoghi e alle ore più improbabili), i clienti hanno deciso che questo Luglio è praticamente Natale e accorrono in massa in libreria.
 Non so se questo Luglio è più popoloso del solito o se è solo la mia impressione di vegliarda che dimentica cosa è successo neanche un anno prima, fatto sta essi sciamano con un fulgore che mi capita di vedere solo in Dicembre. 

 Anche per questo immagino, la mia mente offuscata, in codesti giorni, ha partorito questa canzone delirante che parafrasa quel capolavoro (che io ascolto ossessivamente in autunno in genere sognando di vivere a Bologna) che è la "Canzone dei dodici mesi" di Guccini.
 Se non la conoscete, conoscetela, e poi cantate a squarciagola con me! Yeah!


Viene Gennaio silenzioso e lieve, il cliente è un po' abbottato
tra gli scaffali giace come neve il libraio stremato, il libraio stremato

Sono distese lungo la libreria sparute file di libri stanchi

son come Anastasia dell'ennesima sfumatura, strani confusi e sfranti, strani confusi e sfranti


Viene Febbraio, e la gente lavora, è nervosa e poi scazza
lascia i dolori ai librai perplessi, lo strafalcione impazza, la follia impazza
L'inverno è lungo ancora, ma in libreria appare la speranza 
nei primi giorni di malato sole il tempo delle ferie avanza, il tempo delle ferie avanza

Cantando Marzo porta le sue mode, il cliente non è meno battagliero
speri che un po' di sole porti un po' di gusto, un best seller un talento vero
Riempiono buste di libri-regalo e uova di cioccolata africana
il giro dei doni è tornato troppo in fretta, la Pasqua non è lontana la Pasqua non è lontana

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è la vita in libreria
Diversa tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale, 
il via vai di clienti che non sai mai domare, che non sai mai domare

Con giorni lunghi al reso dedicati il dolce Aprile viene, 
quali segreti scoprì in te il cliente che diventò crudele, che diventò crudele
Ma nei tuoi giorni è bello fare rifornimento per ore e ore
tra un sick-lit e un ricettario vegano, il nuovo Gramellini e i librazzi d'amore, i librazzi d'amore

Ben venga Maggio e il rappresentante editoriale amico, ben venga il grande smercio, 
il nuovo catalogo getti via l'antico nell'ombra del fuori commercio, nell' ombra del fuori commercio... 
Ben venga Maggio, ben venga un best seller che tra di noi fa furore
mentre lo vendo canto con la mia chitarra brindo a stipendio e retribuzione, brindo a stipendio e retribuzione...

Giugno, che sei maturità dell'anno, ormai ti temo io
in un tuo giorno, sotto al sole caldo, le scuole finiscono e addio, le scuole finisco e addio
E arrivan orde di genitori  che intonano un penoso coro
"I professor ci han dato la lista dei libri, maledetti loro, gran maledetti loro..." 

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è la vita in libreria
Diversa tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale, 
il via vai di clienti che non sai mai accontentare, che non sai mai accontentare


Con giorni lunghi di colori chiari ecco Luglio, il leone, 

la gente anela ferie e ammassa libri da legger sotto l'ombrellone,  da leggere sotto l'ombrellone

Meno si lavora Agosto, nelle stanche tue lunghe oziose ore 

mai come adesso ci si trascina tra noia, tedio, invidia e grandissimo torpore

Settembre è il mese della corsa ai libri per liceo e università
dopo l' estate tutti di leggere e studiare se stanno a ricordà se stanno a ricordà
Ordini libri e ricominci il terno al lotto della disponibilità
cadono grandi lacrime amare all'annuncio dell'irreperibilità, irreperibilità

Non so se tutti hanno capito Ottobre la tua grande importanza
nei magazzini grassi come pance piene prepari natale e strenna, prepari natale e strenna
Lungo i nostri turni, come muli mascherati ammassiamo scorte pazze
lungo i nostri turni sfruttati al massimo crescono scorte e ansie, crescono torri alte

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è la vita in libreria
Diversa tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale, 
l'elenco dei libri del Natale che non sai mai prevedere, che non sai mai prevedere


Cala Novembre e le inquietanti domande ai librai perplessi tu porti

nei cataloghi consacrati alle strenne si indovinano i titoli forti si indovinano i titoli forti... 

Arrivano i primi clienti avveduti, calano come lieve e tranquilla sciarada

te quasi speri in una serie costante ma scaglionata, costante ma scaglionata

E mi acquatto come un ghepardo, Dicembre, alle tue porte, 

lungo i tuoi giorni ci si prepara a lotta senza sosta in cui sopravvive il più forte, in cui sopravvive il più forte...

Clienti e avventori lasciano per terra libri scartati come detriti

fino alla Vigilia si combatte e lotta come piccole tigri, come piccole tigri

O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è la vita in libreria
Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale, 

il via vai di clienti che non sai mai domare, che non sai mai domare

il via vai di clienti che non sai mai domare, che non sai mai domare
il via vai di clienti che non sai mai domare, che non sai mai domare

Ps. Questo delirio non è un unicum, l'anno scorso mi cimentai nella riscrittura di "Quelli che..." di Jannacci
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