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mercoledì 20 settembre 2023

Dove siamo finiti tutti? Una recensione di "Doveva essere il nostro momento" di Eleonora Caruso, tra colpe che è ora di prenderci, pensiero magico e sette in cui non sappiamo di vivere

 Anni fa, prima che Eleonora Caruso pubblicasse “Le ferite originali”, scrissi una recensione sul suo primo libro: "Comunque vada non importa", Indiana Editore.

 Il titolo del post “Dove eravate tutti” era risposta e domanda che veniva da una storia in cui finalmente qualcuno raccontava con una dose di verità l’adolescenza e la giovinezza di quella che pensavo e tuttora penso essere una parte consistente della società italiana: i millennial nati non benestanti.

 I non benestanti non sono “i poveri”, categoria invece amatissima da scrittori, registi e sceneggiatori che, quando non si occupano di gente che ha accatastato almeno 7 immobili di pregio, amano ravanare in vicende sulle soglie dell’indigenza, anzi peggio, dell’indigenza come se la immaginano.

 I non benestanti sono quella parte di società, di cui io anche ho fatto e faccio parte (ora non ho nessun immobile accatastato, comunque) e che prevedeva genitori lavoratori, ma senza aiuti, provenienti da un hummus sociale assolutamente non degradato, ma che già vedeva con difficoltà l’acquisto di libri per la scuola, scarpe nuove e l'affitto.

 Sono quella fascia sociale che è esistita, esiste, ma se ne parla poco da qualche decennio a questa parte, come se di colpo fossimo tutti diventati benestanti, non esistessero più le difficoltà finanziarie, fossero stati appianati i limiti economici, dalle cure allo studio, e lo stato del benessere potesse essere misurato su soli criteri fenotipici (che non a caso sono quelli che interessano gli ossessionati dalla fuga dal ceto sociale come vergogna e rivalsa, aka tutti quegli inutili orrori trapper, che oh sarò vecchia, ma voglio essere libera di dire che mi fanno schifo), come la macchina, il vestiario e le vacanze in posti esotici.

 Esistono i benestanti ed esistono gli indigenti, tutti gli altri sono spariti.

 Questa premessa è doverosa per capire questo libro che è estremamente generazionale, nei deliberati intenti, nel titolo, nello svolgimento e financo nel finale e conferma la domanda che feci nel titolo del post tanti anni fa.

Se prima mi chiedevo “Dove eravate tutti?”, ora mi chiedo “Dove siamo finiti tutti?” a livello di rappresentazione sociale, politica, letteraria e artistica.

Con “Doveva essere il nostro momento” Eleonora Caruso cerca di colmare ancora una volta questo vuoto.

 I trentenni (ormai talvolta quasi quarantenni) che leggiamo e vediamo su Netflix non siamo quasi mai noi.
 Non abbiamo quelle case, non abbiamo quei lavori e se anche li abbiamo non possediamo mai le disponibilità economiche mostrate perché gli stipendi sono irrisori anche a fronte di lavori iperqualificati, anzi, spesso in campo umanistico più sono iperqualificati, peggio sono pagati.

 I protagonisti del libro, che sono tre, rappresentano in tre diverse forme la pessima deriva di una generazione, quella dei millennial, nata con alcuni ottimi propositi inculcati con una certa veemenza sin dall’asilo: la pace nel mondo, l’uguaglianza, la fratellanza tra i popoli.

 Questi propositi sono diventati molesti a livello geopolitico all’altezza dei primi anni 2000, quando si sono intersecati con le crisi migratorie e una "globalizzazione" che in realtà era solo sinonimo di liberismo sfrenato e regolamentato in cui ingoiare alla cieca tutto il mondo.

 I ggggiovani non possono ricordarlo, ma noi non eravamo così. La gente già moriva in mare, ma non c’era l’idea che se lo meritassero e anzi c’era una certa propensione a volerlo affrontare questo problema, anche criticando il modello economico proposto.

 Poi catastrofi a catena. Genova, (ma non solo, Genova è stata la punta dell’iceberg della demonizzazione di un intero movimento politico e di pensiero), l’11 settembre, la crisi economica del 2008 e l’immissione pervicace di contratti precari sempre più fantasiosi e privi di diritti.

 Se ti trovi a 25 anni con una laurea e nel mentre ti hanno cambiato le regole sotto i piedi, la professione per cui hai studiato è sparita e il massimo che ti propongono per campare sono 300 euro di rimborso spese per 40h di lavoro, hai molto altro a cui pensare.

 Eppure, non sono giustificazioni perché è necessario ammettere che abbiamo solo subito e non abbiamo mai agito. 
 Abbiamo permesso che ci facessero tutto questo senza protestare, attendendo un immaginario turno che non esisteva, insultati da generazioni precedenti che avevano ottenuto con molto meno, incredibilmente di più.

 Insomma, siamo diventati una generazione che non ha saputo trasformare la rabbia in una protesta generativa, ma ha finito per soccombere a un livore tanto livido, quanto inutile. 

 Regà, ce la possiamo raccontare come ci pare, anche io dovevo portare la pagnotta a casa per vivere, ma il disinteresse per la politica istituzionale e il vivere tutto come un affronto e mai come un “ora mi sono rotto e FACCIO qualcosa che cambi le cose” è innegabile.

 Finalmente un libro racconta TUTTO questo: le nostre colpe generazionali, i tradimenti che abbiamo subito, la nostra incapacità di farvi fronte preferendo rifugiarci in una sorta di pensiero magico pericolosissimo in un eterno ritorno all’unico periodo carico di promesse che abbiamo vissuto: l’adolescenza.
 
 I protagonisti del libro, come dicevo, sarebbero 3, ma il protagonista vero è Leo, un millennial talmente tipico che ne conoscerete a bizzeffe anche voi, se non siete voi.

  Famiglia troppo modesta per riuscire a diventare un meme del Corriere della Sera in cui si spiega come con 10 euro (e 10 milioni di euro del papi) si è costruita la propria azienda, si è diligentemente laureato per finire in quella che Eleonora Caruso definisce il posto dove sono finite le migliori menti della nostra generazione: le agenzie di comunicazione di Milano.

 Lì, ha subìto quello che abbiamo subito in tanti (me compresa): si è bruciato a causa dell’superlavoro, dell’insensatezza ad esso connessa, dell’inutilità di un sistema che nutre idoli social che muoiono nel giro di qualche anno.  

 La storia prende le mosse dalla decisione di Leo di partire per la Sicilia alla ricerca di un suo vecchio amico, Simone, finito in una strana setta composta da millennial che hanno deciso di vivere come negli anni ’80-’90. 

 Vedono solo programmi e film di quegli anni, leggono fumetti e libri pubblicati fino a quel momento lì, tengono gruppi di lettura su “No logo” di Naomi Klein e ovviamente non hanno social, internet e tecnologia annessa e connessa posteriore al 2001.

 Il capo della setta è il misterioso Zan, un ex moderatore di contenuti social, lavoro che sfonda la distopia (ed esiste sul serio, ne avevo già letto su “La valle oscura” di Anna Wiener) e prevede che degli esseri umani guardino in loop video che non rispettano gli standard dei social (violenti, pornografici, pedopornografici, incidenti auto ecc) per poter nutrire l’algoritmo con i giusti input di discernimento (che a noi piace pensare ad esempio che le AI pensino, ma siamo noi che le nutriamo).

 Devastato da questa esperienza e comprensibilmente certo che tutto ciò che è accaduto dopo il 2001 sia da depennare come la catastrofe e il male, ha fondato questa setta in Sicilia. 

 Leo ci rimane qualche mese finché, a un certo punto capisce che è il momento di partire e se ne va per tornare al nord.

 Si unisce a lui Cloro, un’ex influencer bambina che, una volta cresciuta, non sta riuscendo a mantenere gli standard richiesti dai social e sta vedendo la sua stella declinare. 

 Completamente bruciata da un’esistenza sovraesposta, ha più strumenti per capire il mondo virtuale di quello reale, nel quale si muove a caso, con affanno e senza mai riuscire a decodificare realmente persone, rapporti e contesti.

 La storia, tra flashback personali e sulla setta, si svolge nel loro viaggio on the road dalla Sicilia alla Lombardia alle soglie del lockdown. Menzione d’onore peraltro ad un uso sensato a livello narrativo del Covid, evento che sembra praticamente non essere esistito, esattamente come la generazione dei millennial.

 Il romanzo, al netto della sua trama, finalmente dice quello che onestamente sono anni che spero qualcuno dica fuori dalla mia testa sulla nostra generazione, sui suoi sbagli, le sue paturnie, le sue inutili ironie social che sono tanto appaganti personalmente, ma assolutamente inutili a livello politico e collettivo.

 Racconta di venti anni perduti, in cui “doveva essere il nostro momento” e siamo solo riusciti a intraprendere una variante allucinogena della perdizione delle generazioni precedenti.

 Se genitori e (ormai talvolta anche i nonni) non sono riusciti effettivamente a cambiare il mondo è stato per quell’effetto Venditti che canta: “Compagno di scuola, compagno di niente, ti sei salvato o lavori in banca pure tu?”.  
 Per dirla meglio: il sistema li ha assorbiti e da incendiari si sono fatti pompieri custodi dell’ordine.

 Ma la nostra generazione non ha fatto neanche quello. 
 Il nostro momento è passato e non lavoriamo neanche in banca, il sistema non ci ha assorbito perché gli costa molto meno opprimerci e sfruttarci, tanto stiamo zitti, maciniamo livore e non diciamo niente.

 Non siamo diventati socialmente e politicamente adulti, siamo ancora lì, nell’adolescenza ipertrofica che non riusciamo ad abbandonare.

 C’è un momento per me chiave nel romanzo che sembra quasi passare inosservato, ma per me dice tutto. 
 Leo sta per andare via dalla setta e va in cerca di Simone che sta tenendo un gruppo di lettura su “No logo”.
 Leo lo vede e Caruso scrive: 
"Potendo farlo, ognuno tornerebbe al punto della propria storia in cui è stato più felice. Per Simone quel punto era il liceo nel 2001, nonostante tutto, la foto di classe in cui indossavano la kefiah e i tentativi fatti di convincere sua madre a mandarlo a Genova per il G8. Diceva sempre che non esserci stato era il suo più grande rimpianto. Come si potesse rimpiangere di non essere stati torturati nella palestra di una scuola era un mistero per Leo, ma che ne capiva lui?"
 Ecco, siamo mentalmente incollati a quel momento, il più felice della nostra vita, quello in cui tutte le promesse tradite sono ancora intatte. 

 E rimaniamo aggrappati alla nostra adolescenza di fine anni ’90 in un loop eterno che ha molto a che vedere col pensiero magico di Didion: un giorno, sembriamo dirci, tornerà quel momento, quell’esatto momento, e noi saremo felici.

 Il capitalismo l’ha capita questa cosa, e per tenerci buoni ci nutre di quest’illusione proponendoci solo il passato (merendine che tornano sugli scaffali, serie tv rifatte in mille salse, cinema che non inventa niente di nuovo): vieni, illuditi di poter tornare al momento più felice della tua vita e intanto, mi raccomando, non dare mai fastidio perché l’importante non è cambiare il mondo, ma aspettare supinamente la fine del mondo in cui non ti riconosci.

 Siamo nella setta di Zan ed era ora che qualcuno lo dicesse.


Ps. Sono perfettamente conscia che non è che siamo stati del tutto inermi e alcune cose, con le nostre possibilità, le abbiamo fatte. Tuttavia credo sia necessario ammettere tutto quello che NON abbiamo fatto e che ci ha portato ad accettare cose inaccettabili: lavorare senza essere pagati, contratti che avrebbero meritato le barricate, incapacità di incidere sulla politica istituzionale perché per vedere un* millennial che conta qualcosa in politica abbiamo dovuto aspettare il colpo di mano di Schlein all'alba del 2023. Se non partiamo dalla consapevolezza del fatto che "doveva essere il nostro momento" e non lo è stato anche per colpa nostra, non ne usciremo MAI.

mercoledì 3 aprile 2019

Svanire, annegare, forse sognare. "Tutto chiuso tranne il cielo" di Eleonora Caruso un romanzo sui grandi pesi che certe volte la vita adulta toglie e non aggiunge.

Circa un anno fa è uscito un libro abbastanza insolito per il panorama editoriale italiano: "Le ferite originale" di Eleonora Caruso.

 Era insolito per tanti motivi, dal modo in cui era scritto alla rara volontà (rara per gran parte della narrativa italiana non di genere) di uscire dai soliti rassicuranti schemi editoriali fatti di libri molto costruiti che ormai sembrano seguire una sorta di ricetta: una spolverata di amica geniale, un pizzico di Volo, un po' di pepe alla cinquanta sfumature, un filo di malinconia anni '80, qualche lamentatio generazionale o sui genitori che ci sta sempre bene, passati fatti da traumi che sono traumissimi gravi o robette da niente che ti chiedi sta gente dove ha vissuto se ancora si ricorda del giorno in cui un cugino gli ha strappato il braccio al bambolotto preferito.

 Ma comunque.

 "Le ferite originali" raccontava di uno splendido modello bisessuale e bipolare e della sua vita completamente frammentata a confusa.
I suoi tre amanti, Dafne la fidanzata storica, Dante il bel quarantenne solido e dal sangue freddo e Davide, sexy dottorando in materie scientifiche che non sa di essere sexy, ruotavano attorno alla sua disperazione con una certa inquietudine, incerti se farsi catturare e distruggere o dar retta all'istinto di conservazione.

 Tra le cose insolite c'era anche l'inedito prevalere dell'istinto di conservazione, materia da sempre rara nei romanzi che amano invece passioni assolute e distruttive.

 Cristian che a fatica e quasi mai con successo tiene assieme i suoi pezzi impazziti, fa molto sesso.
 Lo fa per calmarsi, lo fa per calmare, lo fa perché lo pagano, perché gli piace, perché non percepisce più il sesso come una parte di un tutto, ma come il tutto.
 La chiamano la trappola della sineddoche, quando prendi una parte per significare il tutto, ed è quello che diventa il sesso per lui, una gigantesca trappola che imprigiona tutti, o quasi, coloro che finiscono nel suo raggio d'azione.

 Non sfugge a questo incantesimo neanche il suo unico fratello, Julian, etereo diciassettenne che avrebbe già parecchi problemi di suo senza un ingombrante e debordante fratello a peggiorare drasticamente la situazione.

 Questo secondo libro, "Tutto chiuso tranne il cielo", è dedicato proprio a lui.

 Lo ammetto, nel primo libro non era un personaggio che mi avesse colpito particolarmente.
 Sapendo che ci sarebbero stati altri libri con protagonisti personaggi apparsi nel primo romanzo, avevo sperato, come molti, che la Caruso si sarebbe concentrata su Dante o Davide, invece ecco Julian, fratellino minore la cui principale preoccupazione nella vita è scomparire (cosa che narrativamente gli era riuscita benissimo visto che ricordavo poco o niente delle sue apparizioni ne "Le ferite originali").
 La storia inizia più o meno un anno dopo il libro precedente. 

 Julian è stato un anno a Tokyo dove, oltre a imparare la lingua, ha appreso la straordinaria arte di scomparire completamente in una grande città.

 E' una cosa che soffrono molto tante persone quando, per ragioni di studio o lavoro, se ne vanno da paesi o cittadine piccolissime per approdare in megalopoli più o meno mega: nella grande città non sei nessuno, non sei importante (quasi) per nessuno, nessuno ti conosce e, tendenzialmente, è interessato a farlo. Sei solo in mezzo a milioni di persone che se la passano quasi come te.

 Ad alcuni questa cosa fa impazzire, ad altri piace da morire. Julian fa parte della seconda categoria visto che ha passato una vita a cercare di fondersi col paesaggio nel tentativo disperato di diventare il collante trasparente della sua dissennata famiglia.

 Eppur c'è della vita in quel suo esilissimo corpo che non nutre quasi mai, impegnato a trascinarsi in giro fingendo di non cercare niente e in realtà sempre alla disperata ricerca di non andare mai sotto il pelo dell'acqua. Devo andare sott'acqua, si dice, ma poi sa che non ci andrà mai, perché vuole sparire, ma non vuole morire.

 Il libro scorre via veloce, tra incontri fugaci in un'estate milanese che solo chi ha passato un'estate a Milano sa quanto sia terrificante (ragazzi, il caldo, il caldo che fa in questo posto in estate mi terrorizza per tutti i restanti mesi dell'anno): trentenni che si lamentano (mai nessuno fu più specialista di noi), padri che non capiscono bene quale genetica abbia assegnato loro determinati figli (non solo i figli si chiedono perché hanno certi padri), webstar sull'orlo della dissociazione, amici multietnici in una Milano futuristica.

 Ecco, Milano, a leggere questo libro sembra il posto fantastico dove qualunque giovane italico assetato di futuro vorrebbe vivere: multietnico, quartieri favolosi, celebrità web ad ogni angolo, architettura siderale con la periferia e il centro che distano venti minuti di tram (anche mezz'ora, ma se venite da Roma mezz'ora di tram è praticamente centro città).
 Il posto dove vorresti vivere, poi realizzi, come me, che ci vivi e, beh, si sta benissimo (a parte d'estate dove ti maledici per la tua sconsiderata scelta), ma non siamo ancora alla Tokyo italiana (ma bisogna lavorarci).

 E' un libro solo all'apparenza leggero che racconta un enorme peso interiore, la voglia di potersi permettere di essere sé stessi e il dramma di non riuscire a concederselo.

 Julian non si odia, la sua non è una storia di generico malessere giovanile dovuta al male di vivere o a una famiglia disastrosa. Dà l'impressione che anche senza di essa non avrebbe avuto una vita semplice perché non se la sarebbe permessa.

 E' una di quelle persone perennemente protese verso un'ideale di felicità perpetua generale irrealizzabile: nessuno deve ferirsi, nessuno deve essere infelice, tutto può essere riparato. E siccome ogni cosa ha un prezzo, il sacrificio sarò io.

 Ma la vita non accetta (sempre) sacrifici volontari, non ne ha bisogno, perché ha una direzione che non possiamo governare da soli.

 Il libro racconta l'estate di questa consapevolezza, l'idea di un'onnipotenza adolescenziale che fa i conti con l'età adulta incalzante.

 E certe volte, anche se ce l'hanno spesso raccontata in un altro modo, non è per forza un male.

martedì 18 dicembre 2018

I consigli natalizi 2018 parte III! Un'immersione tra gialli, Giappone, Russia, Filastrocche, Beatles e cartoleria austeniana.


Quest'anno, credo per la prima volta nei cinque e passa anni di apertura del blog, ho un'incontenibile voglia di postare consigli per i regali di Natale.

 Forse dipende anche dal fatto che per la prima volta mi trovo davvero agli sgoccioli anche io e ho quasi tutti i regali (compreso quello di Dolcemetà) ancora da fare.
 Alla fine risolverò anche io tutti in libreria, anche se Dolcemetà non è collaborativa

 Alla domanda "Tua zia e tuo cugino cosa leggono?", la risposta è stata "TUTTO" che, come ben sappiamo, non vuol dire NIENTE.
  Mentre cerco di farmi venire qualche idea, ne lascio qualcuna a voi! 

 Intanto, se cercate consigli lgbt più circostanziati, potrete trovare su LezPop i miei consigli a tema!



MORTE NELLA NEVE di Joseph Jefferson Farjeon ed. Lindau:


 recupero segnalando "Morte nella neve", il regalo ideale per i vostri amici giallisti.
Finora ho colpevolmente consigliato pochi romanzi (è che c'è una tale varietà di gusti al riguardo che mi è difficile dare un parere generale),

 E' la vigilia di Natale e una tormenta di neve blocca un treno nel mezzo del niente. I passeggeri scendono alla ricerca di un riparo e s'imbattono in una casa che sembra disabitata se non fosse che la tavola è perfettamente imbandita. Chi c'è là dentro? Qualcuno li stava aspettando?

 Se tutto fosse collegato a un omicidio avvenuto sul treno di cui vengono a conoscenza grazie a due strani figuri piombati dal nulla?
 Giallo con un tocco di sovrannaturale.



CINZIA di LEO ORTOLANI ed. Bao Publishing:

 Parlerò poi più diffusamente di questa incredibile graphic di un Leo Ortolani post Ratman che riprende l'avventura in solitaria di uno dei suoi personaggi fortunati: la transgender Cinzia.

 Lo fa in un modo sorprendentemente intelligente e consapevole, raccontando la quotidianità di una donna transgender alle prese tra documenti che non le corrispondo più, datori di lavoro bigotti che la rifiutano, omofobi minacciosi, amori impossibili e psicologi che devono certificare il suo bollino qualità di donna doc dop.

 Cinzia sta attendendo il bollino per iniziare la sua transizione e intanto s'innamora di un ragazzo che lavora per una sorta di organizzazione adinolfiana. Come finirà?

 Da Oscar le gag delle associazioni lgbtqjakdk.


NEL CUORE DI YAMATO di Aki Shimazaki ed. Feltrinelli:


Come nel precedente "Il peso dei segreti", Aki Shimazaki, autrice giapponese naturalizzata canadese, sceglie di raccontarci una storia attraverso i singoli personaggi. 
 Non si tratta dell'effetto Rashomon (la stessa vicenda raccontata da più punti di vista), ma del punto di vista di diverse persone che raccontano una storia che solo attraverso gli occhi di tutti assume una sua coerenza.


 Un ragazzo e una ragazza s'innamorano e decidono di sposarsi, ma lei viene notata dal figlio di un grosso industriale che la chiede in moglie (in Giappone ancora usano i matrimoni combinati) e le loro strade si dividono.

 Cosa ne sarà di loro tanti anni dopo? E perché i coprotagonisti quasi invisibili di quella vicenda si comportarono tutti in un certo modo?

 Bellissimo. Per gli appassionati d'Oriente e di storie benissimo scritte.


NERDOPOLI a cura di Eleonora Caruso ed. Effequ:


 Se avete un amico/a nerd (ma nerd in modo serio, non vagamente superficiale o cooool come va di moda adesso), questo piccolo saggio fa per lui.

 Trattasi di una raccolta di piccoli saggu/testimonianze di diversi attori che gravitano intorno all'ambiente nerd italiano: dalla curatrice Eleonora Caruso, ora autrice Mondadori, nata nell'ambito delle fanfiction a Susanna Scrivo, storica fumettosa saggista del mondo manga.

 Per gli interessati al tema dal punto di vista antropologico e per chi nerd lo è fino alla punta dei capelli.


KILLING EVE di Luke Jeggins ed. Mondadori:
 Sono mesi che sento parlare di "Killing Eve", serie della BBC che per noi italiani suona spudoratamente copiata dalla trama alla base del personaggio Julia della Bonelli. 

 Un'agente indaga su una sicaria di professione amante sfrenata del lusso e le due finiscono fatalmente per essere reciprocamente ossessionate l'una dall'altra in un vortice di criptolesbismo.

 Ho scoperto che la serie è tratta dagli omonimi romanzi di Luke Jeggins il primo in libreria ora per Mondadori.
 Per gli appassionati di serie tv psychothriller.



STORIA DELLA RUSSIA di Gustave Doré Eris edizioni:

 Incredibile, ma vero, Gustave Dorè fu autore di un protofumetto molto ironico sulla storia della Russia.
 La Eris edizioni lo riporta nelle librerie dopo l'unica edizione (incompleta) degli anni '80 in un lussuoso formato degno di nota e di regalo.

 Opera assai peculiare, non ci troviamo ancora davanti a un'opera fumettosa, ma in linguaggio ibrido tra un'illustrazione ormai stretta nelle sue singole vignette e didascalia umoristica (un po' sullo stile, se avete presente, de Il signor Bonaventura) e gli episodi satirici su quella che all'epoca della produzione era avversaria di Francia e Inghilterra (tanto per cambiare) si susseguono in un turbinio di tavole meravigliose.

 Elegante e sorprendente.


L'ALBERO DI NATALE di AA. VV. Elliot edizioni:

 Ogni stagione la Elliot edizioni sforna il tipico libro, che di colpo, quando l'atmosfera cambia e ci troviamo catapultati in una nuova stagione, festività, periodo, vorremmo leggere.

 "L'albero di Natale" è il libro natalizio per quest'anno: racconti di Natale poco conosciuti di grandi autori, primo su tutti il racconto amarcord di Dickens che dà il titolo al libro.
 Per quelli che iniziano a fare il countdown di Natale due mesi prima.



FILASTROCCHE DELLA TERRA DI MEZZO di Carlo Lapucci ed. Clichy:

 Anni fa, ascoltando la radio, rimasi stupita nell'apprendere come uno dei conduttori si interrogasse sul significato di un pezzo della sigla di Daltanius "Per Daltanius bimbumbalegiù!".

 Per me era sempre stato chiarissimo: si trattava infatti di una delle tipiche conte in cui qualcuno fatalmente perdeva e usciva dal gioco
.
 Ero molto giovane e ignoravo che le conte, le filastrocche e le canzoni da bambini variavano enormemente da regione a regione.
 In questo volumetto graziosissimo sono raccolte quelle dell'Italia centrale, mistico concetto geografico chiaro solo a chi ci vive (per il nord è tutto sud, per il sud è tutto nord).
 Molte le conosco anche io sebbene un po' variate e il libro si concentra in particolar modo sulla Toscana.

 Da regalare agli appassionati di folklore ed ai parenti compresi tra l'Emilia Romagna e la Campania.


IMAGINE JOHN-YOKO di John Lennon ed. Ippocampo:


Per gli appassionati di musica c'è un regalo che potrebbe mandarli in assoluto deliquio (quindi se progettate di conquistare qualcuno usando qualsiasi sordida arma prendete nota): "Imagine" di John Lennon. Non l'album però, ma il librone che l'Ippocampo edizioni ha splendidamente dato alle stampe e che contiene materiale fotografico e d'archivio, quasi del tutto inedito, inerente alla sua nascita leggendaria.

 Elegante, ricco e corposo, ideale per qualsiasi fan dei Beatles e di un periodo che non solo non ritornerà tanto presto, ma si sta allontanando a velocità supersonica di siderali distanze.


Progetto ELINOR MARIANNE ed. Franco Cesati:


Spessissimo gli amanti dei libri sono anche amanti della cartoleria.

 Per i più appassionati trovo giusto e doveroso segnalare questo progetto della Franco Cesati: "Elinor Marianne" che incrocia la passione per la letteratura con quella per la cartoleria un po' leziosa stile amanti di Jane Austen e tè inglesi con rose e tazzine di porcellana fine.

 Particolarmente graziosa "la trousse" che contiene segnalibri, fogli per incartare o da ritargliare, biglietti e molto altro.
 Per avere un'idea e per gli ordini, eccovi il link al sito!
 E se non arriva per Natale, è un'ottima idea per la befana!

giovedì 5 aprile 2018

Il magico potere dello sconvolgimento. "Le ferite originali" di Eleonora C. Caruso, un suggestivo unicum nel panorama editoriale italico, così sonnecchiosamente perbenista.

 Quando andavo alle superiori non c'erano veri e propri libri che esercitassero un qualche fascino del proibito.

 C'erano vari film, quello sì, forse perché era più sfacciato o c'era più senso della trasgressione riuscire a vedere un fatidico film "vietato ai minori di 14 anni" o peggio ancora "vietato ai minori di 18 anni". 

 Chi non ricorda "The blair witch project. Il mistero della strega di Blair"? 

 Prototrollata di enorme successo che, all'epoca, (erano proprio altri tempi,) si pensò fosse vera inquietando masse di ragazzini che entravano nel cinema già in preda a un meraviglioso panico.

 Di libri però neanche l'ombra. L'unico che aveva un vago alone di mystero era "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino" di Christiane F.

 Ricordo questi anatemi biblici: "Se lo leggi rimarrai per sempre affascinata dalla droga!", "Un libro scritto contro la droga che invece invita a drogarsi!".

 Più che un libro, sembrava una sfida: sarei riuscita a leggerlo tutto senza cadere tra le braccia dell'eroina?

 Dopo un po' di titubanze, incerta se correre o meno il rischio di rovinarmi la vita per sempre, mi decisi infine a prenderlo in biblioteca accingendomi al pericolosissimo tentativo.

 Lo lessi in uno strano stato di trepidazione. Mi attendevo da ogni pagina il momento in cui la voglia di uscire a cercare uno spacciatore mi avrebbe assalita irrimediabilmente.

 Doveva esserci, lo dicevano tutti.

 Invece arrivai alla fine abbastanza perplessa: il libro era scritto benissimo, si leggeva d'un fiato, ma non è che trovassi Christiane F. questa eroina underground e l'unico effetto che sortì su di me fu quello di tenermi lontana anche dalle canne.

 L'unica scena che mi aveva effettivamente sconcertato era verso l'inizio, quando gli educatori del centro giovanile dove andava (non ricordo cosa fosse, forse addirittura scout) tolleravano le canne alla luce del sole in una generale indifferenza degli adulti, tutti intenti a fare altro.
  Canne che, secondo Christiane F., erano tipo la porta dell'inferno della drogah.

 Per il resto, delusione totale. Avevo passato indenne le fiamme ok, ma me le aspettavo ben più alte e ben più brucianti.

 Imparai, negli anni successivi, che i libri in grado di prenderti a schiaffi e scuoterti dalle fondamenta non arrivano accompagnati dalle trombe della censura. 
 Quei libri te li ritrovi tra le mani per caso, parti tranquillo e qualche ora dopo sei sconvolto. 
 Mi capitò con "Tokyo blues Norwegian Wood" che mi aprì un mondo sconcertante, quello dei giovani adulti e non inteso come young adult, ma come adulti molto giovani.

 Avevo sedici anni e mi accorsi che fino a quel momento non avevo saputo niente, altro che Christiane F. e i suoi psicodrammi (rispettabilissimi eh).

 Questo lungo preambolo è per parlare del nuovo libro di Eleonora C. Caruso, "Le ferite originali".

 Quello che sforna il panorama editoriale italiano attuale io lo leggo anche volentieri, ma pecca di una sorta di beneducatezza esagerata.

  Ci sono i buoni, ci sono i cattivi, ci sono le madri amorevolissime e se non sono amorevolissime allora sono snaturatissime, ci sono tanti sentimenti tiepidi, tante famiglie ricche piene di parenti serpenti e tanti disagi di provincia che dopo un po' se sei sempre vissuto in città pensi che dopo 20 km inizi la terra degli zombie.

 A tal proposito amo sempre ricordare uno dei libri di Ammaniti, "Che la festa cominci", ambientato in parte a Oriolo Romano, piccolo comune vicino al mio, dipinto come un posto di degrado e noia provinciale distante anni luce dalla realtà.  

 C'è il mondo dei romanzi italiani e c'è la realtà
 Non coincidono mai neanche quando fingono di volerlo fare. 

 E tu dici: se fantasia deve essere almeno dammi una scossa, dimmi che c'è qualcosa, da qualche parte che ora arriva e mi ceffona come fece Murakami coi suoi universitari in preda al panico dell'età adulta e ai traumi dell'adolescenza. Ma niet, la sete non viene mai appagata.
 E poi finalmente, nel nulla cosmico, una luce. 

 Il libro di Eleonora C. Caruso è talmente insolito da far piangere (di gioia s'intende). 

 La storia ha per protagonista un ragazzo bellissimo, Christian e i suoi tre amanti:

 -  Dafne, la sua zerbinatissima fidanzata storica.
-  Dante, un professionista ricco e distaccato provvisto di ex compagna e figlioletta.
- Davide, studente del politecnico intelligentissimo e dall'autostima inesistente.

 Tutti ruotano, assieme a suo fratello minore e suo padre, più o meno velocemente, più o meno convintamente, più o meno appassionatamente, attorno a Christian, come tanti pianeti attorno a un sole fatale.

 La storia potrebbe essere un quadrato con l'interessante e poco esplorata variante bisex, ma la grande intuizione della Caruso è Christian che non si limita ad essere bello e un po' perverso, ma soffre di una pesante sindrome bipolare che cura poco e male, peggiorata da un trauma familiare irrisolto.

 Così il libro corre dietro ai pensieri brucianti di questo ragazzo che precipita come una stella cadente (e morente) che nessuno sembra in grado di fermare, i pensieri si affastellano, i momenti crudi anche, gli abbandoni persino, e il libro finisce lasciandoti la strana sensazione di essere stato preso e scrollato con forza.

 E' uno di quei libri che avrei voluto leggere alle superiori o all'inizio dell'università, quando aspettavo qualcosa che mi scuotesse dal profondo e mi raccontasse qualcosa che non trovavo scritto da nessuna parte, ma di cui, oscuramente, sentivo il bisogno.

 Ma anche adesso è stato un gran leggere, così strano, così improbabile, così particolare nell'editoria italiana così preoccupata di tutto, delle vendite, dei temi "che vanno", di quello che "potrebbero pensare i lettori" o ancor peggio di quello che "potrebbe piacere ai lettori".

 Più libri così e meno psicodrammi di provincia, adolescenti che scoprono la vita durante l'estate e saghe familiari del sud Italia VI PREGO, guardate che li leggo, guardate che li leggiamo. 
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