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martedì 30 maggio 2017

La trappola del surgelato. La profonda insensatezza di "Del dirsi addio" di Marcello Fois, un pasticcio tra Bolzano, neve, preti e cronaca.

 Quando ero pendolare tra il mio paese e Roma (ma anche prima), grande solazzo creavano in me e in molti altri, alcune grandi hit delle tre free-press dell'epoca

Uber alles: 

 1) Gli annunci che la gente metteva su "Leggo" con la speranza di beccare la "Tipa di 26 anni apparenti, capelli corti, pantaloni tartarugati al ginocchio che ieri alle 17:34 è scesa alla fermata Villa Bonelli" o il "Ragazzo di 42 anni, tatuaggio di un serpente attorcigliato a Titti che inciampava fuori dalla fermata Baldo degli Ubaldi alle ore 6:47 del mattino".

2) Le recensioni dei film di Alessio Guzzano, brevi, veritiere, scritte benissimo ed estremamente godibili su City.

 A lui debbo un'indimenticata verità che all'epoca era riferita a un film di Piccioni: "Luce dei miei occhi", strana pellicola con Luigi Lo Cascio e Sandra Ceccarelli nelle vesti delle classiche due tragiche vite solitarie che si sfiorano senza però mai riuscire davvero a toccarsi.

 Lei sola con una figlia che i nonni paterni vogliono in affidamento, lui lievemente disadattato (infatti, tanto per calcare la mano sulla questione è OVVIAMENTE un appassionato di romanzi di fantascienza), si incontrano, ma non riescono mai davvero a comunicare, intrappolati in un perenne gelido inverno interiore.
 Il punto qual è.

 Che Lo Cascio non solo è un trentenne che legge ancora fantascienza, ma fa l'autista per ricchi e lei possiede un negozio di surgelati.

 Ricordo ancora la recensione che recitava a grandi linee: "In Italia per insistere sulla freddezza dei sentimenti, non si trova niente di più didascalico che usare come protagonista una che possiede un negozio di SURGELATI".

 Ecco, queste parole mi risuonano nella mente tutte le volte che uno scrittore italico decide, per farci comprendere le fredde lande dei sentimenti, di piazzare i personaggi in montagna.

 Grandi silenzi fffffffuuuuuuu, nevicate fffffuuuuuu, il carattere duro dei montanari fffffuuuuu, la "riservatezza" di chi abita in montagna (che misteriosamente quando passi il Tevere cambia nome e diventa omertà) fffffffuuuu, le asettiche stanze di chi possiede troppa ricchezza fffffffuuuuuu, e le montagne fffffuuuuuuu che tutto sanno e che vegliano su di noi, lontane e sagge.

 Insomma, io quando capisco la mala parata, penso sempre al negozio di surgelati dei sentimenti.

 Poiché Marcello Fois mi piace moltissimo come scrittore e possiede quel certo non so che di ambiguo, direi quasi di torbido talvolta, che manca a tutti gli altri scrittori italici, mi sono detta "Vabbeh, ha ambientato un romanzo a Bolzano, ma non per forza deve parlare dei gelidi sentimenti, magari trova solo interessante ambientare un romanzo lassù".

 Purtroppo no. Purtroppo anche Fois è caduta in quella che possiamo ribattezzare "la trappola del surgelato".

 La storia è pessima su tutti i fronti, talmente pessima che persino l'ottima e raffinata scrittura di Fois, scade parecchie volte nel telefonato e/o nella frase fatta.

 Partiamo dall'inizio. Il commissario Sergio Striggio è un bell'uomo e vive a Bolzano, ha una relazione da sette anni col bellissimo Leonardo, detto Leo, ma i suoi colleghi non lo sanno e, soprattutto una collega spera sempre di infilarsi nel suo letto.
  Un giorno molto freddo, una coppia molto ricca e ovviamente in grande crisi (a causa della depressione di lei e delle scappatelle di lui), si ferma al limitare di un bosco per far fare i bisogni al figlio e puf il ragazzino, un dodicenne borderline con la sindrome di Asperger, sparisce nel nulla.
 Passa di lì casualmente il prete e chiama la polizia.

 Mentre apprendiamo da lunghe intro ai capitoli che il commissario Striggio nutre una strana passione per Leon Battista Alberti, suo padre, malato terminale di cancro al cervello, si trasferisce a Bolzano e inizia tra i due una sorta di silenziosa resa dei conti.

 Su di loro aleggia infatti il fantasma della madre morta anni prima, amatissima dal padre e anche da Striggio. A un certo punto sembra di intuire un grande equivoco: i genitori pensavano che il figlio fosse strano perché loro erano in crisi, mentre Striggio da ragazzino era strano perché era gay e non riusciva ad ammetterlo (una cosa, almeno questa, verosimile).

  Nel frattempo le indagini vanno avanti in modo fumosissimo: il prete non dorme bene, qualcuno gli brucia la macchina, i genitori del bambino scomparso, Gea e Nicola, fanno sesso (e ricordano il modo in cui si sono conosciuti: lei era stata affidata da ragazzina alla famiglia di lui), Leo guarda film strappalacrime, Striggio ha un insensato momento etero, la gente parla in tedesco random (senza traduzione), ci sono delle cliniche, il padre di Striggio fugge, una maestra del bambino muore annegata in un fiume ecc ecc

 Ve lo giuro un mescolone senza senso, peggiorato dal fatto che a Bolzano nevica, che nessuno riesce a fidarsi dell'altro, che il gelido vento dei balcani (cit) soffia tra di loro, che la polizia a Bolzano si vanta che non ci siano delitti e, insomma, 'sto ragazzino scomparso è proprio una rogna.

 Insomma, siamo in pieno surgelato time.

 Il finale è comunque la parte peggiore: una ridicolaggine contorta così estrema che io mi domando come abbiano potuto pubblicarlo. Cioè, c'erano mille finali più plausibili e meno contorti, invece, in cinque pagine scopriamo cinquemila altarini e un piano che neanche un film di fantascienza.

 L'unica cosa che salvo del libro è l'originalità della scelta di un commissario gay in una storia non nata per essere appositamente gaya. 
 Finalmente anche nella narrativa italiana un personaggio la cui specificità non è essere IL GAY, ma un commissario di polizia con un indagine che è ANCHE gay. Anche quindi, una cosa complementare, come lo è essere etero.

Bolzano, io ti ho vista questo inverno e devo ammetterlo: non mi hai colpita.
 Un grosso paesone tra le montagne dove non vivrei mai, ma sono certa che sei piena di ottime qualità e che di certo meriti di meglio che far da cornice alle storie da surgelato. Insomma, oltre le montagne c'è di più.

 Scrittori italici, vi prego, smettetela di piazzare personaggi in crisi personale, in lutto, in dramma, in gelo in montagna, solo perché la neve gli dona. Ho capito che la stagione fa molto, ma si può essere tristi pure in pianura, ve lo assicuro.


CONSIDERAZIONE SPOILER DA SALTARE SE VOLETE LEGGERE IL LIBRO PERCHE' SVELA IL FINALE


 Dunque, nel finale si scopre che il prete era il fratello gemello di Gea, la madre del bambino. Entrambi vittime di un padre abusante erano riusciti a sfuggirgli in un modo non chiarissimo: il prete, da ragazzino, era scappato ed era riuscito a far perdere le sue tracce facendo ricadere la colpa della sua scomparsa sul padre, quindi suicida.

 Sì lo so. è contorto.

Anni dopo, ormai prete (non si capisce come abbia fatto ad avere una nuova identità), riceve la richiesta di aiuto di Gea: ha saputo da una delle amanti del marito che egli (il marito) molesta il figlio (una calunnia per inciso).

 Per salvare il bambino, invece di divorziare, denunciare e/o chiedere spiegazioni, decide di far rapire il figlio dal prete/fratello e dalla perpetua e di tenerlo nascosto nella canonica.

 Una soluzione che manco Pupi Avati in un film horror.

 Quando la polizia sta per scoprirli, il bambino viene trasferito in una sorta di convento, ma Gea confesserà solo dopo che il fratello prete si sarà suicidato.
 Lo so, è una storia SENZA SENSO.

 Ho provato a capire cosa possa mai aver contortamente pensato Fois e mi è tornato alla memoria un vecchio fatto di cronaca: nell'estate del 2006 una coppia di coniugi liguri rapì la bambina che avevano avuto in affidamento.

 Era uno di quegli affidi che si facevano in estate dalla Bielorussia; i bambini di Cernobyl e dintorni venivano mandati in Italia qualche mese presso delle famiglie per respirare un po' di aria migliore (anche la famiglia di una delle mie migliori amiche lo fece per anni).

 In quel caso, la famiglia, adducendo come motivazione i maltrattamenti nell'orfanotrofio dove si trovava la bimba, non la restituì e la nascose per qualche settimana in un convento, col benestare delle suore.

 Dopo parecchia tensione, la bimba fu riconsegnata e, come prevedibile, rimandata in Bielorussia e affidata col fratello a una famiglia del posto.

 Ecco, l'unico vago appiglio che riesco a trovare è questo: un caso di cronaca da cui scaturisce un'idea che però diventa difficile da gestire, anche perché eccessivamente carica.
 Altrimenti io non so davvero che cosa possa aver indotto Fois a frullare in un unico romanzo una tale quantità di insensato delirio.

venerdì 21 agosto 2015

"Luce perfetta" di Marcello Fois, il capitolo finale della saga dei Chironi. Quando l'amicizia è raccontata come una grande e terribile storia d'amore, tra macguffin letterari, donne che sono solo pretesti, scelte che non facciamo e destini che pensiamo di subire.

 Dopo aver doverosamente fumettato (alla prossima settimana con furore il prossimo fumetto Privè), è giunto il momento di tirare le somme su quanto letto questa estate.
 Partirò con "Luce perfetta" di Marcello Fois che molte tragedie addusse ai sardi.
Fois iniziò qualche anno fa una fortunata saga familiare, quella dei Chironi, nucleo avversato da ogni sorta di sventura possibile e umanamente immaginabile. 
 Avete presente Shonda Rhimes, la temeraria autrice di "Grey's Anatomy" che ogni serie trova sempre nuovi modi per vessare i medici di un ospedale che avrebbe bisogno di un esorcismo? Ecco, Fois, rivaleggia con costei splendidamente.
 Prima di parlare di "Luce perfetta" che, premetto, è scritto in un italiano splendido, con un'attenzione rara che forse aiuterebbe molti a distinguere scrittori da pennivendoli, faccio un riassunto delle due puntate precedenti: "Stirpe" e "Nel tempo di mezzo" (quest'ultimo fu anche candidato allo Strega, ogni tanto allo Strega candidano buoni libri).
 Michele Angelo è un ragazzino pescato in un orfanotrofio da un fabbro vedovo e bisognoso di figliolanza, compagnia, forza lavoro e affetto filiale mancato. Una volta adulto si innamora di Mercedes, una bellissima ragazza dai folti capelli neri con cui mette presto su famiglia. La coppia inizia subito bene a mettere le basi di quella che pensano sarà una forte e prospera stirpe: nascono due gemelli, Pietro e Paolo. Poi, come accadeva alle coppie fertili prima dell'avvento della pillola, vengono alla luce un figlio dietro l'altro alcuni nati vivi altri vissuti pochissimo.
 Nel novero dei sopravvissuti si aggiungono Luigi Ippolito, Gavino e Marianna. Quando nasce la più piccola di casa, unica femmina, la malasorte ha già iniziato a ghermire la famiglia: i due gemelli infatti, mandati a pagare dei braccianti, sono scomparsi coi soldi. Non verranno mai più ritrovati. Questo è l'inizio di una cascata nefasta che travolgerà tutte le generazioni, inesorabilmente. 
 Di capitolo in capitolo, di libro in libro, i Chironi rimangono attaccati pervicacemente alla vita e alla storia per una flebilissima speranza. Quando pensi che ormai sia finita, che anche questa disgrazia abbia fatto il suo, ecco che spem spunta un Chironi inaspettato (se non altro i maschi Chironi oltre a essere straordinariamente fertili, generano solo maschi che portano il cognome).
 L'intera trilogia ha una serie di punti e di metafore comuni (è infatti altamente sconsigliabile leggerli non in ordine di pubblicazione). Il maggior punto debole, l'unico in realtà, è aver voluto donare ad una Sardegna arcaica, fatta di legami forti in grandissima parte maschili, di donne volitive (e chi ha conosciuto le donne sarde sa che possono esserlo fino all'esasperazione), di un contesto storico inaspettato e sconosciuto, una sorta di realismo magico alla Marquez molto forzato. 
Fois non aveva bisogno di scomodare eventi alla Macondo, la Sardegna che descrive è talmente aliena dai pensieri di chi non ci vive, così lontana da chi non ne conosce la storia (praticamente tutti i non sardi), da sembrare un posto incantato, inventato.
 In "Luce perfetta" la forzatura nel finale si vede troppo, il colpo di teatro è tanto evidente quanto inutile. Eppure Fois ha dalla sua due grandissimi pregi. Questo libro riesce nell'intento vano della maggior parte degli scrittori (non nominiamo manco i pennivendoli) italiani: costruisce dei personaggi.
 Mi spiego. I protagonisti sono due, almeno in principio: Cristian, l'ultimo dei Chironi, e Domenico, un amico fratello con cui è cresciuto insieme (i padri erano migliori amici nel libro precedente). La quarta di copertina inganna il lettore dicendo che "Cristian e Maddalena si conoscono da sempre e se il destino non si fosse messo di traverso sarebbero già l'uno dell'altra". In realtà la storia d'amore raccontata nel libro non riguarda Cristian e Maddalena, ma Cristian e Domenico.
 Ho sempre trovato affascinanti le trame che riuscivano a descrivere un'incredibile amicizia come una grande storia d'amore. In molti reputano l'amicizia secondaria rispetto all'amore e in genere, quando qualcuno la ritiene superiore, è sempre perché l'amore l'ha molto deluso. In realtà quando noi decidiamo di diventare davvero amici di qualcuno stiamo iniziando con quel qualcuno una sorta di storia d'amore, la cui profondità possiamo conoscere solo noi.
 Ci sono alcuni casi in cui questo legame avviene tra anime così affini da soverchiare il privilegiatissimo (sia nella vita che nella letteratura), amore. Descrivere amicizie così totalizzanti non è facile, ma Fois ci riesce con una chiarezza e uno struggimento davvero rari. 
 Il libro ha una costruzione molto cinematografica. Innanzitutto Fois utilizza un espediente da film: una sorta di macguffin letterario.
 Spiegone macguffin: dettasi macguffin un espediente narrativo che avvia la trama in un certo modo, attorno ad un evento che sembra importantissimo per poi farlo sparire bruscamente e renderlo completamente irrilevante allo svolgimento di colpo (se non avete capito, wikipedia è con noi).
 Sostanzialmente per tutta la prima parte noi pensiamo che l'amore tra Cristian e Maddalena sia il dramma del libro e che una complessa questione di palazzinari sardi sia fondamentale alla nostra lettura. Poi ecco che arriva la macguffingata e pam, scopriamo che tutti i personaggi non sono come ci erano apparsi fino a quel momento e che il vero terzo incomodo della storia tra Cristian e Maddalena non è Domenico, ma Maddalena stessa, la quale è capitata nel bel mezzo di un legame dai contorni infuocati e ambigui.
E qui arriva la "costruzione del personaggio". In tutti i romanzi, i personaggi sono dotati di una serie di tendenze o inclinazioni: sono autodistruttivi, sono allegri, sono depressi, sono nichilisti e via dicendo. Raramente queste tendenze vengono spiegate o dipanate adeguatamente. In genere ci viene passato il dato di fatto e le conseguenze che ne derivano, si parla di un trauma primigenio e via con dio.
 Fois non si limita al dato di fatto o al trauma lontano, riesce a fotografare il trauma.
Foto by me del golfo di Orosei (Cala Goloritzè)
 Com'è possibile che una persona possa diventare autodistruttiva, come sia effettivamente possibile che possano coabitare nella stessa persona una parte gelida, si potrebbe dire persino malvagia, e una sensibile, quasi inconsapevole dell'esistenza dell'altro. Domenico diventa un personaggio talmente vero, così reale che tramite lui si comprende ciò che altrove verrebbe liquidato con un giudizio morale. Quando conosci una persona diventa sempre più difficile giudicarne le sue azioni, per terribili che siano.
 Il finale, ma è un mio gusto personale, non è all'altezza dello svolgimento, di rara verità e incredibile rimpianto.
  In qualsiasi caso questa trilogia va letta, per la Sardegna che viene raccontata, per l'impatto che la Storia ha avuto su molti, loro malgrado, per capire che molta dell'infelicità che sembra il solo accanimento del destino, dipende anche dalle scelte che facciamo, quando noi preferiamo pensare che le stiamo solo subendo. 

domenica 18 agosto 2013

Il grande Dramma del rientro. Altro che Maldive, la vera Isolatria è solo per la Sardegna.

Molto traumatizzata dal rientro e in una Milano che sembra il deserto dei tartari, mi accingo a scrivere il mio primo post post-vacanza. Poiché sono ancora sconvolta dal viaggio e il mio unico pensiero è poter tornare all'ombra dei mirti frondosi sulle rive del mare sardo, vi consiglierò due libri sull'isola più amata dagli italiani.
 Preciso. Io la Sardegna la amo sul serio e non perché la trovi una meta vacanziera di ineguagliabile bellezza (non solo almeno), ma per motivi familiari molto più profondi con cui eviterò di tediarvi non essendo questo un blog di fattacci privati e lacrimevoli sfoghi (insomma non quel genere di lacrimevoli sfoghi).
 Lascerò che a parlare siano due letture, brevi, veloci, agevoli, ma sentite, sull'amore che la Sardegna sa suscitare fino a lasciare il cuore pieno di un'infinita nostalgia.
 Il primo è del già consigliato Marcello Fois, "In Sardegna non c'è il mare" che recentemente la Laterza ha rieditato di un'edizione dalla copertina molto discutibile (pare fotocopiata), ma dal prezzo inoppugnabile, 6,90 euros.


Attraverso una serie di ricordi personali e familiari, Fois tenta di spiegare l'amore per la sua terra, la Barbagia ancor prima della Sardegna tutta. Ne ricorda i colori,i profumi, l'aria, l'assenza del mare e i viaggi per raggiungerlo sulla meravigliosa costa vicino ad Olbia. In 136 pagine si viaggia come se si fosse davvero a Nuoro e chiudendo gli occhi si attraversassero le lande brulle infestate di ginepri.
 Il secondo, sempre della Laterza, nella graziosa e originale collana Contromano (anche il precedente ne aveva avuto una prima esteticamente migliore edizione), è uscito da poco "Isolatria. Viaggio nell'arcipelago della Maddalena" di Antonella Anedda.


 L'autrice è molto ben conscia delle sue geografiche fortune e parla con trasporto del meraviglioso arcipelago della Maddalena, un luogo che chiunque sia stato a colonizzare il Mar Rosso o i Caraibi dovrebbe visitare domani istesso.
 Voi che acquistate biglietti per anonimi villaggi della Valtur in Kenya e alle Maldive, non sapete cosa vi perdete in mezzo al mar mediterraneo. Mari che altrove se li sognano, spiagge rosa di coralli, un'isola dove Garibaldi andò a passare i suoi anni post-eroici e a morire, (Caprera), un centro storico che è un incrocio tra la Spagna e la Grecia, passando per la Francia (la Maddalena).
 Sì, lo so, sembra che mi abbia pagato l'ufficio turistico della regione autonoma della Sardegna, ma sareste nostalgicamente sconvolti anche voi se aveste dovuto lasciare posti come questi.


 La foto è by me. Prometto che da domani torno a postare cose meno melodrammatiche. Comprendetemi, ve prego.

sabato 20 luglio 2013

Saghe familiari, l'incubo della narrativa italiana (Alcune perle nascoste nella fanga)

Uno dei mali che a mio parere si accaniscono con più foga sulla produzione romanzifera italiana sono le saghe familiari.
 Quando vedo arrivare queste pile di novità con la loro trama standard ("X tramite un'eredità/un pensiero/un caso/un incidente/una causa scatenante qualsiasi inizia a ripercorrere la storia della propria famiglia partendo dalle tre o quattro generazioni precedenti), mi cadono le braccia.
 Anche perché in genere si parla sempre di: nonne dai seni voluttuosi, madri che cucinavano con profumi paradisiaci e tradizionali ormai scomparsi, zie rimaste zitelle, zii scapestrati e/o morti giovani in qualche guerra, amori perduti/morti/non corrisposti, padri forti come rocce e nonni avventurosi che in genere hanno passato il proprio sangue al nipote narratore di turno.
 E' uno di quei filoni di cui soffre anche il cinema italiano, ma che purtroppo non si estingueranno mai facendo  essi parte di quel patrimonio strappalacrime a cui nessun lettore (quasi sempre donna) riesce a rinunciare.
 Nel mucchio però si può trovare anche qualcosa di buono.
 Siccome capisco che la ricerca in tal senso può risultare impervia et penosa et una rompitura sempiterna di scatole lascio due titoli. Il primo è "Il dolore perfetto" di Ugo Riccarelli, ed. Mondadori 9,50 euros.


 Il libro, non per sua colpa, è anche reo di aver vinto lo Strega nel 2004. Questo non deve scoraggiarvi. So che negli ultimi anni lo Strega è stato assegnato un po' a vacca, ma per qualche miracolo o congiunzione astrale "Il dolore perfetto" era davvero un libro meritevole di vincerlo.
 La storia è appunto la saga familiare di questa famiglia di anarchici toscani che attraversano tra mille drammi la fine dell'800 e l'inizio del '900. Avverto: è una tragedia su tutta la linea, a questo libro va infatti anche la palma del libro che più mi ha causato crisi di pianto in assoluto (dopo la morte di Beth in "Piccole donne crescono" specifico), ma è davvero scritto benissimo.
 Il secondo consiglio è per "Stirpe" di Marcello Fois, ed. Einaudi 12 euri con tanto di seguito "Nel tempo di mezzo" sempre ed. Einaudi sempre euri 12.


 Il lasso di tempo storico ricoperto è lo stesso del precedente (diciamo che gli avventurieri della saga familiare galleggiano sempre dall'Unità d'Italia fino agli anni '70), ma la saga dei Chironi si svolge tutta in Sardegna, cosa che dona alla storia un punto di vista molto particolare. Stirpe scaturita da un orfano e dalla figlia di una ragazza madre pure i Chironi posseggono la loro discreta dose di disgrazie, ma anche qui la lingua dona alla storia una tale poesia che giustifica l'impianto altrimenti visto/rivisto/stravisto.
 Che alla fine la storia è importante, ma molto di più lo è come viene raccontata.
 Imparate Cibrario e Agnelle Hornby imparate.
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