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venerdì 20 ottobre 2017

Halloween for kids! Libri spaventevoli per bimbi e ragazzi per il 31 ottobre. Dia de Muertos, fantasmini spaventati, bimbe zombie, fiabe crudeli e amiche distanti nel tempo.

 Come sapete non scrivo quasi mai post con consigli di libri per bambini.
 Il motivo è presto detto. Dovreste vedermi le rare volte che sono costretta a consigliare dei libri del genere in libreria.

 Arriva il cliente (in genere un genitore o un nonno ovviamente) che, speranzoso, mi rivolge una delle seguenti domande:

 "Questo libro è adatto a un bambino di X anni?"
 "Può consigliarmi qualcosa per un bambino a cui piace la cosa X?"
 "Avete uno di quei libri che servono per imparare qualsiasimateriaaunanno?"

 Essendo senza figli e per ora provvista solo di una nipotina (da appena 6 mesi però) mi è completamente impossibile associare cosa un bambino può fare o non fare a una determinata età. 

 Non solo, sono talmente sprovvista di pupi nella vita quotidiana (neanche una delle mie amiche per ora ha figli, siamo proprio in linea col trend demografico nazionale), che quando mi dicono "Un bambino di due anni", faccio proprio fatica a figurarmelo.

 Mi sento perciò totalmente inadeguata a consigliare qualsiasi cosa. Mi rendo conto, davanti alle colleghe esperte, di essere, al riguardo, una zappa totale.
 In ogni caso, per Halloween, come di solito a Natale, faccio un'eccezione e mi tento!
 Peraltro, a lavoro ho adocchiato un bel libro con uno scheletro investigatore e ho ovviamente dimenticato il titolo. Appena lo ritrovo lo posto su fb!

 Consigli a voi!


MORTINA di Barbara Cantini ed. Mondadori:

Età: dai 5 anni (età ideale credo 6-7)

 Giunto freschissimo a lavoro, Mortina è un libro graziosissimo che, in un certo senso racchiude un po' lo spirito de la Famiglia Addams e non solo per i disegni.

 I due film che vi straconsiglio di rivedere, soprattutto da adulti, sono in realtà (come lo era la serie) una feroce critica alla famiglia borghese e rimane per me un capolavoro il pezzo in cui Mercoledì e suo fratello sono costretti ad andare al campeggio per bambini ricchi per "socializzare e diventare come gli altri".

 La scena finale, quella della recita dei bravi pellegrini e dei pellerossa primitivi che vengono a portare doni ai bravi pellegrini, in cui i primi sono tutti ragazzini wasp perfetti e i secondi "gli altri", quelli considerati "diversi" o in qualche modo strani, è da manuale.

  E "Mortina" si rifà più o meno allo stesso filone, ovviamente con le dovute differenze essendo in tutto e per tutto un libro per bimbi delle elementari.

 Mortina è una bimba zombie che vive in una casa stregonesca assieme a sua zia e ad un cane levriero (forse zombie forse no). Si diverte un sacco da sola, ma vorrebbe avere degli amici.

 Il problema è che la zia non la lascia uscire dalla loro tenuta perché ha paura delle persone fuori: gli abitanti del villaggio, infatti, temono Mortina e sua zia ritenendole spaventose e cattive.

 La sera di Halloween però, Mortina ha un'idea: fingerà di essere una bimba "normale" travestita e uscirà a chiedere caramelle con tutti gli altri bambini.

 Riuscirà a farsi degli amici? E se dovessero scoprirla?

 Una fiaba gotica per piccini, disegnata benissimo, e che usa il tema horror per parlare di una paura che forse è più dei grandi che dei piccini: il terrore di chi non è esattamente come noi.




FRIDA Y DIEGO. UNA FIABA MESSICANA di Fabian Negrin ed. Gallucci:

Età: dai 5 anni ai 100.

 Molti bastian contrari fanno barricate alla festa di Halloween ritenendola estranea al resto delle culture e di natura prettamente americana. 

 Al netto del fatto che, al massimo, sarà di origine prettamente irlandese, in realtà la ricorrenza dei defunti, con tutti i suoi distingui è propria di buona parte del mondo occidentale (e, come spiegato da Eraldo Baldini nel libro "Halloween nei giorni che i morti ritornano", persino in Italia in alcune zone c'era l'usanza di andare a questuare cibo zucche alla mano nella notte di Ognissanti) talvolta con tratti comuni, altre volte, come nel caso del dia de muertos, in modo totalmente differente

 Il dia de muertos attinge a un pantheon di tradizioni precolombiane legate a un aldilà assai dissimile da quello importato dai missionari cattolici e perciò provviste da una simbologia diversa dalla nostra: cani che accompagnano nell'aldilà, teschi di zucchero (le calaveras) da offrire ai propri defunti con cui banchettare al cimitero in una festa colorata e ricca di gioia.

 Il libro "Frida e Diego. Una favola messicana" di Fabian Negrin esprime benissimo il concetto e anche l'estetica di questa festa colorata e ricca. 

 Fingendo che Frida Kahlo e Diego Rivera siano bambini racconta una loro piccola avventura la sera della festa dei morti.

 Diego comincia ingozzettandosi di teschi di zucchero e, la sera, al cimitero, si fa scoprire dalla piccola Frida a sbaciucchiare un'altra bimba. Inseguito dalla furente fidanzatina precipita in un buco e lì si perde nel mondo dei morti.

Riuscirà Frida a tirarlo fuori? E quali spaventose meraviglie vedranno prima di uscirne?


FANTASMI di Raina Telgemeier ed. Il Castoro:


 Raina Telgemeier è una fumettista per ragazzi molto famosa che ha fatto la riduzione a fumetti della serie "Il diario delle baby sitter" e altri libri con protagoniste ragazzine (sono ampiamente autobiografici) all'inizio dell'adolescenza che, devo dire, consiglio a tutti i genitori (una mia collega aveva le due pargole che, da brave sorelle, litigavano come cane e gatto e le ho suggerito di comprare "Sorelle" di Raina, è stata molto apprezzata).


 E' appena uscito "Fantasmi" in cui due sorelle, Cat e Maya, si sono appena trasferite a Bahia de Luna in California. Cat non è molto felice, ma Maya ha bisogno di posti caldi per la propria malattia respiratoria.

 Come se non bastasse, pare che Bahia de Luna sia infestata da fantasmi abbastanza socievoli e Maya vuole incontrarne uno. Cat non vuole assolutamente e non è neanche molto convinta che sia un bene che la sorella li veda.

 Se non conoscete questa autrice, è arrivato il momento di farlo.


 PRONTI ATTENTI BUH! di E. Baguley e Marion Lindsay ed. Gribaudo:

Età: Oddio, immagino 3-4 (ma anche 2 e 5 credo vadano bene).

 Molte persone su fb mi hanno chiesto suggerimenti per bimbi piccini.
 Questo credo che possa andare benissimo per bimbi di 3-4 anni, visto che il protagonista è un fantasmino piccino come loro alla ricerca di una casa piccina piccina da infestare in cui sentirsi al sicuro.

 Una cosa che sembrerebbe semplicissima in realtà è difficilissima: il mondo è un posto pieno di pericoli, di case rumorose, di cagnolini giocherelloni e spaventosi che rendono l'impresa complicata e non fanno che terrorizzare il povero poltergeist in cerca di una magione.

 Alla fine, di spavento in spavento, troverà la casa più piccina e tenera del mondo.

 Un libro di Halloween per capire che la paura non è uguale per tutti e che spesso le cose più spaventose, guardate da un'altra prospettiva, non sono così brutte.
  

FIABE ITALIANE di Italo Calvino:

Età: vedete un po' voi

 La mia sorella YA ha tredici anni meno di me, così quando lei era in età di favole e favolette della buonanotte, io ero nel pieno dell'adolescenza e di tutto avevo voglia tranne di stare a raccontargliele la sera (compito mio perché dormiva in camera con me).

 Esasperata dalle sue continue richieste, dopo aver inventato fior fior di fiabe di mia sponte (di cui una, rimasta celebre, su una mongolfiera costruita da lattine di chinotto, che la sorella YA lo adorava), iniziai a prendere un po' di libri di fiabe in biblioteca.

 Non conoscendone il reale contenuto, mi fidai di Calvino e presi il suo "Fiabe italiane" in cui sono raccolte fiabe classiche regionali italiane. Tutte molto molto spaventose. Esattamente come sono spaventose quelle originali dei fratelli Grimm.

 L'acme si raggiunse nella fiaba in cui la nuova moglie del re, invidiosa delle nuore, spediva i principi in battaglia e scacciava le mogli in una caverna dopo avergli opportunamente cavato gli occhi.

 Non ricordo se le donzelle finivano per mangiare i figlioletti per fame o per inganno, fatto sta che alla fine si salvava solo un principino e gli altri finivano teneri arrosti nelle bocche delle loro madri.

 Anni dopo i principi tornavano, trovavano quella situazione disdicevole, prendevano la suocera e dopo averle cavato gli occhi, la coprivano di catrame e le davano fuoco.

 Questa storia diede gli incubi alla sorella YA che da quel momento in poi si rifiutò categoricamente di ascoltare altre fiabe provenienti dal libro infame.

 Ecco, se avete bambini dagli stomaci forti, queste è real horror for them.
 (Ovviamente la maggior parte sono meno pesanti di questa, ma il livello medio prevede sempre qualche morte violenta).


THORNHILL di Pam Smy ed. Uovonero:

Età: 13-14 anni e oltre

 Una storia di fantasmi per più grandicelli  molto interessante.

 E' infatti un caso di libro illustrato in cui illustrazione e testo rappresentano due trame diverse e parallele.
 Nei disegni c'è la storia di Ella, una ragazzina che, dopo aver perso la madre, si è trasferita in una villetta assieme al padre. Nelle sue lunghe giornate molto solitarie, sviluppa un certo interesse per la villa diroccata proprio accanto alla sua, un tempo un orfanatrofio.

 Nella parte scritta invece, c'è il diario di Mary, una ragazzina che nel 1982 era ospite dell'istituto prima che questo chiudesse.

 Il diario è carico di una sottile angoscia per vari motivi, non ultimi il fatto che Mary è perseguitata da un'altra ospite dell'istituto, è afflitta da mutismo selettivo e, per sfuggire alla solitudine non trova di meglio da fare che cucire pupazzi (che Ella troverà nelle sue esplorazioni nell'orfanatrofio abbandonato).

 Molto halloween, anche per adulti.

mercoledì 19 ottobre 2016

Se devi scomodare un archetipo, almeno abbi un buon motivo. La recensione di "The Quick" un piacevole romanzo d'azione che avrebbe funzionato molto meglio senza i poveri vampiri, qui tristissime figure senza un vero senso e alcuna sensualità.

 L'immaginario orrorifico attuale non è molto vispo, diciamoci il vero.
 Ben lungi dal concepire nuove creature spaventose da usare come orribile specchio dei propri tempi, ricicla antiche creature archetipiche adattandole alla società moderna.


Non per nulla creatura che a me non piace particolarmente, ma è molto di moda è lo zombie, spesso usato come metafora dell'essere umano che sopravvive in un mondo ormai ostile, persona che non vive la propria vita chiuso in un guscio vuoto del quale non si rende conto.

 Nel bel "Quella luce negli occhi" ed. Clichy che avevo curiosamente letto dopo i terribili attentati di Parigi lo scorso anno, avevo ravvisato, in tutta la sua crudezza la sensazione che ci fosse un'inquietante filo rosso tra un'epidemia zombie (quando lo zombie si ottiene tramite contagio di virus misteriosi) e l'epidemia di terrore nel quale cade la popolazione europea nelle settimane successive agli agghiaccianti attentati terroristici di questi mesi.

 Lo zombie inteso come terrorista che può o non può condizionare le esistenze dei vivi (che, dal canto loro, sono confusi ulteriormente dal fatto di avere o aver avuto dei legami di tipo affettivo con essi e di non riuscire a discernerli dal mostruoso che li affligge) era la grandissima idea del romanzo.

 Un altro uso metaforico è stato quello di Matheson che, in "Io sono leggenda" (curiosamente nelle vecchie edizioni italiane intitolato "I vampiri"), usa gli zombie per contagio come metafora per una nuova popolazione o ideologia dominante che uccide la vecchia fino all'ultimo uomo (il quale comunque può decidere di lasciare il segno non unendosi al nuovo, ma preferendo la morte come segno di ultima ribellione).

 Se gli zombie ben si adattano ai nostri tempi, i vampiri hanno avuto, purtroppo, fortuna minore.

Esplosi nell'ottocento come reazione alla repressione dell'eros, sono le creature della notte per eccellenza, sensuali, affascinanti, ambigui, privi di morale.

  Rappresentano la valvola di sfogo di una società che mirava a controllare e reprimere qualsiasi sessualità e che, eppure, ne era affascinata.

 La "Carmilla" di Sheridan Le Fanu è una dolce fanciulla che seduce una sua coetanea, Laura, con parole appassionate e orgasmi notturni. Uccisa da un prototipo del Van Helsing di Bram Stoker, non smette comunque di avere la sua influenza su Laura che anni dopo, ricondotta sulla retta via, sposata e con figli, continuerà comunque a rimpiangerla.

 Affascinante e ambiguo è il nobile vampiro di Polidori, lo è il Dracula di Bram Stocker, lo sono i numerosi vampiri che notte dopo notte lasciano le loro vittime ipnotizzate dal loro fascino e sempre più esauste.

Perché ovviamente non esiste piacere senza punizione e la punizione di chi cede alle lusinghe del vampiro è direttamente la morte.

 Nel '900, il fascino del proibito è venuto a mancare, una sessualità più libera ha privato il vampiro del suo tratto fondamentale, rendendo le storie in suo onore sempre meno memorabili.

 Personalmente amo molto Anne Rice che è riuscita a trovare un senso alla figura vampirica inventando per lui nuove forme di affascinante corruzione (anche se il mio libro preferito della sua serie rimane "Armand il vampiro" che è quasi completamente ambientato nel passato).

 Il vampiro è bello, affascinante, ricco, è tutto ciò a cui non sappiamo dire di no nonostante la nostra coscienza ci suggerisca che stiamo sbagliando.
 La Rice è riuscita a rivestire la figura vampirica dell'ambigua veste della corruzione: senza tentazione tutti rimaniamo sulla strada più giusta, ma cosa accade quando la tentazione arriva in vesti così meravigliose?

 Persino Stephenie Meyer che ha fatto sfracelli con "Twilight" è riuscita a metaforizzare il vampiro.

  Può piacere o non piacere, ma calando il vampiro in un libro per YA ha riesumato l'antica funzione sensuale della creatura: per gli adolescenti il timore e al contempo il fascino del sesso hanno ancora quel senso di turbamento, quel salto nel vuoto, quell'idea di compiere qualcosa di definitivo e forse di sbagliato.

Devo dire che all'inizio di "The Quick" avevo le migliori sensazioni.
 Mi sembrava un onesto libro di intrattenimento (non un capolavoro, ma una di quelle storie piacevoli da leggere) che cercava di andare a parare dalle parti di Anne Rice.

 L'inizio e la fine sono infatti le parti migliori della storia.
 C'è una magione inglese persa nella brughiera, due bambini un maschio e una femmina, quasi orfani, un po' in stile "Giro di vite", una misteriosa bambinaia che non arriva mai, un padre che se ne va colpito da una strana malattia.

Un improvviso salto di una dozzina di anni ci porta a Londra, quando il maschio ha terminato gli studi e tenta di diventare uno scrittore di teatro, schivo e perso dietro ai suoi sogni.

 Per sostenere le spese, decide di condividere il piano di un appartamento con un avvenente ex compagno di studi, assai più vivace e con una famiglia adeguatamente odiosa.

 Bene, dopo 70 folgoranti pagine, la storia prende un'altra via, oserei dire strana.

 Per motivi abbastanza incomprensibili la Owen decide che i vampiri non sono creature affascinanti, nobili, ricche, ambigue e irresistibili, ma polverosi reperti del passato, mentalmente instabili, alla costante ricerca di denaro per sopravvivere e assolutamente disgustati dagli esseri umani, ai loro occhi una sorta di ratti rumorosi e puzzolenti.

 La storia passa quindi da un amore proibito nell'alta società (tra l'altro all'inizio pensi che la storia debba spostarsi nuovamente nell'antica magione dove il padre del protagonista è misteriosamente morto, ma non succede) ad una sorta di caccia nei bassifondi dickensiani.

 La novità della Owen è infatti ambientare una storia vampiresca tra i poveri, gli straccioni, la fumosa Londra dei ragazzini costretti a rubare, delle gang orchestrate da ex ragazzini, ormai adulti ed espertissimi.

 Al contempo i vampiri più ben nati  si incontrano in società curiosamente solo maschili e ingaggiano una sorta di lotta con tutto ciò che esiste di negativo nella vita eterna: la perenne sensazione di non farcela, il terrore della precarietà, del trovare continui espedienti per sopravvivere.

 Va da sè che questi vampiri sono infelici e nevrotici e, stranamente, privi di qualsiasi impulso sessuale (tanto che arrivi a chiederti il motivo di un inizio completamente diverso, con una relazione fortemente sensuale, boh).

 Ecco, lì, c'è la fatale impasse.

 Poteva essere una buona idea cambiare la metafora.

 Il vampiro non più simbolo di una sensualità selvaggia e repressa, ma della vita eterna come fonte di ansia e precarietà perpetua, l'essere umano costretto a sopravvivere senza mai imparare davvero a vivere, l'indurimento davanti a una serie di difficoltà che non ha mai effettivamente fine.

 Invece l'autrice si lancia in una strana lotta di quartiere tra vampiri, traccia personaggi che uccide senza motivo, ne crea altri (la sorella del protagonista che diventa protagonista lei stessa) privi di alcuna personalità e altri privi di alcuna funzionalità (il macellaio, pagine e pagine a parlarci di un serial killer di vampiri che poi non ha alcuno sbocco).

 Ci sono tante buone idee che, private dell'adeguata atmosfera e di un senso più profondo rendono il libro un buon prodotto di intrattenimento, ma niente di più.

 Un peccato perché anche un finale insolitamente soddisfacente lasciava presagire qualcosa di meglio.

 E' come se la Owen non avesse pietà o compassione per i suoi personaggi, ma li percepisse come figurine di un gioco che la diverte molto, ma che non ha alcuna aspirazione.
 A posteriori, si pensa molto vividamente che il tutto avrebbe funzionato meglio senza scomodare i vampiri e che anzi, il vero problema del libro sia proprio quello.

 Se usi una figura sovrannaturale, se scomodi un archetipo orrorifico, devi avere un ottimo motivo per farlo (e la caratterizzazione di un personaggio non è un ottimo motivo) altrimenti le falle che apri sono più di quelle che chiudi.

 Se la Owen avesse inventato una società segreta (come, tra l'altro, quella del piccolo italiano Pesca ne "La donna in bianco") senza buttarci dentro vampiri e canini, tutto avrebbe funzionato molto meglio.

 Poi ribadisco, piacevole intrattenimento, tante tazze di the e anche un'unica scena di seduzione scritta benissimo. Speriamo che i seguiti, che dal finale sembra ci saranno, siamo migliori.

 Forza scrittori, già non inventate nuovi mostri, almeno sappiate metaforizzare decentemente i vecchi!

mercoledì 25 novembre 2015

"Quella luce negli occhi" di Bennett Sims, una recensione a base di zombie, elaborazione del lutto, paura della morte, non-morti che vivono tra noi, uragani rivelatori e tentativi di non cedere alla paranoia.

 Dopo anni di dominio vampirico, adesso le grandi star della sezione horror sono gli zombie.
Ecco, non ho mai avuto un particolare interesse per questi non morti. A malapena, grazie a Zerocalcare che è fissato e li infila in ogni libro, so che esistono addirittura due teorie per la loro creazione: una vede i morti ritornare in vita, una che che vede viaggiare lo zombismo per contagio, come un virus.
 Immagino, ma vado a tentoni visto che non ne so molto, che la prima teoria sia frutto di paure antiche e la seconda di terrori moderni. I revenants medievali erano generalmente persone morte di morte violenta o a causa di qualche morbo, che tornavano pericolosamente dalla tomba per mietere vittime. E' il motivo per cui ogni tanto in qualche parte d'Europa si disseppellisce un cadavere mutilato, legato, con chiodi o mattoni in bocca, insomma, con qualche accorgimento speciale che impedisse al corpo, un corpo con ansie di vendetta, di tornare a vagare anche dopo la dipartita ufficiale dell'anima.
 Il contagio per virus appartiene (non fosse altro per la variabile che indica una medicina un po' più avanzata) all'ambito moderno: la malattia che diventa epidemia, il contagio che non ha antidoti (non parliamo dei vaccini va che qua sembrano tutti impazziti), il male che mutila il corpo non rendendoci più completamente vivi eppure neanche morti, che ci consuma da dentro.
 Entrambe le teorie raccontano bene un antico e comprensibile disagio umano: l'incomprensibilità della morte e l'incapacità di staccarsi emotivamente da chi non c'è più. 
 Gli zombie, revenants, non-morti, sono in realtà la forma allegorica e fantastica della nostra incapacità di accettare la fine della vita. Intendiamoci, come penso quasi tutti gli esseri umani la capisco benissimo, anche io mi domando che senso abbia tutto questo se ad un certo punto tutto deve finire, come si possa accettare che qualcuno che abbiamo profondamente amato e conosciuto possa sparire dalla terra. E' qualcosa a cui ci si rassegna, ma mai del tutto. 
 I libri sugli zombie però, nonostante queste possibili profonde riflessioni, mi ispirano di solito ben poco. La parte splatter sembra sempre dover essere preponderante (poi magari nei commenti mi potete suggerire libri che invece non lo sono) e io non amo molto il genere. 
 Però a lavoro era arrivato a Ottobre un libro che sembrava prendere la questione in modo diverso, si tratta di "Quella luce negli occhi" di Bennett Sims ed. Clichy.
 La storia non solo è semplice, ma non prevede neanche particolari scossoni, avventure, non ha neanche la disperata tragicità de "Io sono leggenda" di Matheson. Però nasconde ben due chiavi di lettura che lo rendono estremamente attuale e fonte di molte riflessioni.
 La storia vede una settimana della vita di Michael, un uomo che vive negli Stati Uniti del sud assieme alla sua compagna, Rachel. Il momento fotografato dal libro è di relativa calma durante la tempesta: le autorità hanno appena trovato il modo di arginare un'epidemia zombie che non si sa come sia nata né come finirà. Da una tranquilla vita in una cittadina deliziosa, Michael  si è ritrovato a vivere una vita di terrore. Barricato in casa per settimane mentre l'esercito si occupava prima di sterminare, poi di rinchiudere in centri di detenzione tutti i non morti, fa estrema fatica a riadattarsi ad una vita quasi normale quando la situazione sembra tornare sotto controllo. 
Sul libro di Matheson scrissi un
vecchio post.

Sì, al momento c'è ancora la possibilità di incontrare qualche zombie, ma la polizia ha precise regole d'ingaggio e lo stato si è preoccupato di emanare un corposo opuscolo dal titolo "Occhio al morso" in cui spiega ai cittadini cosa fare in caso di avvistamento, di sospetto (esistono anche i portatori sani del virus) e consiglia degli esercizi di defamiliarizzazione: un non morto non è più un nostro caro, perciò quando lo vedremo muoversi contro di noi per aggredirci non importa che ci sia stato madre, fratello o figlio, ora è un aggressore da uccidere.
Michael impiega il suo tempo dell'ultimo mese a combattere la paranoia per eventuali attacchi improvvisi, il terrore degli uragani che potrebbero spazzare via definitivamente i non morti liberi (o liberarli dai centri di quarantena causando l'apoteosi dell'epidemia e la fine dei vivi) e l'aiuto al suo amico Matt che cerca ostinatamente suo padre, morso tempo prima.
 La loro ricerca si basa su una peculiarità di queste creature: non si sa se i non-morti siano parzialmente vivi, (è il motivo per cui li stipano in quarantena invece di ucciderli), se siano morti o una nuova specie umana (come in Matheson), di certo si sa che essi tornano nei luoghi che sono stati cari alla loro memoria. Non hanno coscienza, ma a quanto pare vaghi ricordi o istinto del ricordo, sì.
 Ecco, il lato molto interessante della storia è che se se da una parte invita ad una profonda riflessione sul nostro rapporto col lutto, su ciò che lasciamo in sospeso con chi muore (e che chi muore lascia con noi), sull'incapacità di aver saputo dare un senso a rapporti troncati di netto dall'imperscrutabile,  dall'altro descrive molto bene le paure di questi giorni.
 Immagino che se avessi letto questo libro un mesetto fa non avrei notato questa chiave di lettura, eppure post Parigi, si avverte la potenza delle paranoie di Michael. 
 Michael vive un momento di fortissimo spaesamento dovuto alla fine del mondo che ha sempre conosciuto e alla sua incapacità di adattarsi al nuovo. la cosa più forte è che il libro non descrive un mondo distrutto, ma una cittadina in tensione e sospensione. 
 La fine della normalità è segnata, bisogna adattarsi alla presenza di nuovi individui, di un male che non credevamo potesse esistere e di cui non conosciamo la cura (i non morti sono vivi e hanno coscienza o sono cadaveri che agiscono sul puro istinto?). 
 Michael passa giorni chiuso in casa, alla fine dell'emergenza più grave, mentre la sua compagna è più fatalista, si fa coraggio e lo incita ad affrontare il problema. Ma lui è preda di pensieri catastrofici, diventa incapace di leggere, vorrebbe trovare una spiegazione filosofica al tutto, ma non si decide ad aprire Kant o Hegel che potrebbero forse dargli il conforto di un'interpretazione, ma non il sollievo della soluzione. Vive nel terrore del contagio, nell'ansia di una fuga dei non morti da qualche centro di detenzione, di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cibo per zombie in fuga. E al contempo ne subisce un fascino perverso, il desiderio di voler diventare loro per capire cosa si nasconda dietro i loro occhi vitrei, dietro le loro pupille di latte.
 Vi ricorda qualcosa? La paura di queste giornate che sembrano in bilico su qualcosa di drammatico, in cui tutto procede normalmente, ma con uno strano retrogusto, (aò a me anche le pubblicità di Natale sembrano fantascientifiche adesso) come se stessimo tentando di distrarci. Anche per Michael e Rachel vivere normalmente è il loro modo di combattere qualcosa che non capiscono e di cui non sanno l'origine, su cui, tra l'altro, hanno anche opinioni radicalmente diverse.
 E anche noi come Rachel e Michael stiamo aspettando che un uragano rivelatore.
 Lo consiglio, con un'avvertenza: è un libro che procede ad una giusta lentezza, non immaginate momenti eroici e neanche particolarmente devastanti, il dramma è tutto in un attesa che sembra senza un vero senso, in pensieri che girano terribili su loro stessi.

Ps. Segnalo la particolarità stilistica dell'inserimento di numerose note a piè di pagina in cui vengono aggiunti pensieri e ricordi ulteriori del narratore. Devo dire che personalmente avrei preferito fossero inserite organicamente all'interno dei capitoli, anche se l'autore tenta di darne una giustificazione filosofica in linea con l'argomento zombesco.


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