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martedì 3 dicembre 2013

Magici e fatati colleghi! Le tipologie più comuni di librai che infestano i negozi. Dal piacione, alla donna incinta passando per gli amanti fatali e gli sgobboni!

Oggi affronterò un controverso argomento, condiviso dall'intero genere umano facente suo malgrado parte del regime capitalista: i colleghi. Quando bambina ridevo ignara davanti alle
disavventure di Fantozzi col suo collega megagalattico o ancora liceale mi perplimevo davanti alle inverosimili avventure di Camera Cafè (una delle pochissime cose che seguivo con una certa assiduità in tv), non potevo pensare che un giorno sarei stata una di loro (o almeno io nel mio rincoglionimento non me lo immaginavo).
 I colleghi sono quelle fatate e sottovalutate creature sociali che vedi praticamente più della tua dolce metà, sicuramente più di tutti i tuoi stretti congiunti e amici, e con cui eppur raramente si diventa amici per la pelle. Può capitare, ma in genere le dinamiche e il livello di affinità/intimità non va mai oltre il livello "Compagno di scuola", nel bene e nel male. 
 I film americani non fanno altro che ripeterti che le superiori sono le prove generali della vita che è una frase un po' semplicistica. Di sicuro però le superiori sono le prove generali del mondo del lavoro. I ruoli son sempre gli stessi, al massimo, approfittando della no man's land dell'università (per chi l'ha fatta) puoi tentare di cambiare le carte in tavola, ma combattere con l'indole, nonostante quel che dicono i libri motivazionali, mi pare un'impossiball impresa.
 Eccovi qui di seguito gli immancabili colleghi presenti in una libreria medio/grande, che comunque penso siano simili ai colleghi di qualsiasi posto di lavoro.

LO SCERIFFO:
Se il crimine si sta compiendo lui è lì. Qualsiasi cliente abbia in mente di ladrare anche un libro da 0.99, anche un segnalibro, in nome boh di uno sfogo cleptomane, se passa sotto le sue grinfie è finito. Quando egli è presente è matematicamente certo che la polizia apparirà nel giro di massimo due ore. Il crimine non paga in Gotham Libreria se c'è lui, e se vi state chiedendo quanti furti potranno mai avvenire in una libreria sappiate che non potete farvene un'idea. So che nell'immaginario dovremmo essere tutti sceriffi, ma serve occhio clinico, sveltezza, abilità nel pedinamento, idoneità alla corsa e sangue freddo. Il 99% delle volte lo sceriffo è un collega uomo, roccia e scudo del genere femminile, cosa di cui si compiace e compiace e compiace.

IL PIACIONE/FARFALLONE:
Il collega farfallone ha diverse declinazioni, a seconda di quanto, per dirla come gli uomini "è profumiere". Se è donna, in genere ammicca, bamboleggia, molleggia, ma non fa nulla di serio, ma sarà che, come abbiamo già visto, il sex appeal delle libraie è pari allo zero, la stragrande maggioranza delle volte, il collega piacione è maschio. Piacioneggia con le colleghe, piacioneggia con le cape (quasi sempre donne), piacioneggia con le clienti. Avevo un collega che si vantava, prima di sposarsi, di aver avuto una "donna in ogni negozio" e raccontava ad un altro giovane collega, sconvolto e ammirato al tempo stesso, favolose pomiciate in magazzino e dietro gli scaffali, col favore della solitudine d'Agosto. Conoscendo il tipo sono portata a pensare che millantasse, ma considerata l'età media abbastanza giovane e la quantità di donnesca materia prima, do per scontato che qualche vero esemplare del genere pascoli tra gli inorriditi tomi.

LA TRESCA:
 In ogni luogo di lavoro c'è l'attrazione fatale. La libreria non fa eccezione. Eccoli lì i due colleghi, non necessariamente piacioni, non necessariamente etero, che si stuzzicano convinti che non sia una cosa seria per poi cadere tra le fiamme della passione più bruciante. Ovviamente la cosa deve essere segretissima, ovviamente la sanno tutti e tutti ne spettegolano. I momenti di più totale surrealità si raggiungono quando ti ritrovi in negozio solo con la coppietta clandestina e hai paura di sapere dove sono, o quando una delle dolci metà ufficiali si presenta al tuo bancone col sorriso a miliardi di denti chiedendoti dov'è il suo amato bene.
 E' un attimo e cerchi nella tua memoria  un qualsiasi saggio consiglio della fu Susanna Agnelli, Donna Letizia, il galateo o Bibbia che ti permetta di non darti alla sputtanatio e in contemporanea renderti complice del crimine. Non esiste. Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti.

LA DONNA INCINTA:
Probabilmente per l'alto tasso di donnità presente, c'è sempre una collega incinta e se non è incinta vorrebbe esserlo e se non lo è di sicuro ha un pargolo di cui spargolatamente parlarti. Il momento comare arriva in un men che non si dica. Tu tenti di disfarti del rifornimento il prima possibile ed ecco che lei inizia a ciarlarti di quanto sia dura dare una poppata, delle ultime febbri del pupo, di quel meraviglioso libro da passeggino che è appena arrivato. Quando cerchi di comunicarle che dei pargoli te ne frega fino ad un certo punto, ti fissa sconvolta, per poi iniziare a chiederti quando terrai un soffice frugolo tra le braccia. In alternativa non fa che parlarti delle sue nausee e di cosa può o non può mangiare e nel dubbio ti offre un tarallo, del resto dopo averla ascoltata ore parlare del suo stomaco in festa (dotta citazione) come non sentire un'incontenibile voglia di pupo? L'unico modo per neutralizzarla è metterla vicino ad un'altra puerpera.

L'ASPIRANTE SCRITTORE:
E' immancabile per tanti motivi, non ultimo l'eterno (e forse presto non più eterno) rapporto d'ammmore tra i libri scritti e colui che vorrebbe scriverne. Incurante del fatto che è un lavoro tragicamente faticoso e che i libri che vedi arrivare giornalmente non potrai mai permetterteli tutti, l'aspirante scrittore vede nella libreria il suo habitat naturale. Sperando in incontri del destino, rifila i suoi tomi a tutti i colleghi vagamente ammanicati con una casa editrice e sogna un giorno di pubblicare un best seller che lo tragga dalla drammatica situazione di lavoratore dipendente. Dopo un lungo stanziamento tra gli scaffali si rende conto che le possibilità che ciò avvenga sono infinitesimali, ma non per questo si arrende. Lui o lei sanno che meritano di stare al primo posto e guardano in cagnesco tutti gli altri colleghi, rei di non essersi ancora accorti che il novello Montale cammina tra loro. Ma verrà un giorno la vendetta: quando tutti saranno costretti a sistemare pile di tomi col suo nome a lettere cubitali sopra e si rammaricheranno di non essere stati più gentili o servizievoli con lui!
 Si perde mentalmente sognando interviste in cui parlerà della magia del lavoro di libraio: non può inimicarsi del tutto i suoi futuri sostenitori. La sua frase più minacciosa è: "Oh, che cosa assurda e privata che mi hai raccontato! Ci scriverò un racconto un giorno!"

COLUI CHE E' CONTRO IL SISTEMA: 
Poiché come già detto nel post sui fricchettoni, le librerie sono ambigue al punto da lasciare una zona grigia di dubbi e speranze in chi lotta kuotidianamente kontro il sistema, praticamente tutti i librai sono impegnati in qualche cosa sociale/sostenibile/ femminista/ glbtq/ ecologista/ politica. Ovviamente il tutto con le dovute gradazioni: c'è chi predilige una causa specifica e ad essa si appassiona, chi ha mille cause insieme e tenta di coinvolgere i colleghi già impegnati a sottoscrivere papiri per il salvataggio dei caprioli di montagna. Non c'è nulla di male, anche io sono disgraziatamente una di loro. Il peggiore però è il collega che è contro il sistema e ti tratta da stolta (ma lui furbescamente pensa che tu sia stupida al punto da non accorgertene) perché fai parte del sistema e non te ne rendi conto. E' come Matrix, solo che lui pensa di essere l'unico a sapere delle cattive macchine manipolatrici e pubblicamente ti deride. Sì, lavora come te, ma lo fa con coscienza. Sì, lui è consapevole. Sì, lui potrebbe fare il delegato sindacale, ma a che pro se tanto noi tutti siamo delle macchine senza volere? Nell'ombra ghigna e in genere lavora meno degli altri, non sia mai che il sistema lo sfrutti troppo.

LO SGOBBONE:
E' il collega che indefessamente non solo ci crede, ma pensa che la libreria poggi sulle spalle. Lavora lavora e lavora. O è silenziosissimo, laborioso e dedito, come Gondrano ne "La fattoria degli animali" oppure sbraita in continuazione nel tentativo (riuscitissimo) di ricordarti che se non ci fosse lui le fondamenta stesse cadrebbero collassandoci addosso. Non ha simpatia in genere per tutte le disgrazie lavorative altrui. Finché non gli capita qualcosa, vive sulla nuvola di Giammaria Volonté ne "La classe operaia va in Paradiso". In genere ha una sua nemesi, che per qualche motivo gli viene messa accanto, ossia il collega nullafacente. Non fare nulla in libreria è quasi impossibile, ma perdersi in mille sfarfallamenti, ciarle, controciarle, delegare lavori sì. Quando lo sgobbone incontra la sua nemesi, l'odio reciproco è assicurato: come il cobra e la mangusta, si studiano e  beccano in continuazione. Nessuno in genere ne esce vivo.

LO SCALATORE SOCIALE:
E' colui che lo vedi lontano un miglio ce la farà: non si perde in bicchieri d'acqua, ride al momento giusto, è sempre servizievole e mai stanco. Sa tutti i pettegolezzi aziendali e in genere non è uno sgobbone, anzi, lavora nella media, tuttavia non fa che parlarti a oltranza dei suoi successi.
Per motivi ignoti non è mai il più bravo, è sempre e solo quello che sa vendersi meglio. In libreria, dove c'è ben poco da scalare, è raro, ma non impossibile da trovare. Se è un tuo pari e trova il modo di diventarti superiore, farà praticamente finta di non sapere come lavori e inizierà a comportarsi come richiede il suo rango, del resto se in qualche modo si è fatto promuovere, la sua mancanza di empatia col prossimo, deve essere un tratto sociale di indubbia garanzia evolutiva. Da evitare accuratamente a meno che non si sia come lui. In tutti gli altri casi qualsiasi cosa direte potrà essere usata contro di voi.

 Ed ecco solo alcune delle tipologie, credo che presto ne stilerò altre. Voi, nei vostri vari lavori (se ne avete uno), avete colleghi che appartengono alle succitate tribù? Credevate che la libreria, luogo eccelso, fosse immune da tali cose terrene, e invece...

mercoledì 27 novembre 2013

Libri da leggere prima dei trenta. Da Tolkien alla trilogia di Calvino, da Harry Potter a Salinger i tomi che sarebbe meglio leggere prima di passare la fatidica soglia di non ritorno.

Per chi si fosse perso il perdibilissimo film, si tratta
di un'immagine de "Il ritratto di Dorian  Gray".
In questi giorni di assoluto (per me) caos, ho scovato su fb un post molto carino: cose che provano che sei terribilmente vicino ai 30 anni.. Con mio sommo orrore mi sono resa conto che vengo colta in fallo in quasi tutti i punti (quelli che eludo sono principalmente cose di cui non me ne è fregato nulla). Che fossi sulla soglia dell'età adulta me ne ero resa conto già l'anno scorso, quando ad un Capodanno ad Amsterdam a fare mille pazze pazze follie con l'amica fricchettona che ognuno di noi ha, ho preferito Siena con tanto di abbontante visita ai monumenti. Il momento in cui preferisci una città d'arte ad un ostello con camerate da sedici, ubriacature moleste e notti deliranti, è il sintomo più chiaro che l'età adulta sta arrivando.
 Qualche tempo fa su anobii avevo avuto una discussione con un ragazzo di 16 anni che non era concorde con la mia recensione di un libro, gli dissi che a mio parere non poteva essere obiettivo perché non aveva l'età giusta per capire. Se la prese malissimo perché pensò che lo trattassi da cretino (io alla sua età avrei fatto la stessa cosa), ma è una questione di cui sono convinta: certi libri, certe canzoni, certi argomenti li capisci e li apprezzi solo se capitano all'età giusta.
 Se leggi troppo presto un libro non lo capisci fino in fondo, se lo leggi troppo tardi è ancora peggio perché hai perso il sacro momento e non tornerà più.
Io non sono della scuola di Giorgio Faletti, le cui parole, poste dietro alla sua ultima umilissima biografia "Re Giorgio" recitano: "Mi sento un ragazzino. Sul mio epitaffio scriveranno qui giace Giorgio Faletti, morto a 17 anni. Ho tanta energia e voglia di mettermi in gioco. Non ho paura di rischiare." 
 Questi sessanta-cinquanta-quarantenni che si sentono tanto ragazzini sono secondo me la rovina del mondo. Se hai 40 anni devi sentirtene 40 e non vuol dire che ti senti vecchio, ma che sei una persona che si comporta, pensa, cresce e legge come un quarantenne, altrimenti è un attimo che mentre gigioneggi in giro surfando come un diciottenne, il mondo fallisce.
 Vabbeh, tutto questo per dire cosa? Che ci sono dei libri che, se siete prima della fatidica linea di demarcazione dei 30 anni dovete assolutamente avere GIA' letto. Dopo, fidatevi di me, sarà troppo tardi. Ma andiamo a vedere i casi più comuni.

IL GIOVANE HOLDEN:
Il giovane Holden fa parte di quei libri che sarebbe meglio leggere prima dei 25 anni addirittura, dopo se ne apprezza la scrittura, ma certo non il contenuto. I romanzi di formazione danno il meglio di loro se sei ancora dentro alla fase di trasformazione (anche se ritieni che non ti riguardi o non te ne rendi conto), altrimenti rischi persino di cadere nella trappola del vegliardo che giudica il protagonista. "Eh, figlio mio, ma pure te, non lo capivi che il professore ci stava a provà?" "Ragazzo mio, ma tutti questi problemi dai a tua madre con le disgrazie che ha avuto?". 
 Il romanzo di formazione contiene anche un errore inverso: leggere troppo giovani un romanzo di formazioni future.
 Lessi anni fa, inconsapevolmente, "Solitudini imperfette" di Andrea Mancinelli. Dovevo rendermi conto che era un errore sin dalla copertina con un triste spazzolino abbandonato nella penombra. Una tragedia in cui un fresco trentenne fa tutto quello che ci aspetta da lui nella Milano da bere: il manager, tanto sesso, tanti aperitivi e tanti rimpianti. Ah, se non mi fossi lasciato sfuggire l'amore della mia vita! Ah, se non fosse morto il mio migliore amico! Una Caporetto dei trent'anni in piena regola. Appena chiuso, speravo che per me non arrivassero mai, anche se l'unica alternativa era la tomba.

HARRY POTTER:
Ok, lo so, ci sono diverse correnti di pensiero al riguardo, ma secondo me Harry Potter va sicuramente letto prima dei trent'anni. Alla stregua de "Il piccolo principe" sta diventando una di quelle saghe feticcio del cliente che non smette MAI di sognare. Se ritenete a 40 anni che il vostro libro preferito sia "Harry Potter e la pietra filosofale" c'è qualcosa che non va e non perché non mi piacciano strillettere e caramelle tutti i gusti più uno. Harry Potter è il classico libro senza sottotesto: vuole significare solo ciò che è. Ha tanta fantasia, ma nessun messaggio particolare. Sì, il bene vincit omnia, Harry Potter sopravvive grazie all'amore di sua madre e l'amicizia è il vero collante della vita, ma queste sono verità assolute che valgono solo se hai meno di una certa età, dopo sai benissimo che non è così e certo non perché di colpo diventi cinico. Minerva McGrannitt non ha problemi sentimentali e manco una vita privata e non è nemmeno la metafora di un sentimento o di un'idea superiore. Hermione Granger si sposa col suo migliore amico e diventa un pezzo grosso del ministero della magia, non ha intralci nel suo luminoso cammino. Harry ha una cotta della bandiera per Chang prima di accasarsi in via definitiva a 18 anni. Voldemort è kattivo perché aveva un problema col padre e perché era kattivo, ma non ha una vita interiore di nessun genere.
E', manco a dirlo, un libro per bambini al massimo ragazzi (sono pure generosa a metterlo prima dei 30, andrebbe letto prima dei 20).

LA TRILOGIA DI ITALO CALVINO:
E' INDISPENSABILE leggerla prima dei trenta. Non perché Calvino non sia bello dopo, Calvino è bello sempre. Semplicemente non ci si può appassionare con lo stesso struggimento, partecipazione e convinzione alle tre storie allegoriche. Qui c'è il sottotesto che manca ad Harry Potter, ma è un sottotesto che si può apprezzare pienamente solo prima che la vita venga a convincerti che no, le cose non funzionano proprio così. Puoi forse capire la magia della frase che tutti gli adolescenti vittime delle letture scolastiche (di cui io sono una fervida sostenitrice) si sono prima o poi scritti sul diario: "Certe volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane"?
 No, un trentacinquenne non può più (può rimpiangere di non averlo fatto prima) e in realtà neanche il sedicenne col diario capisce le tanti sottili metafore de "Il barone rampante" apocalittica metafora su chi è disposto a modellare pervicacemente la propria vita secondo un'idea o una vocazione inoppugnabili. Quanti ci riescono? Quanti anni si hanno a disposizione per non leggere "Il barone rampante" con la spinta a voler fare sempre meglio, a seguire le proprie convinzioni, a fronte del tempo sterminato che ci resta per rimpiangere di non averlo fatto?

IL SIGNORE DEGLI ANELLI:
Ecco papabili risultati di una tarda lettura di Tolkien.
In verità "Il signore degli anelli" è un libro che va maneggiato con cura. Sarebbe meglio leggerlo prima dei trenta perché si è ancora abbastanza lucidi da prenderlo per quello che é: un libro di fantasia. 
 Dopo una certa età, quando si è ormai disposti ad attaccarsi a tutto pur di trovare un senso alla propria vita, rischia di diventare una guida per l'esistenza per più di una persona. I casi clinici al riguardo possono diventare due: il nerd in età avanzata o l'uomo (principalmente son uomini le vittime) convinto che Tolkien ne sappia più della Bibbia.
 Il Nerd in età avanzata, convinto che debba trovare una passione che dia una sferzata di energia alla propria esistenza, se non si dà all'oratorio può trovare grandi alternative nel grande mondo degli appassionati del fantasy, una congrega di cui parlerò, aperta e criptica al tempo stesso, che parla solo nel linguaggio cifrato dei giochi di ruolo. Se un trentacinquenne legge Tolkien e in contemporanea un suo amico gli fa conoscere Dungeons&Drangons è un secondo che inizierà a cadere in un vortice che implicherà "Il trono di spade" (altro grande portale per entrare nel mondo degli old nerd), "Star Trek", "Star wars", modellini per giocare a Warhammer e vestiti per picchiarsi nei boschi vestiti da elfo.
 L'uomo convinto che Tolkien ne sappia più della Bibbia, mantiene invece un comportamento più composto, ma rischia di citarti il sommo nelle occasioni più imprevedibili, per poi scuotere saggiamente la testa quando cerchi di comunicargli che, passi "Il signore degli anelli", ma "Lo Hobbit" è davvero un libro per bambini.
 Stolti, siamo solo degli stolti ai suoi occhi.

 E voi? Ritenete ci sia qualche libro da leggere assolutamente prima dei trenta? Comunicatemelo che inizio a darmi da fare!

giovedì 21 novembre 2013

Piccoli libri per piccoli tragitti. "Lo zen nell'arte della scrittura" di Ray Bradbury o anche la gioia dello scrivere e il tradimento dei libri.

 Non so se la rubrica diventerà settimanale, ma insomma questa settimana ho un piccolo libro per un piccolo tragitto da consigliarvi ergo ve lo consiglio. Non so se vi addentrate mai nella magica sezione di scrittura creativa, prima di lavorare in libreria io lo facevo raramente perché ho sempre pensato che: A) Tanti consigli finiscono per confonderti/influenzarti- B) Non penso che possa realmente esistere un manuale di scrittura creativa. A mio parere o sai scrivere o non lo sai. Anche se, vista la quantità di porcherie che giungono giornalmente, mi rendo conto che la facoltà di discernimento e l'autocritica non sono di questo mondo.
 Da quando lavoro nel sacro luogo invece, mi sono resa conto che nella sezione di scrittura creativa ci sono effettivamente dei manuali, ma soprattutto è infarcita di piccoli, incantevoli libri che ti spacciano come consigli di grandi scrittori, quando sono solo raccolte di articoli e saggi che nel corso della loro vita tali sommi hanno scritto a proposito della propria carriera.
 Nella massa ho trovato questo bellissimo libretto di Ray Bradbury edito dalla DeriveApprodi: "Lo zen nell'arte della scrittura". Ok, sono d'accordo con chiunque provi orticaria, disgusto e ribrezzo per qualsiasi libro si intitoli "Lo zen e l'arte di fare qualcosa". Ormai con lo zen ci puoi fare tutto, le pulizie, innamorarti, scalare una montagna, cucinare un uovo. Lo zen è fuori e dentro di noi. 
 Tuttavia devo scagionare il curatore dell'edizione italiana: non è stato lui ad inventarsi il titolo per far alzare le vendite, "Lo zen  nell'arte della scrittura" è proprio il titolo di uno dei saggi contenuti in questa raccolta del caro Ray. Se mi si permette peraltro, il più brutto. Dal mio punto di vista infatti, la scrittura non ha proprio nulla di zen, anzi, è un continuo affannare, arrabbiarsi, cercare e sentirsi ora felici ora frustrati. Ma Ray ha sicuramente più ragione di me.
In questo piccolo libro Ray Bradbury fa secondo me una cosa da vero scrittore: è sincero senza smantellare il mito. Io gli scrittori che mi dicono che è tutta fatica e tecnica e il talento c'entra fino ad un certo punto non li capisco. Sembra che facciano i servi della gleba, tanto che ti viene da dirgli, guarda falla finita con questa sofferenza e molla la penna, il pc o qualunque cosa usi per scrivere e vai a fare l'ingegnere. La gioia infatti è uno dei caposaldi del mestiere di scrivere di Bradbury, per lui chiunque non la provi è un falso scrittore

"Ho sempre cercato di scrivere la mia storia. Dategli un'etichetta, se volete, chiamatela fantascienza o fantasy o mistery o western. Ma, nel profondo, tutte le buone storie sono un solo tipo di storia, la storia scritta da un singolo uomo e dalla sua verità individuale. [...] Com'è che uno si dà per vinto? Perchè sceglie degli obiettivi incoerenti. Perché vuole la fama letteraria troppo presto. Perchè vuole guadagnare troppo presto"

 Tutte problematiche che affliggono tanti pseudoscrittori (anche di successo) di adesso. Siamo pieni di giovani prodigi che non si ripetono, di libri con trame vergognose, di guizzi magari d'inventiva che si perdono nell'inesperienza. Anche secondo me non c'è per forza bisogno di essere un enfant prodige. Ci può volere del tempo a trovare la propria storia.

"Nel corso del mio ventesimo e ventunesimo anno di età, ho girato intorno a mezzogiorni estivi e a mezzanotti di ottobre sentendo che nelle stagioni chiare e in quelle scure ci doveva essere qualcosa che ero veramente io. L'ho trovato infine, un pomeriggio. Avevo allora 22 anni"

La storia che iniziò a rendere Bradbury (secondo le sue testuali parole) un vero scrittore fu infatti "The Lake", scritto a 22 anni. 

"Scrissi il titolo "The Lake" sulla prima pagina di una storia che sarebbe finita due ore più tardi. Due ore dopo ero seduto alla macchina da scrivere sotto un portico al sole, con le lacrime che cadevano dalla punta del mio naso e i capelli dritti sul collo."

Per dieci ininterrotti anni, Bradbury aveva inseguito una buona storia. Il suo metodo di lavoro era la continua riscrittura settimanale di un racconto che abbozzava di Lunedì. Indefessamente provava e provava, senza perdersi d'animo, poi un giorno venne "The Lake". 
 Altra genesi interessante è quella dello splendido "Fahrenheit 451", raccontata nel saggio "Investire gli spiccioli" parla invece delle mille distrazioni che uno scrittore con una vita familiare e sociale non infelice deve affrontare per costringersi in casa a scrivere invece di scorrazzare per il mondo.
 "Non lo sapevo, ma stavo letteralmente scrivendo un romanzo da quattro soldi. Nell'estate del 1950 mi costò 9 dollari e 80 cents scrivere e terminare "The fire man" che più tardi sarebbe diventato Fahrenheit. 451"

Tentato infatti dal continuo giocare con le due figlie piccole, Bradbury si chiudeva nella sala dattilografia della biblioteca dell'Università della California, lì noleggiava una macchina da scrivere per mezz'ora e poi scriveva come un pezzo per far rendere al massimo il suo investimento. In capo a poche settimane il capolavoro che tutti conosciamo era tra le sue mani.
 C'è poi il capitolo dedicato alla lettera di un prestigioso ammiratore, un curioso articolo sul suo odio verso i paesaggi irlandesi (li detestava), un'immaginaria Repubblica di Platone robotica in cui una generazione di ragazzi e bambini convince bibliotecari e professori a leggere Asimov e a nutrirsi di fantascienza.
 Poi, cita un lungo pezzo di "Fahrenheit 451", il momento in cui Montag, il pompiere, entrando in casa del suo capo Beatty, scopre che è piena di libri. Ne domanda le motivazioni, sconcertato, e Beatty gli risponde che lui possiede quei libri, ma non li legge, li lascia morire, perché loro lo hanno tradito.

 "Io i libri li ho mangiati come l'insalata, i libri sono stati il mio sandwich a pranzo, il mio pasto, la mia cena e il mio spuntino di mezzanotte. Ho strappato le pagine, le ho mangiate col sale, le ho condite con salsa piccate...E poi..."
 E Montag, prontamente, "E poi?"
"Beh, la vita mi è venuta addosso". Il capo dei pompieri chiude gli occhi per ricordare. "La vita, la solita, la stessa. L'amore che non era proprio quello giusto, il sogno che si è inacidito, il senso che andava a pezzi. La morte che è andata troppo presto dagli amici che non lo meritavano, l'omicidio di qualcuno o di qualcun'altro, la pazzia di qualcuno vicino, la morte lenta di una madre, il suicidio improvviso di un padre, una carica di elefanti, un attacco di malattia. E da nessuna parte, da nessuna parte quello giusto per quel momento, da infilare nel muro pericolante della diga che crolla per mandare indietro il diluvio, dare o prendere una metafora, perdere o trovare una similitudine. E al confine lontano dei trenta e vicino all'orlo dei trentuno, mi sono tirato su, tutte le ossa rotte, ogni centimetro della mia carne scorticato, ammaccato, sfregiato. Mi sono guardato allo specchio e ho trovato un vecchio perso dietro la faccia spaventata di un giovane, ho visto l'odio per tutto e per tutti, così lo chiami tu, che vada in malora, e ho aperto le pagine dei libri della mia bella biblioteca e cosa ho trovato? Cosa? Cosa?"
Montag suppone "Le pagine erano vuote!"
"Perdinci! Vuote! Oh, c'erano le parole, sì, sì, ma correvano sui miei occhi come olio bollente, non significavano niente. Non davano nessun aiuto, nessun sollievo, nessuna pace, nessun rifugio, nessun vero amore, nessun letto, nessuna luce."

 Scusate la lunga citazione, ma era incantevole e la sento particolarmente adatta a queste giornate, per me, un po' difficoltose. In ogni caso il libro è incantevole e dimostra che per fare lo scrittore la prima cosa che serve non è la fatica, ma la gioia di scrivere.
 Leggetelo leggetelo leggetelo (e fatemi sapere!).

lunedì 18 novembre 2013

Libri da sala d'attesa. Le infide caratteristiche dei libri scelti per prolungate attese e i consigli (non richiesti lo so) per evitare le loro astute trappole!

Per varie e numerose ragioni, in questi giorni mi trovo a dover annegare tra mille faccende burocratiche.
Disegno di Norman Rockwell.
 In Italia l'equazione al riguardo è molto semplice e sempre la stessa: faccenda burocratica=ufficio e ufficio=ore e ore e ore di attesa. Sin dalle superiori, come il resto della cittadinanza, mi sono trovata ad attendere una quantità di tempo a dir poco imbarazzante in sale d'attesa varie ed eventuali. Nei miei ricordi i due casi più spaventosi risalgono ad un malauguratissimo certificato di sana e robusta costituzione del liceo, per cui collezionai di seguito quattro ore dal medico e altre tre in posta. Un evento così epico, da rimanere impresso a fuoco nella mia memoria. Non so se ci fosse una pandemia, il ritiro della pensione, l'ici in scadenza o che altro, fatto sta che riuscii a terminare il terrificante "La città della gioia" di Dominique Lapierre rimanendo poi a fissare il soffitto per un tempo imprecisato.
 Cosa si fa infatti quando si sa di dover attendere per ore in un punto? In genere ci si arma di un libro, il quale, subdolo prontamente ci tradirà.

 CARATTERISTICHE TIPICHE DI UN LIBRO SCELTO DURANTE UNA PROLUNGATA ATTESA:  

Libro evidentemente non
da sala d'attesa del dentista.
1) L'argomento principale si rivela essere proprio quello che, per questioni di tatto/crisi d'ansia, non dovrebbe essere toccato in quella circostanza specifica. 
 Se state aspettando di farvi visitare dalla ginecologa, come minimo la protagonista del vostro presunto romanzo d'amore prenderà le febbri puerperali e il marito amorevole si rifarà una famiglia con l'amante ventenne di origine francese (se vi ricorda un film specifico avete ragione).
Se siete il cinquantesimo in lista per l'esame di sociologia, gli studenti goliardici e beoni del vostro libro fino a quel momento super spassoso, non solo non passeranno più un esame, ma perderanno la borsa di studio e finiranno per dover rinunciare agli studi dandosi ai più biechi lavori (poi uno di loro farà immancabilmente lo scrittore e si risolleverà dalle tristi sorti, ma per gli altri non c'è speranza). Lui sa dove colpirvi dove fa più male, non avete scampo.

 2) La pallosità. Se, esperti della malevolenza libresca, avrete cercato di virare sul sicuro evitando romanzi con una qualche attinenza al reale, puntando a storie fantasy, vampiresche e classici vari, puntualmente beccherete l'unico libro della saga o della sterminata produzione letteraria dello scrittore-monumento che è praticamente illeggibile. Prendiamo appunto "Gli eredi di Shannara" di Terry Brooks. Già non amo come scrive e trovo che le sue trame siano scopiazzate un po' in giro, figurarsi cosa può essere un tomo che non ha ragione di esistere. Nel tentativo, infatti, di allungare quanto più possibile il brodo, ha scritto un libro di esclusiva preparazione ad una nuova (per lui danarosa) saga. Non succede nulla se non introdurre i personaggi e montare le trame. Una cosa del genere ha ragione di esistere? Certo, per l'unico motivo di essere proprio il fatidico libro che sceglierete per tediarvi sull'infinito e immondo intercity Milano-Roma. Otto ore soli col nulla.
 Altra possibilità è che siate le uniche persone a cui il libro dell'anno, quello che TUTTI, pure la persona col 99% di compatibilità su Anobii vi ha consigliato, faccia schifo e pietà. E' un caso comune ed in genere è pure più frustrante degli altri perché: a) In genere quel libro specifico l'avete comprato e non preso in prestito. b) Non vi capacitate che proprio voi siate gli unici a non coglierne la profonda bellezza.

Con l'Ulisse di Joyce dovreste
andare sul sicuro.
3) Il libro è troppo corto. Vuoi che tutti gli anziani della città abbiano l'influenza lo stesso giorno in cui ti trascini a fare il certificato medico, vuoi che quel giorno all'anagrafe i computer abbiano un problema letale che li rallenta mortalmente, l'attesa che credevi dovesse durare al massimo mezz'ora si dilata all'infinito. Così, quel libretto corto corto che avevi portato per non caricarti di troppo peso o quell'infinito tomo di cui ti mancavano solo le ultime cinquanta pagine, finiscono prima di subito. E', se vogliamo, una legge di Murphy della libreria applicata al lettore. Anche qui ho il mio esempio personale. Fidando di dover solo ritirare una ricetta, avevo portato con me "Il dio delle piccole cose", mi mancava l'ultimo capitolo. Praticamente ho fatto in tempo a rileggerlo e, come si sa, rileggere un libro che hai finito il giorno stesso non è che sia il top della vita.

CONSIGLI A CHI DEVE PORTARSI UN LIBRO PER UNA PROLUNGATA ATTESA: 
Ormai esperta di lunghi viaggi in treno, posso con certezza darvi queste direttive al riguardo.
 Innanzitutto, portate con voi uno di quei libri che DOVETE leggere (perché è un classico immortale, perché l'ha scritto il vostro vicino di casa che l'ha pubblicato con ilmylibrostupendo.itte e attende la vostra recensione, perché avete un esame tre giorni dopo e state rimandando da mesi la sua ostica lettura). La mancanza di un wi-fi decente e di un modo per distrarsi favoriranno oltremisura l'arduo compito.
In verità il libro non parla degli
 amorazzi di Kant, ma rende bene
 l'idea.
 Seconda possibilità: armatevi di un libro del vostro scrittore favorito di cui avete centellinato l'opera nel timore che finisse. C'è sempre qualche opera minore da saccheggiare. Può dirvi male (come ha detto male a me con le ultime edizioni di Mishima), ma al 90% vi dirà bene. Certo la bibliografia del vostro SOMMO personale si sarà assottigliata, ma per una buona causa. 
Terza possibilità: le biografie. Non a tutti piace la saggistica, ma a chiunque piace farsi i fatti degli altri. E' statistico e matematico, anche se molti potrebbero giurare sulla testa dei propri parenti che così non è. Le biografie, se ben scelte, possono catapultarvi in un altro mondo, epoca, pensiero e forma mentis in poche rapide mosse. Ce n'è per tutti i gusti, gli amanti di robe militari possono calarsi nelle vesti di Napoleone, le leziose signore in quelle della principessa Sissi e chi ama il torbido inganno in quelle dei Borgia. Chi ama il cinema può saccheggiare pettegolezzi su Fellini e la Magnani, chi gli scrittori leggere l'opera completa delle perversioni sessuali di D'Annunzio.
 Il quid delle biografie sta nel suscitare una forza emulatoria che in genere ti lancia verso mille battaglie. 
Sali sul treno assonnato e in balia di Trenitalia, scendi col coltello tra i denti pronto a conquistare Babilonia come Alessandro Magno.
 Il tempo passa e ti galvanizza pure. E scusate se è poco. 

E voi? Avete altri inquietanti ricordi di libri da sala d'attesa?

venerdì 15 novembre 2013

La legge di Murphy in libreria: "Un libro che è stato in mezzo alle palle/ovaie quando non doveva, puntualmente sparirà nel momento del bisogno". I casi più comuni.

Come tutti i luoghi e le cose di questa terra, anche la libreria è soggetta ad alcune leggi di Murphy.
 Tali leggi peraltro dimostrano come il libro sia in verità un oggetto dotato di vita propria talvolta dedito a sottili perfidie. Tu lo vedi lì, quieto e silenzioso, colmo di saggezza, in realtà lui sta tramando in ogni modo per renderti la vita difficile.
 Ma qual è la più grande legge di Murphy della libreria?
Eccola, da me personalmente elaborata, tutta per voi:
 "Un libro che è stato in mezzo alle palle/ovaie quando non doveva, puntualmente sparirà nel momento del bisogno".
 Ma andiamo di seguito a vedere in quali e frequenti circostanze questa maledizione colpisca librai e clienti.

LA MALEDIZIONE DELLA BIBLIOGRAFIA SCOMPARSA: 
 Spesso e molto volentieri, i docenti soprattutto universitari (ma la maledizione colpisce sin dalle elementari) amano dare bibliografie da studiare colme di libri fuori commercio. Già spiegare ad un cliente che sì, sul serio il suo professore gli ha rifilato un saggio su Kant edito un'unica volta nel '69 da una casa editrice in provincia di Foggia e mai più ristampato, la beffa maggiore si presenta quando il libro è appena scomparso dal commercio. Pensando che sia ancora reperibile, l'innocente libraio lo ordina fiducioso. Nel giro di un mese ordini su ordini si accumulano, inevasi, con clienti lividi di rabbia a perseguitarti. Cosa è accaduto? La più subdola delle cose: l'astuto libro ha pensato bene di esaurire le sue scorte non appena è diventato il testo principale seguito da un corso di almeno trecento persone. Quelle trecento persone ovviamente pensano che tu, perfido libraio, abbia deciso di perdere delle vendite e di giocargli un tiro mancino per il solo gusto di farlo. E' elementare Watson. I libri non scompaiono da un giorno all'altro, o no?

LE RESE: 
Il grande mondo delle rese è l'incubo di ogni libraio. Novità su novità invendute si accumulano minacciose sugli scaffali, costringendoti ad una scrematura praticamente settimanale che porta via quantità infinite di tempo prezioso. Cos'è infatti una resa? Il libro che tu decidi di rispedire all'editore perché delle venti copie del presunto capolavoro del 2013 e del mancato Pulitzer dell'anno (o del cardinale poi non diventato Papa), non ne hai venduta nemmeno una. E che dire di quel libro sui graffiti pompeiani che in un attimo di follia avevi ordinato e giace invenduto occupando dieci centimetri di prezioso spazio sul ripiano di storia antica o del catalogo sugli orologi a cucù svedesi di almeno quattro chili che qualcuno, 3 anni prima, aveva pensato bene di far entrare nel catalogo del negozio?
 Ecco nell'esatto momento in cui tu, ingenuo libraio, pensi che sia giunto il momento di disfartene possono avvenire due cose.

 IN CASO DI NOVITA':
Corrado Augias. Le sue recensioni sono l'incubo
di ogni libraio (probabilmente sorride perché lo sa).
Quel saggio sui manufatti sumeri di arte tessile su cui l'editore aveva puntato tanto da caldeggiartene l'ordine in almeno 50 copie, non vende da due mesi. Esasperato dalla disperata ricerca di un posto dove stiparlo o dove metterlo meglio in disperata mostra ne rendi 48.
 Ebbene, quella sera stessa Fabio Fazio o Corrado Augias (i vecchiumi son più affar di Augias in genere) ci farà uno speciale descrivendolo come "il libro dell'anno". Tesserà le lodi dell'autore invitandolo in studio e scopriremo che il libro non parlava solo di rocchetti di pietra e aghi di granito, ma del vero senso della vita e della comunità. Solo leggendolo potremo riscoprire i nostri veri valori, chi siamo e da dove veniamo.
 Il giorno dopo, orde barbariche entreranno in libreria, improvvisamente desiderose di apprendere l'arte della tessitura sumerica facendoti maledire quel guizzo di zelo del giorno prima in cui l'hai tolta di mezzo.
 Pressata, la riordini nuovamente. Puntualmente arriverà dieci giorni dopo, quando ormai il rocchetto di pietra/senso della vita sarà passato di moda per tornare ad essere solamente uno stupido rocchetto.

 IN CASO DI SEDIMENTO ARCHEOLOGICO: 
Quel caspita di libro sul welfare rumeno è riuscito a rimanere saldo al suo posto per almeno 4 anni, non ti spieghi nemmeno tu il motivo. Improvvisamente decidi di renderlo. Non appena lo avrai lanciato in magazzino, un cliente, colto dall'estasi del momento verrà a richiedertelo ( ve lo giuro, decine di episodi documentati!). Con tutta la pazienza del mondo lo cerchi nella massa dei libri già pronti per la partenza. Lo trovi e sei ben felice di essertene così disfatta. Due ore dopo un altro cliente viene a chiederti lo stesso libro. Glielo ordini. Per scrupolo, non sia mai che i servizi sociali rumeni siano di colpo di moda e non te ne sei accorta, ne ordini anche un'altra copia. Ebbene, lei, maligna riprenderà il suo polveroso posto sul ripiano, pronta a restare dormiente per altri 4 anni, fino al prossimo giro...

L'INSPIEGABILMENTE INTROVABILE: 
Hai passato una giornata a ficcare libri ovunque. Non hai ancora capito bene perché ma ti è arrivata la "Storia dei Longobardi" di Paolo Diacono in otto copie.
 Ricordi con assoluta precisione di averne piazzati tre al loro posto nell'ordine alfabetico per autore. Sono pasciuti, azzurri VISIBILI. Il giorno successivo, uno studente frustrato viene a chiedertelo. Ben felice di far prendere il volo ad almeno una copia, vai a prenderla con fare sicuro e trionfante e scopri che nessuna delle tre copie è dove le avevi messe tu. Sparite. Nel nulla. Le cerchi ovunque, devono esserci. Va bene i furti, ma chi mai potrebbe rubare in un solo pomeriggio tre copie della "Storia dei Longobardi"?? Bossi?? Maroni? Una sezione della Lega in gita? Dopo dieci minuti di infruttuosa ricerca, ti butti allora sulle altre copie che avevi messo da parte come scorta. Niente, svanite nel nulla anche loro. Chiedi ai colleghi, nessuno le ha viste, mai nominate, mai coperte.
 Se non  fosse per il catalogo, che ti dà ragione, penseresti di trovarti in una di quelle smagliature temporali di Matrix: quelle otto copie sono esistite veramente o le hai solo immaginate?

IL FALLIMENTO DELLA CASA EDITRICE:
In Italia è tempo di crisi per tutti, figurati per le case editrici che fanno parte di uno scomparto in crisi perenne. Case editrici piccole (e talvolta neanche tanto piccole) falliscono, anche senza preavviso. 
Di colpo non solo i libri del loro catalogo non vengono più ristampati, ma devi anche rimandargli indietro i titoli che hai già in casa. Interi settori di nicchia (che in genere svaniscono case editrici specializzate) spariscono gettando nel panico e nel dramma schiere di dottorandi in fisica delle particelle, cybersex, tatuaggi e scrittori dell'est Ecuador. Tu libraio sei anche segretamente felice di rimandare indietro cose oggettivamente invendibili, ma l'aficionados è prostrato. Davvero non ci sono speranze di rivedere in commercio "Storia ragionata delle mele del sud-est asiatico nel XII° sec." ed. Fratelli Gemelli Prussiani? Com'è possibile che abbiano fallito?

Altri e numerosi sono i motivi per cui un libro scompare o non è reperibile, ma pochi come quelli di cui sopra ti fanno pensare all'esistenza di una legge superiore della sfiga libraria. O peggio ancora allo spirito maligno del libro che è lì e si fa spostare e maneggiare, innocuo e silente, mentre invece è sempre pronto a fartela pagare....


giovedì 14 novembre 2013

E per la neonata rubrica "Piccoli libri per piccoli tragitti": "Lettera a D." di André Gorz, quando l'amore va oltre il tempo.

André Gorz con sua moglie Dorine
Ogni tanto consiglio dei libri piccoli, ma comodi da portare in giro, quando per qualche motivo si deve saltabeccare tra i mezzi pubblici e/o percorrere piccole tratte e tutto serve tranne che portarsi un tomo di 2000 pagine in giro. Se per alcuni la soluzione è l'e-reader, per me può anche essere scegliere dei libri piccoli, eppur gustosi, che spesso sopiscono tra gli scaffali nascosti da tomi ben più corposi. A questo punto ho deciso di dar corso ad una rubrica senza precisa cadenza nominata "Piccoli libri per piccoli tragitti".
 La inauguro oggi con un consiglio che da tempo viaggia nella mia mente "Lettera a D." di André Gorz.

Come avrete notato nel mio blog, per motivi di gusto personale e perché francamente mi capita di trovare raramente belle opere sul tema, consiglio pochi libri che hanno anche vedere con l'amore che siano saggi, fumetti, romanzi o altro.
  "Lettera a D." è uno dei rari libri sull'amore che mi ha davvero colpito, probabilmente perché va a colpire uno dei miei punti deboli: l'illusione che un amore, pur tra mille traversie, difficoltà, litigi e tutto quello che l'amabile vita ama riservarci senza esclusione di colpi, possa durare per sempre.
 Andrè Gorz era un intellettuale e filosofo austriaco vicino a Sartre che in gioventù conobbe una splendida attrice inglese di nome Dorine dalla pelle di madreperla e i capelli rossi. La corteggiò malgrado lei avesse un promesso sposo ad attenderla a Londra e nonostante lui fosse ancora un signor nessuno che si barcamenava tra mille lavoretti tentando di terminare i suoi primi studi filosofici. Lei, straordinariamente, ricambiò.
 "Lettera a D." è un libretto di appena 68 pagine che ha varie particolarità. Si tratta infatti di un'appassionata dichiarazione d'amore che Gorz, ormai ottantenne scrisse a sua moglie, afflitta da una malattia degenerativa che l'aveva spinto a ritirarsi per poterle stare accanto. In esso ripercorre la loro storia d'amore con una passione insolita, ricordando tutte le minuzie, dal momento in cui l'aveva vista per la prima volta a quando per ragioni varie ed eventuali non voleva sposarla (si va dal filosofico "Non credo nel matrimonio" al prosaico "Non so essere fedele") e lei gli disse "Ok cercati un'altra".  Quando infine cedette (nonostante le resistenze di sua madre che arrivò a spedirgli un esame grafologico per dimostrare quanto fossero incompatibili) non se ne pentì mai, perché come scrive:
 "Prima di conoscerti non avevo mai trascorso due ore con una ragazza senza annoiarmi e farglielo sentire. Quello che mi appassionava di te era che tu facevi accedere a un altro noi. I valori che avevano dominato la mia infanzia non vi avevano corso. Quel mondo mi incantava."
 Il mondo di Dorine era insolito per una ragazza degli anni '50. Figlia di una splendida donna che la ebbe da un marito presto invalido di guerra, fu allevata da un uomo che lei chiamava "il padrino", secondo compagno della madre, presso il quale fu abbandonata.
Cresciuta senza un posto nel mondo, proprio come Gorz, figlio di ebrei vittime dell'antisemitismo di un'Europa in guerra, aveva reagito cercando di imporsi con tutte le sue energie, facendosi decine di amici, recitando, lavorando, non scoraggiandosi mai. 
 "Amavo la tua fragilità dominata dalla tua fragile forza. Noi eravamo entrambi figli della precarietà e del conflitto. Eravamo fatti per proteggerci reciprocamente l'una dall'altro. Avevamo bisogno di creare insieme, l'uno attraverso l'altra, il posto nel mondo che ci era stato negato in origine"
 Con grande sincerità Gorz fa autocritica per tutte quelle volte in cui l'aveva lasciata sola invidiandole la sua capacità di far fronte alle cose della vita, di quando nel suo libro "Il traditore" fece di lei un terribile ritratto di cui le chiese poi perdono, non capacitandosi della sua crudeltà. Ammette i suoi errori e la magnifica ricordando il suo corpo di madreperla, il suo amore senza sosta, incondizionato.
 E infine,  spaventato dalla malattia e dall'oscurità, conclude l'incessante accavallarsi dei loro ricordi felici con un'inquietante profezia,
 "La notte vedo talvolta la figura di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserti, cammina dietro a un carro funebre. Sono io. Sei tu che il carro funebre trasporta. Non voglio assistere alla tua cremazione, non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri."
 Ed era una promessa la sua. Nell'autunno del 2007 Gorz si suicidò insieme alla moglie amatissima nella loro casa in Svizzera. Il giorno dopo aveva un appuntamento per parlare alla tv tedesca di "Lettera a D.".
 Il sottotitolo del libro è "Storia di un amore" e ve lo consiglio, consiglio e consiglio ancora.

mercoledì 13 novembre 2013

Intervista a Hugues Barthe, autore delle bellissime graphic novel "L'estate ''79" e "L'autunno '79"! (Nonché la mia prima intervista ad un autore straniero)!

Qualche tempo fa, ho recensito due graphic novel di Hugues Barthe, "L'estate '79" e "L'autunno '79".
 Questo autore francese, raccontava con durezza e un'insolita poesia che mi era capitato di trovare solo nel secondo me a lui molto affine Craig Thompson, la storia della sua infanzia/adolescenza. Cresciuto in una di quelle famiglie che al giorno d'oggi si direbbero disfunzionali, era vittima di un clima di violenza creato dal padre alcolista e da una madre che, incapace di reagire, cercava aiuto, sostegno e vendetta nei tre figli. Descritta così, questa graphic novel sembra la porta dell'inferno e invece Barthe è riuscito a raccontare questi fatti con distacco e persino dolcezza verso il ragazzino che era e il ragazzo che riuscì a ribellarsi a un destino già scritto e abbandonare il suo paese di provincia.

 Il primo lavoro che trovò per scappare dalla casa natia fu....il libraio. Anche per lui, come per tanti, i libri erano stati un rifugio e un porto sicuro in anni terribili.

Hugues Barthe
Dunque, perché questa infinita introduzione?Perché in un attimo di follia ho contattato Barthe per chiedergli se fosse disponibile ad un'intervista per il mio blog. Ebbene lui si è dichiarato addirittura onorato e ha risposto con estrema velocità e precisione, cosa che mi ha lasciato stupefatta e felicissima. 
 Quella di seguito è l'intervista che mi ha concesso!

Quando ha deciso che sarebbe diventato un fumettista?


Ho cominciato molto presto, disegnavo storie ancor prima di imparare a scrivere. Era il mio mezzo d'espressione. Ero molto timido e parlavo pochissimo, mi esprimevo soprattutto con i fumetti. Non è cambiato molto da allora, anche se ora parlo un po' di più. Ho l'impressione di avere sempre disegnato. Non potevo fare altro.

Qual è il suo metodo di lavoro?

Lavoro a casa mia: alla mattina scrivo le sceneggiature e al pomeriggio le disegno. Ho degli orari molto cadenzati, come in un ufficio. Lavoro tutti i giorni. E' l'unico modo per proseguire dato che un libro a fumetti è molto lungo da realizzare. Ogni volta che finisco 50 pagine le mando al mio correttore di bozze, che mi fa dei commenti. Al di là di questo lavoro in completa autonomia, devo gestire bene il mio tempo. Tengo anche alcuni corsi di scrittura nelle scuole, che mi permettono di mantenere un contatto sociale.


Cosa leggeva da bambino? E c'è un libro che ha cambiato la sua vita?

Leggevo la contessa di Ségur, un'autrice forse non famosa in Italia. 
Oggigiorno viene considerata come una scrittrice rivoluzionaria, eppure sapeva raccontare delle storie molto avvincenti per i bambini. 
 Altrimenti avevo una passione per Pinocchio che rileggevo molto spesso. Inoltre leggevo di frequente anche Tin Tin. Penso che la mia vocazione per i fumetti venga da là.

Lei è stato anche un libraio, quali erano gli aspetti più positivi e quali i più negativi del suo lavoro?


Prima di lavorare in libreria pensavo che i librai passassero le loro giornate a legger i libri. Nella realtà, fanno molta manutenzione, trasportano tonnellate di scatoloni, è molto fisico. E' un bel mestiere grazie al contatto con la gente, ma io non ero tagliato. Non sopportavo di vedere dei libri mediocri essere in cima alle classifiche e altri, di qualità superiore, rimanere nell'angolo.

Uno scrittore e/o un libro che vuole assolutamente consigliare?

Uno scrittore austriaco: Thomas Bernhard, tutti i suoi libri in particolare l'ultimo “Extinction”. Dostoevskij soprattutto “L'idiota” e “Delitto e castigo”. E Proust. 
Per i fumetti "Jimmy Corrigan" di Chris Ware è IL gran capolavoro degli ultimi anni. Ogni volta che lo rileggo mi commuovo fino alle lacrime. E' stato tradotto in italiano?
(ndcs. Sì, è stato tradotto da Mondadori, Strade blu).


Ne "L'estate '79" e "Autunno '79" lei parla della storia della sua famiglia, molto dura. Quali sono state le reazioni dei suoi lettori?

Molti lettori si sono identificati nel mio personaggio, anche se non hanno vissuto lo stesso tipo di storia. Credo che questi due libri parlino dell'adolescenza in generale e vadano oltre la mia storia personale, ma è ugualmente vero che altri lettori sono stati disturbati dal mio racconto definendolo impudico, cosa in cui io non mi ritrovo affatto. Ho cercato di mantenere una certa distanza nel mio modo di narrare.

Cosa l'ha spinta a raccontare una storia così personale?

E' il progetto che mi ha scelto. Quando mi è venuta quest'idea, mi è stato impossibile scrivere d'altro. Dovevo sbarazzarmi di questa storia per riuscire ad andare oltre. Era necessario. Da quel momento, in quanto lettore, amo i libri-confessione, gli autori che non si nascondono e liberano la loro verità.

Ha un autore italiano preferito?

Ho letto Dino Buzzati. Più recentemente “Caos calmo” di Veronesi, che mi è piaciuto molto. E “Il romanzo di Ferrara” di Bassani. Ho anche una grande passione per il cinema italiano. 

E-reader o carta stampata?

Sono molto affezionato al libro tradizionale. Amo sentire l'odore della carta, l'e-reader non ha odore! 

Verrà prossimamente in Italia a presentare la sua graphic novel?

Non ho in previsione un viaggio in Italia prossimamente, ma può darsi che venga tra qualche mese. E' un paese che adoro e che conosco molto bene, soprattutto Firenze e Roma.

Ringrazio ancora tantissimo il signor Barthe per la sua intervista e la disponibilità, le sue due graphic novel citate sono edite in Italia dalla casa editrice Clichy.
 Inoltre, poiché questa intervista si è svolta completamente in francese (lingua da me studiata solo alle medie), ringrazio Giulia per aver tradotto con velocità e precisione le mail e Federica per aver tradotto l'intervista di Barthe.
So che pare una cosa da serata degli Oscar, ma senza di loro quest'intervista non sarebbe mai stata possibile!
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