Ci
ho messo anni a decidermi a leggere la tetralogia de "L'Amica
geniale". Avevo letto un paio di libri della Ferrante e, a esser
buoni, li avevo trovati fastidiosi, quindi mi riusciva difficile
pensare che di colpo potesse aver scritto qualcosa di nettamente
superiore.
Poi,
complice la vacanza sulla costiera sorrentina, mi sono fatta coraggio
ed effettivamente, come moltissimi, ho letteralmente divorato i 4
libri in, credo, meno di una settimana.
Prima
di scrivere questa recensione, ne ho spulciate un po’ delle
millemila già presenti su giornali e web, e ho notato che tutte
tendono a concentrarsi sul rapporto tra Lila e Lenù.
Ovviamente,
dirà chi lo ha letto, su cosa ci dobbiamo concentrare visto che
questa amicizia che dura mezzo secolo è, fondamentalmente,
l’ossatura stessa della storia?
In
realtà, forse per una certa affinità di ansie e inquietudini
personali con la narratrice, Elena Greco, detta Lenù, a me è
sembrata molto rivelatrice una frase che lei stessa, con un
certo sconcerto, si ritrova a pensare, rimuginando ormai in là con gli anni su un raccontino scritto da Lila alle elementari come di una quasi opera letteraria perduta, a metà del quarto libro: "Se il genio che Lila aveva espresso da bambina con la Fata blu, turbando la maestra Oliviero adesso, in vecchiaia, sta manifestando tutta la sua potenza? [...] L’intera mia vita si sarebbe ridotta soltanto a una battaglia meschina per cambiare classe sociale".
In
effetti ci sono due cose che voglio assolutamente dire in questa
recensione.
La
prima è che sì. Io credo che la vita di Lenù e la tetralogia
siano fondamentalmente il racconto di un titanico sforzo di una
ragazza straordinariamente intelligente per cambiare ceto sociale.
Nata
in una famiglia povera, ma non poverissima come quella della sua
amica Lila, con padre usciere del comune, madre casalinga, due
fratelli e una sorella (alla quale viene cercato di dare un vago
ruolo nell’ultimo libro), Lenù studia con incredibile
cocciutaggine. Studia, mossa da un sentimento non ben definito che ha
confusamente a che fare con la sua amicizia con Lila, figlia dello
scarparo del loro poverissimo rione, bambina brillantissima, dal
carattere tanto forte, quanto despotico.
“L’amica
geniale” è un titolo volutamente ambiguo perché se in prima
battuta il lettore tende a credere che si tratti di Lila, bravissima
a scuola, pronta d’ingegno, con grande e originale inventiva, nel
corso del libro diventa evidente che sono entrambe e vicendevolmente
le loro amiche geniali.
E
non è poco, è tutto.
Se
Lenù riesce nel suo percorso tenace nella vita, se non si arrende al
liceo, all’università, al suo costante sentirsi fuori posto, è
perché Lila rappresenta sempre e comunque un margine di confronto,
uno specchio che conferma la sua esistenza in un mondo senza punti
cardinali.
E lo stesso avviene per Lila. Se sempre, anche quando le
viene imposto di lasciare la scuola, quando si trova costretta a
sposarsi adolescente per sfuggire alle attenzioni di un camorrista,
quando lavora in una fabbrica di insaccati in condizioni di
schiavitù, se non si arrende mai è perché ha una sorta di punto
fisso in Lenù.
Se
Lila e Lenù sanno di esistere nello stesso istante, allora il gioco
della vita, per entrambe, funziona. E infatti la storia inizia quando
Lila decide scientemente di sparire e Lenù deve ricordare nei minimi
particolari tutta la loro storia insieme, da principio, perché sente
di avere ancora lo specchio nel quale rivedersi in caso di bisogno.
E’
una storia feroce di enorme amicizia, ma ha anche molto a che fare
con la rappresentatività. In molti trovano estremamente tediose e
anche capziose le polemiche sulla rappresentatività delle minoranze
o anche delle donne nei film o nei media. Ma la rappresentatività
costituisce un immaginario saldo a cui aggrapparsi: se ti vedi,
esisti.
Lila
e Lenù si incontrano, si riconoscono e questo dà loro modo di
costruirsi una vita fuori dai canoni ideali del rione. Tutte le loro
coetanee e amiche d’infanzia, si sposano e mettono su famiglia
molto giovani, alcune lavorano se c’è necessità, ma nessuna esce
dal seminato che è stato loro accuratamente preparato. Come anche
gli uomini.
Sono
le uniche a distinguersi e a combattere con tutte le loro forze
(perché servono, costantemente, un’incredibile quantità di forze
per non lasciarsi schiacciare dal sistema) ed è la loro ostinata
amicizia, il loro confronto bellicoso e ineluttabile che rende
possibile la loro ribellione.
Hanno
però due obiettivi diversi. L’obiettivo di Lila è cambiare le
cose in un rione sempre più in mano alla camorra, dove lo stato non
esiste (e se esiste non ha una forma che risulti comprensibile né
efficace in un mondo che risponde ad altre leggi e dinamiche), e per
raggiungerlo sa che l’unica possibilità è salvarsi ad ogni costo.
Si
salva da un camorrista sposando in fretta e furia un marito che
detesta sin dal primo momento. Si salva dal marito scappando in un
altro quartiere e finendo a fare l’operaia. Si salva dall’essere
un desiderio sessuale desiderando ardentemente e contro ogni logica
un’altra, sbagliatissima, persona. Si salva da un presente di
miseria studiando una materia complicatissima, che non conosce
nessuno.
Si
salva, si salva e scappa. E se alla fine sembra che le rimanga poco
tra le mani rispetto alla gigantesca fatica che l’ha perseguitata
per un’intera esistenza, dovremmo pensare a quale sarebbe stato il
suo destino se si fosse arresa in uno qualsiasi di questi momenti.
Salvarsi
è assolutamente imperativo, anche quando il premio finale è in
proporzione misero e ingiusto.
L’obiettivo
di Lenù è invece lo stesso obiettivo di Nino Sarratore, l’oggetto
dell’amoroso contendere tra le due ragazze, il gattomorto forse
meglio descritto al maschile da parecchi decenni a questa parte.
Entrambi mirano ad elevarsi socialmente. La differenza è che la
prima non ne ha una vera coscienza, il secondo persegue il suo
obiettivo con studiata ferocia.
Che
Nino Sarratore sia detestatissimo l’ho letto ovunque (ho visto
anche magliette contro di lui), eppure, diciamoci il vero, nessun
uomo, forse esclusi il povero Franco Mari ed Enzo, fa un’ottima
figura all’interno della storia. Gli uomini del rione sono
prigionieri come le donne di un sistema patriarcale fondato sulla
mascolinità tossica: devono primeggiare, devono picchiare, devono
sottomettere, devono dimostrare.
I
padri di Lenù e Lila sono quasi pupazzi sullo sfondo. I mariti di
entrambe le ragazze non sono alla loro altezza e si comportano,
seppure con le dovute differenze di status e cultura, allo stesso
modo: si attendono una moglie che li riverisca e riversi ogni energia
nell’accudimento dei figli e del focolare domestico.
Gli
unici personaggi maschili che non cercano di soffocare le
intelligenze delle due ragazze sono: Michele Solara, il camorrista
(quando sei all’apice della catena alimentare puoi permetterti di
infrangere le regole perché nessuno può dubitare della tua
integrità) e Nino Sarratore che, nonostante dissemini, soprattutto
in gioventù, episodi in cui reagisce in modo infantile alla
superiorità di Lila e Lenù, in età adulta, tutto sommato sarà lo
sprone che porterà Lenù a scrivere ancora, a liberarsi di un marito
lamentoso, a credere in un futuro da scrittrice.
Ovviamente
lo fa in base ad un suo calcolo personale. Tanto Lenù si affida alla
corrente e riesce nella sua ascesa sociale grazie al suo talento
letterario, tanto Sarratore (che non ha il jolly del talento) si
prodiga in ogni modo per raggiungere il suo obiettivo.
E’
non solo un trasformista della politica, ma anche della vita. Tiene
il piede in mille correnti diverse, in mille relazioni diverse, tra
mogli, amanti, compagne, figli disseminati qui e lì con una certa
assoluta scienza. Solo Lila, osserverà Lenù molti anni dopo, è
sfuggita a questa sua ossessiva persecuzione della sua irresistibile
ascesa.
Perché
Sarratore ha accettato una relazione che poteva compromettere la sua
ascesa?, si chiede, rodendosi, Lenù, che lo ama sin dall’infanzia.
E teme sia accaduto perché, al contrario di tutte le altre donne con
le quali si rapportava in relazione a ciò che loro potevano dargli,
Nino era sinceramente innamorato di Lila.
Visto
il personaggio in prospettiva, è difficile vederci un sentimento
sincero. Sembra invece una sbandata giovanile, di quelle che prendono
insensatamente e che, a posteriori, vanno ridimensionate e
dimenticate.
Tuttavia
è facile giudicare Sarratore con gli occhi di Lenù.
Se Lenù non
avesse potuto fare affidamento su un talento e un buon matrimonio,
cosa sarebbe stato di lei? Sarebbe diventata forse un’insegnante di
liceo e i suoi sogni di una vita migliore, più stimolante e
indipendente, cosa sarebbero diventati?
Ciò
che Sarratore persegue con feroce calcolo, a Lenù arriva quasi per
grazia ricevuta. Lo dirà lei stessa nel libro di aver sempre avuto
una grande fortuna. Di certo nessuna fortuna sarebbe venuta a
visitarla se non avesse studiato con ostinazione e non avesse
lottato, anche da adulta, per essere una donna libera, ma resta il
fatto che la massima di Moll Flanders rimane, come sempre,
attualissima.
“La
dignità ce l’ha chi può permettersela”.
C’è
un secondo elemento che rende Sarratore e Lenù distanti nel loro
atteggiamento. Quando si entra all’interno di un altro ceto
sociale, l’attrito è fortissimo.
In
Lenù assume la sensazione di una costante inferiorità, un mondo nel
quale non è mai abbastanza raffinata o intelligente. Durante
l’università, la Normale di Pisa, viene presa in giro per il suo
aspetto e il suo accento, sospettata di furto, ha pace solo quando
qualcuno “garantisce” per lei, come i suoi due fidanzati,
entrambi benestanti e conosciuti. Perché il bel mondo l’accetti ha
bisogno di qualcuno che validi e in qualche modo giustifichi la sua
intrusione.
Lenù
lo sa e si chiude a riccio, cerca di adattarsi, di rubare il modo di
stare al mondo, ma è un esercizio che risulta difficilissimo a chi
lo pratica senza esservi nato.
Qualche
mese fa lessi un articolo bellissimo, “Il lavoro culturale ha bisogno di una lotta (creativa) di classe”, in cui l’autore descriveva
benissimo quello che sente Lenù e che, devo dire, sento anche io. Racconta come il lavoro culturale in Italia sia mediamente appannaggio delle
classi sociali superiori, un gruppo ristretto di persone provvisto
dello stesso milieu, qualcosa che hi giunge dall’esterno, pur con
grosse dosi di recitazione ed immedesimazione (le stesse che, a
vagonate, usa Nino Sarratore), non può assolutamente
replicare.
Gli
outsider, come in tutti gli ambienti progressisti, vengono accettati,
ovvio, ma raramente vengono davvero assorbiti. Serve un qualcosa di
straordinario come un talento geniale, una carriera sfolgorante, un
qualcuno di geniale e sfolgorante che attraverso matrimonio o
amicizia “garantisca” per te.
E
questa sensazione che Lenù ha sin dalle scuole medie, che si
sviluppa già al liceo classico, con la professoressa Galiani decisa
a vendicarsi della poveraccia che crede abbia rubato il fidanzato
alla sua figliola cresciuta con ogni cura, esplode all’università
e soprattutto nell’enorme confusione del periodo successivo.
Quando
gli anni ’60 e ’70 arrivano coi loro slogan e le loro anche
sincere (sul momento) rivendicazioni sociali, di colpo sembra che le
differenze di classe possano essere appianate. O almeno, sembra a chi
queste differenze non le ha mai davvero subite (la figlia della prof
Galiani, la sorella del marito di Lenù, Franco Mari che è uno dei
personaggi più coerenti e tra i miei preferiti) lasciando perplesso
chi, come Lenù, non riesce a non vederci della maniera o chi, come
Lila, teme di essere usata per scopi politici e poi lasciata al suo
destino.
E
nessuno dei tre né Lila né Lenù né Sarratore si fida.
La prima
perché mentre gli altri parlano di operai E’ l’operaio, ma per sua
natura non può diventare un operaio di stampo ideologico, la seconda
perché sa quanto possa essere doppia la natura di chi proviene da un
ceto sociale superiore e cerca di tenere una mente aperta lottando
contro uno spirito di autoconservazione di classe (lo stesso che avrà
lei nel quarto libro quando sua figlia scapperà col figlio di Lila,
devo dire forse la parte peggiore della serie) e Sarratore perché
avendo un atteggiamento più utilitaristico e meno utopico delle
varie ideologie dominanti, sa che prima o poi, tutte, vanno ad
esaurimento.
Alla
fine, fondamentalmente i tre, pur con percorsi diversi, riusciranno a
distinguersi dalla gente del rione che avrà destini più o meno
infelici tra malattie, post terrorismo, manovalanza della camorra,
povertà.
La
cosa forse che rimane interessante è che tutti vi riusciranno anche
perché avranno con la propria prole un tipo di rapporto poco esplorato nella
letteratura contemporanea. Adesso le cose sembrano solo due: distacco e freddezza totale o l'alone mistico dell’amore
assoluto e inspiegato.
Tutti
e tre invece amano i propri figli, ma nessuno di loro gli sacrifica o ne fa
il centro della propria esistenza.
Lila lo fa per un breve periodo
col primogenito, ma si rende presto conto che l’educazione può
poco se l’ambiente e l’indole sono di altro genere.
Lenù ama le
proprie figlie, ma ama anche avere una propria esistenza. Quindi non
sacrifica alla loro tranquillità un matrimonio ormai arenato né si
fa scrupolo di portarle a vivere in un rione povero di Napoli quando
potrebbero vivere nell’agio coi ricchi nonni genovesi. Sbaglia? Ha
ragione?
Malgrado
trovi il pezzo delle figlie adolescenti il peggiore del libro, penso
che il finale del loro rapporto sia giusto e in qualche modo onesto.
Lenù è una donna indipendentissima e il rapporto con le figlie non
poteva essere di natura diversa. E intendiamoci, io non do nessun
giudizio morale. Anzi. Forse perché sono cresciuta con dei genitori
molto simili, mi trovo costantemente spiazzata dalla retorica della
maternità amorosissima, dai genitori iperpresenti, dalla cappa di
attenzioni costante. Mi sembra assurdo sia l’unico modo per essere
genitori e che sia l’unico modo degno di essere raccontato per non
passare come dei genitori indegni.
Cosa
penso dunque di questa tetralogia (scusate la recensione
lunghissima)?
Che ha un’enorme fascino perché la Ferrante è
riuscita in due cose, rare:
1) Indovinare tre personaggi in modo vividissimo e farli interagire tra
di loro in modo continuo e convincente (i personaggi secondari sono
talmente poco caratterizzati che fino alla fine alcuni li ho
confusi).
2)
Raccontare quello che stranamente viene poco raccontato in un paese
come l’Italia: la quasi estraneità tra ceti sociali e
l’incredibile attrito quando qualcuno tenta l’ascesa.
La
complessità e in qualche modo la tragicità dello scontro dovrebbero
essere forieri di storie, invece ci si concentra quasi sempre sulle
grandi tragedie interiori della borghesia o del mondo quasi
pasoliniano dei ceti più bassi.
Qui e lì si appiccano sentimenti di
categoria (il piccolo borghese con grandi ambizioni, l’operaio che
vorrebbe ma non può, il provinciale che si inventa imprenditore e
soccombe, il ricco borghese che ha qualche sicuro problema con mogli
e figli ecc), ma non si indaga mai sull’ambivalenza di questa
coesistenza.
Sul fatto, ad esempio, che può interessare una scalata
sociale per alcuni fattori culturali, per una maggiore ricchezza di
prospettive, ma che al contempo si possono disprezzare alcune pieghe
decadenti, alcune pose artefatte, il totale distacco dal mondo reale. In questo senso il personaggio di
Lenù è assolutamente perfetto.
Spiace,
e lo dico sinceramente, che non si possa sapere di più sull’autrice.
Perché anche se l’opera esiste oltre l’autore, alcuni sentimenti
hanno sete di spiegazione e di approfondimento, anche solo per il
gioco tra Lila e Lenù, per vedersi rappresentati, per avere la
certezza che qualcun altro esiste come te in quel momento e in
qualche modo sta giustificando la tua esistenza stessa.