lunedì 19 agosto 2013

Il mancato passaggio dal personale all'universale. "Apnea" di Amurri e "Il ragazzo che amava Shakespeare" di Bob Smith.

Qualche tempo fa, una balzellante cliente abbastanza sciura, mi chiese di indicarle il settore di "NARRATIVA MEDICA". Davanti alla mia perplessità replicò che era uno scandalo che non ne avessimo uno. Tentai allora di capire a cosa si riferisse e dopo avermi spiegato che era un magico settore che viaggiava tra la narrativa-la sociologia-l'antropologia-la psicologia e finanche la medicina e la religione, compresi che cercava quei magici libri in cui persone che hanno avuto in sorte una qualche disgrazia fisica tentano di parlarne al mondo intero.
 In effetti, (per quanto non abbia poi esattamente capito cosa cercasse la signora), è un genere che si presta a molte interpretazioni. 
 Mi è tornata in mente quando ho dovuto sollazzarmi con l'esposizione dei libri finalisti al premio Strega avendo lì scoperto che esisteva "Apnea" di Lorenzo Amurri, ed. Fandango.


 La storia, per chi non la conoscesse, è quella autobiografica di Amurri, che a 27 anni, sciando, ebbe un incidente che lo privò dell'uso delle gambe, e da scatenato musicista sempre in viaggio per il mondo si ritrovò in una vita completamente diversa.
 Lo dico. Il libro non mi è piaciuto. Non per la storia in sé ovviamente, che è insindacabile, ma proprio per la sua insindacabilità. Un romanzo, per sua natura, deve essere fonte di interpretazione, ispirazione, domande, perplessità, odio, amore intenso. Ho sempre avuto l'idea, credo molto condivisa, che in un romanzo ognuno possa vedere lo specchio di se stesso, tutto e il contrario di tutto.
 Una storia insindacabile non può essere classificata come romanzo. Forse dovremmo inventare un settore di narrativa medica o di storie di vita vissuta o di qualcos'altro, ma non trovo che un libro del genere, per quanto ben scritto a livello strutturale, debba essere considerato romanzo e persino candidato allo Strega.
 Si dirà che forse eventi del genere non sono descrivibili e scrivibili in altro modo. E invece ci sbagliamo.
 Mentre leggevo il libro di Amurri ho pensato molto ad un romanzo bellissimo, "Il ragazzo che amava Shakespeare" di Bob Smith, edito in Italia dalla Tea, prezzo 9 euros (benissimo spesi).


 L'autore parla della sua vita di bambino e adolescente con una sorella fortemente disabile che nell'età adulta arriva a rifiutare finendo così per rifiutare per sempre se stesso: non si sposerà, non avrà grandi amori, né figli. La sua unica passione, salvifica fin dall'infanzia, sarà Shakespeare, che lo conquisterà, bambino infelice, con la frase d'attacco del mercante di Venezia:
 "In verità, non so perché sono così triste."
 Se leggete questo libro, splendido, delicato, molto doloroso, capirete perché il romanzo di Amurri non è un romanzo, mentre quello di Smith sì. E' qualcosa di impalpabile, eppure fondamentale, la base del talento di uno scrittore: la capacità di rendere una storia dolorosamente universale e non più dolorosamente personale.

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