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martedì 12 novembre 2013

"Il debito sarà pagato", ciò che insegna Steinbeck in un'epoca in cui si confondono le tenebre con la luce e la luce con le tenebre.

In questi giorni è accaduto a Bergamo un fatto che comprensibilmente dall'altro capo d'Italia non è giunto. Dico comprensibilmente perché le province nordiche (per esperienza) sono talmente fuori dalle rotte del mondo conosciuto che, a scanso di qualche serio mezzo di informazione non ne parli, difficilmente chi si trova a Ponza, Urbino o Cagliari potrà venirne a conoscenza.
 In sostanza, un gruppo di persone nominate Sentinelle in piedi (ispirate ad un gruppo francese che contestava i matrimoni gay), in difesa della "libertà di espressione e opinione" hanno organizzato un flash mob in una delle piazze cittadine, dove si sono piazzate con un libro in mano a simboleggiare la faccenda.
 Tutto bello, sembra. Peccato che quest'alzata d'ingegno fosse nata loro per contrastare l'approvazione della legge contro l'omofobia, sempre per la storia che se impedisci a qualcuno di fare la pelle o insultare qualcun altro per motivi di orientamento sessuale, allora lo stai limitando imperdonabilmente. 
Le ragazze dell'associazione Bergamo contro l'omofobia hanno organizzato assieme all'arcilesbica e a dei cittadini pensanti, un contro flash-mob in cui sono semplicemente state ferme davanti alle sentinelle con in mano il libro, uscito recentemente per la Isbn edizioni, "Le cose cambiano". 
Cos'è cost'esso? Una raccolta di coming out di personaggi/persone italiane e americane, che incoraggiano gli adolescenti sottoposti giornalmente alla libertà d'espressione degli omofobi, a resistere, che una volta adulti, non solo saranno più forti, ma si accorgeranno che il mondo è vasto e pieno di persone migliori, di avvenimenti felici, di un futuro aperto. Uscito in allegato al Corriere della sera e in libreria, è un libro che vale la pena leggere, anche se non si fa parte della comunità glbt. Anzi, soprattutto se non se ne fa parte, per rendersi conto di quanto chiunque possa fare per rendere migliore la vita di chi è più debole. Un filo comune a molte storie è infatti la presenza di una persona sola, un amico, un parente, un genitore in grado di prendere le difese di chi si sentiva oppresso, solo e rifiutato.
 Cosa può fare infatti una sola persona? Niente o tutto?
John Steinbeck
 Uno dei miei libri preferiti è "La luna è tramontata" di John Steinbeck.
Il libro, per chi non lo conoscesse, parla dell'occupazione nazista di un piccolo paese norvegese (benché non siano mai specificate né le circostanze né i luoghi, si evincono facilmente). Non si tratta di un bagno di sangue o di "Roma città aperta", quanto piuttosto dell'immissione rapidissima di un elemento fortemente disturbante all'interno di una comunità, che dapprima stordita, inizia col passare dei giorni a macinare desideri di rivolta. 
Tuttavia la comunità fa solo da sfondo a quella che è una lotta tra due figure archetipiche: il colonnello Lanser, a capo di un'occupazione a cui fondamentalmente non crede, ma che, ciecamente, per ordini superiori ,porta avanti e il sindaco Orden. Tutto rimane in tensione per giorni, i soldati si mettono comodi, i cittadini non reagiscono. Poi, un giorno,un minatore uccide un soldato e la rivolta ha inizio. Dapprima silenziosa culmina in una serie di attentati che portano all'arresto del sindaco. Lanser è convinto che se lui si piegherà anche il popolo lo farà. Ma quest'uomo bonario e anche spaventato, dice NO. Orden preferisce morire dando vita ad un meraviglioso dialogo con Lanser.
 "Vedete signore, nulla potrà mutare la situazione. Voi sarete disfatti e schiacciati. I popoli non amano essere conquistati e per questo non lo saranno. Gli uomini liberi non possono scatenare una guerra, ma una volta che questa sia cominciata possono continuare a combatterla nella sconfitta. Gli uomini-gregge seguaci di un capo, non possono farlo, ed ecco perché sono sempre gli uomini gregge che vincono le battaglie e gli uomini liberi che vincono le guerre. Vi accorgerete che è così."
 Poi, prima di essere giustiziato rievoca assieme a Lanser e Winter l' "Apologia di Socrate", il momento prima della morte del filosofo, seguita al suo strenuo rifiuto della fuga da una condanna ingiusta.
 "Critone, debbo un gallo ad Asclepiade", disse con dolcezza."Ti ricorderai di pagare il debito?"
Winter chiuse gli occhi per un istante prima di rispondere, "Il debito sarà pagato."
Quale sia questo debito è la parte più affascinante di tutte, il punto attorno a cui ruota, secondo me tutto il libro. Che debito doveva pagare Winter? Quale debito dobbiamo pagare noi? C'è qualcuno che stiamo ignorando, qualche ingiustizia, qualcosa a cui potremmo porre un rimedio? Esiste qualcosa per cui siamo colpevoli senza accorgercene? 
 E' questo che le sentinelle gay a Bergamo insegnano tanti anni dopo Steinbeck. 
Ci sono sempre uomini-gregge da combattere e non serve essere un eroe, (neanche Orden lo era), ma qualcuno in grado di dire NO anche simbolicamente.
 E pagare il nostro debito verso qualcun altro.

sabato 9 novembre 2013

Intervista a Matteo B. Bianchi, lo scrittore che fece lo gran rifiuto e scrisse uno dei romanzi di formazione più belli e divertenti degli ultimi (ormai un po' meno ultimi) anni!

Io lo posseggo in questa edizione
Ormai un discreto numero di anni fa, amavo passare alcuni pomeriggi a vampirizzare la Mel Book di Roma in via Nazionale (ora diventata Ibs, se non siete di Roma e progettate di fare un giro nella capitale fateci un salto che è bellissima), leggendo interi libri che poi puntualmente non compravo. 
 Uno di questi fu "Generations of love" di Matteo B. Bianchi, un romanzo di formazione molto ironico, brillante che mi prese subito, non solo per la scrittura, ma soprattutto per l'argomento: la formazione sentimentale del protagonista, giovine e omosessuale nella provincia lombarda. La grande novità stava nel tono con cui tale argomento veniva affrontato, c'era infatti una grande assente: la tragedia.
 Come sa chi tenta disperatamente di trovare dei romanzi a tematica gay decenti, uno dei più grandi ostacoli ad una felice lettura è l'incombente sensazione che da una pagina all'altra possa arrivare la botta di sfiga che farà precipitare tutto. Suo fratello ci scoprì, mia madre mi cacciò di casa, la società ci rifiutò, finimmo per sbaglio Pare infatti che in Italia né registi, né scrittori né sceneggiatori nè altro siano in grado di decriptare quel grande mistero che sono i ventenni.
Matteo B. Bianchi
sotto un treno mentre andavamo al municipio di NY a sposarci. Ebbene, Matteo B. Bianchi fece lo gran rifiuto e narrò la splendida infanzia e adolescenza anni '80 di un ragazzo alla ricerca di se stesso. C'è tutto: l'università, gli amici, i tradimenti, gli amori e le delusioni più autentiche che abbia mai trovato in un romanzo italiano dedicato ad una tale dedicata fascia d'età.
 E suppongo che da questo derivi anche l'indegna situazione socio-economica in cui costoro (me compresa) ci troviamo, ma vabbeh lasciamo perdere.
 Il mio contorto cappello iniziale serviva per introdurre l'intervista che Matteo B. Bianchi mi ha concesso e che (finalmente direte voi) potete leggere di seguito!

Sai che fino a quando non mi sono trasferita in Lombardia, credevo che Lentate (il posto dove era ambientato in parte "Generations of love") fosse un nome finto?
 (Uno di quei nomi parlanti che indicano lentezza...)

A dir la verità Lentate Trovanti, il nome del paese citato nel mio primo romanzo “Generations of love”, è un nome inventato! Solo in seguito ho scoperto che esisteva un Lentate sul Seveso, ma quando ho scritto il libro non ne avevo idea. So che tanti ora credono che il romanzo sia ambientato lì, ma io non ci sono neppure mai stato, non so neanche bene dove si trovi.

Cosa pensi della nuova legge contro l'omofobia?

Non è stata ancora approvata alcuna legge contro l’omofobia, purtroppo. Recentemente sul quotidiano ligure “Il secolo XIX” e in seguito sul mio blog ho pubblicato un amaro commento sulla vicenda di un ragazzo morto suicida a causa di omofobia nel quale spiego chiaramente la mia posizione su certi temi. (Link: http://www.matteobblog.blogspot.it/2013/10/novene-isteriche.html)

Cosa leggevi da bambino?

Le mie prime, vere letture sono stati “I gialli dei ragazzi” Mondadori. Erano romanzetti che uscivano in edicola, mi sembra una volta al mese, e avevano sempre per protagonisti ragazzi adolescenti nel ruolo di investigatori improvvisati. I più celebri erano quelli americani, Nancy Drew o gli Hardy Boys, ma io avevo un’assoluta predilezione per una protagonista tutta italiana, una certa Rossana.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Non leggo mai un libro solo alla volta, ne alterno almeno cinque in contemporanea. 
Al momento sono: “La caduta”, uno splendido libro composto da brevissimi capitoli dello scrittore brasiliano residente in Italia Diego Mainardi; “Bad vibes”, l’autobiografia uscita anni fa del musicista inglese Luke Haines; il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi “Prima che tu mi tradisca”; un vecchio numero della rivista di narrativa americana “Granta” dedicato interamente alla città di Chicago, “Dieci dicembre”, una raccolta di racconti di George Saunders e un inquietante romanzo punk intitolato “Mira Corpora” del drammaturgo Jeff Jackson. 
Senza contare i manoscritti inediti che devo leggere per la casa editrice Indiana con cui collaboro.

E-reader o carta stampata?

Alterno anche quelli. Continuo a preferire la carta, ma per le letture di lavoro (inediti, riviste, ecc) l’e-reader mi è ormai indispensabile.

Hai una libreria preferita?

Ne ho diverse. La libreria che ritengo più bella in assoluto, ma perché è quasi un prototipo di libreria ideale, è “Strand” di New York. Me ne piacciono molte in Italia, ma non posso citarle perché rischio di dimenticarmene qualcuna e rischierei di offendere qualche amico libraio. Comunque sono tutte piccole librerie indipendenti.

Un autore e/o un libro che vorresti assolutamente segnalare?

Il libro più importante che ho letto recentemente è “Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan. Da scrittore ne sono stato scosso: mi ha insegnato come si possano trovare ancora formule differenti e originali per scrivere un romanzo dopo secoli.

Come fu che scrivesti “Generations of love”, il libro che mi ha fatto rivalutare la musica anni '80?

Il romanzo parla della mia adolescenza e della mia prima giovinezza, quelli erano gli anni ’80 e non avrei potuto scrivere di altra musica. Detto ciò, gli ’80 sono stati una stagione straordinaria per la musica (mi riferisco soprattutto a quella inglese; quella americana era piuttosto terrificante).

Sei anche un autore tv, qual è stata in tale ambito la cosa più surreale che ti sia mai successa?

Mi ero persa tale evento, ma google immagini mi
 ha donato un frame.
Me ne sono successe moltissime. Una delle esperienze più surreali però è stata certamente quando in una puntata di “Quelli che il calcio” avevamo in programma di avere come ospiti l’artista contemporanea Marina Abramovich e la showgirl Valeria Marini e io ho avuto la folle idea che venissero intervistate insieme. 
 Il giorno della diretta è toccato quindi a me il compito di entrare nel camerino di entrambe a illustrare cosa sarebbe successo. Spiegare la Abramovich alla Marini è un conto, ma incontrare la più celebre artista vivente per spiegarle che si sarebbe confrontata con Valeria Marini... beh, è stata decisamente un’esperienza.
 Le ho detto: “Si immagini una Barbie maggiorata che parla”. La Abramovich ha riso molto e ha risposto: “Oh, I like THAT!".

Un consiglio a un giovane scrittore?

Di non pagare MAI per essere pubblicato.

Qual è il tuo metodo di scrittura di un libro?

Non ne ho. Non sono il tipo di autore che si fa schemi, progetti, che segue abitudini precise. Sono un disastro. Credevo che crescendo sarei migliorato, avrei ottenuto più rigore e sicurezza. E’ accaduto esattamente il contrario. Mi metto al computer e scrivo. Fine del metodo.

Col fallimento della Dalai i tuoi libri al momento sono un po' difficili da reperire, si hanno notizie su quando potremo di nuovo trovarli in libreria?

Ci saranno ristampe, ma in tempi non immediati e forse alcune non con lo stesso editore. Intanto a dicembre torna in libreria la mia favola di Natale “Tu Cher dalle stelle”, da tempo esaurita, in un nuovo formato, pubblicata da Playground.

Tu hai scritto un volumetto, “Sotto Anestesia”, in cui parli della creazione e vita di una fanzine sulla musica new wave creata dal niente con un tuo amico a vent'anni. Che ricordi hai di questa esperienza?

Splendidi. Il romanzetto breve “Sotto Anestesia” racconta appunto quel periodo assurdo e irripetibile in cui da studente sfigato mi sono ritrovato a vivere nei panni del presunto giornalista musicale, con incontri personali coi musicisti emergenti di allora (Piero Pelù dei Litfiba, Mario Venuto dei Denovo, Federico Fiumani dei Diaframma...), inviti a ogni tipo di concerto, le prime esperienze di editoria indipendente. Bellissimo. Il mio compagno d’avventura all’epoca era Tito Faraci, oggi divenuto il più celebre sceneggiatore di fumetti italiano. Entrambi, solo a nominare quel periodo, ci commuoviamo.

C'è qualche fanzine interessante al momento che vorresti segnalare?

Intendi fanzine vera, di carta, autoprodotta e autodistribuita? (ndcs sì intendevo quella) 
Sì, ne ho scoperto da poco una australiana eccezionale: si intitola “You!” ed è in forma di lettera. Ti arriva a casa in busta, come una normale corrispondenza, solo non sai mai chi ti scrive. Fantastica.

Noti la stessa incoscienza nei nuovi ventenni oppure li reputi morti e zombieschi come gran parte della popolazione italiana più old?

Non conosco davvero i ventenni di oggi. Direi banalità da TG1 rispondendo a questa domanda.

Progetti prossimi venturi?

Studiare danza classica! (Scherzo: consegnare il nuovo romanzo entro fine 2013. L’ho giurato a me stesso).
Grazie mille!

Sono io che ringrazio tantissimo Matteo B. Bianchi per le sue gentili risposte!
 E, visto che sono in vena di rimembranze, ho un aneddoto particolare sul modo in cui venni in possesso della mia copia di "Generations of love". Un pomeriggio poco successivo alla mia grande epifania lesbica, inerme e terrorizzata non mi decidevo ad entrare nella libreria Babele di Roma (specializzata in libri a tematica Glbt), infine mi decisi catapultandomi dentro di corsa. Il libraio, che mi fissò come per dire "questa è pazza" (e aveva ragione), mi chiese perplesso cosa cercassi e io paonazza risposi il primo libro a tematica gay che la mia memoria era riuscita a ripescare. Così fu che mi portai a casa "Generations of love", il quale campeggia felice ancora nella mia libreria. Cercatelo! Ne vale assolutamente la pena!

Il post su Fabio Volo come spunto per un articolo su Il fatto quotidiano. Wow!

Essendo la prima volta che tengo un blog mi sfuggono le dinamiche virali che talvolta partono e corrono per il web. Fatto sta, che cercando di capire da dove venissero gli accessi stratosferici di questi giorni, mi sono imbattuta in un articolo de "Il fatto quotidiano" scritto da Sciltian Gastaldi che cita la mia analisi Fabio Voliana, il post, il blog e ne disquisisce. In verità mi spiace non sia passato dal mio post che lo avevo scritto proprio perché invece di liquidare un fenomeno di tale portata con sufficienza snob, volevo piuttosto indagarlo e si sperava capirlo.
 Come ho detto in uno dei commenti, il pubblico che legge Fabio Volo è molto variegato e non son solo sciure, casalinghe e giovinette sognanti, ma anche lettori forti che nel mucchio di ottime letture ci ficcano pure il Volo libro. 
  Sciltian Gastaldi scrive che Fabio Volo ha talento in tutto quello che fa e da lui dipende. 
 Più che altro io credo abbia un grande talento comunicativo che gli consente di riuscire in tutto ciò che con la comunicazione ha a che vedere, anche se di polpa, dietro, ce n'è molto poca. E un discusso signore che ha governato l'Italia per svariatissimi anni ha dimostrato che è questo quello che conta: comunicare e affabulare, dissimulare, promettere, incantare, annebbiare.

 Comunque, nel caso non si fosse capito, sono felicissima et sconvolta et onorata O.o

venerdì 8 novembre 2013

La mysteriosa epoca d'oro delle librerie. E' mai esistito un tempo in cui i librai non guardavano al soldo, ma alla cultura? E deve o non deve la libreria avere una funzione pedagogica, e come?

Johannes Gutenberg inventore della stampa,
fu la prima vittima della brama di denaro che 
da essa poteva derivare: il suo assistente e il
suo finanziatore si imparentarono tra loro, gli 
fregarono l'idea e iniziarono a stampare alla
grandissima arricchendosi. Dopo sfighe varie
ed eventuali il buon Gutenberg morì, ma 
insomma è di lui che noi ci ricordiamo non
 di chi gli fregò l'idea
Il post sul perché del successo di Fabio Volo ha creato più interesse di quello che credevo e una valanga di commenti, tutti molto interessanti. 
 Codesti commenti mi hanno confermato un'impressione che avevo sin da quando ho iniziato a lavorare in libreria la credenza molto diffusa che le librerie debbano avere, al pari delle biblioteche, una funzione pedagogica.
 In molti rievocano presunti tempi d'oro in cui le librerie cambiavano la storia e i librai scoprivano talenti o comunque aiutavano sconosciuti talenti di valore ad emergere, in cui la libreria non era solo un negozio, ma altro, una specie di tempio del sapere e di meraviglie.
 Certo, sono esistiti librai e librerie che si avvicinano a questo immaginario, come il buon Giangiacomo Feltrinelli, che era editore-libraio e tante altre cose o la mitica Sylvia Beach proprietaria della Shakespeare & company parigina di inizio '900. Tuttavia non erano la norma e non lo sono mai stata. Anzi, fino all'800, cioè fino all'invenzione della macchina continua per stampare e di altre innovazioni tecniche nella composizione soprattutto della carta, le librerie per come le conosciamo noi non esistevano per niente. 
 Sin dalla lontana invenzione di Gutenberg la stampa e il suo prodotto ovvero il libro a stampa erano visti sotto una luce principale: IL DENARO. 

 C'è un libro che vi consiglio caldissimamente se volete farvi un'idea della storia del libro a stampa, si tratta de "La nascita del libro" di Lucien Febvre e Henry-Jean Martin. L'idea di base è dimostrare come la storia della stampa abbia mutato fortissimamente la mentalità economica stessa dell'occidente lasciandola virare in senso capitalista. Nessuno nel '500, a meno che non fosse straricco investiva in un libro perché ci credeva e ne apprezzava il valore, tutto quello che l'editore (che in genere era anche stampatore e distributore) faceva era: investire un capitale e fare qualsiasi cosa per farlo fruttare, anche perché se no falliva e addio. Se poi le cose andavano bene poteva anche concedersi alla cultura più alta, come il buon Aldo Manuzio.
"In primo luogo, un fatto che non bisogna mai perder di vista: sin dalle origini stampatori e librai lavorano soprattutto per guadagnare. Proprio come gli editori odierni, i librai del '400 non accettano di finanziare la stampa d'un libro se non sono certi di poterne vendere un sufficiente numero di copie entro un periodo ragionevole. Non stupisca dunque se la scoperta della stampa ha l'effetto, quasi immediato, di diffondere ancora di più i testi che avevano già molto successo in forme manoscritte e di farne cadere altri nell'oblio" (L.F.-H.-J. M.).
Quali erano questi testi di sommo successo dell'epoca? Opere religiose in larghissima parte, visto che l'alfabetizzazione era quella che era, molta gente o leggeva ed era in grado di capire solo testi sacri e nella stragrande maggioranza delle volte manco quelli. 
Prove di razzismo medievale su Rieduchescional libraia.
 Tra le opere di maggior diffusione andavano in giro dei fogliacci stampati con xilografie che raccontavano inquietanti storie illustrate che tanto piacevano al volgo. Come l'inquietantissima e iperdiffusa storia del truculento omicidio di un bambino di nome Simone che venne rapito a Trento e ritrovato sgozzato nel ghetto ebraico. Per vendetta gli ebrei maschi vennero processati e ammazzati e le donne convertite. Con gran gusto e gran successo si producevano e vendevano si vendevano xilografie sulla sua storia. Era quindi best seller dell'epoca, una roba che dovrebbe farci quasi rivalutare Fabio Volo.
 Nella storia del libro, il racconto popolare, come ha fatto notare qualcuno ieri, ha vinto sempre, perché: popolarità=soldi.  Quando è stata dunque quest'epoca magica dei librai? Non è mai esistita. 
 L'oggetto libro è semplicemente dotato di un'ambiguità così forte da non poter essere equiparato, come ho detto spesso, ad un tanga di pizzo, quindi da un negozio che lo vende, dai librai stessi, ci si aspetta di più, ma cosa dovrebbe fare allora il libraio? Rifiutarsi di vendere libri dall'incasso sicuro? Per cento Fabi Voli vendiamo almeno un "Mein Kampf" e non so quanti libri altrettanto morbosi sul nazismo. Quelli è pedagogico venderli? Ed è pedagogico e giusto che una persona in qualità di libraio faccia una selezione di ciò che vada o non vada venduto o esposto? 
 Dove dovrebbe stare la forza di scelta in un libraio che prima di tutto è imprenditore, visto che se non vende fallisce? Nella selezione dei libri che posso assicurare si fa anche nelle grandi catene (anche se misteriose leggende scrivono che gli ordini vengono fatti da un sommo burattinaio che decide tutto dall'alto, suppongo non dorma e non abbia famiglia visto che deve leggersi i cataloghi di tutte le case editrici della terra)? 
 Non potete capire quante cose escano giornalmente. In un'epoca in cui esiste financo il Print on demand ormai trovare qualcosa di valore è peggio della ricerca del sacro Graal, anzi quella secondo me era più facile.
 Quello che voglio dire con questo so molto palloso post, è che la libreria non può avere una funzione pedagogica perché, a scanso di personaggi eccezionali a condurle, non è nella sua natura. La biblioteca ha una funzione pedagogica perché è un servizio, è dei cittadini, è di tutti. La libreria è di un solo padrone che fa cassa e può farla in modo illuminato e (se è bravo, capace, appassionato sarà questo il suo modo di lavorare sempre anche nelle difficoltà) ma deve farla.
 In un'epoca in cui c'è la scuola dell'obbligo, l'alfabetizzazione scolastica è altissima, le possibilità di acculturarsi altrettante, il fatto che la domanda premi ancora robe alla Fabio Volo o  "Fallo felice" o "50 sfumature di bianco rosso e verdone", il fatto che l'unica cosa che riesci a far prendere in mano a tanta gente sia la storia di due adolescenti che sognano di volare tre metri sopra il cielo su una moto per  corse clandestine è triste e specchio di una società che sta perdendo un'occasione storica.
  Ed è quello che volevo dire ieri: è la domanda che fa la libreria non viceversa.

(Ps. Il fatto che io riporti un dato di fatto/un dato di fatto storico non vuol dire che sia d'accordo, ma la storia non ammette opinioni è tale e basta).

mercoledì 6 novembre 2013

Indagine su Fabio Volo e le sue 28.000 copie vendute in una settimana. Di chi è la colpa? Delle librerie, della sovraesposizione, del popolo italiano o del degrado completo? "Murder" she wrote.

La pietra dello scandalo:
Fabio Volo
Come ho scritto nel post sui miti e le leggende della libreria, molti clienti pensano che le classifiche vengano manipolate in favore di alcuni autori per aiutarli a vendere di più. Non ci si capacita che primo in classifica ci sia Fabio Volo e non Pietro Citati (per quanto anche costui grazie a Fazio abbia vissuto una settimana di gloria col suo libro su Leopardi). 
 In questi giorni, il nuovo imperdibile libro di Fabio Volo sta creando sconquassi un po' ovunque. Quest'uomo, recitano le statistiche (e a vedere il venduto della mia sola libreria ci credo) ha venduto 28.000 copie in una settimana. Cioè, solitamente 28.000 copie totali per un libro sono già un megatraguardo e lui le ha vendute in una settimana. Perché?
 L'ipotesi più accreditata da chi si rifiuta di vedere la verità è che: la sovraesposizione mediatica unita alle pile di libri davanti agli scaffali ai cartonati alle vetrine a lui dedicate, abbiano indotto la popolazione italiana ad un delirio Fabio Voliano, come sotto ipnosi. Beh, se così fosse allora perché non abbiamo un nuovo talento da milioni di copie ogni mese? Come mai le case editrici incappano in flop straclamorosi?
La primavera scorsa eravamo inondati di copie di un libro di una novella penna italiana che grazie a dio è colata a picco prima ancora di esistere. Si trattava di un'opera dal titolo anche pretenzioso "Le affinità alchemiche" e narrava la mai sentita storia di due gemelli cresciuti separati che si incontrano di nuovo adolescenti e sbam scoppia la passione. La copertina di Johnny e Selvaggia (questi i loro nomi) campeggiava copiosa in vetrina, i cartonati con frasi sensazionali stazionavano davanti alle porte e ce n'erano arrivate un numero di copie assurdo. Ha venduto pochissimo. Mi direte, ma questa era una ventenne con la fissa dell'incesto, non una che sta sempre in tv o in radio.
 E allora vi propongo il caso Melissa P. che è emblematico per il boom iniziale e per lo schianto finale. Questa sedicenne siciliana non la conosceva nessuno, aveva pubblicato i famosi "100 colpi di spazzola" con la Fazi che allora non era una casa editrice particolarmente blasonata e sì, narrava delle pornoavventure ma come tanti altri, anzi, in un momento editoriale in cui (non come adesso) l'erotico non era da prima pagina. Vendette se non ricordo male 2 milioni di copie, e non parliamo di  Henry Miller.
Due anni fa è uscito l'ultimo libro di Melissa P. ora astrologa, opinionista, personaggio televisivo, si intitolava "Tre" e narrava l'altrettanto originale storia di un menage a trois edito da Einaudi (di cui non posso fare a meno di far notare che astutamente la protagonista si chiama Larissa). Ricordo pile di questo libro, interviste su ogni rivista femminile e non. Fu un flop colossale, tanto che l'unico libro della cara Melissa che si trova ancora facilmente in commercio è appunto i famosi "100 colpi di spazzola" di quando era ancora miss nessuno.
 Cos'è allora che decreta un successo? Non lo sappiamo, non lo sa nessuno.
 Un mio insegnante di sceneggiatura ci parlava di complesse circonvoluzioni della trama, archi narrativi dei personaggi, climax, colpi di scena, ma diceva che se manca quel più, quella magia impalpabile, irraggiungibile il successo non viene, neanche se è studiato a tavolino.
 Fabio Volo ha questa magia?
 No, Fabio Volo non ce l'ha. E' il contesto culturale-storico che conferisce alle storie di Fabio Volo (posso assicurare scritte meglio di tante altre) la magia che gli fa vendere 28.000 copie. 
Il mio discorso si può facilmente tradurre
in questa pubblicità che ho visto personalmente.
 Il livello culturale del nostro paese è straordinariamente basso, le biblioteche chiudono, i lettori forti sono una percentuale ignobile, chi si è laureato deve quasi vergognarsi per aver studiato invece di essersi messo a lavorare prima di subito. Malgrado uno dei tassi di laureati più basso dell'Europa senti continuamente dire in giro che ci sono troppi specializzati, troppi qualificati, troppa gente con un pezzo di carta e nessuna esperienza. Un ministro in Italia ha chiaramente detto che con la cultura non si mangia, Pompei cade a pezzi, si vendono isole in Sardegna, la Bignardi è un'intellettuale di peso, Fabio Fazio fa oscillare le vendite, la De Filippi è la mamma di tanti aspiranti cantanti e ballerini e l'amica fidata di decinaia di casalinghe e anziani. 
 In un contesto che condanna da anni la cultura e getta l'eccellenza sotto una cattiva luce per quale motivo in  classifica dovrebbe essere prima la raccolta di racconti di Cheever o l'ultimo Pulitzer? 
Le stesse persone che fanno l'audience di "Uomini e donne" entrano in libreria e leggono la trama del libro medio di Fabio Volo: uomo con qualche problema esistenziale di poco conto (non è mai una grave malattia, quella di un figlio, lo sfratto, la depressione ecc.) va in crash alla soglia di qualche fatidico momento della vita, conosce una donna bellissima con cui fa tanto sesso, ma con cui le riesce faticoso impegnarsi e poi finisce tutto a tarallucci e vino. 
 Ordine esistenziale momentaneamente perso subito ristabilito. In mezzo tante frasi da baci perugina che circolano per il web come un virus. 
 Voi direte che in tanti scrivono robe alla Fabio Volo e invece no, è un'alchimia (per citare la tizia dei gemelli incestuosi di cui sopra), che non è così semplice. In Italia l'unico altro suo degno epigono è il vicedirettore di buon cuore de La Stampa, Massimo Gramellini. Anche lui scrive in modo scolastico e scorrevole, ama i buoni sentimenti, tocca il cuore delle madri e delle casalinghe, fa pensare ad un mondo più giusto senza mai diventare (né manco aspirare) ad essere pesante (e mi verrebbe da dire pensante). Il suo "L'ultima riga delle favole" vendette tantissimo, il secondo che parla della sua infanzia travagliata da un pesante lutto famigliare ha sfondato il muro del milione di copie. Qui il dramma esistenziale serio c'è, ma è tutto scritto in modo talmente elementare, semplice, immediatamente commovente che la casalinga che il pomeriggio stira e la sciura che legge "Donne che amano troppo" non può rimanervi indifferente.
 La magia sta nel beccare l'argomento giusto (e per questo un talento ci vuole lo assicuro, non scrittorio, ma almeno pubblicitario e nell'epoca della comunicazione è TUTTO) e riproporlo a oltranza. Fabio Volo ha capito quali sono i tasti giusti, è uno con la terza media che è venuto dal niente, ha lavorato, si è divertito, nell'intervista che Pif gli ha fatto ne "Il testimone" si vede che lui crede a quello che dice e scrive. Lui sogna, pensa, vede così.
 Fabio Volo sogna, pensa, vede quello che sognano, pensano e vedono tanti tanti troppi italiani. Per questa settimana almeno 28.000 accertati. Che diventeranno e sono milioni.
 E non è colpa delle vetrine e delle librerie malvagie che propongono solo quelli che vendono (e per la cronaca è quello che deve fare una libreria: vendere), ma perchè è quello che il pubblico si beve e neanche in modo passivo come in tv. La lettura ha una parte attiva, di responsabilità: cercare un libro, leggerlo, interpretarlo. Non ti scivola addosso come tre deficienti che strillano in tv.
 La responsabilità delle classifiche italiane è tutta nostra. Di questo nostro paese che affonda.

martedì 5 novembre 2013

Il cliente straniero. Peculiarità, fissazioni, richieste e assurdità dei clienti dell'Europa e del mondo. Dal giapponese timido al russo minaccioso fino al tedesco legalitario.

Al contrario di molti negozi, il 98% dei clienti di una libreria normale non sono stranieri (escludo ovviamente dal computo le specializzate come la Herder di Roma e le Feltrinelli Internationl) perciò, escludendo l'inglese e qualche punta di francese tra i colleghi più old, nessuno parla particolari idiomi non italici.
 Questa cosa sconcerta il 2% di turisti stranieri che di tanto in tanto varcano la soglia in cerca solitamente di cartine, libri turistici, giornali, souvenir, un bagno e altre disparatissime cose che non si rassegnano non vengano vendute (davvero non teniamo un set di cucito vicino a Tolstoj? E come mai?).
 La cosa divertente è che ogni nazionalità ha le sue fissazioni. La storia che noi italiani all'estero saremmo chissà quanto ridicoli mentre gli altri son campioni di lingue e buone maniere è un'idiozia. Tutto il mondo è paese e con l'elenco comprovato di seguito ve lo dimostrerò:

IL CLIENTE SPAGNOLO:
Può essere un turista o uno che vive in Italia e parla un mix di italiano-spagnolo inestricabile. Convinti che dopotutto siano la stessa lingua, il cliente spagnolo non si sforza neanche di translare quello che dice, parte come una fiumana impazzita a chiederti tutto quello che vuole, anche cose complessissime, che in genere sono quelli che più generosamente appozzano regali dalla sezione dei ragazzi. Ma lo fa SOLO in spagnolo.
 Il risultato è "gdhagfahygfhagfhag por favor" e quando sgrani gli occhi cercando di farli andare più piano, loro non capiscono proprio che cosa ci sia che non va e ripetono la medesima iberica cosa "hgdjgdhagdaghdjagh por favor?"
 In genere comprensivi, ti portano per mano fino a quello che desiderano e non capisci perché non se lo siano presi da soli.

IL CLIENTE RUSSO:
So bene che non è più così, ma google immagini si
 è rifiutato di trovarmi foto di turisti evidentemente russi
Sarà che il modo di fare dell'est a noi europei sembra sgarbato in ogni circostanza, ma ogni volta che un cliente russo ti chiede RIGOROSAMENTE IN RUSSO quello che desidera, sembra sempre che sia lì lì per menarti. Hanno un piglio minaccioso che non ti rende particolarmente propenso ad essere amichevole né a comprendere ciò che desiderano nella loro frase tipica che è: "hjhfkjahfkh parola inglese pronunciata in modo arbitrario ahjjahjahjahj". 
Da quell'unica parola che sanno devi risalire alla loro richiesta. Dopo attenti studi ho capito che cercano solo due cose: cartine e giornali. Una volta un cliente russo mi ha fatto una scenata continuando a ripetere con crescente rossore e rabbia la parola "CASETTA" che non comprendeva come io potessi ignorare. Dopo 10 minuti di sfuriata esce gridandomi credo insulti nella sua lingua. Una successiva discussione coi miei colleghi ha svelato l'arcano: probabilmente cercava una "Gazeta". L'ho aggiunto alla mia lista del lessico di altre lingue.

IL CLIENTE ORIENTALE: Qui c'è bisogno del distinguo perchè Cinesi e Giapponesi hanno due modi di fare molto diversi.
  Il cliente cinese non sa l'inglese, se lo sa è talmente fantascientifico che ricavare la vera radice dalla pronuncia è impossibile e gesticola tantissimo nel tentativo di aiutarti. Siccome tra tutti i clienti è quello che cerca le cose più strambe, non si può prevedere a priori cosa costui desideri. Un loro grande amico è google translator che come tutti sappiamo traduce frasi in modo casuale.
 Il top rimase la coppia cinese che si presentò col cellulare alla mano con scritta sopra la seguente frase:
 "Avete questa vettura?"
 Oltre a non vendere evidentemente vetture tra i libri, rimaneva un mistero a quale costoro si riferissero. Mille gesticolamenti dopo, sfoderano nuovamente il cellulare con scritto:
 "Lancia"
 Cosa fare di fronte a questo? Portarli davanti all'unico scaffale con attinenza alle vetture in libreria: i libri illustrati di macchine. Non so se cercassero proprio una cosa del genere, dopo aver confabulato un po' se ne sono comprati uno piuttosto grosso uscendo poi vagamente confusi.
Il cliente giapponese invece sembra vergognarsi di vivere.
Malgrado parli un inglese buonissimo e talvolta persino un italiano scolastico decente, ci mette mille anni e altrettanti sgranamenti di occhi a chiederti ciò che desidera. 
Le quali cose sono sempre: libri di design, architettura, moda e costosissime riviste specializzate negli stessi settori (non mi capacito che esistano riviste che costano 20 euro). Silenti e vestiti a dir poco benissimo scompaiono con spese stratosferiche.

IL CLIENTE INGLESE:

La sua lingua è quella giusta e lui lo sa, quindi non si sforza minimamente di parlar piano, anzi è un fiume in piena. Tuttavia nella sua magnanimità è pronto a capire il tuo inglese impreciso e a farsi grasse risate con te, come se stesse per sfoderare una birra e poggiartela sul balcone. Generalmente se non vuole cartine, cerca libri in italiano da regalare a qualche amico locale o perchè si sente desideroso di imparare l'italiano, e ti chiede consiglio. Ovviamente lì partono infinite circonvoluzioni soprattutto linguistiche per capire quale potrebbe essere il libro adatto. Generalmente io punto su Ammaniti: se lo devono regalare non fanno una brutta figura, non ha un linguaggio complesso, è abbastanza mainstream da essere apprezzato e le copertine in genere li agganciano. Penso che Ammaniti dovrebbe rimpinguare il mio mesto conto corrente di svariate centinaia di euro.


I CLIENTI FRANCESI/TEDESCHI:
Il tedesco non chiede, lui sa. Vuole solo cartine o romanzi in lingua, paga sicuro, si lamenta del servizio e ti fissa con sospetto finché non ha lo scontrino in mano che tu strambo italico di sicuro non vuoi dargli (immagino guide tedesche con su scritto: state attenti a farvi dare lo scontrino, l'italiano spesso ama truffare).
Una volta abbiamo dovuto spiegare in 3 la procedura per emettere una fattura perché un cliente era convintissimo che lo stessimo gabbando. E posso assicurarvi che se non avete un C2 d'Inglese non è proprio facilissimo.
 Il cliente francese invece corre veloce fissandoti di sbieco, non ti chiede niente, in genere si muove in branchi di almeno tre persone che parlano tra di loro fittissimo e velocissimo. Se proprio devono piegarsi all'aiuto si esprimono in un anglofrancese rapidissimo, pieno di r mosce e con una cadenza che offusca completamente la richiesta. Viene quasi da dirgli di fare come gli spagnoli: esprimersi solo nella loro lingua madre che magari avendo in comune la radice latina si capisce qualcosa.

Gli altri paesi europei, gli americani, indiani e altre nazionalità non sono praticamente pervenute. 
 Spero che nessuno di varia nazionalità si sia offeso, è la pura verità e del resto me ne fanno pagare abbondantemente il fio quando mi esprimo nel mio ignobile inglese. E poi insomma, volemose bene, tarallucci e vino, funiculì funiculà.

domenica 3 novembre 2013

Libri sui libri. Dalle invettive sulla stampa, creatura meretrice serva del demonio, alla storia universale della distruzione dei libri. Chicche per veri intenditori.

Di ritorno (tristissimo ritorno) dalle ferie, mi pare giusto prepararmi psicologicamente al rientro lavorativo dedicando un nuovo post ai libri sui libri, quelle trappole che possono rivelarsi fascinosissime (e pericolossisime per il portafogli "Uuuuuh il nuovo libro fotografico da 157 euro sulla Biblioteca Vaticana! Lo voglio!") o palle mortali. 
 Oggi, onde risparmiarvi palle cosmiche, voglio consigliarvi due libri sul tema, molto interessanti  e soprattutto nel secondo caso, molto Indiana Jones/Nome della Rosa.
 Il primo è un piccolo libro molto interessante in questi mala tempora di lotta all'ultimo sangue tra i fieri sostenitori del libro di carta e quelli dell'e-book. C'è già stata nella storia una rivoluzione dai tratti similissimi, che gettò nel panico i nostri progenitori: la temibile invenzione della stampa. Quando il caro Gutenberg, sfornò, perfettamente formata, la sua Bibbia a 42 linee, (e ancora ci si chiede come abbia potuto riuscire in un risultato tanto buono praticamente al primo colpo), non è che il mondo disse: wow un nuovo fichissimo mezzo tecnologico che ci permetterà di passare agli amanuensi alla stampa su carta! 
Non  tutti la presero benissimo, in molti si interrogavano sulle conseguenze pratiche, sociali e persino morali del nuovo strumento, forse forgiato dal maligno stesso. La faccenda della riproducibilità del libro sconvolse più di un intellettuale e poiché la maggior parte degli intellettuali dell'epoca erano monaci e il diavolo non era ancora un'entità ultraterrena fuori moda, a chi si iniziò a dare, nel delirio e nella confusione, la colpa di tale scoperta? Ma a lui ovviamente!
 In "Stampa meretrix. Scritti quattrocenteschi contro la stampa" a cura di Franco Pierno ed. Marsilio dopo l'introduzione storica, si precipita nel mondo a tratti surreale a tratti incredibilmente contemporaneo, delle invettive che Filippo da Strada, domenicano a Venezia, getta contro la stampa, implorando il Doge di non  farsi complice di tale nefanda tecnologia.Così scriveva: 
"Mai come in questo tempo, la città ebbe un così ridotto numero di libri o di persone che li apprezzano a sufficienza. Le opere a stampa creano una città senza soldi e senza cuore. Se per te la luce proviene dalle tenebre, essa, allora per te, verrà dalle stampe."


La stampa sconcentrava (se non dovevi più scriverti il libro come si era certi che lo leggevi davvero?) e in un attimo favoriva la fornicazione tra i giovani, l'evergreen delle preoccupazioni maggiori di chi giovane più non è.

 "Dimostrerò che le stampe sono state originate per istigazione del diavolo. Tramite gli stampatori i vizi sono cresciuti ovunque. Infatti le stampe deturpano i costumi delle ragazze e scacciano il fiore virginale della purezza della carne innocente dei giovani che imparano le turpitudini impresse." 
 Non immaginate Playboy, all'epoca per diventare sex addicted bastavano Petrarca e Ovidio.
E ancora:
 "La scrittura è degna di venerazione e deve essere ritenuta il più nobile di tutti i beni che l'oro ammassa per noi, a patto che non abbia subito le brutture nel postribolo delle stampe. Non devi forse definire prostituta quella che simula di amarci tanto, dedita solo al guadagno rapace?"

 Il povero Filippo dedicò gran parte della sua vita a combattere contro i mulini al vento, cosa che mi fa essere molto pessimista nella mia lotta contro gli e-book, ma si sbagliava (oddio non su tutto) sugli effetti deleteri della carta stampata, quindi che ne so, magari il digitale mi stupirà nei secoli.
 Il secondo libro che secondo me è una chicca per chiunque sia un vero appassionato di libri e mysteri è: " Storia universale della distruzione dei libri" di Fernando Bàez.
  E' fantastico. Partendo dalla frase di Heine "Dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini", l'autore ripercorre la storia dei roghi di libri, come censura e distruzione di intere civiltà. La violenza contro i libri come chiave di lettura per una storia ragionata della violenza umana. Dalla distruzione (non realmente avvenuta) della biblioteca di Alessandria ai roghi nazisti, con un'interessante e ampia parentesi sui roghi durante la guerra civile spagnola, non manca nulla. In più, al contrario del tizio della storia degli spettri, Bàez è bravissimo a rendere incandescente la materia, raccontando il tutto con piglio romanzesco, infarcendo il volume di aneddoti gustosi e di incursioni non prettamente attinenti (come il meraviglioso capitoletto sui libri che basano le loro storie, citazioni e personaggi su libri mai esistiti, es. il "Necronomicon" di Lovecraft).
 Ve lo consiglio molto, vale il suo prezzo!
 E con questo torno a sdraiarmi mesta sul mio letto a rimpiangere le ferie perdute...
 Buoni libri maledetti a tutt*!

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